WEBGIORNALE   16-22   febbrAIO  2015

 

Inhaltsverzeichnis

1.       L’Europa al bivio. Guai ad arrendersi alla nuova "cortina"  1

2.       Sbarchi e profughi: anche nel 2015 è emergenza  1

3.       L’Europa guarda altrove. Tragedie dei migranti già triplicato (nel 2015) il numero dei morti 1

4.       Tamburi di guerra in Ucraina. O per paura, o per speranza di guadagno, oppure per onore  2

5.       Migranti morti assiderati  nel canale di Sicilia  2

6.       Appello a Governo italiano e UE: Cambiare rotta nelle politiche sull’immigrazione  3

7.       Paolo Gentiloni: "Più soldi e mezzi per Triton. L'Ue sta facendo troppo poco per salvare vite umane"  3

8.       Strage di migranti. Il progetto europeo Frontex è inadeguato  4

9.       Le Acli Germania: nuovi morti di migranti e l’inefficienza dell’UE  4

10.   La Germania viola il diritto UE sulla libera circolazione delle persone. Firma la petizione! 4

11.   Germania. Qualità fa rima con successo  5

12.   Il gruppo interparlamentare italo tedesco ospita il Presidente del Land Sassonia, Stanislaw Tillich  5

13.   Monaco di Baviera. "Storie di sola andata. E ritorni". Vuoi raccontare la tua storia di emigrazione?  5

14.   I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia  5

15.   A Mettman (zona Colonia) una serata di cultura e arte italiana promossa dal Maie Europa  6

16.   Bando per l’assunzione di due impiegati al Consolato di Monaco di Baviera. Domande entro il 24 febbraio  6

17.   Omaggio di Monaco di Baviera alla laguna di Venezia  6

18.   Lo scrittore Fabio Geda ha presentato ad Amburgo il suo ultimo romanzo "Se la vita che salvi è la tua"  6

19.   Il primo Fellini protagonista martedì 24 febbraio all'IIC di Colonia con "I vitelloni". 7

20.   Berlino, Orso d’oro a «Taxi», argento a Charlotte Rampling  7

21.   Riunito il Comitato per le questioni degli italiani all’estero  7

22.   Interventi. "IGNOBEL" della vergogna all'UE. Un tentativo di comprendere la crisi  ucraina  7

23.   Ucraina. Paolo Gentiloni: “Una regione autonoma nell'Est sul modello del nostro Sud Tirolo”  9

24.   Lotta al Terrorismo. Più solidarietà per la sicurezza Ue  10

25.   Siria e Iraq: "Le parole non sono sufficienti per aiutare le persone"  10

26.   Le nuove crisi. Ucraina, Grecia e Libia. Mai stati così insicuri 10

27.   Libia, scatta il piano per rimpatriare gli italiani. Partita una nave da Tripoli, chiusa l’ambasciata  11

28.   La terza repubblica  11

29.   Né Renzi né l'Europa né la Germania conoscono se stessi 11

30.   Riforme, governo avanti senza le opposizioni. Renzi: “Noi bene così, il rammarico è loro”  12

31.   Riforme: Renzi, «Avanti comunque anche senza Berlusconi»  12

32.   Lampedusa, 29 morti assiderati. Procura apre inchiesta. Il medico dell'isola: "La strage si poteva evitare"  13

33.   Tragedia Lampedusa, 330 morti. "Costretti a partire sotto minaccia delle armi"  13

34.   Istat: 5milioni gli stranieri in Italia  13

35.   Obiettivi mancati 13

36.   Tutti i rischi della strategia del plebiscito  14

37.   I paesi con una migliore protezione sociale hanno reagito meglio alla crisi economica  14

38.   In attesa del Parlamento.Lotta alla corruzione circolo virtuoso cercasi disperatamente  14

39.   Solo supponiamo  15

40.   Foibe ed altri orrori 15

41.   Deputati Pd della circoscrizione Estero: Tragedie dei migranti, i Paesi europei non girino la testa da un’altra parte  15

42.   Declino demografico. "L'Italia è tra i Paesi che investono meno in politiche attive"  15

43.   Pensioni: le oggettive difficoltà  16

44.   Opposizioni sull'Aventino. Renzi: decideranno i cittadini 16

45.   Elezione di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica. Il ricordo del fratello Piersanti 16

46.   Sempre più Cantoni escludono la lingua di Dante dalle materie di insegnamento. La Svizzera non più italiana  17

47.   1° congresso dei cittadini immigrati in Svizzera  17

48.   Tirare le somme  17

49.   E' morto Michele Ferrero, l'inventore della Nutella e dei Tic Tac  18

50.   Giorno del Ricordo. A Montecitorio la celebrazione in memoria delle vittime delle Foibe e dell’Esodo Giuliano-Dalmata  18

51.   Non capisco  19

52.   Il partito che non c’è  19

53.   Seminario nazionale a Roma dal Patronato Acli. I Patronati infrastrutture sociali del futuro  19

54.   La riflessione  20

55.   Partita la campagna di certificazione di esistenza in vita per i pensionati italiani all’estero. Risposte entro il 3 giugno  20

56.   Il 19 febbraio a Roma il convegno dell’ASILS “La lingua italiana come strumento di dialogo interculturale, sviluppo e crescita economica”  20

57.   Pubblicato il Premio "Lucani Insigni 2015". Iscrizioni entro il 28 febbraio  20

58.   Indetta l’XI edizione del Premio Giacomo Matteotti 20

 

 

1.       Deutschland ist auf ausländische Fachkräfte angewiesen Zuwanderung  21

2.       Lampedusa: Drama bei Windstärke 8  22

3.       Deutschland ist ein weltoffenes Land  22

4.       Kosovo-Flüchtlinge. Kein Grund zu bleiben  23

5.       Ukraine. Jede Menge Propaganda und jede Menge Lügen  23

6.       Ukraine. Krieg ohne Sieger 24

7.       Ukraine: Caritas vermutet zwei Millionen Binnenflüchtlinge  24

8.       Ergebnisse des Minsker Gipfels. Bekenntnis zur Souveränität der Ukraine  24

9.       Waffenruhe in Ostukraine wird weitgehend eingehalten  25

10.   Hamburg-Wahl. SPD-Triumph, Debakel für die CDU, FDP in der Bürgerschaft 25

11.   Dutzende Flüchtlinge sterben an Bord von italienischer Küstenwache  26

12.   Tsipras: "Die Rettungsaktion ist gescheitert"  26

13.   Jeder zweite Deutsche für Grexit 26

14.   Griechenland  braucht Luft zum Atmen – Investieren statt Kaputtsparen  27

15.   Nach Anschlag in Dänemark. Netanjahu ruft Europas Juden zur Auswanderung auf 29

16.   Betrugsvorwürfe: EU leitet Untersuchung gegen französisch-italienisches Schnellzug-Projekt ein  29

17.   Costa Concordia. Schettino bleibt ein freier Mann  29

18.   Zum Tod von Michele Ferrero. Chefversüßer der Welt 29

19.   Kosovo braucht einen Beschäftigungspakt mit der EU  30

20.   Bundesregierung plant Express-Abschiebungen von Kosovo-Flüchtlingen  30

21.   Rosenmontag ohne Götter und Propheten. Wagenbauer: “Ich hatte nie Ärger mit Muslimen”  31

22.   Fortschrittsbericht 2014. Fachkräftekonzept wirkt 31

23.   Gesellschaft, Medien, Politik. Neue Deutsche fordern mehr Mitspracherecht 32

24.   Rechtsextreme Gewalt: Anschläge auf Flüchtlingsheime steigen explosionsartig an  32

25.   Länder fordern. Flüchtlinge in Ausbildung sollen bleiben dürfen  32

26.   Staatsministerin Özoguz zur heutigen Vorstellung des Fortschrittsberichts 2014 zum Fachkräftekonzept 32

27.   Über den Tellerrand kochen  33

28.   Kommunen fordern Flüchtlingslager in Nordafrika  33

29.   Flüchtlinge in Deutschland. Ohne Wohnung keine Arbeit 33

30.   Antisemitismus-Kommission: Innenministerium bemüht sich um Schadensbegrenzung  34

31.   Arbeitsmarktzugang. DIHK fordert fordert Erleichterungen für junge Einwanderer 34

32.   NRW. Staatssekretär Klute: Integrationsministerium fördert Elterninitiativen von Einwanderern  34

33.   Keine Überlastung. Zahl der Flüchtlinge in Deutschland steigt moderat 35

34.   Braunschweig sagt Karnevalsumzug wegen Anschlagsgefahr ab  35

35.   Europäischer Notruf kommt langsam bei Bürgern an  35

36.   Grenzgänger Europa und seine Nachbarn. „Grenzgänger”-Stipendien – jetzt auch für Recherchen in Griechenland  35

 

 

 

 

L’Europa al bivio. Guai ad arrendersi alla nuova "cortina"

 

Passa dall’Ucraina alla Grecia e sfocia nel Mediterraneo, marcando un confine tutt’altro che nitido tra guerra e pace, tra economie solide e altre sul filo del default, fra l’Europa dell’integrazione comunitaria e i Paesi che, in Asia e Africa, di fatto non hanno mai imboccato la via dello sviluppo e oggi sono preda di povertà, conflitti e migrazioni di massa – di Gianni Borsa

 

Esiste una nuova “cortina di ferro” in Europa che, come quella tragicamente nota del passato e rimossa dalla storia nel 1989, taglia in due il continente. Una divisione non sempre netta ma non meno profonda, spesso luttuosa, comunque diversa dal passato. La linea di demarcazione di un tempo si frapponeva tra Europa dell’est e dell’ovest, fra le democrazie di stampo occidentale e i regimi comunisti, le prime sotto l’ombrello protettivo degli americani, i secondi accodati alle direttive dell’Unione sovietica. Oggi la nuova “cortina” passa dall’Ucraina alla Grecia e sfocia nel Mediterraneo, marcando un confine tutt’altro che nitido tra guerra e pace, tra economie solide e altre sul filo del default, fra l’Europa dell’integrazione comunitaria e i Paesi che, in Asia e Africa, di fatto non hanno mai imboccato la via dello sviluppo e oggi sono preda di povertà, conflitti e migrazioni di massa.

La nuova impalpabile muraglia si scorge nelle pieghe dei negoziati di Minsk, dove Ucraina, Russia, Francia e Germania (le ultime due potenze europee, che si sono autoassegnate il diritto di parlare a nome dei 28 Stati dell’Ue) hanno cercato una via d’uscita accettabile per porre fine alla guerra che da mesi e mesi si combatte nelle regioni orientali ucraine, sulle quali Mosca intende mettere le mani.

Ma la “cortina” si scorge anche in Eurolandia: con la Grecia costretta a fare i conti con una situazione finanziaria, sociale e occupazionale disperata, la necessità di ottenere altri fondi dalle casse dell’Ue, della Bce e del Fondo monetario internazionale, ma costretta, per ragioni di politica interna, a fingere sicurezza. Così da irritare gli stessi Paesi che finora, nel bene e nel male, hanno consentito ad Atene di tirare avanti, nella speranza di riprendere fiato per far ripartire l’economia e rimettere in moto il sistema-paese.

E come non vedere, nuovamente, quella “cortina” che, attraverso il Mediterraneo, segna la distanza tra l’Europa da una parte e i Paesi del nord Africa, del medio Oriente e dell’Asia interna dall’altra? Le migrazioni massive che giungono sulle spiagge italiane e maltesi, che premono alle frontiere della Spagna e della stessa Grecia, sono la testimonianza di un mondo globale, interdipendente, con fenomeni demografici, economici, culturali che non hanno trovato una corrispondente capacità regolativa nelle istituzioni, siano esse nazionali, regionali o internazionali.

Così che l’Ucraina e la Russia proseguono la guerra nonostante gli appelli del mondo; la Grecia, col volto spavaldo di Tsipras, pur bluffando invoca aiuto e nessuno tende la mano senza la certezza di nuovi impegni; e i Paesi mediterranei dell’Europa continuano ad accogliere profughi e disperati (quando non sono costretti a ripescarne i corpi in mare) senza che gli altri Stati del Vecchio continente muovano un dito.

In questa lettura forse cupa della realtà, in verità non mancano i tentativi di trovare delle soluzioni sagge e concrete; non mancano gli attori in campo per ricostruire la pace in Ucraina, per ridare speranze al popolo greco, per aiutare i Paesi europei più esposti verso le “frontiere esterne” dell’Ue. Al vertice di Minsk si è quanto meno intravista la volontà di far tacere le armi ucraine e russe. L’Eurogruppo dell’11 febbraio non ha portato una soluzione al caso-Grecia, ma una nuova partita negoziale è già fissata per il 16 febbraio. Per il problema delle migrazioni (Triton, Mare Nostrum…) è in calendario un incontro specifico a fine mese. E il summit informale dei capi di Stato e di governo di oggi a Bruxelles toccherà tutti questi temi, oltre a quello della risposta comune al terrorismo. Ciò che non dovrà venir meno, però, in tutti questi casi, sarà la volontà esplicita, reiterata, condivisa, di trovare accordi risolutivi.

Ieri il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, parlando degli esiti della riunione, ha giustamente affermato: “Serve prima una base comune politica, poi gli esperti potranno lavorare a una soluzione tecnica”. Ciò vale sia per la stabilità economica e finanziaria della Grecia, come per la pace nell’est europeo, per una risposta congiunta ai fenomeni migratori e per tutte le altre sfide che l’Europa ha di fronte oggi. La politica, dunque, resta al centro della scena. Con i suoi protagonisti, le sue istituzioni, le sue liturgie, le trattative, le regole, gli accordi (al rialzo) piuttosto che i compromessi (al ribasso). È ancora tempo di credere alla politica. Alla “buona” politica che abbatte muri e vecchie cortine e costruisce nuovi ponti. Sir 12

 

 

 

 

Sbarchi e profughi: anche nel 2015 è emergenza

 

Continua l’emergenza sbarchi nelle nostre coste: nel solo mese di gennaio sono arrivati nel nostro paese oltre 3.500 profughi, il 63% in più rispetto a gennaio 2014. 

Arrivi che il 10 febbraio si sono trasformati in tragedia, riaccendendo i riflettori sul tema. La morte accertata di 29 migranti e il numero incerto di dispersi (400 secondo l’Alto Commissariato ONU per i rifugiati) riporta l’attenzione su temi ancora irrisolti: il controllo delle frontiere, la sicurezza di migliaia di persone, le politiche di accoglienza in Italia e il ruolo dell’Europa.

La Fondazione Leone Moressa ha analizzato i dati del Ministero dell’Interno relativi agli sbarchi di migranti sulle coste italiane e alle presenze nei centri di accoglienza del territorio (strutture temporanee, CARA, SPRAR). Nonostante i posti SPRAR (sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) siano stati portati a 20 mila nel 2014, il sistema non sembra attualmente in grado di far fronte al gran numero di richieste, determinando una situazione di emergenza continua.

Sbarchi in aumento nel 2015. Secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), nel mese di gennaio gli sbarchi registrati sulle coste italiane sono stati 3.528, il 63% in più rispetto allo stesso periodo del 2014 (2.171 sbarchi) e oltre 10 volte il dato del 2013 (217 sbarchi). Sicuramente è ancora presto per fare stime sull’andamento annuale, ma il trend sembra dimostrare che l’emergenza non è finita. Ricordiamo che nel 2014 sono arrivati nel nostro Paese oltre 170 mila profughi, più della somma dei tre anni precedenti e quasi il triplo del 2011, anno dell’emergenza Nord Africa.

Cosa fa l’Europa? Conclusa l’operazione italiana Mare Nostrum, si discute sull’efficacia dell’operazione Triton, gestita dall’agenzia europea Frontex. In realtà Triton non è il proseguimento di Mare Nostrum, ma un’azione molto diversa per modalità (Triton opera al confine delle acque territoriali - a 30 miglia dalle coste - mentre Mare Nostrum arrivava in prossimità delle coste libiche) e risorse (il costo di Triton è 2,9 milioni di euro al mese, contro i 9 milioni di Mare Nostrum). Lo stesso Schulz (presidente dell'Europarlamento) il 13 febbraio ha ammesso “la mancanza di una politica migratoria adeguata dell’Unione Europea”.

Le regioni del Sud le più “accoglienti”. Il sistema di accoglienza italiano è stato riorganizzato lo scorso mese di Luglio dal Ministero dell’Interno in accordo con Regioni ed Comuni: il numero di posti SPRAR è stato aumentato proprio per far fronte alla crescente richiesta. Tuttavia, il peso dell’accoglienza non è equamente distribuito a livello nazionale: la Sicilia, ad esempio, accoglie 9 mila migranti in più rispetto a quanti le spetterebbero secondo il criterio della proporzionalità con la popolazione residente. Al contrario, se si applicasse correttamente la ripartizione, molte regioni dovrebbero accogliere un numero maggiore di profughi: in particolare la Lombardia (5.535) e il Veneto (3.322), ma anche Piemonte, Toscana ed Emilia Romagna.

Secondo i ricercatori della Fondazione Leone Moressa, “il sistema di accoglienza italiano appare in difficoltà di fronte al crescente afflusso di profughi e rifugiati. La fine dell’operazione Mare Nostrum, anziché far diminuire gli arrivi, ha generato una situazione di ancor maggiore incertezza. Il risultato è l’aumento degli sbarchi, che a gennaio 2015 hanno già superato quota 3.500 (il 63% in più rispetto al 2014)”. (aise 13)

 

 

 

 

L’Europa guarda altrove. Tragedie dei migranti già triplicato (nel 2015) il numero dei morti

 

I media continentali tendono a restringere la questione mediterranea a un affare italiano. Giancarlo Perego, direttore Migrantes: "La tragedia è figlia dell'abbandono di Mare Nostrum, un'operazione che doveva essere condivisa a livello europeo e consentire un canale umanitario per accogliere persone alla ricerca di protezione internazionale". La preghiera di Papa Francesco e la solidarietà invocate – di Maria Chiara Biagioni

 

L’Europa guarda con occhio annoiato e distratto la tragedia che si sta consumando in questi giorni al largo delle coste di Lampedusa. Chissà se il numero dei morti che di ore in ore sta crescendo grazie anche alle testimonianze drammatiche dei sopravvissuti, riuscirà a risvegliare nell’opinione pubblica europea un minimo di interesse. Basterebbe anche un piccolo ma reale sussulto di pietà umana. Perché anche la morte di un solo essere umano è un peso sulla coscienza e merita tutta l’attenzione. Ma al largo di Lampedusa, davanti alle coste libiche, i morti sarebbero oltre 300 e non 29 come si era pensato. A raccontarlo sono stati i superstiti del naufragio salvati da un mercantile italiano e giunti a Lampedusa con una motovedetta della Guardia Costiera. Le loro testimonianze - ora al vaglio della Guardia costiera - sono state raccolte dall’Unhcr e parlano di migranti travolti sui gommoni dalle onde del mare in tempesta.

 

Delle loro storie e delle immagini c’è poco o nulla sui maggiori quotidiani europei e questa “assenza” dà il polso del “sentire europeo”. Le Monde di martedì 10 febbraio dedica addirittura 13 pagine all’affaire Swissleaks, lo scandalo mondiale degli evasori in Svizzera. E tra le inchieste giudiziarie e i giochi finanziari, la tragedia di Lampedusa appare relegata in poche righe a firma del corrispondente da Roma. Le Figaro preferisce dare spazio nelle pagine internazionali alla tragedia ucraina e al braccio di ferro in corso tra l’Europa e la Grecia. In Inghilterra, si riesce a trovare la notizia sul sito di The Guardian solo digitando “Italy” nel motore di ricerca. In Belgio i quotidiani Le Soir e La Libre sono centrati sulla notizia della lotta al terrorismo e sull’arresto di Fouad Belkacem, predicatore di “Sharia4Belgium” d’ispirazione salafista. In Germania, invece, Bild pare ignorare completamente la tragedia di Lampedusa e se si digita “Italien” sul sito del prestigioso Frankfurter Allgemeine Zeitung, esce lo scandalo di Antonio Conte indagato per le partite truccate. Die Welt relega la notizia a una breve ma almeno ammette che la missione di salvataggio “Mare Nostrum” ha portato migliaia di rifugiati nel Mediterraneo in sicurezza. Sostituita poi dall’Ue con la missione “Triton”, che si sta rilevando “inadeguato” citando a questo proposito il parere espresso dall’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite.

 

Ogni Paese è sicuramente alle prese con problemi e tragedie. Le regioni orientali dell’Ucraina sono incandescenti e l’Europa è impegnata proprio in queste ore a risolvere il conflitto in corso mettendo in atto tutte le strategie diplomatiche possibili. Ci sono poi la lotta al terrorismo in Europa di matrice islamica e la situazione economica della Grecia. Sono tutte “notizie” che distolgono per un motivo o per l’altro lo sguardo dal Mar Mediterraneo. Ma in quel pezzetto di mare si continua a morire e i più a rischio sono donne, bambini e adolescenti soli. Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Ue per la politica estera, ha esortato l’Europa a fare di più: “Non possiamo permettere altre tragedie del mare nelle prossime settimane e nei prossimi mesi: dobbiamo essere capaci di dare una forte risposta politica e operativa”. Mentre Gianni Pittella, capogruppo dei socialisti e democratici a Strasburgo, è stato ancora più chiaro: “I governi europei devono convincersi che non si può fare accoglienza e soccorso senza uomini e mezzi adeguati: è una vergogna che non siano capaci o non vogliano fare di più”. Mario Marazziti, presidente del Comitato per i diritti umani della Camera dei Deputati (Italia), chiede la Creazione di un’Agenzia europea per l’immigrazione, di una banca dati comune e di un Centro di accoglienza europeo in Sicilia. “L’Europa - dice - non può essere il guardiano di un cimitero”.

 

“La tragedia è figlia dell’abbandono di Mare Nostrum”, commenta invece al Sir monsignor Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, che aggiunge: “Un’operazione che doveva essere condivisa a livello europeo e consentire un canale umanitario attraverso il quale effettivamente accogliere queste persone alla ricerca di una protezione internazionale”. Sostituita dall’operazione “Triton”, la nuova politica europea sul controllo del Mediterraneo - aggiunge Perego - “dimostra di essere assolutamente “insufficiente, incapace di gestire una situazione che sta crescendo”. Perego fa notare infatti come in questi primi due mesi del 2015 gli arrivi sono aumentati rispetto ai primi due mesi del 2014 e i morti sono addirittura triplicati (“restando ancora ai 29 morti di lunedì e non ai 200 su cui la Guardia Costiera sta indagando”). Si è passati cioè dalle 12 vittime accertate nei primi due mesi del 2014 alle 50 nello stesso periodo del 2015. “Non si può far finta di nulla”, incalza monsignor Perego. “È chiaro che l’Italia affronta questa situazione partendo da una condizione di debolezza per la mancanza di un’organizzazione puntuale di prima e seconda accoglienza. E questa debolezza del nostro Paese diventa un vulnus per tutta l’Europa”. Ma si preferisce ignorare la notizia perché - sentenzia Perego - “si vuole rimuovere una responsabilità e non farla emergere. La responsabilità di un’Europa che sostanzialmente non sta governando questi flussi nel Mediterraneo. L’aver tenuto bassa questa informazione da parte dei media europei significa volerla relegare a un problema esclusivamente italiano ma anche non assumersi una responsabilità sul piano europeo come questa tragedia invece chiederebbe”. Per fortuna non manca mai la parola di Papa Francesco che durante l’udienza del mercoledì si è così espresso: “Desidero assicurare la mia preghiera per le vittime e incoraggiare nuovamente alla solidarietà, affinché a nessuno manchi il necessario soccorso”. Sir 11

 

 

 

 

Tamburi di guerra in Ucraina. O per paura, o per speranza di guadagno, oppure per onore

 

Problemi con la Russia? Noi italiani certamente non ne abbiamo. Si tratta di un paese cui ci legavano relazioni commerciali particolarmente forti, da cui in buona parte dipendevamo per le forniture di gas e che per decenni era stato un forte riferimento ideologico per circa un terzo della nostra popolazione.

 

Storie diverse e percezioni diverse

Inoltre, benché la sua flotta sia già presente in acque mediterranee, e che tale presenza appaia destinata a crescere nel prossimo futuro, la Russia rimane un paese lontano dall'Italia: già in tempi di guerra fredda faticavamo ad immaginarcela come un pericolo costantemente incombente. Figuriamoci adesso, ad una generazione circa di distanza da quel conflitto mai combattuto!

 

In un orizzonte più vasto, la Russia appare come la naturale candidata ad un rapporto più stretto con l'Unione europea (Ue), così da sfruttare al meglio la loro complementarità. Si tratterebbe, oltretutto, di un ruolo per cui la Russia rimane l'ultima possibile candidata dopo che la progressiva islamizzazione rischia di fare della Turchia un partner non credibile.

 

Quanto detto per l'Italia è certamente valido, per buona parte dei paesi dell'Unione, almeno di quelli che Donald Rumsfeld, negli anni di G:W.Bush, accorpava nella “vecchia Europa".

 

Il discorso si fa invece molto diverso , allorché si passa alla "nuova Europa", vale a dire agli Stati rimasti prigionieri dell'Urss per circa un cinquantennio ed a quelli che, come i baltici, erano stati addirittura inseriti nell'Unione Sovietica. <br<

Lì i problemi con la Russia sono particolarmente gravi, coinvolgendo sentimenti importanti quali la paura e l'odio. Paura per un possibile ritorno russo, temuto con tale intensità da generare reazioni così negative che potrebbero, nel tempo, trasformare quello che per ora è soltanto un incubo in una "self fullfilling prophecy".

 

Odio tanto intenso da motivare, come avviene in Lettonia ed Estonia, leggi che trasformano le minoranze russofone in cittadini di seconda categoria, così da impedire la formazione di una “partito russo” legittimo che potrebbe minacciare l’indipendenza.

 

Europa a guida tedesca o americana?

La Germania, ha con la Russia lo stesso tipo di fruttuosi rapporti economici e pericolosa dipendenza energetica che caratterizza l'Italia, ma in più appare indecisa ad assumere quel ruolo di leadership europea cui molti fattori sembrano inesorabilmente destinarla.

 

Un ruolo che comporta privilegi e vantaggi ma che è nel contempo ricolmo di oneri e di rischi. Primi fra tutti, nel caso in oggetto, quello di riuscire a rendere più razionale il comportamento della "nuova Europa", agendo in maniera tale da mitigare il suo odio verso la Russia e da porre un freno alle sue esagerate paure.

 

Ciò detto, è chiaro come una oculata prudenza dovrebbe essere d'obbligo ogni volta che l'Ue tratta con la Russia su temi che almeno una delle parti, se non tutte e due, considerano come particolarmente delicati.

 

Nel caso dell'Ucraina invece è avvenuto tutto il contrario nonostante che quanto era successo in Georgia alcuni anni fa avrebbe dovuto farci comprendere come la Russia assolutamente non tollerasse intromissioni che considera pericolose per la propria sicurezza nell'area che valuta come il suo "near abroad".

 

Ucraina al confine tra Washington e Mosca

Perché dunque aver scelto un comportamento tra l’assurdo e il suicida? Da quando sono divenuti la superpotenza per antonomasia, gli Usa tendono a considerare per molti aspetti anche se stessi come un paese europeo. O forse, meglio, tendono a considerare l'Europa come una loro esclusiva riserva di caccia, un pochino come il loro "near abroad".

 

Probabilmente non hanno torto, visto che l'unica cosa che potrebbe mettere in forse a breve scadenza il primato americano nel mondo sarebbe proprio la separazione degli Usa dalla Ue, l'unico alleato con cui essi condividono oltre a momentanei interessi anche valori permanenti.

 

La crisi ucraina non è di conseguenza solo una crisi fra Ue e Russia ma anche, più e prima di questa, una crisi scoppiata per definire con chiarezza ove finisca il "near abroad" russo ed inizi quello americano.

 

Ogni ipotesi di soluzione rischia così di decadere, o di non essere addirittura presa in considerazione, se non è gradita in partenza a tutti e tre i protagonisti. Oltretutto in questo momento, mentre è nell'interesse dell' Europa, e forse anche della Russia, chiudere il pericoloso contenzioso quanto prima possibile, l'interesse dell'America sembra invece essere quello di prolungarlo.

 

Oltre a ricompattare i vecchi legami fra gli Stati europei e gli Usa la tensione ha infatti ridato una ragion d'essere alla Nato, ha affondato definitivamente il progetto del gasdotto Southstream che avrebbe consentito al gas russo di aggirare il ricatto ucraino, ha evidenziato a tutti gli stati europei come la Germania non sia ancora né pronta né disposta a sostituirsi agli Stati Uniti quale leader di riferimento e sta rilanciando quel progetto della cintura di missili anti missile schierati in Europa cui gli americani, pur accantonandolo, non avevano mai completamente rinunciato.

 

Il permanere del contenzioso infine rende utopica l'ipotesi dell'accordo fra Ue e Russia di cui si è già fatto cenno e che avrebbe permesso la nascita di una entità capace di insidiare nel tempo il primato americano nel mondo, un ruolo che per ora rimane riservato unicamente alla Cina.

 

Pace senza onore, o onore senza pace?

Non ci resta quindi che sperare che la consapevolezza del rischio immanente convinca tutti che è giunto il momento di recedere dalle prese di posizione più dure per elaborare un compromesso che consenta a ciascuno di salvare la faccia.

 

Un punto, quest'ultimo, estremamente importante. Putin accusa l'Occidente di avere umiliato per anni l'orgoglio russo. Il Presidente Obama promette ai cadetti di West Point che non permetterà a nessuno di trasformare gli Stati Uniti nella seconda potenza del mondo. Gli stessi Stati europei oppongono resistenza ad una maggiore integrazione, malgrado evidenti vantaggi, per non rinnegare almeno in parte una storia nazionale gloriosa.

 

Sono tutti fatti che evidenziano quanto sia forte l'orgoglio dei protagonisti coinvolti in questa vicenda e quanto essi tengano a salvaguardare ciò che considerano come il proprio onore.

 

Tucidide, nel parlare delle guerre, precisa come esse scoppino "o per paura, o per speranza di guadagno oppure per onore".

 

Nel pasticciaccio ucraino paura ed interessi, cioè speranza di guadagno, giocano già un ruolo molto forte. Se trasformassimo poi questo conflitto anche in una questione d'onore la misura sarebbe colma ed il volano che abbiamo da tempo avviato potrebbe rivelarsi inarrestabile.

 

Giuseppe Cucchi (Generale, già Rappresentante militare permanente presso la Nato e l’Ue e Consigliere militare del Presidente del Consiglio dei Ministri) AffInt 11

 

 

 

 

Migranti morti assiderati  nel canale di Sicilia

 

BARI - Deboli, insufficienti e  tardivi segnali di risveglio dell’Unione Europea. L’ennesima incredibile quanto evitabile tragedia che ha determinato la morte per assideramento di 29 migranti libici a pochi chilometri da Lampedusa  ha provocato sdegno e indignazione in tutto il mondo. I soccorsi partiti incredibilmente in ritardo non hanno impedito che la tragedia si compisse sino in fondo ed ancora oggi non si hanno dati precisi sui dispersi e sulla salute dei sopravvissuti. Ha ancora il terrore negli occhi uno degli uomini a bordo della motovedetta della Guardia costiera che, dopo oltre 26 ore di navigazione, ha raggiunto l’altra sera Lampedusa, con 29 cadaveri a bordo. Con le lacrime agli occhi e completamente sconvolto ha dichiarato: “È stata l'Apocalisse. Onde alte otto-nove metri, mare forza sette, con 36 nodi di vento. Gente che tentava in ogni modo di entrare nel vano macchine per ripararsi dal vento e dal gelo. E poi tutti quei migranti che morivano per il freddo, uno dopo l'altro”. Gli uomini della Capitaneria di porto sono esausti, stanchi e tristi, perché avrebbero voluto portare i profughi a Lampedusa sani e salvi. Un infermiere dell'Ordine di Malta, Salvatore Caputo, che era a bordo, ha iniziato a mandare sms ai suoi familiari perché temeva di non riuscire a tornare sulla terraferma. Un altro testimone racconta di una lite tra un gruppo di profughi che tentavano di rompere il lucchetto del vano macchine. Momenti di panico. "Mai visto nulla del genere - dicono all'unisono - con un mare così forte è stato quasi un miracolo essere riusciti a tornare sani e salvi a Lampedusa". 

 

Dai racconti emerge un dato veramente raccapricciante:  22 dei 29 morti erano ancora in vita quando i soccorritori li hanno raggiunti, ma il mare grosso e la lentezza delle motovedette previste da Triton sono stati mortali per i giovani bagnati fradici  anche dopo il recupero. Solo uno sarebbe morto per un trauma cranico. La Procura di Agrigento ha, intanto, aperto un'inchiesta. "Il viaggio è durato tre giorni e quasi subito dopo la partenza l'acqua è entrata nel gommone perchè il mare era agitato". È questo il racconto, ancora molto parziale, che alcuni dei sopravvissuti dell'ultima strage della immigrazione nel Canale Sicilia hanno fatto al sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini, andata a visitarli assieme al prefetto di Agrigento Nicola Diomede nel centro di accoglienza di contrada Imbriacola. "I superstiti sono molto stanchi e ancora choccati -ha detto Giusi Nicolini- e in queste ore sono impegnati a fare ognuno di loro una lista delle persone che si trovavano sul gommone con loro per far sì che tutte le vittime abbiano un nome".

