WEBGIORNALE   23  febbrAIO – 8 MARZO  2015

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Viaggiare con l’ansia. Slalom fra i controlli. L’Europa ha paura  1

2.       Giustizia e pace Europa: documento "contro il nazionalismo dell'esclusione"  1

3.       A rischio povertà un europeo su quattro. Rotta da invertire  1

4.       I Connazionali nel mondo sono 4.208.977  2

5.       Immigrazione, la Commissione Ue rafforza l'assistenza all'Italia  2

6.       Una ricerca fa luce sulla situazione dei nuovi immigrati in Germani provenienti dall'Italia e dalla Spagna  2

7.       Grecia e crisi ucraina. La Cancelliera pivot nelle partite europee  3

8.       Merkel agli ebrei: “Restate qui”. Polemica dopo l’invito di Netanyahu a tornare in Israele  4

9.       Rapporti italo-tedeschi. Il 12 marzo il ministro della giustizia Orlando a Francoforte  4

10.   Grande concerto di Morricone a Berlino  4

11.   A Wolfsburg “Il ruolo della scuola per raggiungere un’identità europea”  4

12.   Alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorni 4

13.   Il Comites di Berlino premia due giovani eccellenze italiane  6

14.   I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia  6

15.   Mostra a Roma su “Il patrimonio dell’Unesco della Germania”  7

16.   La Renteversicherung per chi ha lavorato in Germania: Giornate di informazione ad Agrigento (17-18 marzo) e Palermo (19-20 marzo) 7

17.   Comites di Monaco e di Norimberga: condoglianze al Console Scammacca  7

18.   La lotta all’Italian Sounding in Germania: con una apposita associazione  7

19.   “Se il paziente sopravviveva, lo lasciavo in pace”: choc in Germania per il mostro di Oldenburg  7

20.   Botta e risposta  8

21.   Il ricorso all’Onu. Una falsa autorità morale  8

22.   La rappresentatività degli italiani nel mondo  8

23.   La guerra rimossa. Cattiva coscienza europea  8

24.   Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni interviene alla Camera sugli sviluppi della situazione libica  9

25.   Conflitti moderni, regole inadeguate. Le armi spuntate dei vecchi Stati 9

26.   La riflessione  10

27.   Atene: prestiti per altri 6 mesi. Berlino dice no, poi si spacca  10

28.   Che cosa succede ad Atene senza l’accordo? I soldi bastano solo per un mese: poi il rischio è la bancarotta  10

29.   Mappe. La nostra democrazia sembra ora caratterizzata da un tripolarismo imperfetto  11

30.   Conoscere chi ci minaccia. La maschera del nemico  11

31.   Fiducia  11

32.   Lo Stato Islamico rivela, la Libia è la porta d'ingresso per attaccare l'Europa  12

33.   L'allarme Libia nei colloqui tra Renzi con Hollande e il Vaticano  12

34.   Illogico pagare l’Isis per liberare gli ostaggi 12

35.   “Contraddizioni e polarizzazioni”  12

36.   L’odio di sempre: che fare?  13

37.   La nostra sul voto  13

38.   Quirinale, Mattarella: "Sarà aperto al pubblico tutti i giorni. E' luogo simbolo d'Italia"  13

39.   Chiusura d’anno record per l’export italiano  13

40.   Debolezze  14

41.   L’insegnamento della lingua italiana nel mondo  14

42.   Tutti contro tutti. Forza Italia teme il ko alle regionali 15

43.   Tagli auspicabili 15

44.   Io sto con la Grecia e tu?” Consegnate le adesioni alla campagna di Cambiailmondo e FIEI 15

45.   Paura dei barbari 15

46.   “La lingua italiana come strumento di dialogo interculturale, sviluppo e crescita economica”  16

47.   L'Ue estende la missione 'Triton': "Almeno fino a dicembre, all'Italia 13 milioni"  16

48.   Governo Renzi un anno dopo. Il consenso torna a crescere  16

49.   Strategie  17

50.   L’Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia: “L’Italia sia in prima fila per pacificare la Libia”  17

51.   Eures, nuovi posti di lavoro in Austria e in Germania  17

52.   Italiani sfiduciati, oltre 1,5 mln non cerca più lavoro. Disoccupazione giovanile record: il 40% nel 2013  17

53.   Fine di un esecutivo?  18

54.   Numero Unico Emergenza 112, oltre 130 milioni di chiamate in Europa nel 2014  18

55.   Presentato a Roma il numero 196 di Studi Emigrazione “Le catastrofi del Fordismo in Migrazione”  18

56.   Consultazione pubblica sulla direttiva orario di lavoro  19

57.   Ci vuole chiarezza  19

58.   Imposte sulla casa: concordare un tipo di documentazione idonea a dimostrare il requisito di pensionato  19

59.   Riconoscimenti professionali: partecipare a un concorso pubblico in Italia  19

60.   Amnesty International alla Ue: Servono operazioni collettive e coordinate di ricerca e soccorso lungo le rotte dei migranti 20

61.   XVI edizione del Premio Letterario Giovanile Sicilia Mondo 2015  20

 

 

1.       Erstes Halbjahr 2014. Starke Einwanderung nach Deutschland  20

2.       Mehrheit der Deutschen lehnt Einwanderung aus Nicht-EU-Ländern ab  20

3.       Italien: EU muss sich gegen Katastrophe rüsten  21

4.       FRONTEX-Chef: EU erwartet Rekord-Flüchtlingszahlen  21

5.       USA. Obamas Einwanderungsreform vorerst gestoppt 21

6.       Statistik: Österreich lebt von der Zuwanderung  21

7.       Mogherini: "EU-Entwicklungspolitik ist keine Almose"  22

8.       Abwanderung. Adieu Deutschland - Zahl der Fortzüge auf Rekordniveau  22

9.       Deutschland schätzt sich richtig ein. Italiener am ahnungslosesten  22

10.   Berlusconi, die Bunga-Girls und das viele Geld  23

11.   Angela Merkel spricht mit Franziskus über deutsche G7-Themen  23

12.   Anschläge in Kopenhagen: Täter womöglich inspiriert durch Terror-Attacke auf "Charlie Hebdo"  24

13.   Warum die Eurogruppe sich von Athen nicht erpressen lassen darf 24

14.   EU: Krise noch lange nicht vorbei 24

15.   "TTIP untergräbt die globale Weltordnung"  24

16.   Die Illusion einer Ostpolitik 4.0  26

17.   Nach dem Papst zu Sant´Egidio: Kanzlerin Merkel in Rom   26

18.   Beschleunigte Verfahren. Bund und Länder wollen Kosovaren schnell zurückschicken  26

19.   "Festung Europa": EU-Länder betreiben illegale Pushbacks in die Ukraine  27

20.   „Nicht nach jedem Anschlag härtere Gesetze!“  27

21.   Armut in Deutschland: Mindestlohn wird dramatische Entwicklung nicht stoppen  27

22.   Die Zahl der Asylsuchenden aus dem Kosovo  28

23.   Studie: Wirtschaft in Deutschland bis 2050 schwächer als in Nigeria  28

24.   Migrationsforscher. Asylpolitik ist chaotische Flickschusterei 28

25.   Flüchtlinge gründen Radio in Hamburg  29

26.   Merkel verspricht Juden in Deutschland Sicherheit 29

27.   Einwanderungsgesetz. SPD will Zuwanderer aus Osteuropa und Türkei locken  29

28.   Statistisches Bundesamt. Bei jedem achten Ehepaar ist mindestens ein Partner Ausländer 29

29.   Nach dem Terroranschlag. Neue Debatte über Auswanderung von Juden  30

30.   Reformhaus unterstützt Aktion „Deutschland gegen den Darmkrebs“  30

31.   IIC-Köln. Der frühe Fellini: I vitelloni 30

32.   München. „Die gefährlichste Frau Europas“? Lesung für Kolibri - Interkulturelle Stiftung  31

 

 

 

 

Viaggiare con l’ansia. Slalom fra i controlli. L’Europa ha paura

 

Diario di viaggio, con sorriso forzato: nelle ultime due settimane sono stato preso di mira, per ragioni di sicurezza, dalle forze dell’ordine o da militari armati di tutto punto prima a Bruxelles (passeggiando per strada), poi a Milano (aeroporto Malpensa), di seguito a Basilea (stazione ferroviaria), infine dalle parti di Colmar (su un treno francese). Di Gianni Borsa

 

L’Europa è sotto assedio. I diritti fondamentali - fra cui quello di espressione e la libertà religiosa - sono minacciati. I cittadini si sentono insicuri, magari talvolta con qualche esagerazione montata ad arte con la complicità di politici border line e di media compiacenti. Resta il fatto che gli echi di guerra provenienti da Ucraina, Libia, Medio oriente, gli attentati di Parigi e Bruxelles, le pressioni migratorie ai confini del Vecchio continente hanno messo tutti in allarme. E tutti rischiano di farne le spese. Come è accaduto nei giorni scorsi a un giornalista-pendolare di lunga gittata…

 

Pellegrinaggi europei. Il momento è oggettivamente delicato e dunque le istituzioni cercano una risposta politica ai conflitti e per la sicurezza interna, le forze di polizia e l’intelligence fanno del loro meglio; intanto la gente comune si guarda le spalle quando prende la metropolitana o se al mercato viene affiancata da qualcuno con un diverso colore della pelle. Sospetti pur comprensibili e xenofobia latente possono fare il resto. Ebbene, nei miei pellegrinaggi europei per raccontare ai lettori del Sir quanto accade nelle istituzioni Ue, nelle ultime due settimane sono stato preso di mira, per ragioni di sicurezza, dalle forze dell’ordine o da militari armati di tutto punto prima a Bruxelles (passeggiando per strada), poi a Milano (aeroporto Malpensa), di seguito a Basilea (stazione ferroviaria), infine dalle parti di Colmar (su un treno francese).

 

Driiin, driiin. Forse la cosa più simpatica mi è capitata proprio nella capitale belga, davanti all’ambasciata di un importante Paese balcanico. Mentre camminavo con il consueto zainetto nero sulle spalle (computer, agenda, carte varie, astuccio e merenda), mi squilla il telefono in prossimità dell’ingresso dell’ambasciata. Metto mano all’interno del giubbotto, destando evidentemente i sospetti degli agenti di guardia. Un po’ minacciosamente mi si affiancano due soldatoni con tanto di elmo e mitra spianato. Vai a spiegare - tenendo conto delle differenze linguistiche - che stavi solo rispondendo a una chiamata della moglie… Più semplice, invece, “farla franca” di lì a poco nelle sedi della Commissione e del Parlamento Ue. Certo, i controlli vanno da cima a fondo, ma non manca l’addetto sorridente: “Lei - dice - ha la faccia tranquilla”. Meglio di niente!

 

Parole a sproposito. Qualche volta, poi, sarebbe opportuno seguire la regola di “un buon silenzio…”. Sono all’aeroporto milanese, scalo della Malpensa, in attesa di un volo verso la mitteleuropa. Sfoglio un giornale mentre sono in fila per passare il controllo di sicurezza. Mi faccio scappare con la vicina un commento poco pensato: “Se sali su un aereo con cento passeggeri ti passano al setaccio. Non sfugge niente: valigia, pc, cellulare, cintura dei pantaloni e scarpe. Liquidi e simili sono vietati, mica che in volo ti metti a fabbricare una bomba. Invece se prendi un treno, con altri 500 viaggiatori, nessuno ti controlla, potresti portar su anche un arsenale”. Il colloquio non sfugge a un agente in divisa: segue interrogatorio dai toni un po’ spigolosi. Me lo son cercato…

 

Il colore della pelle. Un tragitto in treno Milano-Strasburgo deve passare per Briga, Berna, Basilea e Colmar prima di giungere al capoluogo alsaziano. A Basilea la verifica dei documenti non manca: cordiale, quasi sbrigativa. Più che altro una routine. Evidentemente gli svizzeri si sentono esenti dalla cronaca di questi giorni. Una volta in carrozza si passa sotto giurisdizione francese. Sono seduto su un treno pendolari; accanto a me una persona di colore. La polizia percorre tutti i vagoni e, giunti davanti a noi, intima: “Sono vostre le valigie?”. “Sì - azzardo in francese -, sono mie. Ci sono vestiti e libri”. Devo essere stato convincente, perché non segue alcun controllo. Ma l’attenzione cade sul mio vicino: documenti, una raffica di domande, infine gli intimano: “Apra la valigia”. Finisce tutto in mostra: camicie e calzini, rasoio e un formaggio, una piccola maschera in legno, un taccuino, pantaloni, un cadeau incartato, un paio di asciugamani. Il differente trattamento non sfugge ai passeggeri, ma nessuno borbotta. L’uomo, che si rivela ivoriano, commenta: “È normale, ci sono abituato”. Aggiungo: “Forse le bombe nere fanno più paura di quelle bianche”. L’uomo sorride. “Viva la sicurezza - concludo - ma cum grano salis…”. Sir 20

 

 

 

 

Giustizia e pace Europa: documento "contro il nazionalismo dell'esclusione"   

 

Lussemburgo - Desta preoccupazione in Europa l’aumento di partiti e movimenti politici che inneggiano al “nazionalismo dell’esclusione”, si scagliano contro il fenomeno della migrazione e propongono l’uscita dall’Unione europea come soluzione a tutti i problemi nazionali. È allarme razzismo e xenofobia e a lanciarlo è un documento presentato da “Giustizia e Pace” (J&P) Europa, alleanza di 31 Commissioni di Giustizia e Pace nazionali. A presentarlo, riferisce il SIR - è monsignor Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo e presidente della rete europea J&P: “Numerosi - dice - sono coloro che, preoccupati per l’avvenire incerto, si lasciano convincere da parole semplicistiche e una propaganda diretta contro gli immigrati e l’Unione europea. Tuttavia esse non sono una risposta alle sfide complesse del nostro tempo per le quali non esiste un rimedio semplice. Al contrario, lo scopo di questi partiti e movimenti è semplicissimo: conquistare potere politico ed economico. Essi non servono né la causa dei poveri, né quella dei deboli o dei più svantaggiati”. Il documento  è intitolato “Contro il nazionalismo dell’esclusione” e verrà inviato nelle prossime settimane ai deputati e ai responsabili politici. Da Bruxelles il segretariato generale di Giustizia e Pace Europa ha poi allertato le Commissioni nazionali perché avviino un “piano di azione” contro i programmi dei partiti nazionalisti e xenofobi. “Ciò che ci preoccupa - si legge nel testo - è la tendenza crescente a ricercare potere e popolarità grazie a programmi politici semplicisti e slogan forsennati che diffondono l’idea che la prosperità e la sicurezza non possano essere realizzati se non con misure nazionalistiche unilaterali e, se necessario, a detrimento degli altri popoli”. Ma - fa notare J&P - “non esiste risposta rapida e semplice a sfide strutturali profonde come sono quelle che pongono le nostre società plurali e un’economia mondializzata”. Due le questioni particolarmente sollevate da Giustizia e Pace. La prima è la questione dell’immigrazione che ha sempre fatto parte dell’esistenza umana. “Ignorare questa realtà - si legge nel documento - e tentare di fermare ermeticamente le frontiere all’afflusso dei migrati è irrealistico e disumano”. Giustizia e Pace chiede, però, che la questione sia gestita a livello “internazionale ed europeo”, condividendo “la responsabilità dell’accoglienza”. Altra questione affrontata nel documento è l’Unione europea e il tentativo perseguito dai partiti nazionalisti di scaricare sull’Ue la responsabilità della crisi economica attuale, le ineguaglianze sociali e la disoccupazione. “Non c’è dubbio che l’Unione europea non è perfetta - si legge nel documento - ma resta pur sempre uno strumento di mantenimento della pace e di risoluzione dei conflitti sul nostro continente”. Migr. On.

 

 

 

 

A rischio povertà un europeo su quattro. Rotta da invertire

 

Le strategie europee ("Lisbona 2020") che dovevano portare a una diminuzione di 20 milioni di poveri hanno fallito, perché l'impatto della crisi, le politiche di austerity e i tagli al sociale imposti dai governi hanno aumentato la povertà e le disuguaglianze sociali. La rete Caritas - che in Italia ha dovuto raddoppiare le iniziative anticrisi - chiede quindi all'Europa di accelerare

Patrizia Caiffa

 

In Europa una persona su quattro è a rischio povertà (24,5%). In Italia quasi uno su tre (28,4%), in linea con lo standard dei 7 Paesi “deboli” dell’Ue (Italia, Portogallo, Spagna, Grecia, Irlanda, Romania e Cipro). L’Italia ha anche il triste primato dei giovani tra i 15 e i 24 anni che non studiano né lavorano, i cosiddetti Neet dall’acronimo inglese. In una giornata densa di cifre - anche l’Istat ha lanciato oggi (19 febbraio) l’allarme sul 23,4% delle famiglie italiane in disagio economico - Caritas Europa, insieme a Caritas italiana, ha presentato oggi (19 febbraio) a Roma il terzo rapporto sulla crisi in Europa, indagando i dati in 7 Paesi “deboli”. Ne emerge una panoramica sconfortante: le strategie europee che dovevano portare a una diminuzione della povertà entro il 2020 hanno fallito, perché l’impatto della crisi, le politiche di austerity e i tagli al sociale imposti dai governi hanno aumentato la povertà e le disuguaglianze sociali. Quasi come dire, paradossalmente, che i poveri hanno ancor più arricchito i ricchi. La rete Caritas - che in Italia ha dovuto raddoppiare le iniziative anticrisi - chiede quindi all’Europa di invertire la rotta, suggerendo tutta una serie di misure concrete. Nel rapporto si evidenzia la crescita delle persone gravemente indigenti, la disoccupazione giovanile, le famiglie in cui non si lavora come si dovrebbe (aumentano lavori precari e part time), i giovani che non studiano né lavoro, la dispersione scolastica, l’impossibilità di pagare le cure mediche.

 

“Scelte politiche terribili”. Nel 2013 il 24,5% della popolazione europea (122,6 milioni di persone, un quarto del totale) è a rischio di povertà o esclusione sociale (1,8 milioni in meno rispetto al 2012). Nei 7 Paesi lo stesso fenomeno coinvolge il 31% della popolazione residente (+6,5% rispetto alla media Ue). La Strategia di Lisbona 2020 doveva portare l’Europa a 96,4 milioni entro il 2020, “ossia 20 milioni di poveri in meno - ha precisato Walter Nanni, responsabile dell’Ufficio studi di Caritas italiana - i poveri sono invece aumentati. Viene da chiedersi se la medicina per risanare la spesa pubblica non abbia invece ucciso il paziente”. Per Jorge Nuno Mayer, segretario generale di Caritas Europa, la responsabilità “è di scelte politiche terribili”. Dopo sette anni dall’inizio della crisi, ha fatto notare Paolo Beccegato, vicedirettore di Caritas italiana, “in tutta Europa la coesione sociale e la fiducia nelle istituzioni diminuiscono, il rischio di razzismi e odio è in aumento”. Da qui la proposta di “una revisione complessiva del modello sociale per una migliore giustizia sociale”.

 

Più giovani disoccupati in Grecia e in Italia più Neet. Nei 7 Paesi vi è un tasso di disoccupazione generale del 16,9%, in Europa dal 2012 al 2013 è passato dal 10,4% al 10,8%. Nei 7 Paesi spicca l‘esplosione dei Neet, il 18,1% rispetto alla media del 13% nei Paesi Ue, con il triste primato dell‘Italia. Nell‘Ue a 28 nel 2014 erano più di 25 milioni i cittadini privi di lavoro (8,4 milioni in più rispetto al 2008). Le persone più colpite sono quelle con bassi livelli di istruzione e i giovani (oltre 5 milioni sotto i 25 anni, il 22,5%). La disoccupazione è particolarmente grave in Grecia: 27,3% e 58,3% quella giovanile. In Italia, nel 2013, il tasso di disoccupazione era inferiore alla media dei 7 Paesi deboli (12,2%), ma superiore alla media europea, mentre la disoccupazione giovanile appare più grave della media europea (40% dei 15-24enni).

 

Meno sanità e scuola. A causa dei tagli alla sanità e alle spese scolastiche aumenta anche il numero di europei che rinunciano alle cure mediche essenziali (22,8% in media nei 7 Paesi). In Grecia la spesa sanitaria pro capite è scesa dell’11,1%, in Irlanda del 6,6% . Nel corso del 2013, in Italia, il 10,5% degli utenti dei Centri di ascolto ha richiesto una prestazione di tipo sanitario (+6% rispetto al 2012). I tagli alle spese scolastiche hanno visto un aumento della dispersione scolastica (in Romania è scesa del 9,4% dal 2010 al 2014). In Romania è anche altissimo (40,4%) il numero dei working poor. Negli altri 6 Paesi è invece aumentato il numero di famiglie quasi totalmente prive di lavoro: erano il 12,3% nel 2012 e sono diventate il 13,5% nel 2013.

 

In Italia Caritas raddoppia iniziative anticrisi. In Italia dal 2010 ad oggi le Caritas diocesane sono state costrette a raddoppiare (+99%) le iniziative contro la crisi. Più 70% gli empori della solidarietà che distribuiscono cibo gratuitamente in 109 diocesi e più 77,7% i progetti sperimentali per contrastare la crisi (da 121 a 215 nel 2013). Caritas ha attive 1.148 iniziative anticrisi: 139 sportelli diocesani di consulenza al lavoro e servizi informativi sul disagio abitativo in 68 diocesi (+77,7%). Nel corso del 2013 Caritas italiana ha attivato un “fondo straordinario anticrisi” per sostenere le Caritas diocesane. Da giugno a dicembre 2013, il 76% delle Caritas diocesane ha presentato richiesta di rimborso per un importo pari a 5 milioni 650 mila euro. Prevalgono le spese per i contributi al reddito (il 39,6% dell’ammontare complessivo) e l’acquisto di beni di prima necessità (32%). Al Sud vengono chiesti più fondi di garanzia bancari per attività di microcredito, contributi al reddito e sostegno alle esigenze abitative. Al Nord, invece, le spese per i voucher lavoro. Sir 19

 

 

 

 

I Connazionali nel mondo sono 4.208.977

 

Quando si scrive d’italiani oltre frontiera non ci sono distinguo da fare. La cittadinanza fa titolo. E’ palese. Però, almeno in certe situazioni, politiche comprese, anche il loro numero può essere importante. I nostri dati sono recenti ed assai affidabili. Li abbiamo rilevati da una relazione dalla Fondazione Migrantes. Bene. I Connazionali nel mondo sono 4.208.977 (come anche da risultato AIRE). I maggiorenni, quindi con diritto di voto, sono 3.180.000.

 Questa fitta umanità è variamente distribuita nel mondo. Le Comunità più numerose si trovano nel Vecchio Continente. Al primo posto, la Germania con 639.283 italiani, segue la Svizzera con 546.613 Connazionali, poi la Francia con 366.170 conterranei. Il resto è sparso in tutto il globo. Il numero maggiore d’italiani nel Nuovo Mondo è in Argentina con una concentrazione di 664.387 Connazionali.

 Col tempo, le regioni italiane più interessate al fenomeno migratorio (dal 1920 in avanti) sono state la Sicilia, la Campania, la Lombardia e il Veneto. Un esame più approfondito ha rilevato che gli espatriati, italiani per nascita, rappresentano il 38,3% del totale; solo il 7,7% è cittadino italiano per altri motivi.

 Andiamo, ora, a verificare l’andamento percentuale in occasione delle ultime elezioni politiche. Sempre per posta. Secondo il Ministero dell’Interno, le schede elettorali restituite sono state 1.088.000 che, a conti fatti, corrispondono al 32% del potenziale nucleo elettorale dall’estero. Se si considera che in Patria la percentuale dei votanti è stata del 78%, si può evidenziare, con evidenza, l’inadeguato interesse che i Connazionali nel mondo hanno evidenziato nella loro manifestazione di voto.

 Mettiamoci pure i contrattempi, i disguidi e tutto quello che ne può seguire; resta che la percentuale dei votanti è rimasta, come per il passato, patologica. A questo punto, crediamo che, anche cambiando il meccanismo di voto politico e referendario, direttamente dai Paesi ospiti, il risultato finale non cambierebbe.

 Per dare “forza” ai numeri elettorali, sempre a parer nostro, si dovrebbe cancellare la Circoscrizione Estero ed estendere il voto degli italiani, ovunque residenti, alle Circoscrizioni italiane di pertinenza; con consenso elettronico. Ovviamente, ciò andrebbe a modificare anche il sistema di voto in generale.

 Benissimo. C’è da sollecitare il Parlamento, a proporre, senza cedevoli indugi, la Legge Elettorale che aggiorni i meccanismi di delega che, tanto per far mente locale, avevamo chiamato “universali”. Noi faremo la nostra parte. Anche perché l’Italianità non ha nulla da spartire con la residenza dei Connazionali fuori del territorio nazionale. Non siamo soli ad averlo inteso e i riscontri non mancheranno. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Immigrazione, la Commissione Ue rafforza l'assistenza all'Italia

 

Il commissario europeo Avramopoulos: "Pronti ad aumentare le risorse per Triton": stanziati 13.7 milioni dal fondo per l'Asilo

 

Bruxelles - Un intervento della Ue per aiutare l'Italia di fronte all'emergenza immigrazione. Lo ha dichiarato il commissario europeo per Migrazione, Affari Interni e Cittadinanza Dimitris Avramopoulos, annunciando che l'operazione Triton sarà estesa almeno fino a fine 2015. "La Commissione Ue rafforza la sua assistenza all'Italia per l'immigrazione" , ha detto il commissario Ue aggiungendo che "l'esecutivo Ue è pronto a reagire rapidamente a qualsiasi richiesta dell'Italia di aumentare le risorse per Triton". Sono stati stanziati 13.7 milioni dal fondo per l'Asilo. "Il messaggio che inviamo oggi è molto semplice: l'Italia non è sola. L'Europa è al fianco dell'Italia", ha proseguito il commissario Ue, che ha annunciato che "Europol lancerà ufficialmente un centro di intelligence marittimo per meglio rintracciare e identificare le reti" di trafficanti di esseri umani che operano nel Mediterraneo.

 

"La dura realtà che dobbiamo affrontare oggi è questa: l'Europa deve gestire meglio il fenomeno della migrazione, sotto tutti i suoi aspetti. È prima di tutto un imperativo umanitario. Non possiamo sostituirci all'Italia nella gestione delle sue frontiere esterne ma possiamo darle una mano - ha aggiunto Avramopoulos -. Proprio per questo abbiamo deciso di prorogare l'operazione Triton e di aumentarne le risorse, se è questo quello di cui l'Italia ha bisogno. Allo stesso tempo però non stiamo costruendo una 'fortezza Europa'".

 

Rispetto all'allarme sulla possibile presenza di jihadisti sui barconi dei migranti, Avramopoulos ha dichiarato: "Non so e non entro nel merito

di quello che fanno. Non abbiamo informazioni che ce lo indicano. Posso solo dire che l'Unione europea non sarà intimidita". Il commissario europeo ha anche lodato il comportamento della guardia costiera italiana: "Ufficiali italiani sono stati minacciati con le armi la settimana scorsa, sono orribili esempi della mancanza di scrupoli dei trafficanti. Non possiamo chiudere gli occhi e andare avanti come se fosse 'businnes as usual'", ha aggiunto Avramopoulos, elogiando "fortemente gli ufficiali della Guardia costiera italiana e quelli degli altri stati membri coinvolti nell'operazione Triton".

 

Sulla questione è intervenuto anche il primo vicepresidente della Commissione Ue, Frans Timmermans, che ha detto: "Abbiamo sentito l'appello dell'Italia e stiamo rispondendo in tutti i modi che possiamo", così il primo vicepresidente della Commissione Ue Frans Timmermans in una nota. "Siamo pronti a rispondere in modo costruttivo se l'Italia identifica la necessità di rafforzare le risorse per l'operazione Triton", aggiunge. Parlando della difficile situazione internazionale, Timmermans ha aggiunto: "Fino a quando ci sono guerre e crisi nel nostro vicinato, le persone continueranno a rischiare la loro vita in cerca di coste europee. Non c'è una soluzione semplice per questo problema complesso, ma è chiaro che non c'è una soluzione nazionale. C'è solo una soluzione europea".

 

Contemporaneamente al rafforzamento dell'operazione Tritons, verranno fatti sforzi per smantellare reti traffico migranti.  "Contestualmente al nostro lavoro per far fronte alla drammatica situazione in Libia, abbiamo deciso di intensificare il nostro partenariato con i paesi terzi lungo le principali rotte della migrazione nell'ambito della nostra cooperazione nei processi di Khartoum e Rabat. Ciò dovrebbe contribuire a smantellare le reti criminali di trafficanti e passatori, offrendo il massimo livello di protezione a coloro che ne hanno bisogno, a partire dalle regioni in crisi del vicinato", ha detto Federica Mogherini, Alta rappresentante dell'Unione europea per gli Affari esteri e la politica di sicurezza.

 

Positivo il commento del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni: "E' un primo passo in risposta alle sollecitazioni del Governo italiano: confidiamo che al Vertice dei Commissari del 4 marzo" sull'Agenda per la Migrazione, siano "definite ulteriori azioni" "per far fronte all'urgenza della sfida". "Confidiamo - ha aggiunto Gentiloni - che al Vertice dei Commissari del 4 marzo che si occuperà dell'Agenda per la Migrazione, verranno definite ulteriori azioni da intraprendere per far fronte all'urgenza di questa sfida". "L'Italia - ha aggiunto il ministro - conferma la sua piena disponibilità ad apportare il proprio contributo e a mettere a fattore comune tutta la propria esperienza in campo migratorio per una risposta europea sempre più efficace". LR 19

 

 

 

 

Una ricerca fa luce sulla situazione dei nuovi immigrati in Germani provenienti dall'Italia e dalla Spagna

 

778 italiani e spagnoli forniscono informazioni sulle motivazioni che li hanno spinti a emigrare, sulla loro situazione lavorativa e i loro problemi in una ricerca commissionata dal Bundesamt für Migration und Flüchtlinge. Il quadro generale delineato dai risultati è ambivalente. Il trasferimento in Germania costituisce per molti un'opportunità, eppure presenta anche delle asperità.

„Mi piace la Spagna, ma tutte le riforme – del mercato del lavoro, riguardo l'aborto- sono misure che non vorrei mai vedere implementate nel Paese in cui vivo” così risponde Ana (27) alla domanda quando le chiediamo perché abbia deciso di trasferirsi in Germania. E non è la sola. Il numero di spagnoli e italiani che negli ultimi anni arrivano copiosi in Germania continua a salire. Queste persone cercano una prospettiva per il loro futuro, un posto di lavoro a condizioni il più possibile eque.

 

Tavola 1: Cause dell'immigrazione di spagnoli ed italiani.

Questo è quanto ha potuto constatare Minor in un sondaggio svolto fra 778 spagnoli ed italiani che si sono trasferiti in Germania (principalmente a Berlino) a partire dal 2008. Su commissione del Bundesamt für Migration und Flüchtlinge, vengono prima analizzate in maniera esaustiva le condizioni di vita di questa nuova generazione di immigrati. La gran parte di loro è giovane e ben qualificata.

 

Tavola 2: Distribuzione degli italiani per età e genere

In aggiunta al sondaggio quantitativo, Minor ha condotto una serie di interviste qualitative e gruppi di discussione. All'interno di una di queste discussioni una giovane ragazza spagnola spiega quale è la sua percezione di sé come immigrata: „Si tratta di una vera e propria fuga di cervelli. Un tempo c'erano i Gastarbeiter in Germania. Ma non erano ben qualificati. Noi siamo la generazione successiva ma siamo ben qualificati, molti hanno esperienza professionale e la maggior parte sono delle menti valide.“

La percentuale di laureati nel campione di italiani e spagnoli è molto alta ed in molti casi la loro formazione corrisponde perfettamente alla domanda del mercato del lavoro tedesco.

 

Tavola 3: Distribuzione degli spagnoli e italiani per grado di formazione.

Solo una minoranza del campione parlava tedesco all'arrivo. I nuovi immigrati sono coscienti del fatto che il tedesco giochi un ruolo cruciale soprattuto nella ricerca di lavoro. Alicia (33), che vive a Berlino già da tre anni, spiega: “La lingua è il maggior ostacolo nella ricerca di lavoro. Senza sapere il tedesco è molto difficile. Magari può andare per fare la cameriera o per un lavoretto, ma non appena vuoi un lavoro vero, devi saper il tedesco e anche bene. Lo devi anche a te stesso, perché ha anche un grande risvolto psicologico. Pensi che le persone ridano di te e questo affossa il morale.”

 

Tavola 4 Distribuzione degli italiani per indirizzo di studio.

Tutti i partecipanti al sondaggio che hanno dichiarato di avere conseguito un titolo universitario o che sono attualmente studenti universitari. Barriere linguistiche, la mancanza di reti sociali, uno spietato mercato edilizio – il processo d'integrazione non è affatto semplice per questo gruppo di migranti altamente istruiti. In particolare le donne sia italiane che spagnole sono svantaggiate nella ricerca di lavoro. Molte di loro sono costrette ad accettare occupazioni ben al di sotto delle loro qualifiche. Inoltre sono retribuite meno dei loro corrispettivi maschili.

 

Tavola 5: Sfide durante la permanenza in Germania.

Molti dei migranti vedono nella permanenza in Germania un'opportunità. La loro situazione è migliorata rispetto a quella nel loro Paese d'origine. La trentunenne infermiera Paula ha sentimenti ambivalenti: „Non mi sento valorizzata perché non posso svolgere il lavoro per cui ho studiato. Lavoro come ausiliaria, ma ne vale la pena: in Spagna preparavo hamburger.”  Affinché i nuovi immigrati possano cominciare col piede giusto in Germania e riescano a costruirsi una vita stabile e trovare un lavoro che corrisponda alle loro qualifiche, sono necessarie informazioni guida affidabili e spesso una consulenza personalizzata.

Molti dei nuovi immigrati si informano su blog o gruppi facebook, ogni qualvolta hanno delle domande riguardo alla loro permanenza in Germania. Su queste piattaforme ottengono spesso consigli in modo veloce ed effettivo. Eppure questa ricerca d'aiuto virtuale non sempre è sufficiente, ritiene il trentunenne Stefano: „Penso che una consulenza personale in una istituzione preposta alle consulenze sia importante. Perché in internet se chiedi a cinque persone, ottieni cinque riposte diverse.“ Del campione di italiani e spagnoli solo una piccola percentuale approfitta dell'offerta di consulenze. In parte questo può essere dovuto al fatto che non ne vedono la necessità oppure perché non ne conoscono l'esistenza. Oppure non sono disponibili appuntamenti con breve preavviso. Come ha rilevato la consultazione delle istituzioni che forniscono consulenza e che forniscono da interlocutori per gli italiani e gli spagnoli, la domanda di appuntamenti è talmente cresciuta negli ultimi anni che l'offerta disponibile non riesce più a soddisfarla.

In una discussione di gruppo è emerso che due delle partecipanti offrono consulenza in via informale a fronte di un piccolo compenso, tali e tante sono le richieste di aiuto che incontrano su internet. Elisa (30), che ha studiato linguistica in Italia e sta attualmente svolgendo un Referendariat per l'italiano e il tedesco a Berlino, riferisce: „Le persone di cui mi sono occupata avevano problemi ad esempio quando si erano trasferite con i figli e non sapevano come iscriverli a scuola, oppure c'erano delle difficoltà con l'assicurazione sanitaria o con la scuola di lingue. Le scuole di lingua sono spesso un problema, perché la gente non ha i soldi per pagarle.“

Eppure anche queste due giovani donne ritengono che il loro improvvisarsi consulenti non possa essere che una soluzione emergenziale. In verità è necessario un aiuto professionale. E col poco denaro che le persone possono offrire loro come compenso non è possibile finanziare una vera e propria attività di consulenza. I centri di consulenza per migranti devono fare affidamento su finanziamenti pubblici. Maddalena, l'atra partecipante che ha offerto supporto a immigrati italiani appena arrivati, si augura “che simili istituzioni vengano sovvenzionate dall'ambasciata italiana e dal governo tedesco.”

E dove vedono il loro futuro gli italiani e gli spagnoli che si sono trasferiti in Germania? Roberto (47) preferirebbe tornare in Italia. Tuttavia ha poca speranza di poter trovare un buon posto di lavoro lì. Per questo preferisce provare a stabilirsi a Berlino: „Se trovo lavoro, resto volentieri a Berlino. D'altra parte so anche che i progetti che faccio qui sono contrassegnati da un punto interrogativo. Ho sempre bisogno di un piano B. “ Anche la trentaduenne Alessandra, di Roma, non è sicura di dove sarà fra due anni: „Non so ancora che farò. Mi piacerebbe restare qui. Però penso sempre ai miei genitori. Certo non ringiovaniscono.“

Sei mesi dopo il primo questionario, Minor li ha contattati ancora una volta. E' avvincente vedere come sia mutata nel frattempo la loro situazione.

Contesto: Dallo scoppio della crisi dell'Euro nel 2008 si è verificato un netto aumento dell'immigrazione dai membri storici dell'Unione Europea verso la Germania. Questo è valido in particolare per la migrazione da quei Paesi fortemente colpiti dalla crisi economica. Finora si hanno poche informazioni fondate scientificamente riguardo a questo nuovo fenomeno. Per questa ragione, nel marzo del 2014, il BAMF ha commissionato la “Analisi a lungo termine dei nuovi movimenti migratori a scopo lavorativo”. Nell'ambito di questa ricerca Minor fa luce in maniera esemplare sulla situazione degli spagnoli e degli italiani che sono venuti in Germania dopo il 2008.

Ulteriori informazioni sull'analisi a lungo termine della nuova immigrazione lavorativa su: http://www.minor-kontor.de/forschung.  (de.it.press)

 

 

 

 

Grecia e crisi ucraina. La Cancelliera pivot nelle partite europee

 

“Temo di meno la potenza della Germania che non la sua inazione”. Così disse Radek Sikorski nel novembre del 2011 e l’affermazione fece scalpore, venendo dall’allora ministro degli esteri di quella Polonia che dell’“azione” del vicino tedesco ha conosciuto molti effetti nel corso della sua travagliata storia. E adesso?

 

Adesso due complessi processi negoziali, dai quali dipenderà molto dell’ordine europeo dei prossimi anni, sono in corso e resteranno di fatto aperti per un po’, al di là dei ricorrenti annunci di successo o di fallimento che i nostri mezzi di comunicazione sono ansiosi di darci ogni giorno. Orbene, in entrambi ricopre un ruolo centrale una Cancelliera tedesca che fino a ieri validamente contendeva al presidente statunitense il titolo di “leader riluttante”.

 

La posizione di Angela Merkel sarà centrale, ma non è facile. Per la portata intrinseca delle due crisi parallele, innanzitutto. In un mondo al contempo economicamente globalizzato e strategicamente frantumato è in questione la collocazione geopolitica dell’Unione europea (Ue) con i suoi confini e le sue zone-cuscinetto: oggi rispetto alla Russia, domani rispetto ad altri vicini non meno sgradevoli.

 

Integrazione Ue e alleanza con Usa

È in questione il processo di integrazione europea nel cuore stesso della zona euro, con un rischio di sfaldamento esteso al tutto, compresi i comuni valori fondanti, contestati all'interno da sciovinisti, xenofobi e populisti e all'esterno dallo zar moscovita che non a caso li sostiene.

 

Ed è in questione anche il rapporto di alleanza con gli Stati Uniti a fronte della più grossa sfida dalla fine della Guerra Fredda, sfida che si tenta di vincere con gli strumenti della cosiddetta “sicurezza ibrida”: economici,finanziari, informatici e di immagine anziché militari.

 

I due processi negoziali non son certo lì per risolvere tutte queste questioni, ma sono indicativi del percorso che si intende seguire per affrontarle. Percorso arduo, lungo il quale sappiamo in partenza che i successi saranno ambigui e insufficienti, mentre gli insuccessi rischiano di esser gravi e forse irreversibili.

 

Asse Partenone-Cremlino?

Contribuisce alle difficoltà dei negoziati la natura delle controparti, entrambe ostiche ancorché molto diversamente. Da un parte Vladimir Putin, un ex-Kgb incline alla menzogna e alla manipolazione dei fatti, e tuttavia oggetto di grande consenso nazionalista interno pur nella prospettiva di un drammatico impoverimento conseguente all'effetto combinato delle sanzioni economiche e del crollo dei prezzi del petrolio.

 

Dall'altra Alexis Tsipras, un ex-radical chic incline al populismo e al sinistrismo,che gode anch'egli di appoggi interni di tipo nazionalista, ma accompagnati, questi, dal desiderio di uscire da un drammatico impoverimento seguito alla lunga fase di vita vissuta al di sopra dei propri mezzi.

 

In base al principio che gli opposti si incontrano, entrambi hanno sventolato la possibilità di aiutarsi a vicenda, l’uno offrendo l’aiuto delle sue casse pur in via di svuotamento e l’altro cercando di indebolire l’arma delle sanzioni, l’unica di cui si può avvalere un’Europa saggiamente non bellicosa. L’ipotesi di un asse fra il Partenone e il Cremlino non è molto credibile, ma aiuta a vedere che il legame fra i due processi negoziali va oltre la contemporaneità.

 

Poi ci sono i compagni di viaggio. Giustamente Merkel, pur tenendo la crisi dell’Ucraina nell'ambito europeo, è volata a Washington, dove Barack Obama, finora provvidenzialmente incline alla cautela (dopo i disastri ereditati dall'aggressività del suo predecessore), è diviso fra la convinzione diffusa oltre-Atlantico che agitare la minaccia delle armi aiuta sempre la diplomazia e il ragionevole sospetto che almeno con Putin potrebbe non essere così.

 

Obama è però premuto da un Congresso dominato da repubblicani dal grilletto facile e poco inclini ad apprezzare il fatto che le sanzioni economiche contro la Russia costano agli europei più di quanto costerebbe loro inviare carichi d’armi a Kiev - letali o non che fossero.

 

Nella crisi con la Grecia, peraltro, il sostegno del Presidente Usa va alla flessibilità e alla crescita, quindi cade paradossalmente più dalla parte dei sostenitori di Tsipras, tradizionalmente anti-americani di sinistra o di destra, che da quella del rigido ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schoeuble, pur di antica fede atlantica. Ma nell’uno come nell’altro contesto le preferenze degli Stati Uniti non sembrano poter essere decisive.

 

Partita europea

La partita si gioca prevalentemente in Europa, dove il composito schieramento dei partner dell'Ue vede variamente divisi falchi e colombe, “flessibilisti” e “rigidisti” a seconda del processo negoziale considerato. La presenza del Presidente francese di spalla alla Cancelliera tedesca attorno ai bianchi tavoli di Kiev, Mosca e Minsk, e la distanza da essi del Primo Ministro britannico simboleggiano ad un tempo i pesi rispettivi e la disponibilità ad operare congiuntamente.

 

Così come l’assenza dei vertici dell'Ue (ma non l’Alto Rappresentante Mogherini che non è al livello dei capi di governo) simboleggia il prevalere dell’approccio intergovernativo su quello integrato. Le istituzioni comuni sono tuttavia la sede dell’altro processo negoziale, quello dell’area euro, dove tutti i partecipanti sono uguali in teoria, ma uno, per dirla con Orwell, è più uguale degli altri. La vera differenza sta nella presenza, qui, di un attore indipendente e a vocazione federale come la Banca centrale europea.

 

In verità, il nodo più difficile da sciogliere nello scenario di una Germania che esce dall'inazione sta forse proprio nella Repubblica federale stessa. Il ruolo centrale della Merkel discende meno dall'ambizione del personaggio e più dalla centralità - geopolitica nell'Eurasia e geoeconomica nell'Ue - riacquistata dallo stato tedesco, anche grazie a gentile concessione della Francia e della Gran Bretagna, avare di integrazione europea per miope fierezza nazionale.

 

Il problema è che la centralità stenta a prendere i connotati della leadership nell'operare della dirigenze tedesca, cioè lungimiranza e strategia. Per spiegarci, gli Stati Uniti hanno assunto la guida dell’Occidente nella seconda metà del secolo scorso non solo vincendo la guerra, ma anche lanciando il Piano Marshall.

 

La partita dell’Ucraina non si gioca solo nella guerra negoziale con Putin, ma nella capacità di far sorgere in quel paese uno stato e un’economia efficienti, per il che, calcola il finanziere Soros, ci vorrà almeno il decuplo delle risorse al momento contemplate.

 

E la partita della Grecia non si vince solo brandendo l'icona tedesca del bilancio virtuoso, che altrove, in assenza del forte avanzo commerciale, rischia di portare all'asfissia economica. Occorre alimentare con risorse un programma di uscita comune dalla recessione. Ma dai contabili che circondano la "leader riluttante" ci si può aspettare un Piano Marshall foss'anche in formato supermini?

Cesare Merlini, Presidente del Comitato dei Garanti dello IAI. AffInt 17

 

 

 

 

Merkel agli ebrei: “Restate qui”. Polemica dopo l’invito di Netanyahu a tornare in Israele

 

Berlino  - Angela Merkel è “felice e grata” che ci sia di nuovo una comunità ebraica in Germania. E la cancelliera tedesca ha sottolineato ieri che il governo tedesco “farà di tutto” per garantire la sicurezza degli ebrei nel Paese. “Vogliamo continuare a lavorare bene con tutti gli ebrei che vivono oggi in Germania”, ha concluso.  

 

Il motivo lo ha ricordato il suo portavoce, Steffen Seibert: dopo l’Olocausto, “non era affatto scontato che 100mila ebrei tornassero a vivere qui”. Un “regalo”, dal punto di vista storico, che la Germania non vuole vanificare. Soprattutto, un dono che Merkel non vuole sia rovinato dalle recenti iniziative del premier israeliano Netanyahu, che dopo gli attentati di Parigi e Kopenhagen ha invitato gli ebrei in Europa ad andare in Israele. 

 

Oggi anche il capo della comunità ebraica tedesca ha difeso la posizione del governo tedesco. Josef Schuster ha sostenuto che “si può vivere in Germania da ebrei: non c’è nessuno motivo per andarsene”. Il presupposto “è che le istituzioni ebraiche siano protette a sufficienza. Ma ho fiducia nel governo e nelle forze dell’ordine”. Soprattutto, l’eventuale paura degli attentati jihadisti non dovrebbe essere mai motivo per fuggire in Israele. Vorrebbe dire, ha concluso Schuster, intervistato dalla Berliner Zeitung, “che i terroristi avrebbero già vinto”.  TONIA MASTROBUONI LS 17

 

 

 

Rapporti italo-tedeschi. Il 12 marzo il ministro della giustizia Orlando a Francoforte

 

Con l’intento di rafforzare l’interazione italo-tedesca, la Camera di Commercio Italiana per la Germania (ITKAM) organizza una serie di eventi intitolati “ITKAM COLLOQUIA”, rivolti in primis alla Business Community dei due Paesi.

Il primo colloquio del 2015, organizzato in collaborazione con il Centro Italo-Tedesco per l’Eccellenza Europea Villa Vigoni, la Frankfurt School of Finance and Management e lo studio internazionale Watson, Farley & Williams, verterà sul tema della “Riforma della Giustizia in Italia e le sue conseguenze nei rapporti economici tra Italia e Germania”. Key speaker dell’evento sarà l’On. Andrea Orlando Ministro della Giustizia.

Interverranno inoltre: S.E. Pietro Benassi, Ambasciatore d’Italia presso la Repubblica Federale di Germania; Dr. Christoph Schalast, Professore di Mergers & Acquisitions, di diritto dell’economia e diritto europeo presso la Frankfurt School of Finance and Management ; Avv. Francesco Di Majo, Counsel, Studio Legale Associato a Watson Farley & Williams.

Modererà l’incontro il Dr. Emanuele Gatti, Presidente di ITKAM (Camera di Commercio Italiana per la Germania). Alla fine della presentazione seguirà un dibattito e un piccolo rinfresco.

Il colloquio si terrà in data  giovedì 12 marzo 2015 alle ore 10:00 presso la Frankfurt School of Finance and Management Sonnemannstraße 9-11 (Sala 20), D-60314 Frankfurt am Main. La fine dei lavori è prevista per le ore 12:00. dip

 

 

 

 

Grande concerto di Morricone a Berlino

 

Berlino - “È una bella gara di longevità, quella tra Ennio Morricone e la sua musica. L’11 febbraio 2014, in occasione della consegna del premio cinematografico europeo per la migliore musica da film, il “Maestro” aveva diretto uno splendido concerto a Berlino; un paio di giorni dopo, a Zurigo, era inciampato sul palco scendendo dal podio alla fine del concerto, esacerbando i problemi alla schiena che hanno poi indotto i medici ad imporgli l’abbandono dell’attività concertistica fino alla fine del 2014. 

Ma a un anno esatto di distanza, il 10 febbraio 2015, rieccolo sul palco dell’O2 World, nella capitale tedesca, quasi a riprendere il filo di un discorso interrotto controvoglia”. A scrivere è Andrea Rizzi che firma questo articolo pubblicato da “Melty.it” e rilanciato da “Il Mitte”, quotidiano online diretto a Berlino da Valerio Bassan.