 

Uno solo dei 29 morti è stato finora identificato perché in tasca aveva un documento. Si tratta di un ivoriano di 31 anni. Tra i superstiti - tutti uomini - ci sono anche tre minori, uno dei quali ha probabilmente dodici anni. Le 29 salme verranno imbarcate sul traghetto di linea domattina e arriveranno a Porto Empedocle in serata. Saranno distribuite nei cimiteri dei 20 Comuni della provincia di Agrigento che si sono detti disponibili ad accogliere i corpi. I sopravvissuti partiranno quasi certamente, alla volta di Porto Empedocle, giovedì mattina. Dall’Unione Europea un piccolo segnale viene da Federica Mogherini, Alto Rappresentante UE , che ha annunciato che nei prossimi giorni convocherà una riunione straordinaria per rivedere le politiche europee sull'immigrazione ed ha affermato che . "Non possiamo permettere altre tragedie in mare. Dobbiamo essere capaci di dare una forte risposta politica ed operativa". Speriamo che alle parole facciano seguito i fatti con l’approvazione di progetti concreti finalizzati a prevenire ed evitare altre stragi che pesano sull’inefficienza dell’Unione Europea ed oggi purtroppo anche su quella del Governo Italiano del quale sino ad oggi  non registriamo alcuna reazione significativa. Intanto nel suo tweet il Sindaco di Lampedusa Nicolini scrive con sarcasmo, parafrasando la frase francese “Je suis Charlie Hebdo” – “Je suis morto di freddo e non sono riuscito ad approdare a Lampedusa". A lei ed a tutta la Comunità di Lampedusa esprimiamo la nostra solidarietà.

Giacomo Marcario, Presidente Federazione Italiana Lavoratori Emigranti - FILE

 

 

 

 

 

Appello a Governo italiano e UE: Cambiare rotta nelle politiche sull’immigrazione

 

Di Amnesty International Italia, Caritas Italiana, Centro Astalli, Fondazione Migrantes, Emergency, Intersos, Save the Children, Ai.bi e Terre des Hommes

 

LAMPEDUSA - L’ennesima tragedia del mare avvenuta al largo di Lampedusa ha nuovamente confermato l’inadeguatezza dell’operazione Triton come unica misura per la gestione dei flussi migratori e la sua limitatezza nel portare soccorso ai migranti in mare.

Le Ong Ai.bi, Amnesty International Italia, Caritas Italiana, Centro Astalli, Fondazione Migrantes, Emergency, Intersos, Save the Children e Terre des Hommes, chiedono al Governo Italiano e all’Unione Europea un reale cambio di rotta nelle politiche sull’immigrazione. Occorre aprire immediatamente canali sicuri e legali d’accesso in Europa, per evitare ulteriori perdite di vite in mare, che consentirebbe di gestire un fenomeno ormai stabile e probabilmente in aumento. Contemporaneamente, le organizzazioni chiedono all’Italia e all’Unione europea di rafforzare ulteriormente le operazioni di ricerca e soccorso in mare e di avviare politiche che garantiscano la protezione e la tutela dei diritti umani di rifugiati, migranti e richiedenti asilo che attraversano il Mediterraneo.

Non è più tempo di affrontare il fenomeno dei flussi migratori di persone in fuga da guerre, persecuzioni e povertà con azioni insufficienti e poco efficaci. L’Operazione Mare Nostrum ha ampiamente dimostrato che l’Europa può affrontare meglio questo problema, dando priorità alla ricerca e al salvataggio in mare. Tuttavia è necessario un impegno diverso e condiviso in tutta Europa che preveda il dispiegamento congiunto di mezzi e risorse, con approcci e strumenti realmente utili a salvare vite umane e non solo a pattugliare le nostre coste, oltre a politiche di immigrazione e asilo che diano priorità alla dignità delle persone.

 

Un appello del Consiglio italiano per i Rifugiati

Alla luce delle dimensioni del nuovo naufragio avvenuto a largo di Lampedusa, il Consiglio italiano per i Rifugiati chiede un cambiamento strutturale dell’impegno europeo sul campo. “L’operazione Triton non ha come mandato il soccorso e la ricerca in mare. L’Agenzia Frontex si occupa del controllo delle frontiere, sono i poliziotti d’Europa, non hanno come missione certamente quella del salvataggio. L’Europa oggi non ha i mezzi, né evidentemente la volontà politica, di mettere in atto una strategia per il soccorso in mare – afferma il direttore del Cir, Christopher Hein, chiedendo una svolta. “Chiediamo – dice - che l’Europa si muova: modifichi il Regolamento di Frontex includendo la ricerca e salvataggio in mare o si doti di un’Agenzia specifica che abbia questo obiettivo.

L’Unione Europea – conclude Hein - non può richiamare solamente la responsabilità degli Stati membri, deve finalmente mettere in campo, accanto al ben collaudato sistema di controllo delle frontiere, un adeguato sistema di soccorso”.

 

Scalabriniani: “Serve cambio epocale di gestione dell’immigrazione dell’UE”

 “L’ultima ed ennesima tragedia del mare avvenuta nel Canale di Sicilia, che si aggrava di ora in ora, mostra impietosamente come l’Europa, fortezza sempre più sgretolata, da un lato si faccia paladina di diritti umani fondamentali, quindi anche nei confronti di migranti e rifugiati, ma dall’altro lato non contribuisca efficacemente all’apertura di canali legali di migrazione, così come varie voci gridano ormai da troppo tempo”. Così la Direzione generale dei Missionari di San Carlo – Scalabriniani.

“Chi vive ai margini, nelle periferie, con un linguaggio caro al Santo Padre, non rimane più a guardare la propria vita dissolversi tra soprusi e violazioni continue e compie scelte disperate, ma rischia anche l’impossibile pur di vivere, anzi di sopravvivere, visto che l’alternativa è troppo spesso la morte”, sottolinea p. Alessandro Gazzola, superiore generale della Congregazione Scalabriniana. “L’inadeguatezza dei rimedi, come anche l’operazione Triton tragicamente sta mostrando a chi nella Chiesa è impegnato al fianco dei migranti e dei rifugiati, esige – afferma p. Gazzola - un cambio “epocale” di gestione globale dell’immigrazione dell’Unione Europea . Il bene compiuto con precedenti programmi, come Mare Nostrum, con il salvataggio di oltre 100.000 persone, appare purtroppo quasi vanificato dai fatti luttuosi recenti”.

Per questo i Missionari Scalabriniani chiedono “con rinnovata insistenza una definitiva presa di posizione dei governi dell’Unione Europea sul tema migratorio, in modo da giungere ad una politica unica europea sul sistema di accoglienza, sul riconoscimento dello status di rifugiato, assieme ad investimenti nei paesi di provenienza di questa massa di persone”.

 

L'Operazione Triton nel Mediterraneo “è un inizio ma non è sufficiente: le dimensioni dell'iniziativa sono ridotte rispetto a Mare Nostrum". A sostenerlo è il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, che, a margine di un convegno al consolato italiano di New York, ha insistito sulla necessità di affrontare la questione dell'immigrazione a livello europeo.

"L'immigrazione non è un problema che riguarda solo l'Italia: è un problema di tutta l'Unione europea e lo sforzo fatto dall'Italia nel 2014 deve essere condiviso”, ha ribadito Gentiloni. “Ci vuole un dispiegamento di maggiori forze e risorse: il problema dell'immigrazione si affronta anche con la cooperazione ma per quanto riguarda l'operazione di sorveglianza e il salvataggio in mare, l'impegno deve essere maggiore". (variae/de.it.press)

 

 

 

 

 

Paolo Gentiloni: "Più soldi e mezzi per Triton. L'Ue sta facendo troppo poco per salvare vite umane"

 

Il ministro degli Esteri dopo la tragedia di Lampedusa: "Il più grande spazio economico del mondo non può spendere così poco per una emergenza umanitaria considerata da tutti intollerabile"

 

Ministro Gentiloni il governo è stato accusato di aver sbagliato a sostituire Mare Nostrum? Come rispondete?

"Di fronte a una tragedia orribile evitiamo per favore piccole dispute politiche. L'Italia ha fatto e sta facendo più di chiunque altro, ce lo riconosce la Comunità internazionale. Purtroppo non basta. Dobbiamo fare di più perché così Triton è insufficiente."

Paolo Gentiloni, ministro degli Esteri, è appena rientrato da una visita a New York in cui ha incontrato fra gli altri Hillary Clinton, il sindaco De Blasio e Henry Kissinger. La discussione principale a New York e nelle ultime ore rimane sulla crisi in Ucraina. Ma sulla questione-migranti Gentiloni ha un annuncio: "Chiediamo all'Unione europea di fare di molto di più per Triton. II costo di questa missione è di 3,9 milioni di euro al mese, ma è evidente che serve altro. Per questo il "ministro degli Esteri" della Ue Federica Mogherini ha già convocato una riunione di tutti i commissari Ue che hanno voce in capitolo. Mi auguro sia l'inizio di una fase nuova. Sia chiaro non basta moltiplicare l'impegno umanitario. Il premier Renzi ha sollevato il tema al Consiglio Europeo partendo dalla necessità di stabilizzare la Libia. Assieme al grande impegno sull'Ucraina, adesso l'Europa deve dedicare tempo e risorse all'emergenza Mediterraneo.

Ministro, ma dopo i 300 morti delle ultime ore quale è la strategia del governo sull'immigrazione?

"Il punto non è la differenza tra Mare Nostrum e Triton. La prima prevedeva un raggio di azione fino a 50 miglia, la seconda fino a 30 ma il punto non è questo, visto che tra Libia e Italia la distanza è di 200/300 miglia e che l'obbligo di soccorso in mare vale in entrambi i casi. Sono le risorse in campo a fare la differenza determinando qualità e quantità dei mezzi navali e aerei impiegate questo non deve essere un problema solo italiano. È possibile che l'Europa unita, il più grande spazio economico del mondo, spenda così poco per questa emergenza che noi tutti dichiariamo intollerabile? Prima di queste ultime 200 miglia c'è un percorso di migliaia di chilometri che i migranti compiono per fuggire dalla Siria, dall'Eritrea o dall'Africa centrale. Per questo il nostro intervento deve andare oltre l'emergenza risalendo ai paesi di transito, come Libia e Turchia e poi ai paesi di origine, dal medio oriente al Corno d'Africa dove questo terribile viaggio inizia".

Renzi ha ripetuto in queste ore che per l'Italia il vero problema è il caos in Libia.

"Dei 278 mila migranti irregolari che nel 2014 sono arrivati in Europa, 170 mila sono arrivati in Italia e di questi ben 142 mila dalla Libia. Alcuni hanno calcolato che in questa fase il traffico dei migranti in Libia rende addirittura il 10 per cento del Pil del paese, in una fase in cui le estrazioni di petrolio in quel paese si sono molto ridotte. Con i nostri partner turchi stiamo lavorando per bloccare la partenza di imbarcazioni più grandi, ne sono partite sette negli ultimi mesi, i cui equipaggi arrivano perfino ad abbandonare i migranti a se stessi dopo aver preso il largo. In Libia affrontiamo una situazione diversa, di un paese in cui lo stato non esiste, mentre i gruppi criminali sono assai attivi. II percorso sarà più lungo, quello della stabilizzazione politica e della riconciliazione nazionale, e anche qui l'Italia è sempre più coinvolta e sempre più deve esserlo».

Ministro, da poche ore è stato annunciato un cessate-il-fuoco in Ucraina.

"Dopo 5 mesi dal memorandum di "Minsk 1" torna la modalità del confronto, della trattativa politica. E' l'obiettivo per il quale l'Italia si è sempre battuta. Dobbiamo dare atto all'iniziativa della cancelliera tedesca e del presidente francese, di cui l'Europa deve essere orgogliosa e non gelosa, di essere riuscita a riportare in campo la politica, di essere riuscita a raggiungere un'intesa'"

Non crede sia stato concesso troppo a Putin, soprattutto di poter decidere i destini di un altro paese come l'Ucraina? Come per esempio l'impedimento all'Ucraina di entrare nella Nato?

«L'ingresso dell'Ucraina nella Nato sarebbe un errore assoluto. Stiamo ai fatti: da Minsk viene un'intesa in 12 punti. Ci sono alcuni elementi che favoriscono una parte, altri che avvantaggiano l'altra: un accordo è fatto di concessioni. Che evitano una deriva pericolosa, che avrebbe portato l'Europa a un conflitto ancora più radicale. Adesso le sfide che ci attendono sono poderose, ma possiamo gestirla verificando da una parte e dall'altra. Nulla è garantito ma finalmente si è aperta una fase nuova che tutti dobbiamo sostenere». Vincenzo Nigro LR 13

 

 

 

 

 

Strage di migranti. Il progetto europeo Frontex è inadeguato

 

Il Progetto Europeo Frontex destinato a sostituire il benemerito Progetto tutto italiano “Mare Nostrum” che aveva salvato decine di migliaia di migranti ha due obiettivi: il primo quello di intervenire sulle nazioni frontaliere a rischio per convincerle ad esercitare in via preventiva ogni possibile controllo per bloccare sulle loro coste  le partenze dei migranti ed in secondo luogo quello di monitorare il movimento di quei barconi o carrette del mare che, nonostante i controlli preventivi, fossero riusciti a mettersi in mare grazie a scafisti senza scrupoli e protetti dalla criminalità organizzata del posto, per convincerli a tornare indietro oppure per intervenire ed  apprestare assistenza nel limite territoriale di trenta km dalle coste italiane. 

 

Ieri il Progetto Frontex ha mostrato la sua inadeguatezza ed i suoi limiti per non essere riuscito con un intervento rapido quanto necessario ad impedire che nello Stretto di Sicilia a pochi km da Lampedusa si compisse una nuova tragedia con la morte accertata di 29 migranti, una novantina di superstiti e con oltre duecento dispersi ( dato  ancora incerto ed approssimativo che ci si augura sia per difetto). E’ una tragedia che ci lascia senza parole ed inorriditi, i migranti salpati dalle coste della Libia (che rientrano tra quelle monitorate da Frontex) con tre gommoni zeppi di esseri umani disperati ed alla fame hanno sfidato un mare forza sette con un vento gelido a 35 nodi pur di raggiungere l’Italia, la loro Terra Promessa. Il freddo gelido questa volta è stato implacabile e fatale falcidiando la vita di 29 migranti che sono morti non già a seguito di naufragio ma per ipotermia ovvero per assideramento( il che equivale a dire per mancata assistenza). 

 

I “bersagli” sono stati individuati, com’è di tutta evidenza, con grande ritardo nonostante l’allarme fosse stata diramato con un cellulare satellitare e fosse pervenuto nelle prime ore del pomeriggio di domenica al Centro Nazionale di Soccorso della Guardia Costiera di Roma con la conseguenza che i mezzi di soccorso arrivati troppo tardi non hanno potuto impedire la morte di ben 29 migranti, alcuni dei quali sarebbero morti addirittura in fase di soccorso e nel mentre decine e decine di altri migranti erano finiti in mare avviluppati da onde alte oltre cinque metri. Il Sindaco di  Lampedusa Giusy Nicolini giustamente indignata ed amareggiata da questa nuova immane tragedia ha affermato che “Ancora una volta l’Europa ci ha lasciati soli e che tutto questo con il progetto “Mare Nostrum” probabilmente non sarebbe successo” ed ancora “I 368 morti di Lampedusa non sono serviti a  nulla, come non sono serviti a niente le parole del Papa, siamo tornati indietro a prima di “Mare Nostrum”. Parole pieno di sdegno ed amarezza che ci sentiamo di condividere appieno. 

 

Il Progetto Frontex non funziona, l’Europa in tema di Politiche Migratorie è del tutto latitante se non addirittura assente. Dalla Libia, secondo le ultime statistiche nel 2014, sono entrati in Europa 270.000 irregolari, di questi 170.000 sono arrivati in Italia; dal 1° gennaio 2015 sulle coste della Sicilia e della Puglia sono sbarcati ben 3.800 esseri umani disperati, partiti sfidando la morte ed in cerca della vita. Di fronte a questa nuova strage che per la sua dinamica va considerata di una gravità inaudita perde colpi la nostra fiducia nei confronti dell’Europa che sembra occuparsi e preoccuparsi essenzialmente di tenere in ordine ragionieristico i conti ed i bilanci degli stati membri e di sostenere la politica del rigore che di fatto ormai da anni impedisce lo sviluppo delle economie, delle imprese con danni incalcolabili sulle famiglie e sulle politiche occupazionali.

L’Unione Europea si sta mostrando poco interessata a dare vita a programmi e strategie che pongono al centro della politica europea, l’uomo, l’essere umano, il valore della vita, l’obiettivo di aiutare le famiglie a raggiungere situazioni di benessere, a garantire la parità ed il rispetto dei diritti umani in favore di tutte le persone che scelgono di entrare in Europa. In questa Europa noi non ci ritroviamo ed incominciamo a credere seriamente che forse stavamo meglio quando stavamo peggio. D’altra parte indietro  si può sempre tornare.

Dott. Giacomo Marcario, Presidente Federazione Italiana Lavoratori Emigranti

 

 

 

 

 

Le Acli Germania: nuovi morti di migranti e l’inefficienza dell’UE

 

Nuovamente centinaia di migranti morti alle porte di Lampedusa  .... e l'Europa continua a rispondere con l’inefficienza di  FRONTEX  - TRITON

 

La grande tragedia che è avvenuta in questi giorni nel Mediterraneo con circa 400 immigrati morti non fa altro che confermare che la missione Frontex – Triton è inadeguata e non permette di salvare la vita a centinaia di persone in difficoltá come invece avveniva con l’operazione Mare Nostrum, che non era la soluzione del problema dei profughi, ma salvava più vite umane.

 

Sono stati tanti a protestare contro la chiusura della missione Mare Nostrum, ma la “Fortezza Europa” continua a tenere sotto controllo le sue frontiere e con Frontex se la gente non muore per annegamento, muore per assideramento.

 

A niente sono valsi gli appelli della società civile, dele associazioni impegnate nell’accoglienza degli asilanti, dal sindaco di Lampedusa e Linosa, Giusi Nicolini affinchè si cerchi una strada diversa per aiutare  e salvare gli immigrati che arrivano dal mare.

 

Sono state già dimenticate anche le parole di Papa Francesco dette a Lampedusa dopo la grande tragedia dell’Ottobre 2013 - “Gli immigrati che lasciano le loro terre per sfuggire alla fame e alle violenze spesso vivono storie che ci fanno piangere e vergognare: esseri umani, nostri fratelli e sorelle, figli di Dio che, spinti anch'essi dalla volontà di vivere e lavorare in pace, affrontano viaggi massacranti e subiscono ricatti, torture, soprusi di ogni genere, per finire a volte a morire nel deserto o in fondo al mare". 

 

È doloroso e triste essere confrontati nuovamente con queste tragedie, specialmente quando esse possono essere in parte evitate.

 

Le ACLI Germania ribadiscono che l'Europa non può rimanere indifferente alle tragedie dei migranti nel Mediterraneo e deve riconoscere che la missione TRITON è fallimentare.

 

Le ACLI Germania si uniscono all’appello lanciato da Antonio Russo, responsabile nazionale delle Acli all’Immigrazione-: Purtroppo occorre registrare che nell’Europa che protegge i confini, si muore di freddo e per mancanza di soccorso. Il governo italiano dia un esempio di civiltà e di solidarietà a chi fugge da guerre e persecuzioni, ripristinando al più presto la missione Mare Nostrum e riprendendo a salvare vite umane».

 

Le ACLI Germania si auspicano che di fronte a queste continue tragedie, l’Europa riveda la sua politica nei confronti dei profughi per tornare ad essere terra di accoglienza e non una fortezza che chiude le proprie porte a persone che con disperazione lasciano la loro terra per sfuggire da situazione di guerra, repressione, povertà. 

Duilio Zanibellato, Presidente ACLI Germania (de.it.press)

 

 

 

 

La Germania viola il diritto UE sulla libera circolazione delle persone. Firma la petizione!

 

Il gruppo parlamentare ecologista Die Grünen e il sindacato tedesco DGB - assieme alle associazioni La Comune del Belgio, GISTI (Groupe d'information et de soutien des immigrés), EU Rights Clinic e Europe for People – chiedono alla Commissione europea di avviare una procedura d'infrazione contro la Repubblica federale tedesca, per violazione del diritto comunitario sulla libera circolazione delle persone.

La denuncia riguarda, in particolare, le nuove norme approvate dal Parlamento federale a fine 2014, che modificano la legislazione generale in materia di libera circolazione dei cittadini dell'Unione.

Il testo della petizione è disponibile on-line nelle seguenti lingue: tedesco, inglese, francese, rumeno, spagnolo e bulgaro.

Qui sotto, e nel documento qui allegato, la versione in lingua italiana, a cura dell’Osservatorio Inca Cgil per le politiche sociali in Europa.

 

Procedura d’infrazione contro la Germania!

Firma qui!

Per la libera circolazione delle persone – Per un'Europa dei cittadini!

La Germania viola il diritto dell'Unione europea! La Commissione deve intervenire!

La libera circolazione all'interno dell'Unione europea è una delle più importanti conquiste dell'unificazione europea e uno dei vantaggi più visibili per i suoi cittadini, donne e uomini. Anche se questo principio è ampiamente noto e riconosciuto in Germania, il Parlamento tedesco ha adottato una legge che modifica la legislazione generale in materia di libera circolazione dei cittadini dell'Unione, una legge ispirata dalla sfiducia e dalla chiusura mentale. Le restrizioni alla libera circolazione delle persone che questa legge introduce nel diritto tedesco sono devastanti e ostili alla libertà.

Vietare l’ingresso nel territorio tedesco a cittadini dell’UE che hanno effettuato dichiarazioni false per poter giustificare il loro diritto alla libera circolazione costituisce una violazione dell'articolo 15 della direttiva sulla libera circolazione. Secondo il diritto europeo, uno Stato membro può vietare l’ingresso soltanto per motivi di ordine pubblico, di pubblica sicurezza o di sanità pubblica. Ossia soltanto quando un interesse fondamentale della società sia oggetto di una minaccia reale e sufficientemente grave. Persino una condanna penale non, è secondo il diritto UE, un motivo sufficiente per vietare l’ingresso a un cittadino, tanto meno aver mal compilato un modulo dell'Agenzia federale per il lavoro! Certo, in alcuni casi tali atti possono costituire una frode nei confronti del diritto alla libera circolazione, ma certamente non una minaccia per gli interessi fondamentali della società.

Il 16 gennaio 2014, il Parlamento europeo ha invitato gli Stati membri a non adottare misure che possano limitare la libertà di circolazione dei cittadini e delle cittadine dell'Unione. È inaccettabile che la maggioranza di governo in Germania non abbia ascoltato questo appello.

Una politica di restrizioni non è una risposta ragionevole alle sfide poste dalla libertà di circolazione delle persone. Al contrario, per realizzare un’Unione sempre più stretta tra tutti i popoli d'Europa, è necessario gestire e organizzare la libertà di movimento in modo costruttivo e lungimirante. All'interno dell'Unione europea, occorre sviluppare una protezione contro le discriminazioni, accelerare il riconoscimento delle qualifiche professionali, favorire l'acquisizione di competenze linguistiche e, a medio termine, creare degli standard minimi di protezione sociale.

Per questo chiediamo alla Commissione europea di avviare una procedura di infrazione contro la Repubblica federale tedesca, affinché siano rimossi gli elementi delle nuove norme che contrastano con il diritto comunitario, se necessario facendo ricorso alla Corte di giustizia dell'Unione europea! (Osservatorio Inca)

 

 

 

 

Germania. Qualità fa rima con successo

 

BERLINO - «Pizza e pastasciutta? Ormai non ci identificano più, sono piatti che puoi trovare ovunque preparati da turchi, egiziani e tedeschi. Se con cibo italiano intendiamo gastronomia d’eccellenza, allora non basta saper preparare una carbonara o un ragù, che qui poi chiamano alla bolognese. I tempi degli emigrati italiani che si improvvisavano cuochi è finito».

A parlare è Salvo Matranga, 35 anni, rappresentante di vini in Germania per un’azienda italiana, «solo nell’ultimo anno sono stati inaugurati un centinaio tra bar e ristoranti italiani a Berlino, per un totale di quasi 3 mila esercizi. Non tutti sono davvero gestiti da nostri connazionali, ma ormai è certo che per vincere la concorrenza c’è solo una soluzione: offrire qualità e originalità». È questa una delle ragioni che ha spinto Federico Testa, 32 anni, fotografo e musicista cresciuto però tra i sapori della trattoria del papà a Bologna, ad aprire, assieme all’amico Francesco Righi, un ristorante legato alla tradizione emiliana. Si chiama Bosco e vi si mangiano tagliolini, guancialino di vitello, quaglie e tante altre delizie a cui il pubblico tedesco non era abituato: «Ma la nostra vera soddisfazione è riuscire ad attrarre gli italiani. Se piace a loro significa che è davvero buono». E i tedeschi? «Sono cambiati. Non critico quei ristoranti aperti negli anni Settanta che si sono adattati ai gusti della gente del posto, abbondando con la panna e sciogliendo di fatto la pasta nell’acqua, ma la nostra idea di locale è diversa: vogliamo ricreare qui ciò che ci manca di casa nostra».

Sulla stessa falsariga si muove il ravennate Mauro Paglialonga, 32 anni, titolare di Sala da Mangiare: «Sarà che sono anche un regista di brevi film in Super8, ma mi piace “l’artigianalità”. E così nel mio ristorante tutto è fatto in casa, dalla pasta all’uovo ai tavoli, questi ultimi vecchie ante di armadi che ho trasformato in piani d’appoggio per mangiare».

Flavio Fanelli, 36 anni di Manduria, un passato da musicista funky, ha puntato invece sui sapori pugliesi per La focacceria: «A poco a poco sto riuscendo ad attrarre anche tutti quei tedeschi che, soprattutto a pranzo, cercano alternative al currywurst e al kebab. La sera rimango chiuso e mi dedico a suonare la chitarra con i miei amici».

Si potrebbe andare avanti a lungo e non solo citando cucine regionali. Il Grillo parlante nella zona di Friedrichshain ha puntato su prodotti biologici e slow-food, il Fritto misto si è invece specializzato in panzerotti e arancini, mentre lo slogan del panificio Sironi è «il pane di Milano». Tutti lanciati da ragazzi e ragazze under 40 pronti a portare un pezzo della nostra cultura in Germania. A patto, però, che sia italiana al 100 per cento. (Andrea D’Addio - Il Messaggero di sant’Antonio, febbraio 2015 /Inform)

 

 

 

 

Il gruppo interparlamentare italo tedesco ospita il Presidente del Land Sassonia, Stanislaw Tillich

 

"Puntare sul capitale umano, investendo in formazione e nella specializzazione delle giovani generazioni, cosí da favorire innovazione e sviluppo. Questa è la chiave del successo del Land Sassonia, riuscita nel giro di appena 25 anni a trasformarsi da area depressa a motore di sviluppo per l´intera Germania. E questa, ne sono convinta, puó diventare la chiave di successo per il rilancio e la ripresa del nostro Mezzogiorno".

 

Lo ha detto Laura Garavini, Presidente dell’Intergruppo parlamentare di amicizia italo-tedesco, introducendo il convegno “Il successo dell´Est della Germania. Un esempio per il Mezzogiorno?”, al quale hanno partecipato in veste di relatori il Presidente del Land Sassonia, Stanislaw Tillich ed il Sottosegretario agli Affari Regionali, Gianclaudio Bressa.

 

"Il Land Sassonia è la Regione con il maggior Prodotto Interno Lordo tra tutti i Länder della ex DDR, anche grazie al fatto di essere riuscita da anni ad azzerare il suo debito pubblico. E ciò nonostante riesce a garantire un elevato ed efficiente uso della spesa pubblica al punto da risultare il Land con i migliori risultati scolastici e di formazione universitaria. Nel giro di soli tredici anni si è triplicato il numero di laureati in matematica, informatica e scienze tecnologiche. Inoltre la Sassonia risulta essere la regione con la spesa pro capite più elevata in ambito culturale" ha proseguito la Garavini, concludendo "Sono convinta che conoscere da vicino buone prassi, condividere riflessioni,   e problemi, conoscere ed individuare risposte, ci possa aiutare ad affrontare reciprocamente le difficili sfide del presente e del futuro e a raggiungere più velocemente, insieme, una vera e costruttiva integrazione europea". De.it.press 10

 

 

 

 

Monaco di Baviera. "Storie di sola andata. E ritorni". Vuoi raccontare la tua storia di emigrazione?

 

Monaco di Baviera. L'associazione "rinascita e.V." con sede a Monaco di Baviera (Germania) invita ad aderire a una raccolta di testimonianze. Vorremmo raccogliere le diverse esperienze di chi ha vissuto oltre frontiera, con la possibilità di pubblicarle nei prossimi numeri dell'allegato "cult" del nostro periodico "rinascita flash" oppure in un piccolo libro.

Puoi inviare il tuo testo in formato elettronico a: redazione.flash@rinascita.de

oppure in formato cartaceo all'indirizzo: rinascita e.V. c/o S. Cartacci, Hollandstr. 2, 80805 München

 

In conformità allo statuto di "rinascita e.V.", associazione no profit basata sul volontariato, i testi dovranno essere inviati a titolo gratuito, come a titolo gratuito verranno eventualmente pubblicati, senza remunerazione di alcuno e senza profitto da parte dell'associazione o della redazione.

Chi invia il testo manterrà totalmente i diritti d'autore.

Rinascita e.V., tel. 0049 (0)89 367584 - info@rinascita.de - www.rinascita.de

facebook: rinascita e.V. Monaco di Baviera (dip)

 

 

 

 

I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia

 

Radio Colonia aderisce con la Comunità Radiotelevisiva italofona alla grande campagna per il risparmio energetico lanciata da Caterpillar - Radio 2 #milluminodimeno.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/milluminodimeno100.html

 

Oggi, venerdì, spegniamo le luci in studio e usiamo solo illuminazione led.

E voi: come risparmiate energia nel quotidiano? Scriveteci: funkhauseuropa@wdr.de.

 

La lunga notte di Minsk (12.02.15) - Cessate il fuoco a partire da domenica e ritiro delle armi pesanti sono i punti principali di un accordo che è solo l'inizio precario di un processo di normalizzazione dell'Ucraina.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/minsk120.html

 

Schettino condannato (12.02.15)

Dopo 8 ore di camera di consiglio il tribunale di Grosseto ha condannato l’ex comandante della Costa Concordia a 16 anni di reclusione.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/schettino104.html

 

Un Sanremo formato famiglia (12.02.15)

Boom di ascolti anche per la seconda serata. Soddisfatto Carlo Conti che sottolinea: "questo è un festival pensato per la famiglia".

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/quelli_sul_palco/sanremo112.html

 

Anonymous contro Isis (11.02.15)

Account Twitter cancellati, siti web messi offline, così la galassia di hacker Anonymous cerca di mettere fuori gioco la propaganda jihadista su Internet.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/anonymus100.html

 

Scatto matto (11.02.15) - Hanno in comune la passione per la fotografia. E il piacere di condividerle in rete. Sono gli Igers, gli utenti di Instagram, il social network delle foto, che ha ormai scavalcato Twitter per numero di utenze.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/in_rete/instagram114.html

 

Professione medium (11.02.15)

Predire il futuro, spiegare il passato. È il “lavoro” di medium e sensitivi come Daniela, mestiere antichissimo che da sempre accompagna la storia dell'umanità.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/medium102.html

 

Trafficanti di uomini (10.02.15) - Mentre l'ultima tragedia del mare riaccende il dibattito su quanto poco faccia l'Europa per evitare la morte dei migranti, un libro svela chi si arricchisce col business dei clandestini.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/fluechtlinge784.html

 

Un surplus che giova a pochi (10.02.15)

La Germania ha esportazioni da record e importa troppo poco. Questo ha conseguenze negative sui Paesi europei in crisi.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/export104.html

 

Made of Italians (10.02.15) - In occasione di EXPO 2015, che aprirà i battenti il 1° maggio, è stato attivato un programma di iniziative per attirare e accogliere gli italiani che risiedono all'estero.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/expo114.html

 

Il Festival della canzone italiana (10.02.15)

Giunge alla sessantacinquesima edizione la rassegna canora più celebre d'Italia.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/terramia/sanremo108.html

 

La lista Falciani (09.02.15)

Swissleaks: il nuovo scandalo internazionale sui conti neri di personaggi del mondo dello spettacolo, dello sport e della moda. Molti anche i vip italiani.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/swissleaks100.html

 

L’inferno dei sampietrini (09.02.15) - La bellezza del lastricato romano mal si concilia con le esigenze di una metropoli. Ma a Roma sono un'istituzione.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/sanpietrini100.html

 

#stoconchimunge (06.02.15) - Tutti in piazza per salvare il latte "Made in Italy". Si è tenuta oggi la più grande operazione di mungitura pubblica, in vista dell'addio al trentennale regime delle quote latte.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/milchindustrie100.html

 

Ultima chance (06.02.15) - Merkel e Hollande in viaggio diplomatico a Kiev e Mosca per cercare di far tacere le armi nell'Est dell'Ucraina.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/ukraine954.html

 

Veniamoci incontro (06.02.15) - Dimenarsi nella giungla berlinese, ma contando su un aiuto professionale. Il gruppo di autoaiuto per italiane.

www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/little_italy/selbsthilfegruppe110.html

 

Eventi, incontri, spettacoli. In onda ogni lunedì e venerdì fra le 19 e le 20

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalenderfreitag100.html

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalendermontag100.html   RC/De.it.press

 

 

 

 

 

A Mettman (zona Colonia) una serata di cultura e arte italiana promossa dal Maie Europa

 

Mettman –  “Il MAIE si presenta alle elezioni e ha parlamentari, ma è molto di più di un partito politico: è il movimento popolare degli italiani all’estero”. È quanto sottolinea il Coordinamento europeo del Movimento, presieduto da Gian Luigi Ferretti, annunciando gli appuntamenti dello scorso fine settimana in Germania

Il Movimento Associativo Italiani all’Estero (Maie) ha organizzato un evento culturale e partecipato ad un evento sportivo. Sabato 14 febbraio ha festeggiato a Mettman presso l’AWO San Valentino con una serata di cultura e arte italiana.