“Un discorso, quello del suo tour “My life in music”, condiviso anche stavolta con 8.000 persone di ogni età, nazionalità ed estrazione sociale, accorse per vederlo dirigere l’orchestra sinfonica nazionale ceca, il coro ungherese Kodaly e la soprano Susanna Rigacci (in totale circa 170 elementi) nell’esecuzione delle sue più famose colonne sonore. Anche quelle degli spaghetti western, tanto amati dai tedeschi quanto ormai indigesti al compositore toscano, che non manca mai di rimarcare come solo l’8% della sua produzione artistica sia legata a film western. “Ma tutti mi chiedono sempre solo di Sergio Leone”.

La musica di Morricone, del resto, va molto al di là di Clint Eastwood e Terence Hill: i pezzi con cui ha iniziato e concluso il concerto tra applausi scroscianti, tratti da pellicole tutt’altro che western “C’era una volta in America” e “The Mission”, ne sono la testimonianza più evidente. Morricone è stato un precursore, un avanguardista, come il suo mentore Goffredo Petrassi. Gli è sempre piaciuto – per sua stessa ammissione – sperimentare con le melodie delle sue colonne sonore, inserendo giochi armonici e virtuosismi anche all’insaputa del pubblico e dei registi stessi.

È stato il primo a combinare arrangiamenti classici con strumenti elettronici da una parte (“C’era una volta nel west”, 1968) e a forte connotazione locale dall’altra (lo scacciapensieri de “Il clan dei siciliani”, 1969); e forse l’unico, grazie anche al sodalizio con registi che ne hanno capito la grandezza, a comporre colonne sonore indipendenti dalle immagini che accompagnavano. O meglio, che venivano prima del film, e spettava poi al regista adattarvi le scene girate. Tanto che Quentin Tarantino, per Django Unchained, si è preso la libertà di utilizzare un suo pezzo interpretato da Elisa, “Ancora qui”, contro la volontà del “Maestro”. Che non l’ha presa bene: “Tarantino sceglie le musiche senza coerenza e io, con uno così, non ci faccio nulla”.

Nel concerto di Berlino, come detto, non sono mancati i superclassici, da “C’era una volta il west” a “Il buono, il brutto, il cattivo”, passando per “Nuovo cinema paradiso” e “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, ma c’è stato spazio anche per colonne sonore meno note, soprattutto al pubblico tedesco, come “Maddalena” e “Metti, una sera a cena”. Gli archi, ovviamente, assoluti protagonisti, ma anche corni, trombe, clarinetti e l’oboe sublimato nelle note di “The Mission”, così come l’arpa, lo xilofono, la batteria, le altre percussioni e il pianoforte, incantevole evocatore dei sogni di un bambino e del suo cinema Paradiso.

Alla fine del concerto, poi, una gradita sorpresa, con il “Maestro” omaggiato come miglior compositore del secolo dalla fondazione “Cinema for peace”, premio consegnatogli da un’emozionata Nastassja Kinski e dal nipote di Nelson Mandela, Kweku. Ennesimo riconoscimento di una splendida carriera che, a 86 anni, Ennio Morricone non ne vuole sapere di chiudere. Ma anche se un giorno – speriamo lontano – la natura se lo porterà via, le sue melodie, alla fine, vinceranno quella gara di longevità. E continueranno a vivere per sempre”.

(aise 16)

 

 

 

A Wolfsburg “Il ruolo della scuola per raggiungere un’identità europea”

 

Vi hanno preso parte l’ambasciatore in Germania Benassi, il deputato Pd Porta ,autorità tedesche, il presidente Comites di Wolfsburg Brullo

 

WOLFSBURG – “Il ruolo della scuola per raggiungere un’identità europea”, questo iltema della tavola rotonda che si è svolta a  Wolfsburg, in  Germania. Alla tavola rotonda - organizzata dalla scuola bilingue “Leonardo da Vinci” – hanno  partecipato l’ambasciatore d’Italia a Berlino  Pietro Benassi, il presidente del Comites di Wolfsburg Paolo Brullo, il deputato federale tedesco Barchmann, la deputata regionale tedesca Glosemeyer, l’assessore all’istruzione di Wolfsburg Bothe, e il deputato del Pd Fabio Porta, eletto nella circoscrizione Estero-rip. America Meridionale. L’on. Porta è presidente alla Camera del Comitato permanente sugli italiani nel mondo e la promozione del Sistema Paese.

“Wolfsburg – ha esordito l’on. Porta –  è un luogo simbolo dell’industria e del lavoro operaio in Europa.  Sono molto orgoglioso di poter dire che a questa realtà di progresso e di successo non solo in ambito tedesco ma anche europeo abbia contribuito in modo prevalente il lavoro degli italiani, fin dalla fondazione della fabbrica Wolkswagen nella città”.

“Non è un caso – ha aggiunto il parlamentare del Pd – che proprio in una realtà come questa sia nata una scuola bilingue seria, riconosciuta e frequentata come questa e che l’insegnamento che nella scuola si offre sia ancorato al ‘quadro comune europeo per le lingue’ che ruota intorno al plurilinguismo permanente”.

“Si tratta di vedere – ha concluso Porta – come a fronte delle difficoltà di ordine finanziario si possa comunque salvaguardare questo prezioso riferimento e questo attivo laboratorio di formazione europea, oggi ancora più necessario a fronte della ripresa dei nuovi flussi migratori dal nostro Paese verso la Germania”.

 (Inform 18)

 

 

 

 

Alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorni

 

* fino al 3 marzo, c/o Gasteig (Rosenheimerstr. 5, München)

Mostra fotografica "Überleben - Weiterleben. Europäische Flüchtlingspolitik zwischen Aufnahme und Abwehr" di Marcello Carrozzo (fotogiornalista)

Ingresso libero. Organizzatori: REFUGIO München, in collaborazione con Istituto Italiano di Cultura e Forum Italia e.V.

 

* fino al 27 marzo, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) Mostra fotografica "Lagunalonga" Sulla laguna di Venezia

Ingresso libero. Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura, Forum Italia e.V., Venti di Cultura e Lagunalonga Srl

 

* fino al 7 giugno 2015, c/o Staatliche Antikensammlungen (Königsplatz 1, München) Mostra archeologica "Die Griechen in Italien"

Organizza: Staatliche Antikensammlungen

 

martedì 24 febbraio, ore 19:30, c/o Stadtbücherei Garching (Bürgerplatz 11, Garching) "Ein Tag in Bozen - Un giorno a Bolzano". La scrittrice Ada Zapperi Zucker (www.zapperi-zucker.de) presenta il suo nuovo libro

Ingresso libero (ritirare il biglietto gratuito alla Stadtbücherei Garching)

Organizza: Stadtbücherei Garching

 

* mercoledì 25 febbraio, ore 19:30, c/o Kino Breitwand Starnberg (Wittelsbacherstr.10, Starnberg, www.breitwand.com) nell'ambito della rassegna "il Cinema Italiano introdotto e commentato da Ambra Sorrentino"

Film: "Le Meraviglie" (Regia: Alice Rohrwacher, Italia/Germania/Svizzera 2014)

 

* venerdì 27 febbraio, ore 18:00-20:00, c/o Studio Italiano (Franz-Joseph-Str. 48, München) "ROM - die ewige Stadt" passeggiata attraverso il rione romano Monti con Corrado Conforti. Ingresso: € 12,- (con aperitivo). Organizza: Studio Italiano

 

* venerdì 27 febbraio, ore 19:00, c/o Galerie artoxin (Kirchenstr. 23, München)

Inaugurazione della mostra "Evoluzione Capitale dei Sogni" Pittura, disegni e fotografie di Francesco Falciani. La mostra resterà aperta fino al 28 marzo (mercoledì 16:00-21:00 - giovedì e venerdì: 12:00-19:00 - sabato: 12:00-16:00)

Organizza: Galerie artoxin

 

* sabato 28 febbraio, ore 17:00, c/o Caffè DaMe (Kohlstr. 11, München)

"Parliamo e leggiamo in italiano e tedesco"

Organizza: Libreria Farfalla in collaborazione con Caffè DaMe

 

* sabato 28 febbraio, ore 19:30, c/o Gasteig, Black Box (Rosenheimerstr. 5, München) Teatro: "Sogno di una notte di mezza sbornia" opera in 3 atti di Eduardo De Filippo, presentata da Quelli che il teatro. Ingresso: € 15,-

 

* domenica 1 marzo, ore 17:30, c/o Filmmuseum im Stadtmuseum (St. Jakobs-Platz 1, München) per la rassegna "Vergessen kann man das nie. Das ist unmöglich" Film: "Der Mühldorfer Todeszug - Begegnungen gegen das Vergessen". Al Termine del film seguirà un dibattito con le studentesse Beatrice Sonhüter, Lisa Brandl, Sophia Weikel e l'insegnante Heinrich Mayer del Franz-Marc-Gymnasiums Markt Schwaben

"Mit dem Vorrücken der alliierten Truppen werden im April 1945 die letzten Überlebenden KZ-Häftlinge aus dem Dachauer Konzentrationslager und seinen Außenlagern von SS-Männern kreuz und quer durchs Land getrieben. Häftlinge aus dem Außenlagerkomplex Mühldorf pferchen sie in einen Zug mit Viehwaggons, der in Poing Halt macht. Unter den Häftlingen befindet sich der 14-jährige ungarische Jude Làszlo Schwartz. Da das Gerücht aufkommt, der Krieg sei zu Ende, versuchen mehrere Gefangene zu entkommen. Sie laufen zu den umliegenden Bauernhöfen. Wehrmachtssoldaten, SS-Leute und Zivilisten machen Jagd auf die Flüchtlinge, mehr als 50 werden erschossen, die übrigen zum Zug zurückgebracht. Schwartz, der sich heute Leslie nennt, wird verwundet von den Amerikanern befreit und hat seine Erlebnisse niedergeschrieben.

Durch ein Geschichtsprojekt des Franz-Marc-Gymnasiums Markt Schwaben kommt Schwartz in Kontakt mit Schülern und Lehrern. Gemeinsam machen sie sich an die Dokumentation einer Heimatgeschichte, die Täter, Opfer, Mitläufer und Helfer in den Blick nimmt und für die Zukunft gegen das Vergessen erinnert." Ingresso: € 4,- Organizza: KZ-Gedenkstätte Dachau, Max-Mannheimer-Studienzentrum, Filmmuseum München

 

* lunedì 2 marzo, ore 19:00, c/o Gasteig, Stadtbibliothek (Rosenheimerstr. 5, München) "Ein Morgen vor Lampedusa". Lettura scenica dal volume di Antonio Riccò, con musiche di Francesco Impastato. I testi sono letti da Konstanze Fischer, Theresa Martini, Martin Burkert, Simon Heinle e Christian Mancin della Theaterakademie August Everding/Hochschule für Musik und Theater München

Ingresso libero. Organizzatori: Kolibri - Interkulturelle Stiftung, in cooperazione con la Münchener Stadtbibliothek am Gasteig e la Petra-Kelly-Stiftung e il sostegno di Caritas München, Istituto Italiano di Cultura di Monaco, Forum Italia e.V., Theaterakademie August Everding / Hochschule für Musik und Theater München, Gewerkschaft Erziehung und Wissenschaft e Konturwerk Herbert Woyke

 

* mercoledì 4 marzo, ore 18:30, c/o Bayerischer Landtag, Saal 1 (Maximilianeum, München) "Integration ist (auch) Ländersache!"

Saluto: Arif Tasdelen, MdL, Integrations- und migrationspolitischer Sprecher der SPD-Fraktion im Bayerischen Landtag

Relazioni:

o Mitra Sharifi Neystanak, Vorsitzende der Arbeitsgemeinschaft der Ausländer-, Migranten- und Integrationsbeiräte Bayerns (AGABY)

o Dr. Dieter Molthagen, Herausgeber der Studie "Integration ist (auch) Ländersache! Schritte zur politischen Inklusion von Migrantinnen und Migranten in den Bundesländern", Friedrich-Ebert-Stiftung, Forum Berlin, 2015.

Per registrarsi scrivere a integration@bayernspd-landtag.de (entro il 27 febbraio)

Organizza: SPD Bayern - Landtagsfraktion

 

* venerdì 6 marzo, c/o INCA-CGIL (Häberlstr. 20, München - U3/U6 "Goetheplatz") "Serata insieme 2015" in occasione della Giornata Internazionale della Donna. Organizza: rinascita e.V.

 

* venerdì 6 marzo, ore 19:00, c/o Mohr-Villa Freimann Kulturzentrum (Situlistr. 75, München) Inaugurazione della mostra "Frauen zwischen allen Stuhlen"

con cinque artiste del "münchner frauenforum": Serena Granaroli, Traudl Pfeiffer, Christel Ploppa-Lechner, Liz Schinzler, Uta Schütze

La mostra resterà aperta fino al 29 marzo (lun-gio: 11:00-15:00 - ven: 11:00-15:00) Ingresso libero. Organizza: Mohr-Villa Freimann Kulturzentrum

 

* sabato 7 marzo, ore 17:00, c/o Scuola Italo Tedesca "Leonardo da Vinci" (Baierbrunner Str. 28, München) "La musica incontra i bambini"

Una intera giornata con la Music Learning Theory ®!

o Dalle 10 alle 12 (per genitori): incontro di presentazione dei corsi di Musica AIGAM (Associazione Italiana Gordon per l'Apprendimento Musicale) e seminario sul tema "musica e bambini: l'attitudine musicale del bambino a partire dall'età neonatale"

o Pomeriggio: Lezioni di Musica per Bambini:

* dalle 14:30 alle 15:10: Sviluppomusicalità® per bambini da 4 a 5 anni (senza genitori)

* dalle 15:30 alle 16.00: Musicainfasce® per bambini dagli 0 ai 36 mesi (con la presenza e la partecipazione di un genitore per bambino)

* dalle ore 16:15 alle ore 17:15: Alfabeto della Musica® e attività corale per bambini in età scolare (dai 6 anni in su, senza genitore)

Docente: Riccardo Nardozzi (Musicologo, Pedagogista Musicale, Formatore Aigam, Musicista)

www.bambini-musik.eu

* Info e iscrizioni: riccardo.nardozzi@gmail.com

I corsi di musica per bambini pomeridiani sono a numero chiuso!

All'atto dell'iscrizione specificare a quale/i evento/i si vuole partecipare e a quale/i corso/i pomeridiano/i iscrivere i propri bambini

Contributo a famiglia: € 5 

Organizza: BiDIBi (Bilingualer Deutsch-Italienischer Bildungsverein - Associazione culturale bilingue Italo-Tedesca), AIGAM (Associazione Italiana Gordon per l'Apprendimento Musicale)

 

* giovedì 12 marzo, ore 19:30, c/o Literatur Moths (Rumfordstr. 48, München)

"Die gefährlichste Frau Europas?" Friederike Hausmann legge dalla sua biografia di Maria Carolina di Napoli e Sicilia "Herrscherin im Paradies der Teufel"

Introduce: Dr. Maria Vicinanza. Musica: Adriano Coppola e Luciana Gandolfi

In lingua tedesca. Ingresso: € 10,- / 8,-. Organizza: Literatur Moths

 

* venerdì 13 marzo, ore 17:00, c/o Aula Magna SDI München (Baierbrunner Str. 28, München) "Alimentazione e sicurezza alimentare nella vita quotidiana: Expo 2015, un'occasione per riflettere". Con: Marco Trevisan, Professore ordinario di Chimica Agraria, Università Cattolica del Sacro Cuore - Piacenza

Gloria Luzzani, studente master of science "Agricultural and Food Economics", Università Cattolica del Sacro Cuore - Cremona

Coordinatori: Stephan Guggenbichler, Amsit; Hildegard Schulte-Umberg, SDI München; Patrizia Mazzadi, Scuola bilingue italo-tedesca Leonardo da Vinci Monaco; Miriam Bisagni, Piacecibosano Piacenza

"La tutela della salute dei consumatori si basa sulle relazioni tra agricoltura, alimentazione e ambiente. I consumatori percepiscono che i rischi della sicurezza alimentare siano riconducibili al metodo di produzione e considerano gli alimenti biologici come più sicuri degli alimenti tradizionali (ossia hanno la sensazione che gli alimenti biologici contengano meno contaminanti chimici sintetici).

Nonostante la crescente domanda di prodotti biologici, la loro qualità nutrizionale è dubbia. A confermare le indicazioni dell'Unione Europea secondo la quale scegliere questo tipo di alimenti fa bene all'ambiente ma non necessariamente alla salute, è l'American journal of Clinical Nutrition. Come spiega in una revisione sistematica di studi di qualità del 2010, non ci sono prove per sostenere una differenza di qualità tra i nutrienti biologici e alimentari convenzionali. L'appuntamento intende offrire un approfondimento sugli aspetti di sicurezza alimentare della produzione e del consumo alimentare di cibo biologico e ottenuto con diversi metodi di coltivazione." Ingresso libero.

Organizza: Caffexpo, in collaborazione con AMSIT (Associazione Medico-Scientifica Italo-Tedesca), Scuola bilingue italo-tedesca "Leonardo da Vinci", Istituto superiore per Interpreti e Traduttori - SDI München, Università Cattolica del Sacro Cuore - Piacenza

 

* venerdì 13 marzo, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura, aula 21 (Hermann-Schmid-Str. 8, München) "Incontri di letteratura spontanea". "Se hai una poesia, un piccolo racconto o anche un pensiero, un sogno o un'idea, che vuoi leggere o raccontare, vieni che sarai la/il benvenuta/o. Le testimonianze e le storie di tutti sono importanti e hanno dignità. Esprimersi, ascoltare e conoscersi fa comunque bene. Dopo tutti in pizzeria". Ingresso gratuito. Per informazioni: Giulio Bailetti, Tel/Fax 089-988491. Organizza: www.letteratura-spontanea.de

 

* venerdì 13 marzo, ore 19:30, c/o Kulturzentrum Trudering (Wasserburger Landstr. 32, München) "Donna ti voglio cantare" con il Trio Salato. Organizzano: Amici d'Italia e.V. Ratisbona e Valentina Fazio, in collaborazione con rinascita e.V.

 

* sabato 14 marzo, ore 14:00-16:00, c/o KZ-Gedenkstätte Dachau (Alte Römerstr. 75, Dachau) Visita a tema: "Frauen im KZ" con Emma Alborghetti (Referentin der KZ-Gedenkstätte Dachau). Punto d'incontro: Besucherzentrum der KZ-Gedenkstätte Dachau, al più tardi alle 13:45. Ingresso: € 4,-

Organizza: KZ-Gedenkstätte Dachau

 

* sabato 14 marzo, ore 19:00, c/o EineWeltHaus, Tanzraum (Schwanthalerstr. 80, München) "Serate di danze popolari italiane - italienische Volkstanzabende"

con il maestro Giorgio Zankl. Ingresso: € 5,- Organizza: rinascita e.V.

 

* domenica 15 marzo, ore 15:30, c/o Caritas Zentrum Innenstadt (Landwehrstr. 26, München) Cinema italiano per bambini: "La Gabbianella e il Gatto" (1999, 78 min). Un film di Enzo D'Alò. Ingresso libero. Si prega di riservare lucianna.filidoro@gmx.de. Organizzatrici: Lucianna Filidoro e Azzurra Meucci

 

 

 

 

 

Il Comites di Berlino premia due giovani eccellenze italiane

 

Berlino - “Gli italiani nel mondo sono molti. Secondo gli ultimi rapporti, sparsi per i 5 continenti ce ne sono più di 4 milioni che hanno deciso di emigrare in tempi recenti. In Germania la nostra comunità è la seconda più numerosa, dopo quella turca. Più di 700.000 persone hanno fatto della nazione di frau Merkel il luogo dove vivere e risiedere, per un periodo o per sempre. 

I Comites (i comitati degli italiani all’estero) rappresentano un punto di congiunzione fra vecchie e nuove generazioni di connazionali, ed in particolare quello di Berlino lo ha dimostrato quest’anno assegnando il premio “italiano dell’anno” a due giovani poco più che trentenni, che hanno realizzato nella capitale tedesca i loro sogni lavorativi ed esistenziali”. All’indomani della premiazione a Berlino “Il Mitte” – quotidiano online diretto da Valerio Bassan – pubblica il resoconto della serata all’IIC e una breve intervista i due premiati dal Comites.

“La cerimonia, sotto il patrocinio dell’Ambasciata d’Italia e dell’Istituto italiano di cultura, ha visto protagonisti la giovane romana Tatiana Bazzichelli, attivista digitale e curatrice laureata in Sociologia delle comunicazioni di massa, e Mattia Grigolo, giornalista, blogger e scrittore di origine milanese.

Due storie, le loro, simili e differenti ad un tempo. La similitudine è nella voglia che hanno avuto entrambi nel cercare altrove ciò che, purtroppo bisogna dirlo chiaramente, troppo spesso non è concesso ai giovani nel nostro Paese, cioè trovare la possibilità di realizzarsi; la differenza è ovviamente nell’oggetto dei loro rispettivi campi.

Tatiana mi racconta che dopo la laurea ed una breve collaborazione con il settimanale l’Espresso decise di trasferirsi a Berlino nel 2003, in seguito ad un’esperienza di vacanze estive assieme ad un’amica.

“Ho deciso di venire a vivere e lavorare qui perché questa è una città che mi permette di realizzare i miei progetti sulle tematiche della cultura delle reti, dell’Hacking e dell’attivismo artistico”, spiega Bazzicchelli. “Realizzerò una serie di conferenze dal titolo Disruption Network Lab sull’uso critico della tecnologia, che si terranno da aprile ad ottobre e che sono finanziate dall’Hauptstadtkulturfond di Berlino”.

“Le tematiche trattate saranno diverse: dai droni ai cyborg, dall’unione fra i social media ed i fumetti alla libertà in rete e la sorveglianza dopo le rivelazioni di Edward Snowden. Finiremo poi con la pornografia in rete e la disruption, che per l’appunto è il tema conduttore (elemento inaspettato che turba lo status quo, cambiandone le caratteristiche, nda)”. La tua in pratica si potrebbe definire arte? “Sì, certamente. In proposito ho anche scritto un libro che s’intitola‘Networking, la rete come arte””. A giudicare dalle opere a cui s’è dedicata Tatiana direi che l’arte è un campo dai confini estremamente larghi, e che rivela sorprese inaspettate anche ad un neofita di questo genere come me.

Altro campo espressivo quello di Mattia: la parola. Arrivato nel luglio del 2013 nella città del Muro ha deciso di buttarne giù uno metaforico, quello della capacità d’esprimersi di tanti potenziali scrittori.

“A dicembre del 2013 – mi dice – mi è venuto in mente che si poteva replicare anche a Berlino quanto avevo già sperimentato con successo in Italia, fare cioè un laboratorio di scrittura creativa. Ho trovato una scuola di lingua, la Mar Sprachschule per l’esattezza, dove ho organizzato la cosa. Il successo è andato al di là di ogni più rosea aspettativa, tanto da spingermi ad organizzare altri laboratori: uno di teatro, uno d’illustrazione ed altri che partiranno a breve di regia cinematografica e di produzione audio”.

Sono curioso e gli chiedo come mai abbia scelto per titolo del suo laboratorio “Le balene possono volare”.

“Assieme ad un amico – mi risponde. Le balene mi sono sempre piaciute, e pensare che possano volare è un’idea che m’ha folgorato mentre ne parlavamo”.

Quando terminiamo l’incontro mi confessa che pur volendo concludere la sua vita in un bosco a tagliare legna, tanto per non smentire il suo animo poetico, tuttavia nel suo futuro a medio lungo termine vede solo questa città estremamente accogliente.

Già, di gente Berlino ne ha accolta molta e ne continua ad accogliere, me compreso, penso mentre m’allontano. Allora forse è proprio vero: dev’essere perché qui le balene possono veramente spiccare il volo verso il futuro”. (aise 19)

 

 

 

 

I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia

 

Che paradiso! (19.02.15) - L’arcidiocesi di Colonia pubblica punto per punto il suo bilancio. Immobili, titoli e attività commerciali pari a 3,4 miliardi di euro. Trasparenza o operazione di marketing?

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/kirche266.html

 

Erasmus per imprenditori (19.02.15)

Il progetto europeo fa conoscere dall'interno una realtà aziendale in un altro Paese europeo. La Camera di commercio italiana in Germania fa da intermediaria.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/little_italy/erasmus110.html

 

Nadia Santini (19.02.15)

Nadia Santini è chef del ristorante Dal Pescatore a Canneto sull’Oglio in provincia di Mantova. Propone una cucina sana e in armonia con l'ambiente.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/a_tavola/santini102.html

 

Furto d'autore (18.02.15)

La Germania restituisce all'Italia oltre 600 volumi antichi di autori come Galilei, Newton e Copernico, sottratti alla Biblioteca dei Girolamini di Napoli.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/kunstraub124.html

 

Italiani dell'anno (18.02.15) - Per il Com.It.es di Berlino sono Tatiana Bazzichelli e Mattia Grigolo. Lei fa ricerca nel mondo digitale ed è da anni attiva nella scena hacker. Lui insegna scrittura creativa.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/little_italy/tatianabazzichelli100.html

 

Castiglione Olona (18.02.15)

D'Annunzio la definì “l’isola di Toscana in Lombardia”. Il borgo in provincia di Varese conserva ancora oggi il suo aspetto quattrocentesco.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/scopri_l_italia/castiglioneolona100.html

 

Ennio Morricone (18.02.15) - Nel programma del suo tour mondiale composizioni celebri ma anche brani poco conosciuti. Ai nostri microfoni parla di legami fra musica e cultura, e non risparmia lodi al pubblico tedesco.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/quelli_sul_palco/morricone140.html

 

Verso l'esodo (17.02.15)

“È umiliante paragonare la situazione odierna alla Shoah” dice il giornalista Gad Lerner. Eppure gli episodi di antisemitismo in Europa sono in crescente aumento.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/antisemitismus144.html

 

Voci dalla Sardegna (17.02.15) - Si chiama Radio Sardegna Web la nuova emittente radiofonica creata per gettare ponti vituali e rinsaldare legami tra la Sardegna e tutti coloro che vivono all'estero.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/radiosardegna100.html

 

Il tempio del beat (17.02.15) - Compie 50 anni il Piper Club, la discoteca romana simbolo della musica beat e della generazione yé-yé.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/terramia/piper104.html

 

Libia: bomba a orologeria (16.02.15) - Si aggrava la crisi libica e cresce il numero dei profughi che scappano dal paese. Mentre si ipotizza un intervento militare, l'Italia si accorge di una guerra civile in atto, a poche miglia dalle sue coste.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/libyen482.html

 

 “Non abbiamo paura” (16.02.15)

Nonostante il timore di attacchi terroristici, il controverso carro dedicato a Charlie-Hebdo apre il corteo di Rosenmontag. La satira sfila a Colonia.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/karneval1752.html

 

M'illumino di meno (13.02.15)

Radio Colonia ha spento le luci per la grande campagna lanciata da Caterpillar di Radio 2. Come l'università di Weimar, da sempre attenta al risparmio energetico.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/speciale/milluminodimeno108.html

 

Il catalizzatore di energia (13.02.15) - Che ne è stato dell'E-cat, il dispositivo ideato da Andrea Rossi che, se vero, potrebbe presto rivoluzionare la nostra vita?

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/la_nostra_storia/kaltefusion100.html

 

Il popolo di Sanremo (13.02.15) - È caccia ai vip in questi giorni a Sanremo, con fan di tutte le età alla disperata ricerca di selfie e autografi e ragazze in preda a crisi di pianto. E ci sono anche i sosia.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/sanremo116.html

 

Eventi, incontri, spettacoli - In onda ogni lunedì e venerdì fra le 19 e le 20

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalenderfreitag100.html

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalendermontag100.html  RC/de.it.press

 

 

 

 

Mostra a Roma su “Il patrimonio dell’Unesco della Germania”

 

Roma - Verrà inaugurata ufficialmente il 24 febbraio “Il patrimonio dell’Unesco della Germania”, mostra allestita nella Sala Zanardelli del Vittoriano, con cui la Germania, fino al 4 marzo, si presenterà al pubblico nella cornice di “Roma verso Expo”, progetto voluto da Roma Capitale e Expo Milano 2015.

Realizzata in collaborazione con l’Ente Nazionale Germanico per il Turismo, la mostra permette al visitatore di scoprire le città culturali, ma anche le antiche tradizioni, i paesaggi e il moderno design tedesco.

“Feeding the Planet, Energy for Life” è il tema di Expo 2015 Milano. Il Padiglione Tedesco ad Expo segue da vicino questo leitmotiv, dando una percezione tangibile di quanto sia importante, per l’alimentazione del futuro, sviluppare un rapporto con la natura che ne riconosca tutto il valore. Con “Fields of Ideas”, la Germania si propone come “paesaggio” vivace e fruttuoso, ricco di idee: trova espressione nell’architettura del padiglione, che ricorda il tipico paesaggio rurale tedesco, fatto di prati e campi, sotto forma di un pianoro in lieve salita. Gli elementi rappresentativi centrali del padiglione sono le piante stilizzate che, come “germogli di idee”, sbucano dal piano dell’esposizione e raggiungono la superficie esterna, dove si aprono in un grande tetto di foglie, collegando così lo spazio interno con quello esterno, l’esposizione con l’architettura.

I visitatori possono scoprire i “Fields of Ideas” attraverso due percorsi distinti. Percorrendo il primo, passeggiano sul pianoro paesaggistico, che è liberamente accessibile e che invita, come un parco pubblico, alla sosta e al riposo. Su questa superficie si trovano anche le postazioni dei 16 Länder federali che presentano le loro specialità culinarie, culturali e turistiche. Il secondo percorso conduce attraverso l’esposizione tematica all’interno del padiglione: si parte dalle fonti dell’alimentazione (suolo, acqua, clima e biodiversità) fino ad arrivare ai temi della produzione alimentare e del consumo nel mondo urbano. Il materiale espositivo e i punti informativi presentano alcune sorprendenti proposte tedesche per il futuro dell’alimentazione. Queste idee e proposte dal mondo della politica, dell’economia, della società civile impegnata in Germania confluiscono nel motto del padiglione, “Be active!” e vogliono ispirare il visitatore, motivandolo ad attivarsi in prima persona. Grazie alla “SeedBoard”, uno strumento interattivo mobile che permette di interagire con il materiale esposto e di ottenere ulteriori informazioni multimediali, ogni visitatore ha tra le mani un suo “campo di idee”. Nel coinvolgente spettacolo finale “Be(e) active”, i visitatori del padiglione si trasformano nei musicisti di un’orchestra e guardano il mondo tedesco dell’alimentazione dal punto di vista di due occhi di ape in volo.

Come cornice alla struttura del padiglione, la Germania si presenterà a Milano anche con un vasto programma culturale ricco di eventi attraverso il motto “Fields of cultures”. Un programma che spazierà dalla musica al cinema, dal teatro alla letteratura, dalla musica fino a tematiche collegate al gioco, e dove verranno coinvolti artisti e inseriti progetti e iniziative molto interessanti per i visitatori. L’obiettivo è presentare un’immagine nuova, sorprendente e piacevole della Germania.

Su incarico del Ministero federale per l'Economia e l'Energia, Messe Frankfurt è responsabile dell'organizzazione e la gestione del Padiglione tedesco ad Expo Milano 2015.

Ideazione, progettazione e realizzazione del Padiglione tedesco sono affidate al gruppo di lavoro ARGE costituito dalle società Milla & Partner, Schmidhuber e NüssliDeutschland.

Alla inaugurazione della mostra - il 24 febbraio alle 19 – parteciperà l’Ambasciatore della Repubblica Federale di Germania in Italia Reinhard Schäfers e l’Assessore Marta Leonori.

Al progetto “Roma verso Expo” partecipano Regione Lazio e Unioncamere Lazio – Camere di Commercio del Lazio, con il patrocinio del Ministero degli Affari Esteri e Cooperazione internazionale e del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, con la partecipazione e il patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e con la collaborazione di Aeroporti di Roma. L’organizzazione è di Zètema Progetto Cultura e di Comunicare Organizzando. (aise 19)

 

 

 

 

La Renteversicherung per chi ha lavorato in Germania: Giornate di informazione ad Agrigento (17-18 marzo) e Palermo (19-20 marzo)

 

Palermo/Agrigento– Nel mese di marzo presso le sedi Inps di Palermo e Agrigento si terranno Giornate di informazione previdenziale dedicate ai connazionali che hanno lavorato in Germania e sono rientrati in Italia. Forniranno consulenza funzionari dell’Inps e dell’Ente Pensionistico  tedesco (Deutsche Rentenversicherung).

Le giornate informative, per partecipare alle quali occorre prenotarsi,  si svolgeranno il 17 e il  18 marzo ad Agrigento, presso la sede Inps di piazzale Rosselli, e il 19 e il 20 marzo a Palermo, sede  Inps di via Puglia n.3.

Allo sportello integrato Inps-Ente Pensionistico tedesco si accede esclusivamente previa prenotazione. Sede di Palermo: telefonare ai numeri 091-285433 e 091-285242 (dal lunedì al venerdì, dalle ore 10.00 alle ore 12.00,), o scrivere a indirizzo di posta elettronica ConvenzioniInternazionali.Palermo@inps.it . Sede di Agrigento: telefonare al numero 0922-488536 (dal lunedì al venerdì dalle ore  9.30 alle ore 12.30) o scrivere a indirizzo di posta elettronica : ConvenzioniInternazionali.Agrigento@inps.it  (Inform)

 

 

 

 

Comites di Monaco e di Norimberga: condoglianze al Console Scammacca

 

Siamo vicini al Console Generale Filippo Scammacca del Murgo ed alla sua famiglia nel triste momento della scomparsa del padre, l'Ambasciatore Emanuele Scammacca del Murgo.

 

Attivo nella carriera diplomatica dal 1957 al 1999, l'Ambasciatore Emanuele Scammacca del Murgo ha ricoperto numerosi incarichi di prestigio, tra i quali Ambasciatore presso la Santa Sede, Ambasciatore a Bruxelles, Capo di gabinetto del ministro degli Esteri, Sottosegretario di Stato agli Affari esteri, Ambasciatore a Mosca.

 

Abbiamo avuto la fortuna ed il piacere di conoscerlo personalmente, apprezzandone sinceramente le doti umane e professionali, la profonda cultura ed ironia, unite ad un profondo e genuino interesse per la comunità degli italiani all'estero, la sua formazione scolastica e professionale, la sua integrazione.

 

Al nostro Console Generale ed alla sua famiglia trasmettiamo il cordoglio e l'affettuosa partecipazione nostra, dei nostri Comites e di tutta la comunità italiana della Baviera.

 

Claudio Cumani, Presidente del Comites di Monaco di Baviera

Giovanni Ardizzone, Presidente del Comites di Norimberga (de.it.press)

 

 

 

 

La lotta all’Italian Sounding in Germania: con una apposita associazione

 

Roma- La lotta all’Italian Sounding in Germania si arricchisce di un nuovo importante contributo: la Camera di Commercio Italiana per la Germania e la Camera di Commercio Italo-Tedesca hanno infatti deciso di dare avvio a quella che è, ai sensi della legge tedesca, l’unica forma possibile di tutela dei prodotti di vera origine italiana contro le loro imitazioni.

Verrà quindi costituita un’Associazione “Italian Sounding”, che rappresenterà imprenditori italiani e sarà legittimata ad agire contro le violazioni a danno dei consumatori.

In Germania, infatti, contrariamente a quanto avviene in altri Paesi, la tutela dal fenomeno dell’imitazione di prodotti italiani avviene esclusivamente in via civilistica, senza l’intervento dell’autorità pubblica. La tutela è di regola molto efficace, avviene con provvedimenti d’urgenza che una volta richiesti vengono rilasciati il giorno stesso e possono essere eseguiti subito con l’ufficiale giudiziario.

L’Associazione – che in un primo momento si concentrerà sul settore agroalimentare – verrà ufficialmente presentata ad Associazioni, operatori e media in occasione di un incontro che si terrà a Roma il 24 febbraio prossimo alle 16 nella sede di Confagricoltura. (aise 19)

 

 

 

 

“Se il paziente sopravviveva, lo lasciavo in pace”: choc in Germania per il mostro di Oldenburg

 

Secondo gli inquirenti, che lo accusano di almeno 30 omicidi, le vittime dell’infermiere trentottenne potrebbero essere addirittura duecento – di TONIA MASTROBUONI

 

“Se il paziente sopravviveva, lo lasciavo in pace”. Se moriva, l’esperimento era fallito, Niels H. non poteva esaltarsi per averlo salvato e si cercava la vittima successiva. Dalle confessioni allo psichiatra e ai magistrati del processo in corso sta emergendo il più feroce assassino del dopoguerra tedesco, un mostro che sta tenendo col fiato sospeso la Germania intera. Secondo gli inquirenti, che lo accusano di almeno 30 omicidi, le vittime dell’infermiere trentottenne di Oldenburg potrebbero essere addirittura duecento. Tante sono, negli ospedali di Oldenburg e Delmenhorst dove l’infermiere ha lavorato all’inizio degli anni Duemila, le morti sospette. Ma forse bisogna aggiungere anche un ospizio di Wilhelmshaven e persino la Croce Rossa. Da uno dei processi più seguiti degli ultimi anni - dove il robusto ex infermiere appare sempre nascondendo il volto - stanno emergendo dettagli sempre più raccapriccianti. 

 

Ad uno dei periti, Konstantin Karyofilis, il “mostro di Oldenburg” avrebbe confessato la dinamica malata dei suoi ragionamenti: “Non aveva intenzione di uccidere, ma di salvare”. Perciò iniettava alle sue vittime una dose eccessiva di un farmaco per problemi cardiaci, il Gilurytimal, per poi salvarli dalla morte, all’ultimo momento. Si esaltava in questo ruolo. Ed era diventato talmente specializzato che i colleghi della clinica gli avevano fabbricato una corona artigianale, con un paio di tubi, per premiare il “re della rianimazione”.  

 

Finché un primario notò un comportamento sospetto. Un giorno Niels uscì nel corridoio, chiamò due infermiere e disse “ora vi faccio vedere come funziona la rianimazione”. Rientrò, e salvò un paziente. Ma la clinica lo invitò a lasciare il suo lavoro: lo sospese per tre mesi. Era il 2002, lui cambiò, andò a lavorare in un ospedale di Delmenhorst, vicino a Brema. E continuò la sua silenziosa carneficina.  

Il consumo di Gilurytimal aumentò nella clinica del 450% nei successivi due anni, ma nessuno se ne curò. Solo nel 2005 un’infermiera si insospettì per un paziente che stava piuttosto bene e le cui condizioni precipitarono improvvisamente, mentre Niels era nella stanza. Lui salvò il paziente ma la collega fece un prelievo e scoprì tracce eccessive del farmaco nel sangue del paziente. Poi trovò quattro ampolle vuote di Gilurytimal nel secchio dei rifiuti. Denunciò Niels. Finalmente la polizia indagò, si arrivò al primo processo, alla condanna, nel 2006. Ma l’infermiere fece appello e rimase a piede libero: continuò a lavorare per tre anni in un ospizio a Wilhelmshaven, addirittura alla Croce rossa. Soltanto nel 2009, quando l’appello fu respinto, Niels è stato arrestato.  

 

Le indagini, poi, sono andate avanti molto lentamente, con salti e buchi incomprensibili. Solo nel 2014 è stata istituita una commissione speciale per far luce più approfonditamente sull’assassino seriale. A convincere gli inquirenti a riprendere e ad approfondire l’inchiesta, soprattutto le pressioni delle vittime. “Senza le nostre pressioni - sostiene l’avvocato delle vittime, Gaby Luebben - non ci sarebbero state le indagini”. E sotto processo, ora, non è finito solo il “mostro di Oldenburg”, ma anche qualche magistrato che in questi lunghissimi anni della strage da Gilurytimal, si è comportato con eccessiva leggerezza. Mettendo a repentaglio chissà quante vite umane. LS 17

 

 

 

 

 

Botta e risposta

 

La scorsa settimana avevamo inviato al competente Ufficio V della Direzione per gli Italiani all’Estero e Politiche Migratorie del MAECI il seguente quesito:

 

Per quale motivo il DL 2014/168, che ha rinviato le elezioni dei Com.It.Es., non ha previsto anche la riapertura delle liste di possibili candidati. L’obbligo documentato, per l’esercizio del succitato voto, potrebbe essere esteso anche al voto politico con modifiche della Legge 459/2001?

 

Senza aggiungere commenti e lasciando a chi ci segue le conseguenti valutazioni, riportiamo la risposta:

 

Il provvedimento di proroga è stato inteso ad “accordare un termine più ampio per esprimere la volontà di partecipare al voto secondo la disciplina recentemente introdotta", ovvero a garantire agli elettori un maggior tempo per l’iscrizione negli elenchi elettorali. Ai sensi dell’art.15 della Legge 286/2003 le liste dei candidati devono essere presentate entro i trenta giorni successivi all’indizione delle elezioni. Tali termini non sono stati in alcun modo modificati dal DL 168/2014 da lei richiamato.

Con riferimento al secondo punto, si segnala la presenza di diversi disegni di legge presentati in parlamento che prevedono l’introduzione dell’opzione inversa tra le disposizioni in materia di voto all’estero per le elezioni politiche e i referendum. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Il ricorso all’Onu. Una falsa autorità morale

 

Solo da noi mi pare l’Onu è considerata quasi una sorta di sede della coscienza universale, di unica titolare autorizzata a giudicare che cosa è bene e che cosa è male - di Ernesto Galli della Loggia

 

Meglio chiarirlo subito: per sbarrare la strada all’Isis va benissimo cercare ogni possibile via diplomatica (puntare al «dialogo» mi sembra davvero un po’ troppo); egualmente giustissimo non affrettare in alcun modo un’eventuale soluzione militare della questione Libia. Tutto ciò per dire che in vista di qualunque decisione nel merito di tale questione mi sembra più che sensato guardare alle Nazioni Unite. Considerare cioè il Palazzo di Vetro come una sede preliminare ineludibile di qualunque via futura si scelga. Tuttavia, da ciò a celebrare il culto dell’Onu, a proclamarne obbligatoria l’osservanza in ogni circostanza, come sono inclini a fare da sempre una parte dell’opinione pubblica italiana e la totalità della classe politica, ce ne corre (o dovrebbe corrercene).

Invece solo da noi, mi pare, l’Onu è considerata quasi una sorta di sede della coscienza universale, di unica titolare autorizzata a giudicare che cosa è bene e che cosa è male negli affari del mondo. Solo nel nostro discorso pubblico o quasi le sue pronunce sono generalmente accolte come l’inappellabile voce della giustizia. Da qui la necessità - sentita in Italia come assoluta - di un consenso dell’Onu stessa per attestare la liceità di qualsivoglia uso della forza: non già, come invece è, per dichiararne semplicemente la conformità formale al deliberato dell’organizzazione. Deliberato - bisognerà pur ricordarlo - che non proviene però da nessuna autorità imparziale (tipo tribunale o gruppo di «saggi» o esperti super partes ), bensì da un’assemblea di Stati. Di quei «freddi mostri», come li definì a suo tempo un grande europeo, i quali sono soliti giudicare legale o meno l’uso della forza (come del resto qualunque altra cosa) sempre e comunque in base a un solo criterio: il proprio interesse politico (o, ciò che è la stessa cosa, il proprio schieramento ideologico di appartenenza). Quale autentico valore morale abbia una simile pronuncia può essere oggetto perlomeno di qualche dubbio. Del resto il carattere moralmente spurio perché fondamentalmente solo politico delle pronunce delle Nazioni Unite è attestato dal suo stesso statuto, quando istituisce il diritto di veto. Cioè la regola per cui qualunque verdetto dell’Assemblea generale degli Stati è di fatto reso inoperante e perciò nullo dal diritto riconosciuto ai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna) di opporre la loro volontà contraria. Che razza di accertamento legale, e tanto più etico, è mai quello che può concludersi in questo modo?

Un’ulteriore riprova della base in realtà assai debole su cui poggia l’autorità delle Nazioni Unite è data dagli stessi che per un altro verso si presentano come i loro più convinti paladini. Cioè da coloro che si riconoscono nelle culture politiche che maggiormente auspicano in ogni occasione il ricorso all’Onu e l’ossequio alle sue risoluzioni. Per esempio i cattolici in generale e le gerarchie vaticane: gli uni e le altre sempre pronti a sostenere l’opportunità dell’intervento del Palazzo di Vetro, l’uso delle sue istanze e l’adeguamento alle sue direttive quando si tratta di tensioni e scontri politici tra gli Stati, di minacce di guerra. Quando però si tratta di questioni di diversa natura come l’aborto, la definizione di genere o il matrimonio tra persone dello stesso sesso - questioni dove l’etica conta davvero - allora, invece, all’Onu e ai suoi meccanismi decisionali non vengono più attribuiti, chissà perché, alcuna autorità e alcun valore. Così come del resto una vasta parte dell’opinione pubblica occidentale non attribuisce neppure lei alcun valore alle varie, pazzotiche (per non dir peggio) delibere delle Nazioni Unite in materia di razzismo, sionismo e via dicendo.

 

La verità, come non è difficile capire, è che dietro il ritornello del ricorso all’Onu che domina la politica estera dell’Europa c’è innanzitutto l’inconsistenza di quella politica. E subito dopo il deperimento del concetto tout court di politica in senso forte: come decisione per l’appunto sulla pace e sulla guerra, sulla vita e sulla morte. E questo è, a sua volta, l’effetto dell’incertezza che regna nella nostra coscienza su che cosa siamo e sul suo senso, su che cosa dunque ci è consentito di volere e sui mezzi da impiegare per volerlo. Ormai anche il concetto primordiale di autodifesa ci appare un concetto problematico. Per qualunque cosa o quasi abbiamo bisogno del consenso degli altri, e per metterci a posto la coscienza ci diciamo che è così perché sono gli altri meglio di noi a sapere che cosa è giusto e che cosa è sbagliato. Anche se dentro di noi sappiamo benissimo che gli altri, in realtà, ci indicheranno solo ciò che sembrerà più utile per loro. CdS 22

 

 

 

 

La rappresentatività degli italiani nel mondo

 

Non sappiamo come, e chi, governerà l’Italia nel futuro, ma già siamo nelle condizioni d’evidenziare che la Rappresentatività parlamentare dei Connazionali all’estero non andrà a modificarsi. Col mancato varo dell’”Italicum”, gli italiani d’oltre frontiera continueranno a votare, per posta, secondo i criteri previsti dalla Legge 459/2001 che, dopo quattordici anni di vita, non ha mutato il meccanismo elettorale per gli italiani all’estero. Senza tornare nel merito dell’arcaico mezzo postale, i cui limiti sono noti a tutti, poniamo la nostra attenzione sulla formula “18” che evidenzia il numero totale dei Parlamentari che dovrebbero rappresentare gli italiani all’estero.

 Gli eletti, che usciranno dal “cappello a cilindro” della Circoscrizione Estero, saranno la risultante dell’andamento elettorale nelle 4 Ripartizioni Geografiche nelle quali è suddivisa, con un criterio che non c’è stato mai chiaro, la succitata Circoscrizione. Più che tante parole, fanno fede i fatti. Indipendentemente dal numero dei Connazionali residenti, ogni Ripartizione ha diritto all’elezione di un Deputato e un Senatore.

 Come a scrivere, a titolo d’esempio, che i Connazionali presenti nella Ripartizione Geografica Africa, Asia e Oceania, in numero oggettivamente minore di quelli presenti nella Ripartizione Europa, spunteranno, in ogni caso, un Deputato e un Senatore. Solo i restanti dieci seggi ( 2 Senatori e 8 Deputati), che sono attribuiti in proporzione al numero effettivo d’italiani residenti, faranno l’effettiva differenza. Già questo meccanismo, a nostro avviso, non esalta il concetto di rappresentatività politica.

Se, poi, si tiene conto che i Parlamentari eletti all’estero andranno ancora a confluire nei Partiti nazionali dei quali fanno parte, il nostro dire ci sembra ancor più attestato. Il tutto indipendentemente dai chi andrà a guidare il Paese nella prossima Legislatura. Anche perché Renzi non “resisterà” sino al 2018. Ancora una volta, e per l’ennesima volta, i Connazionali all’estero avranno in Patria una rappresentatività limitata e suffragata anche dall’interrogativo sul metodo di scelta, ovviamente di pertinenza dei partiti nazionali, di chi sarà candidato alla prossima tornata elettorale dall’estero.

 Mentre contiamo su una riflessione di chi ci legge, sulla questione, che teniamo stabilmente monitorata, torneremo. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

La guerra rimossa. Cattiva coscienza europea

 

Mentre scriveva nel suo editoriale per il Corriere di ieri che «gli europei sembrano ormai incapaci di pensare seriamente alla sicurezza», Angelo Panebianco non poteva immaginare quanta ragione gli avrebbero dato dopo solo poche ore le notizie giunte da Copenaghen sull’ultima impresa del terrorismo jihadista. E sempre sperando che non facciano lo stesso le notizie provenienti in futuro dall’Ucraina. Alla sua analisi manca tuttavia una premessa importante: gli europei sono incapaci di pensare alla loro sicurezza innanzi tutto perché sono ormai incapaci di pensare alla guerra. Di pensare concettualmente la guerra. Di convincersi cioè che quando in una situazione di crisi una delle due parti appare decisa per segni indubitabili a usare la violenza, c’è un solo modo di fermarla: minacciare di usare una violenza contraria. E quando è inevitabile, usarla.