L’incontro è stato caratterizzato dal vernissage di una mostra di pittura mediterranea dell’artista Fernanda Fersini e dall’esibizione di Luigi Carini con musica di carattere internazionale e partenopea. Ospiti della serata: Anna Mastrogiacomo, vice coordinatrice Maie Europa, Luciana Martena, presidente del Consiglio di Integrazione Mettmann e Gino Pacifico, membro Comites Colonia nonché scrittore e poeta che ha declamato sue poesie. Sempre il 14 febbraio il coordinatore del Baden Württemberg, Giuseppe Giosuè, ed il vice coordinatore di Stoccarda, Walter Chiappetta, hanno presenziato al torneo di calcio a Schorndorf al quale ha partecipato la squadra del Maie formata da giovani italiani. dip

 

 

 

 

Bando per l’assunzione di due impiegati al Consolato di Monaco di Baviera. Domande entro il 24 febbraio

 

Monaco di Baviera – Il Consolato generale di Monaco di Baviera assume due assistenti amministrativi nel settore consolare a tempo indeterminato.

Tra i requisiti generali per l’ammissione il diploma di istruzione secondaria di primo grado o equivalente (terza media) e la residenza in Germania da almeno due anni. Le domande, da compilarsi sul modello disponibile sul sito del Consolato, dovranno essere inviate presso la sede antri il 24 febbraio 2015. Le prove d’esame consistono in: una traduzione di un testo d’ufficio dall’italiano al tedesco, senza l’uso del dizionario; un colloquio in lingua italiana sulle attitudini dei candidati, l’integrazione nel contesto locale e la conoscenza delle attività svolte presso gli uffici consolari; un colloquio in lingua tedesca; una prova pratica sull’utilizzo del pc; una prova pratica sull’attività svolta dal Consolato. Alla valutazione concorrono anche i titoli aggiuntivi conseguiti oltre ai requisiti richiesti (titoli di studio ed esperienze lavorative precedenti attinenti a quelle da svolgersi). Per consultare il bando completo: www.consmonacodibaviera.esteri.it. dip

 

 

 

 

 

Omaggio di Monaco di Baviera alla laguna di Venezia

 

Monaco di Baviera - Una mostra ed insieme la proiezione del film "Lagunalonga" di Francesco Calzolaio e Davide Trapani (2014): è il doppio omaggio che mercoledì 18 febbraio, a partire dalle ore 19, l’Istituto Italiano di Cultura di Monaco renderà alla città di Venezia, insieme con Forum Italia, Venti di Cultura e Destination Venice.

La laguna di Venezia è la culla di una civiltà millenaria. Il documentario "Lagunalonga", che verrà presentato in versione originale con sottotitoli in inglese, racconta la sua grande bellezza, per chi ci vive e per chi vuole scoprire la magia di questo straordinario ecosistema, nelle immagini girate da barche storiche e dall'elicottero e nelle parole appassionate di trentadue testimoni, siano essi pescatori e storici, amministratori ed artigiani.

Esiste una rete diffusa e quasi sconosciuta delle vestigia dell'antica civiltà lagunare, musei della cultura materiale, paesaggi incontaminati, mestieri della tradizione, prodotti enogastronomici, archeologie sommerse, militari e industriali. I nodi di questa rete sono interconnessi dall'itinerario turistico-culturale della Lagunalonga.

Il documentario li descrive e valorizza in un'esperienza di visita lenta lunga alcuni giorni, e tutta la laguna. (aise)

 

 

 

 

Lo scrittore Fabio Geda ha presentato ad Amburgo il suo ultimo romanzo "Se la vita che salvi è la tua"

 

Amburgo - Lo scrittore italiano Fabio Geda ha presentato all'Istituto Italiano di Cultura di Amburgo il suo ultimo romanzo, “Se la vita che salvi è la tua”, in cui il protagonista, in crisi lavorativa e familiare, decide di rompere tutti i legami e ricominciare a New York da clandestino. Nel corso della sua visita in Germania, lo scrittore italiano ha anche tenuto un seminario dedicato alla narratologia dal titolo “Le responsabilità dello scrittore” sia all'Istituto che presso il Romanisches Seminar dell'Università di Kiel. Citando scrittori come Flannery O'Connor, Raymond Carver e Italo Calvino, Geda ha svolto una lezione sulla tecnica della scrittura creativa, parlando di revisione, esattezza, stimolo del lettore, empatia.

Nel concludere la lezione, ha sottolineato che sulla base imprescindibile del talento che non si può insegnare, si innesca la tecnica, che può essere insegnata e allenata. Geda, con un passato come educatore nei servizi sociali, ha fatto il suo esordio sulla scena letterale nel 2007 con “Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani”, selezionato per il Premio Strega e tradotto in Germania, Francia e Romania. L'anno successivo pubblica “L'esatta sequenza dei gesti”, vincitore del Premio Grinzane Cavour e nel 2010 “Nel mare ci sono i coccodrilli”, tradotto in 32 Paesi. Nel 2012 pubblica con Einaudi “L'estate alla fine del secolo”, tradotto in lingua tedesca l'anno successivo.  (Inform 13)

 

 

 

 

Il primo Fellini protagonista martedì 24 febbraio all'IIC di Colonia con "I vitelloni".

 

Colonia - Il primo Fellini protagonista martedì 24 febbraio, alle ore 19.00, all'Istituto Italiano di Cultura di Colonia con la proiezione de "I vitelloni".

Uscito nelle sale nel 1953 ed interpretato da Alberto Sordi, Franco Interlenghi, Riccardo Fellini e Lida Baarova, "I vitelloni" racconta la vita monotona di alcuni scapoli trentenni che rincorrono i loro sogni in una città di mare della provincia italiana.

"I vitelloni" ottenne il Leone d’argento al Festival del Cinema di Venezia. Un successo "inatteso" per Fellini e che, disse lo stesso regista, "mi ha permesso tutto ciò che è venuto dopo".

Variandone la trama, in Germania occidentale, questo film di due ore e mezza fu presentato in una versione sottotitolata e abbreviata a 102 minuti; nel 1960 uscì poi una versione sincronizzata leggermente più lunga in cui mancavano sempre alcune scene fondamentali.

Il 24 febbraio sarà presentata, per la prima volta, la versione originale integrale. L’evento è organizzato in collaborazione con il Filmclub Akasava e sarà ad ingresso gratuito. (aise)

 

 

 

 

 

Berlino, Orso d’oro a «Taxi», argento a Charlotte Rampling

 

Il regista iraniano Jafar Panahi ha vinto l’Orso d’oro come miglior film al 65esimo festival internazionale. Ma lo ha ritirato una nipote, lui è agli arresti domiciliari

 

L’Orso d’oro per il miglior film è andato a Taxi del regista iraniano critico del regime, Jafar Panahi, costretto agli arresti domiciliari. Il premio è stato ritirato da membri della sua famiglia, autorizzati partire. L’Orso d’argento per il premio speciale della giuria se l’è aggiudicato El Club del cileno Pablo Larrain. L’ argento per la migliore attrice è andato all’inglese Charlotte Rampling per la sua interpretazione nel film di Andrew Haigh, 45 anni. L’Orso d’argento per il migliore attore al coprotagonista Tom Courtenay. Il premio Alfred Bauer per il migliore film è andato alla pellicola del Guatemala Ixcanul di Jayro Bustamante. Era la prima volta che un film del Guatemala concorreva a Berlino. Argento per la migliore regia al romeno Radu Jude per il film Aferim e, ex aequo, alla polacca Malgorzata Szumowska per il film Body.

Il film vincente

In Taxi , film che trionfa conquistando l’Orso d’oro al Festival di Berlino, Panahi racconta il suo Paese attraverso una cinepresa piazzata - appunto - dentro un taxi. Una sorta di Decamerone iraniano, in cui i passeggeri fanno teatro. Un caravanserraglio di persone semplici e dall’animo buono, accolte da Panahi sempre con un sorriso dolcissimo. Taxi è il terzo film che Panahi realizza di nascosto dalle autorità iraniane, dopo che gli era stato impedito di fare film nel 2010. Era già successo per This is Not a Film, uscito dall’Iran su una chiavetta USB nascosta in un dolce, e poi per Closed Curtain che racconta di due persone in fuga in una casa sul Mar Caspio. In una dichiarazione a Celluloid il regista aveva spiegato perché si sottrae sempre al divieto di creare imposto dal governo iraniano: «Sono un regista. No so fare altro che film. Il cinema è il mio modo di esprimermi e lo stesso significato della mia vita». E ancora: «Il cinema è un’arte che occupa tutto me stesso. Questa è la ragione perché continuo a fare film tra mille avversità. È perché solo così mi sento vivo». CdS 15

 

 

 

 

Riunito il Comitato per le questioni degli italiani all’estero

 

Il presidente Claudio Micheloni ha illustrato gli esiti della missione a Zurigo e il programma del prossimo viaggio in America Latina che toccherà Buenos Aires, San Paolo e Caracas

 

ROMA – La seduta di ieri del Comitato del Senato per le questioni degli italiani all’estero è stata aperta dal presidente Cluadio Micheloni che ha informato i senatori sugli esiti della missione svolta a Zurigo domenica 8 e lunedì 9 febbraio da una delegazione di senatori del Comitato e della Commissione Istruzione, nell’ambito delle indagini conoscitive sui patronati e sulla diffusione della lingua e della cultura italiana all’estero. Della  delegazione hanno fatto parte,oltre al presidente Micheloni, il vice presidente Mario Dalla Tor  e i senatori Maria Mussini (Misto - Movimento X) e Michela Montevecchi (M5S). Micheloni ha reso noto come nella giornata di domenica si siano svolti, presso la Casa d’Italia di Zurigo, gli incontri con il Comitato difesa famiglie e con alcuni connazionali  vittime di una truffa di cui è accusato un dirigente dell’Inca di Zurigo. In questo contesto hanno avuto luogo anche colloqui con i coordinatori degli Enti gestori dei corsi di lingua e cultura per gli italiani all’estero, con i rappresentanti dei Comites di Zurigo e con i consiglieri del Cgie della Svizzera. In località San Gallo la delegazione ha inoltre incontrato gli esponenti dei Comites di San Gallo e di Coira. In questo contesto si è parlato dei disagi derivanti dalla riorganizzazione delle rete diplomatico-consolare. Lunedì 9 febbraio la delegazione ha invece incontrato i dirigenti del liceo artistico italo-svizzero di Zurigo e, presso il Consolato, gli esponenti delle scuole italiane di Zurigo. Hanno fatto seguito gli incontri con esponenti dell’Istituto italiano di cultura, dell’ufficio Ice di Zurigo e delle associazioni di patronato aderenti alle Acli, all’Inas e all’Ital. La missione si è conclusa con una visita presso la locale Camera di commercio di Zurigo.

Dopo aver auspicato che la vicenda della truffa ai danni dei pensionati italiani di Zurigo possa concludersi con un accordo volto al risarcimento delle vittime, Micheloni ha illustrato il programma della missione in America Latina, che porterà la delegazione del Comitato a Buenos Aires, San Paolo e infine Caracas, ed ha evidenziato un incontro con la collettività in Venezuela in relazione alla difficile realtà politica del paese. Micheloni si è poi soffermato sul disegno di legge sulla cittadinanza, all’esame della Commissione affari costituzionali e in attesa del parere della Commissione bilancio per gli oneri ad esso connessi. Su questo punto il presidente ha segnalato la particolare situazione dell’Argentina dove, rispetto ad una popolazione di 900.000 cittadini italiani residenti, solamente il 12% risulta essere nato in Italia. Per quanto riguarda invece l’indagine conoscitiva sui patronati Micheloni ha proposto di riprendere le audizioni al rientro della missione in America latina dove sarà possibile trarre elementi utili al proseguimento dell’indagine. Infine, sulla possibilità che da parte del Governo venga presentato in tempi stretti un provvedimento sulla diffusione della lingua e cultura italiana all’estero, Micheloni ha auspicato un momento di riflessione da parte dell’Esecutivo in attesa che venga conclusa l’indagine conoscitiva sulla materia avviata con la Commissione Istruzione.  

Ha poi preso la  parola la senatrice Maria Mussini (Misto – Mov X) che si è detta d’accordo con la posizione espressa dal presidente Micheloni su l’eventuale presentazione di un disegno di legge governativo di riforma della diffusione della lingua e della cultura italiana all’estero. Per quanto poi riguarda la missione a Zurigo la Mussini ha rilevato come gli obiettivi  della “spending review” riguardo alla riduzione del contingente degli insegnanti di ruolo all’estero siano stati raggiunti in tempi più brevi di quanto previsto, determinando conseguenze negative sui corsi e sulla qualità della didattica. Secondo la Mussini nel caso della Svizzera questi disagi hanno colpito non solo le scuole italiane ma anche le scuole straniere con cui l’Italia lavora in convenzione. Ha seguire il senatore Mario Dalla Tor (AP) è tornato sulla vicenda del patronato Inca di Zurigo sottolineando come dall’incontro con il Comitato difesa famiglie sia emersa l’esigenza di individuare strumenti che impediscano il ripetersi di tali fatti. Al riguardo Dalla Tor, che auspica una transazione volta al risarcimento delle vittime,  ipotizza la costituzione di un fondo speciale a carico dei patronati che possa essere messo a salvaguardia degli iscritti in caso di dolo accertato. Dal vice presidente del Comitato è stata poi segnalata l’esigenza, sia di procedere all’attuazione della riorganizzazione della rete diplomatico-consolare attraverso una certa flessibilità, prevedendo ad esempio una maggiore assiduità e frequenza nelle presenze del funzionario itinerante, sia di una razionalizzazione del sistema di diffusione della lingua e della cultura italiana all’estero. Dal canto suo senatore Claudio Zin (Maie) si è soffermato sulle problematiche connesse al diritto di cittadinanza e alle disposizioni relative al riacquisto della cittadinanza per i nativi italiani, al momento valutate discrezionalmente dai consolati. Il vice presidente del Comitato ha anche evidenziato come al momento non vi siano ancora soluzioni giuridiche volte a superare il problema della “pesificazione”, ovvero il cambio da euro in pesos delle somme che l’Italia invia al Governo argentino per il pagamento delle pensioni agli italiani. Una procedura che contrae il potere di acquisto dei nostri pensionati in Argentina. Della necessità di fare sistema e di evitare la frammentazione degli interventi nella diffusione all’estero della lingua italiana ha parlato anche la senatrice del Movimento 5 Stelle Michela Montevecchi che ha sottolineto l’inutilità dei ‘finanziamenti a piaggia’ sia in Italia che all’estero. Interventi non mirati che, per la senatrice, non contribuiscono alla razionalizzazione e all’individuazione di un metodo comune che da fuori possa contribuire ad incrementare anche il turismo nel nostro paese. Rilevato infine dalla Montevecchi il rischio che la frammentazione  e la discontinuità didattica possano incidere negativamente anche sulla qualità dell’offerta d’istruzione. (Inform 13)

 

 

 

 

 

Interventi. "IGNOBEL" della vergogna all'UE. Un tentativo di comprendere la crisi  ucraina

 

Siamo tutti ridotti a spettatori coatti di un dramma che a volte assume i 

contorni della Commedia dell'Arte, ma si tratta soltanto di intermezzi di 

una sanguinosa tragedia greca o shakespeariana. Possiamo fare ipotesi coi 

dati che riusciamo a raccogliere, ma il disegno complessivo si sfugge. Non 

soltanto a noi, ma temo non sia chiaro nemmeno ai registi del dramma.

La questione ucraina come si presenta al momento attuale può risolversi 

con qualche altra decina di migliaia di morti o degenerare in una guerra 

come quella del Vietnam. Chiaramente l'intervento USA fa parte di una 

strategia da lungo pianificata, credo iniziata immediatamente con la 

caduta del Muro di Berlino e la riunificazione della Germania. Da qual 

momento in poi i profittatori del militarismo USA hanno fiutato la 

possibilità di smantellare la Federazione Russa per poterne fare una serie 

di vassalli con governi "Quisling" ed impadronirsi delle enormi risorse 

naturali siberiane. In un primo tempo sembrava che la manovra potesse 

riuscire con il solo impegno degli oligarchi (Chodorkovsky e soci), che 

avevano iniziato a svendere negli USA le grandi imprese di estrazione 

delle materie prime di cui si erano impadroniti nel periodo di enorme 

confusione e assenza di legalità dell’epoca Jeltsin, l’ubriacone sul quale 

erano riposte le speranze e gli appetiti dell’Occidente.

Il disfacimento dell'ex-Juogoslavia era stata la prova generale del futuro 

intervento contro la Federazione Russa ed avendo funzionato egregiamente 

(i morti erano quasi tutti locali, quindi per gli USA senza costi umani 

(questi li aveva sopportati unicamente la sventurata ex Jugoslavia) e 

anche quelli economici erano ricaduti in gran parte l'Europa (profughi, 

aiuti per la ricostruzione). Alla fine gli USA con lo smembramento del 

Kosovo, divenuta grande base militare USA, si erano posizionati 

strategicamente per le imprese future. La manovra irachena invece non 

aveva funzionato, soprattutto per la colossale ignoranza della situazione 

locale degli irresponsabili intorno al presidente burattino Bush Jr. Il 

controllo dell’Irak doveva servire a garantire una base stabile in 

quell'area per il successivo attacco all'Iran, ora invece gli USA devono 

addirittura sperare in un aiuto iraniano per tirarsi fuori dal pantano che 

imbecillemente hanno creato in tutta l’area. E quindi è scattata la 

seconda fase, che credo non fosse ancora prevista ora, ma si è resa 

necessaria per fermare il processo di modernizzazione e crescita economica 

della Federazione Russa. Il decennio di Putin- Medvedev-Putin ha infatti 

ricollocato la Russia in posizione forte economicamente e in grado di 

funzionare anche militarmente (in termini di forza convenzionale, quella 

atomica non è mai stata messa in discussione), quindi la strategia 

utilizzata per l'ex Jugoslavia rischiava di non poter più essere 

utilizzata per smantellare la Federazione Russa.

Di qui l'ansia e gli ingenti investimenti USA (5 miliardi di dollari) per 

creare la famosa "dissidenza democratica" a Kiev cioè per finanziare i 

fascisti-neonazisti ex collaboratori hitleriani e creare un governo 

Quisling (quello di Poroshenko che è infatti se non il peggio 

dell'orrore?) completamente al servizio del militarismo USA. I costi sono 

stati scaricati sull'Europa e le sanzioni economiche danneggiando sia UE 

che Russia sono il pendent economico dell'attacco militare.

Militarmente la situazione è difficile da interpretare, ma un aspetto è 

indiscutibile: i generali russi stanno agendo con prudenza.

Gli USA avevano con ogni evidenza speculato con un'invasione diretta 

dell'esercito russo, era la carta giocata dal governo russo con 

l’autorizzazione chiesta al Parlamento per poter intervenire militarmente 

in Ucraina in difesa degli interessi della popolazione russofona. La mossa 

era credibile, ma era unicamente un diversivo,  per facilitare la 

riunificazione della Crimea con la madrepatria. In Occidente in mancanza 

di argomenti validi i pecoroni di tutti i governi occidentali si sono 

stracciate le vesti gridando alla violazione del diritto internazionale, 

facendo eco al diktat degli USA che invece il diritto internazionale lo 

violano bombardando ed invadendo a piacimento senza nemmeno sforzarsi di 

trovare una giustificazione credibile (o mentendo spudoratamente). Con 

enorme smacco dei militaristi USA e NATO la riunificazione della Crimea è 

avvenuta in modo incruento e per quanto lo hanno permesso le circostanze, 

anche democraticamente (si possono fare le pulci ai dettagli, ma di fatto 

la popolazione voleva ritornare con la madrepatria russa, con cui era 

stata per secoli unita). Che lo schieramento ai confini delle forze 

necessarie ad invadere e conquistare l’intera Ucraina fossero una finta lo 

si è visto immediatamente dopo la riunificazione con la Crimea: Putin ha 

chiesto al Parlamento di cancellare l’autorizzazione ad usare l’esercito 

in Ucraina. L’irritazione degli USA è stata enorme, a giudicare 

dall’incessante campagna mediatica intesa a demonizzare sia Putin che la 

Russia, e dalla campagna di guerra economica (sanzioni) e militare 

(aizzando i Quisling installati a Kiev ad inviare truppe per massacrare i 

cittadini dissidenti.

Era chiarissimo il tentativo di provocare così un’invasione russa 

(l’episodio dei 50 dissidenti bruciati vivi dai nazifascisti ad Odessa 

aveva avuto un’eco enorme in Russia, se allora Putin avesse inviato 

l’esercito in Ucraina avrebbe avuto tutto l’appoggio della popolazione).

Ma anch ein questa occasione e nelle successive occasioni 

intelligentemente i generali russi non hanno accettato le provocazioni.

Ci sono almeno due motivi per spiegare questa riluttanza.

Primo: economicamente l' Ucraina non vale purtroppo un fico secco (e 

dunque il patto di adesione all'UE era una finzione, tanto che è stato 

messo alla chetichella in quarantena per i prossimi anni), e militarmente 

i territori del Doinbass  cui agiscono i dissidenti non sono essenziali 

alla sicurezza russa, dunque i generali russi non hanno interesse vitale a 

controllare questa zona..

Secondo: in gioco resta unicamente l’ingresso della NATO in Ucraina. E 

questo è il vero grosso problema. Che la NATO sia arrivata ai confini 

russi dal lato baltico è sí una provocazione vergognosa per l’ UE che l’ 

ha consentita contro ogni diversa promessa, ma non costituisce   un grave 

pericolo per l’Armata Rossa (chiaramente ai generali russi basterá puntare 

i missili sulle installazioni NATO degli incoscienti Lettoni, Lituani ed 

Estoni e queste perderanno ogni significato).

Diverso il caso dell’Ucraina,per estensione e popolazione: se anche lí è 

possibile neutralizzare le basi NATO, c’ è però il Mar Nero con la flotta 

USA sempre pronta ad intervenire (già era entrata in quelle acque con la 

speranza di ottenere dal governo Quisling di Keiv le basi in Crimea, il 

goloso boccone è sfuggito e grande è stata l’ira dei generali USA).

Il conflitto nel Donbass non è assolutamente risolvibile militarmente da 

parte dell’esercito di Kiev, poiché più la guerra diviene cruenta e 

aumentano le vittime, più i cittadini ucraini delle regioni ancora 

controllate da questo governo Quisling tenderanno a ribellarsi, stanchi di 

dissanguarsi in una guerra assurda importata dall’Occidente (ai cittadini 

delle regioni occidentali le aree orientali russofone non hanno mai 

interessato gran che, tanto che tutti i governi corrotti succedutisi dalla 

fine dell’Unione Sovietica in poi le hanno trascurate, compreso l’ultimo 

presidente eltto democraticamente che aveva sí il sostegno nel Donbass, 

ma  soltanto perché gli altri candidati erano peggio di lui. Dunque una 

guerra che si protraesse per anni e con un crescente numero di vittime e 

senza “successo” militare potrebbe condurre ad una rivoluzione, il governo 

di Kiev farebbe la stessa meritatissima fine dei Romanov nel 1917.

Questo  spiega l’ansia di USA e NATO nel fornire armi per giungere presto 

ad una soluzione militare, un’illusione ed un’incredibile faciloneria che 

ricorda l’errore commesso in Vietnam. La pazienza dei generali russi con 

ogni evidenza non è dettata da paura ma fa parte appunto del calcolo 

precedente: perché sprecare uomini e forze quando è sufficientemente 

attendere che il governo di Kiev si autoaffondi alienandosi i cittadini 

con questa guerra impossibile da vincere militarmente?  Dunque se 

necessario l’invasione da parte delle forze russe avverrà, ma soltanto 

quando sarà chiaro che esse verranno accolte come forze di liberazione. 

Fino ad allora sono più che sufficienti i dissidenti ed i volontari, che 

certo ci sono (come d’altra parte ci sono documentatamene stranieri – 

inglesi ed altri – al seguito delle milizie neoazifasciste che 

spalleggiano – sparando sui disertori – l’esercito di Kiev).

Resta certo il problema dei cittadini russofoni in queste regioni ucraine, 

ai quali il nuovo governo die Kiev come prima misura aveva addirittura 

proibito la lingua madre ed imposto l'uso dell'ucraino. Costoro dei 

fascisti di Kiev non ne vogliono sapere e poiché in Russia i cittadini con 

parenti o genitori ucraini sono milioni, per ragioni umane e patriotiche 

Putin non poteva abbandonarli in pasto ai nazifascisti. Ecco perché le 

operazioni vanno avanti a rilento, ma con sicurezza: quando per un breve 

periodo l'esercito di Kiev sembrava prendesse il sopravvento qualcuno ha 

provveduto e le forze die Kiev sono state ributtate al di là della linea 

dell' armistizio. Sono convinto che in qualunque momento se i generali 

russi lo ritenessero necessario le forze dei dissidenti riceverebbero tali 

rinforzi ed appoggi da arrivare fino a Kiev.

Credo però che ci sia infine un'altra strategia in gioco: l'economia 

ucraina è alla fine, i cittadini che avevano creduto alla propaganda USA e 

UE stanno rendendosi conto di essere stati ingannati, invece del benessere 

hanno solo ottenuto guerra e miseria, e le famiglie ora devono mandare i 

loro figli a morire per far piacere agli USA. Le migliaia di disertori - 

tutti in fuga ... in Russia parlano un linguaggio eloquente. Dunque non è 

escluso che lentamente si formi un'opposizione che rovesci il governo 

Quisling di Kiev e in Ucraina ritorni la pace - con un governo federale 

indipendente da USA e da Russia e grandi autonomie per tutte le regioni. 

Ma certo questa soluzione è una spina nell'occhio alle belve assetate di 

sangue a Washington, ed ai loro vassalli-vampiri NATO. Quindi se anche si 

arriverà un giorno ad una pace, temo che sarà molto peggio di quanto 

abbiamo visto in Jugoslavia, e non è sclusa nemmeno l'ipotesi di un 

confronto diretto USA-Russia sul modello Vietnam 2.0., cioé con armi USA, 

soldati NATO, e volontari russi. Che poi sarebbe facile dimostrare che 

sono ucraini: coi soli cittadini di ascendenza ucraina (padre o madre) in 

Russia si potrebbe formare un corpo d'armata in grado di liquidare 

l'esercito di Kiev (che molto probabilmente si dissolverebbe come quello 

iracheno, le diserzioni lo provano).

Il futuro resta dunque pieno di incognite: l’unica certezza è il ruolo 

criminale e vergognoso per i secoli a venire giocato dall’Unione Europea, 

alla quale in vece del Nobel per la Pace doveva essere conferito l’  

IGNOBEL della vergogna per il servilismo sfacciato e volgare al diktat del 

militarismo USA. Giustamente come disse

una innominabile ambasciatrice di quel paese: “fuc… you, EU”.

Graziano Priotto (de.it.press)

 

 

 

 

Ucraina. Paolo Gentiloni: “Una regione autonoma nell'Est sul modello del nostro Sud Tirolo”

 

"Non riteniamo che la fornitura di armi all'Ucraina sia una buona idea. Speriamo nel successo del negoziato, per l'assetto delle regioni orientali potrebbe tornare utile il nostro modello del Sud Tirolo". Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni è a New York, e parla alla vigilia di una giornata cruciale su tre fronti: la crisi fra Mosca e Kiev, la Grecia e la Libia.

Se l'incontro di oggi a Minsk fallisse, il presidente Obama è pronto ad armare gli ucraini. Perché non è una buona idea?

«Rispettiamo le idee e le eventuali decisioni degli Stati Uniti, che sono il nostro alleato maggiore, ma l'escalation delle armi è quella che metterebbe meno in difficoltà Putin».

Quali sono gli scogli da superare nel negoziato?

«A Monaco ho incontrato vari colleghi dei Paesi coinvolti nel negoziato, tra cui il ministro russo Lavrov. In discussione sono in particolare il cessate il fuoco, il ritiro delle parti, la sorveglianza dei confini, lo status dell'Ucraina orientale, e l'amnistia. Da quando è stato firmato il primo accordo di Minsk la situazione è cambiata, perché i ribelli sono avanzati. Bisogna trovare un punto di equilibrio che non rifletta le conquiste fatte con la forza».

L'Italia cosa propone al negoziato?

«Il contesto è diverso, ma io ho parlato del nostro modello in Sud Tirolo. È possibile trovare una soluzione che rispetti la sovranità dell'Ucraina, preservi i suoi confini e rispetti i diritti delle minoranze, se Mosca ha la volontà politica di accettarla. Tutto ora dipende dalle decisioni della Russia».

Se non saranno positive scatteranno nuove sanzioni?

«Non lo voglio dire per scaramanzia, e anche per gli interessi dell'Italia, ma il terreno economico è quello più efficace per fare pressioni sulla Russia».

Sareste favorevoli all'ingresso dell'Ucraina nella Nato?

«Credo che sarebbe un errore. L'Italia partecipa alle operazioni di protezione dei Paesi baltici, ma per l'Ucraina l'obiettivo è avere una relazione in cui la Russia non rappresenti una minaccia per Kiev, e quindi l'adesione alla Nato non sia necessaria».

Obama vuole dal Congresso la nuova autorizzazione per combattere l'Isis: l'Italia è pronta ad un intervento militare più diretto?

«Siamo determinati a fare ciò che la coalizione vuole, e il Parlamento autorizza. La situazione può cambiare in base alle necessità, ma al momento il nostro contributo non prevede la partecipazione agli strike, e questa resta la nostra posizione».

Un italiano è stato arrestato a Mosul, voleva unirsi all'Isis: esiste una minaccia terroristica diretta contro il nostro Paese?

«Esiste, e si alimenta con contenuti simbolici e ideologici contro il cristianesimo: la bandiera nera di Daesh (Isis) sull'obelisco di piazza san Pietro, la conquista di Roma e Gerusalemme, le immagini più lugubri del terrorismo. I combattenti stranieri italiani sono meno di quelli di altri Paesi, ma la minaccia non è quantitativa, e il problema del reclutamento non riguarda solo Iraq, Siria e Libia, ma anche i Balcani. Seguiamo la vicenda dell'italiano e teniamo alta la guardia».

Siete disposti a negoziare con Assad per una soluzione?

«La strategia ha tre punti centrali: quello militare, che ha bloccato l'avanzata di Daesh, in attesa della eventuale campagna per riprendere Mosul; quello culturale, dove all'interno della comunità islamica è cominciata una battaglia a viso aperto contro il terrorismo, per esempio attraverso le posizioni prese dal re di Giordania e dal presidente egiziano; e quello politico. Su questo punto, in Iraq è necessario continuare il lavoro per un governo più inclusivo verso i sunniti e i curdi. In Siria appoggiamo l'iniziativa dell'Onu per congelare i combattimenti in zone come Aleppo, ma poi serve un negoziato con la struttura del regime, per un processo di transizione che elimini Assad e altre figure più cruciali, ma senza azzerare tutto».

L'Isis avanza anche in Libia: come si può fermare?

«Oggi l'inviato dell'Onu Leon dovrebbe tenere il primo incontro in Libia di quasi tutte le parti coinvolte nel conflitto, cioè oltre alla componente di Tobruk, in parte legittimata dalle elezioni, anche i misuratini e alcuni tripolini. Se questo processo di riconciliazione funzionerà, l'Italia è disponibile a partecipare al monitoraggio o al peacekeeping. Se fallirà, la minaccia terroristica, che finora è stata contenuta a Derna e alcune zone del sud, diventerà molto più grave, e dovremo preoccuparcene seriamente perché sarà a 3 o 4 ore di navigazione da noi».

Teme l'uscita della Grecia dall'euro?

«L'Europa non rischia il collasso, e penso che con la flessibilità di entrambe le parti si possa anche evitare la "Grexit"».

Per la vicenda dei marò abbiamo rinunciato all'arbitrato?

«La Corte Suprema indiana ha accolto le ultime richieste dell'Italia, e ora c'è un dialogo politico per trovare una soluzione accettabile per entrambe le parti». Paolo Mastrolilli LS 11

 

 

 

 

Lotta al Terrorismo. Più solidarietà per la sicurezza Ue

 

Che ruolo può e deve giocare l’Unione europea (Ue) nelle attività antiterrorismo? È ancora efficace il sistema di sicurezza comune? Sono queste alcune delle questioni tornate in auge dopo gli attacchi alla redazione di Charlie Hebdo.

 

La lotta al terrorismo rientra principalmente tra le competenze nazionali. Secondo i trattati, l’Ue non può incidere sulle responsabilità degli stati membri in materia di ordine pubblico e sicurezza, ma è destinata a sostenerne l’azione promuovendo uno standard di riferimento normativo unitario e misure di collaborazione in campo penale. Il terrorismo assume rilievo sia nell’ambito della politica estera e di sicurezza comune sia nella cooperazione giudiziaria e di polizia

 

Solidarietà comunitaria

“Disposizioni specifiche del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (artt. 67 ss.) mirano al ravvicinamento delle legislazioni nazionali attraverso ‘norme minime’ per la qualificazione dei reati e delle sanzioni. Al contempo dettano i criteri per il congelamento di beni e per la cooperazione penale. Le agenzie Europol ed Eurojust provvedono alla raccolta di informazioni e possono coordinare le attività giudiziarie e di polizia. Il terrorismo costituisce, infine, motivo di attivazione della “clausola di solidarietà”, per l’assistenza di altri Stati membri con propri mezzi a disposizione (art. 222).”

 

La materia è disciplinata anche da norme europee derivate, in particolare da regolamenti, direttive, decisioni e altre fonti subordinate.

 

Le banche dati europee, e soprattutto il “Sistema informativo Schengen”, offrono agli stati membri un numero elevatissimo di informazioni. Le reti ufficiali di collegamento e le squadre investigative congiunte agevolano lo scambio di dati e il raccordo giudiziario.

 

Sempre in materia di terrorismo è applicabile il “mandato di arresto europeo”. Comitati strategici e gruppi di lavoro del Consiglio affrontano periodicamente la materia sia dal punto di vista delle relazioni esterne, sia per le questioni di giustizia e affari interni.

 

Inoltre dal 2004 è operativo il Coordinatore antiterrorismo, al quale si deve la definizione di importanti documenti di analisi, raccomandazioni politiche e proposte a contenuto strategico.

 

Quanto alle numerose iniziative della Commissione europea, nella sua funzione di garante dei trattati, essa ha sempre posto il terrorismo come priorità, indicando le misure per il migliore utilizzo degli strumenti esistenti e avanzando proposte e azioni di raccordo con gli ordinamenti nazionali.

 

Sono particolarmente significativi al riguardo la “Strategia di sicurezza interna” 2010-2014 e le comunicazioni relative al prossimo programma 2015-2020.

 

La lotta al terrorismo beneficia, peraltro, di finanziamento europeo nell’ambito del fondo sulla sicurezza interna (ISF 2014-2020). Va, infine, considerato che dal 1° dicembre 2014 la Commissione europea e la Corte di giustizia esercitano le proprie funzioni anche per i settori di giustizia e affari interni, e questo renderà più agevole l’applicazione delle disposizioni europee.

 

Direttiva sul Pnr?

L’Ue ha certamente realizzato un meccanismo di cooperazione penale complesso e suscettibile di sviluppo in grado di offrire concrete e importanti possibilità di intervento per gli stati membri.

 

Anche la Presidenza italiana di turno che si è conclusa ha portato a termine una serie di dossier strategici, sostenendo tra l’altro soluzioni volte ad agevolare le informazioni sui foreign fighters e migliorare i rapporti tra forze di polizia e servizi di intelligence.

 

Tutte le iniziative devono confrontarsi con le diversità ancora esistenti tra gli ordinamenti nazionali e devono tener conto del bilanciamento tra la sicurezza e l’esercizio dei diritti umani, in particolare quelli di privacy e di circolazione delle persone.

 

Proprio su questi aspetti l’attività delle istituzioni europee negli ultimi anni è stata a volte frenata da divergenze di carattere politico, che non hanno consentito l’approvazione di atti voluti dai governi. È questo ad esempio il caso della proposta di direttiva sul Pnr (Passenger Name Records) per l’acquisizione di dati sui passeggeri alla prenotazione del viaggio.

 

Sicurezza Ue dopo l’attentato a Charlie Hebdo

Le situazioni di stallo, come quella appena richiamata, rischiano di minare l’efficienza del sistema europeo e non rendono giustizia per gli sforzi effettuati finora.

 

Dopo i fatti di Parigi, l’Europa è oggetto di rinnovate aspettative in materia di sicurezza. Il Consiglio Giustizia e affari interna (Gai), tenutosi informalmente a Riga il 29 e 30 gennaio, è stato principalmente dedicato al terrorismo.

 

Qualora l’Ue non fosse in grado di assicurare credibilità nei propri meccanismi decisionali e concreta funzionalità per gli strumenti a disposizione, finirebbe per lasciare l’iniziativa ai soli ordinamenti nazionali.

 

Al di là del giudizio sull’efficacia operativa di una scelta di questo genere, saremmo certamente di fronte a un risultato deludente per il futuro assetto dello spazio comune di libertà, sicurezza e giustizia.

 

Vincenzo Delicato, Direttore reggente del Servizio relazioni internazionali,

AffInt 8

 

 

 

 

Siria e Iraq: "Le parole non sono sufficienti per aiutare le persone"

 

 Il dibattito in plenaria al Parlamento Europeo

I deputati hanno condannato la violenza del cosiddetto Stato islamico e hanno chiesto maggiori risorse per aiutare le vittime. A causa dei continui conflitti, 12,2 milioni di siriani hanno bisogno di assistenza umanitaria dal gennaio 2015. Nel corso del dibattito sulla crisi umanitaria in Siria e in Iraq l'11 febbraio, i deputati hanno anche ricordato il pericolo di alcuni cittadini europei che si uniscono ai gruppi jihadisti richiedendo una maggiore cooperazione con gli altri paesi.

 

Elmar Brok (PPE), il presidente della commissione Affari esteri del Parlamento europeo, ha chiesto una coalizione più ampia contro lo Stato Islamico: "Qatar, Iran, Turchia, ognuno deve essere una parte di questa coalizione per porre fine a ciò che Daesh [un altro nome per designare lo Stato Islamico] sta facendo".

 

Victor Bo?tinaru (S&D) ha descritto la situazione nella regione come "una delle più gravi crisi umanitarie della storia contemporanea." Ha aggiunto: "Le parole da sole non sono sufficienti per aiutare le persone in questa regione. Dobbiamo contare sulla Commissione e la comunità internazionale, gli attori locali e regionali hanno un ruolo importante da svolgere".

 

Charles Tannock (ECR) ha chiesto un'azione più incisiva per i cittadini dell'Unione europea che aderiscono all'ISIS e agli altri gruppi jihadisti: "Dobbiamo coordinare la raccolta e la condivisione di informazioni".

 

Marietje Schaake (ALDE) ha sottolineato la mancanza di sostegno e di educazione per i giovani della regione. "Quando il rischio di una generazione perduta si trasforma in dura realtà? Non possiamo permettere che ciò accada", ha detto, chiedendo all'UE di aumentare i suoi sforzi e cooperare maggiormente con i partner in Medio Oriente.

 

Javier Couso Permuy (GUE) ha chiesto la fine del sostegno alle milizie e dell'acquisto di petrolio: "Dovremmo smettere di finanziare qualsiasi tipo di milizie e acquistare petrolio dai giacimenti controllati dallo Stato islamico".

 

Alyn Smith (Verdi) ha detto che "lo Stato islamico è tanto una conseguenza quanto una causa" dei problemi della regione. "L'UE ha le mani più pulite rispetto alla maggior parte degli Stati membri in questo e noi sosteniamo la [Commissione] nei suoi sforzi", ha detto.

 

James Carver (EFDD) ha criticato l'atteggiamento dei governi saudita e del Qatar rispetto all'ISIS: "A meno che i sauditi accettino il loro ruolo nel permettere la propagazione di questa ideologia fondamentalista, il problema potrà solo espandersi ulteriormente".

 

Marie-Christine Arnautu (Non iscritti) ha dichiarato: "Le relazioni diplomatiche con la Siria sono necessarie per stabilire una cooperazione umanitaria, ma anche per il rilancio della cooperazione con le forze siriane e per la lotta contro le cellule jihadiste che rappresentano una minaccia per la stabilità dei paesi europei". PE 12

 

 

 

 

 

Le nuove crisi. Ucraina, Grecia e Libia. Mai stati così insicuri

 

Puoi cercare quanto vuoi di evitarla ma prima o poi la politica ti troverà. E se non sarai pronto ad afferrarla ti travolgerà. È stata felice e fortunata la lunga epoca in cui l’Europa poteva evitare di occuparsi del principale aspetto della politica: il suo rapporto con la sicurezza (che poi riguarda, al dunque, la sopravvivenza fisica delle persone). Della politica in questo senso se ne occupavano altri: le due superpotenze durante la Guerra fredda e, per qualche lustro, nell’era unipolare, i soli Stati Uniti. Ora non è più così, ma gli europei sembrano ormai incapaci di pensare seriamente alla sicurezza.

Ucraina, Grecia, Libia: tre diverse crisi che hanno a che fare tutte (anche quella greca) con la sicurezza e rispetto alle quali gli affanni dell’Europa sono fino ad ora apparsi evidenti. I complimenti di tanti ad Angela Merkel per il piglio con cui ha condotto le trattative con Putin sono stati prematuri. Dallo Zar di tutte le Russie la Merkel ha ottenuto poco, solo una tregua resa fragile e precaria dal fatto che le posizioni delle parti sono tuttora antitetiche, non c’è stato, almeno fino ad oggi, neppure lo straccio di un compromesso. Putin non sembra avere rinunciato alla volontà di creare un corridoio che colleghi direttamente la Russia alla Crimea passando per i territori controllati dai filorussi. E dunque a che cosa mai si brinda quando si brinda?

Registriamo invece quanto sia stata debole, fin dall’inizio, la posizione negoziale dei franco-tedeschi. escludere a priori l’invio di armi a Kiev prima dei negoziati non ha giovato a tale posizione negoziale. Né hanno giovato altre dichiarazioni più o meno improvvide. Per esempio, l’affermazione della Merkel secondo cui la Russia è un «vicino di casa» e in quanto tale bisogna per forza accordarsi con essa, è sembrata, più che altro, una voce dal sen fuggita, di una persona cresciuta nella Ddr (la Germania comunista) e segnata psicologicamente da quell’esperienza. Che la Russia sia un vicino, infatti, è un’ovvietà geografica che nulla però dice su ciò che dovremmo fare. Anche l’Unione sovietica, infatti, era un «vicino di casa» ma non per questo entrammo nel Patto di Varsavia. Entrammo invece nella Nato, l’organizzazione che era nemica mortale del suddetto vicino. Sfortunatamente, dire, prima del negoziato, che la Russia è un vicino di casa con cui dobbiamo accordarci, è una dichiarazione preventiva di resa: fai ciò che vuoi, noi poi accetteremo il fatto compiuto (come è già accaduto con la Crimea).

Anche la negoziazione sul debito greco, contrariamente alle apparenze, ha molto a che fare con la sicurezza. Chi dice che bisogna usare criteri «politici» nel trattare con i greci dice il vero anche se intende qualcosa di diverso da ciò che qui si intende. In realtà, bisognerebbe mettere in gioco criteri geopolitici: la Grecia è politicamente un sodale della Russia e questa circostanza dovrebbe entrare a pieno titolo nelle valutazioni di chi tratta con i suoi governanti. Come gli uomini di Syriza hanno precisato subito, essi sono pronti a porre il veto se altre sanzioni contro la Russia venissero decise dall’Unione nel caso di un ulteriore aggravamento della crisi ucraina. Per non dire che hanno anche chiarito che voterebbero contro, facendo andare a picco l’accordo, se mai dovesse fare progressi il trattato Ttip (Transatlantic trade and investment partnership), per il libero commercio fra Stati Uniti ed Europa.

Ci sono ottime ragioni - a sentire le autorità di Bruxelles e anche diversi economisti - per trovare un compromesso e «tenere dentro» i greci. E se esistessero anche ottime ragioni per buttarli fuori (non solo dall’Euroclub ma anche dall’Unione)? Forse è meglio che la Grecia diventi apertamente un alleato della Russia (che, peraltro, al momento, avrebbe qualche difficoltà a soccorrerla, essendo essa stessa economicamente stremata) piuttosto che permetterle di giocare impunemente il ruolo di quinta colonna in seno all’Unione. Se fossero capaci di pensare politicamente, gli europei dovrebbero porsi questi interrogativi nelle sedi appropriate. Non c’è solo il fatto che se ad Atene viene concesso ciò che non è stato concesso a nessun altro, si prepara la fine certa dell’euro (nessuno si farà mai più imporre niente). Ci sono anche alcune robuste ragioni geopolitiche.

E veniamo al caso che, drammaticamente, ci riguarda più da vicino, la Libia. Va dato atto a Matteo Renzi di avere sollevato il tema per tempo, e con la consueta energia, nelle sedi europee e in altre. Fino ad oggi, però, a quanto sembra, senza grandi risultati, soprattutto a causa del disinteresse americano e dell’impoliticità dell’Europa. Adesso, le conquiste dello Stato islamico hanno reso il quadro ancora più cupo. Come dimostrano anche le minacce provenienti dal Califfato contro il ministro Gentiloni, il «crociato» reo di avere ribadito la disponibilità dell’Italia a guidare una missione militare internazionale per riportare la pace in territorio libico. Mentre l’Onu prende tempo e l’Europa, fino ad oggi inerte anche sulla vicenda libica, lascia intendere che l’Unione politica forse non esisterà mai, ci conviene restare realisticamente abbarbicati al poco che abbiamo e a ciò che siamo. Dovremmo, ad esempio, domandarci se riusciremmo a intercettare e a neutralizzare un eventuale missile proveniente dalla Libia. Dovremmo chiedere al ministro competente e ai vertici delle forze armate di spiegare agli italiani quali siano, al momento, le nostre possibilità di difesa. Angelo Panebianco CdS 15

 

 

 

 

 

Libia, scatta il piano per rimpatriare gli italiani. Partita una nave da Tripoli, chiusa l’ambasciata

 

A bordo in 150. Il ministro Gentiloni: «Al lavoro per combattere il terrorismo». Anche Berlusconi favorevole a un intervento militare con l’Onu: «Opzione da considerare»

 

Dopo giorni di allarmi e tensioni crescenti è scattato il piano della Farnesina per rimpatriare gli italiani che si trovavano in Libia. A mezzogiorno è partita da Tripoli una nave mercantile con a bordo 150 persone. Arriveranno ad Augusta, in Sicilia, per poi essere trasferite in altre destinazioni. L’ambasciata italiana è stata chiusa, tutte le attività sono state sospese a causa del peggioramento delle condizioni di sicurezza.  

 

«Il peggioramento della situazione (in Libia) richiede ora un impegno straordinario e una maggiore assunzione di responsabilità, secondo linee che il governo discuterà in Parlamento a partire dal prossimo giovedì 19 febbraio» ha spiegato il ministro degli esteri Paolo Gentiloni. «L’Italia promuove questo impegno politico straordinario ed è pronta a fare la sua parte in Libia nel quadro delle decisioni delle Nazioni Unite», conclude il capo della Farnesina. 

 

«L’Italia rimane al lavoro con la comunità internazionale per combattere il terrorismo e ricostruire uno stato unitario e inclusivo in Libia, sulla base del negoziato avviato dall’inviato speciale dell’Onu Leon, al quale continuerà a partecipare il nostro inviato speciale Ambasciatore Buccino» ha aggiunto. E a proposito della chiusura dell’ambasciata: «E’ avvenuta in modo tempestivo e ordinato e di questo ringrazio i responsabili della Farnesina e delle altre amministrazioni che hanno collaborato all’operazione. La chiusura si è resa necessaria a causa del deteriorarsi della situazione in Libia». 

 

Anche il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi si è detto favorevole all’ipotesi di un intervento militare coordinato con l’Onu per «le responsabilità che ci derivano dal ruolo che il nostro paese deve avere nel Mediterraneo» spiegando che «un intervento di forze militari internazionali, sebbene ultima risorsa, deve essere oggi una opzione da prendere in seria considerazione». 

 

L’operazione di rimpatrio degli italiani dalla Libia sta avvenendo sotto la sorveglianza aerea di un velivolo a pilotaggio remoto Predator dell’Aeronautica, che controlla lo spazio aereo dove avviene l’imbarco. Mobilitata anche una nave della Marina militare con compiti di scorta, mentre le attività a terra sono state monitorate dai carabinieri (una trentina di unità) in servizio presso l’ambasciata italiana. LS 15

 

 

 

 

La terza repubblica

 

Ora l’Italia ha un suo nuovo Capo dello Stato. Ufficialmente, il primo della Terza Repubblica. I compiti del Presidente sono ben specificati nella Costituzione e Mattarella è, certamente, persona degna per rappresentarci in Patria e nel mondo. Però, dopo l’euforia del primo momento, torna alla ribalta, in modo evidente, il retroscena politico che ha portato alla nomina alla quarta “chiamata” dei Grandi Elettori.

Intanto, Renzi sembra aver mantenuta la posizione con la quale aveva iniziato il suo mandato. Il PD, dopo un dibattito interno, più formale che sostanziale, s’è compattato ed anche le sue “correnti” sembrano rientrate al loro posto. Del resto, in politica non sempre ciò che appare è come sembrerebbe. Anche in Terza Repubblica la sensazione non cambia.

 Ciò anche in considerazione che le radici dei nostri politici, nella generalità, sono tutte generate della Seconda, se non Prima, Repubblica. Insomma, il “nuovo” non sarà, certamente, determinato dal nuovo Primo Cittadino d’Italia.

 E’ nell’attuale maggioranza che si appunta la nostra attenzione. L’alleanza di Governo non appare molto coesa. Del resto, non lo è mai stata. Se la Sinistra ha “tenuto” il Centro/Destra assai meno. Nei prossimi mesi, andremo a verificare se la linea Renzi potrà ancora contare su una maggioranza parlamentare che, soprattutto a livello Camera dei Deputati potrebbe “cedere” per contrasti “ideologici”. C’è, infatti, da rammentare che il Nuovo Centro Destra (NCD), nato dalla scissione del PDL (ora FI), non è nelle condizioni di garantire svolte originali ad un Esecutivo che ne ha bisogno. Renzi ha dato tutto quello che si sentiva; ma il Governo è pluripartitico ed è meglio non dimenticarlo.

 La nomina del Presidente della Repubblica non può suonare come una campana a martello politica. Le due immagini non hanno nulla di condivisibile ed è giusto che sia così. Mattarella avrà un settennato per farsi conoscere e dare lustro alla Repubblica. Renzi non avrà tempi tanto lunghi.

 Per ora, se cenni di ripresa economica ci sono stati, lo dobbiamo a una situazione internazionale che era imprevedibile ed ha fatto buon gioco per la Penisola. Certo è che non si può basare l’equilibrio socio/economico di un Paese sulla “fortuna”. Come già abbiamo scritto, mancano statisti di rango. I politici sono tutt’altra cosa.

 Non è possibile, per il nostro bene, fare confusione. Meglio, di conseguenza, attendere gli eventi che daranno i loro segnali nella tarda primavera. Se il nostro Primo Ministro sarà in grado di uscire dal “ginepraio” di una politica sciapa e di parcheggio potrà sperare di restare al suo posto sino al 2018. In caso contrario, che riteniamo più probabile, dopo la nuova Legge elettorale, tutti a casa.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Né Renzi né l'Europa né la Germania conoscono se stessi

 

Matteo Renzi è contento: malgrado l'assenza aventiniana d'una opposizione molto variegata, gli articoli della riforma costituzionale del Senato sono stati approvati a notte fonda tra venerdì e sabato, e soprattutto il Pd è rimasto compatto anche se il dissenso della sua ala sinistra è tuttora esistente. Lo sarà ancora di più quando tra alcune settimane sarà discussa in aula la quarta lettura della legge elettorale.

 

Ma dovrà fare i conti con un dissenso che, soprattutto sulla riscrittura della Carta, è diffuso tra i partiti e molto motivato: l'abolizione del Senato comporta un indebolimento del potere Legislativo e un rafforzamento dell'Esecutivo che può indurre a imboccare la strada d'un governo autoritario. Personalmente lo dico e lo scrivo da molto tempo; adesso lo dice anche Berlusconi che fino a ieri quella legge l'aveva approvata ma lui, lo sappiamo, cambia parere secondo le sue convenienze.

Ho ascoltato venerdì scorso, nella trasmissione televisiva guidata dalla Gruber, due colleghi politicamente esperti, Paolo Mieli e Giampaolo Pansa, che sostenevano entrambi questa tesi: Bettino Craxi e il suo partito socialista sostennero 35 anni fa quella che chiamavano "Grande Riforma" che assegnava appunto al Capo del governo tutti i poteri, come esistono da tempo in Germania con il Cancellierato e in Gran Bretagna con la supremazia del Premier. Ma la "Grande Riforma" craxiana non fece un solo passo avanti e non fu mai ripresa dai governi che gli succedettero, condizionati e taluni addirittura sconvolti da Tangentopoli. Adesso è finalmente arrivato Renzi che lotta efficacemente per il cambiamento, anche e soprattutto per quanto riguarda il potere Esecutivo.

 

Il cambiamento può essere positivo o negativo e a questo aspetto della questione bisogna dare molta attenzione. Questo rimpianto craxiano mi sembra significativo ed è un (pessimo) precedente per Renzi. Stupisce che il suo partito lo segua compattamente. La dissidenza di partito è motivata dal fatto che i parlamentari eletti dal popolo hanno ottenuto il consenso sulla base del programma del partito cui appartengono e quindi è loro compito di essere fedeli ad esso.

 

L'argomento è sostenibile ma il paragone è improprio, visto che i parlamentari del Pd che siedono in Parlamento hanno sostenuto nelle ultime elezioni il programma di Bersani e non quello di Renzi che ancora era nell'ombra. E poi: la Costituzione prescrive con apposito articolo che "ogni membro del Parlamento rappresenta la nazione senza vincolo di mandato ". La Lega e il Movimento di Grillo vorrebbero abolirlo e sancire che il parlamentare in dissenso col proprio partito deve comunque votare come prescritto dagli organi deliberanti oppure dimettersi dal Parlamento.

 

Tutte le persone ragionevoli hanno giudicato la posizione dei leghisti e dei grillini come un incitamento alla dittatura nei partiti e quindi nel Paese, ma la riforma del Senato è un passo su quella strada. E chi ne dissente nel Pd dovrebbe votarla per disciplina?

 

Sul Corriere della Sera di ieri Antonio Polito nel fondo di prima pagina ha scritto commentando il voto notturno sulla legge elettorale in una seduta che Repubblica ha definito un "rodeo": "Questo Parlamento è il più disossato nella storia della Repubblica, in cui alcuni partiti hanno come obiettivo quello di spaccare gli altri mentre i partiti che vorrebbero unire sono spaccati " è un'immagine efficace ma non completa. Nella realtà tutti i partiti non sanno chi sono e procedono perché c'è un boss che li comanda. Da solo. Sicché la definizione più aderente la riservo ad una poesia di François Villon di cui riporto i pochi versi che ci riguardano: "So riconoscere il monaco dall'abito / So distinguere il servo dal padrone / So riconoscere il vino dalla botte / So distinguere un cavallo dal mulo / So vedere chi sta bene e chi sta male / So tutto ma non so chi sono io". Chi è a questo punto il Partito democratico? Sa tutto ma non sa chi è lui e non lo sappiamo neppure noi che lo osserviamo, così come non sappiamo chi sono i grillini e chi i berlusconiani.

* * *

Ma Renzi lui sa chi è lui? Bisognerebbe interrogarlo e magari vivergli accanto per sapere chi è veramente ed anche chi crede di essere. A vedere le cose da lontano è difficile farne un coerente ritratto. Berlusconi ha detto più volte che Renzi era il suo "figlio buono", di fatto il suo clone in bella copia, senza il difetto del bunga bunga (ma questo Berlusconi non l'ha ricordato).

 

C'è una parte di vero in questa adozione berlusconiana ma non coglie completamente il suo modo d'essere e il suo carattere. È certamente un carattere forte, dove narciso gioca la sua partita. Un narciso un po' provinciale che rasenta il bullo di quartiere. Però coraggioso, però intelligente, però volitivo. L'elezione di Mattarella fu un capolavoro e gli va riconosciuto. Ma proprio nella seduta di ieri notte Renzi ha detto ricattando i destinatari delle sue parole, sia esterni sia interni al Pd: "Se questa legge non sarà approvata andremo a nuove elezioni" dimenticando che lo scioglimento delle Camere non spetta a lui ma al Capo dello Stato. E qui si vede il narciso di provincia e il bullo di quartiere.

 

Ora Mattarella, su loro richiesta, riceverà i gruppi parlamentari dei partiti. Cercherà di pacificarli e far sì che le leggi di riforma elettorale e costituzionale siano approvate col più largo consenso o almeno senza le risse da rodeo. Poi darà il suo parere sul merito solo quando le leggi approvate andranno alla sua firma per la loro promulgazione.

 

Il Presidente ha appena lasciato dopo cinque anni la sua carica di giudice costituzionale ed ha quindi tutte le conoscenze per sapere se le leggi sono conformi oppure no. È un arbitro che sa vedere i falli e fischiarne la punizione. Speriamo vivamente che così si comporti, anzi ne siamo certi.

* * *

Il terribile guaio di questi tempi oscuri è che neppure l'Europa sa chi è lei e neppure la Germania lo sa. Sa vedere la mosca nel latte, come diceva Villon, ma non sa chi è. L'Europa dovrebbe mirare dritta ad essere uno Stato federale e la Germania dovrebbe spingerla in quella direzione sapendo che sarebbe lei ad esserne la guida più autorevole. Ma i governanti europei non cederanno la loro sovranità e la Germania preferisce arbitrare che scendere in campo da giocatrice. Ci fu un tempo in cui sperava e voleva arbitrare tra Ovest ed Est, ma ora che Putin rimpiange l'Unione Sovietica e il suo impero, la "Ostpolitik" tedesca è diventata impossibile tanto più con la moneta unica.

 

Europa e Germania non sanno chi sono perciò brancolano mentre l'emergenza incalza. Vi ricordate i tempi di Eltsin che imperava a Mosca in perenne stato di ubriachezza molesta?

Putin beve poco, nuota come Mao, è sobrio e atletico. Lui sa chi è. Anche al-Sisi, il presidente egiziano, sa chi è. Anche Erdogan. Anche il Califfo. Anche l'Arabia Saudita, la Cina, il Brasile, sanno chi sono. In India c'è molta incertezza. Ma chi non l'ha mai saputo è purtroppo la Libia, che Gheddafi teneva sotto il tallone. Adesso la Libia non esiste più. C'è una fazione che occupa la provincia di Tobruch, gli islamisti dominano a Bengasi e a Tripoli, il Califfato a Derna e a Sirte. Questa è la situazione sulla costa africana che ci fronteggia.

Il nostro ministro degli Esteri ha visto giusto: a questo punto ci vuole un intervento militare autorizzato dall'Onu che intervenga a Tripoli e in tutto il territorio per ragioni addirittura di ordine pubblico. Ma sarà data quell'autorizzazione? Da un Consiglio di sicurezza in cui siedono tra gli altri la Russia e la Cina? E l'Europa non potrebbe gestire la sua politica estera in quella direzione? Nella guerra contro Gheddafi la Germania si rifiutò di intervenire neanche attraverso la Nato.

Immagino che Renzi la pensi come il suo ministro degli Esteri e intervenga anche lui sulla stessa linea. Queste sono le belle battaglie che narciso dovrebbe combattere perché gli darebbero molta più soddisfazione delle miserie d'un Parlamento a se stesso sconosciuto. EUGENIO SCALFARI, LR 15

 

 

 

 

Riforme, governo avanti senza le opposizioni. Renzi: “Noi bene così, il rammarico è loro”

 

Emendamenti approvati in un’Aula semivuota per protesta. L’ok definitivo atteso a marzo

 

Maratona notturna alla Camera sul ddl riforme. L’esame degli emendamenti e l’approvazione quindi dei 40 articoli che riscrivono la Costituzione avviene però in un’Aula semivuota: le opposizioni infatti, come annunciato, non sono sedute ai loro banchi, con l’eccezione di una manciata di deputati del M5S e di Fi a presidio - secondo quanto raccontano loro stessi - del regolare andamento dei lavori. 

«Credo che a rammaricarsi debbano essere il centrodestra, le opposizioni - commenta il premier Matteo Renzi parlando in Transatlantico a Montecitorio - noi bene così, andiamo avanti». 

 

Assenze che sono «una ferita istituzionale», ammette però il deputato Pd Ettore Rosato chiudendo i lavori dell’Assemblea che vengono accolti da un applauso dei deputati. Anche se, aggiunge, «il percorso è ancora lungo e riusciremo a fare in modo che tutti sentano propria» questa riforma. A voler sottolineare poi l’importanza del passaggio che si è appena concluso la presenza del premier Matteo Renzi, che poco prima della chiusura dei lavori aveva fatto il suo ingresso nell’emiciclo. 

 

Il secondo atto della partita sulle riforme non si è però ancora consumato: per il via libera finale al provvedimento occorrerà aspettare i primi giorni di marzo. Intanto la maggioranza supera la prova delle centinaia di proposte di modifica su cui in questi giorni si sono scontrati i partiti. E ovviamente, a causa della scelta delle opposizioni, al contrario delle scorse sedute notturne, questa volta i lavori procedono spediti e senza incidenti. A segnalare simbolicamente la disponibilità al confronto il Pd sceglie di lasciare in coda l’esame dell’articolo 15 sul referendum, oggetto di un aspro braccio di ferro con il M5S che chiedeva l’eliminazione del quorum. La mossa di accantonare le misure in questione quasi fino alla fine non sortisce però alcun effetto. 

 

Referendum a parte, tra le novità approvate dalla Camera spunta una modifica alla maggioranza parlamentare necessaria a deliberare lo stato di guerra: d’ora in poi per l’ok, che però con la riforma spetterà alla sola Camera dei deputati, servirà la maggioranza assoluta dei voti e non più solo quella semplice. Un passo che rappresenta un ragionevole punto di «mediazione» secondo il ministro per i Rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi. Opinione non condivisa da tutti: «Con una legge elettorale maggioritaria - osserva Rosy Bindi - che darà il 54-55% a chi vince, questo emendamento non è sufficiente a garantire che in futuro vi sia il rispetto della Costituzione». LS 14

 

 

 

 

Riforme: Renzi, «Avanti comunque anche senza Berlusconi»

 

La minoranza interna al Pd si spacca sull'assenza delle opposizioni. Boccia: «Non voteremo con un'Aula vuota», altri deputati frenano

 

Matteo Renzi dal Tg1 interviene nel dibattito seguito alla maratona notturna alla Camera sul voto al disegno di legge costituzionale. «Sarebbe stato un errore fermarsi. Sono 20 anni che l'Italia si ferma. Abbiamo fatto di tutto perché le opposizioni ci fossero, se se ne vanno cosa possiamo farci? L'importante e che l'Italia vada avanti e che di fronte ai primi segni della ripresa si vada avanti», ha dichiarato il premier. «Quelle a cui abbiamo assistito negli ultimi giorni sono state "brutte scene", ma tutto questo non cancella un Parlamento che sta aperto fino alle quattro di notte per portare a casa il risultato».

 

Renzi su Berlusconi, «Possiamo fare le riforme anche senza di lui»

Intervenendo sul patto del Nazareno Renzi ha affermato: «Berlusconi ha cambiato idee tante volte e anche stavolta. Mi dispiace essenzialmente per lui. Ha cambiato il passato dell'Italia non gli permetteremo di cambiare il futuro. Se vuole sa dove siamo, altrimenti faremo le riforme da soli».

«A marzo. Vogliamo fare della Rai la più innovativa azienda produttrice di cultura», ha infine chiarito il premier.

Si spacca sul voto a marzo la minoranza Pd

L'intervento del premier arriva alla fine di una giornata di dichiarazioni di segno opposto anche all'interno dello stesso Pd. Ha iniziato Francesco Boccia, presidente della commissione Bilancio della Camera ed esponente della minoranza del Pd, che ha detto: «Se a marzo, al momento del voto finale sulle riforme, si dovesse ripetere l’assenza di tutte le opposizioni, la minoranza del Pd non prenderebbe parte al voto stesso».

Le altre dichiarazioni

Frena invece Alfredo D'Attorre: «Quella di Boccia è una posizione personale. Come minoranza del Pd noi dobbiamo lavorare per riportare le opposizioni in Aula e non per uscire anche noi», ha dichiarato. E Pierluigi Bersani in un tweet afferma: «Adesso basta accendere micce. Da domani si lavora perché l'Aula non sia mezza vuota». E Pippo Civati: «Posso solo dire che sono in tanti a provare il disagio di votare la riforma della Costituzione con mezzo Parlamento vuoto». E Matteo Orfini, presidente del Pd, twitta: «Presente quelli che spiegano che fare le riforme senza le opposizioni è brutto? Sono gli stessi che se la prendevano col patto del Nazareno».

M5S pronti alle dimissioni

«Noi parlamentari M5S siamo pronti alle dimissioni per far cadere il Parlamento e andare alla urne». Lo dice l'esponente del direttorio M5s, Alessandro Di Battista, in piazza Cola di Rienzo a Roma davanti al gazebo della raccolta firme #fuoridall'euro. E il leader del Movimento afferma: «Sulla questione delle riforme istituzionali siamo al limite del colpo di Stato bianco, quello che non si fa con carri armati e rastrellamenti, ma con colpi di mano di maggioranza. C'è una sola via d'uscita: sciogliere il Parlamento ed andare subito a nuove elezioni. E di motivi non ne mancherebbero davvero». Così Beppe Grillo in un post pubblicato sul suo blog.