Da settant’anni questa elementare verità all’Europa di Bruxelles ripugna. Non a caso tutto il suo establishment politico-culturale ha appena potuto permettersi di ricordare il centesimo anniversario della Grande guerra solo a patto di farne propria l’antica qualifica papale di «inutile strage». Inutile dunque l’indipendenza della Polonia, dell’Ungheria o dei Paesi baltici che scaturì da quel conflitto. E perché? In che senso, da quale punto di vista? Inutile pure il risveglio politico di tutto il mondo islamico in seguito al crollo dell’impero ottomano: ma chi può dirlo? Così come inutile, naturalmente, nel suo piccolo, anche il ritorno all’Italia di Trento e Trieste, non si capisce in base a quale criterio. I n base al criterio, si risponde, che tutto questo è costato un enorme numero di morti. È vero. Ma un enorme numero di morti, per fare solo qualche esempio, sono costate anche le invasioni barbariche, le guerre di religione del Seicento, la battaglia di Stalingrado, per non parlare, che so, della colonizzazione dell’America in seguito alla scoperta del Nuovo mondo: si è trattato perciò di avvenimenti «inutili»? Ma via, che modo è mai questo di fare storia, assumendo come criterio chiave il numero dei morti?

È peraltro in questo modo, a forza di suscitare emozioni e di consolidare giudizi del genere, che la storia - quella vera, quella che secondo una famosa immagine di Hegel assomiglia inevitabilmente a un banco di macelleria dal momento che gli uomini sono sempre quelli del peccato originale - è in questo modo, dicevo, che la storia si è progressivamente dileguata dall’orizzonte concettuale dell’opinione pubblica europea. E insieme dalla cultura delle sue élite politiche, dopo il ‘45 orientate massicciamente in senso cristiano-socialdemocratico. Il vuoto lasciato dalla storia è stato riempito dai principi. Unicamente i principi devono guidarci nell’arena del mondo: la giustizia, la libertà, l’eguaglianza, il diritto. Ma soprattutto la pace. Peccato che in quell’arena i principi, se non sono sostenuti dalle armi, possono voler dire una sola cosa: il compromesso a tutti i costi, il compromesso sempre e comunque. E alla fine - nella sostanza, anche se ogni sostanza può sempre essere mascherata - quasi sempre la resa.

E infatti a cos’altro si prepara se non alla resa un’Unione Europea la quale - c’informava sempre ieri sul Corriere Danilo Taino, immagino con intima soddisfazione di Federica Mogherini, ormai avviata a farci rimpiangere lady Ashton - negli ultimi vent’anni, mentre ai suoi confini crollava il mondo, ha visto dimezzare la propria aviazione tattica, l’artiglieria passare da circa 40 mila pezzi a poco più di 20 mila, e i suoi tre Paesi più popolosi (Germania, Francia e Italia) attualmente in grado di schierare insieme solo 770 (dicesi 770) carri armati? E le altre cifre relative agli armamenti declinare più o meno nella stessa clamorosa misura? Forse, per risultare credibile, un presunto ministro degli Esteri dovrebbe occuparsi anche di queste minutaglie.

Niente guerra, invece, niente inutili stragi. L’Italia in specie poi, si sa, è votata alla pace. Se domani andremo in Libia, se mai ci andremo, anche lì, c’è da giurarci, non andremo per fermare con le armi le orde dello «Stato islamico», cioè con la guerra. No. Dimentichi che non c’è ipocrisia maggiore di quella delle parole, ma decisi a non dismettere la nostra sciocca ideologia, andremo «per mantenere la pace».

La guerra, gli europei dell’Ue hanno deciso di lasciarla agli americani. Credendo così, tra l’altro, di poterli comodamente giudicare dei «guerrafondai» schiavi della «cultura delle armi» e di potersi sentire quindi moralmente superiori ad essi: in una parola più democratici.

E invece è vero proprio il contrario. Se anche dopo il terribile Novecento gli Usa hanno potuto lasciare posto nel proprio arsenale ideale e politico alla guerra - e continuare a fare delle guerre - è stato anche perché consapevoli del forte legame della loro società con i valori democratici. Un legame che si è dimostrato capace di rimetterli sulla strada giusta dopo ogni guerra sbagliata, di suscitare gli anticorpi in grado di immunizzarli dai pericoli politici e dalle cadute etiche che sempre si accompagnano alla guerra. È per l’appunto questa consapevolezza (degli americani ma anche dei britannici) che gli europei invece, i quali pure si credono tanto più democratici, non possono avere. Oscuramente essi avvertono che il loro rifiuto della guerra, apparentemente così virtuoso, in realtà copre la paura che in qualche modo la guerra possa resuscitare come d’incanto i démoni che affollano il loro passato così poco democratico. È solo un caso se il Paese non da oggi più pacifista di tutti è la Germania? Il nostro amore per la pace, insomma, assomiglia molto a un antico rimorso divenuto cattiva coscienza. Ernesto Galli della Loggia, CdS 16

 

 

 

 

 

Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni interviene alla Camera sugli sviluppi della situazione libica

 

“Per fronteggiare la crisi è necessario un cambio di passo da parte della comunità internazionale. L’Italia è pronta ad assumersi responsabilità di primo piano per il monitoraggio del cessate il fuoco e il mantenimento della pace…Di fronte alla crescita dell’onda migratoria non possiamo voltarci dall’altra parte, lasciando i migranti al loro destino”

 

ROMA – Questa mattina il ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale Paolo Gentiloni è intervenuto alla Camera dei Deputati per un’informativa urgente del Governo sui recenti sviluppi della situazione in Libia. Il ministro ha in primo luogo segnalato il grave e recente deterioramento della situazione libica. Un quadro sempre più critico che ha spinto l’Italia a decidere la temporanea chiusura della nostra ambasciata, l’ultima delle rappresentanze occidentali rimaste aperte a Tripoli.

“La presenza di gruppi terroristici in Libia – ha spiegato Gentiloni – deve essere valutata con attenzione, distinguendo tra fenomeni locali, come Ansar al-Sharia, criminalità comune, che si appoggia strumentalmente a questi fenomeni, e realtà esterne rappresentate dai combattenti stranieri che rispondono a Daesh e che affluiscono da aree di crisi africane mediorientali. Si tratta di fenomeni che si autoalimentano, in questa fase, traendo vantaggio dall’assenza di un quadro istituzionale del Paese. Questi gruppi hanno preso il controllo di una importante città come Derna e stanno cercando, ma la situazione è molto contrastata sul terreno, di impossessarsi di Sirte,  a 500 chilometri a est di Tripoli, e di mantenere il controllo di alcune zone di Bengasi, guardando anche verso la capitale. È evidente il rischio di saldatura tra gruppi locali e Daesh. Una situazione va seguita con la massima attenzione”.

Per Gentiloni le origini della crisi vanno cercate negli errori compiuti, anche dalla comunità internazionale, nella fase successiva al vecchio regime. “La caduta di Gheddafi – ha ricordato il ministro - ha scoperchiato rivalità politiche, religiose, regionali, etniche e tribali che il vecchio regime dittatoriale era riuscito in gran parte a soffocare e ha evidenziato l’incapacità di incanalare tali forze all’interno di un dialogo democratico. Nonostante alcune tappe incoraggianti, come le elezioni del luglio 2012 che avevano portato alla costituzione del Governo Zidan durato fino al marzo del 2014, nella sua difficile transizione verso la democrazia, la Libia è rimasta esposta alle divisioni tra fazioni, favorite dall’ingente presenza di armamenti, dalla fragilità delle nuove istituzioni e dalla stessa enorme ricchezza del Paese, oggetto del contendere tra gruppi di interesse contrapposti. Tutto questo ha soffocato sul nascere il tentativo di un rilancio della transizione libica….  Oggi, dunque, - ha aggiunto Gentiloni - ci troviamo con un Paese con un vastissimo territorio, con istituzioni praticamente fallite e potenziali gravi ripercussioni non solo su di noi, ma sulla stabilità e la sostenibilità dei processi di transizione nei Paesi africani nelle sue immediate vicinanze”.

Il ministro , dopo aver ricordato lo sforzo compiuto della Nazioni Unite per avviare ad una soluzione politica la crisi della Libia, ha sottolineato come la situazione in questo paese si aggravi di ora in ora rischiando di pregiudicare i fragili risultati raggiunti dalla diplomazia internazionale. “Il deterioramento della situazione sul terreno e la crescente minaccia terroristica - ha poi ricordato Gentiloni - portano anche all’aggravarsi del dramma delle migliaia di persone che fuggono via mare sui barconi verso le nostre coste. In proposito, i dati a disposizione sono molto chiari e ci dicono che il numero degli sbarchi è molto aumentato rispetto allo scorso anno: dal 1o gennaio a metà febbraio sono infatti arrivate, nel nostro Paese, 5.302 persone, mentre nello stesso periodo dello scorso anno gli sbarchi erano stati 3.338. Non era, dunque, “Mare Nostrum” ad attirare i migranti, bensì il dramma delle aree di crisi su cui speculano, nel vuoto istituzionale libico, bande criminali assai agguerrite. Di fronte alla crescita dell’onda migratoria – ha continuato il ministro - non possiamo voltarci dall’altra parte, lasciando i migranti al loro destino. Non possiamo farlo, non sarebbe degno dell’umanità e della civiltà che hanno fatto grande l’Italia. Dobbiamo, piuttosto, batterci per contrastare le cause delle migrazioni nei Paesi di origine e di transito e dobbiamo rafforzare sensibilmente “Triton”, per adeguarla alla realtà di un fenomeno di scala enorme”.

Gentiloni ha poi segnalato, sia l’esigenza di aumentare l’impegno finanziario e la fornitura di mezzi aereonavali da parte dell’Unione Europea per fronteggiare l’emergenza migranti, sia la necessità di rispondere con l’unità internazionale alla minaccia terroristica.  “Mentre siamo in prima fila contro il terrorismo, - ha poi continuato Gentiloni - chiediamo alla comunità internazionale di moltiplicare gli sforzi politico-diplomatici per stabilizzare la Libia. E finalmente vediamo crescere almeno la consapevolezza della gravità della crisi nella comunità internazionale. Un primo importante appuntamento è la riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, in programma oggi a New York. Ci attendiamo da questo appuntamento una definitiva presa di coscienza al Palazzo di vetro della necessità di raddoppiare gli sforzi di mediazione per il dialogo politico. Una tappa cruciale sarà poi rappresentata, nelle settimane successive, dal prossimo rinnovo della missione UNSMIL relativa alla Libia  che il Consiglio di sicurezza dovrà decidere il 13 marzo prossimo. Noi stiamo lavorando, con i nostri partner che siedono in Consiglio di sicurezza, affinché la missione venga dotata di un mandato, dei mezzi e delle risorse in grado di accelerare il dialogo politico per stabilizzare e dare assistenza a un nuovo quadro di riconciliazione e a un nuovo Governo di unità nazionale in Libia. In questo processo – ha concluso il ministro sottolineando la necessità di un cambio di passo da parte della comunità internazionale -  l’Italia è pronta ad assumersi responsabilità di primo piano, contribuendo al monitoraggio del cessate il fuoco e al mantenimento della pace. Siamo pronti a lavorare per la riabilitazione delle infrastrutture, per l’addestramento militare, in un quadro di integrazione delle milizie nell’esercito regolare. Siamo pronti a curare e a sanare le ferite della guerra e siamo pronti a riprendere il vasto programma di cooperazione con la Libia, sospeso la scorsa estate a causa del conflitto. La popolazione civile deve avere chiari i vantaggi della riconciliazione da parte dell'intera comunità internazionale”. (Inform 18)

 

 

 

 

Conflitti moderni, regole inadeguate. Le armi spuntate dei vecchi Stati

 

Agli antichi conflitti si aggiungono nuovi conflitti, che cambiano il paradigma tradizionale, quello di una nazione armata in guerra contro un’altra nazione armata - di Sabino Cassese

 

Venti di guerra alle frontiere e nel cuore dell’Europa. Conflitti che oppongono Stati, al Nord; conflitti che nascono dall’assenza o dalla fragilità di Stati, al Sud. Soluzioni che mostrano l’incompletezza della cooperazione europea, da un lato; conflitti ai quali si cerca una soluzione nell’ambito di una cooperazione ancora più ampia, internazionale, dall’altro. Guerre guerreggiate da una parte; attacchi terroristici dall’altra.

Agli antichi conflitti si aggiungono nuovi conflitti, che cambiano il paradigma tradizionale, quello di una nazione armata in guerra contro un’altra nazione armata (o di coalizioni di nazioni da una parte e dall’altra). Cambiano le scene dei conflitti, i protagonisti, i metodi e la natura stessa dei conflitti.

La scena, in Libia e nei territori iracheni e siriani occupati dall’Isis, è quella di Stati falliti o fragili, dove si affrontano gruppi non statali, o per la conquista di un territorio, o per attaccare in altri territori.

I protagonisti non sono più solo gli Stati. Entrano in ballo le Nazioni Unite, già impegnate in Africa e nel Medio Oriente in 16 operazioni di mantenimento della pace, con quasi 130 mila persone e un costo di circa 8 miliardi di dollari per anno; l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, già impegnata in molti Paesi dell’Europa centrale con quasi 3 mila persone e un costo di quasi 150 milioni di euro per anno; l’Unione Europea, protagonista debole, perché con poche competenze in campo militare; infine lo «Stato islamico», che è in realtà una forma non statale di potere pubblico, sviluppatosi nel territorio di altri Stati (Siria e Iraq), ma con una proiezione internazionale.

Infine, cambia la natura del conflitto e diventa difficile distinguere tra insorti e nemici e tra operazioni belliche e operazioni di polizia, come ben sanno gli americani fin dal momento in cui il presidente Bush lanciò la war on terror , definita guerra, ma non rivolta ad uno Stato-nazione nemico, bensì ad una organizzazione di natura terroristica con legami globali.

Se in molti casi queste non sono guerre come quelle di una volta, è naturale che le nazioni siano incerte nell’affrontarle e che si rivelino tutte le debolezze di uno spazio che è divenuto globale, senza che vi sia un ordine globale.

Innanzitutto, nei territori non governati, deve essere sempre chiamato l’Onu a ricostituire unità statali stabili ed è accettabile questa forma di nation building dall’alto? I n secondo luogo, fino a quando è possibile che un gigante economico e politico come l’Ue continui ad essere un nano dal punto di vista militare, sotto il peso del lontano fallimento della Comunità europea di difesa (1950-1954), per cui, quando c’è rumore di armi, come nei giorni scorsi a Minsk, la parola passa agli Stati? In terzo luogo, come si coniuga il ripudio costituzionale della guerra (ricordo che l’art. 11 della Costituzione italiana dispone che «l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa della libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali») con la necessità di compiere operazioni belliche a tutela della sicurezza, dove il confine tra polizia e guerra e tra controversia internazionale e conflitto interno è molto incerto?

Infine, come contrastare operazioni terroristiche o belliche compiute a mezzo di organizzazioni di dimensioni globali, quando gli Stati sono ancora prevalentemente ordinati su base nazionale?

La risposta a queste domande è andata maturando, negli ultimi anni, nella comunità internazionale. O l’Onu, o sistemi di alleanze regionali (come da ultimo proposto da Henry Kissinger nel suo libro World Order ) dovrebbero essere i garanti supremi delle formazioni statali deboli, controllandole e appoggiandole, in modo che le loro forze interne non deflagrino, portando disordine e terrore in altri territori. È tempo che l’Unione Europea diventi un potere pubblico altrettanto forte in campo militare quanto lo è nel campo economico e politico. Nell’agenda della comunità internazionale dovrebbe essere scritta in permanenza anche la competenza a svolgere azioni di polizia internazionale, una funzione in parte bellica, in parte diretta al mantenimento della sicurezza e dell’ordine. Infine, anche fuori dei confini nazionali c’è bisogno di maggiore unione. Se i problemi sono globali (e tali sono il terrorismo e le controversie sulle zone di influenza), le soluzioni non possono che essere anche esse globali. CdS 19

 

 

 

 

 

La riflessione

 

Tempi difficili, questi, per il mondo del lavoro nel nostro Paese. Si è tornati a respirare l’aria “pesante” degli scioperi; anche se non c’è ben chiaro contro chi e per cosa. I “tecnici” sono nella condizione di non esserne influenzati. Il loro programma procede senza sconti per nessuno. Eppure si sciopera. Pur riconoscendo che, almeno, questo resta un diritto inalienabile, pur comprendendo il profondo significato di buona parte dell’impegno sindacale, ci sembra opportuno fare alcune considerazioni sull’attuale situazione di tensione che non è più solo tra datori di lavoro e lavoratori. Lo sciopero, per sua natura, non è stato mai una manifestazione fisiologica del mondo del lavoro; anche se è entrato, a pieno titolo, tra le componenti dei rapporti tra datori di lavoro e lavoratori. Ma nell’Italia della recessione, non tutte le agitazioni sociali, in parte spontanee, non hanno una motivazione sindacalmente valida. Molti scioperi hanno origini assai più complesse che rivelano rivendicazioni politiche più che sociali. Questa è la situazione nel Bel Paese alle porte di una primavera già colma d’imprevisti e possibili prese di posizione in campi opposti. Non si tratta più di un fatto di concertazione. Gli scioperi sono, ora, delle prove di forza che non scompongono, certo, chi ci governa con la fiducia di un Parlamento politicamente esautorato. Le redini della situazione occupazionale italiana non sono più nelle mani di poche né, tantomeno, di capitalisti irresponsabili. Allora, chi ha veramente in mano la situazione socio/economica nazionale? Chi opera, realmente, in favore della classe lavoratrice? A questi interrogativi si può tentare di formulare una risposta sufficientemente attendibile. Per cominciare, il sindacalismo italiano continua a vivere una perenne e dannosa contraddizione. Da un lato persegue l’obiettivo di un’impossibile unificazione, dall’altro intende svincolarsi definitivamente dai suoi rapporti con i partiti. Su questo secondo fronte, il successo è stato quasi raggiunto, sul primo restiamo sempre in alto mare. Eppure, la logica evoluzione dei tempi richiede una forza sociale più coesa per comuni mete. Tra l’altro, essere uniti significa anche aumentare le potenzialità contrattuali sul mercato del lavoro. Quindi, più strategie per l’occupazione e meno accordi di facciata che non garantiscono un bel nulla. Un atteggiamento più accomodante, tra l’altro, potrebbe anche favorire un meno tribolato sviluppo del Paese sia a livello interno, che internazionale. Sarà difficile, ancora per molto ancora, pronosticare un sindacato “unico”, con “uniche” finalità. Resta che la strada da seguire ci sembra proprio questa. Con la rivisitazione dello Statuto dei Lavoratori, anche le varie matrici sindacali dovrebbero trovare il modo di accordarsi. Dati i risultati, resta facile comprendere che il “lavoro” potrebbe unire, la “politica”ancora no.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Atene: prestiti per altri 6 mesi. Berlino dice no, poi si spacca

 

Il governo greco chiede «respiro» per avere il tempo «di negoziare». No netto di Schaeuble: «Non presenta alcuna soluzione». Ma il vicecancelliere tedesco: direzione giusta  - di Corinna De Cesare

 

E alla fine, come ampiamente anticipato, Atene ha presentato la sua richiesta di proroga per sei mesi del programma di assistenza coordinato da Ue, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale. Il governo di Atene ha ufficialmente inviato la richiesta di estensione dell’intesa sull’assistenza finanziaria, anche se i pagamenti non dovranno essere legati alle attuali condizioni del piano di salvataggio. La conferma è arrivata in mattinata su Twitter anche dal presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem: «Ricevuta richiesta greca per estensione 6 mesi» ha scritto Dijsselbloem sul social network. Ma nell’arco di poche ore è arrivata la risposta, fredda, della Germania: «La lettera di Atene non è una proposta che porta ad una soluzione significativa - ha spiegato in una nota Martin Jaeger, portavoce del ministero dell’Economia tedesco -. In verità va verso la direzione di un prestito ponte, senza soddisfare le richieste del programma. La lettera non soddisfa i criteri definiti dall’Eurogruppo lunedì». Meno rigida la risposta della Commissione europea: «Juncker - ha sintetizzato Margaritis Schinas, portavoce della Commissione - ha avuto numerosi contatti tutta la notte e ha visto dei segnali postivi questa mattina nella lettera, che apre la strada a un compromesso ragionevole nell’interesse della stabilità».

Il richiamo degli Stati Uniti

Sono ore concitate per Atene, con la Bce che ha aumentato ancora una volta i prestiti di emergenza alle banche greche, arrivati ormai a quota 68,3 miliardi. Segno che la liquidità degli istituti di credito continua a diminuire a causa della fuga di capitali. Secondo un’indiscrezione riportata dalla «Frankfurter Allgemeine Zeitung», la Bce riterrebbe ragionevole l’introduzione di controlli della circolazione di capitali nelle banche greche. «Al consiglio della Bce e ai supervisori bancari - ha detto una fonte dell’Eurotower al quotidiano tedesco - andrebbe bene se ci fossero dei controlli di circolazione del capitale per evitare il dissanguamento delle banche». Ma la questione poi è stata smentita ufficialmente da un portavoce di Francoforte che ha giudicato le indiscrezioni «non corrette». Mercoledì nel frattempo, anche gli Stati Uniti hanno spinto per un’accelerazione sulla trattativa tra Atene e Bruxelles. Nel corso di una telefonata il segretario del Tesoro Usa ha chiesto al ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis di raggiungere quanto prima un accordo con l’Europa. Diversamente «ci sarebbero immediate dure conseguenze per la Grecia». L’incertezza insomma, il messaggio arrivato da Washington, «non è una buona cosa per l’Europa» ed è auspicabile che si trovi presto un’intesa.

L’Eurogruppo

E così, dopo i due vertici dell’Eurogruppo dei giorni scorsi terminati con un nulla di fatto, domani i ministri delle Finanze torneranno a vedersi proprio per prendere una decisione sulla domanda di estensione del prestito di Atene. La riunione è stata convocata per domani alle 15 a Bruxelles, ha confermato un portavoce del Consiglio europeo. Nel vertice europeo dell’11 febbraio il governo greco aveva chiesto la riduzione del surplus primario di bilancio al più abbordabile 1,5% (oggi è atteso al 3% nel 2015 e al 4,5% del Pil nel 2016). Ma a quanto pare, la richiesta ufficiale presentata questa volta da Atene per l’estensione del programma di aiuti, non comprende più un impegno preciso su questo argomento. Il problema principale dell’esecutivo Tsipras è sbloccare la liquidità del piano di aiuti europeo (7,2 miliardi del vecchio prestito Ue e 10,7 miliardi assicurati dai prestiti del Fmi per il 2015) senza disattendere le promesse fatte in fase elettorale, quando i greci hanno scelto il leader del partito di sinistra radicale Syriza proprio in nome della politica anti Troika.

L’opposizione di Berlino

Ma se la situazione resta nello stallo attuale, Atene a fine mese non riuscirà né a pagare gli stipendi degli statali né le pensioni. Da qui la richiesta di un un’estensione di sei mesi dell’accordo sul prestito con la zona euro, nel tentativo di evitare di esaurire la liquidità nelle prossime settimane e di superare le resistenze di partner scettici come la Germania. Resistenze che per ora non sembrano affatto sgombrate. Se la Commissione europea, secondo quanto riferito da un portavoce, ritiene che la richiesta di Atene sia «un segnale positivo», per la Germania la nuova proposta greca non è affatto sufficiente. Ma, secondo quanto riferito dalla stampa tedesca, le posizioni divergono anche all’interno della stessa grande coalizione tedesca. Secondo Suddeitsche Zeitung il ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble, fedelissimo di Angela Merkel, sarebbe per un rifiuto secco alla proposta di Atene mentre per il ministro dell’economia, il social democratico Sigmar Gabriel, «la proposta scritta del governo greco per le trattative sul prosieguo del programma di riforme è un primo passo nella direzione giusta». Dal Fondo monetario, nel frattempo, è arrivato un appello a minimizzare i rischi per la stabilità che «potrebbero essere minimizzati e affrontati - ha fatto sapere il portavoce dell’Fmi Gerry Rice - tutte le parti stanno lavorando in buona fede per assicurare che così sarà».

I contenuti

Ma quali sono i contenuti della proposta avanzata da Atene? La Grecia, secondo quanto riportato da Reuters, avrebbe chiesto un’estensione del suo «Master Financial Assistance Facility Agreement» con la zona euro, proponendo però termini diversi rispetto agli obblighi dell’attuale “bailout”. Atene si sarebbe impegnata a mantenere l’equilibrio fiscale durante il periodo di interim, di fare riforme immediate per combattere l’evasione fiscale e la corruzione, oltre a promettere di far riavviare la crescita economica con un piano di riforme. Il governo ellenico avrebbe assicurato di onorare tutti i debiti, di riconoscere l’esistente programma Ue/Fmi come legalmente vincolante e di astenersi da azioni unilaterali che potrebbero minare gli obiettivi fiscali concordati. I greci accettano inoltre che l’estensione del piano sia monitorata dalla Commissione europea, dalla Banca centrale europea e dal Fondo monetario internazionale, una rinuncia per Tsipras, che aveva promesso di mettere fine alla collaborazione con gli ispettori della Troika, accusata di infliggere profondi danni economici e sociali alla Grecia. Tsipras vorrebbe usare il periodo di sei mesi per negoziare un accordo a lungo termine per la ripresa e la crescita, incorporando ulteriori misure di sostegno promesse dall’Eurogruppo nel 2012. Sarà l’Eurogruppo di domani, a questo punto, a decidere se la proposta ellenica sia o meno accettabile. CdS 19

 

 

 

 

Che cosa succede ad Atene senza l’accordo? I soldi bastano solo per un mese: poi il rischio è la bancarotta

 

BRUXELLES  - È uno dei litigi interni più feroci della storia dell’Ue. Messa al tappeto dalla crisi finanziaria esplosa nel 2007, la Grecia s’è trovata con troppo debito e senza i denari per finanziarlo. Europa, Bce e Fmi hanno costruito un programma di salvataggio, 240 miliardi di prestiti condizionati a una serie di riforme strutturali destinate sulla carta a rendere competitiva l’economia ellenica. Il controllo del rispetto degli impegni presi da diversi governi ellenici è stato affidato alla famigerata Troika, il terzetto dei creditori internazionali. Il pagamento di ogni rata è stato vincolato alla realizzazione delle promesse. Dopo essere precipitato, il pil è tornato crescere (+1% nel 2014), ma la disoccupazione resta a livelli insostenibili (26,6%). 

 

Perché la trattativa è urgente?  

«Il programma d’aiuti scadeva a fine 2014 ed è stato prorogato sino a fine febbraio. Se non verrà rinnovato, o esteso, la Grecia dovrà andare sul mercato da sola per finanziarie l’immenso passivo pubblico (176,3% del pil a dicembre). I tecnici greci affermano di avere soldi per un mese. Solo in marzo scadono 4,3 miliardi di titoli, mentre poco meno di un miliardo va reso al Fondo. Tsipras può accettare di allungare l’aiuto della Troika. Oppure può far da solo e rivolgersi ai mercati, dove il denaro gli costerebbe oltre il 10%. Sarebbe l’inizio della bancarotta, dunque della possibile sortita dall’eurozona. A meno che non intervenissero prestatori esterni, magari la Cina o la Russia. Difficile». 

 

Cosa offre l’Europa?  

«Invitano Atene a chiedere una estensione tecnica di sei mesi del programma esistente come mossa temporanea. In questo modo, si potrebbe guadagnare i giorni necessari per discutere un nuovo accordo. Nel semestre, i greci dovrebbero mantenere buona parte degli impegni precedenti, in termini di riforme e controllo dei conti pubblici. Ogni misura tolta andrebbe compensata con un’altra per non mettere a rischio la stabilità». 

 

Come risponde la Grecia?  

«Alexis Tsipras ha vinto le elezioni promettendo uno stop all’austerità e la liberazione dalla Troika per risolvere la “crisi umanitaria” greca. La via d’uscita proposta insieme col ministro dell’Economia, Yanis Varoufakis, consiste nell’archiviazione del vecchio programma e nella definizione di una intesa che chiamano “Contratto a lungo termine”, ancora soldi e riforme, ma con un mix differente. Nel frattempo, chiedono una fase di transizione senza vincoli esterni e senza controlli. Un allungamento del piano dei prestiti con condizioni a piacere». 

 

Perché l’Eurozona non vuole?  

«Il motivo istituzionale è la difesa delle regole, non si può permettere che un solo socio faccia saltare gli accordi del club. Le ragioni politiche sono due: i paesi già usciti dal programma (Spagna, Portogallo e Irlanda) non possono accettare che i greci la facciano franca; gli stessi governi, soprattutto gli spagnoli e i popolari, non possono darla vinta a Syriza per non rafforzare gli emuli locali, nel caso Podemos». 

 

Come finirà?  

«Lo stesso Varoufakis ricorda che l’Europa è la terra dei compromessi, dunque questa resta la soluzione più probabile. In caso di rottura, marzo può essere ancora un mese di tempi supplementari estremi per trattare. Sennò Tsipras può liberarsi dall’Europa e restare da solo. Oppure può, insieme con i partner, trovare una formula semantica che permetta a tutti di dire “Abbiamo vinto!”, quindi negoziare in fretta un nuovo accordo. L’alternativa è il crac probabile. Che non conviene a nessuno». MARCO ZATTERIN  LS 19

 

 

 

 

 

Mappe. La nostra democrazia sembra ora caratterizzata da un tripolarismo imperfetto

 

I parlamentari del M5s hanno ingaggiato una lotta serrata, quasi un corpo a corpo, contro la riforma del Senato, progettata dal governo. Affiancati dai parlamentari di Sel e della Lega, insieme ad alcuni dissidenti del Pd. E alla stessa FI, che, in un'altra epoca politica, aveva contribuito a scrivere e a sostenere la riforma.

 

Un'opposizione tanto aspra appare dettata da ragioni di metodo, oltre che di merito. È, cioè, una reazione al rifiuto di discutere gli emendamenti. Dunque, di discutere. Votando a oltranza, giorno e notte. Questa vicenda sintetizza, plasticamente, questa difficile fase della nostra democrazia. Da un lato, Renzi e il "suo" Pd, decisi a tutto, pur di raggiungere gli obiettivi dichiarati, nei tempi più rapidi. Dall'altro, il M5s, specializzato nel fare controllo, resistenza. Intorno, gli altri partiti, di sinistra e, soprattutto, di destra. Poco influenti, se non in-influenti.

 

Da un lato, la "democrazia decisionale e personalizzata", di Renzi. Dall'altra, la "contro-democrazia" (come la chiama Rosanvallon), la democrazia della sorveglianza di Beppe Grillo. Un modello che spiega, in larga misura, il consenso di cui, oggi, sono accreditati i due principali soggetti politici, dai sondaggi. Non solo il Pd, stimato intorno al 36-37%. Ma anche il M5s. Nonostante che il suo gruppo parlamentare appaia diviso e sempre più ridotto. Nonostante svolga un'azione  -  prevalentemente  -  di controllo, difficile da spendere, sul piano del consenso. Eppure, resta il secondo partito in Italia. Stimato, dai principali istituti demoscopici, fra il 18 e il 20%. Lontano dal Pd. Circa la metà. Ma molto sopra gli altri partiti, che non superano il 14-15%. Lega e FI comprese.

 

La relativa ampiezza del bacino elettorale del M5s, in effetti, si spiega, anzitutto, con la base del dissenso verso le istituzioni e gli attori politici, molto estesa in Italia. Un disagio senza voce e senza bandiere. Senza storia e senza utopia.

 

La quota di elettori del M5s che esprime (molta o moltissima) fiducia nei confronti del Presidente della Repubblica appena eletto, per esempio, è circa il 30% (Demos, febbraio 2015). Metà, rispetto alla media della popolazione. Mentre la fiducia verso il Parlamento, fra gli elettori del M5s, scende al 5%. Circa un terzo rispetto alla media degli elettori. Si potrebbe, per questo, parlare di un'opposizione "antipolitica". Ma il discorso non è così semplice. La componente "esterna" allo spazio politico, coloro, cioè, che rifiutano di collocarsi lungo l'asse destra/sinistra, è, infatti, ampia, ma comunque, minoritaria (circa un terzo, Demos gennaio 2015). Mentre, in maggioranza, gli elettori del M5s appaiono distribuiti un po' in tutti i settori "politici". A destra (18%), sinistra (28%) e al centro (20%). Peraltro, il M5s è anche il partito meno "personalizzato". Nel senso che Beppe Grillo è il meno "stimato" fra i leader dei principali soggetti politici. Esprime, infatti, fiducia nei suoi riguardi quasi il 19% degli elettori. Circa 10 punti meno, rispetto allo scorso maggio. Certo, fra gli elettori del M5s la sua popolarità sale al 70%. Ma si tratta, comunque, del livello di fiducia più limitato ottenuto dai leader fra gli elettori del proprio partito. A conferma che il voto al M5s non è "personalizzato". E nemmeno "progettuale". Unito da un'identità comune. Ma, piuttosto, largamente e radicalmente "critico". Verso i principali partiti, verso le principali istituzioni. Insomma, verso la democrazia rappresentativa.

 

E ciò induce a riflettere, di nuovo, su questa particolare fase della nostra storia politica. Della nostra democrazia. Caratterizzata da una sorta di "tri-polarismo imperfetto". Dove agisce un solo soggetto politico di governo, il Pd, sfidato da alcuni soggetti che fanno opposizione, in Parlamento e nella società. Ma senza proporre alternative reali. Una situazione che potrebbe evocare la (cosiddetta) prima Repubblica, quando la Dc governava senza che il principale partito di opposizione, il Pci, potesse davvero subentrare al governo. A causa del vincolo internazionale, risolto solo dopo la caduta del muro  -  e dei regimi comunisti  -  nel 1989.

 

Oggi, però, la questione è diversa. In quanto il Pd di Renzi appare senza alternativa non per vincoli esterni, ma interni. Anzitutto: per il declino di Berlusconi, che, per vent'anni, ha occupato lo spazio di centrodestra. Personalizzandolo e rendendolo impraticabile per altri soggetti politici liberal-democratici. In secondo luogo, per l'emergere e l'affermarsi di un crescente malessere contro i soggetti e le istituzioni della nostra democrazia rappresentativa, intercettato e canalizzato dal M5s. Così, oggi le opposizioni, in Parlamento e all'esterno, appaiono deboli e im-proponibili. E ciò appare particolarmente critico, mentre si lavora per riformare le istituzioni democratiche  -  superando, anzitutto, il bicameralismo "paritario". E per ridefinire la legge elettorale. Perché è difficile, oltre che discutibile, riformare la Costituzione e le regole della democrazia senza dialogo e senza condivisione. Tanto più se il partito di maggioranza  -  l'unico soggetto politico effettivamente organizzato  -  è, comunque, "minoranza" (per quanto larga) fra gli elettori. E riesce a garantirsi la maggioranza, alle Camere, attraverso alleanze variabili e la transumanza di diversi parlamentari (come hanno segnalato, nei giorni scorsi, Stefano Folli e Roberto D'Alimonte).

 

Mentre le opposizioni sono, fra loro, eterogenee, in parte estranee. Lontane. Da ciò questo strano tri-polarismo imperfetto, che "oppone" il Pd di Renzi  -  personalizzato come il "suo" governo  -  a soggetti politici, che oggi non appaiono alternativi. Da un lato, a centrodestra, FI e la Lega sono concorrenti. E nessuna delle due pare in grado di affermare la propria leadership. FI continua a dipendere dal destino di Berlusconi. Mentre la Lega investe sul sentimento anti-europeo e anti-politico. Ma per questo le è difficile proporsi come attore di governo. Anche se si proietta a Sud. D'altra parte, il M5s propone un'alternativa alla democrazia rappresentativa, più che di governo. Per questo, appare in contrasto con il funzionamento stesso del Parlamento. Fino a minacciare le dimissioni dei propri parlamentari, per provocare lo scioglimento delle Camere. Dove, per motivi diversi, "non" siedono Renzi, Berlusconi, Grillo e Salvini, i leader dei principali partiti, di maggioranza e opposizione. È l'ennesima singolarità (per non dire anomalia) della nostra democrazia. Di questa Repubblica extra-parlamentare.  ILVO DIAMANTI, LR 16

 

 

 

 

Conoscere chi ci minaccia. La maschera del nemico

 

È giusto che l’apparizione in Libia dell’Isis, l’autoproclamato Stato islamico, susciti le nostre preoccupazioni. È naturale che il governo, anche se il premier dichiara che non è tempo d’interventi, debba prendere in considerazione la possibilità di un conflitto. Il riferimento all’Onu, soprattutto in una situazione in cui l’Italia avrebbe un ruolo di primo piano, è inevitabile. Ricordiamo che cosa accadde quando Berlusconi desiderava competere con la Gran Bretagna per l’ambito ruolo di alleato degli Usa nella guerra irachena. Bastò una riunione del Consiglio superiore di Difesa e un richiamo all’art. 11 della Costituzione sul «ripudio» della guerra, perché la missione militare italiana divenisse una paradossale missione di pace. Per chi voglia opporsi con le armi all’Isis occorre un mandato internazionale.

Ma il mandato dell’Onu da solo non basterebbe. Vorremmo qualche notizia in più sulla natura dei nemici. Chi sono? Una delle tante milizie libiche create dopo la dissennata operazione franco-britannica del 2011? Sono salafiti (una delle varianti più radicali dell’Islam) provenienti dal Sahara? Obbediscono al «Califfo» Al Baghdadi o hanno scelto il marchio di fabbrica che è oggi vincente nella gara del terrore? L’Isis sta combattendo anche una guerra psicologica e non meno pericolosa. Conosciamo male l’organizzazione, ma sappiamo che ogni gruppo terroristico sopravvive soltanto se sostituisce i morti con nuove reclute.

E il reclutamento è tanto più facile quanto più l’organizzazione può rivendicare successi proiettando di se stessa un’immagine di audacia e ferocia . Un governo deve dare la sensazione di non avere sottovalutato il pericolo, ma sbaglierebbe se non ricordasse che un’opinione pubblica allarmata è esattamente l’obiettivo dell’Isis.

Siamo male attrezzati, militarmente e psicologicamente, per vincere guerre di guerriglia contro chi non esita a usare la propria vita come un’arma. La spedizione franco-britannica ha dimostrato che i bombardamenti non bastano a creare le condizioni per una Libia pacificata e rinnovata. Ma potrebbero servire a cacciare l’Isis da Sirte, a impedirgli altre conquiste e a rafforzare le milizie del generale Khalifa Haftar.

La Libia è certamente un problema italiano. Ma è anche un problema mediterraneo e dell’Unione Europea. Francia e Spagna non possono attendere che venga risolto da altri. Una coalizione tripartita, sostenuta da altri Paesi dell’Ue, non sarebbe utile soltanto sul piano militare. Dimostrerebbe che l’Europa non è esclusivamente il luogo in cui si parla di euro, stabilità e crescita. È anche una patria da difendere. Sergio Romano CdS 17

 

 

 

 

Fiducia

 

Ci domandiamo se Renzi sia veramente all'altezza della fiducia che pretende il Popolo italiano. In altri termini, ci attendiamo dei cambiamenti che, a nostro avviso, tardano a evidenziarsi. Se la questione non fosse di vitale importanza per il Paese, non ci resterebbe che aspettare gli eventi. Ma non è così. L’Italia ha diritto a un rinnovo del quadro istituzionale; ma non solo di quello. Alle porte delle Consultazioni Europee, i Partiti continuano a studiarsi e le alleanze di oggi potrebbero non esserlo più già dalla prossima primavera.

Del resto, la guida del Governo impone, ovviamente, delle responsabilità. Di fatto, però, gli eventuali errori restano tutti a carico del Popolo italiano. Non riusciamo ad intravedere nuove “realtà” politiche. Ma il prossimo Esecutivo, quello che dovrebbe varare il nuovo assetto della Penisola, resta ancora da ipotizzare. Solo dopo la riforma del Parlamento potremo essere meno approssimati. Intanto, se siamo dove siamo, la responsabilità di qualcuno sarà. Anche nel futuro assetto europeo, sarà importante essere meglio”inquadrati”.

 Il tramonto, inarrestabile, del potere alla vecchia maniera preoccupa, più che incuriosire, chi ritiene d’essere ancora politicamente utile. Ora l’Italia è nelle condizioni per disfarsi di tante “figure” che hanno fatto il loro tempo. Ritirarsi, prima di una sconfitta elettorale, avrebbe ancora una sua dignità. Soprattutto se si facesse per il bene nazionale.

 Oggi non ci sono punti di riferimento nel firmamento dei tanti, troppi, partiti italiani. Elaborare le leggi è sempre una grande responsabilità. Applicarle appare molto meno difficoltoso. Le “deleghe” hanno da finire. Per il bene di tutti. Anche di quelli che s’ostinano a remare contro. Se entrerà in vigore un sistema monocamerale, allora sarà più agevole la verifica delle reali intenzioni di chi predica bene e razzola male. Questo Governo rimane per le riforme istituzionali. Per i problemi economici nazionali, non ci sono ancora le premesse per garantire un’omogenea ripresa.

 Se, anche col Parlamento rinnovato, continueranno a essere i politici a determinare il gioco delle alleanze, il quadro nazionale resterebbe “sfuocato”. Solo gli elettori dovranno conquistarsi le opportunità per pretendere il “meglio”. Senza elezioni, come da noi capita da troppo tempo, i presupposti politici, pur se capaci, avranno vita breve. Il voto, quando ci sarà, dovrà dimostrare una maturità ben più consistente di quella che, da troppo tempo, i Partiti hanno trascurato.

 

 Del resto, anche gli arrivismi politici, comunque siano presentati, non dovranno più condizionare il nostro futuro. Su questa posizione non riteniamo possibili “concessioni” accomodanti. Per voltare pagina, ma sul serio, è indispensabile dare e meritare fiducia. Insomma, la fiducia, alla quale tutti intendono appellarsi, è una cosa molto seria e per meritarla, a breve o a lungo termine, si deve verificare con i fatti. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Lo Stato Islamico rivela, la Libia è la porta d'ingresso per attaccare l'Europa

 

I jihadisti dello Stato Islamico (Is) intendono conquistare la Libia per farne una ''porta d'ingresso'' dalla quale attaccare l'Europa. Lo scrivono gli stessi miliziani in lettere rivelate dalla fondazione britannica contro l'estremismo Quilliam. Da queste missive, scrive il Telepragh, emerge la volontà dei jihadisti di inviare nello Stato nordafricano combattenti provenienti dalla Siria e dall'Iraq e poi farli giungere in Europa via mare come migranti, sui barconi che già attraversano il Mediterraneo. Una volta giunti a destinazione, secondo i piani i jihadisti dovrebbero poter muoversi incontrollati nelle città dell'Europa meridionale e anche provare ad attaccare obiettivi del trasporto marittimo.

In un testo scritto da un noto propagandista jihadista, che si fa chiamare Abu Arhim al-Libim, la Libia viene descritta come un ''potenziale immenso'' per l'Is. A sostegno della sua tesi, il miliziano cita l'enorme quantità di armi in circolazione dalla guerra civile che ha portato alla deposizione di Muammar Gheddafi, quando i ribelli hanno messo le mani sull'arsenale dell'ex colonnello. Alcune di queste armi provengono dalla Gran Bretagna, che aveva fornito al regime di Gheddafi mitragliatrici, fucili di precisione e munizioni in quanto considerato alleato nella lotta contro l'estremismo islamico.

Libim sottolinea anche che la Libia ''ha una lunga costa e volge lo sguardo agli Stati crociati del sud, che possono essere raggiunti facilmente anche con un'imbarcazione rudimentale''. Il miliziano cita anche ''il numero dei viaggi noti come 'immigrazione illegale' dalla sua costa, che sono tanti. Se questi vengono usati in modo strategico, nei Paesi dell'Europa meridionale succederà il pandemonio. E potrebbero anche essere prese di mira le navi crociate''.

L'Is ha già fondato cellule in Libia, che domenica hanno rilasciato un video che mostra la decapitazione di 21 cittadini copti egiziani rapiti a Sirte tra il dicembre e il gennaio scorsi. Nel filmato venivano anche rivolte minacce all'Italia. In risposta, l'aviazione egiziana ha lanciato raid contro postazioni dell'Is in Libia. Adnkronos 18

 

 

 

L'allarme Libia nei colloqui tra Renzi con Hollande e il Vaticano

 

E' la minaccia dello Stato islamico che viene dalla Libia al centro del vertice Italia-Santa Sede in occasione dell'anniversario dei Patti Lateranensi. Ma prima dell'appuntamento con il Segretario di Stato Parolin, il premier ha avuto un colloquio telefonico con il presidente francese Hollande. Parigi ha provato nel modo più crudele la ferocia dei terroristi del Califfato, anche se si trattava di foreign fighters nati e cresciuti in Francia. Renzi e Hollande si sono trovati pienamente d'accordo nel prendere molto sul serio la situazione critica che si è creata con l'avanzata dell'Is in Libia, e hanno convenuto che qualsiasi iniziativa deve passare attraverso l'Onu. E infatti già da due giorni la Francia ha chiesto la convocazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Riunione che si terrà domani. Da lì partiranno le prime iniziative che interessano da vicino anche il nostro Paese. Hollande, d'accordo con il presidente egiziano Al Sisi chiederà alle Nazioni Unite una risoluzione che autorizzi un intervento internazionale contro l'Is. La drammatica situazione in Libia è stata al centro dei colloqui tra Renzi e Parolin. Il Vaticano è ovviamente molto allarmato per le minacce ai simboli della cristianità, sconvolto dalla persecuzione dei cristiani diffusa in molte parti del mondo islamico, e che ha avuto una tragica e sconvolgente dimostrazione nella decapitazione dei 21 cristiani copti uccisi dall'Is in un barbaro rituale a Sirte due giorni fa. Il ministro dell'Interno Alfano - che domani e giovedì sarà a Washington per il vertice sul terrorismo islamico - ha rassicurato il Vaticano sottolineando che il livello di sicurezza assicurato alla Santa Sede era già "elevatissimo" e resterà così. Il cardinale Parolin ha assicurato il supporto della Chiesa ai migranti e ha ricordato l'importanza del dialogo per evitare uno scontro di civiltà con il mondo islamico. Qualsiasi azione - ha sottolineato il Segretario di Stato vaticano - deve essere concepita nell'ambito dell'Onu. GIANLUCA LUZI

LR 17

 

 

 

 

Illogico pagare l’Isis per liberare gli ostaggi

 

I terroristi hanno così più soldi per comprare armi e munizioni. Perché una differenza di trattamento con i sequestri delle mafie locali?

 

  E’ trascorso ormai più di un mese dall’arrivo a Roma, su un aereo dei servizi segreti, di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, prigioniere dei Siriani dal 31 luglio 2014, liberate dietro pagamento, pare, di 12 milioni di euro. Un esborso dello Stato che ha suscitato non poche polemiche, anche se accompagnate dal piacere di saperle vive. Critiche all’ingente somma statale versata sono state fatte anche dal presidente del Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica), Giacomo Stucchi, che ha contestato il pagamento in quanto “inaccettabile”, perché quei soldi possono essere utilizzati dai sequestratori per comprare armi. Secondo il suddetto, è “un errore da non fare; meglio individuare altre soluzioni, meno dannose anche per il futuro, perché se faccio vedere che sono disponibile a pagare, poi tutte le persone che si recano in certe zone diventano un bancomat per i terroristi.” Soprattutto se si tien conto, ha aggiunto, che le due volontarie “sono state avventate e anche un po’ sprovvedute, perché non ci si reca in zone così, senza preparazione”. Perché le conseguenze non sono solo di tipo economico, ma anche terroristiche. Come successo a Parigi e ancora il 16 febbraio scorso in Danimarca.

  Purtroppo, non è il primo sequestro di Italiani per cui lo Stato ha pagato: basti pensare al giornalista Gabriele Torsello e alla sua collega Giuliana Sgrena; alla giurista Clementina Cantoni, alle due volontarie Pari e Torretta, alla cooperante Rossella Urru e alla turista Mariasandra Mariani. E’, invece, il caso di porre un freno a questi esborsi che aggravano il deficit pubblico, soprattutto se si tien conto che lo Stato non interviene mai quando i cittadini sono rapiti dalle mafie locali che poi chiedono un riscatto per liberarli, al fine di scoraggiare le organizzazioni criminali. Non solo: grazie ad una legge introdotta parecchi anni fa, la Magistratura sequestra i beni ed i conti correnti dei familiari. E, se viene a sapere che qualche amico del rapito si dà da fare per ottenere il denaro sufficiente alla liberazione, lo incrimina per favoreggiamento. C’è da chiedersi, quindi, perché lo Stato reagisca in modo diverso se i sequestri avvengono in Italia, mentre sborsa milioni di euro per tutelare persone che si recano in territori musulmani, senza rendersi conto di ciò che ne può conseguire. Una disparità di trattamento decisamente incomprensibile che suscita rabbia e disgusto, anche perché il Governo, cedendo alla richiesta dei terroristi, rischia di rendersi responsabile di future catture.

  Sarebbe più opportuno che sconsigliasse i viaggi in certe aree ed informasse chi vuole comunque andarvi, che lo fa a suo rischio e pericolo, a meno che espatrino per svolgere una missione spirituale o umanitaria nell’ambito di un programma ufficialmente riconosciuto. Intendiamoci: sono inaccettabili le accuse da molti rivolte a Greta e a Vanessa di essersela andata a cercare; così come è comprensibile il sentimento di solidarietà e di carità che ha spinto lo Stato a pagare, pur di riaverle vive in Patria. Metodo seguito, del resto, dalla Francia (che ha versato allo Stato islamico 18 milioni per la liberazione di quattro ostaggi), dalla Spagna e dalla Germania. Ma sarebbe il caso di adeguarci alle regole esistenti in altri Paesi, per esempio in Giappone e negli Stati Uniti, che si rifiutano di pagare il riscatto chiesto dall'Isis che, secondo un’inchiesta del New York Times, incassa un sacco di milioni all’anno.

  Il Governo giapponese non le ha dato i duecento milioni di dollari pretesi per liberare due prigionieri, poi, infatti, decapitati. Decisione presa anche dal Presidente americano cui erano stati reclamati 5 milioni di dollari per rilasciare la ventiseienne volontaria in Siria, Kayla Mueller. In effetti Obama ha ribadito che “con i terroristi non si tratta. E l'America non paga riscatti”, perché, “se cominciassimo a farlo, non solo finanzieremmo il massacro di persone innocenti, ma rafforzeremmo la loro organizzazione e di fatto renderemmo gli Americani ancor di più un bersaglio di futuri rapimenti”. Del che era convinta la stessa Kayla, a giudicare da quanto ha scritto nell’ultima lettera inviata alle autorità nazionali, poi consegnata alla sua famiglia.

  Parere condiviso, a parole, dal nostro Ministro degli affari esteri, Paolo Gentiloni, secondo il quale “il terrorismo islamico va sconfitto innanzitutto sul piano militare e sul piano politico, coinvolgendo in questa battaglia senza ambiguità i Governi dei Paesi a maggioranza islamica e le istituzioni musulmane in Europa”. Quindi non dando soldi all’Isis, consentendole così di arruolare nuovi adepti e di comprare altre armi. Ottimo punto di vista, quello di Gentiloni, che, però, non ha proibito di pagare il riscatto per far rientrare le due volontarie. Forse perché, in Italia, si predica bene e si razzola male.

Egidio Todeschini, de.it.press 21

 

 

 

 

 

“Contraddizioni e polarizzazioni”

 

Il mondo moderno sta evolvendo silenziosamente e in modo subdolo verso pesanti contraddizioni e lascia spazio a una sempre maggiore polarizzazione dei suoi estremi:

- crescente divario fra ricchezza e povertà (prova ne è l'importante studio di Piketty: "Capital au XXIme siècle"),

- scontro lacerante e sanguinario tra sistemi politici ideologico-religiosi e sistemi capitalistici,

- guerra fredda tra Occidente e Russia (e forse presto anche tra Occidente e Cina, Occidente e India),

- borse valori sempre più stellari, alimentate da nuova moneta immessa dai banchieri centrali ma disancorate dall'economia reale, scontano oramai soprattutto gli utili futuri delle grandi corporations multinazionali, delle banche internazionali e delle mega-utilities che lavorano per costituire stabili rendite di posizione,

- tassi di interesse nominali oramai sotto zero ma spread crescenti per i finanziamenti di nuova erogazione, per cui i tassi di interesse reali invece crescono oltre ogni limite perché le aspettative di default generalizzato crescono e quelle di ulteriore deflazione si allargano facendo nuove vittime, riflettendo la scarsità di attese degli investitori odierni nei confronti del prossimo futuro a livello globale.

Al tempo stesso la monetizzazione in atto dei debiti pubblici occidentali (ivi compreso quello giapponese) è appena iniziata e continuerà a disturbare a lungo l'oceano valutario agitandone i cambi e spostando interessi e valori nei Paesi oggi preferiti da tutti coloro che hanno accumulato grandi ricchezze: lontano dai BRICS e via dal terzo mondo!

È questo il quadro sconfortante che sembra emergere dietro la filigrana della diplomazia dall'ultimo bollettino del Fondo Monetario Internazionale, lasciando intendere piuttosto chiaramente che tali contrasti non potranno che deprimere la crescita economica globale e, con essa, la speranza di riscatto dalla fame e dalle malattie dei Paesi più poveri del mondo.

D'altra parte l'evoluzione del mondo moderno necessitava di un nuovo punto di equilibrio, dopo ne quello precedente era stato perduto con il confronto acceso tra gli integralismi religiosi e la crescente "laicità" (o corruzione) di chi vi si oppone, dopo lo shock dell'ultima crisi economica e finanziaria, con l'avvio dei numerosissimi focolai di scontri armati tanto in Asia quanto nel Mediterraneo, sù sù fino quasi alla Russia stessa, dopo la germanizzazione dell'Unione Europea nutrito al fuoco del crescente distacco britannico e del penoso doppiogiochismo francese, nonchè alimentato dalla constatazione che effettivamente i governi dell'Europa periferica sono stati (e sono tutt'ora) corrotti e inconcludenti.

Il nuovo punto di equilibrio non è ancora ad oggi dato di scorgerlo all'orizzonte, però. E c'è chi si chiede quanto lontano sia. Sarà un punto di equilibrio globale o un insieme instabile di punti di equilibrio tra interessi parziali e locali? La differenza può essere assai ampia...

È in questo crepuscolo degli dei, forse all'alba di un nuovo mondo dominato da titani e sconvolgimenti cosmici, che l'Olimpo greco ha partorito il topolino Syriza, sinistra estrema ma contraddittoria, forse alleata con la destra anti europea e forse ancora rappresentata da un Presidente della Repubblica (Kostas Karamanlis) noto per le sue posizioni filo-russe. Un vero concentrato di esplosivo (seppur di limitata quantità) in seno al più vetusto dei club del potere finanziario: il continente europeo.

Difficile dire perciò come può evolvere la situazione, quanto gravi possono essere i conflitti di interesse che nascono dalle contraddizioni e dalle disparità. Certo è impossibile abbassare la guardia, lasciare che gli eventi ci travolgano, restare fideisticamente in attesa della Divina Provvidenza. Aiutati che Dio ti aiuta, si diceva una volta. E sembra scritto apposta per l'Italia post-moderna,sempre più lacerata a sua volta da contraddizioni e disparità tra settentrione e meridione, tra welfare smisurato e disavanzo pubblico, tra giovani e adulti-anziani, tra occupati e non-occupati (circa due terzi del totale), tra cittadini del mondo e ignoranti cosmici, tra cittadini politicizzati (circa la metà della popolazione attiva) e sudditi di una Casta sempre più vorace.

Forse l'Italia si aiuterà in extremis, forse lo faranno soltanto i cittadini che possono permettersi di lavorare e prosperare anche oltre confine. Forse le piazze si accenderanno e i forconi riprenderanno ad agitarsi. Una cosa è però certa: con un tale casino all'orizzonte difficilmente riusciremo a goderci una sana ripresa economica, un ritorno degli investimenti stranieri, un incremento dell'occupazione, una moralizzazione della pubblica amministrazione, un ammodernamento delle risorse turistiche del Bel Paese.

All'indomani della grande crisi del 2008 il mare italiano insomma è ancora agitato, perché è anche il bacino del Mediterraneo nonché gli Oceani dei quattro continenti ad essere a loro volta agitati. Il mondo intero resta in subbuglio, evidentemente alla ricerca di nuovi equilibri. Chissà se tutto ciò potrà alla fine produrre una crescita morale e culturale della nostra lacerata società civile, e verrà archiviato come uno scomodo periodo di transizione. O se invece prima di rivedere la luce della civiltà dovremo attraversare nuove barbarie, nuove violenze, nuove povertà? Certo nè l'economia nè la finanza internazionale sono mai state autonome dalla Storia. Non possono prescindere dalle sorti complessive dell'umanità. Nemmeno quando vanno molto bene, figuriamoci quando arrancano!

Stefano L. Di Tommaso, Economista Analista Finanziario, de.it.press 17

 

 

 

 

 

L’odio di sempre: che fare?

                                                                                                                                                

Il film SELMA attualmente in programmazione mostra con immagini crude e raccapriccianti alcuni momenti salienti della vita del Reverendo Martin Luther King (1929-1968). Per il suo costante impegno in difesa dei diritti civili dei neri d’America ebbe il premio Nobel per la pace nel 1964.

Il film è centrato sulla violenza della polizia dell’Alabama contro la folla che, rispondendo ai suoi appelli, marciava pacificamente per protestare contro il fatto che il diritto di voto, garantito dalla legge, fosse, in quello stato, di fatto negato ai neri da una burocrazia e da una polizia bianca animata da un odio forte, cieco, irrazionale contro i neri. Un odio manifestato in tutti i modi possibili: a parolacce ed insulti dalla popolazione bianca che si ritiene cristiana, con manganelli grossi e tosti mossi dalla   polizia a cavallo con una sconvolgente violenza ed una straordinaria volontà di far male e uccidere, e dalle infami croci ardenti del Klan.

 Il Presidente Lyndon Johnson, democratico, prima ebbe un atteggiamento incerto di fronte alle richieste del Dottor King, poi, difronte ad inaccettabili spettacoli di violenza mostrati da tutte le televisioni (oh, potenza del mezzo!) cede alle richieste dei manifestanti.

 A questo punto del film, c’è il memorabile colloquio tra il Presidente Johnson e il governatore dell’Alabama, Wallace.  Alla domanda del presidente: “Ma perché voi odiate tanto questa gente? In fondo, che fanno di male? Marciano pacificamente per reclamare l’effettivo diritto di voto, un diritto civile garantito dalla legge.”, il governatore Wallace risponde dichiarandosi estraneo ai fatti, e, con volto impassibile, scarica la responsabilità delle violenze contro i neri sulla burocrazia e la polizia dell’Alabama. “Lei mi sta prendendo per il c…o!”, esclama il Presidente. Il dottor M.L. King fu ucciso nel 1968. Oggi il 7 Aprile è un giorno di lutto nazionale, in suo onore.

Purtroppo, episodi di odio e violenza sono tuttora fatti di cronaca quotidiana su televisioni e giornali. Persino la pacifica Danimarca ha visto la morte ed il sangue dell’odio del terrorismo di matrice islamica. Infinitamente più insidioso e diffuso dell’odio cieco e della violenza fanatica della polizia e dei buoni cristiani dell’Alabama. In questo caso, infatti, non c’è un presidente che può ridimensionare l’odio dell’Islam fondamentalista contro gli infedeli, anzi c’è un testo ritenuto sacro da centinaia di milioni di persone, sparse in tutto il mondo, che incita l’Islam alla guerra santa contro gli infedeli.

Che fare?

Difficilissima la risposta a questa domanda, tocca agli organi competenti non solo italiani, anzi, soprattutto a quelli europei. Abbiamo l’odio armato alle porte di casa, le minacce rivolte all’Italia sono sempre più insistite e ripetute. Solo una più profonda ed efficace integrazione con l’Europa per la difesa e le politiche estere può essere un’ancora di salvezza, una volta ridimensionate tutte le polemiche sull’ uscita dall’area euro. Francamente, ho paura. Ho paura per le persone, prima di tutto. Ed ho paura anche per il patrimonio artistico inestimabile che abbiamo costruito nel corso dei secoli, principalmente di matrice e committenza religiosa. Il Mare Nostrum che per secoli è stato una via di comunicazione fra popoli diversi, è oggi un vulcano distruttivo, pronto ad esplodere. Emanuela Medoro

De.it.press 16

 

 

 

 

 

La nostra sul voto

 

Dubbi non ne abbiamo mai avuti. Neppure quando se ne sentiva la necessità. Ora c’è la certezza di quanto i Connazionali all’estero tengono a chiarire la loro rappresentatività politica nella nuova legge elettorale che, però, vediamo sempre meno imminente. Soprattutto dal Vecchio Continente, sono giunte riflessioni che ci hanno fatto ripensare su quanto avevamo ipotizzato nel passato; anche in quello recente. Con una premessa: non ci saranno più Esecutivi senza elezioni.

 In buona sintesi, l’Italia non ha bisogno di Governi d’Emergenza, né di politici “aggregati”. Gli uomini di partito che avrebbero dovuto rappresentarci, hanno rappresentato se stessi. Altro che promesse non mantenute, le Legislature precedenti sono terminate con promesse mai mantenute. Tant’è che il Paese è stato affidato all’Esecutivo Renzi con l’illuminato intervento del ex Presidente Napolitano; un Governo non in grado d’assumersi una responsabilità assai più grande della capacità personali.

 Da noi c’è da ritrovare quella forza di coesione andata perduta per i troppi interessi ed intrallazzi che hanno destato gli appetiti di chi avrebbe dovuto solo rappresentarci. Mentre la nuova normativa elettorale resta ancora tutta da analizzare, ci sono da accettare nuove regole della democrazia. Di là dai meccanismi elettorali, chi acconsentisse a mettersi in lista, dovrebbe avere ben chiari alcuni punti nodali dell’investitura. Meno apparenza e più sostanza. Meno emolumenti e più coerenza su tutto e su tutti. Applicazione integrale, senza riserve, di un programma politico presentato all’elettorato.

 Il voto non dovrà più essere il trampolino di lancio per nessuno. Le nuove linee operative dovranno essere condivise e le alleanze di comodo subito ricusate. Quest’anno sarà, si voglia o no, quello della svolta. Abbiamo il nuovo Capo dello Stato e il 2016 potrebbe essere quello di un nuovo Primo Ministro. Sul campo, tutti i problemi di un Paese, restano alla deriva.

 Saranno in gioco le linee guide di uno Stato che ha da riscoprirla sua genesi. I fatti da focalizzasre sono questi. Non basta, però, esprimerli per iscritto, si dovrà anche mettere in pratica. La questione, di conseguenza, era e rimane, squisitamente politica. Non mancheranno, in ogni caso, le nostre osservazioni.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Quirinale, Mattarella: "Sarà aperto al pubblico tutti i giorni. E' luogo simbolo d'Italia"

 

Il Capo dello Stato, inaugurando una mostra di arazzi nel Salone dei Corazzieri, ha annuncia anche l'ampliamento del percorso visitabile. "Il Quirinale ha accompagnato la storia di questo Paese e continua ad accompagnarla come sede della Presidenza della Repubblica", ha detto il neo presidente

 

ROMA - E' una piccola rivoluzione per il palazzo della politica più importante d'Italia. Come già ipotizzato nei giorni scorsi, il primo atto del neo presidente della Repubblica Sergio Mattarella è quello di aprire il Quirinale al pubblico in modo permanente. La notizia arriva nel giorno in cui si inizia a delineare lo staff che accompagnerà Mattarella al Colle con la nomina di Ugo Zampetti a Segretario Generale della Presidenza.

 

"Ho disposto che il Quirinale sia, entro breve tempo, aperto alle visite tutti i giorni", ha affermato oggi il Capo dello Stato inaugurando una mostra di arazzi nel Salone dei Corazzieri. Il nuovo inquilino del Colle ha spiegato di aver chiesto di aprire "il percorso delle visite ad altre parti del Palazzo e di utilizzare nuovi spazi per le attività espositive permanenti o temporanee". Il Quirinale è già da diversi anni aperto al pubblico in alcune domeniche, mentre gli altri palazzi della politica, Palazzo Madama e Montecitorio (Senato e Camera) sono visitabili dai cittadini un weekend al mese. Già dallo scorso maggio sul sito del Quirinale è possibile compiere un tour virtuale della struttura con immagini ad alta definizione delle parti aperte al pubblico. Sotto la presidenza Napolitano la passione degli italiani per il Colle è esplosa con ben un milione e 200mila visite. "Ci troviamo in un luogo simbolo della cultura e della storia degli italiani", ha sottolineato Mattarella.

 

Il gesto ha un valore altamente simbolico e, nelle intenzioni di Mattarella, permetterà ai cittadini di identificarsi con l'istituzione più alta della Repubblica. Il Capo dello Stato ha anche annunciato che il percorso visitabile sarà notevolmente ampliato: "Ho chiesto che gli uffici si ritirino in una parte del palazzo lasciandone libero alle visite una più ampia", ha sottolineato Mattarella. Saranno ricavati nuovi spazi per le esposizioni e aperta al pubblico la magnifica Collezione delle carrozze, finora non visitabile. "Il Quirinale, la casa degli italiani, dove il Presidente vive e lavora, ha accompagnato la storia d'Italia e continua ad accompagnarla come sede della Presidenza della Repubblica", ha spiegato il Capo dello Stato spiegando la decisione. LR 16

 

 

 

 

Chiusura d’anno record per l’export italiano

 

A dicembre in aumento del 2,6% le esportazioni rispetto al mese precedente, il miglior dato del 2014. Saldo record dei conti con l’estero (circa 43 miliardi di euro)

 

ROMA - Bilancio più che positivo nel 2014 per le imprese italiane all’estero, complice anche il più basso livello di importazioni degli ultimi 4 anni: solo nel mese di dicembre, l’incremento delle vendite è pari al 2,6% rispetto al mese precedente, mentre su base annua si registra un +6,3%, il dato migliore da gennaio 2013 e un risultato secondo, in ambito europeo, solo a quello della Germania (+10,0%).

“I segnali positivi che vengono dalle nostre imprese testimoniano la forte capacità di presidio dei mercati esteri, anche in una situazione congiunturale complessa a livello nazionale. Una vocazione all’internazionalizzazione che porta il saldo dei nostri conti con l’estero, per la prima volta da quando sono disponibili le rilevazioni statistiche, a raggiungere la cifra record di circa 43 miliardi di euro nel 2014, sfondando addirittura il tetto degli 86 miliardi di euro se si considera il surplus al netto della componente energetica”, sottolinea Gaetano Fausto Esposito, segretario generale di Assocamerestero, commentando i dati Istat sul commercio estero diffusi oggi.

A livello settoriale, recuperano posizioni, riducendo il loro disavanzo, l’agroalimentare e l’elettronica (con un calo del deficit rispettivamente di 56 e 101 milioni di euro), mentre guadagna terreno il surplus dei mezzi di trasporto (+309 milioni di euro) e della meccanica, che supera quota 50 miliardi, pari a circa il 60% dell’attivo Made in Italy.

In merito ai mercati di riferimento, continua l’ascesa dei Paesi Extra-Ue, che nel 2014 guadagnano altri 0,5 punti percentuali e rappresentano il 46,2% dell’export complessivo, mentre nel 2010 la quota era pari al 42,1%. A fare da traino le vendite negli Stati Uniti (+10,2% rispetto al 2013) e l’incremento dell’export verso tutta l’Area asiatica, ovvero: Cina (+6,6%), Paesi EDA (economie dinamiche dell’Asia esclusi Cina e Giappone, +9,6%) e ASEAN (+5,1%). Preoccupa, invece, la forte contrazione delle esportazioni in Russia (-11,6% rispetto al 2013), dovuta alla crisi internazionale, nonché verso alcuni partner di prossimità quali Svizzera (-6,4%) e Turchia (-3,3%). (Inform 17)

 

 

 

 

Debolezze

 

Solo 48 ore fa sembrava che la Grecia avesse la meglio nel braccio di ferro con l’Europa, ma ora appare evidente che il rischio rottura con la Troika porterebbe ad una catastrofe non solo continentale, dal momento che ieri, 24 ore prima dell’incontro dei ministri delle finanze della Eurozona per discutere della richiesta inviata dalla Grecia per una proroga di 6 mesi del prestito,  il segretario del tesoro USA Jack Lew ha chiamato il ministro delle Finanze ellenico, Yanis Varoufakis, avvertendo di “immediate difficoltà” senza un accordo e chiedendo collaborazione con Ue e Fmi. 

“È il momento di passare ai fatti” ha detto  Jack Lew al collega greco, “ di trovare  un sentiero costruttivo in accordo con il Fmi e i ministri europei delle finanze” perché, ha concluso “l’incertezza non è una cosa buona per l’Europa”.  

Nella serata di ieri, da Berlino,  arriva la presa di posizione di Angela Merkel, secondo la quale aiuti ai paesi indebitati sono possibili solo in cambio di riforme.

I creditori internazionali sembrano voler giungere ad un accordo che tranquillizza gli operatori di Borsa, ma la posizione ufficiale di Bruxelles resta dura ed invariata, acuendo il senso di confusione interna e confusione che regnano in Europa.

Una Europa incerta e debole anche sotto il profilo internazionale, che lascia alla sola Germania e Francia il dipanare la questione Ucraina e non ha strategie circa la minaccia islamica ormai infiltrata e dilagante.

Mentre la Libia è nel caos e le forze del Califfato avanzano, aiutate dalla estrema debolezza dei due governi che da Bengasi e da Tripoli si contendono il potere nel Paese e sul fronte militare, l’unica novità è rappresentata dall’intervento duro e ripetuto delle forze militari egiziane, in risposta all’uccisione dei 21 ostaggi copti (ma soprattutto in funzione di contenimento di un fenomeno che assai facilmente potrebbe contagiare il Paese delle piramidi; l’Europa tace e l’ONU designa un impossibile percorso politico di pacificazione senza peraltro precisare con quali, fra i tanti, interlocutori.

Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha avuto un lungo colloquio telefonico con il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi per analizzare lo stato della lotta contro il terrorismo, con particolare riguardo alla situazione libica e ai passi politici e diplomatici, nel quadro del Consiglio di sicurezza Onu, per riportare sicurezza e pace nel Paese e propone l’Italia come capofila della pacificazione, in primo luogo, come ha detto l’ ambasciatore Sebastiano al Palazzo di Vetro, articolato su alcuni aspetti, tra cui il monitoraggio di un cessate il fuoco e il mantenimento della pace, ma anche l’addestramento delle Forze armate “in una cornice di integrazione delle milizie in un esercito regolare e per la riabilitazione delle infrastrutture”. Il punto, e su questo l’Italia non sembra aver fatto passi indietro rispetto alla vigilia, è la necessità di agire subito e con determinazione, “attraverso un cambio di marcia della comunità internazionale prima che sia troppo tardi”.  

Cerca di ritagliarsi un ruolo l’Italia, messa da parte sul piano internazionale e da Washington il ministro Alfano, in visita negli USA, dice che “noi siamo pronti a fare la nostra parte”, pur scansando come “premature” eventuali interventi militari.

A Roma è allarme per due libici giunti nella capitale e che hanno fatto incetta di armi e il Viminale cerca di calmare gli animi sempre più preoccupati circa eventuali minacce di infiltrazioni con i barconi di immigrati.

Intanto, nei fatti, invece di trovare una sponda di autentico intervento alleandosi con Egitto, Lega Araba e Francia, l’Italia, che una parte vuole fare da capofila, fatto appoggia l’opera di mediazione dell’inviato speciale Onu per la Libia, Bernardino Leon, per trovare un accordo tra le parti su un governo di unità nazionale, pur sapendo che, a parte il califfato, di governo ve ne sono due e tra loro profondamente divisi.

Debolezza e confusione, giochi misti e su tavoli diversi e sbagliati che rendono vuote le parole del ministro Gentiloni che, in Parlamento, dice che l’Italia è pronta “a contribuire al monitoraggio di un cessate il fuoco e al mantenimento della pace»”, assumendo un ruolo guida nella cornice dell’iniziativa Onu.

Naturalmente contrario ad ogni presa di posizione è il Movimento 5 Stelle, con Di Battista che dice “La Libia sarà il nostro Vietnam”, ignorando la gravità della questione, la bestialità della inerzia e le parole del ministro della Difesa Roberta Pinotti, che nel corso di un forum di Repubblica Tv ha detto, parlando dell’incremento degli sbarchi sulle nostre coste:  “Il vero nodo è come fermare le partenze. In Libia la situazione è fuori controllo e si è formata una associazione di scafisti che causano l’aumento dei barconi diretti verso l’Italia”.

Sempre a proposito dei barconi, secondo il Daily Telegraph,  che cita “documenti segreti dei jihadisti”, l’Isis sarebbe intenzionato a utilizzare la Libia per portare il caos nel sud dell’Europa ed è per questo che, senza pensare ad interventi militari, occorre intervenire per fermare questo pericolo.

Ma di farlo si continua a parlare, mentre il tempo scorre e non è infinito. Come si continua a parlare di ripresa economica che invece non si vede, con aumento di disoccupati e poveri e di persone che non riescono a curarsi, a vestirsi e a mangiare.

Il 2015 sarà un "anno decisivo" per lo sviluppo globale, ha detto il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, intervenendo alla cerimonia di apertura del Consiglio dei Governatori dell'Ifad (Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo) ed ha aggiunto che, secondo lui , la nostra Nazione  è pronta a fare la sua parte nella lotta alla povertà mondiale.

Intanto non si limitano né le povertà interne né le chiusure di industrie ed aziende agricole, ridotte di un 25% dall’inizio di questa crisi, lunga per tutti, ma che per noi sembra infinita. Carlo Di Stanislao, De.it.press 19

 

 

 

 

L’insegnamento della lingua italiana nel mondo

 

Alla VII Commissione e al Comitato per le questioni degli italiani all'estero

L’audizione del direttore del Centro di ricerca sulla didattica delle lingue dell’università Ca’ Foscari  Paolo Balboni

L’incontro si è svolto nell’ambito dell’indagine conoscitiva sullo stato di diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo

 

ROMA – Nell’ambito dell’indagine conoscitiva sullo stato di diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo si è svolta al Senato, davanti alla 7ma Commissione e al Comitato per le questioni degli italiani all’estero, l’audizione di Paolo Balboni, presidente del Centro linguistico di Ateneo e direttore del Centro di ricerca sulla didattica delle lingue dell’università Ca’ Foscari.

L’incontro è stato introdotto dal presidente del Comitato Claudio Micheloni che ha ricordato come in una recente missione a Zurigo alcuni esponenti del Comitato abbia avuto modo di incontrare i rappresentanti del mondo della diffusione della lingua e cultura italiana presenti in quell’area. Micheloni ha anche annunciato che domenica prossima prenderà il via la missione che porterà una delegazione del Comitato a Buenos Aires, San Paolo e Caracas. 

Ha poi preso la parola Paolo Balboni che ha in primo luogo sottolineato la necessità di una visione di insieme per la promozione della nostra lingua e cultura all’estero. Una guida che consenta di capire a chi debba rivolgersi l’offerta della lingua italiana. Secondo Balboni infatti c’è chi nel mondo studia la nostra lingua perché o “si sente ancora italiano”, ad esempio nel sud del Brasile dove si contano

43 associazioni di docenti di italiano e la discendenza ha un valore reale, o per motivazioni di lavoro, è il caso dei Balcani dove la presenza di grandi industrie del nostro Paese (ad esempio Fiat) sta facendo moltiplicare il numero dei studenti di economia e ingegneria che vogliono apprendere la nostra lingua. Stesso discorso anche per la Grecia dove l’italiano è studiato da chi lavora nel settore turistico. Per Balboni vi è un poi un terzo ambito di diffusione della nostra lingua, ovvero le scuole di elite in Cile, Argentina, Turchia, Russia  e Nord America. “Da un lato quindi – ha spiegato Balboni - abbiamo gli italiani all’estero che vogliono conservare le loro radici, dall’altro vi sono scuole di italiano dove si crea classe dirigente. Sto parlando di due investimenti completamente diversi, pur se rivolti a discendenti di italiani. .. Noi- ha proseguito Balboni - siamo abituati a dire, la scuola italiana non va bene,  ma all’estero,  soprattutto per quanto riguarda il liceo scientifico, la nostra scuola gode di molto prestigio ed è vista come una realtà equilibrata… Tutti questi settori della promozione della nostra lingua all’estero, - ha aggiunto Balboni - compreso quello che si rivolge ai Paesi dove non sono presenti discendenti italiani, avrebbero bisogno di una cabina di regia politica, oggi mancante, che  sappia indicare dove vogliamo andare con l’italiano nel mondo”. Balboni ha anche segnalato l’esigenza di avere maggiori certezze sui tempi e sull’entità delle scarse risorse  pubbliche erogate ogni anno per le strutture, come enti gestori e Dante Alighieri, che operano per la diffusione della nostra lingua nel mondo.    

Ha poi ripreso la parola il presidente Micheloni che ha sottolineato sia la necessità di avere un unico luogo volto ad elaborare e gestire i progetti per la promozione linguistica all’estero, sia la sua contrarietà ad un possibile intervento del Maeci su questa materia che non tenga conto del lavoro portato avanti dal Comitato e dalla 7° Commissione su questa materia. Dal canto suo il senatore del Pd Francesco Giacobbe, eletto nella ripartizione Asia, Africa, Oceania e Antartide, ha evidenziato come a tutt’oggi la lingua italiana debba fronteggiare la crescente competizione delle lingue del Medio Oriente. Giacobbe ha anche segnalato la necessità di coinvolgere le scuole pubbliche e private dei vari Paesi nella diffusione di massa della lingua italiana. Anche Giacobbe si è poi soffermato sulla necessità di dare certezze all’erogazione dei fondi pubblici per gli enti gestori e di coordinare gli interventi per la promozione della lingua italiana all’estero. Il senatore del Pd ha infine chiesto a Paolo Balboni indicazioni su possibili soluzioni a questi problemi.   A seguire è intervenuta la senatrice Maria Mussini (Misto- MovimentoX) che ha ricordato come negli ultimi anni la mancanza di una politica in questo settore abbia finito per cristallizzare la dispersione delle varie iniziative per l’estero. “Io non contraria agli ente gestori, – ha precisato la Mussini -  ma chiunque operi all’interno del sistema per la promozione della lingua all’estero deve avere un coordinamento centrale… Se si vuole l’italiano come lingua e veicolo di cultura ci deve essere una linea politica nazionale, un centro pensante, altrimenti l’italiano diventerebbe un bene di mercato così come gli altri, e come tale verrebbe gestito”. 

Dopo l’intervento del vice presidente del Comitato Claudio Zin (Maie) che ha ricordato come spesso per molti connazionali in Argentina l’invio degli studenti nelle scuole italiane rappresenta una tradizione di famiglia ed ha auspicato la valorizzazione delle vere scuole italiane all’estero, in sede di replica Paolo Balboni, si è detto contrario alla possibile creazione di un’agenzia terza per il coordinamento degli interventi per la lingua italiana all’estero. “Non c’è bisogno – ha spiegato Balboni - di un’agenzia che diventi agente, cioè che faccia le cose che possono essere portate avanti da un esecutivo in ogni sua concretizzazione, ad esempio da un  sottosegretario, dopo aver sentito le linee guida che gli vengono dal Parlamento ed in particolare dai parlamentari eletti nella circoscrizione Estero. Per un’ipotetica agenzia vedo invece un gruppo di esperti che abbia il compito di informare il decisore della  linea politica e il decisore operativo Questo possiamo farlo , ci sono le persone e le competenze, ma non c’è bisogno di un’ulteriore Ente”. Balboni ha inoltre  segnalato l’esigenza sia di evitare competizioni nella promozione della nostra lingua fra Istituti Italiani di Cultura e i Comitati della Dante, ad esempio nei paesi dove gli iscritti ai corsi della Dante sono nettamente preponderanti, sia di puntare negli Stati Uniti, dove i discendenti italiani sono perfettamente integrati, su una diffusione linguistica basata sullo status italiano e sul lusso.   Balboni ha infine auspicato la realizzazione di un indagine conoscitiva volta a capire in quale aree geografiche l’insegnamento dell’italiano venga recepito come riscoperta delle radici culturali da parte dei discendenti, oppure  visto come un simbolo di lusso o semplice strumento di lavoro. (G.M. Inform 19) 

 

 

 

Tutti contro tutti. Forza Italia teme il ko alle regionali

 

Mentre il governo procede come un bulldozer a colpi di fiducia sul decreto Ilva e sul Milleproroghe, tra Arcore e Palazzo Grazioli è il panico: Forza Italia sembra un territorio mediorientale o maghrebino dove si scontrano sanguinosamente bande rivali. Tutti contro tutti, con Berlusconi sotto assedio: i magistrati che trovano i riscontri dei pagamenti alle Olgettine testimoni nei processi, i sondaggi impietosi che inchiodano Forza Italia sempre sotto il 15 per cento e comunque sempre sotto la Lega, le Regionali che incombono con la prospettiva di andare da soli verso un bagno di sangue. Stracciato il patto del Nazareno per ripicca contro l’elezione di Mattarella al Quirinale, Berlusconi si trova da solo ad affrontare una fase che potrebbe segnare il suo epilogo politico. Forza Italia è ingovernabile: è notizia di stamattina le dimissioni dei coordinatori per protesta contro la nomina di un commissario in Puglia, messo lì per fare terra bruciata attorno a Fitto, che a Repubblica tv dice: "Ci epurano perché abbiamo ragione". Ma nel partito - in cui è scattata la cassa integrazione per i dipendenti - è scontro aperto anche contro Brunetta: il vulcanico capogruppo alla Camera è sotto processo per essere andato da solo al Quirinale da Mattarella con un documento non concordato con gli organi dirigenti del partito. Verdini è isolato dal "cerchio magico", sotto accusa per il Nazareno. Ma i suoi rapporti con il governo potrebbero tornare utili nel momento in cui Berlusconi fosse costretto, per sopravvivere politicamente, a tornare a più miti consigli con Renzi. Al centro di questi problemi che assillano Berlusconi ci sono le imminenti Regionali e il rapporto con la Lega che adesso detta le regole dall’alto del suo sorpasso. Salvini dice di non avere alcun problema ad andare da solo, sicuro di riuscire comunque a vincere in Veneto. Ma non chiude la porta all’alleanza con Forza Italia a patto che ne stia fuori Alfano e il suo Ncd. Che invece Berlusconi vuole assolutamente perché lo aiuterebbe in Campania. Situazione apparentemente senza via d’uscita per Berlusconi che - attraverso il suo consigliere Toti - rilancia un vecchio "format": quello della Casa della libertà. Alleanza con la Lega al Nord, con Alfano (allora era Fini) al Sud. Ma il ’94 è un’altra era politica e Berlusconi aveva un’altra forza. GIANLUCA LUZI  LR 19

 

 

 

 

Tagli auspicabili

 

Torniamo a prospettare, anche se si sentiamo dei rematori controcorrente, una “riduzione” dei Parlamentari della Repubblica. Ora, i Deputati sono 630. I Senatori 315. Quindi, la metà numerica dei precedenti. Però, mentre il numero dei Deputati è “fisso”, quello dei Senatori può aumentare. Infatti, al numero ”canonico” si aggiunge quello dei Senatori a vita di nomina presidenziale e fanno parte del Senato (sempre a vita) gli ex Capi dello Stato (salvo rinuncia).

 

Ora, ci sono troppi parlamentari che contrastano con le reali finalità di una politica, oltre la misura, ”ballerina”.  Abbiamo ipotizzato un Parlamento assai più snello e senza variabili di sorta. Né pregiudizi, né di composizione. In pratica, un buon 30% in meno di Deputati e stessa percentuale per i Senatori. Passando ai numeri: 44O inquilini a Montecitorio e 220 a Palazzo Madama. Più che sufficienti per dare un assetto politico affidabile al Bel Paese. Sempre che non abbia la meglio un Potere Legislativo monocamerale.   (Senato delle Regioni).

 

  Le “indennità” parlamentari dovrebbero essere riviste a scendere. Chi è assente ”ingiustificato” alle riunioni in Aula o Commissione dovrà essere sanzionato. Nei modi e nei tempi gestiti da un comma specifico della nuova Legge Elettorale. Nessun vitalizio; perché fare il “parlamentare” non è un mestiere. Nella nostra supposizione, non tanto impossibile, per la Circoscrizione Estero resta l’opzione inversa.

 

 Insomma, Candidati oltre frontiera possono “correre” (quindi essere votati) per formazioni politiche in Patria o dall’estero. Contestualmente, anche il voto postale è da “pensionare”. Il voto, se esercitato direttamente dai Paesi ospiti, sarà elettronico. I Certificati Elettorali permanenti (delle dimensioni di una carta di credito) avranno l’impronta digitale.

 

Il meccanismo che abbiamo riportato, tra l’altro, andrebbe a diminuire, di parecchio, le spese attive e passive necessarie per mettere in moto la macchina elettorale. Questa è la nostra idea. Certamente, una delle tante. Giorgio Brignola

De.it.press

 

 

 

 

 

Io sto con la Grecia e tu?” Consegnate le adesioni alla campagna di Cambiailmondo e FIEI

 

ROMA - Rodolfo Ricci, segretario della FIEI e componente del CGIE, segnala i risultati della campagna di mobilitazione realizzata attraverso la petizione lanciata dal blog Cambiailmondo e dalla FIEI (Federazione italiana emigrazione immigrazione) sulla piattaforma internet Change.org: “Io sto con la Grecia. E tu?”

La petizione ha raggiunto oltre 5.000 adesioni in 5 giorni. Le adesioni provengono dall’Italia e da numerosi paesi europei ed extraeuropei.

La risposta ottenuta in così breve tempo - osserva Ricci - costituisce un segnale importante dell’ampio e crescente sostegno che si sta manifestando a favore del nuovo governo greco e della consapevolezza che non si tratta semplicemente di esprimere la solidarietà a un paese massacrato dall’imposizione dell’austerity, ma che ci troviamo di fronte ad un passaggio decisivo che ci riguarda tutti, in Italia e nell’intera Europa.

La lista delle adesioni è stata consegnata ieri, ad Atene, al vice presidente del Parlamento ellenico Yannis Balafas, da Angelo Saracini della Filef Grecia; la lista è stata inviata anche ai presidenti di Camera e Senato, Laura Boldrini e Pietro Grasso, e ai parlamentari italiani eletti all’estero. Nei prossimi giorni sarà trasmessa ai responsabili di tutte le forze politiche e dei gruppi al Parlamento europeo.

L’iniziativa costituisce un contributo unitario che proviene, in particolare, dalle reti associative delle comunità italiane emigrate aderenti alla Filef e all’Istituto Fernando Santi. Un esempio - conclude il segretario generale della FIEI - di solidarietà e di sensibilità verso un’Europa dei popoli e realmente democratica rappresentato dalle nostre collettività all’estero. (Inform 16)

 

 

 

 

Paura dei barbari

 

Orrore e morte si affastellano, fra decapitazioni di massa e raid aerei, vendette senza fine che nessuno prova ad arginare o fermare, con tutti che si sentono legittimati da dio e credono che il mostro sia il nemico, senza accorgersi che invece li abita, profondamente.

Sono in molti a giudicare sacrosanti i raid egiziani sui campi libici dell’ISIS, come ieri avevano plaudito a quelli giordani e considerata sacrosanta l’ira di Usa e Inghilterra, per primi impegnati contro l’orrore del Califfato universale, che tinge di nero ancora più cupo quel fondamentalismo bieco e feroce che con il nome di jihad, attraverso una multiforme costellazione di soggetti e raggruppamenti, consolidatisi con particolare forza dopo gli attentati alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, riducendo un fenomeno storicamente complesso  a una dimensione conflittuale marcatamente brutale e violenta, che funge da base ideologica per il terrorismo di matrice islamica e che, grazie anche a una propaganda particolarmente efficace, ha attratto nell’ultimo decennio migliaia di nuovi adepti  che ora, dopo i recenti fatti di Parigi e di Copenaghen e dopo l’allarme che viene dalla sappiamo riguardate il  mondo intero.

Orrore, paura, disgusto e voglia di vendetta serpeggiano ovunque e sono in molti ormai, la maggioranza, a dire che non basta più la distinzione fra islam moderato e integralismo, che tale distinzione  non è sufficiente né da parte dei musulmani, né da parte di quella che, con molta approssimazione, chiameremo la "sinistra".; perché non basta distinguere, non basta costruire moschee e non basta accogliere gli immigrati.

Ma, a differenza dei più, dalla parte dei pochi come Anna Maria Cossiga, poiché con Voltaire crediamo nel primato della Ragione, poiché con Ernesto De Martino sappiamo che nei momenti più difficili e bui bisogna sottoporre a critica costruttiva la cultura cui si appartiene per capire meglio noi stessi e gli altri.; credo che soprattutto ora dobbiamo riflettere su quanto scritto di recente dal filosofo franco-musulmano Abdennour Bidar - che si autodefinisce "istmo tra i due mari dell’Oriente e dell’Occidente"  e  limitarsi a dire “no all’Islam” significa “mettere al mondo un mostro” e, infine, “associarsi a questo mostro” e alle sue orrende nefandezze.

Ci vuole vera conoscenza e vero rispetto, vera consapevolezza che le culture, tutte le culture, non possono essere universi in sé compiuti e immutabili, quasi che lo svolgimento storico non li tocchi e i contatti con altri popoli e idee non siano in grado di influenzarli.

Lo scontro fra integralisti islamici e cristiani che parlano di scontro di civiltà, ricorda nei fatti, luttuosi, crescenti e quotidiani, l’insulsa lotta fra creazionisti e i degenerazionisti del passato (ma anche del presente), secondo cui Dio ha creato il mondo e la vita così come li vediamo e, se qualche cambiamento c’è stato, è dovuto solo alla degenerazione del peccato originale - o dell’allontanamento dalla via indicata da Allah attraverso il suo profeta Maometto, se preferite.

Guai a seguire l’esempio di chi, come Giuliano Ferrara, definisce i fatti di Libia, di Parigi e di Copenaghen una “crociata contro la croce” e invita, come un invasato che “questo non è terrorismo, ma una guerra santa contro l’Occidente ebraico e cristiano”.

Non servono le parole di papa Francesco, si preferisce la narrazione retrograda, sanguinaria e destrorsa di Ferrara oggi e di George W. Bush ieri, si deve andare in Siria ed impiccare Assad, come è stato fatto per Saddam.

In questa dicotomia di contraddizione di chi si dice cristiano ma non ascolta il Papa, rivediamo, per dirla con Sergio Quinzio nel suo “Radici ebraiche del moderno, il trionfo di un Occidente che è portatore di una forma di integralismo, non religioso, ma culturale, che fa il gioco del nemico che si vuole vincere.

Va comunque detto che purtroppo, sebbene contrario a tale tipo di atteggiamento, non sono completamente convinto né dalla “narrazione di sinistra” che, pur proponendo principi altamente condivisibili e di matrice occidentale e illuminista - i diritti umani, il diritto alla diversità, l'accoglienza dell'altro, il dialogo tra culture e religioni e la piena libertà di culto, alla fine sfocia in soluzioni poco incisive e ragionevoli fatte di buonismo", "amicizia con il terrorismo islamico" ,"complicità con l'immigrazione di massa" "miopia", quando non cecità assoluta; né da quella cattolica, con un papa coraggioso ma che, in questo ambito, non offre soluzioni migliori di quelle della “sinistra”.

Né tanto meno mi convince il piagnisteo di chi afferma che siamo storicamente colpevoli di tutto, senza che si giunga alla consapevole constatazione che non il passato, ma il presente va cambiato e per essere e credibile, l’Occidente deve essere più coerente con se stesso e con i propri valori.; quei valori che spesso, purtroppo, sembrano valere solo per "noi" e non per gli "altri".

Aveva ragione Tzvetan Todorov che nel saggio “Paura dei barbari” scriveva “la paura ei barbari può renderci barbari”  e in un mondo dagli equilibri stravolti e diviso non più tra Oriente e Occidente o tra Nord e Sud, ma tra paesi dominati dal risentimento e paesi dominati dalla paura, è necessario riprendere in mano la riflessione sulla possibile convivenza con il diverso: l’altro, che provenendo da una cultura differente finiamo per classificare semplicemente come “barbaro”. L’Europa, in particolare, oggi preda della paura nei confronti dell’islam, rischia di reagire in modo violento, provocando un duplice paradosso: “da una parte «la paura dei barbari rischia di trasformare noi stessi in barbari”; dall’altra “rende il nostro avversario più forte e noi più deboli”. Carlo Di Stanislao, De.it.press 17

 

 

 

 

“La lingua italiana come strumento di dialogo interculturale, sviluppo e crescita economica”

 

L’incontro è stato organizzato dall’Associazione scuole di italiano come lingua seconda (Asils) sui temi di riflessione avanzati nel corso degli Stati generali della Lingua italiana a Firenze. Tra gli interventi quello di Jacopo Viciani della segreteria particolare del sottosegretario agli Esteri Mario Giro: “Siamo riusciti a mobilitare coloro che credono che diffondere la nostra lingua nel mondo non sia solo una missione culturale ma anche un’opportunità economica. Ora occorre mantenere vivo l’entusiasmo e lavorare per gli obiettivi che ci siamo assunti”

 

ROMA – Si è svolto ieri presso l’Ufficio per l’Italia del Parlamento europeo a Roma il convegno “La lingua italiana come strumento di dialogo interculturale, sviluppo e crescita economica”, iniziativa organizzata dall’Associazione scuole di italiano come lingua seconda (Asils) che si propone di proseguire la collaborazione tra pubblico e privato sul tema avviata dagli Stati generali della Lingua italiana celebrati a Firenze nello scorso mese di ottobre.

Invitato ad aprire i lavori il sottosegretario agli Esteri Mario Giro, che ha voluto fortemente gli Stati generali, ritenendoli poi permanentemente convocati per la realizzazione delle proposte sulla diffusione della lingua e cultura italiana avanzate in quel contesto, ma che non è potuto intervenire per motivi di salute. A salutare i presenti Jacopo Viciani, della segreteria particolare del sottosegretario, che ha richiamato l’importanza dell’appuntamento fiorentino, cui hanno contribuito anche le scuole che insegnano l’italiano in Italia e all’estero, e segnalato come occorra tener vivo l’entusiasmo, oltre che lavorare per la realizzazione concreta degli impegni assunti con il documento finale degli Stati generali. “Siamo riusciti nel nostro intento di creare una mobilitazione di popolo, nella chiamata a raccolta del partito della lingua italiana, di coloro che credono – spiega – che diffondere la nostra lingua nel mondo non sia solo una missione culturale ma anche un’opportunità economica”. Richiama poi i passi avanti compiuti da ottobre: in corso la creazione di una banca dati per favorire l’inserimento dei laureati in didattica dell’italiano da parte del Maeci in collaborazione con la Crui; sul fronte del volontariato linguistico internazionale, vengono segnalate 25 università straniere che accoglieranno giovani impegnati nel servizio civile all’estero per progetti di insegnamento dell’italiano; in fase di raccolta anche i dati sulla diffusione dell’italiano nel mondo che verranno diffusi a Firenze nel corso della XV edizione della Settimana della Lingua italiana – ottobre 2015, - evento per cui si prevede anche l’operatività del portale unificante tutte le risorse dedicate all’apprendimento della lingua italiana, cui stanno lavorando Maeci, Miur e Poligrafico della Stato. Nel 2016 è previsto inoltre un nuovo incontro degli Stati generali a Firenze per monitorare le attività messe in campo. “L’insegnamento dell’italiano non è solo un atto dovuto per valorizzare la nostra cultura – prosegue Viciani - ma è un vero e proprio affare economico, sia per il sistema Italia, perché attrae turisti, genera export e investimenti, sia perché crea nell’immediato un ritorno economico”. Per ogni euro pubblico destinato agli enti gestori dei corsi di lingua e cultura italiana all’estero – dice - si genera un ritorno economico sul fronte privato che equivale al doppio e in taluni casi al triplo – in aree come l’Africa – o a 5 volte tanto – in America latina. Si tratta quindi di un comparto che “può creare occupazione e generare profitto – sottolinea Viciani, evidenziando la necessità di intercettare la domanda di italiano oggi presente nel mondo favorendo il moltiplicarsi delle “imprese culturali”, come scuole private che potrebbero affiancarsi alle realtà pubbliche impegnate in questo settore con strumenti quali il credito agevolato o quelli già esistenti per l’internazionalizzazione. Per un salto di qualità della diffusione della lingua italiana all’estero è quindi necessario un “cambio di mentalità” che associ a tale settore la possibilità di fare profitto, così da coinvolgere – in tempi di ristrettezze economiche – le imprese private in tale attività, visto anche il crescere della classe media nei Paesi emergenti. Conferma la capacità di attrazione esercitata dalla lingua italiana anche il capo dell’Ufficio per l’Italia del Parlamento europeo, Daniel Ractliffe, che si definisce lui stesso un “esempio vivente di tale capacità di attrazione”. “Ho avuto modo di constatare l’interesse per l’italiano da parte di giovani provenienti da Paesi con un alto tasso di crescita economica, come la Cina, e questo dimostra – afferma Ractliffe – che possiamo aver fiducia nel futuro culturale di questo mondo globalizzato. Questo è anche un esempio del funzionamento della diplomazia culturale italiana; in un mondo che non è più eurocentrico, chi studia la lingua di Dante diventa ambasciatore di cultura e valori europei”. Dal Parlamento europeo invia un video messaggio Gianni Pittella, capogruppo dell’Alleanza progressista dei Socialisti e Democratici, che sottolinea come si debba investire sulla promozione della nostra lingua come volano dello sviluppo, intervenendo su criticità come le procedure burocratiche e sul sistema di certificazione dei docenti e dell’apprendimento.