Il voto

Gli ultimi voti del disegno di legge costituzionale, sono avvenuti con l’Aula di Montecitorio semivuota, data la decisione di Forza Italia, M5S, Lega e Sel di non partecipare ai lavori in polemica con il provvedimento. Le opposizioni saliranno al Colle martedì, convinte che il governo stia bloccando il dibattito parlamentare per imporre le sue riforme. Renzi, dicono Fi-Lega-Sel in una conferenza stampa congiunta, è «un bullo». «Gli faremo vedere i sorci verdi» minaccia il capogruppo azzurro Renato Brunetta. Anche Civati e Fassina della minoranza Pd non voteranno le riforme. Renzi però va avanti: «Vogliono solo bloccare il governo», ma «noi non ci facciamo ricattare da nessuno». CdS 14

 

 

 

 

Lampedusa, 29 morti assiderati. Procura apre inchiesta. Il medico dell'isola: "La strage si poteva evitare"

 

Sono 29 i profughi morti per assideramento dopo il trasbordo sulle motovedette e i mezzi della Guardia costiera nel Canale di Sicilia. Lo conferma all'Adnkronos il direttore sanitario dell'isola di Lampedusa Pietro Bartolo che ha accolto i cadaveri al molo Favaloro. La Procura di Agrigento ha aperto un'inchiesta sulla vicenda. Lo conferma all'Adnkronos il Procuratore capo di Agrigento Renato Di Natale che spiega: "Al momento è un fascicolo contro ignoti, prima dobbiamo leggere le informative e poi decideremo per quali reati procedere. Non escludiamo l'omicidio colposo o doloso, ma è ancora troppo presto".

I corpi delle vittime, tutti uomini, verranno sistemati nella vecchia aerostazione di Lampedusa in attesa dell'ispezione cadaverica. Non potranno essere trasferiti prima di mercoledì con la nave. "Tra i profughi salvati l'unico ce n'è uno, in ipotermia, che desta qualche preoccupazione. Sarà trasferito in ospedale" spiega all'Adnkronos il direttore generale dell'Asp di Palermo, Antonio Candela. .

"Sono sconvolto, sono davvero sconvolto - si sfoga il direttore sanitario di Lampedusa Pietro Bartolo -. Non riuscirò mai ad abituarmi a queste tragedie. Ma questa volta posso dire che questa strage di poteva evitare. Mi spiace dirlo, ma con la fine di Mare nostrum siamo tornati a contare i morti in mare"."Sono stanco - dice all'Adnkronos - Questi profughi potevano essere salvati. Sarebbe bastato che li andassero a prendere con le navi militari e non co i gommoni o le motovedette in mare aperto con questo gelo e con questo maltempo". "Non ci risulta che ci siano altri cadaveri al momento - dice Bartolo - Speriamo che la conta dei morti si fermi qui. Non vorrei si ripetesse un'altra strage del 3 ottobre 2013".

Secondo una prima ricostruzione i profughi, già debilitati per la traversata sul barcone con il freddo e la pioggia, sono morti per assideramento durante e, dopo il trasbordo sui mezzi della guardia costiera, arrivati da Lampedusa. L’arrivo delle 2 motovedette a Lampedusa, previsto inizialmente nella mattinata di oggi, è ritardato a causa del maltempo che sta imperversando nel Canale di Sicilia e che rende la navigazione particolarmente difficoltosa.

"I 366 morti di Lampedusa non sono serviti a niente, le parole del Papa non sono servite a niente, siamo tornati a prima di Mare Nostrum. E' la realtà" ha detto all'Adnkronos Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa. "E' la prova che Triton non è Mare Nostrum - dice ancora Giusi Nicolini - Siamo tornati indietro". E annuncia che chiederà "al più presto un incontro al Viminale per sapere come dobbiamo organizzarci in vista dell'arrivo della primavera".

Guarda il video sulle traversate della speranza dell'ottobre 2013

"Dovremmo metterci tutti in ossequioso silenzio e pensare che questi erano uomini come noi e sono morti in una maniera indegna per un essere umano" ha detto a Radio Vaticana il vescovo di Agrigento, mons. Francesco Montenegro.

"La Guardia costiera sta facendo il proprio lavoro oltre ogni limite. Gli uomini della Capitaneria di porto di Lampedusa sono fuori da oltre 24 ore, in condizioni meteo proibitive. Ma come diciamo da tempo i mezzi messi in campo da Triton non sono sufficienti" ha detto all'Adnkronos Carlotta Sami, portavoce dell'Unhcr. “Lampedusa oggi accoglie di nuovo i corpi senza vita di migranti in fuga da guerre, fame, violenze o gravi rischi per la loro vita, morti in mare per il freddo. Le cattive condizioni climatiche invernali non hanno interrotto il flusso degli arrivi via mare, a dimostrazione della mancanza di alterative per chi è costretto, nonostante tutto, a tentare la traversata” scrive Raffaela Milano, Direttore Programmi Italia-Europa di Save the Children.

Dal Centro Astalli chiedono che siano aperti subito canali umanitari. “Ancora una volta, attoniti davanti all’orrore, ci troviamo a chiedere la creazione immediata di canali umanitari sicuri che evitino a uomini e donne in fuga da guerre e persecuzioni di rischiare la vita affidandosi a trafficanti di essere umani”, ha detto afferma P. Camillo Ripamonti, presidente Centro Astalli. "Mentre il dibattito tra Stati e istituzioni europee continua a essere sempre più incentrato su questioni prettamente economiche e finanziarie - prosegue Ripamonti - la vita e i diritti dei migranti vengono regolarmente messi in secondo piano. Ma noi non vogliamo e non possiamo accettare che il Mediterraneo continui a essere un cimitero”. Adnkronos 9

La conta dei migranti morti nel Mediterraneo è tristemente ripresa, avvalorando la tesi che la fine della missione Mare Nostrum avrebbe abbandonato in mare migliaia di donne, di uomini e di bambini.

Questa emergenza umanitaria costituita da schiere di persone e famiglie in fuga dalla guerra e dalla miseria, deve vedere, come ha chiesto il presidente della Repubblica Mattarella, nel suo primo discorso al Parlamento, 'l'Unione Europea più attenta, impegnata e solidale'.

Ma le nuove regole europee che assegnano a Frontex e Triton il ruolo di pattugliamento delle coste, hanno raccolto il loro primo risultato: 29 vite umane, questa volta morte non per annegamento, ma per ipotermia.

A nulla sono servite le denunce delle Acli e delle Associazioni umanitarie che avevano ampiamente segnalato l’insufficienza della nuova missione europea limitata per mezzi e per raggio di intervento. Già dimenticate persino le parole di Papa Francesco che gridò vergogna di fronte all’ennesima strage di migranti sulle spiagge di Lampedusa .

“Purtroppo – dichiara Antonio Russo, responsabile nazionale delle Acli all’immigrazione- occorre registrare che nell’Europa che protegge i confini, si muore di freddo e per mancanza di soccorso. Il governo italiano dia un esempio di civiltà e di solidarietà a chi fugge da guerre e persecuzioni, ripristinando al più presto la missione Mare Nostrum e riprendendo a salvare vite umane”.

Inform 10

 

 

 

 

Tragedia Lampedusa, 330 morti. "Costretti a partire sotto minaccia delle armi"

 

Un altro gommone con oltre cento profughi a bordo sarebbe affondato nel Canale di Sicilia. Salgono così a 330 i morti. L'imbarcazione era partita sabato dalla spiaggia di Tripoli con altri tre gommoni con a bordo almeno cento persone su ogni mezzo. Tra loro anche i 29 profughi morti assiderati dopo il soccorso della Guardia costiera a cento miglia da Lampedusa.

"Non volevamo partire, c'era brutto tempo - raccontano agli operatori di Save The Children, i nove malinesi, tutti tra i venti e i trenta anni, soccorsi a bordo di un mercantile e portati a Lampedusa - Ma i trafficanti umani ci hanno costretti sotto la minaccia delle armi e non avevamo altra scelta. Siamo partiti a bordo di quattro gommoni in 460, ma uno dei gommoni, durante la traversata, è affondato e sono morti tutti i profughi a bordo. Tra loro c'erano anche tre bambini. Un altro gommone si è sgonfiato davanti e l'altro imbarcava acqua. E' stata una tragedia, non avrei mai immaginato di vivere un incubo del genere".

Intanto infuriano le polemiche sull'inadeguatezza dei soccorsi. "Siamo sconvolti", sottolinea Laurens Jolles, delegato Unhcr per il Sud Europa. Jolles ricorda poi che "l'operazione Triton non ha come suo mandato principale il salvataggio di vite umane e quindi - ammonisce - non può essere la risposta di cui c'è urgente bisogno".

"La macchina dei soccorsi non sta funzionando né potrà funzionare se non cambia strutturalmente l'impegno che l'Europa mette in campo: l'Operazione Triton non ha come mandato il soccorso e la ricerca in mare", dichiara Christopher Hein, direttore del Consiglio Italiano per i Rifugiati. "L'Agenzia Frontex si occupa del controllo delle frontiere, sono i poliziotti d'Europa, non hanno come missione certamente quella del salvataggio - sottolinea Hein - L'Europa oggi non ha i mezzi, né evidentemente la volontà politica, di mettere in atto una strategia per il soccorso in mare". Adnkronos 11

 

 

 

 

Istat: 5milioni gli stranieri in Italia

 

Roma - Gli stranieri residenti in Italia al 1° gennaio 2015 sono 5 milioni 73 mila e rappresentano l’8,3% della popolazione residente totale. Il dato è stato diffuso questa mattina dall’Istat, l’Istituto di Statistica italiano, che ha pubblicato il Report con gli indicatori demografici in Italia. Secondo il dato rispetto al 1° gennaio 2014 si riscontra un incremento di 151 mila unità. Sempre secondo l’Istat l'Italia è un Paese sempre meno attrattivo per i flussi migratori internazionali. Nello scorso anno, infatti, il nostro Paese ha fatto registrare un saldo positivo con l'estero di 142 mila unità, corrispondente a un tasso del 2,3 per mille: si tratta del valore minimo degli ultimi cinque anni. Il saldo migratorio con l'estero risulta positivo anche nelle regioni del Mezzogiorno (1,7 per mille), che continuano a mostrare una capacità di attrazione inferiore rispetto al Centro (3,4) e al Nord (2,4). Secondo i dati le nascite da donne straniere, che nel 2012 avevano raggiunto un massimo di 102 mila e che nel 2013 erano scese a 99 mila, nel 2014 sono stimate in 97 mila. Di queste, 72 mila sono state concepite da coppie con partner entrambi stranieri e 25 mila da madri straniere in coppia con partner italiani. Il 91% dei flussi in ingresso nel Paese riguarda i cittadini stranieri: le iscrizioni dall'estero di individui di nazionalità estera sono 255 mila, mentre i rientri in patria degli italiani sono 26 mila. Il saldo migratorio con l'estero, relativo ai soli cittadini stranieri ammonta a 207 mila, mentre per gli italiani risulta negativo nella misura di 65 mila unità. Sul fronte delle migrazioni interne, i trasferimenti di residenza intercomunali sono 1 milione 350 mila. Il Nord è interessato da un flusso netto di migranti interni dell'1 per mille, il Centro da uno pari allo 0,9. Nel Mezzogiorno si riscontra un tasso migratorio interno netto pari a -2,1 per mille residenti. dip

 

 

 

 

Obiettivi mancati

 

Il 2015 è iniziato da poco. Avremmo voluto offrire ai lettori un quadro più sereno di questa nostra Italia. La realtà, purtroppo, ci ha fatto desistere. Abbiamo il nuovo Capo dello Stato, ma un Esecutivo che non riesce a far fronte ai bisogni del Paese.

I senza lavoro restano milioni e le prospettive occupazionali non possono basarsi su “promesse” facili da fare, ma difficili da mantenere. Di fronte ad una realtà che è palese per tutti, non potevamo scrivere con dell’ottimismo a buon mercato. Non ci avrebbe letto nessuno.

 L’impegno resta chiaro per tutti: o si esce dalla crisi con proposte percorribili e senza favori politici, o si acceleri il varo della nuova legge elettorale per votare nella primavera 2016.

 Nel nostro Paese, infatti, convivono due manifestazioni d’impegno: una solidale, l’altra probabilista. Entrambe, a nostro avviso, senza futuro. Il distinguo, data la premessa, non è possibile ed è anche ben noto a chi governa e a chi è all’opposizione.

 Il disagio nazionale è più che evidente. Non è solo più questione d’avere pazienza con la certezza del maturare di tempi nuovi. Sono i”tempi” che restano inchiodati agli anni della nostra depressione nazionale. L’Italia, proprio per la sua appartenenza a un sistema economico europeo, ha delle regole da rispettare. Non tanto perché imposte, quanto per essere state accettate al momento dell’ingresso nell’area Euro.

 Se lo Stato siamo noi, abbiamo giocato male le carte economiche. Sparita l’inflazione, s’è imposta la deflazione. Pur se certi prezzi calano, gli italiani comprano sempre di meno. Così, il bilancio del “dare” e dell’”avere” non è mai in equilibrio. E’ una realtà che chi vive nel Bel Paese subisce quotidianamente e senza possibilità di mutamenti. Che la nostra Economia sia ancora in “negativo” e ben noto, ma i politici che continuano a promettere ciò che è, umanamente, impossibile.

 Il Prodotto Nazionale Lordo è il termometro della nostra situazione. I giochi di borsa, per la carità, non sono per tutti; tanto meno per noi. Tra l’altro, sarebbero necessarie certezze e non speranze. Con la primavera, Renzi dovrà rifare i conti dei suoi primi “mille giorni”. Verificando, tra l’altro, se l’alleanza di centro/sinistra abbia, ora, la stessa valenza di quando è stata varata sotto l’Era Napolitano. Non è necessario mantenere posizioni indifendibili e le alleanze, lo dice la parola stressa, possono essere mutate. Anche là dove l’esiguità dei numeri potrebbe aprire una “crisi” che è da scongiurate solo se dovesse compromettere maggiormente un’economia che ha bisogno di stimoli e di tanta fiducia.

 La macchina produttiva nazionale potrà riprendere a funzionare regolarmente solo se i politici favoriranno gli investimenti in Italia e senza far leva, come da sempre, sul costo del lavoro. Quello che traspare è che certi obiettivi non sono stati raggiunti. Insistere, reiterando gli “errori”, sarebbe un dramma che l’Italia non potrebbe sopportare.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Tutti i rischi della strategia del plebiscito

 

Il referendum confermativo è diventato per Renzi un'arma politica: ma a doppio taglio - di STEFANO FOLLI

 

Riformare la Costituzione come se si trattasse di convertire un decreto legge entro 60 giorni. Si può fare, non è illegittimo: ma le conseguenze politiche rischiano di essere pesanti. Si può anche sostenere che alla seduta fiume non c'era alternativa e che l'ostruzionismo non mira a correggere in qualche punto la riforma, ma solo a insabbiarla. C'è del vero anche in questo argomento, ma non si sfugge alla sensazione che a Montecitorio sia mancata una regìa lungimirante. Forse la regìa è mancata del tutto. Qualcuno ha sottovalutato il carico di tensioni che la vicenda del Quirinale aveva accumulato nelle aule parlamentari. Misconoscere il peso della psicologia nei comportamenti politici non è mai una scelta felice. Il partito berlusconiano, come è noto, si è sentito raggirato e ha imboccato la strada della vendetta, contraddicendo se stesso e tutte le sue opzioni precedenti. Forse occorreva da parte del governo renziano una maggiore capacità di smussare gli angoli, prendendo atto della realtà. In fondo il patto del Nazareno, al di là della fantapolitica, ha rappresentato una tregua politica durata circa un anno; una tregua da cui il presidente del Consiglio ha tratto significativi benefici.

 

Certo, nel momento in cui il castello di carte crolla, il danno peggiore è per Berlusconi, trascinato dalla corrente su posizioni poco condivise in passato, mentre il palcoscenico è occupato dalla strana alleanza fra l'intransigente Brunetta, il leghista Salvini e persino il Sel vendoliano. Tuttavia sulla carta c'è un danno anche per Renzi. L'aver ridotto la riforma della Costituzione a una questione meramente numerica, gli darà la vittoria alla Camera e forse anche al Senato, nonostante i seggi più esigui. Eppure un Parlamento lacerato e in qualche misura mortificato rappresenta un segnale non positivo per un governo che si propone, almeno a parole, un orizzonte di legislatura. La minoranza del Pd, salvo le solite eccezioni, si adegua per mancanza di alternative, ma è destinata a diventare sempre più un corpo estraneo carico di risentimento.

 

Di questo il premier Renzi è consapevole e tuttavia non sembra curarsene. La sua filosofia è tutta in quella frase: "non mi sono fatto ricattare da Berlusconi sul Quirinale e non mi faccio ricattare da altri sulla riforma". Gli altri sono soprattutto i Cinque Stelle, è ovvio, ma il sottinteso riguarda senza dubbio la minoranza del suo stesso partito. Alla quale non ha motivo di fare concessioni, se proprio non vi è costretto. In fondo il renzismo è come un'auto che possiede soltanto la quarta marcia con freni poco efficienti: può solo correre. E un Parlamento frantumato fa meno paura, se si ritiene di avere dietro un ampio segmento di opinione pubblica.

 

C'è un'altra frase chiave del premier che spiega bene le sue intenzioni: "alla fine la riforma sarà sottoposta a referendum e lì si vedrà". Ecco il punto: nella strategia renziana il referendum confermativo previsto dalla Costituzione si trasforma in un'arma da usare sul piano politico. Le risse in Parlamento verranno cancellate dal ricorso al popolo. E sarà lui, il presidente del Consiglio in questo caso discepolo di De Gaulle, che ne ricaverà il dividendo. Nessuno crede infatti che la riforma del Senato o del Titolo V possano essere bocciate. Saranno approvate con una soglia per forza di cose superiore al 50 per cento dei votanti.

 

Dal 40,8 delle regionali al 55-60 prevedibile del referendum... È un'operazione plebiscitaria che può essere interrotta dalle elezioni anticipate. Difficile che Renzi gradisca sul serio  -  al di là delle minacce  -  un'ipotesi che al momento obbligherebbe a votare con la legge proporzionale scritta dalla Consulta. Ma all'occorrenza saprebbe gestire la campagna con la stessa foga di chi cerca comunque un referendum su se stesso. In altri tempi queste spinte al plebiscito fuori del Parlamento avrebbero incontrato la feroce opposizione della sinistra cattolica e degli ex comunisti all'interno del Pd. Ma i tempi sono cambiati e molti pensano a recuperare un posto in lista per tornare in Parlamento. LR 14

 

 

 

 

I paesi con una migliore protezione sociale hanno reagito meglio alla crisi economica

 

I paesi che offrono posti di lavoro di elevata qualità e un'efficace protezione sociale, oltre ad investire nel capitale umano, si sono dimostrati maggiormente resilienti alla crisi economica. È questa una delle principali conclusioni del rapporto Employment and Social Developments in Europe 2014  he ha esaminato il retaggio della recessione. Il rapporto ribadisce inoltre la necessità di investire nella formazione e nel mantenimento di un'adeguata qualificazione della forza lavoro a sostegno della produttività ed evoca inoltre la sfida consistente nel ripristinare la convergenza tra gli Stati membri.

Il rapporto ha passato in rassegna gli insegnamenti tratti dalla recessione constatando che il suo impatto negativo sull'occupazione e sui redditi è stato più contenuto nei paesi con mercati del lavoro più aperti e meno segmentati, e dove erano maggiori gli investimenti nella formazione permanente. In tali paesi le prestazioni di disoccupazione tendono a coprire un gran numero di disoccupati, sono correlate all'attivazione e reattive al ciclo economico.

La crisi ha colpito i mercati del lavoro in modo non uniforme. Tra il 2008 e il 2013, oltre 9 milioni di persone sono restate senza lavoro in tutta l’UE , e il tasso medio di disoccupazione è aumentato da meno del 7% al 10,8%, con differenze enormi tra un paese e l’altro. In Austria e in Germania il tasso di disoccupazione non ha superato il 5%, contro oltre il 25% in Grecia e Spagna.

Tra il 2008 e la metà del 2014 la maggior parte dei posti di lavoro sono stati distrutti in Spagna (-3,4 milioni di euro), Italia (-1,2 milioni di euro), e Grecia (-1,0 milioni di euro). Nello stesso periodo il numero di posti di lavoro è aumentato di 1,8 milioni in Germania, e di 0,9 milioni nel Regno Unito.

Anche la povertà e l'esclusione sociale tra persone in età lavorativa (18-64 anni) è pertanto aumentata significativamente in alcuni Stati membri, e soprattutto in Grecia, Irlanda, Spagna, Italia e Ungheria, dove il rischio di povertà era già alto prima della crisi.

Un altro problema messo in risalto dalla crisi è la discrepanza tra le qualifiche e le competenze dei lavoratori e quelle che sono invece richieste dal mercato del lavoro. I paesi con i più alti tassi di “sovraqualificazione”, ossia Grecia, Italia, Portogallo, Cipro, Lituania, Spagna e Irlanda, sono anche quelli che investono meno nell'istruzione e nella formazione, e per il mercato del lavoro in genere.

Il problema sociale è particolarmente grave per i giovani che non sono né occupati, né in istruzione e formazione (i cosiddetti NEET). Per i 20-24 anni, il tasso NEET per l'UE è del 19% nel 2013, con un incremento di oltre 3 punti percentuali rispetto al 2007. Anche qui è evidente il divario Nord-Sud, con tassi che vanno da meno del 10% in Lussemburgo, Paesi Bassi, Danimarca, Austria e Germania, fino ad oltre il 25% in Croazia, Bulgaria, Spagna, Cipro, Grecia e Italia.

Il rapporto ribadisce che un investimento efficace nel capitale umano richiede non solo l'istruzione e la formazione per acquisire le competenze giuste, ma anche situazioni di contesto adeguate per aiutare le persone a mantenere, migliorare e usare tali abilità in tutto l'arco della loro vita lavorativa.

Osservatorio Inca, Febbraio

 

 

 

 

In attesa del Parlamento.Lotta alla corruzione circolo virtuoso cercasi disperatamente

 

Lorenzo Caselli, economista e docente di etica economica all'Università di Genova, indica il nesso tra le norme e il loro rispetto: "Ci vuole una grossa operazione di educazione alla responsabilità. Dobbiamo creare un clima che premi le imprese virtuose, che rispettano la legge e hanno anche il coraggio di denunciare. Poi, l'educazione alla legalità, che dovrebbe cominciare fin dalle elementari" – di Francesco Rossi

 

Sì a “leggi chiare e inequivocabili”, ma la lotta alla corruzione richiede anche altro, una “coscienza morale” in grado di mettere in moto “una circolarità virtuosa tra le norme e il loro rispetto”. Dopo il monito della Corte dei Conti (“Crisi economica e corruzione procedono di pari passo, in un circolo vizioso”, ha detto il suo presidente, Raffaele Squitieri, all’inaugurazione dell’anno giudiziario) e mentre si attende che approdi all’esame del Parlamento il disegno di legge “anticorruzione”, abbiamo interpellato Lorenzo Caselli, economista e docente di etica economica all’Università di Genova.

 

I moniti contro il livello della corruzione in Italia si susseguono, dal discorso d’insediamento del presidente della Repubblica (“La lotta alla mafia e quella alla corruzione sono priorità assolute”) alla relazione della Corte dei Conti. Senza dimenticare le parole di Papa Francesco…

“La questione è veramente drammatica, viene da lontano e ha molteplici implicazioni. Certamente la prima è di carattere economico-produttivo: l’Italia è al primo posto in Europa per livello di corruzione e supera anche diversi Paesi extra-europei. Questo ha conseguenze in termini di capacità di attrarre investimenti: i fenomeni corruttivi incidono negativamente sulla crescita produttiva. Altro aspetto da sottolineare, però, è il clima morale del nostro Paese che si sta deteriorando”.

 

Manca, a suo avviso, una sufficiente condanna pubblica di questi fenomeni?

“Il clima etico e morale, fondamento del vivere civile, poggia su tre pilastri. Il primo è la coscienza individuale: ma quanto è radicato nella coscienza il senso del rispetto verso gli altri, verso lo Stato, verso la comunità? Secondo pilastro sono le leggi e le norme, che però arrivano con molto ritardo, sovente ‘quando i buoi sono scappati’, e generalmente sono ambigue e complicate, lasciando spazio alla scappatoia. In terzo luogo, fondamentale è il controllo sociale, ovvero la sanzione degli onesti, da noi scarsamente presente: nel corso del tempo abbiamo interiorizzato il principio del ‘vivi e lascia vivere’, non chiediamo la fattura pensando d’instaurare un rapporto di complicità per cui paghiamo meno e così via”.

 

La crisi, è stato rilevato, favorisce la corruzione, anzi “l’una è causa ed effetto dell’altra”. Perché?

“La corruzione erode la fiducia, bene sempre più prezioso per lo sviluppo dell’economia e per la crescita. Quello che manca nel nostro Paese è proprio il clima di trasparenza, ma se viene meno la fiducia anche l’attività economica ne risente. Ecco perché la corruzione è un ostacolo formidabile alla ripresa: se un imprenditore deve pagare bustarelle e avere il favore di determinati funzionari per portare avanti il proprio progetto, ecco che, se è onesto, rinuncia, e magari anziché investire da noi va in Stiria o in Carinzia, per fare un esempio, dove pullulano le imprese italiane”.

 

Ma allora come è possibile far ripartire il Paese?

“Ci vuole una grossa operazione di educazione alla responsabilità. Dobbiamo creare un clima che premi le imprese virtuose, che rispettano la legge, sentono il loro dovere nei confronti della comunità e hanno anche il coraggio di denunciare ciò che non va. Poi, l’educazione alla legalità, che dovrebbe cominciare fin dalle elementari”.

 

Il governo Renzi dichiara di avere, tra le proprie priorità, la lotta alla corruzione, tanto che presto approderà un ddl in Parlamento… Quali strumenti servono, a livello legislativo, per combatterla davvero?

“Leggi chiare e inequivocabili. Noi invece ci perdiamo dietro a percentuali per la punibilità, periodiche sanatorie e condoni. Così non si va da nessuna parte: ci vuole la certezza e, oserei dire, la durezza del diritto”.

 

Nel ddl pare sia prevista una soglia per il falso in bilancio…

“Mettiamo la soglia del 3%? Però non ci devono essere possibilità di equivocare la norma. Servono dei punti fermi”.

 

Si parla anche di pene più severe e allungamento dei tempi per la prescrizione, che potrebbe sospendersi dopo la sentenza di primo grado. Che ne pensa?

“Evitiamo che siano solo ‘grida manzoniane’. Qualcosa può veramente cambiare se c’è una circolarità virtuosa tra la norma e la comunità che invita al suo rispetto. È necessario mettere in movimento un processo in cui le leggi - chiare, trasparenti e anche dure - si combinano con una consapevolezza e una coscienza collettive e individuali. Certe affermazioni che vengono dall’alto - dal Papa a Mattarella - mantengono all’ordine del giorno questa questione. Anche noi cattolici nel passato non abbiamo sempre tenuto presente come certi comportamenti siano un delitto contro il bene comune. È ora di dirlo chiaramente, e comportarsi di conseguenza: non bastano le leggi se non si crea un clima adeguato”. Sir 14

 

 

 

 

 

Solo supponiamo

 

Supponiamo, tanto per non sembrare indifferenti ai “dolori” d’Italia, che Il PD, per una serie d’alchimie politiche, possa mantenere l’accordo con gli uomini dei partiti che gli consentono la maggioranza parlamentare. Ipotizziamo, di conseguenza, che Renzi consolidi il suo ruolo di Primo Ministro.

 

  Ammettiamo, sempre per eccesso d’ottimismo, che la Legislatura sia potenziata con un Esecutivo nel quale i Centristi consolidino la “fiducia” parlamentare. In un’ottica fantascientifica, ed è scrivere poco, Renzi potrebbe mantenere, così, il suo ruolo. Scriviamo in via suppositiva perché il Primo Ministro, almeno per quanto c’è dato sapere, non ha la pur minima intenzione d’allearsi o cobelligerare con altri Partiti del “vecchio” sistema ancora presenti in Parlamento. Ogni riferimento al “Patto del Nazareno”, quindi, rimane fuori portata.

 

 Ora, sarebbe assai difficile un cambiamento di direzione; anche perché andrebbe contro le promesse fatte agli italiani “de visus” e in Rete. Però, tanto per rimanere in tema, supponiamo che uno spiraglio sia concepibile. In ogni caso, meglio sarebbe chiamarlo”breccia” per i coinvolgimenti che andrebbe a determinare un rimpasto di Governo; anche con la possibilità dell’ampliamento della Maggioranza in più tronconi. La conseguenza, oltre al caos politico che ne deriverebbe, sarebbe l’ingovernabilità d’Italia.

 

 Allora, perché Renzi, non taglia corto? Forse ritiene che essendo pdiessino in numero “sicuro” alla Camera, non ci siano scelte discordanti? Di fatto, però, anche questo Esecutivo, pur con tante contraddizioni, può vivere solo con la “fiducia” del Parlamento; pur con un Esecutivo ben poco qualificabile. Oggi, il costrutto si conferma; ma con un’ottica ben diversa e in un Paese che non può più permettersi di tirare avanti con i “moccoli” di un Governo dalle incerte fortune.

 

 Ancora, supponiamo che Renzi, come continua ad affermare, resti in carica sino al 2018. A nostro avviso, non farebbe che dilatare i tempi della crisi che è anche d’incoerenza gestionale.

Il buon senso, nonostante tutto, dovrebbe avere la meglio. Come a scrivere: governo Renzi per tutto l’anno. Poi, con la nuova legge elettorale, elezioni politiche entro la primavera del 2016. Il prossimo Potere Legislativo sarebbe in grado di gestire in modo più chiaro la questione che preme perché sussisterebbe con differente nel numero, nella composizione e nelle attribuzioni.

 

 Al punto in cui siamo, anche le presunzioni, non proprio ipotetiche, potrebbero avere un loro valore politico. Almeno, lo supponiamo!

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Foibe ed altri orrori

 

In quelle fenditure carsiche a strapiombo è scomparsa parte della nostra innocenza, con una ferocia tanto dolorosa che abbiamo cercato, poi, per molti anni, di dimenticare tutto.

Il 10 febbraio, il giorno del ricordo, tutti, per 70 anni, siamo sembrati distratti,   avvolti nel silenzio e nel buio, come le tante vittime, inghiottite in quelle cavità carsiche, i n nome di una pulizia etnica che doveva annientare la presenza italiana in Istria e Dalmazia, fra il 1943 e il 1947, con oltre 10 mila persone gettate vive o morte in quelle gole,  senza distinzione di età, sesso e religione,.

Solo nel 2004 il genocidio voluto da Tito è che preso sul cuore di tutti e non solo della sinistra è stato riconosciuto ufficialmente,  con la legge numero 94 che istituì la “Giornata del ricordo”,  e solo ieri un presidente della Repubblica, ha ricordato quelle vittime in Parlamento.

“Per troppo tempo – ha detto il capo dello Stato – le sofferenze patite dagli italiani giuliano-dalmati con la tragedia delle foibe e dell’esodo hanno costituito una pagina strappata nel libro della nostra storia”; sottolineando  Mattarella che “oggi la comune casa europea permette a popoli diversi di sentirsi parte di un unico destino di fratellanza e di pace. Un orizzonte di speranza nel quale non c’è posto per l’estremismo nazionalista, gli odi razziali e le pulizie etniche.

Una responsabilità, quella del silenzio e della mistificazione, tanto pesante da provocare persino l'intervento del presidente della Camera Laura Boldrini, che ha ricordato come "con il giorno del Ricordo si colmi il debito verso la memoria degli italiani rimasti vittime della violenza jugoslava", per poi  richiamare   le parole di Napolitano del 2007, quando l'ex Presidente della Repubblica fece mea culpa, parlando della responsabilità della sinistra per "aver negato, o teso ad ignorare, la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica, e dell'averla rimossa per calcoli diplomatici e convenienze internazionali". Concetti accolti a parole con un plauso unanime, ma nei fatti ben poco recepite.

Ed è insopportabile che il consigliere comunale di Sel ad Orvieto Tiziano Rosati, come scrive la Nazione, abbia pubblicato su Facebook un lungo post in cui definisce le foibe "mitologia di una popolazione italiana cacciata dalla sua terra, quando in realtà i territori dell’Istria e della Dalmazia, che con la Prima Guerra Mondiale l’Italia aveva occupato militarmente, non erano mai stati abitati da popolazioni italiane, se non in minima parte".

Non minore vergogna però provo, come italiano, di fronte alla ennesima morte, stavolta per frreddo, di 29 migranti come conseguenza della interruzione di “Mare Nostrum”, un orrore che si ripete in una tragedia che non trova fine. Carlo Di Stanislao, De.it.press 11

 

 

 

 

Deputati Pd della circoscrizione Estero: Tragedie dei migranti, i Paesi europei non girino la testa da un’altra parte

 

ROMA – “Non si può tacere rispetto all’immane tragedia che nel giro di poche ore ha allungato di altri 320 morti, e forse più, il lungo elenco di donne, uomini, bambini che hanno perduto la vita nel tentativo di attraversare il Mediterraneo verso l’Italia e l’Europa, in cerca di salvezza da guerre, persecuzioni, fame e indigenza.

Non possiamo tacere noi che abbiamo avuto il compito di far vivere nelle aule parlamentari la storia, i valori, l’umanità dell’emigrazione italiana, costellata a sua volta di tragedie di viaggio e di lavoro, come quella di Mattmark, di cui proprio quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario”

.E’ quanto affermano in una nota congiunta,  i deputati Pd della circoscrizione Estero Gianni Farina, Marco Fedi, Laura Garavini, Francesca La Marca e Fabio Porta.