Ad illustrare l’attività dell’Asils, nata nel 1991 e che riunisce oggi 42 scuole presenti in 10 regioni del territorio nazionale, la presidente Francesca Romana Memoli: gli studenti stranieri che hanno frequentato i corsi attivati dalle scuole dell’associazione sono stati nel 2013 24 mila, per un totale di 301 corsi della durata media di 4,5 settimane. Il fatturato raggiunge i 20,9 milioni di euro e arriva sino a 42 milioni di euro se consideriamo anche l’indotto che ruota intorno alla permanenza degli studenti stranieri in Italia – alloggi, visite e attività culturali etc. L’associazione tiene alla qualità dei servizi offerti e dei suoi insegnanti, qualificati e assunti per la maggior parte con un contratto nazionale. Negli ultimi anni è aumentato in particolare il personale che collabora nell’ambito web, in linea con la trasformazioni del comparto, che affianca alle lezioni frontali sempre più anche l’utilizzo dei social media. Un’analisi dell’Asils rileva come i primi Paesi di provenienza degli studenti dei corsi offerti siano Stati Uniti e Germania (che registrano tuttavia un calo rispetto al 2012), Russia, Svizzera (in aumento), Giappone, Regno Unito, Francia, Brasile e Paesi Bassi. Sono studenti, ma anche lavoratori (36%) e appartenenti a tutte le fasce d’età, anche più elevate rispetto a quella classica degli universitari. Sono soprattutto permanenze stagionali, che si concentrano nei mesi estivi anche se l’impegno è quello di destagionalizzare la permanenza. Richiamato anche l’investimento nel marketing: 2 milioni di euro nel 2013, una media di 58 mila euro a scuola, promozione cui Memoli auspica possano collaborare maggiormente le istituzioni in iniziative condivise. Il punto di forza segnalato dall’Aisls resta la capacità attrattiva costante che l’italiano esercita – il numero degli studenti e dei corsi non ha subito significative variazioni rispetto al 2012 – mentre le criticità sono la scarsa interazione con il pubblico, la mancanza di coinvolgimento nei tavoli di lavoro istituzionali in cui si affrontano i temi dell’insegnamento dell’italiano, l’esclusione dei soggetti privati nei progetti di insegnamento linguistico ministeriali. La presidente chiede inoltre un intervento normativo sul rilascio dei visti, che preveda tra le fattispecie per la loro concessione anche quella per lo studio della lingua italiana.

Per il Ministero degli Affari esteri e la Cooperazione internazionale interviene Stefano Zanini, capo ufficio III della Direzione generale del Sistema Paese, che segnala come si stia lavorando per la raccolta di dati più precisi sulla diffusione dell’italiano nel mondo, esigenza avanzata nel corso degli Stati generali. “Il ministero – afferma – aveva censito nel 2012 circa 550 mila studenti di italiano all’estero, ma erano quelli che risultavano partecipare solo alle iniziative in qualche modo collegate con il Maeci attraverso i contributi destinati a questo scopo. Il numero è stato poi progressivamente ampliato fino ad arrivare a 1 milione e 500 mila studenti – afferma Zanini, segnalando come resti però ancora molto lavoro da fare sui numeri, sia quantitativamente che qualitativamente. In particolare occorre un esame sulle motivazioni che spingono alla scelta dell’italiano come seconda lingua di studio, analisi che egli invita l’associazione a condividere, così come tiene a sottolineare sia “aperto” il lavoro messo in campo con il documento finale degli Stati generali. Altro fronte di lavoro da parte del Maeci è la certificazione della qualità di insegnamento ed insegnanti, tema su cui si sta riflettendo in collaborazione con le università.

Ricorda le cifre legate al turismo in Italia Cristiano Radaelli, commissario straordinario dell’Enit, che parla di una percentuale del nostro Pil riconducibile al settore del 9%, di 90 miliardi di euro di ricchezza generata e 2,6 milioni di posti di lavoro. La sollecitazione è anche in questo caso quella di fare di più, perché le “rendite di posizione non bastano”. “L’Italia potrebbe essere e tronare ad essere la prima meta turistica d’Europa, mentre non ha saputo cogliere l’aumento del flusso turistico mondiale e oggi è superata da Paesi come la Francia e la Spagna – afferma Radaelli. Per il commissario straordinario dell’Enit, dunque, “la bellezza non basta in un mercato altamente competitivo come quelle turistico – conclude, rilevando come la presenza di stranieri in Italia per frequentare corsi di italiano possa costituire una leva per lo stesso settore turistico, sino ad oggi poco utilizzata.

Suggerisce di utilizzare Expo 2015 quale vetrina anche per la promozione della nostra lingua il giornalista di Repubblica Leandro Palestini, invitando ad utilizzare fantasia e passione, se mancano i soldi. Ricorda tuttavia come, anche in tempo di crisi economica, Paesi come la Francia, la Germania e la Spagna trovino le risorse per promuovere la loro lingua e cultura in tutto il mondo. Delle criticità che attraversa l’insegnamento e la diffusione dell’italiano in Paesi come la Svizzera, Grecia, Malta o in Slovenia parla Loredana Cornero, segretaria generale della Comunità radiotelevisiva italofona e della Direzione relazioni internazionali della Rai, che ritiene la nostra lingua debba trovare oggi un nuovo “plusvalore”, non riconducibile esclusivamente al nostro patrimonio letterario, per poter esercitare quella capacità attrattiva necessaria a competere nell’attuale contesto plurilinguistico.

Eleonora Cimbro, membro della Commissione Affari Esteri della Camera dei deputati, accoglie il rilievo sull’assenza di un visto che indichi come motivazione lo studio della lingua italiana e ritiene che tale vuoto normativo debba essere colmato. Segnala a questo proposito di aver depositato un’interrogazione rivolta a Maeci e Miur. Condivide inoltre la proposta di fare di Expo 2015 un’occasione per promuovere la nostra lingua. Intervengono infine Valeria Della Valle, docente di Linguistica all’Università Sapienza di Roma, che segnala come le parole siano le migliori ambasciatrici della nostra lingua e come esse sempre più spesso vengano utilizzate all’estero, simpatia e diffusione che sollecita a “cavalcare”, e Diana Saccardo, dirigente del Dipartimento del sistema educativo di istruzione e formazione del Miur, che sottolinea come sia indispensabile per insegnare l’italiano all’estero o agli stranieri in Italia l’acquisizione della metodologia per il suo insegnamento come lingua seconda. Richiamata infine la necessità di sviluppare tra gli studenti stranieri e di origine straniera presenti nelle nostre scuole le competenze dell’italiano non solo come lingua base ma anche come lingua di studio, per evitare i rischi di insuccesso e dispersione scolastica. (Viviana Pansa – Inform 20)

 

 

 

 

L'Ue estende la missione 'Triton': "Almeno fino a dicembre, all'Italia 13 milioni"

 

L'operazione 'Triton' nel mar Mediterraneo viene estesa fino "almeno" alla fine del 2015 e l'Italia riceverà 13,7 milioni di euro per gestire l'emergenza immigrati . Lo ha annunciato il commissario Ue agli Affari interni e all'Immigrazione, Dimitris Avramapoulos.

 

L'agenzia europea Frontex, secondo quanto annunciato dall'esecutivo di Bruxelles, intende prorogare almeno fino alla fine del 2015 l’operazione congiunta Triton, che doveva inizialmente durare solo pochi mesi. Avviata il primo novembre scorso, l'operazione Triton ha finora salvato 6 mila persone, su un totale di 19.500 portate in salvo.

La dotazione di bilancio operativo prevista per prorogare Triton fino alla fine del 2015 è di 18,2 milioni di euro. Per la gestione delle sue frontiere, si spiega dalla Commissione, l’Italia ha già ricevuto più di 150 milioni nell’ambito del Fondo sicurezza interna per le frontiere.

L'esecutivo Ue ha inoltre ha accordato all’Italia un importo di 13,7 milioni in finanziamenti di emergenza a titolo del Fondo Asilo, migrazione e integrazione. Le autorità italiane hanno presentato un’ulteriore richiesta di assistenza di emergenza alla luce dell'aumento degli arrivi di minori non accompagnati e verrà erogato un importo di circa 11,95 milioni. Saranno inoltre stanziati 1,7 milioni per proseguire il progetto 'Praesidium'.

Dimitris Avramopoulos, commissario Ue per gli Affari interni e l'Immigrazione, ha spiegato che "l’Europa deve gestire meglio il fenomeno della migrazione, sotto tutti i suoi aspetti. È prima di tutto un imperativo umanitario. Non possiamo sostituirci all’Italia nella gestione delle sue frontiere esterne ma possiamo darle una mano. Proprio per questo abbiamo deciso di prorogare l’operazione Triton e di aumentarne le risorse, se è questo quello di cui l’Italia ha bisogno. Allo stesso tempo però non stiamo costruendo una 'fortezza Europa'". Adnkronos 19

 

 

 

 

Governo Renzi un anno dopo. Il consenso torna a crescere

 

Risalita al 48,1% per il premier dopo il calo su cui ha pesato l’andamento dell’economia Gli ultimi giudizi positivi legati anche al voto per il Colle e all’ottimismo delle famiglie - di Nando Pagnoncelli

 

Le democrazie contemporanee scontano il profondo mutamento avvenuto nel rapporto tra cittadini e politica: il venir meno di un collante ideologico, l’indebolimento delle appartenenze, la «secolarizzazione» rispetto alla politica, unitamente agli atteggiamenti di aperta ostilità nei confronti dei partiti, sempre più spesso considerati una casta distante dalla società, impediscono ai leader e alle istituzioni di poter contare su un sostegno granitico e stabile nel tempo, come invece avveniva in un passato non molto lontano. Le opinioni sono più fluide e volatili e il consenso va conquistato (e misurato) giorno per giorno. Ne deriva un interesse crescente per la popolarità dei governi e per la misurazione del loro stato di salute e del livello di sintonia con il Paese.

Il consenso al governo al 45,1%

A un anno dal suo insediamento il governo Renzi è sostenuto dal consenso del 45,1% degli italiani e il premier dal 48,1%. Per valutare adeguatamente la misura dell’indice di popolarità è opportuno analizzare l’andamento delle opinioni nel corso dei 12 mesi e fare un confronto con i governi che l’hanno preceduto.

Iniziamo con il trend del governo Renzi: all’esordio l’esecutivo è stato accolto positivamente dal 62,6% degli italiani e il premier dal 65,3%. Le tante novità messe in campo, l’avvio di un ampio programma di riforme e il successo di alcuni provvedimenti adottati (in primis gli 80 euro) hanno determinato un gradimento crescente, culminato con il risultato delle elezioni europee: a fine maggio il consenso era pari a 64,4% per il governo e quello per il premier superava il 70%. Era un sostegno largo e trasversale: prevaleva tra quasi tutti i segmenti sociali ed era molto ampio anche tra gli elettori dei partiti dell’opposizione.

L’andamento

Questi valori si sono mantenuti stabili nel mese di giugno e successivamente hanno iniziato a diminuire, con una flessione più consistente da settembre in poi, in concomitanza con il peggioramento degli indicatori economici nazionali e la prospettiva di una chiusura d’anno caratterizzata dalla perdurante recessione che smentiva le previsioni di una blanda ripresa. E, non a caso, la flessione del consenso è risultata nettamente più marcata tra coloro che più di altri soffrono le conseguenze della crisi, i ceti meno garantiti (dai disoccupati ai lavoratori autonomi, ai piccoli imprenditori, la cui attività è rivolta a un sempre più asfittico mercato locale) e coloro che vivono situazioni di disagio economico. Costoro, dopo aver sperato nel miglioramento della situazione, hanno perso la speranza e sospeso la fiducia.

La legge di Stabilità varata dal governo, nonostante non abbia comportato un inasprimento fiscale e impopolari tagli dei servizi ai cittadini e prevedesse misure espansive per la nostra economia, non ha frenato il calo di consenso per l’esecutivo. Inoltre, in un clima di crescente inquietudine per il tema occupazionale, l’acceso dibattito sul Jobs act ha più acuito le preoccupazioni per la perdita di diritti di quanto non abbia alimentato speranze sul fronte dell’occupazione giovanile.

Ma la strategia adottata da Renzi per l’elezione del Presidente della Repubblica in gennaio ha fatto segnare un’inversione di tendenza e una ripresa di sostegno che in febbraio si sta consolidando grazie ai primi segnali di crescita economica.

E rispetto ai governi precedenti come si colloca l’esecutivo di Renzi dopo un anno di attività? I confronti sono piuttosto difficili perché i diversi governi che si sono succeduti hanno dovuto fare i conti con scenari politici differenti, coalizioni più o meno ampie e coese, opposizioni più o meno pugnaci, contesto economico e clima sociale diversi.

Gli altri governi

Il governo Prodi che aveva esordito nel 2006 con il 53,7% di apprezzamento, dopo un anno era sceso al 36,3%; il governo Berlusconi nel 2008 risultava gradito dal 63% e a un anno di distanza, pur facendo segnare una flessione, poteva contare sul sostegno di oltre un italiano su due (55,7%). Il governo Monti a fine 2011 è stato salutato da un elevato gradimento (60,9%) e 12 mesi dopo, tra alti e bassi, il consenso si attestava al 50,3%. Da ultimo il governo Letta, all’inizio sostenuto dal 60% di consensi, ha concluso il proprio mandato a meno di un anno dall’insediamento sostenuto dal 40% degli italiani.

Spesso si è soliti attribuire il feeling di un leader con il Paese alle capacità comunicative. In realtà i cittadini sono diventati molto più disincantati, pragmatici e impazienti; negli ultimi anni abbiamo assistito all’aumentata incidenza dei temi economici sui livelli di consenso. A questo proposito appare interessante confrontare l’andamento della fiducia nel governo attuale e nel premier Renzi con quello dell’indice di fiducia dei consumatori rilevato dall’Istat. Quest’ultimo, dopo essere sceso dal giugno al dicembre dello scorso anno (da 107 a 98,3), a gennaio ha fatto segnare un forte rialzo, attestandosi a 104. Si tratta di un andamento del tutto omogeneo tra i due indici. Come a dire che le appartenenze politiche contano sempre meno e la popolarità del governo va di pari passo con gli indicatori economici.  CdS 20

 

 

 

 

Strategie

 

C’è poco da suggerire alchimie impossibili: senza il PD non si governa. Le premesse di un “accordo” con dei movimenti che non hanno fatto il pieno di voti, era la sola via possibile. Renzi l’ha accettata e il Centro/Destra s’è scisso. Il PD, in ogni caso, serve. Prima della fine d’anno ci potrebbero essere, comunque, segni di una fiducia allargata per cambiare l’Italia.

 Ma, tra dire e fare, resta da verificare la volontà di mantenere in vita questo Esecutivo nazionale. Quindi, si potrebbe ancora ipotizzare un governo di “transizione” con elezioni nella tarda primavera del 2016.  Ci sarebbe, di conseguenza, tutto il tempo per mettere a punto una Legge Elettorale degna di tale nome. I cavilli, previsti dalla nostra Costituzione, per le posizioni incerte li lasciamo a chi se ne capisce. Intanto, saranno le volontà dei politici ad avere, in ogni modo, la meglio. La situazione, come già avevamo scritto, è di stallo e le baruffe parlamentari restano una vergogna.

 A ben analizzare, per Montecitorio i problemi non ci sono; Il Centro/Sinistra può governare. E’ al Senato che la situazione potrebbe complicarsi. Gli accordi “trasversali” non hanno più pregio e di ciò dobbiamo criticare i non “allineati”che si sono sempre mossi con la volontà di sgretolare il sistema. C’è poco da stare tranquilli: da una parte si sono arroccati i politici di “lunga navigazione”, dall’altra chi dalla politica attiva n’è sempre stato fuori.

 Se si esclude il “miracolo” dell’accordo Berlusconi/Renzi, che citiamo solo perché definitivamente tramontato, non restano che poche eventualità delle quali c’eravamo fatti promotori. Ovviamente, con tutti gli effetti dell’inesperienza di chi ha gridato contro una politica becera, ma che non si è mai confrontato con quella attiva che, giova rammentarlo, ha valenza anche oltre i confini del Bel Paese.

 Avere ottenuto un consenso delegato dagli italiani, è una grossa responsabilità nei confronti di chi avrebbe preferito diversamente. La Penisola è una.  Basta con i “modelli” alternativi, smettiamola con gli esecutivi istituzionali. L’Italia ha bisogno di un Governo nel pieno delle sue forze e appoggiato da un Potere Legislativo che non ponga pressioni di percorso. Chi ha sperato di trasferire la politica sul Web deve, ora, rivedere alcune basilari vincoli. La maggioranza degli italiani la pensa diversamente e di ciò si dovrà tenere conto al momento d’ogni eventuale differente accordo di programma.

 Le Strategie per guidare la Penisola in acque meno perigliose non potranno essere solo discusse a un tavolino “ristretto”. La fiducia è una cosa seria che è da centellinare con i “volponi” del potere. Tra l’altro, si potrebbe anche rischiare un maggiore l’isolamento dall’Europa e ciò sarebbe inammissibile. Prima di prendere delle decisioni, che potrebbero non compattare tutti, bisognerebbe rammentare che il nostro Paese non ha bisogno d’altri supporti di facciata. Certo è che il nostro futuro resta rischiosamente incerto. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

L’Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia: “L’Italia sia in prima fila per pacificare la Libia”

 

ROMA – “È un dolore enorme per noi italiani di Libia vedere il Paese nel quale siamo cresciuti messo a ferro e fuoco da lotte fratricide, nelle quali facilmente si inseriscono gli estremisti islamici per minacciare l’Occidente e l’Italia da vicino.” Così Giovanna Ortu, presidente dell’Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia, in una nota diffusa in seguito alle ultime vicende libiche.

“Sembra incredibile pensare come l’Italia e la coalizione internazionale, quando hanno deciso di agire, non abbiano strategicamente ragionato su una successiva azione che rendesse stabile l’area nel dopo Gheddafi – evidenzia Ortu, rilevando come la priorità avrebbe dovuto essere e debba essere la pacificazione del Paese.

Nella nota si evidenzia anche “la politica miope con la quale i governi passati hanno rinunciato a far valere i diritti degli italiani nei rapporti bilaterali con la Libia” e “l’eccessiva quiescenza nei confronti di Gheddafi”, atteggiamenti sbagliati cui è succeduta in ultimo la perdita di centralità del ruolo dell’Italia nel Paese africano.

“Ora il nostro territorio è minacciato, a poche centinaia di miglia marittime, dalle avanguardie del califfato islamico mentre i nostri connazionali che vivono e lavorano in Libia sono stati costretti a rientrare, come successe a noi – ricorda Giovanna Ortu, - dopo essere stati spogliati di tutto, 45 anni fa. Comprendiamo la loro amarezza, a partire da quel Bruno Dalmasso, per anni incaricato dall’associazione di seguire il restauro del cimitero italiano di Hammangi a Tripoli e che oggi, dopo una vita passata in Libia, deve abbandonarla. Al di là delle giuste dichiarazioni di circostanza dei suoi esponenti – prosegue la presidente dell’Airl, - chiediamo quindi al giovane governo di Matteo Renzi, che ha dimostrato in questi mesi di saper tenere la barra dritta nei momenti importanti, di concentrare tutti gli sforzi verso una  soluzione definitiva della crisi libica, per non abbandonare il ruolo di primaria importanza che l’Italia ha sempre occupato in Libia e tutelare finalmente, prima che sia troppo tardi, i cittadini italiani”. (Inform 16)

 

 

 

Eures, nuovi posti di lavoro in Austria e in Germania  

 

La società austriaca “Binderholz International”, specializzata nella lavorazione del legno massiccio, in collaborazione con la rete Eures, ricerca personale in Austria e Germania.

Nello specifico l’annuncio serve a trovare le seguenti figure professionali:

* 2 Carpentieri,  1 Elettricista, 1 Manutentore Meccanico/Idraulico a Fugen (Austria), 3 Carpentieri a Jenbach (Austria)

* 7 Carpentieri, 3 elettricisti e 3 Manutentori Meccanici/Idraulici a Kosching (Germania)

I candidati dovranno essere in possesso di un diploma tecnico, di una conoscenza base della lingua tedesca ed essere disponibili a lavorare all’estero per almeno 2 anni.

La società offre un contratto di lavoro a tempo indeterminato, orario full time su tre turni ed un impegno di circa 40 ore settimanali. 

Per candidarsi è necessario inviare il proprio Curriculum Vitae a giuseppe.trotta@regione.marche.it   ed in copia a eures@cittametropolitana.mi.it,  indicando la posizione per cui ci si candida. Dip 18

 

 

 

 

Italiani sfiduciati, oltre 1,5 mln non cerca più lavoro. Disoccupazione giovanile record: il 40% nel 2013

 

Italiani sempre più sfiduciati. Su 3 milioni che nel 2013 non hanno cercato lavoro, ma avrebbero voluto lavorare, quasi la metà, il 46,4%, è scoraggiato: un 'esercito' di 1,5 milioni di persone una occupazione neanche la cercano più, convinti che non riuscirebbero a trovarla. A scattare la fotografia di quella parte di Paese deluso dal mercato del lavoro, sono i dati Istat contenuti nel rapporto 'Noi Italia 2015' che annota come siano d'altra parte "persistenti meccanismi di scoraggiamento che deprimono l’ingresso nel mercato del lavoro di ampie fasce di popolazione".

A preoccupare è soprattutto la disoccupazione giovanile. Nel 2013 infatti il tasso di disoccupazione giovanile in Italia ha raggiunto il livello più elevato dal 1977 ad oggi, pari al 40%, in aumento di 4,7 punti rispetto al 2012 e di 16,5 punti rispetto al 2004.

E ancora, la disoccupazione in Italia non molla la presa: nel 2013 il tasso ha proseguito la sua crescita toccando il 12,2, l'1,5 punti percentuali in più rispetto al 2012, raggiungendo così il livello più elevato dal 1977. Ma è quella di lunga durata, cioè la disoccupazione che si protrae per più di 12 mesi, a registrare la performance peggiore: la sua incidenza è passata dal 52,5 per cento del 2012 al 56,4 per cento nel 2013, il livello più alto raggiunto nell’ultimo decennio con un’incidenza superiore al 50% del totale dei disoccupati. Nel 2013 risultano occupate quasi 6 persone su dieci in età 20-64 anni, con un forte squilibrio di genere a sfavore delle donne e un marcato divario territoriale tra il Centro-Nord e il Mezzogiorno.

Il rapporto poi continua a dipingere un quadro dell'Italia sulla popolazione. Sono oltre 4,9 milioni i cittadini stranieri iscritti nelle anagrafi dei comuni italiani all'inizio del 2014, l’8,1 per cento del totale dei residenti, l’aumento rispetto al 2013 è del 3,7 per cento. E la maggiore concentrazione è al Centro-Nord e ancora in un anno è diminuito il flusso in ingresso dei cittadini non comunitari. Il dossier poi registra 154,1 anziani ogni 100 giovani: un indice di vecchiaia per cui in Europa ci 'supera' solo la Germania (158,4). La Liguria si conferma la regione più anziana, mentre quella più giovane è la Campania.

Per quanto riguarda la criminalità si registra una diminuzione degli omicidi volontari, sia consumati sia tentati, in particolare degli uomini il cui tasso su 100mila maschi passa da 4,4 nel 1992 al 1,1 nel 2013, rimane costante il numero di omicidi di donne, intorno allo 0,5 per 100 mila femmine. L’omicida delle donne è nel 42,5% dei casi il partner o l’ex partner. Sono aumentati furti e rapine: quasi 44mila nel 2013 con un aumento del 2,6% rispetto l'anno precedente.

In merito al Welfare, l'Istat ha registro nel 2013 una spesa che supera il 30% del Pil: il suo ammontare per abitante sfiora gli 8 mila euro l'anno. All'interno della Ue a 28, il nostro Paese presenta valori appena superiori alla media, sia in termini pro capite sia di quota sul Pil. Il 56,2% dei Comuni italiani ha attivato nel 2012 almeno un servizio tra asili nido, micronidi o altri servizi integrativi-innovativi per l'infanzia.

Secondo il rapporto i matrimoni che sono in calo: rispetto al 2012 sono state celebrate 13.081 nozze in meno, una diminuzione che ha interessato soprattutto i primi matrimoni di sposi entrambi italiani che risultano 145.571 (quasi 8.000 in meno rispetto al 2012 e 40.000 circa in meno negli ultimi 5 anni).

Nel rapporto c'è una sezione dedicata ad internet e sono le nuove generazioni a fruire di più di internet. Il 57,3% della popolazione italiana di 6 anni e più utilizza la rete nel 2014 e il 36,9% si connette quotidianamente e quasi la totalità dei 15-24enni italiani si connette alla Rete e più della metà lo fa tutti i giorni. E poco più di sei famiglie su dieci si connettono a Internet tramite la banda larga; a livello territoriale il Mezzogiorno, e in particolare la Basilicata (51,8%), si trovano in posizione svantaggiata. Adnkronos 19

 

 

 

 

Fine di un esecutivo?

 

Quando, lo scorso autunno, avevamo avanzato congetture sulle strategie dell’Esecutivo Renzi, atte a correggere il nostro “Deficit”, avevamo manifestato alcune perplessità, senza, però, sottacere segnali di buona volontà politica. L’impegno, in allora, c’era apparso oneroso; ma non impossibile. Dopo le ultime mosse di un Governo terminale, ci siamo convinti che lo Stato dovrebbe limitare il suo “autofinanziamento”; favorendo, invece, la ripresa della produttività pubblica e privata.

 I mezzi, il Capo dell’Esecutivo afferma che ci sono. Secondo Renzi, ora è solo questione di tempo; almeno l’intero 2015. Questo tempo sarebbe necessario per concretizzare un programma operativo da gestire con la massima uniformità. Col prossimo autunno, l’impegno, che dovrebbe essere profuso già in questi mesi, potrebbe preparare il Paese a un 2016 con PIL (Prodotto Interno Lordo) in positivo e pronto a rinnovare la rappresentatività politica con una nuova legge elettorale. Almeno questo sarebbe il programma, di massima, che dovrebbe iniziare a dare alcuni risultati.

 Riconosciamo che il progetto Renzi è, in definitiva, ambizioso. Dati i precedenti “sviluppi”, che sono stati tutt’altro che regolari. Non disconosciamo, comunque, la buona volontà: ma i nodi da sciogliere rimangono quelli di sempre. Il fatto d’aver focalizzato una “scaletta” di priorità non può essere considerato un parametro di garanzia. Al punto in cui siamo, non basta promettere una governabilità “formale” per ripristinare gli investimenti produttivi.

 C’è da esseri concreti e guardare la realtà italiana in tutta la sua complessità. Il libro dei conti pubblici è in “rosso” e ci chiediamo, con gran coerenza, quale ripresa ci potrà mai essere senza le necessarie garanzie di “Copertura”. Ci domandiamo se i problemi della previdenza sociale, della sanità e del lavoro potranno trovare una loro sistemazione, pur se temporanea, nei progetti dell’Esecutivo. Solo se questa è la posizione”esatta”, riteniamo di poter continuare le nostre considerazioni.

 A ben osservare, non è tanto l’eventuale crisi di Governo che ci preoccupa. Semmai, potrebbe essere motivo di sofferenza la “stasi” alla quale ci hanno abituato già da mesi. Questa Legislatura, in ogni caso si consideri, è sull’orlo di una crisi d’identità che riteniamo prossima. I mesi futuri potrebbero chiarire l’evolversi del quadro socio/politico nazionale; ma nulla più di tanto. L’Italia, nel suo coinvolgimento Europeo ed internazionale, avrebbe bisogno d’altri parametrici di raffronto. Quelli che Renzi non sembra aver bene individuato.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Numero Unico Emergenza 112, oltre 130 milioni di chiamate in Europa nel 2014

 

Il 112, il Numero Unico di Emergenza (NUE), contribuisce ogni giorno a salvare sempre più vite umane, ma vi sono ancora ampi margini di miglioramento che riguardano soprattutto due settori chiave: la localizzazione del chiamante e l'accesso per le persone con disabilità.

E' quanto emerge da un rapporto pubblicato dalla Commissione europea lo scorso 11 febbraio, in occasione del 112Day, la Giornata europea dedicata a iniziative volte ad accrescere la conoscenza dei cittadini del servizio.

Nel rapporto viene evidenziato che nonostante l'esistenza di strumenti di localizzazione delle chiamate, gli Stati UE non hanno ancora compiuto passi avanti nella loro applicazione al NUE. Non a caso, la Commissione UE lancerà presto un progetto pilota per chiamate da smartphone. Nè sono stati compiuti progressi significativi per l'accesso al 112 da parte delle persone con disabilità. Attualmente, i cittadini europei possono contattare il 112 via sms solo in 18 Stati membri, tra questi anche l'Italia.

Nel nostro Paese, è attivo soltanto un Servizio NUE 112 sperimentale circoscritto ad alcune aree geografiche della Lombardia. Il progetto, avviato a Varese nel 2010, ora interessa diverse province, compresa quella di Milano, per complessivi 6,7 milioni di abitanti. Il progetto prevede tre call center NUE: Milano, Varese e Brescia.

Secondo i dati resi noti durante il 112Day dall'Azienda regionale emergenza urgenza che gestisce il progetto NUE in Lombardia, nel 2014 i call center regionali hanno ricevuto 4,3 milioni di chiamate (oltre 130 milioni il totale delle chiamate nei 112 europei, cono esclusione di Germania e Cipro). Ma solo 800mila circa sono state le richieste istruite perché rispondenti a situazioni di reali necessità. Un tema rilevante, spiegano i responsabili dell'Azienda, perchè le 'false' chiamate tengono occupato l'operatore per mediamente 25 secondi che potrebbero essere dedicati ad altre concrete emergenze. Le 'false' chiamate sono comunque un fenomeno denunciato in quasi tutti i Paesi europei con incidenze molto diverse: da Cipro (appena l'8%) alla Grecia (84%).

Le ragioni delle 'false' chiamate sono svariate: richieste di informazione generiche, scherzi, telefonate inconsapevoli di bambini che giocano col telefono dei genitori, telefonate mute o partite per errore per da cellulari tenuti in tasca dagli utenti.

Altro aspetto importante è la conoscenza del servizio, non sempre diffusa come sarebbe opportuno, ancor più importante per l'Italia in vista di Expo 2015. Come è stato assicurato dai responsabili dell'azienda, il servizio in Lombardia sarà a breve a pieno regime e se ne potranno avvalere i circa 10 milioni di abitanti nelle province della regione. In vista di Expo, inoltre, si prevede l'attivazione del servizio per app  'Where ARE U' che permette una localizzazione precisa e rapida dell'utente che spesso, quando chiama, non è in grado di fornire all'operatore.

Dip 18

 

 

 

 

Presentato a Roma il numero 196 di Studi Emigrazione “Le catastrofi del Fordismo in Migrazione”

 

Al Cser l’incontro “L’amara favola delle migrazioni: Mattmark, Marcinelle, Monongah” - Un’analisi globale sulle cause, gli avvenimenti e le conseguenze umane e sociali di queste tre grandi tragedie dell’emigrazione italiana e mondiale

Gli interventi di René Manenti (Cser), Michele Colucci (Cnr), Sandro Cattacin (Università di Ginevra), Matteo Sanfilippo (Università della Tuscia) e Toni Ricciardi, (Università di Ginevra)

 

ROMA – In occasione delle presentazione del numero 196 di “Studi Emigrazione” dal titolo “Le catastrofi del Fordismo in Migrazione”,  si è svolto a Roma , presso la sede di Via Danadolo del Cser, il convegno “ L’amara favola delle migrazioni: Mattmark, Marcinelle, Monongah”. L’incontro è stato aperto dal direttore del Centro Sudi Emigrazione di Roma René Manenti che ha ricordato come lo Cser,  con i suoi 60.000 libri, da cinquant’anni sia impegnato sul fronte dello studio dei fenomeni migratori. “Le tragedie dell’emigrazione purtroppo non sono solo del passato, - ha poi affermato Manenti - ancora oggi infatti nel Mediterraneo e in altre parti del mondo tanti migranti perdono la vita. L’incontro di oggi vuol anche dare in qualche modo voce e riconoscere il sacrificio di queste persone”. 

Ha poi preso la parola Michele Colucci del Cnr di Napoli che ha evidenziato come una delle novità di questo numero della rivista “Studi Emigrazione” vada individuata nella capacità degli autori di affrontare le catastrofi simbolo dell’emigrazione italiana con uno sguardo globale e di lungo periodo che permette di inquadrare le cause di questi drammatici episodi, lo svolgimento e soprattutto le conseguenze umane e sociali delle tragedie.  Uno sguardo d’insieme, in cui non manca l’approfondimento sui risarcimenti alle vittime di Mattmark, Marcinelle e Monongah, che per Colucci consente, evitando di concentrare la ricerca solo sul drammatico esito finale della vita dei lavoratori coinvolti nelle tragedie, di ricostruire ampi percorsi  di vita di queste persone.

“Dal lavoro -  ha aggiunto  Colucci - emerge inoltre come queste storie abbiano in  comune, non soltanto la morte di tanti migranti, ma anche una precisa collocazione in campo  industriale, ovvero il tema delle risorse e dell’energia e le condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori impegnati in questo settore”.  Colucci, dopo aver sottolineato la necessità di capire quale sia stato il ruolo del sindacato in queste drammatiche vicende, ha inoltre evidenziato l’esigenza di approfondire sia i tanti incidenti sul lavoro che hanno caratterizzato il periodo storico antecedente alle tragedie di Monongah e Marcinelle, sia il capitolo delle malattie di lavoro, come ad esempio quello della silicosi per i minatori in Belgio. Problemi che, per Colucci, vanno compresi e inquadrati storicamente. Colucci ha infine segnalato come in questi gravi episodi la memoria delle migrazioni non sia mai stata un fenomeno neutrale, ma anzi si presti a strumentalizzazioni di tipo politico. Un contesto, quest’ultimo, che, per il ricercatore, andrebbe ulteriormente indagato al fine di capire quali siano i soggetti che attivano le politiche della memoria e con quali obiettivi.

Sandro Cattacin dell’Università di Ginevra ha invece sottolineato come le catastrofi prese in considerazione da  questo numero di “Studi Emigrazione” vadano a colpire specifici gruppi di persone povere e svantaggiate che devono confrontarsi con chi detiene il potere economico e industriale. Drammi del lavoro che ora , a causa delle migrazioni, assumono dimensione sovrannazionale poiché colpiscono operai e minatori di varie nazionalità. Per Cattacin nel periodo “Fordista” in questa “società del rischio” entra in gioco anche un altro fattore che accomuna le tragedie di Mattmark, Marcinelle e Monongah e cioè la sfida dell’uomo che cerca di controllare la natura attraverso la tecnologia, con rischi sempre più calcolati, ma anche con crescenti responsabilità. Cattacin si è poi soffermato sull’analisi storca del “Fordismo” evidenziando come in questo periodo , caratterizzato da un appiattimento della società sul concetto di tecnocrazia e dalla “dittatura della conoscenza”, cresca il fabbisogno di modesta manodopera per la costruzione e la produzione energetica, con il conseguente aumento delle migrazioni. Cattacin ha inoltre ricordato come l’organizzazione scientifica del lavoro (Fordismo), che in parte si svincola dal controllo democratico e non ha una sua priorità nella sicurezza sul lavoro,  prenda nuovo impulso vitale, a causa dello sforzo per la produzione bellica, nei due conflitti mondiali per poi proseguire fino al 1968 con il ritorno delle società civile.

Dal canto suo Matteo Sanfilippo, dell’Università della Tuscia, ha posto in evidenza le profonde differenze del mondo del lavoro americano ed europeo in cui ebbero luogo le tragedie di Mattmark, Marcinelle e Monongah. “Negli Stati Uniti – ha spiegato Sanfilippo – all’epoca di Monongah vi era un mondo del lavoro caratterizzato da reazioni violente dove i minatori scioperanti e i cosi detti ‘crumiri’si confrontano con le armi… Il tutto era calato nella violenza. Intorno alla miniera sorgeva poi una città che era di proprietà della compagnia della mineraria. Quindi gli operai americani erano alla fine più indifesi rispetto a quelli americani” .Sanfilippo , dopo aver  ricordato i tentativi falliti dei singoli stati di origine dei minatori deceduti nelle catastrofi di ottenere risarcimenti per le vittime, ha sottolineato come “ Queste tragedie siano legate alla sfida degli esseri umani alla natura, ma anche alla necessità del profitto che ha superato i limiti della sicurezza”.

Ha infine preso la parola Toni Ricciardi, dell’Università di Ginevra, che ha segnalato come, nonostante la tragedia di Mattmark rappresenti la più grande catastrofe della storia dell’industrializzazione elvetica, questa dramma del lavoro sia stata praticamente dimenticato, al contrario di Marcinelle che oggi nell’immaginario collettivo rappresenta un simbolo dell’emigrazione collettivo. Ricciardi ha poi evidenziato come la tragedia dimenticata di Mattmark rappresenti un forte punto di cesura delle storia, sia perché avviene in un momento chiave del percorso dell’emigrazione italiana in Svizzera, una realtà migratoria divenuta sempre più stanziale , sia perché in quegli anni, stiamo parlando del 1965, l’Italia sta ormai raggiungendo l’apice della sua crescita economica.    

 “Mattmark – ha spiegato Ricciardi – è una ferita ancora aperta in cui il lutto non è stato maturato, ma allo stesso tempo questa tragedia rappresenta un modello di cambiamento per la sicurezza sul lavoro e le politiche migratorie e un caso unico per quanto riguarda i rimborsi per le famiglie delle vittime che saranno i più alti delle storia dell’emigrazione italiana. E questo grazie al fatto che gli operai erano assicurati e alla catena di solidarietà che venne messa in moto per la raccolta fondi in favore delle famiglie delle vittime”. Ricciardi ha poi ricordato anche il costante impegno dell’associazione Bellunesi nel mondo per il mantenimento della memoria di questa tragedia.  “La nostra ambizione finale – ha concluso Ricciardi - è quella di ricordare all’opinione pubblica e alle prossime generazioni un pezzo di memoria che per cinquant’anni è stato praticamente cancellato dalla cronologia della storia ”.  (Goffredo Morgia – Inform 16)

 

 

 

 

 

Consultazione pubblica sulla direttiva orario di lavoro

 

Fino al 15 marzo 2015 è possibile partecipare alla Consultazione pubblica sul riesame della direttiva sull'orario di lavoro lanciata dalla Commissione europea dopo il fallimento dei negoziati tra le parti sociali, in merito alla revisione della Direttiva 2003/88/CE che impone ai Paesi membri di garantire diritti e regole in termini di orario e turni di riposo, per garantire la salute e la sicurezza dei lavoratori.

La Direttiva attualmente in vigore fornisce regole minime comuni a tutti gli Stati membri per proteggere i lavoratori dai rischi per la salute e la sicurezza legati a orari di lavoro eccessivi o inappropriati e a tempi di riposo e recupero inadeguati. Si applica a tutti i settori di attività, pubblici e privati, compresi quello sanitario e dei servizi d'emergenza e con l’esclusione dei lavoratori autonomi, fissando requisiti minimi comuni per tutti gli Stati membri, tra i quali:

- periodi di riposo giornalieri e settimanali per i lavoratori

- pausa se l'orario di lavoro supera le sei ore

- limitazione dell'orario di lavoro a 48 ore alla settimana in media, compresi gli straordinari, e a non più di 8 (in media) per periodo di 24 ore, con limiti ulteriori in caso di rischi specifici o carichi fisici o mentali gravosi

- diritto dei lavoratori ad almeno 4 settimane di ferie retribuite all'anno

- protezione particolare per i lavoratori notturni

- diritto di tutti i lavoratori notturni ad un controllo medico gratuito

- diritto ad essere trasferiti "appena possibile" a un lavoro diurno in caso di problemi di salute legati al lavoro notturno

La consultazione chiama in causa anche alcuni passaggi poco chiari della Direttiva (ad esempio per quanto riguarda il servizio di guardia e i periodi di riposo), che in alcuni casi sono giunti dinanzi alla Corte di giustizia europea. Tra questi, il deferimento avviato nel febbraio 2014 dalla Commissione UE nei confronti dell’Italia per non aver applicato correttamente la Direttiva sull'orario di lavoro per i medici del servizio sanitario pubblico, privandoli del diritto a un limite di ore di lavoro settimanali e di periodi di riposo minimo giornaliero.

Il dissidio finora incolmabile tra le parti sociali, al di là delle singole questioni (servizio di guardia, deroghe alle 48 ore settimanale, ecc.) è costituito essenzialmente dalla richiesta di maggior flessibilità da parte del mondo delle imprese, mentre i sindacati chiedono una più efficace protezione.

Dopo la fase di consultazione delle parti sociali, ora la Commissione punta a raccogliere i contributi del pubblico per il riesame e la valutazione d’impatto della Direttiva. La consultazione è basata su un Questionario, anche in italiano, per la cui compilazione non occorrono più di 10-15 minuti. Questionario on-line:

https://ec.europa.eu/eusurvey/runner/54d2a95e-114a-7edc-217f-5bed8fd02492?surveylanguage=it.  De.it.press

 

 

 

 

 

Ci vuole chiarezza

 

Questo 2015 rimane un problema. Non tanto perché la crisi è sempre lontana da una soluzione, quanto per un fronte politico che non promette nulla di buono e sembra regredire. Del resto, almeno secondo noi, per governare non ci vogliono solo i numeri, ma anche precise mete da raggiungere. Solo con prospettive nuove, più europee che nazionali, si potrebbe tentare di superare un’involuzione socio/economica che ci trasciniamo dietro da anni.  Sulle alleanze di partito i nostri dubbi non solo aumentano, ma sono rafforzati da chiari segnali d’intransigenza là dove si riteneva d’avere sicure alleanze. La strategia del “meglio” non è confortata dal tramonto del “peggio”.

 E’ il sistema che non regge. Tutti ci siamo resi conto della necessità di cambiarlo; difficile è, però, stabilire come e quando. L’incertezza dell’Esecutivo Renzi è proprio determinata dalle alleanze che non riescono a garantire profili politici certi. D’incertezze l’Italia non ha nessun bisogno. Anzi, riteniamo che i tempi siano maturi per rendere meno blindato l’organigramma che questo “Centro/Sinistra”, che nulla ha da condividere con simili coalizioni già vissute per il passato, porta avanti tra polemiche e promesse dette, ma non facilmente concretabili. L’ottimismo dei “mille giorni” è al tramonto con i dissidi presenti anche nell’area di governo. Pure nel PD, con correnti che non hanno moto armonico. Non è tanto una questione di remare contro, quanto il tentativo di far capire all’elettorato che la “sinistra” nazionale è in evoluzione e che il Partito Democratico andrà a riorganizzarsi.

 In politica, di conseguenza, nulla è sicuro. Ancor meno lo sono le alleanze che poggiano solo sui numeri e non sugli elementi che ne permettono la vita. Ancora una volta, riteniamo che non siano state focalizzate le mete raggiungibili entro questa Legislatura che, in teoria, dovrebbe durare sino alla primavera del 2018. Quattro anni non sono pochi per un Esecutivo d’emergenza. Anche perché non è detto che l’attuale governo sia, effettivamente, in grado di rimettere la nostra economia a posto. Lo abbiamo già scritto e lo riconfermiamo: tra politica e produttività le coordinate non combaciano. Qui, come in qualsiasi altra parte del mondo.

 Se l’economia è “sana”, la politica ne segue l’evoluzione. Non è vero il contrario. Non è solo una questione di logicità, ma anche di programmi che non siamo stati in grado di focalizzare nel loro complesso. La fiducia, quella che conta, non può essere solo di facciata. Le verifiche si fanno in Parlamento, ma l’economia del Paese non segue la stessa via.

 Il difficile, ma non impossibile, è cambiare il registro di una politica che non consente, per motivi d’apparente coesione, d’avere chiarezza su quanto conta e su quanto è secondario. Prima dell’estate, parecchie verifiche saranno ultimate. Vedremo se, dopo, la Legislatura, prima della nostra Terza Repubblica, avrà motivi per andare avanti. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Imposte sulla casa: concordare un tipo di documentazione idonea a dimostrare il requisito di pensionato

 

ROMA - Come noto da quest’anno - a seguito dell’articolo 9-bis del decreto legge 28 marzo 2014, n. 47 – per i pensionati emigrati iscritti all’AIRE l’abitazione principale (quindi non affittata) posseduta in Italia non viene più considerata fiscalmente “seconda casa” come nel passato. Questo significa che non sarà più sottoposta all’IMU e, sempre per il citato articolo, le imposte comunali TASI (Servizi indivisibili) e TARI (rifiuti) saranno dovute solo nella misura di un terzo.

Avvicinandosi la scadenza di giugno per il pagamento di queste tasse, il presidente della UIM Mario Castellengo ha scritto una lettera al direttore generale per gli Italiani all’estero del MAE, Cristina Ravaglia, ed al presidente dell’ANCI, Piero Fassino, per sollecitarli a concordare un tipo di documentazione idonea a dimostrare il requisito di pensionato da parte degli iscritti all’AIRE e proprietari di un’abitazione in Italia.

Infatti per questi emigrati, se pensionati INPS, sarà semplice dimostrare questo requisito agli Uffici Tributi dei loro comuni in Italia, mentre per quanti sono invece titolari unicamente di una pensione locale – e sono sicuramente la maggioranza - necessiterà, probabilmente, produrre un’attestazione consolare a meno che da parte delle autorità competenti non si individui qualche altra soluzione che eviti ulteriori adempimenti ad una rete consolare già in grandi difficoltà funzionali dopo i ripetuti tagli di sedi e di personale che ha subito negli ultimi anni.

Da parte sua la UIM, con i suoi circoli nel mondo, assicura Castellengo, si farà poi carico di contribuire a diffondere le relative informazioni ai pensionati italiani che già da settimane affollano le conferenze organizzate su questo tema chiedendo delucidazione sia sulla nuova legge che sugli adempimenti richiesti per potersene avvalere. (Inform)

 

 

 

 

Riconoscimenti professionali: partecipare a un concorso pubblico in Italia

 

Un cittadino italiano o di un Paese dell'Unione Europea possessore di un titolo di studio estero (dell'UE o extra-UE), di qualsiasi livello (scuola secondaria, istruzione superiore) può partecipare a concorsi per posti di lavoro presso le amministrazioni pubbliche italiane tramite una procedura di riconoscimento prevista dall'art. 38 del Decreto Legislativo 165/2001.

E' necessario presentare all'amministrazione che ha pubblicato il bando la domanda di partecipazione al concorso citando il titolo straniero nella lingua originale e chiedendo di essere ammesso al concorso richiamando proprio l'art. 38 del d.lgs. 165/2001.

Contestualmente, è anche necessario inviare al Dipartimento della Funzione Pubblica della Presidenza del Consiglio dei Ministri, la richiesta di equivalenza del titolo di studio acquisito all'estero. Si tratta di un riconoscimento che non ha valore assoluto, ma è finalizzato alla sola partecipazione al concorso.

Altre informazioni e contatti sulla Guida all'utente per il riconoscimento delle qualifiche professionali al link http://www.politicheeuropee.it/attivita/19160/guida-utente.  PE/de.it.press 18

 

 

 

 

Amnesty International alla Ue: Servono operazioni collettive e coordinate di ricerca e soccorso lungo le rotte dei migranti

 

LAMPEDUSA /ROMA - Al termine di una visita effettuata a Lampedusa, Amnesty International ha denunciato che “le limitate risorse messe a disposizione dall’Unione europea per le operazioni di ricerca e soccorso in mare hanno contribuito all’aumento del numero dei morti in mare”.

Amnesty International sollecita gli Stati dell’Unione europea a prevedere “operazioni collettive e coordinate di ricerca e soccorso lungo le rotte usate dai migranti”, che siano “quanto meno dello stesso livello di Mare nostrum”. Nel frattempo, “fino a quando ciò non accadrà”, l’organizzazione per i diritti umani chiede all’Italia di “fornire risorse aggiuntive di emergenza”. 

“Fino a quando il vuoto lasciato dalla fine dell’operazione di ricerca e soccorso Mare nostrum non sarà colmato, rifugiati e migranti continueranno a morire in massa nel Mediterraneo”, ha detto Matteo de Bellis, responsabile delle campagne sull’Italia presso il Segretariato Internazionale di Amnesty International, appena rientrato da Lampedusa.

Dopo la tragedia dell’8 febbraio in cui, secondo i racconti dei sopravvissuti , sono morte più di  300 persone, Amnesty International ha incontrato a Lampedusa e a Roma sopravvissuti, rappresentanti della Guardia costiera e autorità locali.

“Quando l’8 febbraio è stato lanciato l’Sos da uno di quattro gommoni in viaggio, le autorità della Guardia costiera - ha dichiarato Matteo de Bellis, responsabile delle campagne sull’Italia presso il Segretariato Internazionale di Amnesty International - hanno risposto in modo ammirevole e con eccezionale coraggio personale all’Sos, trascorrendo lunghe ore in mare in condizioni incredibilmente avverse. È impossibile sapere quante vite avrebbero potuto salvare con maggiori risorse, ma il numero dei morti sarebbe stato probabilmente minore”.

“I soccorritori della Guardia costiera – ricorda Amnesty - sono riusciti a trarre in salvo 105 persone da uno dei gommoni alle 21 di domenica 8, ma dopo il salvataggio 29 di loro sono morte di ipotermia e per altre cause. Due navi mercantili che si trovavano nella zona hanno salvato nove sopravvissuti rimasti su due gommoni. I sopravvissuti hanno confermato che i gommoni erano quattro; il quarto risulta ancora disperso”. “Le partenze di migranti e rifugiati sono aumentate nel corso del fine settimana e continueranno a farlo mentre la Libia sprofonda nella violenza – spiega ancora Amnesty - La Guardia costiera italiana ha confermato che i suoi mezzi, insieme alle navi mercantili, hanno soccorso tra il 13 e il 15 febbraio oltre 2800 persone a bordo di almeno 18 imbarcazioni; solo il 15 febbraio sono state soccorse 2225 persone a bordo di oltre 10 imbarcazioni”. (Inform 16)

 

 

 

XVI edizione del Premio Letterario Giovanile Sicilia Mondo 2015

 

      Quest’anno il XVI “Premio Letterario Giovanile Sicilia Mondo 2015”  propone il seguente tema: “La globalizzazione ha abbattuto i confini geografici del mondo omologando  cultura, comunicazione, modo di vivere e di stare con l’altro.

      Da qui la necessità di conoscere e  mantenere viva la nostra cultura italiana ed isolana, ricca di valori, storia e tradizioni. 

      In questa direzione, quali sarebbero le politiche da adottare per rafforzare l’immagine del Paese Italia,  la sua cultura, la  sua lingua, la sua economia?

      Esiste una Tua disponibilità per promuovere l’uso della lingua italiana nella quotidianità, nella famiglia, nei posti di lavoro e nella società in cui vivi usando e propagandando, nello stesso tempo, il Made in Italy con il passaparola ‘compra italiano’, a cominciare dal vicino di casa? Sarebbe certamente una testimonianza di generosità nei confronti del Paese e della sua crescita.

      Esprimi le Tue riflessioni ed eventuali proposte”.

     

Requisiti del concorso

      Il concorso è riservato ai giovani siciliani (tra i 18 ed i 35 anni)  residenti all’estero, figli e nipoti di siciliani.

      Testo – Il testo deve essere in lingua italiana, della lunghezza minima di 2 cartelle a quella massima di 15, di 30 righe e per un massimo di 60 battute dattiloscritte.

      Numero copie - I concorrenti devono inviare due copie in busta chiusa, di cui una contenente nome, cognome, data e luogo di nascita, indirizzo, numero di telefono, e-mail, la dichiarazione di essere figlio o nipote di siciliani accompagnata da una foto. Il concorso non prevede alcuna quota di partecipazione.

      Spedizione – Gli elaborati devono pervenire entro il 31 maggio 2015 a “Sicilia Mondo”, Via Renato Imbriani, 253 – 95128 Catania.  I lavori inviati non saranno restituiti.

      Premi

      Al 1° classificato: Viaggio e ospitalità di 5 gg. in Sicilia e targa ricordo;

      Al 2° classificato: Una collana di libri e targa ricordo.

      Giuria - La giuria, composta da personalità del mondo culturale, verrà resa nota al momento della premiazione.

      Premiazione - Avverrà a Catania a data da destinarsi.

      Risulta – I risultati saranno resi noti tramite corrispondenza e-mail e attraverso la stampa. Sicilia Mondo 18

 

 

 

 

Erstes Halbjahr 2014. Starke Einwanderung nach Deutschland

 

Zum vierten Mal in Folge verzeichnete Deutschland eine zweistellige Zuwachsrate bei den Einwanderungen in einem ersten Halbjahr. Im ersten Halbjahr 2014 zogen rund 667.000 Menschen in die Bundesrepublik.

 

Nach Deutschland wandern immer mehr Menschen ein. Im ersten Halbjahr 2014 zogen rund 667.000 Menschen in die Bundesrepublik, wie das Statistische Bundesamt am Donnerstag in Wiesbaden mitteilte. Das waren 112.000 Zuzüge oder 20 Prozent mehr als im ersten Halbjahr 2013. Damit gab es zum vierten Mal in Folge eine zweistellige Zuwachsrate bei den Einwanderungen in einem ersten Halbjahr.

Gleichzeitig zogen im ersten Halbjahr 2014 rund 427.000 Menschen aus Deutschland fort. Insgesamt hat sich dadurch der Wanderungssaldo von 206.000 auf 240.000 Personen erhöht. Das entspricht einem Plus von 17 Prozent.

Von den insgesamt 667.000 Zugezogen hatten 611.000 Menschen eine ausländische Staatsangehörigkeit. Davon stammten nach den Angaben mit 476.000 Menschen die meisten aus Europa. Die Mehrzahl der ausländischen Zuwanderer (85 Prozent) kam dabei aus Staaten der Europäischen Union. Die Hauptherkunftsländer waren Rumänien (98.000 Zuzüge), gefolgt von Polen (96.000 Zuzüge) und Bulgarien (38.000 Zuzüge). Für Rumänien und Bulgarien trat ab Januar 2014 die vollständige Arbeitnehmerfreizügigkeit in Kraft.

Den stärksten Anstieg unter den europäischen Ländern gab es bei der Einwanderung aus Kroatien (eine Vervierfachung auf 21.000 Menschen) infolge des EU-Beitritts zum 1. Juli 2013. Der Zuzug aus den Südländern der Eurozone, der mit der Finanz- und Schuldenkrise seit 2009 stark zugenommen hatte, war für Spanien mit plus einem Prozent nahezu unverändert, für Griechenland (minus sieben Prozent) war er sogar rückläufig, allerdings stieg er für Italien weiter an (plus 28 Prozent).

Bei den europäischen Staaten, die nicht der EU angehörten, gab es nach Angaben der Statistikbehörde im ersten Halbjahr 2014 die stärksten Zunahmen bei den Zuzügen aus Bosnien und Herzegowina (plus 71 Prozent) sowie aus Serbien (plus 60 Prozent). (epd/mig 20)

 

 

 

Mehrheit der Deutschen lehnt Einwanderung aus Nicht-EU-Ländern ab

 

Der Umgang mit Einwanderung ist aus Sicht der Deutschen derzeit die wichtigste Herausforderung für die EU. Die Mehrheit der Bundesbürger lehnt Einwanderer aus Nicht-EU-Ländern ab.

 

In der am Donnerstag veröffentlichen nationalen Ausgabe der Meinungsumfrage "Eurobarometer" geben 37 Prozent der befragten Deutschen an, dass Migration die größte Herausforderung  für die EU und für Deutschland ist. Nur in Großbritannien (38 Prozent) und in Malta (57 Prozent) sind die Werte höher. In den meisten Mitgliedsländern werden die wirtschaftliche Lage (33 Prozent) und die Arbeitslosigkeit (29 Prozent) als die größten europaweiten Probleme gesehen.

Der Einwanderung aus Drittstaaten stehen nur 29 Prozent der Deutschen positiv gegenüber. 61 Prozent der Deutschen lehnen die Einwanderung von außerhalb der EU ab. Eine relative Mehrheit (45 Prozent) ist dafür, illegale Einwanderung von außerhalb der EU auf EU-Ebene und nationaler Ebene gleichzeitig zu bekämpfen. Zu dieser Einstellung passt auch die Wahrnehmung einer wachsender Anzahl an Befragten in Deutschland (29 Prozent) die das Gefühl haben, dass es an den Außengrenzen der EU zu wenig Kontrollen gäbe.

Die Bundesbürger sind mit ihrer Haltung etwas kritischer als der Durchschnitt aller befragten Europäer, von denen 57 Prozent Einwanderer aus Drittstaaten ablehnen. Höher als in Deutschland ist die Ablehnung etwa in Italien (75 Prozent), Lettland (79) oder in der Slowakei (74).

"Das Thema Migration ist brisanter geworden und hat die Mitte der Gesellschaft erreicht", sagte Richard Kühnel, Vertreter der EU-Kommission in Deutschland. Bessere Integration von Zuwanderern aus Drittländern sei eine gemeinsame Aufgabe. Auch der Schutz von Flüchtlingen, die über das Mittelmeer in die EU kommen, müsse verbessert werden.

Die Hälfte der Befragten Deutschen (50 Prozent) begrüßt hingegen die Einwanderung von Menschen aus anderen EU-Mitgliedstaaten. 76 Prozent der Deutschen finden es gut, dass jeder EU-Bürger in jedem EU-Land leben kann. 76 Prozent der Deutschen halten es für eine gute Sache, dass jeder EU-Bürger im Land seiner Wahl arbeiten darf.  

Deutschland zieht unterdessen immer mehr Zuwanderer an - vor allem aus Osteuropa. Im ersten Halbjahr 2014 zogen 667.000 Menschen in die Bundesrepublik. Das seien 112.000 oder 20 Prozent mehr als ein Jahr zuvor, teilte das Statistische Bundesamt am Donnerstag mit. Gleichzeitig verließen 427.000 Personen Deutschland. Die Zahl der Zuzüge übertraf die der Wegzüge damit um 240.000.

"Die meisten ausländischen Zugezogenen stammten aus Europa", erklärten die Statistiker. Nummer eins ist hier Rumänien (98.000), gefolgt von Polen (96.000) und Bulgarien (38.000). "In den Fällen von Rumänien und Bulgarien kann als eine der Ursachen die ab 2014 geltende vollständige Arbeitnehmerfreizügigkeit angesehen werden, die sieben Jahre nach dem EU-Beitritt der beiden Staaten in Kraft getreten war", so das Statistikamt. Unter den nicht-europäischen Staaten nahm die Zuwanderung aus dem Bürgerkriegsland Syrien besonders stark zu - und zwar um 242 Prozent auf 22.000.

Wegen der Schulden- und Wirtschaftskrise kommen auch viele Einwohner aus einigen südlichen Euro-Ländern nach Deutschland. Der Zuzug aus Italien erhöhte sich um 28 Prozent, der aus Spanien um ein Prozent. Dagegen nahm die Zuwanderung aus Griechenland um sieben Prozent ab. Auch aus Bosnien und Herzegowina sowie aus Serbien kamen mehr Menschen hierher, was "zum Teil mit der gestiegenen Zahl von Asylbewerbern aus diesen Ländern zusammenhängen dürfte".

Einer Prognose des Bundesamts für Migration und Flüchtlinge (BAMF) zufolge wird die Zahl der Asylanträge im Vergleich zu 2014 um 50 Prozent auf 300.000 steigen. Darunter seien 250.000 Erst- und 50.000 Folgeanträge, zitierte eine Sprecherin des Bundesamtes am Donnerstag aus der Prognose, die an die Bundesländer verschickt worden sei. Schon im vergangenen Jahr verzeichnete die Bundesrepublik mit 203.000 Asylanträgen die vierthöchste Zahl seit ihrem Bestehen. Zugleich griffen die Behörden härter durch: 10.884 Menschen wurden abgeschoben - so viele wie seit acht Jahren nicht mehr.

Sorge bereiten den Behörden vor allem die zunehmenden Einreisen von Menschen aus dem Kosovo, die oft von Schleusern hergebracht werden. Bund und Länder sind sich einig, die Anträge von Kosovaren innerhalb von zwei Wochen zu bearbeiten. Auch soll verstärkt von Abschiebungen Gebrauch gemacht werden.  dto mit rtr 20

 

 

 

Italien: EU muss sich gegen Katastrophe rüsten

 

Täglich verschlimmert sich Gewalt und Chaos in Libyen. Nun warnt auch der Jesuiten-Flüchtlingsdienst davor, dass Europa einer „sich ausbreitenden Katastrophe“ gegenübersteht. Immer mehr Menschen flüchten aus Libyen, riskieren ihr Leben und überqueren das Meer gen Italien. Gleichzeitig fühlt sich Italien von IS bedroht. Rom will in dem immer gefährlicher werdenden Konflikt in Libyen eine Waffenruhe vermitteln und sei bereit, die reguläre Armee im Rahmen eines Mandates der Vereinten Nationen (UNO) auszubilden. Das sagte Außenminister Paolo Gentiloni am Mittwoch in Rom vor dem Parlament.

Der Jesuitenflüchtlingsdienst drängt nun die internationale Gemeinschaft schnell zu handeln – vor allem um die wachsende Bedrohung für Migranten zu stoppen und die große Massenflucht zu verhindern und dort einzugreifen, wo die Not beginnt, nämlich in Libyen selbst. Der Pressesprecher des JRS, James Stapelton, erklärt gegenüber Radio Vatikan:

„Wir haben vor uns eine potenzielle und noch nie dagewesen Katastrophe auf dem Mittelmeer. In den letzten Jahren haben wir über 20.000 Tote gesehen und jetzt erwartet uns etwas noch viel Schlimmeres. Es wird schrecklich sein, wenn wir an diesen Moment zurückdenken werden, als unser Moment der Schande. Wir wissen, diese Menschen flüchten vor dem Krieg und vor der Verfolgung. Wir wissen, die Situation dort ist schrecklich. Wir müssen die Länder stabilisieren, aus denen sie flüchten. Wir müssen den Menschen helfen zu flüchten, die dort schutzlos sind. Das heißt vielleicht nicht nur Libyen stabilisieren, sondern die ganze Region.“

Jeden Tag kommen neue Schiffe. Jeden Tag müssen neue Leben gerettet werden. Die Menschen hören nur zu, wenn sie wieder von vielen Toten hören, so Stapelton. Er kritisiert vor allem Europa für das Abschaffen der italienischen Rettungsaktion ‚Mare Nostrum’, dass die Leben retten konnte und in den internationalen Gewässer nach Leben fischte, während das von der EU und der Grenzsicherung „Frontex“ eingeführte Ersatzprogramm ‚Triton’ lediglich die Grenzen beschütze.

„Die internationale Gemeinschaft und vor allem die Europäische Union, wir grenzen an dieser „sich ausbreitenden Katastrophe“ an. Wir müssten etwas machen. Wir müssen unsere Unterstützung für Jordanien, Libanon verstärken. Wir müssen sicher sein, dass die Menschen die von dort aus flüchten wollen, sicher hierher kommen können. Wir müssen uns auf die Schutzbedürftigen konzentrieren und sie sicher aus den Regionen der Krise heraus bekommen, um den Druck von diesen Ländern nehmen.“ Rv 19

 

 

 

 

FRONTEX-Chef: EU erwartet Rekord-Flüchtlingszahlen

 

Die EU muss in diesem Jahr nach Angaben des obersten Grenzschützers Fabrice Leggeri mit einer Rekordzahl von Flüchtlingen rechnen. Allein am Mittwoch Morgen sind nach UNHCR-Angaben 1.200 Menschen in dem bereits überfüllten Aufnahezentrum auf der italienischen Insel Lampedusa aufgenommen worden.

Die EU kann in diesem Jahr mit einer Rekordzahl von Flüchtlingen rechnen. Das sagte der Direktor der europäischen Grenzschutzagentur FRONTEX, Fabrice Leggeri, am Dienstag gegenüber der Nachrichtenagentur "Reuters".

Schlepperbanden nutzten das Chaos in Afrika und dem Nahen Osten immer aggressiver aus, um Menschen über das Mittelmeer zu bringen, sagte Leggeri. Vor allem der Verfall der staatlichen Ordnung in Libyen schaffe eine ideale Umgebung für Schlepper. Aus dem nordafrikanischen Land würden dann Flüchtlinge aus Afrika und der arabischen Welt mit Booten in Richtung EU geschickt.

Auf die Frage, ob es 2015 einen weiteren Anstieg bei der Schleuserei geben werde, sagte Leggeri: "Ja, wenn der derzeitige Trend anhält."

Das Geschäft der Menschenhändler sei äußerst lukrativ, sagte der Sprecher des UN-Flüchtlingshilfswerk, Adrian Edwards. Flüchtlinge hätten berichtet, zwischen 500 und 1000 Dollar an die Schlepper gezahlt zu haben. Diese kämen wegen der instabilen Lage in Libyen meist ungestraft davon. Auch die Schmugglernetzwerke in anderen Teilen Afrikas seien derzeit äußerst aktiv, sagte Edwards. Die Lage sei sehr beunruhigend.

2014 wurden etwa 300.000 irreguläre Grenzübertritte in die EU registriert. Nach UN-Angaben kamen etwa 218.000 Menschen über das Mittelmeer. Dabei sollen rund 3.300 Flüchtlinge ums Leben gekommen seien. Leggeri betonte, dass der EU-Einsatz "Triton", der eigentlich nur bis Ende Januar laufen sollte, über das ganze Jahr fortgesetzt werde. Man habe bereits 9.000 Menschen aus Seenot gerettet, sagte Leggeri stolz. Die Internationale Organisation für Migration (IOM) teilte mit, dass allein seit dem vergangenen Freitag seien rund 3.800 Flüchtlinge gerettet wurden.

Bis November 2014 hatte Italien im Rahmen seines Einsatzes "Mare Nostrum" bis weit über die italienische Seegrenze hinaus patrouilliert und mehr als 150.000 Flüchtlinge aus Afrika oder dem Nahen Osten gerettet. Dieser Einsatz wurde beendet, nachdem mehrere EU-Staaten kritisiert hatten, er biete Schlepperbanden einen Anreiz. Tatsächlich wurden Flüchtlinge immer häufiger in marode Schiffe gesetzt, weil die Schlepper auf die Rettung spekulierten.

PRO ASYL: Deutschland darf nicht wegsehen

Seit November gibt es den deutlich kleineren Einsatz "Triton" von FRONTEX. Organisationen kritisieren, die EU unternehme damit nicht genug, um Flüchtlinge zu retten. Pro Asyl bezeichnet "Triton" als "Sterbebeobachtungsoperation". ?Die FRONTEX-Mission stehe für die Weigerung Europas, die italienische Rettungsmission 'Mare Nostrum' zu unterstützen. Der Operationsbereich von Triton sei kleiner, das Budget um zwei Drittel reduziert. Immer mehr Schutzsuchende würden im Mittelmeer ertrinken, Günther Burkhardt, Geschäftsführer von der Flüchtlingsorganisation Pro Asyl.

"Europa muss umgehend einen zivilen europäischen Seenotrettungsdienst einrichten", fordert Burkhardt. "Deutschland darf nicht wegsehen, es braucht Schiffe, Technik und Personal. Hieran muss sich die Bundesrepublik ernsthaft beteiligen."

Allein bei der jüngsten Flüchtlingskatastrophe im Mittelmeer in der vergangenen Woche sind vor der italienischen Insel Lampedusa rund 330 Menschen gestorben.

dsa mit rtr 18

 

 

 

 

USA. Obamas Einwanderungsreform vorerst gestoppt

 

Die Einwanderungsreform von US-Präsident Obama sind vorerst vom Tisch. Ein konservativer Richter in Texas stoppte das Vorhaben. Die Reform hätte rund fünf Millionen Einwanderern ohne Papiere den Weg in die Legalität geöffnet.

 

In den USA hat ein Bundesrichter die Einwanderungsreform von Präsident Barack Hussein Obama vorerst gestoppt. 26 republikanisch regierte Bundesstaaten hatten gegen die Reform geklagt. Die einstweilige Verfügung werde Schaden von den Klägern abwenden und ihnen genügend Zeit geben für ihre rechtlichen Bemühungen, begründete Bundesrichter Andrew Hanen aus Texas am Montag (Ortszeit) seine Entscheidung.

Obama hatte die Reform vergangenen November per Exekutivorder durchgesetzt. Sie würde rund fünf Millionen Einwanderern ohne Papiere den Weg in die Legalität öffnen. Begünstigt wären hauptsächlich junge Menschen, die als Kinder in die USA gekommen sind. Der erste Teil der Reform sollte am Mittwoch umgesetzt werden.

Das Thema Einwanderung ist in den USA hoch umstritten. Nach Ansicht republikanischer Politiker war Obama nicht befugt, eine so weitreichende Einwanderungsreform im Alleingang zu beschließen. Nach Medienberichten vom Dienstag wird das US-Justizministerium Berufung gegen Hanens Urteil einlegen. Der Präsident sei grundsätzlich zuständig für das Einwanderungsrecht, hieß es zur Begründung.

Der Justizminister von Texas, der Republikaner Ken Paxton, erklärte dagegen, Richter Hanens Entscheidung sei ein “wichtiger erster Schritt”, um Obamas “Gesetzlosigkeit” unter Kontrolle zu bringen. Im Repräsentantenhaus haben republikanische Politiker zudem einen Gesetzentwurf vorgestellt, der der Heimatschutzbehörde die Mittel streichen soll, falls die Einwanderungsreform umgesetzt wird.

Hanen wurde vom früheren Präsidenten George W. Bush zum Richter ernannt und ist bekannt als konservativer Jurist. Laut “New York Times” beklagte Hanen vergangenen August, Obamas Einwanderungsstrategie “gefährde Amerika”. Sie sei eine “offene Einladung an die gefährlichsten Kriminellen”. (epd/mig 18)

 

 

 

 

Statistik: Österreich lebt von der Zuwanderung

 

Österreich wächst und wird immer "bunter". Das liegt vor allem an der Zuwanderung aus Osteuropa und der ganzen Welt. Mit ausländerfeindlicher Politik kann solch ein Staat nicht geführt werden.

Vor 50 Jahren zählte Österreich knapp über sieben Millionen Einwohner. Am 1. Januar 2014, so die nun bekannt gewordenen Zahlen, lebten insgesamt gut 8,5 Millionen Menschen in dem Land.

Ausschlaggebend für das starke Bevölkerungswachstum war, wie bereits in den vorangegangenen Jahren, die Zuwanderung aus dem Ausland. Und hier ist es Osteuropa, vor allem der Balkan, aus dem viele Menschen sich in der Alpenrepublik ansiedeln. Ohne Zuwanderer würde das Land wohl eine stagnierende Bevölkerungsentwicklung aufweisen. Denn die Geburtenbilanz fiel negativ aus. So starben etwa im Vorjahr 196 Personen mehr als geboren wurden.

Landflucht hält an

Gleichzeitig aber steigt auch die Lebenserwartung. 1.307 Frauen und Männer sind bereits über 100 Jahre alt. Der Trend weist weiter nach oben. Bis 2040 schätzen die Experten, dass Österreichs Bevölkerung auf 9,5 Millionen anwachsen wird.

Wie es derzeit aussieht, wird auch die sogenannte Landflucht anhalten. Den stärksten Zuwachs verzeichnen die städtischen Regionen, das gilt insbesonders für Wien, Linz und Innsbruck, die offenbar besonders große Anziehungskraft ausüben.

Während man sich in den Zuwanderungsgebieten insbesondere mit der Schaffung von Wohnraummöglichkeiten und der Lösung der wachsenden Verkehrsprobleme auseinandersetzt, versuchen die Abwanderungsregionen Programme zu entwickeln, die ihre Regionen vor allem für die jüngere Generation wieder interessant machen, aber auch neue Chancen für die erwerbstätige Bevölkerung eröffnen.

Wien ist eine "bunte" Metropole

Nicht nur Österreich, auch die Bundeshauptstadt Wien ist gewachsen, und zwar so schnell wie noch nie in der zweiten Republik. Die Trendumkehr geschah vor etwa 25 Jahren, als der Eiserne Vorhang fiel und sich Bevölkerungströme aus Osteuropa auf den Weg in den so ersehnten Westen machten.

Zählte Mitte der 80er Jahre Wien nur noch knapp über 1,5 Millionen Einwohner, so glaubt man im Jahr 2029 wieder - wie zur Zeit der Monarchie - zwei Millionen Einwohner vermelden zu können.

Begründet liegt das Wachstum zum Teil im Zuzug aus den ländlichen Regioben, ganz besonders auch aus dem europäischen Ausland. Und im Gegensatz zum Bundestrend wird in der Stadt an der blauen Donau auch ein leichtes Geburtenplus verzeichnet.

Auch Deutsche ganz oben bei Einwanderern

Die Konsequenz des Einwohnerzuwachses: Wien ist aktuell die siebtgrößte Stadt der Europäischen Union und hat Hamburg, Warschau und Budapest überholt. Vor Wien liegen nur Metropolen wie etwa London, Berlin oder Paris. Die Stadt sei damit nicht nur "wieder Metropole im Zentrum Europas", sondern auch eine Stadt in der Unternehmen investieren, "High Potentials" leben und junge Menschen studieren wollen, jubeln die Statistiker.

Auch die Politik ist gefordert, sich dieser Situation zu stellen. Mit Anti-Ausländerparolen, wie dies Rechtspopulisten bevorzugt tun, kann auf Dauer kein Staat geführt werden. Österreich generell, aber Wien besonders sind nämlich sehr bunt geworden.

Beim Zuzug allerdings gibt es keine stark dominierende Gruppe. Interessant sind beim Länderranking die "Top 5" - nämlich Rumänien, Ungarn, Polen, Bulgarien und Deutschland. Herbert Vytiska, EurActiv.de 20

 

 

 

 

Mogherini: "EU-Entwicklungspolitik ist keine Almose"

 

Entwicklungspolitik ist weder Almose noch Luxus, vielmehr eine "Investition in Frieden und Stabilität", erklärt die EU-Außenbeauftragte Federica Mogherini bei der Auftaktveranstaltung zum Europäischen Jahr der Entwicklung 2015 in Madrid. EurActiv Spanien berichtet.

Das Ziel des Europäischen Jahres der Entwicklung 2015 ist klar: Endlich müssten die europäischen Bürger wissen, welche Rolle die EU in der Lösung globaler Herausforderungen und in der europaweiten Entwicklungshilfe inne hat.

"In allen Krisen spielt Entwicklungspolitik eine essentielle Rolle", sagte die EU-Außenbeauftragte Federica Mogherini am Montag bei einer Auftaktveranstaltung des Entwicklungsjahres in Madrid, organisiert von der Spanischen Agentur für Internationale Entwicklungszusammenarbeit (AECID) und der Cooperación Española.

Mogherini erwähnte aktuelle Konfliktherde in Syrien, Ukraine und Libyen. Diese Beispiele seien der Beweis dafür, dass schwache Entwicklungspolitik die Hauptursache für etliche Krisen und Konflikte sei. Starke und gut abgestimmte EU-Entwicklungspolitik sei maßgeblich für die globale Stabilität, so die Italienerin.

Mogherini traf am Montag auch König Felipe IV und Premierminister Mariano Rajoy. Sie dankte Spanien für seinen Einsatz im Rahmen der EU-Entwicklungspolitik, trotz der finanziellen Schieflage im Land.

Spanien gehört einem aktuellen Eurobarometer-Ranking zufolge zu Europas Top-Geberländern in der Entwicklungshilfe.

Laut Mogherini hat die Post-2015-Agenda oberste Priorität für Europas Außenpolitik. Sie erwähnte zudem die Wahrung der Menschenrechte, den Kampf gegen den Klimawandel, gute Regierungsführung, Transparenz und die Stärkung der Rechte von Frauen. All diese Aspekte würden in den aktuellen Millenniumsentwicklungszielen (MDGs) "nicht angemessen berücksichtigt".

Unser Planet ist derzeit ein "besser Ort zum Leben", sagte Mogherini. Zugleich herrschten auf der Welt mehr Konflikte als jemals zuvor. Die Weltgemeinschaft müsse umgehend handeln, sonst würde die Ausarbeitung neuer Entwicklungsziele (SDGs) scheitern.

"2015 kann ein historisches Jahr werden", so Mogherini. "Es könnte der Start für ein neues globales Zeitalter werden." Fernando Heller, EU 20

 

 

 

 

Abwanderung. Adieu Deutschland - Zahl der Fortzüge auf Rekordniveau

 

Deutschland ist ein Magnet für Zuwanderer – doch zugleich steigt auch die Abwanderung stark an. Einheimische kehren der Bundesrepublik besonders oft den Rücken, ebenso Ärzte und Forscher. Von Dorothea Siems

 

Deutschland lockt immer mehr Zuwanderer an. Im ersten Halbjahr 2014 zogen fast 670.000 Menschen in die Bundesrepublik, 20 Prozent mehr als im Vorjahreszeitraum, wie das Statistische Bundesamt vermeldet. Allerdings bleiben die wenigsten für immer. Auch die Zahl der Fortzüge aus Deutschland steuert auf einen neuen Rekord zu: 427.000 Personen verließen in den sechs Monaten das Land. Fast ein Fünftel der Auswanderer sind Deutsche.

Da in den kommenden Jahren deutlich mehr Menschen in den Ruhestand gehen, als junge Leute auf dem Arbeitsmarkt nachrücken, ist Deutschland auf qualifizierte Zuwanderer angewiesen. Doch nur, wenn viele Migranten auch bleiben, ist der positive Effekt nachhaltig. Im Vergleich zu klassischen Einwanderungsländern wie den USA, Australien oder Kanada hat Deutschland einen hohen Anteil an kurzzeitiger Migration.

Die seit Wochen schwelende politische Debatte über ein Einwanderungsgesetz sollte sich nach Einschätzung von Experten deshalb nicht nur darum drehen, wie man für kluge Köpfe aus aller Welt attraktiver wird, sondern auch darum, wie man deren Abwanderung verhindert. Denn es dürfte leichter sein, einen ausländischen Universitätsabsolventen im Land zu halten, als einen indischen Ingenieur nach Deutschland zu holen.

Es gibt viele Gründe, Deutschland zu verlassen

Zwischen grob 600.000 und 700.000 Menschen pro Jahr kehrten der Bundesrepublik in den vergangenen zwei Jahrzehnten den Rücken; im vorvergangenen Jahr wuchs der Wert auf fast 800.000. Wie der Migrationsbericht 2013 zeigt, handelt es sich bei drei von vier Rückkehrern um Staatsbürger anderer europäischer Länder. Jeder Zehnte ging nach Asien, acht Prozent der Fortzügler zog es nach Australien oder in die USA. Afrika rangiert mit nur drei Prozent unter ferner liefen.

Die Motive für das Verlassen Deutschlands sind vielfältig. Vor allem innerhalb der Europäischen Union dominiert die zirkuläre Arbeitsmigration: Die Menschen nutzen die hier geltende Arbeitnehmerfreizügigkeit und gehen dorthin, wo es Jobs gibt. Viele kommen von vornherein mit der Absicht, wieder nach Hause zurückzukehren, sobald sich in der Heimat die wirtschaftliche Lage günstig entwickelt. Und so stellen derzeit Polen und Rumänen sowohl unter den Zuwanderern als auch unter den Fortzüglern die größten Gruppen. Infolge der Wirtschaftskrise in Südeuropa kommen momentan auch aus Italien, Spanien und Griechenland viele Jobsuchende hierher, da der deutsche Arbeitsmarkt ihnen Chancen bietet. Aber auch die Abwanderung Richtung Südeuropa ist beträchtlich. Ein reges Kommen und Gehen findet überdies zwischen Russland und Deutschland statt.

Drei von vier Ausländern, die das Land wieder verlassen, hielten sich weniger als vier Jahre hier auf. Und jeder Zweite blieb sogar weniger als ein Jahr in der Bundesrepublik. Vor allem die Russen gehen im Regelfall rasch wieder zurück. Aber auch Inder, Japaner oder Amerikaner bleiben selten länger. Häufig geht der Ortswechsel vom Arbeitgeber aus, der Auslandsaufenthalte veranlasst. Bei den fortziehenden Chinesen handelt es sich oft um Studierende oder Hochschulabsolventen. Gerade der Fortzug der hier ausgebildeten Akademiker könnte nach Ansicht vieler Experten durchaus verringert werden.

Wissenschaftler und Ärzte sind besonders mobil

Doch nicht nur Ausländer verlassen das Land. Auch Deutsche zieht es in beträchtlicher Zahl in die Ferne. Da die deutsche Statistik keine Rubrik für Auswanderer kennt, lässt sich an den Fortzügen nicht erkennen, aus welchem Grund und für wie lange jemand die Bundesrepublik verlässt. Registriert wird die polizeiliche An- und Abmeldung. Somit werden auch Deutsche, die zum Studieren ins Ausland gehen, mitgezählt. Seit 1991 haben rund drei Millionen Deutsche der Bundesrepublik den Rücken gekehrt. Allein im vergangenen Jahr zogen mehr als 140.000 Bundesbürger fort. Mit fast 18 Prozent stellen die Deutschen damit die größte Gruppe unter den Auswanderern. Zwar kehrten umgekehrt 2013 rund 118.000 Deutsche zurück. Doch der Saldo war wie in allen Vorjahren auch 2013 negativ.

Die Deutschen zieht es am häufigsten in andere EU-Staaten. Jeder Zehnte geht in die USA. Beliebtestes Zielland aber ist die Schweiz, in die im vergangenen Jahr 21.000 Bundesbürger umzogen. Auch Österreich und Großbritannien locken viele Deutsche. Seit den 90er-Jahren steigt auch die Zahl der Fortzüge von Deutschen in die Türkei. Hier handelt es sich in der Mehrzahl um Personen mit türkischen Wurzeln, die in der wirtschaftlich dynamischen Türkei begehrte Arbeitskräfte sind, während sie hierzulande oft Schwierigkeiten haben, einen Arbeitsplatz zu finden.

Insgesamt kommen inzwischen weniger Menschen aus der Türkei nach Deutschland, als in umgekehrte Richtung umziehen. Damit hat sich das Land, aus dem in der Vergangenheit die meisten Zuwanderer hierher zogen, zu einem Staat gewandelt, der gegenüber der Bundesrepublik einen beträchtlichen Wanderungsüberschuss erzielt. Dies gelingt ansonsten nur noch der Schweiz – die darauf allerdings gar keinen großen Wert legt. Die USA und Österreich weisen einen kleinen Wanderungsgewinn gegenüber Deutschland auf.

Wissenschaftler und Ärzte gelten als besonders mobil. Laut Bundesärztekammer verließen im vergangenen Jahr gut 3000 Mediziner das Land. Vor allem die Schweiz und Österreich, aber auch die USA locken den medizinischen Nachwuchs, während hierzulande vor einem wachsenden Ärztemangel gewarnt wird. Allerdings profitiert Deutschland wiederum vom Zuzug von Ärzten, die vor allem aus Osteuropa kommen. Für deutsche Forscher sind wegen der guten Arbeitsbedingungen die USA ein Magnet. DW 19

 

 

 

 

Deutschland schätzt sich richtig ein. Italiener am ahnungslosesten

 

Internationale Ipsos MORI Studie vergleicht das Wissen der Bürger über ihre Gesellschaftsstrukturen

 

Hamburg. Die Deutschen kennen die Kennziffern ihrer gesellschaftlichen Strukturen (wie Migrations – und Seniorenanteil, Religionszugehörigkeit, Anzahl jugendlicher Mütter, Arbeitslosenquote, etc.). Sie sind bestens informiert und stechen im internationalen Ländervergleich heraus. Geschlagen werden die Deutschen lediglich von ihren skandinavischen Nachbarn. Die Schweden leisten sich kaum Fehleinschätzungen über ihre Gesellschaftsstrukturen und schneiden somit im internationalen Vergleich am besten ab.

Die Deutschen wissen genau, dass der Anteil ihrer christlichen Bevölkerung bei 58 Prozent liegt.  Bei der Einschätzung der Arbeitslosenquote liegen sie knapp daneben, diese wird auf 20 Prozent statt sechs Prozent geschätzt. Interessant, dass der Migrationsanteil in Deutschland, der derzeit bei 13 Prozent liegt, allerdings von der Bevölkerung höher eingeschätzt wird, nämlich auf 23 Prozent.

Italiener am ahnungslosesten

Klarer Spitzenreiter im Ranking der Fehleinschätzungen ist Italien. Vor allem bei der Frage nach dem Arbeitslosenanteil in der Bevölkerung überschätzen sich die Italiener mit 37 Prozentpunkten maßlos. Die Italiener denken, dass fast jeder Zweite von ihnen (49 Prozent) arbeitslos ist, in Wahrheit ist es jedoch nur jeder Achte (12 Prozent). Neben der schlechten Einschätzung der Arbeitssituation, denken die Italiener auch in einer überalterten Gesellschaft zu leben. Dabei zählen lediglich 21 Prozent und nicht die geschätzten 48 Prozent in Italien zu der Generation 65+. Auch sind die Italiener weitaus weniger wahlmüde, als sie von sich glauben. Immerhin 75 Prozent der Bevölkerung beteiligten sich an der letzten Parlamentswahl. Zugetraut haben die Italiener sich selbst nur eine Wahlbeteiligung von 54 Prozent.

Die USA sind den Italienern im Ranking der Fehleinschätzungen dicht auf den Fersen. Die Amerikaner verschätzen sich in nahezu allen Bereichen wie Migrationsanteil, Anzahl der Teenagemütter und Anteil der christlichen Bevölkerung grob. Ganz genau wissen sie jedoch über ihre Wahlbeteiligung Bescheid. Sie schätzen, dass an der letzten Präsidentschaftswahl 57 Prozent aller Wahlberechtigten teilnahmen. Tatsächlich waren es mit 58 Prozent nur knapp mehr.

Steckbrief Ipsos Studie „Perils of Perception“

Diese Ergebnisse stammen aus der Ipsos Mori Studie „Perils of Perception“, die im August 2014 durchgeführt wurde. Gefragt wurde nach Gesellschaftsstrukturen wie der Religionszugehörigkeit, dem Migrations – und Seniorenanteil, der Anzahl jugendlicher Mütter und der Arbeitslosenquote. Über das Ipsos Online Panel wurde die Studie in 14 Ländern durchgeführt: Australien, Belgien, Deutschland, Frankreich, Großbritannien, Italien, Japan, Kanada, Polen, Schweden, Spanien, Südkorea und den Vereinigten Staaten von Amerika. Für die Studie wurde eine internationale Stichprobe von 11.527 Erwachsenen gezogen - in den USA und Kanada zwischen 18 und 64 Jahren, in allen anderen Ländern zwischen 16 und 64 Jahren.

Quelle für die „wirklichen Zahlen“ sind überwiegende amtliche Statistiken der Erhebungsländer. In Deutschland stammen die Daten u.a. vom statistischen Bundesamt, der „Forschungsgruppe Weltanschauungen in Deutschland“ (fowid) und der OECD.

Über Ipsos

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Berlusconi, die Bunga-Girls und das viele Geld

 

7000 Euro für einen Kindergeburtstag, Taxifahrten über 150 Kilometer: Ruby und andere Gespielinnen von Silvio Berlusconi profitieren noch vom Skandal – das interessiert auch die Staatsanwaltschaft. Von Constanze Reuscher, Rom

 

Villen, Wohnungen, Bargeld, Autos – Italiens Ex-Ministerpräsident Silvio Berlusconi soll seinen Gespielinnen von einst noch immer Abfindungen zukommen lassen. Im Gegenzug haben sie ihm wohl garantiert, vor den Richtern im Fall "Rubygate" nichts über die ausschweifenden Nächte in der Prachtvilla des Multimillionärs auszuplaudern. Doch das möglicherweise teuer erkaufte Schweigen kommt Berlusconi nun doppelt teuer zu stehen.

Nicht nur, weil sich die Damen offenbar unersättlich zeigen und für die "Bunga Bunga"-Nächte immer schwindelerregendere Summen fordern: Nun flog auch auf, was die Ermittler entdeckten, als sie auf Geheiß der Mailänder Richter die Wohnungen der jungen Frauen durchsuchen ließen. 45.000 Euro fanden sie in einem Safe, die Summe war in 500-Euro-Scheinen gestückelt.

Ein Mittelsmann, der frühere Berlusconi-Buchhalter Giuseppe Spinelli, soll den Untersuchungsrichtern gegenüber eingestanden haben, dass er solche Summen von "15.000 bis 20.000 Euro" eigenmächtig zahlen konnte. Sobald die Forderungen höher waren, musste Berlusconi autorisieren. Spinelli hatten die Mädchen dann auch passenderweise den Spitznamen "Geldautomat" verpasst.

Muss der erste Prozess noch einmal aufgerollt werden?

Diese Barzahlungen werten die Mailänder Richter als Beweis im Folgeverfahren des "Rubygate". Diesmal geht es nicht mehr um die ausschweifenden Partys und den Vorwurf der Prostitution mit Minderjährigen, der noch im Fall der Marokkanerin "Ruby" Karima el Mahroug vorlag. Berlusconi war davon 2013 in der Berufung freigesprochen worden.

Jetzt lautet die Anklage auf Falschaussage der Mädchen. Auch das endgültige Urteil gegen Berlusconi im ursprünglichen Verfahren, das der Oberste Gerichtshof in Rom am 10. März fällt, könnte davon beeinflusst werden. Was passiert etwa, wenn der Prozess wegen bewiesener Falschaussage noch einmal aufgerollt werden muss?

Und wie kam es überhaupt zu einem zweiten Prozess? Ganz einfach, die Fahnder hatten im Laufe der Zeit eine simple Beobachtung gemacht, die zumindest den Verdacht von Falschaussagen aufkommen ließ. Der Lebensstandard der jungen Damen war nämlich einfach viel zu hoch, im Vergleich jedenfalls zu ihren in der Steuererklärung deklarierten Einkünften und beruflichen Tätigkeiten.

Zwei der bevorzugten Berlusconi-Freundinnen, Barbara Guerra und Alessandra Sorcinelli, leben zum Beispiel in 400-Quadratmeter-Luxusvillen vor den Toren Mailands. Eine dritte gab sich mit einem schicken Stadtapartment zufrieden, das ihr ebenfalls von einer Immobilienfirma aus Berlusconis Dunstkreis zur Verfügung gestellt wurde.

Was den ermittelnden Staatsanwälten weiter aufgefallen ist: Die drei Damen waren als Nebenklägerinnen im Prozess gegen drei Berlusconi-Vertraute – einen Journalisten, einen Modellagenten und eine Berlusconi-Politikerin – aufgetreten. Die wiederum waren angeklagt, einen Prostitutionsring für Silvio Berlusconis rauschende Feste organisiert zu haben. Die drei Frauen machten aber während der Verhandlung plötzlich einen Rückzieher. Eine andere, die früher ein Showgirl war, arbeitet derweil als Journalistin in den Berlusconi-Sendern.

Was macht Herzensbrecherin Ruby?

Ganz zu schweigen vom Lebensstil der Protagonistin Ruby "Rubacuore", der "Herzenbrecherin" von Berlusconi. Sie führt heute ebenfalls ein Leben auf großem Fuß. Einen Kindergeburtstag für ihre dreijährige Tochter etwa ließ sie sich 7000 Euro kosten. Ruby kaufte ihrem Freund ein Motorrad und machte einen Luxusurlaub auf den Malediven – allein dort gab sie mehr als 60.000 Euro in zehn Tagen aus. Auch Rubys Wohnung war durchsucht worden, dabei waren die entsprechenden Belege gefunden worden.

So kam auch heraus, dass die junge Frau offenbar immer ein Taxi nimmt, wenn sie von ihrem Wohnort Genua (liegt an der ligurischen Küste) nach Mailand muss – dazwischen liegen immerhin 150 Kilometer. Irgendwo auf dem Weg legt sie regelmäßig einen Zwischenstopp ein, um, so glauben es zumindest die Ermittler, jemanden zu treffen, der ihr frisches Geld in Raten von 14.000 bis 15.000 Euro zusteckt.

Der Mittelsmann soll der Mailänder Anwalt Luca Giuliante sein, gegen den im Zug der Ermittlungen gegen die "Bunga Bunga"-Mädchen auch ermittelt wird. Sind die Raten, die er an Ruby zahlt, Teil jener 4,5 Millionen Euro, die Berlusconi Ruby angeblich für ihr Schweigen versprochen hat?

So hatte es die Marokkanerin jedenfalls in ein Notizbuch geschrieben, das die Ermittler beschlagnahmten. In Telefonaten hatte sie ihren "Kolleginnen" gesagt, dass Berlusconi ihr diese Summe schenken wolle, falls es ihr gelingen würde, sich als unzurechnungsfähig einstufen zu lassen.

Für Berlusconi kommen die Ermittlungen zur falschen Zeit

Es ist längst kein Geheimnis mehr, dass Berlusconi den Mädchen seiner wilden Nächte Abfindungen in Höhe von 25.000 Euro gezahlt hat, auch reguläre Monatsgehälter von bis zu 2500 Euro pro Dame. Er selbst hatte das 2013 "Schmerzensgeld" genannt. Die Verwicklung in den Prozess hätte die Reputation der jungen Frauen schließlich hoffnungslos ruiniert, so Silvio "Il Cavaliere" Berlusconi. 21 von ihnen waren als Zeuginnen in den Fall um das sogenannte Rubygate verwickelt.

Für den mittlerweile 78-Jährigen sind die Ermittlungen um das Schweigegeld unbequem, und sie kommen zum falschen Zeitpunkt. Denn eigentlich wähnte sich der einstige Medienmogul, Politiker und Ex-Ehemann (die Scheidung von seiner zweiten Ehefrau Veronica Lario ist durch) im Skandalruhestand.

Nur noch Pudel Dudu, der das neue, fast spießig anmutende Privatleben von Silvio Berlusconi und seiner aktuellen Lebensgefährtin Francesca Pascale teilt, war Anlass für öffentliche Kritik an dem Multimillionär. Tierschützer meckerten erst vor wenigen Tagen, weil Herrchen dem Tier angeblich zu viele Schokoladenkekse zusteckt.

Francesca wiederum darf immerhin noch manchmal in der Politik mitmischen. Das ist angeblich der Preis dafür, dass ihr 50 Jahre älterer Lebensgefährte keine sonderliche Lust hat, mit auf Partys zu gehen. Berlusconi muss schließlich auch noch seinen Sozialdienst im Altersheim ableisten, den man ihm als Strafe in einem Verfahren um Steuerverbrechen aufgebrummt hat.

Und er ist in die Politik zurückgekehrt, mal als Freund, mal als Feind des knapp 30 Jahre jüngeren Premiers Matteo Renzi. Immer wieder hält der 78-Jährige angeblich durchaus ernsthafte Sitzungen mit Parteifreunden seiner Il Popolo della Libertà in seinem Wohnsitz, dem prachtvollen Palazzo Grazioli an der Piazza Venezia im Herzen Roms, ab. Dumm nur, dass gerade dort Berlusconi seine skandalumwitterte Vergangenheit wieder einholt. DW 22

 

 

 

Angela Merkel spricht mit Franziskus über deutsche G7-Themen

 

Die deutsche Bundeskanzlerin Angela Merkel ist am Samstagvormittag im Vatikan mit Papst Franziskus zusammengetroffen. Die Begegnung dauerte rund 40 Minuten und war thematisch dicht, wie die Kanzlerin im Anschluss vor Journalisten in einem kurzen Statement sagte.  Sie habe dem Kirchenoberhaupt die Vorhaben der deutschen G7-Präsidentschaft vorgestellt, was der wesentliche Zweck ihres Besuchs gewesen sei.

„Natürlich hat es mich gefreut, dass die Agenda, die wir in den Mittelpunkt stellen, auch die Themen umfasst, die gerade auch für Papst Franziskus und die katholische Kirche von Bedeutung sind, hier geht es vor allem um das Thema der Armutsbekämpfung.“

So habe Deutschland einen Schwerpunkt seiner G7-Präsidentschaft im Gesundheitsbereich gelegt, erklärte Merkel und nannte ein Beispiel:

„Wir konnten jetzt, darüber konnte ich dem Papst berichten, bereits die Mittel für die internationale Impfallianz so weit aufstocken, dass in den nächsten Jahren 300 Millionen Kinder insbesondere in Afrika geimpft werden können und dies ist ein Beitrag dazu, dass Kinder gesund aufwachsen.“

Außerdem habe sie Papst Franziskus über den deutschen G7-Schwerpunkt Frauen ins Bild gesetzt, erklärte Merkel. Dabei gehe es um Selbstbestimmung, Selbständigkeit und berufliche Ausbildung von Frauen.

„Die Rolle der Frauen gerade auch in Entwicklungsländern ist von besonderer Bedeutung, auch für die Zukunft der Familie, genauso haben wir aber auch noch viele Aufgaben zu lösen mit Blick auf die Gleichberechtigung von Frauen auch in den schon entwickelteren und Industrieländern.“

Auch über die Millennium-Entwicklungsziele und die Klimaveränderung sprachen der Papst und die Kanzlerin. Gerade letzteres Thema sei für Deutschland von Bedeutung, weil die G7-Präsidentschaft helfen könne, die französische Gastgeberschaft in Paris bei der Klimakonferenz zu stärken, sagte Merkel. Abseits der G7-Agenda sprachen Franziskus und die deutsche Regierungschefin auch über die Krise in der Ukraine, bestätigte Merkel. Die Kanzlerin war aus Paris angereist, wo sie unter anderem über dieses Thema mit Präsident Francois Hollande gesprochen hatte.

„Insgesamt war es mir eine sehr große Freude, dem Papst die Dinge vortragen zu können, und wie nicht anders zu erwarten, war es ein sehr bereicherndes Gespräch, und es macht uns auch Mut, in der deutschen Präsidentschaft entschieden und entschlossen nach konkreten Ergebnissen zu suchen und sie auch umzusetzen.“

Einer Note aus dem vatikanischen Pressesaal zufolge ging es auch um Menschenhandel, Menschenrechte und „Religionsfreiheit in einigen Teilen der Welt“, wobei die Gesprächspartner an die Bedeutung spiritueller Werte für den sozialen Zusammenhalt erinnert hätten.

Im Anschluss an die Begegnung mit Franziskus sprach Angela Merkel mit Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin und dem vatikanischen „Außenminister“ Paul Richard Gallagher. Besprochen wurden laut Regierungssprecher Themen wie die Reichtumsverteilung der Welt und die Situation der Kirche in China. Danach fuhr sie in den römischen Stadtteil Trastevere zu einem Besuch bei der katholischen Basisgemeinschaft von Sant´Egidio, die unter anderem für ihre effiziente Friedensarbeit in Krisenländern bekannt ist.

Als Geschenk überreichte die deutsche Kanzlerin dem Papst eine CD-Sammlung mit Werken des protestantischen Komponisten Johann Sebastian Bach. Außerdem überbrachte sie eine Geldspende der Bundesregierung für Flüchtlingskinder in Jordanien. Franziskus bedankte sich auf Deutsch.