“Di fronte a queste cose – prosegue la nota - non si può consentire che i Paesi europei girino la testa da un’altra parte, come è stato autorevolmente detto, né che possa continuare senza essere esplicitamente e duramente contrastata la campagna xenofoba che in Italia e in altre realtà europee è sistematicamente promossa, spesso attraverso i canali di servizio pubblico, da parte di forze che non hanno ritegno a scambiare una manciata di voti con migliaia di vite umane.

Diciamo queste cose non solo per un pur doveroso spirito di solidarietà umana ma per la convinzione, che trova riscontri nella nostra esperienza e nella storia contemporanea, che le migrazioni siano un elemento ineliminabile della realtà di oggi e che, alla lunga, siano un fattore di crescita e di sostegno per lo sviluppo di tutti.

Si può e si deve fare di più. Il Governo italiano, come sta facendo, non si stanchi di chiedere nell’immediato a livello europeo che si modifichi il regolamento Frontex, includendo in esso anche il salvataggio in mare oltre che la difesa delle frontiere, o che si crei un’agenzia con questo specifico compito. Nello stesso tempo continui a fare ogni sforzo perché l’Europa cambi sostanzialmente registro sul problema migratorio, avviando una politica coordinata ed efficace sul sistema di accoglienza, arrivando ad un comune riconoscimento dello status di rifugiato e programmando veramente investimenti nei Paesi di provenienza”, concludono i deputati Farina, Fedi, Garavini, La Marca e  Porta. Inform 13

 

 

 

 

 

Declino demografico. "L'Italia è tra i Paesi che investono meno in politiche attive"

 

Il demografo Alessandro Rosina commenta i dati diffusi ieri dall'Istat: 509mila nascite in Italia nel 2014, 5mila in meno rispetto al 2013. La denatalità, afferma l'esperto, indica "prima di tutto un problema di politiche inadeguate. Ma è anche vero che si tende a posticipare la natalità, con una 'tattica del rinvio' adottata troppo facilmente e che, alla fine, rischia di complicare la possibilità di realizzare i propri obiettivi di vita". Cala la fecondità anche tra le donne straniere

Francesco Rossi

 

Si aggrava sempre più il declino demografico dell’Italia. Secondo i dati diffusi ieri (12 febbraio) dall’Istat, sono 509mila le nascite nel 2014, 5mila in meno rispetto al 2013. Il numero medio di figli per donna è pari a 1,39 (contro una media europea di 1,58): precisamente, le italiane procreano 1,31 figli, 1,97 le straniere. L’età media al parto sale a 31,5 anni. Ad Alessandro Rosina, demografo e docente all’Università Cattolica di Milano, nonché coordinatore scientifico del “Rapporto giovani” promosso dall’Istituto Toniolo, abbiamo chiesto un commento a questi dati.

 

Le nascite nel nostro Paese, secondo l’Istat, hanno raggiunto “il livello minimo dall’Unità d’Italia”. Quali, a suo avviso, le cause del perdurare di questo declino?

“Confrontandoci con gli altri Paesi europei, notiamo che qui mancano quelle condizioni che altrove ci sono. Partiamo dai giovani: se faticano a trovare lavoro e una stabilizzazione occupazionale - problema già presente prima della crisi e ora inaspritosi - è chiaro che le difficoltà del presente fanno posticipare nel futuro scelte impegnative come il formare una famiglia autonoma e fare figli. Siamo tra i Paesi che investono di meno in politiche attive, che li aiutino a inserirsi nel mercato del lavoro e che sostengano il reddito nelle situazioni di disoccupazione. Questo pesa sulle scelte dei giovani, nonostante - come rileva il Rapporto giovani - la loro voglia di costruire progetti di vita e il desiderio di avere più di due figli”.

 

Peraltro siamo al di sotto di una media europea che, comunque sia, non raggiunge l’equilibrio demografico…

“Esatto. Già l’Europa è un continente che invecchia e ha problemi di scarso ricambio generazionale. Ci sono però situazioni molto differenziate: la Francia è vicina al tasso di sostituzione generazionale di 2 figli per donna, come pure alcuni Paesi del Nord Europa; altri, come l’Italia, si trovano ben al di sotto della media. L’Italia, più di altri Paesi, da un lato non mette i giovani in grado di costruire solidi progetti di vita, mentre dall’altro vi è una carenza di politiche che investano sulla famiglia. All’interno della spesa sociale siamo uno dei Paesi che destina la quota più bassa in investimenti per la famiglia, e questo si ripercuote sui servizi erogati, ad esempio quelli che aiutano la conciliazione tra lavoro e famiglia, come gli asili nido. Senza politiche di conciliazione - nelle quali investiamo molto poco, e al Sud ancora meno - chi ha figli non riesce a conciliare il compito genitoriale con il lavoro e rischia d’impoverirsi, mentre le donne che lavorano, di converso, tendono a posticipare l’arrivo dei figli o a rinunciarvi”.

 

Al Nord abbiamo 1,46 figli per donna; 1,32 al Sud. Ma non era il Mezzogiorno, anche per motivi culturali, la parte più prolifica del Paese?

“È dal 2005 che c’è questa inversione di fecondità tra Sud e Nord. Questo fa capire quanto, al di là della propensione individuale, degli aspetti culturali e del desiderio di fare famiglia, le effettive difficoltà economiche e le carenze del welfare - entrambe più accentuate al Sud - pesino molto sulle scelte delle famiglie”.

 

Anche la fecondità delle donne straniere è in calo, scendendo per la prima volta sotto la soglia dei 2 figli per donna…

“Anche il contributo delle donne straniere comincia a essere insufficiente per garantire un equilibrato ricambio generazionale della popolazione italiana. Costoro partono da una propensione maggiore ad avere figli, legata agli aspetti culturali dei Paesi d’origine, ma si trovano ad affrontare le medesime difficoltà delle donne italiane, in termini economici - inaspriti dalla crisi - e di carenza dei servizi di welfare”.

 

Quindi il problema della denatalità non è tanto culturale quanto legato alla carenza di politiche pubbliche?

“Entrambe le questioni vanno tenute in considerazione. Prima di tutto è un problema di politiche inadeguate e carenti. Ma è anche vero che si tende a posticipare la natalità, con una ‘tattica del rinvio’ adottata troppo facilmente e che, alla fine, rischia di complicare la possibilità di realizzare i propri obiettivi di vita”.

 

Proprio in questi giorni si è tornato a parlare degli 80 euro di “bonus bebè” per le neomamme. È una misura che potrà creare un reale beneficio ai fini della natalità?

“Le vere misure sono altre, strutturali: un fisco più equo, maggiori investimenti in servizi per l’infanzia, politiche di conciliazione tra lavoro e famiglia. Il bonus bebè non è una misura strutturale, ma è pure vero che in momenti di crisi economica e incertezza può avere un effetto positivo, perché indica che lo Stato vuole fare qualcosa e può scardinare quella propensione al rinvio in chi vuole avere figli. È un segnale positivo in attesa di misure più rilevanti, che però bisogna cominciare da subito a mettere in campo”. Sir 13

 

 

 

 

 

Pensioni: le oggettive difficoltà

 

Questa volta abbiamo fatto centro. Il nostro intervento sulle pensioni italiane ha destato l’interesse di Lettori che, anche a nome d’altri, ci hanno fatto pervenire alcune considerazioni. Giuste, giustissime. Riportiamo il caso di un ex emigrato in Francia.

 

Intanto, chi ci ha inviato posta elettronica percepisce una pensione di Euro 1300 mensili e vive in un alloggio in affitto con la moglie che è sempre stata casalinga.

 

Tra canone di locazione e spese d’ordinaria amministrazione, 600 Euro mensili, sono stornate dalla rendita vitalizia. Restano Euro 700 per “vivere” e, accantonare piccole somme per le utenze trimestrali (energia elettrica e gas), restano Euro 480 da amministrare, molto saggiamente, per le spese “correnti” giornaliere. La moglie del lettore gira, nella mattinata, tutti i supermercati in zona per trovare i generi di prima necessità ai prezzi più competitivi. Non più di 10 euro giornalieri; anche per far fronte agli”imprevisti” ed alle spese sanitarie che il nostro sistema non riconosce e, quindi, non rimborsa. D’autovettura neppure a parlarne ed i mezzi pubblici costano troppo. Una buona camminata nel quartiere risolve i bisogni più immediati.

 

Solo la domenica, ci si permette l’acquisto di un quotidiano. Per gli aggiornamenti, in tempo quasi reale, resta sempre la televisione o la radio.

 

Il nostro Lettore ha 68 anni, la moglie 61. Non ci sono figli a carico ed è già una consistente benedizione. Se l’anno non presenta “imprevisti”, è la “tredicesima” mensilità che porta un poco di tranquillità in famiglia. Le scorte alimentari più congrue (scatolame e surgelati) si fanno tra gennaio e febbraio d’ogni anno. Di ferie non si tratta da anni. Qualche capo d’abbigliamento si spunta durante le liquidazioni stagionali. Ma anche nei mercatini dell’usato.

 

Chi ci ha scritto, nonostante tutto, si giudica “fortunato”, perché può contare sul certo e non ha debiti con nessuno. Fatto del tutto consolante in un Paese ove anche il denaro, nonostante le decisioni della Banca Centrale Europea (BCE), resta più nelle banche che nelle tasche di chi ne avrebbe bisogno. Eppure, in area euro i prezzi dei generi di più ampio consumo (non solo alimentari e d’utenza) sono simili ai nostri.

 

 La differenza, che chiarisce la nostra amarezza, È che gli importi delle pensioni sono, almeno, del 30% superiore a quelli italiani. Ci riferiamo, ovviamente, ai trattamenti dei comuni mortali. Le pensioni d’”Oro” sono una vergogna. Il diritto di vivere decorosamente, dopo una vita di lavoro, dovrebbe essere garantito a tutti. Come primo passo, basterebbe detassare gli importi della “tredicesima” mensilità che, comunque, resta una trovata tutta italiana.

 

Così, mentre si discute d’economia ad alti livelli, da noi si continua a tirare la cinghia e a sperare che Renzi sia artefice di quel“miracolo” economico italiano che vediamo continuamente improbabile. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Opposizioni sull'Aventino. Renzi: decideranno i cittadini

 

All'assalto contro il governo lanciato a Montecitorio dalle opposizioni, Renzi risponde via Twitter con un'altra sfida: saranno i cittadini con il referendum finale sulle riforme costituzionali a decidere se stanno con Renzi o con chi lo vuole far cadere. La classe politica da anni dice che si devono fare le riforme ma non le ha mai fatte, adesso la maggioranza non può subire il ricatto di chi vuole riportare tutto nella palude. E' nel più puro stile renziano la risposta del premier al caos scatenato alla Camera e che ieri notte e stamattina ha visto urla, risse, scontri fisici, espulsioni a raffica. Il progetto di fare le riforme con tutti a questo punto è tramontato del tutto, nonostante l'ultimo appello del capogruppo del Pd Speranza ai Cinquestelle che rispondono con Grillo insultando volgarmente il Pd. Le opposizioni, compresa Forza Italia che a questo punto si è collocato sulle barricate contro Renzi, hanno annunciato che non parteciperanno ai lavori dell'aula. Ma anche la sinistra del Pd, come sempre, è contro il segretario-premier e la sua maggioranza. Renzi ha ben chiaro qual è lo scopo delle opposizioni: non solo quello di allungare i lavori sulle riforme, ma quello di bloccare il governo, portare tutto nelle sabbie mobili e affondare tutto il progetto di Renzi. Il "non ci faremo ricattare da Grillo" stoppa sul nascere l'appello della sinistra ai grillini per una mediazione. E' certo però che l'aula di Montecitorio semivuota per l'assenza di Sel, M5S, Lega e Forza Italia non è un bel biglietto da visita per le riforme che dovrebbero essere il più possibile condivise. Il problema però è che è praticamente impossibile a questo punto trovare un punto di mediazione. La stessa concessione di un parere preventivo della Consulta sull'Italicum non è bastato ad accontentare le opposizioni. La stessa sinistra Pd, anche se ancora non ha ufficializzato l'intenzione già espressa di votare le proprie proposte, è sul piede di guerra e Fassina e Civati sono fuori dall'aula. Renzi tiene duro, il presidente Mattarella riceverà le opposizioni. di GIANLUCA LUZI  LR 15

 

 

 

 

Elezione di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica. Il ricordo del fratello Piersanti

     

      Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel suo discorso di insediamento alle Camere, ha rivolto un affettuoso saluto agli italiani nel mondo  ed un pensiero di amicizia alle numerose comunità straniere presenti nel nostro Paese, disegnando la visione di una grande Nazione dalla immagine nuova, moderna ed inclusiva, sia degli italiani presenti in tutte le parti del mondo, sia delle comunità straniere residenti in Italia.

      Una visione in direzione dell’unità del Paese attraverso l’apporto di tutte le forze vive per superare le emergenze del momento.

      L’impianto del discorso ha riaffermato la centralità della Costituzione  e delle sue garanzie come linea guida  ai bisogni ed alle aspettative degli italiani, il ruolo internazionale, l’impegno per l’Europa, la lotta al terrorismo.

      Un Presidente arbitro delle regole per tutti, per dare forza alla democrazia ed alla stabilità  del Paese.

      Il pensiero Mattarella disegna, quindi, come in un grande schermo, le difficoltà e le attese della quotidianità italiana attraversata dal malessere per la crisi economica, la disoccupazione, la lentezza della giustizia, la corruzione, la necessità delle riforme, lo studio, il lavoro, l’insufficiente risposta dello Stato nella giustizia, la famiglia, le donne, gli ammalati, il bene comune. In un orizzonte di speranza.

      Un discorso ricco di sensibilità ma anche di efficacia rasserenante in chi lo ha ascoltato e letto, da Presidente di tutti gli italiani.

      Nella dura condanna alla mafia, Mattarella ha chiamato eroi i magistrati Falcone e Borsellino come simbolo dei tanti martiri servitori dello Stato. Non ha citato per un fatto di stile il fratello Piersanti, massacrato a Palermo mentre si recava a messa con la famiglia.

      Piersanti pagò con la vita per la forte intransigenza con cui, come Presidente della Regione, intraprese la politica di cambiare la Sicilia attaccando il sistema  mafioso ed i suoi uomini. Fu un grande Presidente ed anche lui un eroe.

      Sergio Mattarella scese in politica come testimone di Piersanti per continuarne il pensiero politico ed il rinnovamento della società.

      La commozione evidente con cui il Presidente Mattarella ha parlato dei martiri della mafia, ci obbliga a ricordare la  figura del fratello Piersanti con cui abbiamo condiviso tante battaglie.

      Fu un uomo che ha lasciato il segno. Anche in emigrazione.

      Convinto che la fuga dalla Sicilia aveva bisogno di una politica nazionale, fu promotore  e socio fondatore dell’UNAIE (Unione Nazionale Associazioni Immigrati ed Emigrati) sottoscrivendo il 29 dicembre del 1966 a Roma, come Presidente dell’Associazione Palermitani nel Mondo, l’atto costitutivo unitamente ad altri 29 Presidenti di Associazioni provenienti dalle altre Regioni. Anche lo scrivente fu socio fondatore come Presidente di Catanesi nel Mondo, divenuta poi nel 1988 Sicilia Mondo.

      L’UNAIE fu una felice intuizione perché ha scritto la storia degli ultimi 50 anni della emigrazione italiana. 

      Piersanti, fin da giovanissimo, orientò la sua sensibilità sociale di cattolico sul fenomeno migratorio con l’Associazione Palermitani nel Mondo da lui fondata.

      Erano gli anni 60-70 in cui l’esodo dalla Sicilia raggiunse i massimi livelli.

      Piersanti, attivissimo, da deputato regionale presentò il 20 febbraio del 1975 la legge regionale n° 25 sulla emigrazione che fu la prima in Italia. Ma il suo vero capolavoro fu la successiva  legge regionale  n° 55 pubblicata il 4 giugno 1980, 5 mesi dopo la sua morte. 

      Una legge alla quale hanno attinto le altre Regioni e che fa testo, ancora oggi validissima dopo 35 anni di profonde trasformazioni.

      Ricordare Piersanti Mattarella significa anche  riscrivere una pagina di storia  del nostro Paese, in cui la sensibilità di tantissimi giovani insieme a lui, innamorati della democrazia, si impegnarono a fondo  per l’affermazione della politica sociale  in favore delle classi più deboli  nella società civile del tempo e nella grande  arena politica della D.C., partito che ricostruì il Paese.

      Tutte riflessioni che si fondono tra di loro, che danno un valore aggiunto di fiducia a Sergio Mattarella, Presidente di tutti gli italiani. Sicilia Mondo 13

 

 

 

 

 

Sempre più Cantoni escludono la lingua di Dante dalle materie di insegnamento. La Svizzera non più italiana

 

“In Italia, sotto i Borgia, per trent’anni hanno avuto guerre, terrore, assassinii, massacri: e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e cos’hanno prodotto?  Gli orologi a cucù”. La citazione tratta da il film ’Il terzo uomo’, di Carol Reed con Orson Welles e Alida Valli, rappresenta in chiave ironica la storia e le relazioni che intercorrono fra le due Nazioni divise dalle Alpi e unite dai tunnel del Bernina e del San Gottardo.

Rapporto stretto al punto che l’italiano è fra le lingue ufficiali della Confederazione Elvetica, dal momento che comprende anche cantoni a lingua italiana. Idioma che sta pian piano scomparendo dalle scuole svizzere. Il cantone di Obvald ha deciso di eliminare l’italiano dalle materie necessarie per ottenere il diploma di maturità. Quello di San Gallo stava per prendere un’analoga decisione. Nel cantone di Basilea Campagna solo 32 alunni hanno deciso di imparare l’italiano come seconda lingua.

A difesa della bellezza e della storia della lingua italiana è giunto Donato Sperduto, presidente dell’Aspi (Associazione svizzera dei professori di italiano) e docente alla Kantonschule di Obwalden: “Decidere di tralasciare l’insegnamento dell’italiano nelle scuole può essere controproducente per gli stessi alunni. Innanzitutto, per la carriera professionale, dato che consente di instaurare e mantenere rapporti economici con imprese italiane e della Svizzera italiana. Urge una linea programmatica per la salvaguardia e la diffusione della lingua di Dante non solo da parte dell’Aspi, ma altresì della Svizzera italiana e di chi rappresenta gli italiani e l’italiano all’estero. Il loro silenzio non è più sopportabile”.

“Oltre all’ostracismo dei dirigenti scolastici elvetici, anche gli alunni non sembrano gradire l’insegnamento della lingua italiana nelle scuole: “Soprattutto nei grandi Cantoni della Svizzera tedesca l’italiano continua a perdere di importanza”, spiega Donato Sperduto, che oltre a presiedere l’Aspi è anche responsabile del settore lingua italiana presso la Società svizzera degli insegnanti delle scuole medie. “La situazione ha conseguenze anche sulle università: sempre meno studenti optano per una carriera di docente di italiano”. A minacciare la presenza dell'idioma di Dante e Petrarca è lo spagnolo, ritenuto dagli studenti più utile perché parlato in più parti del globo.

“Bisognerebbe riprogrammare tutto ciò che riguarda l’insegnamento dell’italiano nelle scuole – continua Sperduto - . Se da un lato l’innalzamento del numero minimo (da 10 a 12) di alunni per attivare un corso ha colpito duramente l’insegnamento dell’italiano, dall’altro chiedo al Cantone Ticino di darsi una smossa, non solo per richiedere più funzionari al Governo Centrale, ma anche per difendere e salvaguardare l’italiano”.

Le polemiche colpiscono la nostra lingua come degli strali avvelenati: il direttore dell’Ufficio del livello secondario II del Canton San Gallo, Christoph Mattle ha affermato: “La lingua nazionale è naturalmente un argomento, ma con lo stesso diritto il latino può valere come lingua madre dell’Europa”. Dando quasi per scontata la morte dell’italiano. E Berna sembra sorda ai continui richiami e petizioni provenienti dal Ticino e dagli svizzeri: finora, né le petizioni firmate da migliaia di cittadini, né la richiesta avanzata dal Canton Ticino al Dipartimento federale dell’Interno di annullare il provvedimento per tutelare l’apprendimento dell’ italiano hanno ottenuto risultati.

Non è servita a nulla neppure l’interpellanza in Gran Consiglio della deputata socialista Nicole Wildisen, secondo la quale l’emarginazione dell’italiano “indebolisce il plurilinguismo di cui la Confederazione si è sempre vantata”: non basta conoscere le parole ‘spaghetti e pizza’ per conoscere lingua e cultura italiana”. Le giustificazioni poste dai cantoni sono quelle relative al risparmio economico. A San Gallo è stato calcolato che eliminando i corsi d’italiano si sarebbero risparmiati oltre 250.000 franchi. Mille chilometri più in giù di San Gallo si usa un detto: “il risparmio non è mai un guadagno”. Bisognerebbe andarglielo a spiegare, agli svizzeri. Alessandro Di Liegro, Echo d’Europe

 

 

 

 

1° congresso dei cittadini immigrati in Svizzera

 

BERNA - Il partito democratico in Svizzera ha partecipato con una nutrita delegazione al 1° congresso sulle migrazioni in Svizzera promosso a Berna il 7 febbraio 2015 dal sindacato Unia, dall’organizzazione dei Secondas e dalla Federazione delle Colonie libere italiane.

L’invito alla partecipazione attiva, ricevuto dagli organizzatori, ha permesso al Partito democratico di interloquire sia durante i lavori assembleari, sia nei tavoli preparatori al dibattito in assemblea portando dei contributi alle risoluzioni ed alla bozza del manifesto approvato dai partecipanti. La partecipazione del più grande partito italiano in Svizzera alle assisi congressuali vuole testimoniare una vicinanza alle grandi associazioni e movimenti impegnati nella lotta contro il razzismo, la xenofobia per la salvaguardia e la tutela dei cittadini migranti.

Le normative federali relative a questi temi, purtroppo, hanno visto sgretolare l’evoluzione costruita in lunghi anni di duro lavoro dalle precedenti generazioni. Esse hanno subito una battuta d’arresto dopo l’esito dell’iniziativa popolare del 9 febbraio 2014, che ha rimesso in discussione non solo la libera circolazione dei cittadini, ma anche la quintessenza dei diritti fondamentali dei cittadini stranieri presenti sul territorio elvetico.

Gli organizzatori hanno voluto imprimere una svolta decisiva ed incontrovertibile alla tendenza deteriore che sta delineandosi nell’opinione pubblica svizzera in materia di ospitalità e di diritti dei cittadini immigrati. Il rischio che le proposte populiste riescano ad attecchire, in prospettiva delle elezioni legislative calendarizzate per ottobre di quest’anno, è più che un allarme premonitore, anche perché in seguito all’apprezzamento del franco svizzero nei confronti dell’Euro incomincia a manifestarsi nel paese una crisi recessiva, che potrebbe far riemergere rigurgiti repulsivi come quelli degli anni ’70 e ’80 del secolo scorso.

Al termine dei lavori i partecipanti hanno approvato il documento seguente:

I partecipanti hanno approvato una serie di risoluzioni per difendere i diritti fondamentali delle migranti e dei migranti. Hanno rivendicato la prosecuzione della libera circolazione delle persone con l’UE, rifiutando con determinazione l’introduzione di contingenti di migranti discriminatori e di un nuovo statuto dello stagionale: tutti i migranti e le migranti che vivono in Svizzera devono avere le stesse possibilità sul mercato del lavoro e godere del diritto al ricongiungimento familiare.

Solidarietà con i sans-papiers e i profughi

Il Congresso ha rivendicato inoltre la regolarizzazione di tutti i sans-papiers che vivono in Svizzera, l’aumento dei permessi per la manodopera proveniente da Stati terzi e il divieto di espellere le persone che sono nate in Svizzera e qui hanno il loro centro degli interessi vitali. Hanno inoltre espresso il loro appoggio alla richiesta di accogliere nel breve periodo 100.000 profughi siriani.

Manifesto per la futura cooperazione

I partecipanti hanno discusso un manifesto che fungerà da base per il futuro lavoro comune. Un gruppo di coordinamento è stato incaricato di formulare una proposta per organizzare le strutture future e le azioni da promuovere. laltraitalia.eu 11

 

 

 

 

Tirare le somme

 

Inquadrare la situazione politica italiana dall’esterno è tutt’altro che facile. Sia dall’Europa, che dal Mondo. I milioni di Connazionali all’estero, che pure hanno loro problemi esistenziali nei Paesi ospiti, si chiedono se in Italia la condizione sia tanto complessa quanto la stampa e la televisione riporta quotidianamente. Anche tenuto conto delle alleanze d’opportunità che Renzi sembra continuare a curate.

 Apriamo questa nostra corrispondenza con un’affermazione: la realtà nazionale è certamente più variegata di quanto può apparire agli occhi di chi non la vive nella Penisola. Preferiamo, di conseguenza, essere chiari per evitare inutili speranze anche nei confronti dei Politici che proveranno ad aprire una breccia nell’elettorato; anche in quello d’oltre frontiera.

 C’è chi vende promesse e chi premonizioni. La differenza è rivelatrice, ma è meglio tenerla sempre presente. Da noi, i pronostici non hanno pregio. Oggi, come per il passato. “Vincere” o “Perdere” politicamente resta una questione di compromesso.

 I Partiti non si sono mai risparmiati nell’adottare questo sistema. Non vediamo il perché dovrebbero modificare la loro strategia. Le alleanze di ieri, potrebbero, domani, trovarsi su fronti contrapposti e viceversa. Da noi, la politica, quella che dovrebbe avere la “P” maiuscola, sarà, magari, motivo di studio, ma di difficile realizzazione pratica.

 Quando c’è da compattare un Potere Legislativo, che dovrà partorire la nuova legge elettorale, le incognite sull’evoluzione delle grandi manovre restano proprio tutte. Ovviamente, con ottiche tra loro differenti. Come già abbiamo scritto, non tentiamo d’azzardare delle previsioni. Non n’abbiamo la capacità. Né la necessaria esperienza.

 Le strategie politiche sono assai complesse e il teorema di “dare” per “avere” resta l’unico che tutti sono in grado d’intendere senza approfondimenti. Del resto, la situazione socio/politica nazionale, per quanto c’è dato di recepire, resta una cozzaglia di proposte spesso in antitesi tra loro. Tra incerte alleanze ed apparentamenti formali, lo Stivale dovrà organizzarsi per il voto. Non prima, però, del 2016.

Intanto, il 2015 resta, in ogni caso, ancora in salita. Tra imposte dirette ed indirette, gli italiani perderanno il 45% del loro reddito effettivo. Non scriviamo se è poco o tanto, solo ci siamo ripromessi di rammentarlo. L’anno nuovo è iniziato con l’incertezza di una società in crisi d’identità e di valori. Fare delle supposizioni sulla sua evoluzione sarà più difficile che per quello che ci siamo lasciati alle spalle.

 Sarà compito di Renzi tirare le somme dopo che il suo Esecutivo compirà i fatidici primi“mille giorni”. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

E' morto Michele Ferrero, l'inventore della Nutella e dei Tic Tac

 

L'imprenditore albese è deceduto a Montecarlo, aveva 89 anni ed era malato da tempo. Il presidente Mattarella: "Se ne va uno dei più grandi protagonisti dell'industria italiana". Il premier Renzi: "Portò a testa alta nel mondo la creatività del nostro Paese". La camera ardente sarà allestita ad Alba. Il sindaco Marello: "Lutto cittadino, la città si stringe attorno alla famiglia" - di STEFANO PAROLA

 

"Mister Nutella" non c'è più. Michele Ferrero 89 anni, proprietario dell'omonimo gruppo dolciario, è morto oggi pomeriggio a Montecarlo, dopo mesi di malattia. Lo ha reso noto la stessa azienda di Alba, dove verrà allestita la camera ardente. Non è ancora stata annunciata la data dei funerali. Fino all'ultimo Michele è stato assistito dalla moglie, Maria Franca, e dal figlio Giovanni, al vertice del Gruppo come unico amministratore delegato dopo la morte nel 2011 di Pietro, l'altro figlio di Michele.

 

Nato a Dogliani il 26 aprile 1925, Michele Ferrero è stato l'artefice dello sviluppo - in Italia e all'estero - dell'azienda fondata dal padre Pietro nel 1946. Sotto la sua direzione l'azienda della Nutella è infatti diventata uno dei principali gruppi dolciari del mondo, presente in 53 Paesi con oltre 34.000 collaboratori, 20 stabilimenti produttivi e 9 aziende agricole. E sempre per suo volere nacque, nel 1983, la Fondazione Ferrero, che oltre ad occuparsi degli ex dipendenti promuove iniziative culturali e artistiche.

 

"Lavorare, creare, donare", le tre parole che compaiono nel logo della Fondazione del Gruppo, che nel suo "dna" ha la responsabilità sociale, un valore su cui Michele Ferrero ha insistito per tutta la vita. Fu proprio lui a inventare i più famosi prodotti della Ferrero: da Mon Chéri (1956) a Kinder Cioccolato (1968), da Nutella (1964) a Tic Tac (1969), da Kinder Sorpresa (1974) a Ferrero Rocher (1982).

 

Ferrero era considerato l'italiano più ricco in assoluto: secondo la classifica 2014 del Billionaire Index di Bloomberg, il suo patrimonio ammontava a 23,4 miliardi di dollari. La graduatoria metteva l'inventore della Nutella  nella trentesima posizione della graduatoria mondiale.

 

La morte dell'industriale cuneese ha scatenato una pioggia di messaggi di cordoglio. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha inviato alla famiglia un telegramma: "Ho appreso con commozione la notizia della scomparsa di Michele Ferrero, imprenditore di razza, conosciuto e  apprezzato in Italia e all'estero. Ferrero è stato per lunghissimi anni un protagonista dell'industria italiana, riuscendo a essere sempre al passo con i tempi grazie a prodotti innovativi e al suo lavoro tenace e riservato. L'Italia lo ricorda con riconoscenza, anche per l'opera di sostegno e promozione della cultura".

 

Per il premier Matteo Renzi l'imprenditore di Alba fu "un innovatore, un grande italiano che ha portato a testa alta nel mondo la creatività, il talento, la qualità, la capacità imprenditoriale del nostro Paese".

 

Il ministro dell'Istruzione Stefania Giannini sottolinea che la scomparsa di Ferrero "priva l'industria italiana di una figura di primario riferimento e di un modo di fare impresa che ha sempre messo la centro della sua iniziativa la persona e la sua formazione".

 

"Scompare un grande e lungimirante capitano d'industria che ha fatto della Ferrero il simbolo del successo dell'imprenditoria italiana nel mondo", commenta il sindaco di Torino, Piero Fassino. Per il governatore Sergio Chiamparino l'inventore della Nutella "è stato senza dubbio uno dei più grandi imprenditori piemontesi, un indiscusso protagonista della rinascita economica del dopoguerra grazie alla sua capacità di coniugare il saper fare artigiano con una straordinaria visione imprenditoriale che ha portato il suo marchio in tutto il mondo".

 

Ad Alba sarà lutto cittadino per la morte del "papà" della Nutella, come ha annunciato il sindaco, Maurizio Marello: "Alba deve tutto alla Ferrero. La morte del signor Michele è una notizia che non avremmo mai voluto sentire, anche se sapevamo che da alcune settimane non stava bene", commenta il primo cittadino. "Come purtroppo è già accaduto nel 2011, con la morte del figlio Pietro, tutta la città - aggiunge - si stringerà attorno alla famiglia Ferrero e condividerà il suo grande dolore".  LR 14

 

 

 

 

Giorno del Ricordo. A Montecitorio la celebrazione in memoria delle vittime delle Foibe e dell’Esodo Giuliano-Dalmata

 

ROMA - Presso la  Sala della Regina di Palazzo Montecitorio si è svolta, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e del Presidente del Senato Pietro Grasso, la celebrazione del “Giorno del Ricordo delle Foibe e dell’Esodo Giuliano-Dalmata”.

L’incontro è stato aperto dal presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Antonio Ballarin che ha in primo luogo ricordato come con l’entrata in guerra dell’Italia nel 1915 molta gente di lingua italiana residente nell’impero austro ungarico venne deportata nel lager di internamento oppure arruolata a forza nelle truppe da destinare ai fronti più sanguinosi. Altri invece riuscirono ad arruolarsi come  volontari giuliano dalmati nelle forze armate italiane. “70 anni fa  – ha continuato Ballarin - aveva termine il devastante secondo conflitto mondiale, dopo la fine di questa guerra e nei decenni successivi nella zona dell’adriatico nord  orientale si consumò un dramma a lungo deliberatamente taciuto:  la pulizia etnica operata dall’armata di Tito della popolazione autoctona di lingua italiana presente da secoli nella Venezia Giulia, nell’Istria , nel Quarnaro e nella Dalmazia”.

“Le conseguenze di tali violenze – ha aggiunto Ballarin - furono catastrofiche. Migliaia di persone trucidate brutalmente, lo svuotamento del 90% dei territori di storico insediamento e per centinaia di migliaia di profughi la condanna ad una vita di stenti e sacrifici. Vennero semplicemente annullati i diritti umani più elementari per una generazione intera. Per una classe di persone che si sentiva davvero parte di una comunità nazionale, ma che non fu riconosciuta come tale. La questione adriatica si trova dunque al centro degli eventi che segnarono l’entrata in guerra dell’Italia nella prima guerra mondiale e la sua sconfitta nella seconda e sempre la questione adriatica ha segnato, giusto 40 anni fa, il recente passato altrettanto nefasto , ovvero la firma del trattato di Osimo nel 1975 imposto al Governo italiano da pressioni straniere , ma che fu interpretato dagli esuli giuliani dalmati e da buona parte dell’opinione pubblica come un’ennesima censura della nostra stessa esistenza”.