Er schenkte der Kanzlerin eine Medaille mit dem Bildnis des Heiligen Martin. Diese Medaille verschenke er gern an Regierungschefs, so der Papst, weil der ausgebreitete Mantel des Heiligen sie an die Schutzfunktion für ihre Völker erinnere. Darauf sagte Merkel: „Wir werden versuchen, unser Bestes zu geben." Zudem überreichte Franziskus der Kanzlerin eine deutsche Ausgabe seines Apostolischen Schreibens „Evangelii gaudium", das er allen Politikern in Privataudienz schenkt.

Es war das zweite Mal, dass Merkel mit Papst Franziskus persönlich zusammentraf. Bereits im Mai 2013 war sie von Franziskus zu einer Privataudienz im Vatikan empfangen worden. Im März 2013 hatte sie an der Messe zu seinem Amtsbeginn auf dem Petersplatz teilgenommen.

(rv/kna 21.02.)

 

 

 

 

Anschläge in Kopenhagen: Täter womöglich inspiriert durch Terror-Attacke auf "Charlie Hebdo"

 

Die Ermittlungen nach den Terroranschlägen auf ein Kulturcafé und eine Synagoge in Kopenhagen laufen auf Hochtouren. Die Polizei reagierte mit ersten Festnahmen und veröffentlichte Details über den toten Täter, der den Sicherheitsbehörden hinlänglich bekannt war.

Die dänische Polizei hat den mutmaßlichen Attentäter von Kopenhagen identifiziert: Bei dem Mann handele es sich um einen 22-jährigen gebürtigen Dänen. Er sei wegen bandenmäßiger Delikte, Gewaltverbrechen und unerlaubten Waffenbesitzes der Polizei und dem Geheimdienst bekannt gewesen. Es habe aber keine Hinweise darauf gegeben, dass er zusammen mit anderen den Angriff auf eine Veranstaltung zu Meinungsfreiheit und auf eine Synagoge geplant habe.

Der Chef der dänischen Sicherheitsbehörde PET, Jens Madsen, äußerte die Vermutung, dass sich der Mann von dem islamistischen Anschlag gegen das französische Satiremagazin "Charlie Hebdo" habe inspiriert lassen. In Paris hatten am 7. Januar zwei radikalislamische Extremisten die Redaktion der Satirezeitung "Charlie Hebdo", die für ihre Mohammed-Karikaturen bekannt ist, überfallen und zwölf Menschen erschossen.

Auch das Propagandamaterial des Islamischen Staats könnte den Täter inspiriert haben, sagte Madsen.

Zunächst teilte die Polizei mit, es gebe keine Hinweise auf Komplizen. Sonntagnachmittag nahm sie dann jedoch mindestens zwei Männer in einem Internetcafé im Stadtteil Nørrebro fest – nahe der Wohnung, vor der der mutmaßliche Täter erschossen wurde.

Bei einer Veranstaltung zum Thema Meinungsfreiheit und Gotteslästerung mit dem schwedischen Mohammed-Karikaturisten Lars Vilks hatte am Samstag der vermummte Angreifer das Feuer eröffnet. Dabei tötete er einen Mann getötet und drei Polizisten. In der Nacht erschoss er dann einen weiteren Mann und zwei Polizisten in einer Synagoge.

"Wir müssen unsere Demokratie verteidigen"

Die dänische Ministerpräsidentin Helle Thorning-Schmidt sprach am Ort des ersten Anschlags von einem "zynischen Terrorakt". Es gebe noch viele Fragen, die die Polizei beantworten müsse, aber es gebe bereits eine Antwort, die Dänemark geben könne. "Und die lautet, dass wir unsere Demokratie verteidigen werden", so Thorning-Schmidt.

"Wir wissen nicht, was die Motive für die Attacken waren, aber wir wissen, dass es Kräfte gibt, die Dänemark schaden wollen, die unsere Meinungsfreiheit und unseren Glauben an Freiheit zerstören wollen", sagte die dänische Ministerpräsident weiter.

Die Reaktion der Bundesregierung auf den Terror in der dänischen Hauptstadt fiel deutlich aus: Es seien "menschenverachtende Anschläge", ließ Kanzlerin Angela Merkel ihren Vize-Regierungssprecher Georg Streiter in Berlin erklären. In einem Telefongespräch mit Thorning-Schmidt drückte Merkel zuvor ihre Anteilnahme aus. Deutschland stehe fest an der Seite Dänemarks, sagte Merkel.

EU-Ratspräsident Donald Tusk nannte die erste Tat "einen weiteren brutalen, terroristischer Angriff, der auf unsere fundamentalen Werte und Errungenschaften abzielt - inklusive der Freiheit auf Meinungsäußerung".

Und auch die EU-Kommission hat die Attentate scharf verurteilt: "Europa steht geschlossen mit Dänemark für Redefreiheit und das Recht auf freie Meinungsäußerung ein. Europa wird sich nicht einschüchtern lassen", hieß es am Samstagabend in einer Stellungnahme zu dem Attentat. "Unsere Gedanken sind bei den Opfern und ihren Familien."

Jüdischer Friedhof in Frankreich geschändet

Auf einem jüdischen Friedhof in ostfranzösischen Stadt Sarre-Union haben Unbekannte mehrere hundert Gräber geschändet. Innenminister Bernard Cazeneuve verurteilte die Tat in der wenige Kilometer von der deutschen Grenze entfernten Stadt am Sonntag als abscheulich.

Die französische Regierung werde alles dafür tun, die Verantwortlichen dingfest zu machen, sagte Cazeneueve.

Frankreich hat in Westeuropa die größten jüdischen und muslimischen Gemeinden.

Netanjahu ruft Juden zum Massenexodus auf

Der israelische Regierungschef Benjamin Netanjahu rief Europas Juden auf, in Massen in sein Land einzuwandern. "Der radikal-islamische Terror hat wieder in Europa zugeschlagen. Wieder einmal wurden auf europäischem Boden Juden nur deshalb getötet, weil sie Juden sind." Laut Netanjahu ist es zu erwarten, dass diese Attentatswelle weitergehen wird, darunter auch tödliche antisemitische Attacken.

Die israelische Regierung stockte den Etat für Einwanderer auf und hofft so auf einen Massenexodus. Natürlich hätten Juden in aller Welt ein Recht auf Sicherheit, sagte Netanjahu. Dennoch "sage ich allen unseren Brüdern und Schwestern: Israel ist euer Heim! Wir erwarten Euch mit offenen Armen."

dsa mit rtr 16

 

 

 

 

Warum die Eurogruppe sich von Athen nicht erpressen lassen darf

 

Rainer Wieland, Präsident der Europa-Union Deutschland, sieht nur wenig Spielraum für Kompromisse mit der griechischen Regierung. „Das Programm der Troika, wie auch immer man EZB, Kommission und IWF bezeichnet, muss eingehalten werden.“ Sonst gerate die gesamte Währungsunion in eine Schieflage, zeigt sich Wieland überzeugt.

 

„Ende des Jahres wählt Spanien ein neues Parlament. Eine Aufweichung des mit Griechenland Vereinbarten würde Protestparteien Rückenwind verleihen“, so der Europa-Union Präsident. Auch die portugiesische Regierung, die ihre Reformen erfolgreich durchführe, gerate dann unter großen innenpolitischen Druck. „Die Ansteckungsgefahr mag die Banken nicht mehr betreffen, sie ist politischer Natur“, so Wieland.

 

Wieland spricht sich vehement gegen eine Sonderbehandlung Griechenlands aus. „Entweder die Eurogruppe bleibt jetzt hart, und Griechenland erleidet bei Nichterfüllung der Hilfsvoraussetzungen einen Staatsbankrott, oder wir finden eine solide europäische Lösung, die für die Eurozone insgesamt gilt und allen Programmstaaten hilft.“

 

Der Europa-Union Präsident spricht sich dafür aus, Investitionen nach dem Juncker-Plan von effektiven Strukturreformen abhängig zu machen. Insbesondere bei der Projektsteuerung könne auch unkonventionell und, wenn gewünscht, personell geholfen werden. „Baut Griechenland zum Beispiel mit europäischer Unterstützung eine funktionierende Steuerverwaltung auf, um seine Einnahmen zu verbessern und endlich auch die Wohlhabenden zu besteuern, dann kann Brüssel gezielt Investitionen nach Griechenland lenken.“

 

Wieland warnt Athen davor, seinerseits einen Sonderweg zu beschreiten. „Sollte die Regierung Tsipras tatsächlich russische Hilfen in Anspruch nehmen und sich so vom Rest Europas abwenden, wäre das keine Bagatelle, sondern eine folgenreiche Entscheidung“. Griechenland müsse sich entscheiden, ob es zum Demokratie und Freiheit bejahenden Westen gehöre wolle oder nicht. Daran sei langfristig sogar die Mitgliedschaft in der Europäischen Union gebunden. „Wir können nicht akzeptieren, wenn sich EU-Mitglieder von Moskau abhängig machen“, so Wieland. Dip 16

 

 

 

 

 

EU: Krise noch lange nicht vorbei

 

Die Krise ist noch lange nicht vorbei, aber es gibt Hoffnung. Seit drei Jahren veröffentlicht die Caritas jährlich einen Bericht über die sozialen Auswirkungen der Finanzkrise in Europa. Der neueste Bericht wurde an diesem Donnerstag vorgestellt; er dekliniert das Problem der Armut durch die Krise an sieben Beispielländern durch. Am härtesten betroffen sind dem Bericht zufolge Zypern, Griechenland, Italien, Spanien, Portugal, Irland und Rumänien.

Jorge Nuño-Mayer ist Generalsekretär von Caritas Europa. Er betont im Gespräch mit Radio Vatikan, dass die momentane Krise ein sogenanntes ‚win-loose-game’ sei - und zwar für jeden, nicht nur für die Krisenländer.

„Wir sehen, dass die Krise noch lange nicht vorbei ist, dass immer mehr Menschen zur Caritas kommen. Wir stellen fest: Mehr Armut ist da, mehr Ungleichheiten in den Ländern sind da. Das heißt, die Mittelschicht der Bevölkerung bzw. die ärmere Schicht der Bevölkerung ist nun viel ärmer, während zehn Prozent der reicheren Mitbürger trotz der Krise reicher sind.“

Diese Entwicklung ist für Nuño-Mayer ganz klar eine Folge der Politik. Die Sparmaßnahmen der vergangenen Jahre hätten das Wachstum in den Krisenländern abgewürgt.

„Als Konsequenz davon sehen wir, dass die Menschen verärgert sind, dass die Menschen mehr leiden, dass die Menschen auch – und das ist schlimm! – ihr Vertrauen in die politischen Institutionen, in ihre eigene Regierung, in die Europäische Union verlieren. Und damit steht die soziale Kohäsion, das heißt, der Zusammenhalt der Menschen in unserer Gesellschaft unter einem großen Risiko.“

Man müsse sich nur die vergangene Europaparlamentswahl anschauen, bei der viele kleine und radikale Gruppen gewählt wurden, um zu sehen, dass etwas nicht stimme, erklärt Nuño-Mayer. Aber trotz einem Zuwachs von Armut sieht Nuño-Mayer auch eine Hoffnung. Die Europapolitik bräuchte, so meint er, lediglich einen Paradigmenwechsel.

„Wir denken, dass das Paradigma, dass wir nur auf die Wirtschaft schauen, geändert werden kann. Dass auch Sozialpolitik im Zentrum zu stehen hat. Wie wir das auch in den deutschsprachigen Ländern sehen... Dort, wo soziale Systeme funktionieren, hat die Krise viel weniger Auswirkungen auf die Menschen gehabt.“

Die Mitgliedstaaten der Europäischen Union haben 2010 im Angesicht der Krise versprochen, die Armut zu reduzieren. Innerhalb von drei Jahren sind jedoch weitere vier Millionen Menschen von Armut betroffen – es sind inzwischen über 124 Millionen EU-Bürger. Jorge Nuño-Mayer fordert daher von der EU: „Macht das, was ihr versprochen habt! Vergesst das nicht, schaut nicht nur auf die Wirtschaft, schaut auch, was mit den Menschen ist.“ (rv 19.02.)

 

 

 

 

"TTIP untergräbt die globale Weltordnung"

 

Mit dem transatlantischen Freihandelsabkommen TTIP versuchen sich die europäischen Industrieländer und die USA an der Festlegung neuer, potenziell global gültiger Spielregeln für die Weltwirtschaft. Nach Ansicht des Deutschen Instituts für Entwicklungspolitik (DIE) ist dieser exklusive Ansatz bedenklich, denn etliche Entwicklungs- und Schwellenländer würden durch TTIP zu den großen Verlierern gehören – dabei stecke in einer verstärkten Kooperation mit ihnen ein enormes ökonomisches Potenzial.

Das Freihandelsabkommen zwischen der EU und den USA (TTIP) hätte durch transatlantische Zollsenkungen und den Abbau nichttarifärer Handelshemmnisse sowohl direkte Effekte für Schwellen- und Entwicklungsländer als auch indirekte Effekte für das Welthandelssystem, die von großer Bedeutung für die globale Entwicklung sind.

Durch TTIP reduzierte Handelskosten zwischen den USA und der EU hätten zur Folge, dass die beiden Volkswirtschaften verstärkt untereinander und weniger mit anderen Ländern handeln würden. Umfang und geografische Verteilung dieser Umlenkungseffekte hängen von der Höhe der einzelnen Zölle und den Handelsbeziehungen zu Drittstaaten ab.

Die transatlantischen Zölle sind in den meisten Sektoren bereits auf einem sehr niedrigen Niveau, sodass durch weitere Senkungen im Allgemeinen nur geringe Handelsumlenkungseffekte zu erwarten sind. Diesen negativen Handelsumlenkungseffekten können positive Einkommenseffekte gegenübergestellt werden: Die durch TTIP generierten Einkommenserhöhungen können zu einer stärkeren Nachfrage nach Exporten aus Drittstaaten führen.

Ob negative Handelsumlenkungseffekte oder positive Einkommenseffekte überwiegen, hängt entscheidend von der Wirtschafts- und Handelsstruktur des Drittlandes ab. Dies erschwert ein einheitliches Urteil über die Implikationen von TTIP für Schwellen- und Entwicklungsländer.

Bestehende Studien legen allerdings nahe, dass eine Reihe von Ländern durch TTIP negativ betroffen sein wird. Gleichzeitig wird TTIP – so die Studien – im globalen Durchschnitt aller Länder nur geringe Effekte generieren. Doch es gibt nicht nur Gewinner, sondern auch Verlierer – sowohl auf Länderebene als auch innerhalb von Ländern.

Laut aktueller Forschungsergebnisse des ifo Instituts würden viele Länder – vor allem diejenigen, die eng in die nordamerikanischen und europäischen Produktionsnetzwerke eingebunden sind – wegen einer durch TTIP wachsenden Nachfrage leicht höhere Realeinkommen erzielen. Dagegen würden beispielsweise die Realeinkommen ostasiatischer Wirtschaftsmächte wie China, Japan und Korea, aber auch der Mitglieder der Association of Southeast Asian Nations (ASEAN) negativ von TTIP betroffen sein.

Diese Resultate sind von hoher politischer Bedeutung, denn vor allem in China wird TTIP vorwiegend als geopolitisches Projekt des Westens gesehen.

Während die aggregierten Effekte auf Länderebene voraussichtlich relativ gering sein werden, können einige Sektoren in Schwellen- und Entwicklungsländern von den Zollsenkungen und möglicher Präferenzerosion stärker betroffen sein. Das gilt vor allem für Produktbereiche, in denen nach wie vor relativ hohe Zölle zwischen den USA und der EU bestehen und die für die jeweiligen Schwellen- und Entwicklungsländer von hoher wirtschaftlicher Bedeutung sind. Dies ist etwa im Bekleidungssektor in Niedrigeinkommensländern wie Bangladesch, Kambodscha oder Pakistan der Fall.

Sollten die EU und die USA zudem Fortschritte beim Abbau von Zollschranken für den Handel mit Landwirtschaftsprodukten erzielen, könnte dies beispielsweise afrikanische Niedrigeinkommensländer treffen, die mit Fischereiprodukten, Bananen und Zucker handeln.

Unabhängig von diesen Modellrechnungen wird das genaue Ausmaß der Wirkungen von TTIP auf Schwellen- und Entwicklungsländer davon abhängen, wie die regulatorische Kooperation ausgestaltet wird. Die Implikationen für Firmen in Drittstaaten hängen davon ab, ob die EU und die USA ihre unterschiedlichen Standards gegenseitig anerkennen oder gar vereinheitlichen. Zudem gilt abzuwarten, ob man sich bei einer Vereinheitlichung auf den jeweils höheren oder niedrigeren Standard (oder einen Kompromiss) einigt.

Die durch vereinheitlichte Standards vergrößerten Absatzmärkte bieten Chancen für diejenigen Drittstaaten, die diese Standards erfüllen können. Allerdings können gerade ärmere Länder die Standards, die für die EU und die USA adäquat sind, ohne zusätzliche Unterstützung häufig nur schwer zu erreichen.

TTIP unterwandert das multilaterale Handelssystem

Darüber hinaus hat TTIP immense indirekte Auswirkungen, die die Zukunft des internationalen Handels entscheidend prägen werden. Die indirekten Wirkungen von TTIP sind oftmals schwerer zu modellieren und zu berechnen, aus einer entwicklungspolitischen Sicht aber mindestens ebenso wichtig wie die oben skizzierten direkten Effekte. Erstens wird TTIP angesichts seiner wirtschaftlichen und geopolitischen Bedeutung die Geometrie des Welthandelssystems beeinflussen.

TTIP und andere laufende Verhandlungen über "Mega Regionals" unterwandern das multilaterale Handelssystem wie nie zuvor. Gerade zu dem Zeitpunkt, an dem in die Doha-Entwicklungsagenda durch den Kompromiss in Bali wieder etwas Bewegung gekommen ist, verwenden die USA und die EU wichtiges politisches Kapital und administrative Kapazitäten für die Verhandlungen von Mega Regionals. Das ist aus entwicklungspolitischer Sicht kritisch zu beurteilen.

Die Welthandelsorganisation ist und bleibt – ungeachtet der Kritik, die in den letzten zwei Jahrzehnten von vielen NGOs und Entwicklungsländern geäußert wurde – der institutionelle Rahmen, in dem die Handelsinteressen von armen und kleinen Ländern am besten berücksichtigt werden. Das multilaterale System sollte der wichtigste Eckpfeiler in der globalen Handelsordnung bleiben – nicht zuletzt, weil durch multilaterale Handelsabkommen alle Länder ökonomisch profitieren. Zweitens wäre die neue transatlantische Freihandelszone nicht einfach nur eine weitere in der Liste der bereits existierenden Abkommen. Sie bedeutet eine Weichenstellung für das Welthandelssystem.

TTIP setzt Maßstäbe für die Entwicklung globaler Handelsregeln – und würde von der EU und den USA als Blaupause für zukünftige Abkommen mit Schwellen- und Entwicklungsländern verwendet werden. Dies ist besonders relevant, da es sich bei TTIP um einen neuen Typus von Abkommen handelt, der Themen abdeckt, die bisher nicht in der WTO oder anderen Freihandelsabkommen verhandelt wurden. Die regulatorische Kooperation ist das prägnanteste Beispiel hierfür.

Die zukünftigen Regelnehmer sind bei den Verhandlungen von TTIP aber außen vor. Wenn ihre Interessen bei dieser Weichenstellung nicht berücksichtigt werden, entstehen hohe Risiken für diese Länder. Das wirft Legitimitätsfragen auf, die die Fairness der globalen Weltwirtschaftsordnung unterminieren und diese destabilisieren können.

TTIP entwicklungsfreundlich gestalten

Aufgrund der zu erwartenden direkten und indirekten Effekte von TTIP besteht die Notwendigkeit, die laufenden Verhandlungen aus einer entwicklungspolitischen Sicht zu begleiten und mitzubestimmen. Dafür vier Beispiele:

1. Gegenseitige Anerkennung auf Drittstaaten ausdehnen

Im Fokus von TTIP steht die Vereinheitlichung der amerikanischen und europäischen Regulierungssysteme. In einer globalen, eng durch Wertschöpfungsketten verknüpften Wirtschaft kann insbesondere dieser Aspekt ein enormes Potenzial, aber auch ein substanzielles und langfristiges Hindernis für Entwicklungsländer darstellen. Die Effekte für Drittstaaten hängen davon ab, wie die transatlantische Kooperation im Regulierungsbereich ausgestaltet wird.

Schwellen- und Entwicklungsländer sollten auch von der gegenseitigen Anerkennung der EU- und US-Standards profitieren können. Dafür müssten die Vorteile der gegenseitigen Anerkennung auch auf diese Länder ausgeweitet werden. Das gilt insbesondere für Produkte, die Schwellen- und Entwicklungsländer verstärkt in den TTIP-Markt exportieren.

Die EU und die USA sollten für die Produkte, für die sie ihre Standards als äquivalent anerkennen, auf Diskriminierung verzichten, denn diese würde die Drittstaaten von der bevorzugten Behandlung ausschließen. So würden Hersteller aus Drittländern, die bereits die Standards einer Region einhalten, ihre Produkte auch in der jeweils anderen verkaufen können.

Ihre Absatzmärkte würden damit größer werden. Da gerade ärmere Länder kurzfristig Schwierigkeiten bei der Erfüllung neuer Standards haben dürften, sollte die Entwicklungszusammenarbeit diese bei der Umsetzung unterstützen, damit auch sie von TTIP profitieren können

2. Ursprungsregeln vereinfachen

Die konkrete Ausgestaltung von Ursprungsregeln hat großen Einfluss auf die Effekte eines transatlantischen Abkommens für Drittländer. Ursprungsregeln sind ein notwendiges Übel von Freihandelsabkommen wie TTIP: Nur Produkte oder auch Vormaterialien, für die der Nachweis über den entsprechenden Warenursprung vorlegt werden kann (zum Beispiel abhängig vom Wertschöpfungsanteil in der EU oder in den USA), sollen im Rahmen von TTIP bevorzugt behandelt werden. Güter und Vormaterialien aus anderen Ländern, für die das nicht möglich ist, profitieren nicht von den niedrigeren Handelsbarrieren.

Restriktive TTIP-Ursprungsregeln könnten so eine Art Mauer um die EU und die USA errichten, die Produzenten in beiden Vertragsstaaten schützt und dazu führt, dass u. U. weniger Vormaterialien aus Drittländern verwendet und weiterverarbeitet werden. Die aktuell sehr komplexen Ursprungsregeln in der EU und den USA sollten zugunsten eines großzügigen, gemeinsamen und vereinfachten Ansatzes abgeschafft werden.

Wenn die vereinheitlichten Ursprungsregeln gegenüber Drittstaaten möglichst großzügig gestaltet sind, könnten Drittländern Vorteile eingeräumt werden. Für Drittländer noch positiver wäre es, wenn sich die EU und die USA darauf einigen, weitestgehend auf Ursprungsregeln, also den Nachweis des Warenursprungs, zu verzichten – nicht zuletzt gegenüber Ländern, die sowohl mit der EU als auch mit den USA Handelsabkommen geschlossen haben.

Beide Ansätze ermöglichen eine Win-win-Situation für die transatlantischen Partner und Drittländer – auch erstere würden durch die Vereinfachung des derzeit sehr komplizierten Systems bzw. durch dessen Verzicht profitieren.

3. Präferenzsysteme harmonisieren

Die EU und die USA sollten ihre Präferenzsysteme für Entwicklungsländer (z. B. Generalized System of Preferences, Everything But Arms, African Growth and Opportunity Act) vereinheitlichen.

Die Vorteile, die durch den Abbau der transatlantischen Handelsbarrieren entstehen, könnten dann auch auf diejenigen Entwicklungsländer ausgeweitet werden, die aktuell von diesen Präferenzen profitieren. In diesem Fall sollte auf Ursprungsregeln verzichtet werden.

4. Drittländern zukünftige TTIP-Einbindung ermöglichen

Die EU und die USA sollten Drittländern eine konkrete Möglichkeit in Aussicht stellen, dass sie künftig an der Partnerschaft teilnehmen können.

Im besten Fall sollte TTIP eine Beitrittsklausel für Drittländer beinhalten und so auch Entwicklungs- und Schwellenländern gegenüber offen gestaltet werden.

Weitere Handlungsoptionen mit Blick auf TTIP

Für entwicklungspolitische Akteure bietet sich ein wichtiges Gelegenheitsfenster, die eingangs angeführte Lücke in der öffentlichen Diskussion zu füllen und auf die entwicklungspolitischen Auswirkungen von TTIP hinzuweisen. Hierbei sollte nicht nur auf die Risiken von TTIP hingewiesen, sondern auch betont werden, dass TTIP Möglichkeiten bietet, die künftigen handelspolitischen Regeln entwicklungsfreundlicher auszugestalten.

Für entwicklungspolitische Akteure ergeben sich folgende Handlungsoptionen, die auch für weitere, aktuell von der EU verhandelte Abkommen gelten.

Integration in Wertschöpfungsketten fördern

Angesichts der TTIP-Verhandlungen sollte die Entwicklungszusammenarbeit einen verstärkten Fokus darauf legen, Entwicklungsländer in globale Wertschöpfungsketten zu integrieren, z. B. im Rahmen von Aid for Trade und darüber hinaus. Die regionale Integration der Schwellen- und Entwicklungsländer und die Süd-Süd-Abkommen müssten unterstützt werden. Zudem sollte die Verhandlungsexpertise von Entwicklungsländern gestärkt werden, da sie sich in Zukunft der Herausforderung gegenübersehen, immer umfassendere und tiefere Handelsabkommen zu verhandeln.

Hierbei gilt es, darauf zu achten, dass Entwicklungsländer einerseits durch solche Abkommen Zugang zu globalen Wertschöpfungsketten bekommen sollen und zugleich sicherzustellen, dass ihr Politikspielraum nicht zu stark eingeschränkt wird. Zudem sollten entwicklungspolitische Akteure darüber beraten, wie industriestrukturelle Anpassungen in Entwicklungsländern infolge von TTIP gefördert werden können und wie das Erreichen von Standards durch technische und finanzielle Zusammenarbeit unterstützt werden kann.

Auf EU-Ebene für Kohärenz mit Entwicklungszielen werben

Wenn TTIP Drittländern den Marktzugang zu den USA und der EU erschwert, würde das die Bemühungen der Entwicklungszusammenarbeit konterkarieren. Aus entwicklungspolitischer Sicht ist zentral, dass TTIP nicht im Widerspruch zu den Zielen der Post-2015-Agenda für nachhaltige Entwicklung steht. Um zu gewährleisten, dass TTIP kohärent mit den Entwicklungszielen ist, sollte jeder Punkt in den TTIP-Verhandlungen auf diese Ziele hin überprüft werden, mit einem besonderen Fokus auf die ärmsten Länder.

TTIP wird durch die Generaldirektion Handel der EU-Kommission unter Einbindung der nationalen Wirtschafts- und Handelsministerien verhandelt. Durch Einflussnahme im Rat für Auswärtige Angelegenheiten besteht für Akteure der Entwicklungszusammenarbeit die Möglichkeit, auf eine entwicklungsfreundliche Ausgestaltung von TTIP hinzuwirken.

Transparenz schaffen

Zivilgesellschaftliche Akteure in Europa und den USA fordern zu Recht eine höhere Transparenz der Verhandlungsparteien. Angesichts der schieren Größe von TTIP und deren globaler Bedeutung sollten die Transparenzbemühungen auch auf Drittländer ausgeweitet werden.

Entwicklungsländer sollten das Recht haben, Zugang zu Informationen über die Arbeit an den künftigen Standards in den Regulierungsräten zu erhalten. Die transatlantischen Partner müssten bestehende regionale und multilaterale Foren, insbesondere G20 und WTO, nutzen, um über die Inhalte und über den Fortschritt der Verhandlungen zu informieren. Nur so können die Ängste der Schwellen- und Entwicklungsländer vor einer angeblichen "Wirtschafts-NATO" abgebaut und gefährliche Gegenreaktionen vermieden werden.

Multilateralismus stärken, WTO-Reformoptionen diskutieren

Die für Entwicklungsländer besonders relevanten Handelshemmnisse sollten multilateral gesenkt werden. Außerdem sollten entwicklungspolitische Akteure mit Schwellen- und Entwicklungsländern darüber in einen Dialog treten, wie der multilaterale Verhandlungsprozess effektiver gestaltet werden kann. Insbesondere gilt es, die Vor- und Nachteile von sogenannten plurilateralen WTO-Abkommen zu diskutieren, die nur von einem Teil der WTO-Mitglieder verhandelt werden.

Zudem sollten die EU und die USA mit ihren Partnern Möglichkeiten erörtern, wie die Komplementarität der unterschiedlichen Verhandlungsprozesse von Mega Regionals gestärkt werden kann, um eine spätere Multilateralisierung zu ermöglichen. Forschungskooperationen mit Schwellen- und Entwicklungsländern können diesen Dialog untermauern.

Die Autoren

Axel Berger und Dr. Clara Brandi sind wissenschaftliche Mitarbeiter in der Abteilung "Weltwirtschaft und Entwicklungsfinanzierung" des Deutschen Instituts für Entwicklungspolitik (DIE). Der Text ist im Original als Analysen und Stellungnahmen 1/2015 auf der Webseite des DIE erschienen. EurActiv 18

 

 

 

 

Die Illusion einer Ostpolitik 4.0

 

Es geht um Russland, Werte – und die unbequeme Wahrheit des K-Wortes.

 

Adenauers Wiederaufnahme der diplomatischen Beziehungen zwischen der Bundesrepublik und der UdSSR 1955 kann als Ostpolitik 1.0 bezeichnet werden. Durch dieses Prisma betrachtet war sie sozusagen die Stammzelle der gesamten vertragsbasierten Entspannungspolitik von Willy Brandt in den 1970er Jahren und somit der  Ostpolitik 2.0. Brandts Ostverträge hatten eine übergeordnete klare nationale Triebfeder: Über die Aufrechterhaltung der  „Einheit der Nation“,  die  Option für die nationale  Einheit offenzuhalten.  Mit der deutschen Einheit hat sich die klassische Ostpolitik insofern erfüllt.

Das deutsche Angebot einer Modernisierungspartnerschaft mit Russland von 2008 hatte in brandtscher Tradition der Anerkennung von Realitäten und des Abbaus von Feindbildern das Ziel, über eine Unterstützung der dortigen Zivilgesellschaft demokratische, marktwirtschaftliche und rechtsstaatliche Strukturen und Prozesse zu fördern und festigen. Nun stellte diese Modernisierungspartnerschaft sicher nicht im Hegelschen Sinne einen „Knotenpunkt im Gang der Weltgeschichte“ dar. Doch sie war andererseits eben auch nicht einfach der Auftakt zu einem west-östlichen Glasperlenspiel. Die deutsche Diplomatie ging über ein bloßes Hologramm der Zusammenarbeit hinaus und richtete sich auf harte politische Prosa mit Moskau ein. Dennoch konnte eine Ostpolitik 3.0 nicht etabliert werden.

Denn durch die EU-Osterweiterungen war der frühere politische Osten bereits Teil des politischen Westens geworden. Somit kehrte die Politik an ihren geographisch-historischen Ausgangspunkt Russland zurück. Die Einladung zu kooperativen Erneuerungsprozessen kam jedoch zu spät. Denn spätestens seit Putins „Wutrede“ auf der Münchner Sicherheitskonferenz 2007 konnte jeder, der es sehen wollte, Russlands Sicht auf Europa als Bühne der Auseinandersetzung zur Kenntnis nehmen. Doch Putins j’accuse  wurde in der westlichen Diplomatie gewogen und für nicht schwer genug empfunden.

Von der kurzfristigen Annäherung nach 9/11 bis zum jetzigen Frost liest sich die Analyse des Diskurses zwischen Moskau, Washington und weiteren westlichen Hauptstädten bei Dimitri Trenin, dem Direktor des Carnegie Moscow Center, wie eine Ost-West-Abfahrt  auf  einer Buckelpiste. Und die wird zunehmend steiler abschüssig.  Vor einem solchen Hintergrund  rückt die Bereitschaft zu einem Perspektivwechsel  derzeit fast schon in die Nähe von Hochverrat. In der Folge tönen ausgemachte Gewissheiten in jeweils vollständig getrennten Echokammern wider. Verabschieden wir uns also von dem von der Realität überholten Terminus Ostpolitik, der in der Reihung nun als Ostpolitik 4.0 bezeichnet werden müsste. Tatsächlich geht es um Russlandpolitik. Zu erarbeiten sind  Antworten auf ein Russland, das innenpolitisch zunehmend autoritär, gesellschaftspolitisch nationalpatriotisch-nationalistisch sowie außenpolitisch wie eine revitalisierte Großmacht auftritt.

Erforderlich wäre die ungeteilte Bereitschaft beider Seiten, sich von der eigenen Handlungsgeschichte zu lösen, zuzuhören (ohne eifernde Verständnisbemühungen), Empathie zu empfinden (ohne die Realität zu verklären) und sich zu einer (zivilisierten) Streitkultur zu bekennen.  

Doch wie realistisch ist das angesichts einer USA mit oft eigenwilliger Agenda, gegenüber einem Russland, das das Komponieren von machtgestütztem Handeln perfektioniert hat und angesichts einer reichlich brüchigen gemeinsamen europäischen Außen- und Sicherheitspolitik? Feuerzungen der Offenbarung sind vom Balkon des Weißen Hauses nicht zu erwarten. Und eine Ästhetik  der Realpolitik ist selbst beim Gutwilligsten in der Krim-Annexion des Kremls nicht zu erkennen.

Was kann, was sollte die deutsche Rolle in diesem durch den Krieg in der Ukraine verstörten Europa sein, das von Tallinn bis Athen zwischen Alarmismus und Akkommodieren oszilliert?

Am Anfang steht die unbequeme Wahrheit des K-Wortes. Es gehört in der Politik deutlich ausgesprochen: Es herrscht „schlicht und einfach Krieg. Mitten in Europa.“ Es geht nicht um einen bloßen „Störfall“ von Fehlwahrnehmungen, Missdeutungen und wechselseitigen Überreaktionen. Es hat sich vielmehr beiderseits ein grundsätzlicher und damit noch lange andauernder Disput aufgebaut. Der lässt kaum mehr Raum für Zwischentöne und läuft Gefahr, schrittweise in immer tieferen Antagonismus abzugleiten.

Vordergründig scheint die Dimension der militärischen Sicherheit zu dominieren. Der Fokus der Baltischen Staaten und Polens liegt auf Sicherheit vor Russland und somit auf Eindämmung. Im Unterschied dazu steht die Position Deutschlands und anderer Länder, die betonen, dass sich nachhaltige Sicherheit nur mit Russland erzielen lässt. Dieser Gegensatz dürfte die euroatlantische Gemeinschaft, sei es strategisch beabsichtigt oder als nicht gezielt geplanter Nebeneffekt, auf längere Sicht erodieren.

Einiges spricht allerdings dafür, dass es Russland vorrangig – zumindest bislang noch – in Wirklichkeit um einen Wertekonflikt geht: Westliche liberale Zivilgesellschaften versus „Sonderweg Russland“ unter Rückgriff auf seine imperiale Geschichte und Anknüpfung an die anti-westliche Slawophilen-Bewegung aus der Mitte des 19. Jahrhunderts. Allem Anschein nach befürwortet Putin diesen Clash in Tonalität und Denkfigur.

Deutschland sollte Russland deshalb gerade jetzt zu einem strategischen „herrschaftsfreien Diskurs“ über Politik und Werte in Europa auffordern. Unsere Anstrengungen müssen sich darauf konzentrieren, das Zeitfenster zu nutzen, um Russland auf dem Pfad des gesellschaftspolitischen Wertekonflikts zu halten und diesen dabei zugleich einzuhegen. Ziel wäre es, eine gesellschaftlich und medial auszutragende langfristige Streitkultur über trennende und gemeinsame Werte und ihre europäische politische Ausgestaltung zu etablieren. Damit könnte verhindern werden, dass das Ost-West-Verhältnis nicht erneut durch militärische Prismen bewertet wird. Im historischen Vergleich – wohlgemerkt nicht in Parität – befinden wir uns im Zeitabschnitt post-1945, bevor der damals erst aufkommende ideologische Konflikt seine rüstungsdynamische Ummantelung erhielt.

Natürlich: Wir könnten uns irren. Hiernach wäre Moskau längst zu weiteren machtpolitischen Projektionen und hybriden Aktionen in sicherheitspolitisch schwach ausgeprägten europäischen Regionen bereit. Berlin sollte sich darum nachdrücklich für eine gesamteuropäische Sicherheitskonferenz über Militärdoktrinen hinsichtlich Dispositiven, Strukturen und Aktivitäten einsetzen. Die Wiener Konferenz 1990 wäre ein Vorbild. 

Russischer Machtpolitik darf nicht nachgegeben werden. Russland darf aber auch nicht als legitim mitgestaltende Kraft in Europa aufgegeben werden. Deutschland ist der  stärkste Akteur im integrierten Europa. Es muss deshalb weiterhin Mittler und Makler sein. Dazu gehört aber auch die Bejahung von politischer Führung in der Suche nach und Erwirkung von angemessenen Antworten auf russische Politik. Das wird auch weiterhin nur im kakophonischen Konzert der  europäischen Partner denkbar bleiben. Wulf Lapins  IPG 16

 

 

 

 

Nach dem Papst zu Sant´Egidio: Kanzlerin Merkel in Rom

 

Nach der Privataudienz bei Papst Franziskus ist Angela Merkel zu Sant’Egidio gefahren. Es unterstreicht die Wichtigkeit, die sie der Verbindung von Religion und Frieden zumisst.

 

Schon der Ort ist wie eine Überschrift: Dass Bundeskanzlerin Angela Merkel ihren öffentlichen Auftritt in Rom bei Sant’Egidio macht, unterstreicht die Wichtigkeit, die sie der Verbindung von Religion und Frieden zumisst. Das ist heute nicht selbstverständlich, Religion findet leider auch beim Gegenteil, bei Terror und Krieg, seinen Platz. Umso wichtiger ist die deutliche Aussage der Kanzlerin durch die Auswahl des Ortes.

Deutlich macht das auch die Tatsache, dass sie überhaupt nach Rom gekommen ist. Bei dem Terminplan der vergangenen Woch

Das zeigt unter anderem auch, dass die vatikanische Diplomatie zurück ist auf dem internationalen Parkett. Kuba und die USA fallen als erstes ein, hier hat Papst Franziskus persönlich vermittelt. Der Papst hat es auch geschafft, Vertreter Israels und Palästinas zusammen zu bringen, in den Vatikanischen Gärten nach seinem Besuch im Heiligen Land. Oder nehmen wir die Wortmeldungen des Ständigen Vertreters des Vatikan bei der UNO: Unmissverständliche Äußerungen zu den Rechten der Ärmsten, zur Verantwortung der Staaten gegenüber Flüchtlingen etc. Aus diplomatischen Kreisen hier um den Vatikan hört man immer wieder, dass das ernst genommen wird, was der Vatikan sagt.

Papst Franziskus spricht mit einer moralischen, menschlichen und authentischen Stimme, die im politischen Raum nicht verhallt. Wenn Bundeskanzlerin Angela Merkel nicht während der G7 Präsidentschaft zum Papst gekommen wäre, wäre es niemandem aufgefallen. Aber es ist ihr wichtig, sonst wäre sie nicht hier. Wie gesagt: Eine Selbstverständlichkeit ist der Besuch nicht, sondern ein deutliches Zeichen.

Erst im Juni vergangenen Jahres war aus der Gruppe der wirtschaftsstärksten Industriestaaten der Welt G8 die Gruppe der Sieben (G7) geworden, eine Mehrheit der dort vertretenen Staaten hatte sich entschlossen, ohne Russland zu tagen, weil dieses die Souveränität eines Landes verletzt habe, der Ukraine. Damals – im Juni 2014 – hatte Deutschland auch verfrüht die Präsidentschaft der G7 übernommen, die eigentlich erst an Russland hätte gehen sollen. Auch die Aktivitäten der Kanzlerin in den vergangenen Tagen legen noch einmal besonderes Gewicht auf das Thema Frieden. Die Themen der Unterredung dürften also offensichtlich sein, auch wenn sie von der Kanzlerin nicht direkt ausgesprochen worden wären. Die Vertreterin der wichtigsten Industriestaaten spricht auch mit einem wichtigen Vertretern von Religion über Frieden und Verantwortung.

Der Vatikan übernimmt seine Verantwortung auf internationaler Bühne - leise und zurückhaltend - und die Vertreterin Deutschlands und der wichtigsten Industriestaaten respektiert das und bezieht ihn in ihre Beratungen ein. Jetzt hoffen wir alle, dass das auch Wirkung zeigen wird in der Politik und im Sichern von Frieden, bei der Solidarität mit Flüchtlingen und beim Umweltschutz. Bundeskanzlerin Merkel hat gezeigt, wie wichtig ihr das alles ist. Hoffentlich folgen noch viele weitere.  P. Bernd Hagenkord,  RV 21

 

 

 

Beschleunigte Verfahren. Bund und Länder wollen Kosovaren schnell zurückschicken

 

Die steigenden Asylbewerberzahlen aus Kosovo soll das zuständige Bundesamt in Zukunft schneller abarbeiten. Darauf einigen sich Bund und Länder. Das Vorhaben stößt bei der Linkspartei und beim Flüchtlingsrat auf scharfe Kritik.

 

Bund und Länder wollen angesichts der steigenden Asylbewerberzahlen aus dem Kosovo schnell durchgreifen. Wie die Innenministerien des Bundes und mehrerer Länder am Freitag mitteilten, habe man sich in einer Telefonkonferenz auf die Ermöglichung schneller Asylverfahren geeinigt. In Baden-Württemberg, Bayern, Nordrhein-Westfalen und Niedersachsen, wo besonders viele Menschen aus dem Kosovo angekommen sind, sollen Asylverfahren möglichst innerhalb von zwei Wochen abgeschlossen und die Menschen zurückgeschickt werden.

Um die Verfahren zu beschleunigen, erklären sich nach Angaben eines Sprechers von Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) die Länder bereit, Asylbewerber aus dem Kosovo in Erstaufnahmeeinrichtungen zu belassen. Nur wenn die zuständigen Stellen etwa der Verwaltung und die Betroffenen an einem Ort seien, könne dies gelingen, sagte der Sprecher.

Das Bundesinnenministerium hatte sich wiederholt besorgt über die seit Jahresanfang steigende Zahl von Asylbewerbern aus dem Kosovo geäußert. Wurden im gesamten Jahr 2014 knapp 7.000 Asylerstanträge von Kosovaren gezählt, waren es allein im Januar dieses Jahres mehr als 3.000. Nach Angaben des Ministeriums wurden seit Jahresanfang mehr als 18.000 Kosovaren auf die Länder verteilt. Die Bundesregierung sieht die Fluchtbewegung auch als Gefahr für die Stabilität der Region auf dem Balkan.

Die Innenminister sprachen sich am Freitag zudem für einen weiteren Stellenaufbau beim Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (BAMF) aus, um Verfahren schnell zu bearbeiten. Zudem will die Bundesregierung durch Grenzunterstützung dafür sorgen, dass die Fluchtbewegung aus dem Kosovo nach Deutschland aufhört. Sie entsendete 20 Bundespolizisten zur Unterstützung an die serbisch-ungarische Grenze.

Niedrige Anerkennungsquote

Die Innenminister von Nordrhein-Westfalen, Ralf Jäger, und Niedersachsen, Boris Pistorius (beide SPD), unterstrichen zudem die Bedeutung von Aufklärung in der Region. Den Menschen dort müsse klar gemacht werden, “dass ihr Asylbegehren so gut wie ohne Aussicht auf Erfolg ist und dass sie schnell zurückgeschickt werden”, sagte Pistorius. Er forderte die Bundesbehörden auf, entsprechend tätig zu werden. Jäger sagte, die Menschen müssten wissen, dass ihre Hoffnung auf ein neues Leben in Deutschland reine Illusion sei. “Sie sind Opfer falscher Versprechungen und bezahlen mit ihren letzten Ersparnissen kriminelle Schlepper”, sagte er.

Die Quote der Anerkennung von Asylanträgen von Kosovaren lag im Januar bei 0,3 Prozent und damit niedriger als im Jahresdurchschnitt 2014 (1,1 Prozent). Die Entwicklung befeuerte auch erneut eine Debatte um die Einstufung weiterer Länder als sichere Herkunftsstaaten. Mehrere CDU-Innenminister hatten dies gefordert. Das Bundesinnenministerium plant dazu aber derzeit keine Initiative.

Linke und Flüchtlingsrat kritisieren Regierung

Die Linke im Bundestag warnte vor solch einem Vorhaben. Jeder Asylsuchende habe ein Recht auf ein faires Verfahren, sagte die innenpolitische Sprecherin der Fraktion, Ulla Jelpke. “Reflexhafte Forderungen nach Verfahrensbeschleunigung und schnelleren Abschiebungen mögen Stimmungen in der Bevölkerung bedienen, in der Sache helfen sie nicht weiter”, so die Linkspolitikerin. In den vergangenen Monaten seien ohnehin fast 90 Prozent der Asylanträge von Kosovaren und Albanern in Schnellverfahren abgelehnt worden. “Die Einstufung der betroffenen Staaten als ‘sichere Herkunftsstaaten’ würde diese Quote ein wenig erhöhen, mehr nicht”, ist Jelpke überzeugt. Auch im Falle von Bosnien-Herzegowina, Mazedonien und Serbien sei die erhoffte Wirkung ausgeblieben.

Auch der Flüchtlingsrat Niedersachsen kritisierte die Innenminister für ihre Abschreckungspolitik gegenüber Flüchtlingen aus dem Kosovo. “Die Menschen dort sind in ihrer Existenz bedroht. Sie leben unter menschenunwürdigen Bedingungen. Viele, vor allem Kinder, sind unterernährt und frieren”, sagte Geschäftsführer Kai Weber. Es sei illusorisch zu glauben, sie ließen sich zurückhalten von der Aussicht auf baldige Abschiebung oder überfüllte Aufnahmelager. (epd/mig 16)

 

 

 

 

"Festung Europa": EU-Länder betreiben illegale Pushbacks in die Ukraine

 

Schwere Vorwürfe: Länder entlang der EU-Ostgtgrenze sollem seit Jahren Flüchtlinge ohne Asylverfahren in die Ukraine zurückschicken. Dort leiden sie Folter – in Gefängnissen, die von der EU finanziert werden, berichten mehrere Medien und das Flüchtlingswerk UNHCR.

Flüchtlinge werden ohne die Chance auf ein Asylverfahren aus dem Hoheitsgebiet der EU in die Ukraine zurückgeschoben. Das berichten mehrere Medien mit Berufung auf das UN-Flüchtlingshilfswerk UNHCR.

Solche "Pushbacks", die gegen internationales Recht verstoßen, würde EU-Länder seit Jahren praktizieren, erklärt Ilja Todorovic vom Ukraine-Büro des UNHCR gegenüber "Report Mainz" und dem "Spiegel".

In die Ukraine abgeschoben, würden die Flüchtlinge bis zu einem Jahr lang inhaftiert - in speziellen Haftanstalten, die von der EU mitfinanziert werden. "Die Haftzeiten in den Internierungslagern müssen deutlich niedriger bzw. wenn möglich ganz abgeschafft werden. Die EU verlagert das Flüchtlingsproblem definitiv nach außen", so Todorovic.

Die Ukraine ist Teil der Ostroute für Flüchtlinge in die EU. Sie ist weniger bekannt als die Seeroute über das Mittelmeer nach Italien oder die Landroute über die Türkei nach Griechenland. Doch weil diese beiden Routen jährlich Tausende von Menschenleben fordern, nutzen immer mehr Geflüchtete den Weg über den Osten. Viele von ihnen stammen aus Somalia und Afghanistan.

Mehrere Flüchtlinge berichten, wie sie mitten in der Nacht von EU-Hoheitsgebiet in die Ukraine zurückgebracht worden seien. Ein somalischer Flüchtling, der mittlerweile in Deutschland wohnt, hat nach eigenen Aussagen selbst drei Pushbacks erlebt und insgesamt mehrere Jahre in Haftanstalten in der Ukraine verbracht.

Die Flüchtlinge erzählen zudem, die Beamten in den ukrainischen Haftzentren hätten sie gewürgt und mit der Faust ins Gesicht geschlagen. Mehrmals habe man sie mit Kabelbindern an den Händen und Beinen gefesselt und mit Elektroschocks traktiert.

Die EU hat in den vergangenen Jahren einen höheren zweistelligen Millionenbetrag in den Ausbau von derartigen Gefängnisse sowie Schulungen des dortigen Personals und Beratungen der ukrainischen Regierung investiert.

Seit 2010 gilt zudem ein Rückübernahmeabkommen zwischen EU und Ukraine. Es erlaubt den EU-Mitgliedsstaaten, Migranten in die Ukraine abzuschieben - ein Asylantrag muss laut Asylverfahrensrichtlinie dennoch zuvor geprüft werden. Als Gegenleistung wurde ukrainischen Staatsbu?rgern die Einreise nach Europa erleichtert.

Erst im vergangenen Jahr unterschrieben Brüssel und Ankara ebenfalls ein Rücknahmeabkommen.

Die Vorwürfe gegenüber der EU sind nicht neu. Bereits 2010 schrieb die Menschenrechtsorganisation Human Rights Watch von Pushbacks und Folterpraktiken in der Ukraine. Trotz der massiven finanziellen Unterstützung seien die ukrainischen Behörden nicht in der Lage, die Flüchtlinge würdevoll unterzubringen, geschweige denn sie zu schützen.  

"Wir haben damals mit Bundestagsabgeordneten und Europapolitikern gesprochen. Dass sich seitdem nichts an der Lage der Flüchtlinge gebessert hat, ist ein Skandal", so Wenzel Michalski gegenüber dem "Deutschlandfunk".

Auf Anfrage des "Spiegel" liegen der EU-Kommission "keine Fälle von spezifischen oder umfassenden Pushbacks" vor. Das finanzielle Engagement in der Ukraine diene der Anpassung der Bedingungen von Flüchtlingen in der Ukraine an europäische Standards.

Mit Blick auf die Flüchtlingsbewegungen an den EU-Außengrenzen, insbesondere auf dem Mittelmeer, fordert Bundeskanzlerin Angela Merkel eine gerechte Lastenverteilung innerhalb der EU.

"Wir müssen den Flüchtlinge faire Bedingungen ermöglichen und Fairness zwischen den EU-Mitgliedsstaaten entwickeln", so Merkel am Samstag in ihrer wöchentlichen Videobotschaft. Zugleich müssten alle Länder dafür sorgen, dass die Flüchtlinge gar nicht erst ihre Heimat verlassen müssen. Effiziente Mittel seien gezielte Entwicklungshilfe und der Aufbau staatlicher Strukturen in den Herkunftsländer. Dario Sarmadi, EurActiv

 

 

 

 

„Nicht nach jedem Anschlag härtere Gesetze!“

 

Fünf Antworten zur Terrorbekämpfung vom Parlamentarischen Staatssekretär im Justizministerium, Christian Lange.

 

Im Zuge der Pariser Anschläge hat auch die Bundesregierung neue Gesetzesvorhaben zur Terrorbekämpfung erarbeitet. Vieles wurde als reine Symbolpolitik kritisiert. Ist die Kritik gerechtfertigt?

Wir haben in Deutschland bereits ein scharfes und ausdifferenziertes Terrorismusstrafrecht. Dass dieses funktioniert, zeigen die etwa 200 Ermittlungsverfahren im Zusammenhang mit dem Terror in Syrien und dem IS. Wir haben unser Strafrecht aufgrund internationaler Vorgaben noch an zwei Punkten ergänzt: Zum einen wird künftig bereits die Ausreise in ein Gebiet, in dem sich ein Terrorcamp befindet, strafbar sein, wenn die Reise dem Zweck dient, schwere staatsgefährdende Gewalttaten zu begehen. Mit der Anknüpfung an die Ausreise erhalten die Strafverfolgungsbehörden klare Vorgaben für ein Tätigwerden. Künftig kann damit zum Beispiel jemand, der mit der Absicht einer Terrorausbildung nach Syrien ausreisen will, bereits am Flughafen festgenommen und ein Strafverfahren gegen ihn eingeleitet werden.

Dass die Sicherheitsbehörden darauf drängen, möglichst viele Informationen zu bekommen, ist doch nichts Neues.

Damit kommen wir unserer Verantwortung nach, alles dafür zu tun, um zu verhindern, dass Islamisten in den Ausbildungslagern noch stärker radikalisiert werden.

Daneben schaffen wir einen eigenständigen Straftatbestand der Terrorismusfinanzierung. Denn wenn wir Terrororganisationen wie ISIS in ihrem Kern treffen wollen, müssen wir ihre Finanzquellen trocken legen. Damit setzen wir die UN-Resolution „Foreign Fighters“ aus dem September 2014 sowie Forderungen der Financial Action Task Force (FATF) um. Mit diesen beiden maßvollen Änderungen werden wir Deutschland noch ein Stück sicherer machen.

Insbesondere die Vorratsdatenspeicherung bleibt aber umstritten...

Dass die Sicherheitsbehörden darauf drängen, möglichst viele Informationen zu bekommen, ist doch nichts Neues. Wir dürfen hier aber das Augenmaß nicht verlieren: Ein immer größerer Heuhaufen macht die Suche nach der Nadel nicht einfacher. Der tatsächliche Nutzen der Vorratsdatenspeicherung ist auch unter den Fachleuten umstritten. Und: Der EuGH hat die EU-Richtlinie zur Vorratsdatenspeicherung sehr deutlich für unvereinbar mit den Grundrechten erklärt.

Wir sind seit dem Urteil innerhalb der Regierung und mit unseren europäischen Partnern im Gespräch darüber, wie es mit diesem Thema weitergeht. Auch die EU-Kommission prüft, wie sie mit der Rechtsunsicherheit nach dem EuGH Urteil umgeht.

Die EU-Kommission will in den kommenden Monaten eine neue Europäische Agenda für den Anti-Terror-Kampf vorlegen. Ist das Potenzial der europäischen Zusammenarbeit bislang ausreichend genutzt worden?

Wir müssen innerhalb der EU bei der Bekämpfung des Terrorismus sehr stark auf die Kooperation der europäischen Strafverfolgungsbehörden setzen. Mit der Polizeibehörde Europol und der Justizbehörde Eurojust verfügt die EU bereits über entsprechende operative Instrumente. Es geht jetzt auch darum, die Zusammenarbeit untereinander und mit möglichen Ziel- und Transitländern von Dschihadisten mit EU-Pass noch zu verstärken.

Umso wichtiger ist es, dass wir nicht nach jedem Anschlag – so furchtbar und abscheulich diese auch sind – dem Ruf nach härteren Gesetzen nachgeben.

Die noch bessere Zusammenarbeit auf der Ebene der Polizei- und Justizbehörden innerhalb der EU war auch Gegenstand des Treffens der Justiz- und Innenminister Ende Januar in Riga. Wir stehen mit unseren europäischen Partnern in einem intensiven Diskussionsprozess, wie wir den Kampf gegen den Terrorismus verbessern können. Ich bin daher zuversichtlich, dass wir gemeinsam gute Lösungen finden werden.

Vor wenigen Tagen hat der Jahresbericht von Human Rights Watch Regierungen – u.a. der US-amerikanischen – vorgeworfen, im Kampf gegen den Terror die Grundrechte zu vernachlässigen. Ist das Pendel mittlerweile zu stark in Richtung Sicherheit ausgeschlagen?

Wir müssen stets wachsam sein, dass wir uns unser freiheitliches Zusammenleben nicht von Terroristen zerstören lassen. Das große Ziel von diesen Terroristen ist doch gerade, unseren Rechtsstaat und unsere Demokratie zu erschüttern. Das werden wir nicht zulassen. Klar ist: Unser Rechtsstaat steht nicht unter Terrorismusvorbehalt. Die Antwort auf den Terror darf niemals dazu führen, dass wir unseren Grundrechte und unseren Rechtsstaat nachhaltig beschneiden. Wir lassen uns unseren way of life nicht von Terroristen zerstören.

Umso wichtiger ist es deshalb, dass wir nicht nach jedem Anschlag – so furchtbar und abscheulich diese auch sind – dem Ruf nach härteren Gesetzen nachgeben. Das gilt sowohl für die Vorratsdatenspeicherung, als auch für die Forderung nach Wiedereinführung der Sympathiewerbung oder anderen Strafverschärfungen.

Auf Terrorakte zeichnen sich international zwei polarisierte Reaktionen ab: Guantanamo und die norwegische Reaktion auf das Breivik Attentat. Wo sehen sie ein internationales Vorbild?

Ich möchte hier nicht von internationalen Vorbildern sprechen. Jede Nation, die Ziel eines Terroranschlags geworden ist, muss zunächst einen solchen Schock selbst überwinden; sie kann sich aber der Solidarität der westlichen Staatengemeinschaft sicher sein. Mich persönlich hat die damalige Reaktion des norwegischen Ministerpräsidenten tief berührt – menschlich und politisch.

Christian Lange  IPG 11

 

 

 

 

Armut in Deutschland: Mindestlohn wird dramatische Entwicklung nicht stoppen

 

Zwölf Millionen Menschen in Deutschland – mehr als jemals zuvor – sind laut einer Studie des Paritätischen Wohlfahrtsverbandes arm. Daran, so der Verband, werde auch der Mindestlohn wenig ändern. Besorgniserregend sei zudem die steigende Zahl armer Rentner.

Die Armut in Deutschland ist einem Bericht des Paritätischen Wohlfahrtsverbandes zufolge auf einen historischen Höchststand gestiegen. Dem Armutsbericht zufolge waren 2013 etwa 12,5 Millionen Menschen betroffen – ein Anstieg der Armutsquote von 15 auf 15,5 Prozent im Vergleich zum Vorjahr.

"Es gibt seit 2006 einen klaren und gefährlichen Trend hin zu mehr Armut", sagte Ulrich Schneider, Hauptgeschäftsführer des Paritätischen Gesamtverbandes. Innerhalb dieser Zeit, so zeigt der Bericht, ist die Zahl der Armen in Deutschland um elf Prozent gewachsen.

"Noch nie war die Armut in Deutschland so hoch und noch nie war die regionale Zerrissenheit so tief wie heute" warnte Schneider. Die Behauptung der Bundesregierung aus dem letzten Armutsbericht, laut der sich die Einkommensschere schließe, bezeichnete Schneider als "schlichtweg falsch".

Damit nähert sich Deutschland weiter dem europäischen Durchschnitt an Armen an. Laut einer Statistik waren 2013 knapp ein Viertel der EU-Bevölkerung von Armut oder sozialer Ausgrenzung bedroht.

Kluft zwischen wohlhabenden und armen Regionen wächst

Dem Bericht zufolge ist die Armut zwar landesweit angestiegen. Die Kluft zwischen der am wenigsten und der am meisten von Armut betroffenen Region sei aber im Vergleich zu 2006 von knapp 18 auf beinahe 25 Prozentpunkte gewachsen. Besonders die Bundesländer Bremen, Berlin und Mecklenburg-Vorpommern seien betroffen.

Als arm gelten nach Definition der EU Menschen, die weniger als 60 Prozent des durchschnittlichen gesellschaftlichen Einkommens zu ihrer Verfügung haben. In Deutschland gelten Singlehaushalte mit einem Einkommen von weniger als 892 Euro pro Monat als arm. Eine Familie mit zwei Kindern gilt unter der Grenze von 1.872 Euro als arm.

Fast die Hälfte der Alleinerziehenden ist arm 

Vom Risiko, arm zu werden, sind dem Bericht zufolge vor allem Alleinerziehende Frauen betroffen – mehr als 40 Prozent. Doch auch in der Gesamtbevölkerung steigt die Armut – obwohl die Arbeitslosigkeit in Deutschland seit Jahren sinkt.

"Armut ist hausgemacht", kommentierte Schneider diese Erkenntnis. Deutschland habe offensichtlich Verteilungsprobleme bei zunehmendem Wohlstand.

Das wird nach Meinung des Paritätischen Wohlfahrtsverbandes auch der seit Beginn des Jahres vorgeschriebene Mindestlohn kaum verbessern. Der flächendeckende gesetzliche Mindestlohn gilt für Arbeitnehmer und die meisten Praktikanten in Deutschland und beträgt 8,50 Euro brutto je Zeitstunde. Das, so Schneider, sei ein "gutes Signal", ändere aber nichts daran, dass viele Arme Minijobber oder Aufstocker seien und auch weiterhin bleiben werden.

Mittel aus Europäischem Sozialfonds reichen nicht aus

Ebenso greife auch das Konzept von Arbeitsministerin Andrea Nahles zur öffentlich geförderten Beschäftigung nicht genug, so Schneider.

Das Arbeitsministerium hatte angesichts von rund einer Million Langzeitarbeitslosen in Deutschland Ende vergangenen Jahres ein Konzept vorgelegt, das langfristige Beschäftigungslosigkeit abbauen soll. Langzeitarbeitslose ohne Berufsabschluss sollen demnach mit Lohnkostenzuschüssen in der Privatwirtschaft untergebracht werden. Zudem sollen Coachings dazu beitragen, dass die Betriebe die Teilnehmer auch nach der Förderung behalten. Zwischen 2015 und 2019 will das Ministerium mit dem geplanten Bundesprogramm 33.000 Menschen fördern und dafür rund 900 Millionen Euro investieren, die größtenteils aus Mitteln des Europäischen Sozialfonds (ESF) stammen.

Arbeitslosigkeit und Armut drohen normal zu werden

Nach Ansicht des Verbandes helfe diese Maßnahme aber nur einem kleinen Bruchteil der von Armut gefährdeten oder betroffenen Menschen. Um Wirkung zu zeigen, müsste die öffentlich geförderte Beschäftigung weiter ausgebaut werden.

Schneider äußerte auch die Befürchtung, dass Arbeitslosigkeit durch die jetzige Situation immer mehr zum Alltag und zum bedenklichen Vorbild für die junge Generation werden könnte. "In manchen Regionen sind die Anwohner ganzer Straßen lange ohne Job. Für die Kinder, die dort aufwachsen, ist die Abhängigkeit ganz normal."

Auch die Gewerkschaften mahnten angesichts der Entwicklung schnelle Gegenmaßnahmen an. Annelie Buntenbach, Vorstandsmitglied des Deutschen Gewerkschaftsbundes, sagte: "Prekäre Arbeit wie Leiharbeit und der Missbrauch von Werkverträgen muss zurückgedrängt werden."

Altersarmut steigt dramatisch

Eine besonders alarmierende Entwicklung zeichnete der Armutsbericht zudem für die Gruppe der Rentner. Die Zahl der Armen stieg hier geradezu dramatisch: um 48 Prozent seit 2006.

Einen "armutspolitischen Erdrutsch", nannte Schneider diese Zahlen. Keine andere Bevölkerungsgruppe zeige eine rasantere Armutsentwicklung. Seit 2006 sei die Quote hier viermal stärker als in anderen Gruppen gewachsen.

Auch der Sozialverband VDK zeigte sich besorgt. "Angesichts der guten wirtschaftlichen Lage ist es paradox, dass sich Armut für bestimmte Bevölkerungsgruppen nicht nur verfestigt, sondern der Strudel sogar noch weiter abwärts zieht", sagte VDK-Präsidentin Ulrike Mascher.

Für die Zunahme der Altersarmut macht der VdK die Rentenentwicklung der vergangenen Jahre verantwortlich. "Man erkennt, dass das Absenken des Rentenniveaus nicht spurlos an den Rentnerinnen und Rentnern vorbeigeht", so Maschner. Das Rentenniveau müsse bei 50 Prozent des durchschnittlichen Nettolohns stabilisiert werden. Nicole Sagener, EurActiv.de 20

 

 

 

 

Die Zahl der Asylsuchenden aus dem Kosovo

 

Die Zahl der Asylsuchenden aus dem Kosovo (KOS) in Deutschland (DEU) ist seit Anfang des Jahres drastisch angestiegen: 3.630 Asylanträge im Januar 2015 (+ 85,6 % im Vergleich zum Vormonat). Noch stärker fällt der Anstieg bei der Erstverteilung von Asylbegehrenden (EASY) aus. Vom 01.01.2015 bis 12.02.2015 wurden über „EASY" mehr als 18.000 Staatsangehörige von KOS auf die Bundesländer verteilt.

Die Gesamtschutzquote für kosovarische Staatsangehörige lag 2014 lediglich bei 1,1 %. Im Januar 2015 lag sie bei 0,3%.

„Hauptpullfaktor" ist das hohe Niveau an Sozialleistungen für Asylbewerber In Deutschland.

 

Um die Stabilität des Kosovo im Besonderen und in der Region im Allgemeinen nicht nachhaltig zu gefährden und um sowohl die Kapazitäten als auch die Akzeptanz in der Bevölkerung für diejenigen, die politisch verfolgt werden und daher zu Recht in Deutschland Schutz beanspruchen können gewährleisten zu können, werden/wurden folgende Maßnahmen ergriffen:

 

* Das BAMF priorisiert die Asylverfahren kosovarischer Staatsangehöriger und entscheidet sie schnellstmöglich (ab Mitte Februar 2015 Entscheidungen BAMF innerhalb von 2 Wochen nach Antragsstellung).

* Die Asylbewerber aus KOS sollten möglichst für die Dauer des gesamten Verfahrens bis zur Rückführung in den Erstaufnahmeeinrichtungen der hauptbetroffenen Bundesländer verbleiben und nicht auf die Kommunen verteilt werden, um die Verfahren zu beschleunigen und bevorzugt Sachleistungen gewähren zu können. Rückführungen nach Ablehnung müssen konsequent und schnell durchgeführt werden. Das BMI ist hierzu mit den für diese Maßnahmen zuständigen Bundesländern in engem Austausch.

* Aufklärung vor Ort: Widerlegung der Gerüchte im KOS, dass die Asylanträge der kos. Staatsangehörigkeit in DEU erfolgsversprechend seien, z.B. durch Interviews oder Informationen über die deutschen Auslandsvertretungen.

* Bilaterale Unterstützung durch BPol: Anpassung/Intensivierung der Ausbildungshilfe in SRB. Unterstützung durch zusätzliche Ausstattung. Entsendung von 20 Beamten der Bundespolizei zur nachhaltigen Unterstützung des Grenzmanagements ab 12.02.12015.

* Trilaterale Zugstreifen HUN/AUT/DEU auf HUN Hoheitsgebiet:

Derzeit wird auf DEU Initiative zwischen HUN, AUT und DEU eine Kooperationsvereinbarung über Zugstreifen auf der Zugstrecke von Budapest über Wien nach München verhandelt, das auch Zustiegskontrollen an HUN Bahnhöfen umfasst. Die trilateralen Streifen sollen zeitnah beginnen.

* Verstärkter Frontex-Einsatz an der ungarisch-serbischen Landgrenze: DEU unterstützt die bereits existierenden und von HUN bei Frontex zusätzlich erbetenen Maßnahmen zum Schutz der EU-Außengrenze, namentlich die Intensivierung der Einrichtung sog. Focal Points und die zeitliche Ausdehnung der Durchführung flexibler Gemeinsamer Aktionen jeweils an der HUN/SRB Grenze

* (Verstärkter) Einsatz der EULEX Kosovo:

DEU unterstützt eine (stärkere) Beteiligung der EU-Mission EULEX Kosovo im Rahmen seines Mandats an Maßnahmen der kosovarischen Polizei, die sich gegen organisierte Schleusungen und andere illegale Aktivitäten richten. Bmi 16

 

 

 

 

Studie: Wirtschaft in Deutschland bis 2050 schwächer als in Nigeria

 

Europa wird einer Studie zufolge in den kommenden Jahrzehnten deutlich an wirtschaftlichem Gewicht einbüßen. Deutschland werde demnach seinen Platz unter den größten Volkswirtschaften räumen - und weit hinter Nigeria und zahlreichen asiatischen Ländern landen.

Nigeria wird einer Studie zufolge in rund 35 Jahren als erstes afrikanisches Land eine stärkere Wirtschaftskraft besitzen als Deutschland.

Der Ölproduzent werde in den nächsten Jahrzehnten von Rang 20 zur neuntgrößten Volkswirtschaft der Welt aufsteigen, ergab eine am Mittwoch vorgestellte Untersuchung der Beratungsgesellschaft PWC. Deutschland werde vom aktuellen Platz fünf bis 2050 auf Platz zehn fallen und sich als letztes Land Europas gerade noch in den Top Ten halten. "Unsere Prognose zeigt deutlich, dass Europa im weltweiten Vergleich weiter an wirtschaftlichem Gewicht verliert", erklärte PWC-Deutschland-Chef Norbert Winkeljohann.

PWC sieht China 2014 knapp, 2030 deutlich und 2050 mit großem Abstand auf Platz eins. "Früher als von uns erwartet hat China die Vereinigten Staaten von ihrer Spitzenposition verdrängt", erläuterte Winkeljohann. Bis 2050 müssten die USA dann auch noch Indien vorbeiziehen lassen.

Asiatische Länder wachsen besonders rasant

"Die Kraftzentren der Weltwirtschaft verschieben sich auch in Zukunft weiter nach Asien." Die Wirtschaftsleistung der Euro-Zone dürfte 2050 - unter optimistischen Annahmen - laut Studie etwa 1,5 bis zwei Prozent zulegen. Nigeria, Vietnam und die Philippinen hingegen seien dann mit einem durchschnittlichen Plus von 4,5 bis fünf Prozent "die dynamischsten Wachstumsregionen der Welt".

Ungeachtet der Aufholjagd der Schwellenländer mahnte Winkeljohann: "Investoren sollten die reifen Volkswirtschaften in Nordamerika und Europa trotz der globalen Verschiebungen nicht einfach abschreiben." Denn die Studie zeige auch, dass das Durchschnittseinkommen in den Schwellenländern nur sehr langsam steige und 2050 etwa in China noch immer bei nur rund 40 Prozent des US-Niveaus liege.  rtr 19

 

 

 

 

Migrationsforscher. Asylpolitik ist chaotische Flickschusterei

 

Mal sind es Bulgaren, mal die Rumänen und aktuell sind es Flüchtlinge aus dem Kosovo. Immer wieder wird an Einzelproblemen herumgedoktert, kritisiert der Prof. Jochen Oltmer die deutsche Asylpolitik und stellt bekannte Annahmen in Frage. VON Martina Schwager

 

Der Migrationsforscher Jochen Oltmer hat angesichts der Diskussion um Flüchtlinge aus dem Kosovo die deutsche und europäische Asylpolitik als “konzeptionslose, chaotische Flickschusterei” kritisiert. Immer wieder werde an Einzelproblemen herumgedoktert, anstatt endlich grundsätzlich ein neues Asyl- und Einwanderungssystem zu entwickeln, sagte der Professor der Universität Osnabrück dem Evangelischen Pressedienst: “Die Diskussion über zunehmende Flüchtlingsströme von wo auch immer läuft seit mehr als zwei Jahren.” Dennoch bleibe es bei Adhoc-Maßnahmen: “Immer wird am offenen Herzen operiert.”

Die Fluchtbewegungen aus dem Kosovo und die Reaktionen darauf zeigten wieder einmal, dass das Dublin-System nicht funktioniere, sagte Oltmer. Für das Asylverfahren der Menschen, die aus dem Kosovo über Ungarn und Österreich nach Deutschland flüchteten, seien nämlich laut Dublin-Verordnung eben diese Ersteinreisestaaten zuständig. Das werde in der Diskussion aber gar nicht erwähnt. Die beiden Länder ließen die Schutzsuchenden geflissentlich einfach weiterreisen, erklärte der Forscher. Griechenland und Italien verfolgten mit den dort auftauchenden Flüchtlingen schon seit längerem dieselbe Strategie.

Oltmer warnte die Politiker vor beschleunigten Asylverfahren und schnellen Abschiebungen. Wer in Deutschland Asyl beantrage, habe ein im Grundgesetz verankertes Recht darauf, dass das Gesuch geprüft werde und dass er auch Einspruch dagegen einlegen könne: “Da kann sich ein Innenminister nicht hinstellen und im Vorhinein sagen, die Menschen hätten zu 99 Prozent keine Aussicht auf Asyl.”

Die aktuelle Abschreckungs- und Abschottungspolitik der Innenminister gegenüber den Menschen aus dem Kosovo sei “schlichteste, billige Abwehr”, kritisierte das Vorstandsmitglied des Instituts für Migrationsforschung und Interkulturelle Studien. Stattdessen könnte zum Beispiel ein Einwanderungsprogramm aufgelegt werden, mit dem eine Art Entwicklungshilfe für den jungen Staat geleistet werde. Dann könnten Arbeitskräfte befristet in deutschen Unternehmen beschäftigt werden. Junge Menschen könnten ausgebildet werden, damit sie dann in ihre Heimat zurückgehen könnten.

Der Historiker und Politikwissenschaftler monierte zudem, dass nicht differenziert werde, wer tatsächlich aus dem Balkan nach Deutschland einreise. Er bezweifelte, dass alle Flüchtlinge Kosovaren seien. Das Kosovo sei ein junger Staat. Bei vielen Einwohnern seien die Staatsangehörigkeitsverhältnisse noch gar nicht geklärt. Viele seien möglicherweise Serben: “Die wissen, dass sie damit zu den sicheren Herkunftsstaaten in Deutschland gehören. Dann gehen sie eben verständlicherweise ohne Pass über die Grenze und geben sich als Kosovaren aus.”

Kindernothilfe fordert Engagement

Derweil fordert die Kindernothilfe von der Bundesregierung ein rasches und deutliches finanzielles Engagement zur Unterstützung der Wirtschaft und des Arbeitsmarktes in Kosovo. “Nur wenn wir die Menschen, besonders die Jugendlichen, vor Ort stärken, werden sie auch in ihrer Heimat bleiben”, erklärte Jörg Denker, Mitarbeiter des Kinderhilfswerks, am Freitag in Duisburg. Im ärmsten Land Südosteuropas lebe ein Drittel der 1,8 Millionen Einwohner unterhalb der Armutsgrenze. Neben Korruption, Kriminalität und Konflikten zwischen Kosovo-Albanern und der serbischen Minderheit stelle vor allem die Arbeitslosigkeit mit mehr als 50 Prozent ein großes Problem dar. (epd 17)

 

 

 

 

Flüchtlinge gründen Radio in Hamburg

 

Bürgerschaftswahl in Hamburg: Den ganzen Sonntag über waren in der Kaufmannstadt die Wahllokale geöffnet, und die regierende SPD wurde deutlich bestätigt. Flüchtlinge durften, natürlich, am Sonntag nicht mit abstimmen, aber eine Stimme haben sie in Hamburg trotzdem, ganz buchstäblich: Vor kurzem wurde nämlich ein Flüchtlingsradio gegründet, das „Refugee Radio Network“, eine „Stimme für Freiheit, Gleichheit und Gerechtigkeit“.

Wir sprachen mit einem der Initiatoren des Internet-Radios. Der gebürtige Nigerianer erzählt in diesem Beitrag von Stefan Kempis von seiner Flucht vor der Revolution aus Libyen 2011, wie er per Boot Lampedusa erreichte und zwei Jahre später schließlich, zusammen mit etwa 300 weiteren afrikanischen Flüchtlingen, nach Hamburg gelangte. Das erste Mal ging das Flüchtlingsradio im letzten Dezember auf Sendung; telefonisch schalteten sich Hörer aus vielen Teilen Europas und aus Mali zu. (rv 16.02.) 

 

 

 

 

Merkel verspricht Juden in Deutschland Sicherheit

 

Nach den Terror-Anschlägen von Kopenhagen hat Israels Premierminister Benjamin Netanjahu die europäischen Juden aufgerufen, nach Israel auszuwandern. Bundeskanzlerin Angela Merkel hat den Juden in Deutschland Schutz zugesagt.

"Wir werden seitens der Bundesregierung, aber auch seitens der Landesregierungen und aller Verantwortlichen in Deutschland alles dafür tun, dass die Sicherheit jüdischer Einrichtungen, die Sicherheit der Bürgerinnern und Bürger, die jüdischer Herkunft sind, gewährleistet wird", sagte Angela Merkel am Montag in Berlin.

Die Bundeskanzlerin reagierte damit auf eine Ausreise-Aufforderung an Juden in Europa durch den israelischen Ministerpräsidenten Benjamin Netanjahu. "Wir möchten gerne mit den Juden, die heute in Deutschland sind, weiter gut zusammenleben", sagte Merkel. "Wir sind froh und auch dankbar, dass es wieder jüdisches Leben in Deutschland gibt."

Netanjahu hatte die Juden in Europa nach einem Anschlag auf eine Synagoge in Kopenhagen erneut zur Auswanderung in den jüdischen Staat aufgefordert: "Juden wurden auf europäischem Boden ermordet, nur weil sie Juden waren", sagte er.

Bei Anschlägen auf ein Kulturcafé und eine Synagoge in Kopenhagen waren am Wochenende drei Menschen getötet worden, darunter der Attentäter. Am Sonntag hatte Merkel der dänischen Ministerpräsidentin Helle Thorning-Schmidt in einem Telefongespräch ihre Anteilnahme zu den Anschlägen ausgedrückt. Merkel erklärte, Deutschland stehe fest an der Seite Dänemarks und sicherte Thorning-Schmidt einen weiterhin engen Kontakt bei Maßnahmen zur Bekämpfung des Terrorismus zu

Der Präsident des Zentralrats der Juden in Deutschland, Josef Schuster, rief die Sicherheitsbehörden am Montag zu Wachsamkeit auf: "Wer geglaubt hat, dass die Terroranschläge von Paris einmalige Vorfälle waren, sieht sich leider schrecklich getäuscht. Der Terror gegen islamkritische Journalisten und jüdische Einrichtungen ist endgültig mitten in Europa angekommen." Die getroffenen Sicherheitsvorkehrungen hätten offensichtlich schlimmeres Blutvergießen verhindert.

"Wir appellieren an die Sicherheitsbehörden, weiterhin wachsam zu bleiben und Sicherheitsvorkehrungen gegen jüdische Einrichtungen nochmals kritisch zu überprüfen", so Schuster. "Unter dieser Voraussetzung ist jüdisches Leben auch in Deutschland weiterhin möglich."

Für Charlotte Knobloch, Präsidentin der Israelitischen Kultusgemeinde München und Oberbayern, ist "ein Exodus der europäischen Juden nach Israel keine Lösung der massiven Gefährdung durch islamistischen Terror". Denn dieser bedrohe die europäischen Demokratien als Ganzes. Wer in Europa Juden angreife, greife die gesamte europäische Gesellschaft und ihre freiheitlichen Werte an, so Knobloch. "Aus meiner persönlichen Erfahrung heraus bin ich der Ansicht, dass Israel weltweit eine starke und schlagkräftige Diaspora braucht – und dazu gehören u.a. auch die europäischen Juden.“

Frankreichs Ministerpräsident Manuel Valls appellierte an die Juden, in Frankreich zu bleiben. "Meine Botschaft an die französischen Juden lautet: Frankreich ist genauso verletzt wie Ihr es seid, und Frankreich wünscht nicht, dass Ihr das Land verlasst." Frankreich hat in Westeuropa die größte jüdische Gemeinde, die immer wieder Anfeindungen und Übergriffen ausgesetzt ist. Erst am Sonntag hatten Unbekannte im elsässischen Sarre-Union über 200 Gräber auf einem jüdischen Friedhof geschändet.

Vor einigen Wochen hatte es mehrere Tote bei einem Anschlag mit islamistischen Hintergrund auf einen koscheren Lebensmittelladen in Paris gegeben. Schon damals hatte Netanjahu den französischen Juden die Auswanderung nach Israel nahegelegt.  dto mit rtr 17

 

 

 

 

Einwanderungsgesetz. SPD will Zuwanderer aus Osteuropa und Türkei locken

 

Fraktionschef Oppermann macht deutlich, dass die SPD unbedingt ein Einwanderungsgesetz durchsetzen will. Vorbild soll Kanada sein. Dafür würde die Partei auch den Koalitionsfrieden aufs Spiel setzen. Von Daniel Friedrich Sturm

 

Ganz beseelt ist Thomas Oppermann von seiner jüngsten Reise nach Kanada zurückgekehrt. Über die dortige Einwanderungspraxis hat er sich drei Tage lang schlau gemacht. "In diesem Jahr wollen die Kanadier 180.000 Menschen zu sich einladen", sagt der SPD-Fraktionsvorsitzende. Deutschland, meint Oppermann, könne viel von Kanada lernen.

Mehr Einwanderer seien nötig, ist er überzeugt – und will die politische Debatte darüber anheizen. Einen Krach mit dem Koalitionspartner Union? Nimmt Oppermann gern in Kauf. "Sechs bis sieben Millionen Erwerbstätige gehen in den nächsten zehn Jahren in den Ruhestand. Die werden uns fehlen. Wir müssen das jetzt angehen und nicht erst, wenn die Arbeitgeber nach Mitarbeitern suchen", begründet Oppermann sein Drängen auf ein Einwanderungsgesetz. Gefragt sei ein "Signal" an Arbeitnehmer in Drittstaaten, die interessiert seien, nach Deutschland zu kommen.

"Es gibt dazu bisher keine politische Ansage. Wir müssen diesen Menschen signalisieren, dass sie bei uns gewollt sind", sagt Oppermann. Auf die Frage, an welche Herkunftsländer er vor allem denke, nennt Oppermann "Osteuropa, Ägypten und die Türkei". Das Handwerk und die Pflegebranche seien auf Zuwanderung extrem angewiesen.

Positionspapier für Anfang März angekündigt

In der ersten Märzwoche will die SPD ein Positionspapier zu dem intern durchaus strittigen Thema vorlegen, kündigt Oppermann an. Dieses Papier solle eine "breite, rationale Debatte" anstoßen. Natürlich gelte es, die Gewerkschaften einzubinden. Einem Streit mit dem Koalitionspartner CDU/CSU sieht Oppermann gelassen entgegen. Süffisant verweist er auf die Forderung von CDU-Generalsekretär Peter Tauber nach einem Einwanderungsgesetz. Dies war unter anderem von Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) zurückgewiesen worden.

"Konsens kommt nicht von allein. Ich werde die Diskussion weiter vorantreiben", betont Oppermann. "Das Thema wird uns die laufende und die nächste Wahlperiode befassen." Schon zu Beginn des Jahres hatte Oppermann einen ersten Anstoß zu dem Thema gegeben, indem er forderte: "Wir wollen mehr Einwanderung wagen."

Natürlich dürfe die Einwanderung nicht in "Verteilungskonflikte" münden, warnt Oppermann. Er denkt dabei vermutlich an wirtschaftlich gebeutelte Regionen des Landes, etwa das Ruhrgebiet, wo Gewerkschaften und SPD dieses Thema nur mit spitzen Fingern anfassen. Freie Jobs sollen daher erst an vierter Stelle – nach eigenen Bürgern, Bürgern aus EU-Ländern und Flüchtlingen – an Menschen aus Drittstaaten vergeben werden. Und natürlich sollen diese eine Qualifikation vorweisen.

In Kanada gibt es dazu ein ausgeklügeltes Punktesystem, das primär über das Internet abgewickelt wird. Die Punkte werden dabei nach verschiedenen Kriterien vergeben, zu denen neben der Schul- und Berufsbildung sowie der Berufserfahrung auch Alter und Sprachkenntnisse gehören. Oppermann: "Wir können viel von Kanada lernen, müssen aber nicht alles übernehmen." DW 17

 

 

 

 

Statistisches Bundesamt. Bei jedem achten Ehepaar ist mindestens ein Partner Ausländer

 

In Deutschland leben 17,6 Millionen Ehepaare, bei 2,3 Millionen ist mindestens ein Partner Ausländer. Besonders beliebt sind Türken. Deutsche Männer heiraten aber auch häufig Polinnen und Russinnen, deutsche Frauen auch häufig Italiener und Österreicher.

 

Im Jahr 2013 gab es in Deutschland 17,6 Millionen Ehepaare. Bei sieben Prozent dieser Ehepaare hatte ein Partner eine ausländische Staatsangehörigkeit, bei weiteren sechs Prozent besaßen beide Ehepartner einen ausländischen Pass. Somit hatten insgesamt 13 Prozent oder 2, 3 Millionen der Ehepaare mindestens ein Partner mit einer ausländischen Staatsangehörigkeit. Das teilte das Statistische Bundesamt am Mittwoch in Wiesbaden mit.

Die Zahl der deutsch-ausländischen Ehepaare belief sich im Jahr 2013 auf knapp 1,2 Millionen. Dabei waren Deutsche am häufigsten mit Türken verheiratet. 19 Prozent der deutschen Frauen, die eine binationale Ehe führten, hatten einen türkischen Ehemann. Etwas seltener (14 Prozent) waren deutsche Männer in binationalen Ehen mit einer türkischen Frau verheiratet.

Info: Unter Staatsangehörigkeit wird die rechtliche Zugehörigkeit einer Person zu einem bestimmten Staat verstanden. Dabei werden Personen, die sowohl die deutsche als auch eine ausländische Staatsangehörigkeit besitzen, als Deutsche ausgewiesen. Der Migrationsstatus bleibt bei dieser Betrachtung unberücksichtigt.

Mit einer deutschen Frau verheiratete ausländische Männer besaßen am zweithäufigsten die italienische (12 Prozent) und am dritthäufigsten die österreichische (7 Prozent) Staatsangehörigkeit. Ausländische Ehefrauen deutscher Männer stammten am zweithäufigsten aus Polen (9 Prozent) und am dritthäufigsten aus der Russischen Föderation (8 Prozent).

Von den 1,1 Millionen Paaren, bei denen kein Partner die deutsche Staatsangehörigkeit hatte, besaßen 90 Prozent dieselbe Staatsangehörigkeit. Bei rund drei von zehn ausländischen Ehepaaren hatten beide Partner den türkischen Pass.

In Sachsen-Anhalt und Thüringen leben die wenigsten binationalen Ehepaare zu den Bundesländern mit dem geringsten Anteil deutsch-ausländischer Ehepaare (1,7 bzw. 1,4 Prozent). Etwas höher liegen die Quote in Brandenburg (3 Prozent). (sb 19)

 

 

 

Nach dem Terroranschlag. Neue Debatte über Auswanderung von Juden

 

Nach dem Terroranschlag in Kopenhagen hat Benjamin Netanjahu die Juden in Europa aufgerufen, nach Israel auszuwandern. Damit steht der israelische Präsident aber allein auf weiter Flur. Unbesorgt sind die Juden in Europa aber nicht.

 

Nach dem tödlichen Anschlag auf einen Wachmann in einer Synagoge in Kopenhagen wird über die Auswanderung von Juden und die Sicherheit jüdischer Einrichtungen diskutiert. Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) sicherte den Juden in Deutschland ihre Unterstützung zu. Man werde alles dafür tun, dass die Sicherheit jüdischer Einrichtungen und die Sicherheit der Bürger, die jüdischer Herkunft sind, gewährleistet werde, sagte sie am Montag in Berlin. “Wir sind froh und auch dankbar, dass es wieder jüdisches Leben in Deutschland gibt”, ergänzte die Regierungschefin.

Die frühere Präsidentin des Zentralrats der Juden, Charlotte Knobloch, stellte sich gegen den Aufruf des israelischen Regierungschefs Benjamin Netanjahu an die europäischen Juden, nach Israel auszuwandern. “Ein Exodus der europäischen Juden nach Israel ist keine Lösung”, sagte sie. Der Terror bedrohe die europäischen Demokratien als Ganzes.

“Wer in Europa Juden angreift, greift die gesamte europäische Gesellschaft und ihre freiheitlichen Werte an.” Die antisemitische Gewalt müsse in Europa “entschlossen mit allen politischen und rechtsstaatlichen Mitteln bekämpft werden – von Politik, Sicherheitskräften und Gesellschaft”, forderte die Präsidentin der Israelitischen Kultusgemeinde München und Oberbayern.

In einer Reaktion auf den Terroranschlag in Kopenhagen hatte Netanjahu den Juden in Europa und weltweit versichert, Israel erwarte sie mit offenen Armen: “Israel ist eure Heimstätte.” Zur Aufnahme von Juden aus Belgien, Frankreich und der Ukraine plane seine Regierung die Bereitstellung von 40 Millionen Euro, kündigte der Premierminister an. Widerspruch kam aus Frankreich. Präsident François Hollande appellierte an die französischen Juden, nicht zu emigrieren. “Juden haben ihren Platz in Europa und insbesondere in Frankreich”, sagte Hollande.

Im elsässischen Sarre-Union waren zuvor auf einem Friedhof Hunderte jüdische Gräber geschändet und zerstört worden. Hollande bezeichnete dies als “barbarischen Akt”. Frankreich werde Antisemitismus entschlossen bekämpfen. Die jüdische Gemeinschaft in Frankreich ist mit mehr als 500.000 Mitgliedern die größte in Europa. Seit mehreren Jahren gibt es unter dem Eindruck eines wachsenden Antisemitismus eine steigende Zahl französischer Juden, die nach Israel oder Nordamerika auswandern.

Die Berliner Direktorin des American Jewish Committee, Deidre Berger, empfahl ein neues Sicherheitskonzept für jüdische Einrichtungen. Für Juden in Deutschland sei das ein schwieriger Balanceakt, sagte sie dem Kölner Stadt-Anzeiger: “Wir wollen kein jüdisches Leben hinter Mauern, aber wir müssen zugleich unsere Sicherheit schützen.” Der Präsident des Zentralrats der Juden in Deutschland, Josef Schuster, appellierte gegenüber Welt online an die Sicherheitsbehörden, weiterhin “wach zu bleiben und die getroffenen Sicherheitsmaßnahmen nochmals kritisch zu überprüfen”.

Direktorin Berger vom Jewish Committee sagte, angesichts der vielen tödlichen Angriffe auf jüdische Einrichtungen in Europa sei ihr vor allem wichtig, “dass überhaupt anerkannt wird, dass das jüdische Leben in Europa gerade gefährdet ist”. Bislang habe sie nicht das Gefühl, dass dem so sei, fügte Berger hinzu, die seit 2000 das Berliner Büro leitet. So glaube sie nicht, “dass es nach den Anschlägen in Paris zu einer so großen Demonstration gekommen wäre, wenn es nur um das Attentat auf den jüdischen Supermarkt gegangen wäre”.

Regierungssprecher Steffen Seibert sagte, die Attentäter von Paris und auch Kopenhagen versuchten, die freie Gesellschaft zu spalten. Dies dürfe und werde ihnen nicht gelingent. Eine Sprecherin von Außenminister Frank-Walter Steinmeier (SPD) ergänzte, es müsse alles dafür getan werden, dass sich Juden hierzulande sicher fühlten und auch bleiben wollten. In der dänischen Hauptstadt Kopenhagen hat ein Attentäter am Samstag und Sonntag zwei Menschen getötet und mehrere verletzt. Der mutmaßliche Täter starb bei einem Schusswechsel mit der Polizei. (epd/mig 17)

 

 

 

 

Reformhaus unterstützt Aktion „Deutschland gegen den Darmkrebs“

 

Hamburg. 26.000 Deutsche sterben jährlich an Darmkrebs. Vorsorge ist der beste Schutz – deshalb unterstützt das Reformhaus® als exklusiver Ernährungspartner die Aktion „Deutschland gegen Darmkrebs“. Im März bieten die Reformhäuser bundesweit Informationsmaterial und Beratungsgespräche zur darmgesunden Ernährung an.

 

Keine andere Krebsart fordert in Deutschland so viele Tote wie der Darmkrebs. Jährlich erkranken 62.000 Menschen daran, 26.000 sterben. „Darmkrebs ist vermeidbar. Wir wollen dazu beitragen, die Vorsorgebereitschaft zu erhöhen“, erklärt Rainer Plum, Vorstand Reformhaus®. Das Reformhaus®, das führende Fachgeschäft für ganzheitliche Gesundheit, unterstützt daher 2015 zum dreizehnten Mal in Folge die Aktion der dbp Kommunikation GmbH & Co. KG in Kooperation mit der Felix Burda Stiftung.

 

Darmkrebs-Prophylaxe per gesunder Ernährung

Wer vorsorgen will, kann sich ganz in seiner Nähe kostenlos informieren. Im März beraten die 1.200 Reformhäuser bundesweit rund um eine darmgesunde Ernährung. Deren Empfehlungen basieren auf Erkenntnissen der Ernährungswissenschaftler der Reformhaus-Fachakademie: Täglich zweimal Obst und dreimal Gemüse essen, ballaststoffreiche Vollkornerzeugnisse wie Weizenkleie, Knäckebrot, Haferflocken oder Chia-Samen sowie Pumpernickel. „Wer dann noch täglich 1,5 Liter Wasser trinkt, sich bewegt, regelmäßig schläft und einen geregelten Tagesablauf hat, senkt sein Krankheitsrisiko erheblich“, betont Plum.

 

Vorsorgeuntersuchungen 50 plus

Der Darm ist ein Schwerstarbeiter, verarbeitet er doch durchschnittlich 30 Tonnen Nahrung und über 50.000 Liter Flüssigkeit. Um sicher zu gehen, dass die Prozesse im Körper reibungslos funktionieren, sollte insbesondere die Generation 50 plus die ärztlich empfohlenen Vorsorgeuntersuchungen wahrnehmen. Vom 55. Lebensjahr an tragen die Krankenkassen die Kosten für eine Darmspiegelung, ab dem 50. Lebensjahr bereits die Kosten für einen jährlichen Okkultblut-Test. Treten Beschwerden auf oder besteht ein erhöhtes familiäres Risiko, zahlen die Kassen bereits in jüngeren Jahren.

 

Sonderheft „Gut drauf im Bauch“

Rechtzeitig zum März, dem Monat der Darmgesundheit, bietet das Reformhaus® Lektüre an, die gesund erhält: Auf 68 Seiten zeigt das neue Sonderheft aus der Reihe „Reformhaus® - gesund & schön“ alles, was wir tun können, damit unser Darm fit und gesund bleibt. Nachzulesen sind einfache Übungen, die den Darm in Schwung halten, ebenso wie darmspezifische Massagen. Experten stellen leckere Rezepte zum Selbstkochen vor und geben Tipps zu Vorsorgeuntersuchungen. Alle, bei denen es im Bauch zwickt, erfahren Wissenswertes über sanfte Hilfen gegen die häufigsten Beschwerden wie Blähungen, Verstopfung, Durchfall oder Reizdarm. Das informative Magazin kostet 1,50 Euro und ist in allen teilnehmenden Reformhäusern erhältlich. GA

 

 

 

 

IIC-Köln. Der frühe Fellini: I vitelloni

 

Dienstag, 24. Februar 2015, 19.00 Uhr, im Institut. Der frühe Fellini: I vitelloni

Regie: Federico Fellini, I/F 1953, 134', OF, DVD, Darsteller: Alberto Sordi, Franco Interlenghi. Riccardo Fellini, Lida Baarova.

I vitelloni beschreibt das eintönige Leben junger Männer um die 30 in einer italienischen Küstenstadt, die ihren Träumen nachhängen. „So wenig den Vitelloni ihre Schwächen und Verfehlungen nachgelassen werden, so sehr erscheinen sie doch auch als Opfer; als die Opfer eines entfremdeten Lebens.“ (Theodor Kotulla)

„I vitelloni“ erhielt bei den Filmfestspielen in Venedig den Silbernen Löwen. „Der unerwartete Erfolg ermöglichte mir erst alles, was nachher kam.“ (Fellini)

 

In Westdeutschland wurde der zweieinviertel Stunden dauernde Film zunächst in einer untertitelten, auf 102 Minuten gekürzten Fassung gezeigt, die die Handlung veränderte; 1960 kam eine etwas längere Synchronfassung, in der noch immer einige wesentliche Szenen fehlten, in die Kinos. Am 24. Februar wird die ungekürzte Originalfassung vorgestellt.

In Zusammenarbeit mit dem Filmclub Akasava. Eintritt frei.

Italienisches Kulturinstitut Köln

 

 

 

 

München. „Die gefährlichste Frau Europas“? Lesung für Kolibri - Interkulturelle Stiftung

 

Friederike Hausmann  liest aus ihrer Biografie der Maria Carolina von Neapel-Sizilien: „Herrscherin im Paradies der Teufel“ am 12.März 2015 19 Uhr 30

Literatur Moths, Rumfordstraße 48, 80469 München (SB Isartor)

Einführung:  Dr. Maria Vicinanza. Musik: Adriano Coppola und Luciana Gandolfi. Eintritt 10/8 €

 

Für Napoleon war sie die „gefährlichste Frau Europas“: Maria Carolina, Tochter der Kaiserin Maria Theresia. 1768 kam sie im Alter von 16 Jahren als gebildete, kultivierte Braut des kaum älteren Königs Ferdinand IV. von Neapel-Sizilien an den Hof in Neapel und in ein Land, das bei den Zeitgenossen für seine Kunst- und Naturschönheiten berühmt war. Wegen der großen Armut der Bevölkerung und der wilden, unappetitlichen Feste des Adels galt Neapel als „von Teufeln bewohntes Paradies“. Maria Carolina bewältigt den Kulturschock. Sie wird  nicht nur tonangebend in Sachen Mode, sondern profiliert sich gegen den Willen ihres Mannes als Reformerin, die mit den Ideen der Aufklärung sympathisiert.  Doch dann kommt die Französische Revolution, die der Königin viel zu weit geht. Aus der Reformerin wird eine Reaktionärin, die starrsinnig ihre Privilegien verteidigt. Dass ihre jüngere Schwester Marie Antoinette 1793 enthauptet wird, schürt ihren Hass auf die neue Zeit und das Regime in Frankreich. Sie sinnt auf Rache, insbesondere gegen den Emporkömmling und Erzfeind Napoleon. Nachdem dieser sie 1799 aus ihrem Reich vertreibt, kämpft die Habsburgerin unermüdlich um ihre Rückkehr nach Neapel. Im Wiener Exil stirbt sie - geschwächt von 17 Geburten und jahrelanger Drogensucht - am 8. September 1814 während des Wiener Kongresses, der die alte Ordnung und damit ihr Königreich wieder herstellen wird

 

Friederike Hausmann, die sich seit vielen Jahren mit der Geschichte Italiens beschäftigt, porträtiert lebendig diese beeindruckende historische Figur.

rinascita e.V.