“L’articolo 28 della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo – ha poi affermato Ballarin - sancisce che ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale ed internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciate possano essere pienamente realizzati. Per questo diritto ampiamente proclamato gli esuli ed i lori discendenti ancora oggi intendono fare memoria ed impegnarsi per il pieno rispetto della propria dignità con azioni che vanno dalla richiesta della consegna non ancora avvenuta della Medaglia d’oro al valor militare al gonfalone della città di Zara, il capoluogo di provincia italiano più distrutto durante la seconda guerra mondiale, all’esplicita inclusione dell’argomento ‘trattato di pace e sue conseguenze per l’Italia’ nei programmi ministeriali scolastici di storia, così come riteniamo opportuno che nelle celebrazioni del due giugno sia citata nei discorsi ufficiali celebrativi di quell’evento il sacrificio della popolazione della Venezia Giulia come uno dei fatti significativi della costituzione dell’Italia repubblicana. Infatti – ha concluso Ballarin - gli accordi siglati sulla nostra pelle hanno imposto, con le nostre proprietà private costruite nel corso di generazioni, il pagamento di danni dovuti dall’intero paese all’ex Jugoslavia e per segnare un atto di onestà in questa tormentata storia ancora non conclusa noi continueremo a chiedere ed ad impegnarci per quel giusto ed equo indennizzo morale e materiale, senza il ristorno del quale per una parte della società civile verrebbe ancora una volta di più sfregiata la nozione stessa di giustizia ed umanità”.

Ha poi preso la parola la rappresentante delle associazioni degli esuli e giornalista di “Avvenire” Lucia Bellaspiga che ha ricordato il dramma della sua famiglia e degli altri esuli costretti ad abbandonare la loro terra, anche verso paesi molto lontani come l’Australia, e quasi rassegnati al silenzio per timore di non essere creduti. 

“Che ruolo hanno – si è poi domandata Bellaspiga - i figli e i nipoti dell’esodo in questo mondo che cambia ma che non deve dimenticare? Tocca a noi, dopo il secolo della barbarie, tenere alta memoria, non per recriminazioni o vendette , ma perché ciò che è stato non avvenga mai più . Se il perdono infatti è sempre un auspicio, la memoria è un dovere, è la via imprescindibile per la riconciliazione”. “I nati dopo l’esodo sulle due sponde dell’Adriatico hanno due ruoli. – ha proseguito Bellaspiga dopo aver sottolineato la necessità di far conoscere nelle scuole italiane il sacrificio dei giuliano dalmati anche per quanto riguarda il pagamento dei danni di guerra - Il primo è difendere una verità ancora non del tutto condivisa. Ma in questa opera di civiltà riusciremo solo con il sostegno forte ed incondizionato delle istituzioni. Il secondo ruolo è quello di vegliare perché il Giorno del Ricordo non diventi con il tempo un retorico appuntamento celebrato per dovere”.   

Dal canto suo il sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova ha evidenziato come dopo decenni di silenzio sul dramma della popolazione autoctona italiana della costa orientale dell’adriatico, la legge approvata undici anni or sono, che istituiva il Giorno del Ricordo, abbia “aperto la strada per affrontare una delle pagine più tristi della storia europea e nazionale del dopo guerra”. “Le atrocità – ha aggiunto Della Vedova - le cui vittime sono stati innocenti italiane ed italiani, bambini ed anziani, impongono innanzitutto un doveroso saluto alle persone presenti in questa aula che direttamente o in quanto discendenti hanno sofferto sistematiche violazioni dei diritti umani… Pochi mesi fa ho visitato a Trieste il magazzino 18 luogo simbolico dell’esodo dei 350.000 che dovettero lasciare le loro case per sfuggire al terrore, alle violenze e alle minacce, semplicemente per lasciare un paese in cui il rispetto dei diritti della minoranza autoctona italiana, dall’istruzione al lavoro, era nella sostanza negata”. “Quella – ha ricordato il sottosegretario - era l’Europa della Cortina di Ferro, e forse quando ora dibattiamo su cosa sia oggi il vecchio continente, e quali sfide, prospettive di unità, libertà e crescita lo investono, dovremmo aver sempre chiaro nella mente che il primo movente dello storico processo di integrazione europea intrapreso negli anni 50 dello scorso secolo, era ed è ancora la pace e la convivenza reciproca di tutti i popoli europei. La visita del magazzino 18 – ha continuato Della Vedova - ha evocato in me anche il silenzio insopportabile calato per decenni su questa tragedia umana e nazionale e credo che il richiamo a quello che la scuola possa fare su questo tema sarà sempre più ascoltato”.

Per Della Vedova inoltre il Giorno del Ricordo rappresenta “la riscoperta di questi episodi storici non più in chiave di contrapposizione fra ideologie che hanno diviso l’Europa per decenni, ma nell’ottica di un recupero della storia e della complessità delle vicende del confine orientale, affinché anche con l’avvicendarsi delle generazioni tali sofferenze non si ripetano più sul suolo europeo”. Il sottosegretario ha anche annunciato il rilancio del dialogo con il mondo dell’esodo attraverso la convocazione per la giornata di oggi, presso la presidenza del Consiglio dei ministri, di un incontro a livello tecnico tra il governo, la Regione Friuli Venezia Giulia e le associazioni degli esuli istriani, fiumani e dal dalmati. “Un’altro risultato che sarà possibile conseguire – ha specificato Della Vedova -  è quello della realizzazione  di una sezione dedicata all’esodo all’interno del museo del Vittoriano. Attraverso questo importante tributo alla memoria di quelle sofferenze si darebbe la giusta dignità ad una tragedia nazionale consumatasi  non con una guerra, ma attraverso quella che è stata una delle più gravi sofferenze patite da una minoranza autoctona in Europa nel dopoguerra”.

Oggi – ha detto infine Della Vedova - abbiamo il dovere di non dimenticare, di preservare la memoria attraverso questa ricorrenza e le altre iniziative per proteggere e rafforzare i valori di pace e di rispetto dei diritti umani che rappresentano la costituzione sostanziale dell’Europa. Preservare in modo onesto e partecipe la memoria di quella ferita, che una lunga rimozione ha lasciato non rimarginata, rappresenta oggi anche il modo migliore per rispondere ai risorgenti nazionalismi che attorno e dentro i confini europei minacciano la pacifica stabilità”.  

E’ poi intervenuta la ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Stefania Giannini che ha sottolineato come queste ricorrenze consentano di proteggere la memoria di questi crimini contro l’umanità dal rischio dell’oblio e della dimenticanza. La Giannini, dopo aver ricordato che l’orrore delle Foibe ha avuto luogo proprio alla vigilia della realizzazione del sogno di un’Europa di pace, laica e pluralista che oggi per i nostri giovani è normalità, ha evidenziato come questa ricorrenza non rappresenti solo un tributo doveroso alla memoria, ma anche un momento di conoscenza che deve diventare coscienza condivisa nella nostra società. “Le scuole, le università e il mondo della ricerca – ha aggiunto la ministra - sono presenti per liberare una generazione da un negazionismo che è tanto sottile quanto insidioso poiché tende a diffondere la falsa credenza che quei massacri continuino ad essere una vicenda tragica che riguarda solo il confine orientale del Paese. Io non credo che sia così. La scuola, l’università e la ricerca sono dunque in prima linea per insegnare che le tragedie del Paese sono tragedie condivise e di cui tutti portiamo una responsabilità fatta di conoscenza, memoria e solidarietà”. La Giannini si è poi soffermata sul concorso nazionale , promosso presso le scuole dal Miur in collaborazione con le associazioni, le istituzioni e i liberi comuni, sul tema “La Grande Guerra e le terre irredente dell’Adriatico orientale nella memoria degli italiani”. “Questo concorso – ha spiegato la ministra - ha incoraggiato i ragazzi di tutta Italia a riflettere anche su di un fatto molto importante del 1915 e cioè sulle settimane che hanno trasformato un paese neutrale come l’Italia in interventista e sul significato di quella che per tutti noi è la grande guerra da cui poi sono scaturiti due lunghi periodi devastati per la storia europea. Quello che è durato trenta anni e che ha portato al nostro attuale paese, uno stato fiero e libero, e quello durato 75 anni che ha permesso all’Europa dell’Est di riunirsi alla grande famiglia europea”.

Dopo la premiazione degli alunni delle scuole vincitrici del concorso nazionale ha infine preso la parola la Presidente della Camera Laura Boldrini che ha rivolto un ringraziamento particolare a tutte le associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati. “L’Italia – ha detto la Boldrini - vi deve molto perché con il vostro instancabile impegno avete impedito che venisse cancellata definitivamente la memoria dell’orrore del quale rimasero vittime migliaia di uomini, donne e bambini. Perché un Paese che nasconde la verità non può mai essere un Paese libero e democratico”.

“Quando nel marzo del 2004 prima la Camera e poi il Senato approvarono a larghissima maggioranza la legge 92 che istituiva la ‘Giornata del ricordo’,  - ha poi aggiunto la Presidente della Camera - il Parlamento realizzava uno dei suoi atti più elevati e significativi , colmando, finalmente, un debito di riconoscenza verso la memoria delle migliaia di italiani che rimasero vittime di una violenza cieca e brutale… Il Novecento – ha proseguito la Boldrini - non è stato soltanto lutti e tragedie. E’ stato anche il secolo in cui tanti popoli si sono liberati dal colonialismo, in cui si sono affermati e diffusi diritti sociali e civili, in cui hanno fatto irruzione in tutto il mondo da protagonisti i movimenti delle donne e giovanili. Ma hanno pesato come un macigno sulla vita di milioni di persone le due guerre mondiali, la ferocia delle dittature, le contrapposizioni ideologiche della guerra fredda. A pagare per tutto questo, insieme a milioni di esseri umani, ci sono stati anche i principi di verità e di giustizia. Sulle foibe, in particolare, è calato un muro di silenzio . Si è voluto nascondere e si è preferito non parlare. … Pregiudiziali ideologiche insieme a calcoli diplomatici. Ecco che cosa ha impedito che si parlasse delle Foibe e dell’esodo cui furono costrette tante famiglie di italiani”.

La Boldrini ha poi ricordato sia il contributo dato dagli esuli alla crescita economica e culturale dell’Italia, sia la drammatica guerra dei Balcani che nel 1992 ha insanguinato i territori dell’ex Jugoslavia provocando circa duecentomila morti e oltre due milioni di persone tra sfollati e rifugiati. Per la Boldrini inoltre la tragedia delle foibe ci insegna “che le dittature hanno dentro di sé il germe avvelenato della violenza e della sopraffazione. E questo vale, nel caso degli eventi che stiamo ricordando oggi, sia per la dittatura fascista che per la dittatura comunista jugoslava. La libertà e la democrazia – ha puntualizzato la Presidente della Camera - sono dunque un bene prezioso che non è dato per scontato una volta per tutte, ma va difeso e rinnovato ogni giorno. Ci insegna che le prime e le più numerose vittime delle guerre sono le popolazioni civili, sono le persone innocenti e non belligeranti”.

 “Il 10 febbraio – ha concluso la Boldrini dopo aver ricordato che oggi i giovani italiani, sloveni e croati possono  condividere la stessa identità europea e i suoi valori di libertà e di democrazia - è dunque una giornata di ricordo, ma è soprattutto un monito, per il presente e per il futuro. Un monito contro l'intolleranza, contro tutte le guerre, contro le dittature e contro ogni tentativo di nascondere la verità”. G. M. Inform 11

 

 

 

 

Non capisco

 

La pena inflitta a Schettino mi pare lieve e non posso comprendere la depenalizzazione di Parolisi, ma neanche il possibile ritorno in carcere di Anna Maria Franzoni, solo per un vizio di forma.

Evidentemente la legge oltre ad essere dura è complessa, embricata, difficilissima da decifrare nei suoi movimenti e risoluzioni.

Difficile è anche capire perché Triton ha sostituito in peggio Mare Nostrum, non consentendo altri interventi che contenimenti e nessuna possibilità di aiuto e soccorso verso disperati in  cerca di una esistenza migliore.

Non capisco neanche il corteo dei vigili urbani in piazza  a Roma anche per protestare per il caso delle assenze durante la notte di Capodanno e tanto meno il significato delle dichiarazioni dei leader di Germania, Francia, Russia e Ucraina, che dicono di aver raggiunto, dopo un vertice fiume di 15 ore,  un accordo per mettere fine agli scontri nell'Ucraina orientale, ma precisano che la via per la pace è ancora lunga.

Non capisco il passaggio di Berlusconi alla decisa opposizione che riconosce le ragioni di Fitto che però riceve un ultimatum di o fuori o dentro e le dimissioni Francesco Paolo Sisto (Forza Italia) dal ruolo di relatore della riforma costituzionale, mentre a settembre si dichiarava ottimista sul "clima sereno" che si respirava nella Commissione Affari Costituzionali che presiede e dichiarava: "ci sono tutti i presupposti per gestire con tranquillità il provvedimento".

Non capisco la strategia di Renzi per superare il primo vero test del suo governo dopo la rottura del patto del Nazzareno  e sarà interessante osservare il comportamento dei 70 deputati di Forza Italia e ancor più il voto sul DDL Boschi in vista di un altro passaggio delicato alla Camera, quello dell'Italicum, più complesso perché è prevista l'approvazione definitiva.

Pare che Renzi abbia scelto la linea dura e, dopo due giorni di  riforma costituzionale ‘al ralenti’ abbia perso la pazienza ed optato per una seduta ininterrotta  contro  l’ostruzionismo dell’opposizione, tra M5s, Sel, Lega e quella parte di Forza Italia che ha stracciato in cuor suo il Nazzareno.

Partecipa alla riunione del Partito Socialista Europeo e ne approfitta per ripetere che “occorre cambiare la politica economica”, senza però chiarire in quale modo.

Non capisco, anche, se vi sia o no un accordo fra Grecia e Eurogruppo, con nostro ministro della economia che lasciando la riunione a notte fonda dichiara sibillino e in puro politichese che il confronto è stato “franco” (che vuol dire duro), ma lui è (non si sa come e perché) “ottimista”.

Secondo fonti di stampa, la bozza di conclusioni stabiliva che il programma di aggiustamento greco dovesse essere prorogato, emendato e completato.

Il ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis aveva dato il suo benestare di massima, ma dopo consultazioni con Atene (si presume Tsipras) ha fatto marcia indietro. Consultato dagli altri esponenti della zona euro, il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble avrebbe finalmente deciso di bloccare a sua volta l'uscita di un qualsiasi testo. Due almeno sono gli aspetti su cui trovare un accordo dal nostro corrispondente: il primo è come gestire la scadenza dell'attuale programma prevista alla fine di questo mese e l’altro riguarda le condizioni da porre alla scelta precedente, perché i greci vogliono impegni meno gravosi e molti creditori sono pronti a rivedere le condizioni, ma non vogliono correre il rischio di annacquare la strategia di politica economica.

Per completare la lista di ciò che non capisco c’è il successo senza precedenti di un San Remo piatto, noioso e senza guizzi o effervescenze, un Sanremo renziano fatto di promesse e delusioni, condotto senza nerbo da Carlo Conti, con ospiti insulsi ed improponibili (tranne la bella ed intelligente Charlize Theron), un trio impossibile composto da Emma Marrone,  Arisa e  Rocio Munoz, con autori dei testi che andrebbe chiuso in una stanza on una tigre affamata. Carlo Di Stanislao

De.it.press 22

 

 

 

 

 

Il partito che non c’è

 

Scrivere della situazione socio/politica italiana è un’impresa ardua; lo è anche per noi che ci interessiamo della questione dal 1960. L’anno è da poco, iniziato, ma le situazioni “problematiche” si sono ulteriormente complicate. Le alleanze, anche se il nome è improprio, sembrano da rivedere e in Parlamento le critiche restano in prima linea, anche se l’Italia continua a sprofondare in una palude d’incomprensioni e di responsabili silenzi.

Tutti i partiti hanno fatto il loro tempo. Aver cambiato il nome non è servito e le scissioni ancora meno. L’incertezza, del resto, colpisce solo in Popolo italiano e non chi pretende d’amministrarlo. “Maggioranza” e “Opposizione” sono due poli di una stessa corda che tende a soffocare e a vanificare ogni tentativo di ripresa. Quando si continua governare con le “premesse”, di strada se ne può fare poca.

 I risultati sono sotto gli occhi di tutti e l’impotenza popolare è più che palese. Se, per ipotesi, si riuscisse a coalizzare un “Partito dei Disoccupati”, (tre milioni d’elettori) la maggioranza parlamentare sarebbe garantita. Del resto, fare politica come quella che c’è propinata oggi non cambia di molto questa nostra ipotesi di fantapolitica. L’Italia ha toccato il fondo dell’indigenza. Chi vive “bene” rimangono i parlamentari che, certamente, non hanno timore, nell’immediato, d’essere”licenziati”.

 In politica il lavoro non manca mai e il Parlamento è una fucina sempre in apparente attività. Prenderne atto, a nostro avviso, non basta più. Ci vorrebbero delle proposte costruttive lontane dalle polemiche di Palazzo. A scriverlo è semplice. Realizzarlo resta, oggettivamente, impossibile. Ci sono ancora troppi lacci che legano le poche, iniziative percorribili. Da noi, purtroppo, è sempre più facile “sembrare” che “essere”.

Se bastassero le esternazioni, problemi non ne avremmo più. Ciascuno dice la sua e la Penisola continua la sua recessione con danni che potrebbero anche essere insanabili. Per cambiare, ci vorrebbero uomini politici che abbiamo, o che non si sono ancora rivelati, l’umiltà di riconoscere che molto si poteva fare e non è stato fatto.

 Per andare “Contro Corrente”, basterebbe, appunto il Partito dei Disoccupati. Apparato che potrebbe tirare avanti senza compromessi politici perché, ovviamente, non servirebbero. Quello che ci manca, e del quale sentiamo la necessità, è l’”equilibrio” di una politica fatta a misura di chi la propone ed è “stretta” o “larga” per tutti gli altri. Politici, purtroppo, non si nasce. Disoccupati, invece, si diventa.

 Con la primavera, almeno questo è il nostro auspicio, ci auguriamo che Renzi, e l’eterogenea Maggioranza che lo supporta, prenda coscienza di quanto serve al Paese e su quanto sarà possibile realizzare entro fine anno. D’eterno, per la carità, non c’è nulla. Soprattutto le Legislature. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Seminario nazionale a Roma dal Patronato Acli. I Patronati infrastrutture sociali del futuro

 

ROMA - Dopo mesi di confronto, a tratti anche complicato, fra Patronati e Governo, che ha portato ad una riduzione dei tagli inizialmente previsti nella legge di stabilità, si consolida il clima di dialogo mentre procede l'attuazione della riforma dei Patronati.

Giuliano Poletti, ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, è intervenuto ieri al seminario organizzato a Roma dal titolo “Il Patronato Acli nel percorso di riforma della Legge 190/2014”, convenendo sul fatto che i Patronati hanno una forte ragion d'essere tra i cittadini. “Per costruire una società più coesa e corresponsabili, ben vengano – ha aggiunto il ministro Poletti - le infrastrutture sociali come i Patronati, con le loro idee e le loro iniziative. Dobbiamo costruire il massimo della complementarietà tra società, stato e mercato, senza diffidenze e senza accondiscendenze. I Patronati sono importantissimi in un'ottica di welfare che punti a cambiare logica, passando dal trasferimento monetario alla presa in carico dei cittadini in difficoltà. Si deve uscire dal meccanismo per cui si accede a delle prestazioni di welfare in quanto si appartiene ad una categoria per riconoscere i diritti in quanto cittadini”.

Dagli interventi di vari esperti e tecnici dei patronati del Cepa, di Inps e Inail sono emersi numerosi dati che confermano l'utilità sociale dei Patronati a fronte di costi assai contenuti, e l'attualità del loro sistema di mutualità che consente di offrire servizi gratuiti anche ai cittadini più deboli.

Per questo “il Patronato del futuro – ha affermato Paola Vacchina, presidente del Patronato Acli - sarà non solo patrocinio di pratiche, ma sempre di più patrocinio di percorsi di emancipazione, di cittadinanza, di intrapresa: patrocinio di progetti che rendano buona la vita personale e solidale e coesa la vita sociale”.

Gianni Bottalico, presidente nazionale Acli, ha confermato la disponibilità delle Acli a concorrere alle prospettive di collaborazione aperte dalla legge di riforma dei Patronati, la 190/2014, ed a “contribuire a un disegno complessivo di welfare, che si ponga come obiettivo quello di invertire la tendenza all'aumento delle disuguaglianze che si è manifestata con la crisi, e di ridistribuire la ricchezza sotto varie forme, non solo economiche, per creare le condizioni di sicurezza e coesione sociale che concorrono a far ripartire l'economia”.  (Inform 13)

 

 

 

 

 

 

La riflessione

 

Tempi difficili, questi, per il mondo del lavoro nel nostro Paese. Si è tornati a respirare l’aria “pesante” degli scioperi; anche se non c’è ben chiaro contro chi e per cosa. I “tecnici” sono nella condizione di non esserne influenzati. Il loro programma procede senza sconti per nessuno. Eppure si sciopera. Pur riconoscendo che, almeno, questo resta un diritto inalienabile, pur comprendendo il profondo significato di buona parte dell’impegno sindacale, ci sembra opportuno fare alcune considerazioni sull’attuale situazione di tensione che non è più solo tra datori di lavoro e lavoratori. Lo sciopero, per sua natura, non è stato mai una manifestazione fisiologica del mondo del lavoro; anche se è entrato, a pieno titolo, tra le componenti dei rapporti tra datori di lavoro e lavoratori. Ma nell’Italia della recessione, non tutte le agitazioni sociali, in parte spontanee, non hanno una motivazione sindacalmente valida. Molti scioperi hanno origini assai più complesse che rivelano rivendicazioni politiche più che sociali. Questa è la situazione nel Bel Paese alle porte di una primavera già colma d’imprevisti e possibili prese di posizione in campi opposti. Non si tratta più di un fatto di concertazione. Gli scioperi sono, ora, delle prove di forza che non scompongono, certo, chi ci governa con la fiducia di un Parlamento politicamente esautorato. Le redini della situazione occupazionale italiana non sono più nelle mani di poche né, tantomeno, di capitalisti irresponsabili. Allora, chi ha veramente in mano la situazione socio/economica nazionale? Chi opera, realmente, in favore della classe lavoratrice? A questi interrogativi si può tentare di formulare una risposta sufficientemente attendibile. Per cominciare, il sindacalismo italiano continua a vivere una perenne e dannosa contraddizione. Da un lato persegue l’obiettivo di un’impossibile unificazione, dall’altro intende svincolarsi definitivamente dai suoi rapporti con i partiti. Su questo secondo fronte, il successo è stato quasi raggiunto, sul primo restiamo sempre in alto mare. Eppure, la logica evoluzione dei tempi richiede una forza sociale più coesa per comuni mete. Tra l’altro, essere uniti significa anche aumentare le potenzialità contrattuali sul mercato del lavoro. Quindi, più strategie per l’occupazione e meno accordi di facciata che non garantiscono un bel nulla. Un atteggiamento più accomodante, tra l’altro, potrebbe anche favorire un meno tribolato sviluppo del Paese sia a livello interno, che internazionale. Sarà difficile, ancora per molto ancora, pronosticare un sindacato “unico”, con “uniche” finalità. Resta che la strada da seguire ci sembra proprio questa. Con la rivisitazione dello Statuto dei Lavoratori, anche le varie matrici sindacali dovrebbero trovare il modo di accordarsi. Dati i risultati, resta facile comprendere che il “lavoro” potrebbe unire, la “politica”ancora no.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Partita la campagna di certificazione di esistenza in vita per i pensionati italiani all’estero. Risposte entro il 3 giugno

 

ROMA  - È partita ufficialmente la campagna di certificazione di esistenza in vita rivolta ai pensionati italiani all’estero.

Si tratta, come noto, della campagna che Citibank – l’istituto che paga le pensioni per con dell’Inps – avvia ogni anno per assicurare la regolarità dei pagamenti, verificando l'esistenza in vita, l'indirizzo e la residenza del pensionato.

Per farlo, l’istituto ha predisposto diversi sistemi di accertamento basati sulla richiesta di attestazioni del pensionato avallate da “testimoni accettabili”, cioè Autorità legittimate ad accertare l’identità del dichiarante; sulla localizzazione di una o più rate di pensione presso sportelli di un operatore locale (“Partner di appoggio”) per la riscossione personale da parte del pensionato.

La combinazione di questi due sistemi ha come obiettivo – almeno sulla carta – di limitare i disagi imposti ai pensionati in relazione alla verifica e a garantire l’efficacia dell’accertamento.

La rilevazione dell’esistenza in vita prende il via, ogni anno, a partire dal mese di gennaio, mediante la spedizione ai pensionati del plico contenente la lettera esplicativa ed il modello di attestazione.

Modello che deve essere rispedito a Citibank entro il 3 giugno 2015.

La lettera che accompagna il modulo di attestazione dell’esistenza in vita, oltre alle istruzioni per la compilazione, contiene anche la lista dei testimoni accettabili per il Paese di residenza del pensionato (per testimone accettabile si intende un rappresentante di un’Ambasciata o Consolato italiano o un’Autorità locale abilitata ad autenticare la sottoscrizione dell’attestazione di esistenza in vita); l’indicazione della documentazione di supporto da allegare (fotocopia di un valido documento d’identità del pensionato con foto, oppure fotocopia della prima pagina di un suo estratto conto bancario recente, oppure fotocopia di una bolletta recante il suo nome).

Nei casi eccezionali, in cui per particolari situazioni soggettive (persone inabili, con limitazioni funzionali, ricoverati, detenuti, etc.) il pensionato non sia in condizione di fornire l'attestazione dell'esistenza in vita secondo le modalità dinanzi descritte, sarà possibile ricorrere a modalità alternative contattando il Servizio di assistenza di Citibank. (aise 9)

 

 

 

 

Il 19 febbraio a Roma il convegno dell’ASILS “La lingua italiana come strumento di dialogo interculturale, sviluppo e crescita economica”

 

ROMA – L’Associazione delle Scuole di Italiano come Lingua Seconda (ASILS),  che riunisce 42 istituzioni private di lingua e cultura italiana in Italia attive in 10 Regioni con oltre 25 mila studenti iscritti all’anno, organizza a Roma il convegno sul tema “La lingua italiana come strumento di dialogo interculturale, sviluppo e crescita economica”. L’incontro si terrà a Roma,  alle ore 10 di giovedì 19 febbraio, presso l’Ufficio per l’Italia del Parlamento Europeo, Sala delle Bandiere (via IV Novembre, 149 – Roma).

Il convegno punterà a sottolineare l’importanza dello studio della lingua italiana, non solo come strumento di dialogo interculturale, ma anche come elemento di mobilità in Italia, di sviluppo e crescita economica nella crisi del debito del nostro paese, temi trattati negli Stati Generali della Lingua (ottobre 2014), e proposti da ASILS sul tavolo di lavoro del gruppo 5 ‘Gestione e strumenti della promozione della lingua italiana’.

Il dibattito sarà aperto dal sottosegretario agli Esteri e alla Cooperazione Internazionale Mario Giro. Parteciperanno inoltre Eleonora Cimbro, deputata Pd; Stefano Zanini capo ufficio III della Direzione Generale Sistema Paese del ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale; Loredana Cornero, segretaria generale della Comunità radiotelevisiva italofona; Valeria Della Valle docente di Linguistica all’Università “La Sapienza” di Roma e  Leandro Palestini giornalista de “La Repubblica”.  Nell’incontro ASILS vuole riunire rappresentanti del mondo istituzionale, della cultura, dell’impresa e dell’università per fare il punto della situazione sulle attività di promozione dell’immagine dell’Italia in Europa e nel mondo. (Inform 13)

 

 

 

 

Pubblicato il Premio "Lucani Insigni 2015". Iscrizioni entro il 28 febbraio

 

Potenza - E’ stato pubblicato sul sito del Consiglio regionale della Basilicata, l’avviso pubblico per il Premio "Lucani Insigni 2015", che la Regione conferisce a otto personalità lucane e straniere, residenti in Italia o all’estero, che si sono distinte "per meriti raggiunti in campo sociale, scientifico, artistico e letterario e a personalità impegnate nella diffusione e nella conoscenza dell’identità lucana".

Le candidature per i meriti raggiunti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario, possono essere presentate da Enti e Organismi pubblici, Associazioni culturali italiane ed estere, Associazioni e Federazioni dei Lucani nel Mondo e dai consiglieri regionali.

Le domande, corredate da un dettagliato curriculum della personalità designata, dovranno essere presentate entro il 28 febbraio 2015 all’Ufficio Politiche per la Rappresentanza e Partecipazione del Consiglio regionale o inviate per posta (Ufficio Politiche per la Rappresentanza e Partecipazione – Commissione regionale dei Lucani nel Mondo – Via V. Verrastro n. 6, 85100 Potenza).

Si legge nel Bando: "il Consiglio regionale della Basilicata può conferire 8 premi a personalità lucane e straniere, residenti in Italia o all’estero, che si sono distinte per meriti raggiunti in campo sociale, scientifico, artistico e letterario e a personalità impegnate nella diffusione e nella conoscenza dell’identità lucana.

A ciascun premiato sarà consegnata un’opera di pregio di un autore lucano, stabilita con delibera dell’Ufficio di Presidenza.

Le candidature per i meriti raggiunti in campo sociale, scientifico, artistico e letterario, corredate di un curriculum vitae in formato europeo e di curriculum professionale dettagliato, possono essere presentate da Enti e Organismi pubblici, Associazioni culturali italiane ed estere, Associazioni e Federazioni dei Lucani nel Mondo, dai Consiglieri regionali.

Le candidature per la diffusione e la conoscenza dell’identità lucana, corredate di un curriculum vitae in formato europeo e di curriculum professionale dettagliato, possono essere presentate da Enti e Organismi pubblici, Associazioni culturali italiane ed estere, Associazioni e Federazioni dei Lucani nel Mondo, dai Consiglieri regionali, dalle case editrici, dai critici d’arte e dagli autori". (aise)

 

 

 

 

Indetta l’XI edizione del Premio Giacomo Matteotti

 

ROMA - La Presidenza del Consiglio dei ministri ha indetto l'undicesima edizione del Premio nazionale intitolato a Giacomo Matteotti, previsto dalla legge 5 ottobre 2004, n. 255 e disciplinato dal regolamento adottato con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 24 luglio 2009, n. 126. Il Premio viene assegnato ad opere che illustrano gli ideali di fratellanza tra i popoli, di libertà e giustizia sociale che hanno ispirato la vita di Giacomo Matteotti.

Le domande di partecipazione devono essere inviate entro 90 giorni dalla data di pubblicazione del bando in Gazzetta Ufficiale (G.U. 4a Serie Speciale - Concorsi ed Esami n. 10 del 6 febbraio 2015).

Il Premio è suddiviso in tre sezioni:

- Sezione “saggistica”: possono concorrere al Premio le opere in lingua italiana di carattere saggistico di autori, anche stranieri, viventi alla data di pubblicazione del presente bando, pubblicate in volume per la prima volta nel periodo ricompreso tra il 1° gennaio 2013 ed il 31 dicembre 2014. Il Premio consiste in una somma di denaro pari ad euro 10.000.

- Sezione “opere letterarie e teatrali”: possono concorrere al Premio le opere in lingua italiana di carattere letterario, teatrale e poetico (nella loro stesura o messa in scena) di autori, anche stranieri, viventi alla data di pubblicazione del presente bando, pubblicate in volumeo rappresentate al pubblico per la prima volta nel periodo ricompreso tra il 1° gennaio 2013 ed il 31 dicembre 2014. Il Premio consiste in una somma di denaro pari ad euro 10.000.

- Sezione “tesi di laurea”: possono concorrere al Premio coloro che abbiano conseguito la laurea o il dottorato in qualsiasi Università, italiana o straniera, nel periodo ricompreso tra il 1° gennaio 2013 ed il 31 dicembre 2014, discutendo una tesi, in qualunque disciplina, sulla figura di Giacomo Matteotti o sugli ideali che ne hanno ispirato la vita. Il premio prevede due tesi vincitrici a pari merito e consiste, per ciascun lavoro, in una somma di denaro pari ad euro 5.000. La Commissione giudicatrice può proporre la pubblicazione delle tesi vincitrici.

La cerimonia di premiazione si svolgerà a Roma il 16 ottobre 2015. Per maggiori informazioni e per le modalità di partecipazione e di invio delle domande, vedere il bando: www.governo.it/backoffice/allegati/77845-9990.pdf.    Inform  13

 

 

 

 

Deutschland ist auf ausländische Fachkräfte angewiesen Zuwanderung

 

Die Bundesregierung hat die Integration von Menschen mit Migrationshintergrund zu einer Schlüsselaufgabe ihrer Politik gemacht. Handlungsfelder sind insbesondere Sprache, Bildung und Ausbildung sowie der Arbeitsmarkt.

 

In Deutschland hat heute fast jeder fünfte Einwohner einen Migrationshintergrund. Das sind knapp 16 Millionen Menschen. Ungefähr die Hälfte dieser Menschen hat die deutsche Staatsbürgerschaft. Deutschland ist in Europa nach wie vor ein Hauptzielland von Migration und hat an Attraktivität weiter gewonnen.

Das ist eine gute Nachricht. Denn wir alle wissen, dass wir dringend auf ausländische Fachkräfte angewiesen sind. Integration ist ein Prozess, der allen etwas abverlangt. Sie ist eine gesamtgesellschaftliche Aufgabe. Für alle gilt selbstverständlich die Werteordnung des Grundgesetzes.

Alle jungen Menschen – ob mit oder ohne Migrationshintergrund – müssen die Chance auf eine Berufsausbildung erhalten. Das war die Forderung des siebten Integrationsgipfels in Berlin.

Bei der abschließenden Pressekonferenz sagte die Bundeskanzlerin, am Thema Ausbildung habe sich gezeigt, dass Integration keine Einbahnstraße sei. Menschen mit Migrationshintergrund müssten sich nicht einseitig in die Gesellschaft integrieren – auch die Gesellschaft müsse bereit sein, sich zu öffnen. Nur in diesem gegenseitigen Miteinander gelinge die Integration auch bei der Ausbildung.

 

Zahlen, Daten, allgemeine Informationen

Broschüre "Migrationsbericht 2013", mehr http://www.bmi.bund.de/SharedDocs/Downloads/DE/Broschueren/2014/migrationsbericht_2013_de.html  

10. Bericht über die Lage der Ausländerinnen und Ausländer in Deutschland

mehr

http://www.bundesregierung.de/Content/DE/Artikel/IB/Artikel/Allgemein/2014-10-29-10-lagebericht.htm  

Broschüre "Willkommen in Deutschland-Informationen für Zuwanderer", mehr

http://www.bmi.bund.de/SharedDocs/Downloads/DE/Broschueren/2015/Willkommen_in_Deutschland_de.html?nn=3316956   

Broschüre "Migration und Integration – Aufenthaltsrecht, Migrations- und Integrationspolitik in Deutschland", mehr

http://www.bmi.bund.de/SharedDocs/Downloads/DE/Broschueren/2014/migration_und_integration.html?nn=3316956

Doppelte Staatsangehörigkeit möglich, mehr

http://www.bundesregierung.de/Content/DE/Artikel/2014/04/2014-04-07-staatsangehoerigkeit.html

 

Asylbewerber

Erleichterungen für Asylbewerber, mehr

http://www.bundesregierung.de/Content/DE/Artikel/2014/10/2014-10-29-verbesserungen-fuer-asylbewerber-beschlossen.html

Bleiberecht nach acht Jahren Aufenthalt, mehr

http://www.bundesregierung.de/Content/DE/Artikel/2014/12/2014-12-03-kabinett-bleiberecht.html

Höhere Leistungen für Asylbewerber, mehr

http://www.bundesregierung.de/Content/DE/Artikel/2014/08/2014-08-27-asylbewerberleistungsgesetz-kabinett.html

Schnelle Unterbringung von Flüchtlingen, mehr

http://www.bundesregierung.de/Content/DE/Artikel/2014/10/2014-10-08-fluechtlingsunterkuenfte.html

Zweimal 500 Millionen für Länder und Kommunen, mehr

http://www.bundesregierung.de/Content/DE/Artikel/2014/12/2014-12-09-treffen-regierungschefs-bkin.html

 

Zuwanderung aus der EU

Freizügigkeit ja, Sozialmissbrauch nein, mehr

http://www.bundesregierung.de/Content/DE/Artikel/2014/08/2014-08-27-freizuegigkeitsgesetz.html

Bund hilft Kommunen, mehr

http://www.bundesregierung.de/Content/DE/Artikel/2014/10/2014-10-15-eu-migration-bund-hilft-kommunen.html

 

Integrationsgipfel im Bundeskanzleramt

Gleiche Ausbildungschancen für alle, mehr

http://www.bundesregierung.de/Content/DE/Artikel/2014/12/2014-12-01-integrationsgipfel.html

Podcast "Junge Menschen brauchen Chance auf Ausbildung", mehr http://www.bundesregierung.de/Webs/Breg/DE/Mediathek/Einstieg/mediathek_einstieg_podcasts_node.html?id=1292394

Video "Statement der Kanzlerin zum Auftakt des Integrationsgipfels", mehr

http://www.bundesregierung.de/Webs/Breg/DE/Mediathek/Einstieg/mediathek_einstieg_livestream_node.html?id=1296570

Video "Pressekonferenz zum 7. Integrationsgipfel", mehr

http://www.bundesregierung.de/Webs/Breg/DE/Mediathek/Einstieg/mediathek_einstieg_livestream_node.html?id=1296630

 

Bildung/Berufsausbildung

Ausbildungspakt will allen jungen Menschen Chancen auf Berufsausbildung bieten, mehr http://www.bmbf.de/de/2295.php

Integration durch Bildung, mehr http://www.bmbf.de/de/15624.php

Initiative Bildungsketten begleitet Schüler beim Übergang Schule – Berufswelt

Mehr http://www.bildungsketten.de/

JOBSTARTER-Projekte verbessern regionale Ausbildungsstrukturen, mehr

http://www.bmbf.de/de/jobstarter.php

Bildungsstand der Personen mit Migrationshintergrund steigt, mehr https://www.destatis.de/DE/PresseService/Presse/Pressemitteilungen/2014/06/PD14_214_217.html

Ausbildung von Migranten im öffentlichen Dienst, mehr

http://www.wir-sind-bund.de/WSB/DE/Startseite/startseite-node.html

 

Arbeitsmarkt

Studie "Arbeitsmarkt 2030" – Ohne Zuwanderung fehlen Fachkräfte, mehr

http://www.bundesregierung.de/Content/DE/Artikel/2015/02/2015-02-05-studie-arbeitsmarkt-2030.html

Partnerschaft für Fachkräfte, mehr

http://www.bmas.de/DE/Service/Presse/Pressemitteilungen/2014-11-18-fachkraefte.html

Lernen und Arbeiten in Deutschland, mehr

http://www.auswaertiges-amt.de/DE/EinreiseUndAufenthalt/LernenUndArbeiten/ArbeiteninD_node.html

Willkommensportal "Make it in Germany", mehr

http://www.make-it-in-germany.com/

Portal "Anerkennung in Deutschland", mehr

http://www.anerkennung-in-deutschland.de/html/de/

Portal zur Fachkräfte-Offensive, mehr

http://www.fachkraefte-offensive.de/DE/Startseite/start.html

Charta der Vielfalt - Initiative zur Förderung von Vielfalt in Unternehmen und Institutionen, mehr http://www.charta-der-vielfalt.de/startseite.html

Anerkennungsgesetz ist ein Erfolg, mehr

http://www.bundesregierung.de/Content/DE/Artikel/2014/04/2014-04-02-bericht-anerkennungsgesetz.html pib/de.it.press

 

 

 

 

Lampedusa: Drama bei Windstärke 8

 

Lampedusa – der Name einer Mittelmeerinsel, die mittlerweile jeder kennt. Sie ist zum Synonym geworden für die verschlossenen Türen Europas- für die vielen Migranten, die alles verlassen und ihr Leben aufs Spiel setzen. Um schließlich – so nennt es Papst Franziskus, „menschenunwürdig sterben zu müssen“. Niemand habe das verdient. Das Mittelmeer ist ein immer größer werdendes Massengrab, und die aktuelle Tragödie sollte uns alle aufwecken.  Laut UNHCR sind diese Woche vor Lampedusa mehr als 300 Bootsflüchtlinge erfroren, man liest sogar von etwa 400 Erfrorenen, die ihre Überfahrt von Libyen aus nicht überlebt haben. Salvatore Caputo ist Krankenpfleger, und er war mit den See-Rettungskräften im Einsatz, die als erste den Flüchtlingen in ihren Booten zu Hilfe kamen:

 

„Am Sonntag sind wir angerufen worden und gleich hinausgefahren. Fünf Stunden auf hoher See, um den Ort zu erreichen, circa 130 Meilen vor der Küste von Lampedusa, an der Grenze zu den libyschen Gewässern. Wir haben das Schlauchboot mit 105 Migranten an Bord gefunden, die ersten 60 wurden auf ein Boot gebracht, die anderen auf das zweite Wachboot. Wir kamen nur schwer und langsam voran, die Wetterbedingungen waren unmenschlich. Langsam auch wegen der Migranten: Sie hätten noch mehr gefroren, wären wir schneller gefahren. Wir haben alles getan: Iso-Decken verteilt, Essen verteilt… aber einige schafften es nicht. Den ersten Toten hatten wir gegen fünf Uhr früh. Wir brauchten 22 Stunden für die Rückfahrt, mit Wind um die 75 km/h, zehn Meter hohen Wellen, eine Apokalypse! Auch wir hatten Angst. Es war eine so traurige Situation, einer nach dem anderen starb.“

Das Schlimmste war, dass die Flüchtlinge alle so jung waren, erzählt Caputo. Im Durchschnitt 25, zwei Minderjährige unter siebzehn, alle unidentifiziert. Nicht alle Rettungskräfte stecken es weg, wenn ihnen ein 20-jähriger nach dem anderen unter den Händen stirbt, sagt Caputo.

 

Ende des Jahres lief das von Italien getragene Notrettungsprogramm „Mare-Nostrum“ aus, stattdessen ging die europäische Grenzschutzmission „Frontex“ an den Start. Von Anfang an gab es Kritik am eingeschränkten Frontex-Mandat, Angst, dass jetzt die Zahl der Toten wieder steigen werde. Nun werden die Stimmen wieder lauter, die nach einer richtigen politischen Lösung rufen. Oliviero Forti, Mitarbeiter der Caritas Italien:

 

„Es ist nicht nur ein humanitäres Problem, es ist nicht nur ein Problem von Kontrolle, von kriminellen Banden, die 400 Menschen in ein Boot setzen jenseits der Grenzen von erträglichen Wetterbedingungen. Es ist eine Frage, die mit politischem Realismus beantwortet werden sollte! Aber daran fehlt es komplett.“

Der politische Realismus fehle auch deswegen, weil sich niemand so richtig zuständig fühle. Als wäre das ein „Problem Italiens“. Der Caritas-Mitarbeiter sieht eigentlich nur eine Lösung: Mare Nostrum müsste sofort reaktiviert werden. Die europäischen Bischöfe nehmen sich vor, die EU-Politiker darauf anzusprechen. Es geht um eine gemeinsame europäische Lösung, sagt der Generalsekretär der EU-Bischofskommission ComECE, Pater Patrick Daly.

„Ich verstehe vollkommen, dass Italien, nur weil es an den Außengrenzen liegt, nicht mit dem Problem alleine gelassen werde sollte. Und die sogenannte Dublin-Verordnung weist eine gewisse Ambivalenz auf. Dennoch gibt es ein wachsendes Bewusstsein der Dringlichkeit in Europa für eine EU-weite Lösung des Flüchtlingsproblems.“  (rv 13.02.)

 

 

 

 

Deutschland ist ein weltoffenes Land

 

CDU-Generalsekretär Dr. Peter Tauber gab dem Online-Magazin „n-tv.de“ das folgende Interview. Die Fragen stellte Hubertus Volmer.

 

n-tv.de: Herr Tauber, Sie haben kürzlich einen Vorstoß für ein Einwanderungsgesetz gemacht. Was müsste in einem solchen Gesetz geregelt werden, das noch nicht geregelt ist?

 

Peter Tauber: Es geht mir nicht um eine völlige Neuregelung. Aber es gibt einzelne Punkte, über die wir nochmals reden sollten. Beispielsweise sollten wir klären, wie wir besser auf die regionalen Bedürfnisse eingehen können. Große Konzerne in attraktiven Großstädten haben es leicht, Fachkräfte aus dem Ausland zu finden. Für kleine Mittelständler oftmals im ländlichen Raum ist das viel schwieriger. Da sollten wir noch mal schauen, ob die bestehenden Regelungen gut genug sind. Es gibt bisher zum Beispiel keine Struktur, um den Bedarf in den Regionen zu ermitteln und die Zuwanderung in den ländlichen Raum zu steuern. Ein weiterer Punkt, über den wir sprechen sollten: Wie wirken wir auf die, die zu uns kommen sollen? Da bin ich sehr bei Innenminister Thomas de Maizière, der zu Recht gesagt hat, bei der Willkommenskultur müssen wir dringend besser werden.

 

n-tv.de: Was kann man da besser machen?

 

Tauber: Nehmen Sie die Internetseite "Make it in Germany", mit der wir im Ausland werben. Die ist sicher nicht schlecht, aber längst nicht so gut wie das, was andere Länder machen. Und sie ist nicht so, wie sie sein sollte, um Menschen zu gewinnen, zu uns zu kommen. Wenn man qualifizierte Einwanderer will, dann muss man den Menschen signalisieren: Wir wollen euch! Ein weiterer Punkt, den ich diskutieren will, ist die Frage: Wie ernst meinen wir es mit dem Satz "Wir sind ein Einwanderungsland"? Wir denken immer noch zu sehr nur vom Arbeitsmarkt her und fragen uns, woher bekommen wir die nötigen Fachkräfte. Aber Einwanderer sind vor allem auch Bürger und nicht nur Arbeitskräfte. Wir müssen uns also fragen: Was macht Deutschland attraktiv für Menschen, die hier nicht nur arbeiten, sondern auch dauerhaft leben wollen?

 

n-tv.de: Deutschland ist immerhin das zweitbeliebteste Einwanderungsland der Welt.

 

Tauber: Im Migrationsbericht der Bundesregierung für 2013 steht aber auch, dass rund die Hälfte der Zuwanderer nicht einmal ein Jahr bleibt.

 

n-tv.de: Ist Deutschland zu wenig weltoffen?

 

Tauber: Das glaube ich nicht. Ich erlebe, dass sich zum Beispiel viele Menschen sehr für Flüchtlinge engagieren. Deutschland ist ein weltoffenes Land.

 

n-tv.de: Wie weltoffen ist die CDU? Sie sind mit Ihrem Vorstoß ja ziemlich auf die Nase gefallen.

 

Tauber: Wie kommen Sie darauf?

 

n-tv.de: Innenminister de Maizière und andere führende CDU-Politiker lehnen ein Einwanderungsgesetz ab, und Ihre Parteivorsitzende hat Sie nicht unterstützt.

 

Tauber: Die Bundeskanzlerin hat sich noch nicht abschließend eine Meinung gebildet, doch sie ist dafür, das Thema in der Partei zu diskutieren. Die zahlreichen Rückmeldungen und Briefe, die ich bekomme, zeigen mir, dass es dafür auch einen breiten Wunsch in der CDU gibt. Insofern glaube ich, eine notwendige Diskussion angestoßen zu haben.

 

n-tv.de: Sie waren Landesvorsitzender der Jungen Union in Hessen, als der hessische Bundestagsabgeordnete Martin Hohmann 2003 diese Rede hielt, die in Ton und Inhalt für viele klar antisemitisch war. Wie haben Sie die Debatte um Hohmann und seinen Rauswurf aus Partei und Fraktion damals empfunden?

 

Tauber: Ich denke, es war sehr gut, dass die CDU damals klar gemacht hat, dass hier eine Grenze überschritten wurde.

 

n-tv.de: Es war eine Zäsur für die CDU, eine rote Linie nach rechts zu ziehen.

 

Tauber: War das eine Zäsur? Ich glaube, dass es diese Grenze immer schon gab. Man kann in der CDU Patriot sein und sein Land lieben - das tue ich auch. Aber das C setzt uns nach rechts eine klare Grenze. Das C ist die Linie, die dafür sorgt, dass die Liebe zum Vaterland nie in einen ausgrenzenden Nationalismus umschlägt. Diese Grenze ist in der Debatte um Martin Hohmann sicher noch mal ganz deutlich geworden.

 

n-tv.de: Hohmann ist meines Wissens nicht zur AfD gegangen, aber andere ehemalige CDU-Mitglieder, wie beispielsweise der heutige AfD-Vize Alexander Gauland haben dort eine neue politische Heimat gefunden. Hat die CDU solche Leute aufgegeben?

 

Tauber: Die CDU ist eine Volkspartei und sieht sich in der Mitte der Gesellschaft. Das muss sie auch, um die Mehrzahl an Menschen aus unterschiedlichen Schichten ansprechen und vertreten zu können.

 

n-tv.de: Früher konnte die CDU dezidiert rechte Positionen und Personen integrieren.

 

Tauber: Aber unsere Gesellschaft ist doch nicht statisch, sie ändert sich permanent. Eine Partei, die den Anspruch hat, unser Volk zu repräsentieren, kann nicht einfach stehenbleiben und sich den gesellschaftlichen Veränderungen verweigern. Das heißt aber nicht, seine eigenen Werte aufzugeben. Wir als CDU haben Werte, die dauerhaft für uns gelten: das christliche Menschenbild, die soziale Marktwirtschaft als Ordnungsprinzip, das den Menschen ermöglicht, sich Wohlstand zu erarbeiten, aber trotzdem die mitnimmt, die Unterstützung brauchen. Und die Liebe zum Vaterland. Aber wie diese Werte in die aktuelle Zeit übersetzt werden, das ist Veränderungen unterworfen. Wer - wie Herr Gauland - einfach stehen geblieben ist, wird keine guten Antworten auf die Fragen unserer Zeit oder gar der Zukunft geben können.

 

n-tv.de: Denken Sie manchmal darüber nach, wie die Politik Menschen erreichen kann, die ihre Informationen allein von russischen oder verschwörungstheoretischen Webseiten beziehen?

 

Tauber: Diese Herausforderung richtet sich nicht nur an Politiker, sondern sicher auch an Journalisten. Ob uns das nun passt oder nicht: In Deutschland gab es schon immer Menschen, denen die freiheitlich-demokratische Grundordnung nicht so recht gefällt. Diesen Menschen bietet das Internet sicher einen Rahmen, um Gleichgesinnte zu finden. Früher haben diese Menschen einen Leserbrief geschrieben, und der wurde dann meistens nicht gedruckt. Heute haben sie mit dem Internet eine Plattform für ihre Aufrufe - etwa sich mit Alu-Hüten davor zu schützen, von Chemtrails ferngesteuert zu werden. Der Satz von Heinrich Heine, "Das ist schön bei den Deutschen: Keiner ist so verrückt, dass er nicht einen noch Verrückteren fände, der ihn versteht", der gilt auch fürs Internet.

 

Im Ernst: Was neu ist, ist dieser grundsätzliche Zweifel, der bei manchen Menschen zu spüren ist. Es gibt zurzeit viele Veränderungen, die für Verunsicherung sorgen: der demografische Wandel, die Veränderung der Arbeitswelt, die Zuwanderung, die Digitalisierung, die terroristische Bedrohung, die weltpolitische Lage mit den Krisenherden in der Ukraine, in Syrien, im Nahen Osten. Da haben einige die Angst, nicht mehr mitzukommen und auch nicht mitgenommen zu werden. Sie stellen sich viele Fragen: Kümmern sich die Politiker wirklich um die Probleme, tun sie das gut genug? Solche Ängste darf man nicht ignorieren, und man darf diese Leute nicht abstempeln, sondern man muss mit ihnen sprechen und ihnen sagen: Demokratie ist ganz sicher anstrengend, aber es ist die beste Staatsform, die wir in Deutschland je hatten.

 

n-tv.de: Als Bundeskanzlerin Angela Merkel Mitte Januar im Bundestag sagte, auch der Islam gehöre inzwischen zu Deutschland, hat in der Unionsfraktion kaum jemand geklatscht. Haben Sie applaudiert?

 

Tauber: Ich habe geklatscht, natürlich.

 

n-tv.de: Wie viele andere mit Ihnen?

 

Tauber: Das habe ich nicht gezählt.

 

n-tv.de: Kann es sein, dass Merkel die Union gelegentlich überfordert?

 

Tauber: Angela Merkel ist als Bundeskanzlerin so beliebt wie selten ein Kanzler vor ihr, viele in der CDU sind stolz auf sie und auf das, was sie macht.

 

n-tv.de: Wird in der CDU eigentlich diskutiert, was passiert, wenn Angela Merkel 2017 nicht noch einmal antreten sollte?

 

Tauber: Ich glaube, die CDU-Mitglieder denken da nicht anders, als die meisten Menschen in Deutschland: Sie wünschen sich, dass Angela Merkel weiter die Verantwortung für unser Land wahrnimmt. N-tv 12

 

 

 

 

 

Kosovo-Flüchtlinge. Kein Grund zu bleiben

 

Nur wenige Kosovo-Flüchtlinge passieren die Grenze nach Serbien illegal. Dort angekommen erhalten viele ein provisorisches Reisedokument, das ihnen die Einreise nach Ungarn - und damit in die Europäische Union - ermöglicht. Der Rest nutzt die bestens erprobten Schmuggelwege. Von NORBERT MAPPES-NIEDIEK

 

Ein „Schlag gegen das organisierte Verbrechen“ sei ihr gelungen, verkündet die Kosovo-Polizei. In der Nähe von Pristina wurde ein 43-Jähriger festgenommen. Der Mann soll unter dem Codenamen „Punto“ eine Schleuserorganisation aufgezogen haben. Dreißig „Opfern“ habe „Punto“ je nach Zielort zwischen 1500 und 2200 Euro dafür abgenommen, dass man sie „unter Nutzung der Straßen des Kosovo sowie verschiedener Transportmittel, etwa Autos und serbischer Linienbusse“ in EU-Länder „verbrachte“. Kosovos Behörden führen gern Strukturen der organisierten Kriminalität“ und besonders die „serbische Mafia“ an, wenn es gilt, die Massenflucht der vergangenen Wochen zu erklären. Dabei ist der Anteil von Schleusern an der Auswanderungswelle denkbar gering.

Nichts Illegales ist im Spiel, wenn Kosovaren bis an die serbisch-ungarische Grenze reisen. Am Übergang zu Serbien bekommen sie ein provisorisches Reisedokument ausgehändigt, das sie zu einwöchigem Aufenthalt in Serbien berechtigt. So will es das Freizügigkeitsabkommen, das beide Länder unter EU-Vermittlung abgeschlossen haben.

Seit westliche Regierungen wegen der hohen Asylbewerberzahlen Alarm geschlagen haben, lassen Serbiens Behörden an den großen Übergängen zwar keine Busse mit auswanderungswilligen Kosovaren mehr passieren. Die Blockade ist aber leicht zu umgehen: Man kann einfach mit dem Auto oder einem Taxi über die Grenze in die nächste serbische Kleinstadt fahren. Von dort fährt jeden Abend ein Linienbus an die ungarische Grenze bei Subotica. Preis: 28 Euro, Ankunft: acht Uhr am nächsten Morgen. Wer Geld hat, kann sich für 300 Euro auch direkt mit dem Taxi zur Grenze bringen lassen.

Pässe zweiter Klasse

Nicht einmal der Grenzübertritt ins EU-Land Ungarn ist für die meisten illegal. Eine unbestimmte Anzahl von Kosovo-Bürgern hält serbische Pässe. Nach Angaben des serbischen Innenministeriums liegen 60.000 weitere Passanträge vor. Um Kosovaren von der Einreise mit serbischem Pass abzuhalten, haben die EU-Innenminister in Verhandlungen mit Belgrad erreicht, dass Kosovo-Albaner – die für Serbien offiziell keine Ausländer sind – nur Pässe zweiter Klasse bekommen: solche ohne Chip, mit denen man nicht in den Schengen-Raum reisen darf. Aber auch diese Hürde ist nicht hoch.

Wer einen Wohnsitz im engeren Serbien nachweist, bekommt gegen Anmeldebescheinigung auch einen Pass erster Klasse. Kosovaren ohne serbischen Pass müssen sich von Serbien nach Ungarn tatsächlich schleusen lassen. Erledigt wird der Job von Magyaren in den Dörfern dies- und jenseits der Grenze; die Schmuggelwege sind bestens erprobt, seit Serbien in den Neunzigerjahren ein Handelsembargo umgehen musste. Der Preis für eine nächtliche Grenzüberschreitung nahe dem Palic-See beträgt nach Recherchen kosovarischer Journalisten 250 Euro. Von dort geht die Reise, wenn sie nicht zu auffällig erfolgt, unbehelligt vonstatten: Zwischen Ostungarn und Portugal wird keine Grenze mehr kontrolliert.

Über die betriebsame Verfolgung tatsächlicher oder vermeintlicher Schleuser wird im Kosovo zunehmend gespottet. Die Massenauswanderung habe einen „viel tieferen Grund“, schreibt die Tageszeitung „Koha ditore“. „Wenn 100.000 oder sogar mehr Albaner am helllichten Tag auswandern und von ihren Verwandten am Busbahnhof förmlich verabschiedet werden, kann man das nicht nur mit der ‚Mafia‘ oder ‚den Serben‘ rechtfertigen.“ Was fehle, sei vielmehr ein plausibler Grund, im Kosovo zu bleiben.

Mehr dazu

„Ich vermisse den preußischen Geist“

Den Anfang machten im vorigen Jahr die Roma, so der kosovarische Menschrechtsanwalt Hil Nrecaj. Im Ort Fushe Kosove, einem Zentrum der Minderheit, verschwanden etwa 100 Familien, 500 Menschen. „Zwei Wohngebiete sind völlig verlassen“, sagt Nrecaj. „Zurück blieb eine Geisterstadt.“ Niemand dort habe mehr eine Perspektive gesehen; viele hätten nicht einmal mehr Milch für ihre Kinder kaufen können. Aus der Stadt Ferizaj zogen 2000 Roma aus, so Nrecaj.

Von den Roma sprang der Funke über auf die Albaner. „Wir haben alle Hoffnung verloren“, sagt die Albanerin Argjentina Grazhdani, die für eine internationale Organisation arbeitet. „Als man dann die Bilder im Fernsehen sah, wie die Leute in die Busse einstiegen, hat das ansteckend gewirkt.“  Fr 14

 

 

 

 

Ukraine. Jede Menge Propaganda und jede Menge Lügen

 

Ramesh Thakur, ein Friedensforscher der Vereinten Nationen, wird im Bericht der Münchner Sicherheitskonferenz 2015 wie folgt zitiert: "From the perspective of the BRICS, the hubris and arrogance of policy¬makers in the US¬ led West is so breathtaking as to be scarcely believable. It’s as though they have lost the capacity to see how others see them. Or they just don’t care." Hat er Recht?

Heute stehen wir in Europa an der Schwelle eines Krieges, der weit über die Ukraine herausreichen würde. Nahezu alle, die vor einer derartigen Eskalation der Ereignisse warnten, wurden entweder totgeschwiegen oder als "Putinversteher" diffamiert. Ist Frau Merkel jetzt zur "Putinversteherin" geworden, weil sie nun, gemeinsam mit ihrem französischen Kollegen, einen Versuch unternimmt, eine Alternative zu massiven amerikanischen Waffenlieferungen an die Ukraine zu suchen? Tatsächlich geht es nicht um Waffenlieferungen. Waffen wurden bereits geliefert, "intelligence and training" ebenfalls. Das war auf der Pressekonferenz von McCain am 5. Februar zu hören.

Auch die litauische Präsidentin war gegenüber der Deutschen Welle im Interview ganz eindeutig: Litauen liefert (bereits), was es hat. Polen liefere ebenfalls, sagen die Russen.

Worum es geht, hat der georgische Expräsident, auf den in Georgien inzwischen ein Haftbefehl wartet, in Kiew gegenüber CNN unverblümt mitgeteilt: Eine massive Waffenlieferung der Amerikaner wird den USA den vierten Sieg in Europa bescheren, nach den Siegen im Ersten und Zweiten Weltkrieg sowie im Kalten Krieg. Also werden sie auch diesen Krieg gewinnen. Putins positive Reaktion auf die deutsch-französische Initiative erklärte Saakhasvili damit, dass dieser schließlich wüßte, dass die amerikanischen Waffen schon unterwegs seien.

Nein, das ist kein Kampf um die Ukraine, für die Ukraine, den wir erleben. Es ist ein großer Konflikt, der in Wahrheit auf dem Rücken der Ukraine ausgetragen wird, wenn man die Zahl der Toten, Verwundeten und geflüchteten Menschen, den großen wirtschaftlichen Zusammenbruch dieses Landes seit dem Umsturz im Februar 2014 zum Maßstab nimmt.

Die Ukraine, ein Land zwischen Ost und West, fuhr immer gut damit und hatte großen Handlungsspielraum, wenn sie ein balanciertes Verhältnis zu Russland und zum Westen hatte. Dieser Auffassung, die der ehemalige amerikanische Botschafter in der Ukraine in einer öffentlichen Diskussion in Kiew im Jahr 2012 vertrat, kann man nur zustimmen. Wann aber geriet dieses Verhältnis außer Balance? Nur wenn wir uns damit auseinandersetzen, werden wir die Wurzeln des Konfliktes begreifen, der nicht nur die Ukraine zu zertrümmern droht, sondern die Sicherheit aller Staaten in Europa untergräbt. Ein echter Waffenstillstand wäre nur der erste Schritt zu einer dauerhaften Friedenslösung.

Erinnern wir uns. Moskau sah die handelspolitische Assoziierung der Ukraine an die EU 2013 äußerst kritisch und fürchtete öffentlich dessen wirtschaftspolitische Auswirkungen auf Russland. Das war uns egal. Janukowitsch vollzog die Kehrtwende von der Assoziierung im November 2013 erst, als völlig klar war, dass die EU der finanziell schwer angeschlagenen Ukraine nicht helfen würde und der IWF mit harten Sparauflagen drohte. Da ging er den Weg nach Moskau. Die Abkehr Janukowitsch von der EU-Assoziierung hat den Maidan entfacht, und unsere Solidarität war unzweideutig. Wir waren Partei gegen Janukowitsch, der als "pro-russisch" sein Etikett weghatte. Wir waren Verbündete der Opposition und begriffen nicht oder wollten nicht sehen, dass diese Opposition nicht die ganze Ukraine erfasste. Weder der Osten der Ukraine noch die Krim, die Machtbasis von Janukowitsch, waren vom Maidan begeistert.

Im September 2014 wurde die handelspolitische Assoziierung der Ukraine ausgesetzt. Das, was aus unserer Sicht einst vorteilhaft für die Ukraine war, wird nun in einem Papier der Europäischen Kommission an die Mitgliedstaaten vom Januar 2015 unter dem Titel "Unterstützungsmaßnahmen für die Ukraine" an erster Stelle gelistet. Denn mittlerweile haben auch wir zugeben müssen, dass der geplante Freihandel nicht nur Russland, sondern auch die Ukraine schwer geschädigt hätte. Glaubt man den Recherchen der Financial Times (FT), hat die Ukraine  diesen Schritt, die ökonomische Assoziierung auszusetzen, im August 2014 selbst verlangt. Nach Gesprächen zwischen Poroschenko und Putin habe Poroschenko diese Forderung auf einem Treffen am Rande der NATO-Tagung im September 2014 aufgeworfen. Barack Obama habe ihr zugestimmt, so die FT weiter, nachdem er sich rückversichert hatte, ob dies wirklich dem Wunsch der Ukraine entspräche. Die deutsche Bundeskanzlerin habe zur Entscheidung Obamas genickt. Wie bitte, möchte man fragen, schließlich ging es um eine EU-Angelegenheit. Wütend gewesen sein soll nur der damalige Kommissionspräsident Barroso. Schließlich betrachtete die Kommission diese Assoziierung als "ihr Baby".

Lawrow hatte bereits im Februar 2014 die Teilnehmer der Sicherheitskonferenz unter anderem gefragt, warum für sie brennende Gebäude und rechte Parolen in Kiew akzeptabel seien. Wir haben diese Frage verstanden, als hätte Moskau Angst, eine im besten Wortsinne schlagkräftige ukrainische Opposition, unterstützt vom Westen, könnte auch in Russland Schule machen.

Dass der Westen sich nicht nur auf verbale Solidaritätsadressen mit dem Maidan beschränkte, hat der amerikanische Präsident in seinem jüngsten CNN Interview in Delhi selbst eingeräumt. Janukowitsch sei erst geflohen, nachdem wir (die USA) einen Deal zustandegebracht hatten, der die Machtübergabe in der Ukraine ermöglichte, so Obama.

Waren die europäischen Außenminister, die sich damals ebenfalls in Kiew aufhielten, und ein Abkommen mit Janukowitsch zimmerten, das das Papier nicht wert war, nur Staffage?

 

Lawrow hat in München 2015 die Frage wiederholt, warum wir im Westen Interesse am Sturz gewählter Regierungen haben und dabei auf die rechtsfreien Räume im Nahen und Mittleren Osten verwiesen. Das sollte uns nicht fassungslos machen oder ärgern. Wir sollten antworten und das Gespräch darüber suchen.

Was immer in der Ukraine im letzten Jahr geschah – es gibt unterschiedliche Sichtweisen darüber – eine russische und eine westliche. Und es gibt jede Menge Ungeklärtes, blinde Flecken, nach wie vor offenen Fragen, wie zu den Toten des Maidan, zu den Toten in Odessa, zu MH 17 oder wer wann den mühsam im September ausgehandelten Waffenstillstand immer wieder brach.  Es gibt jede Menge Propaganda und jede Menge Lügen.  Kiev meldet am 8.2. eine "russische Invasion" unter dem Deckmantel einer humanitären Hilfe. Die OSZE meldet eine humanitäre Mission aus Russland, die der russische und ukrainische Zoll kontrolliert habe. Wer hat Recht? Die einzelnen Stufen der Eskalation zeichnet ein Papier der Süddeutschen nach.

Die Krimfrage wird zu lösen sein. Der estnische Präsident Ilves sagte dazu in einem Interview "Sobald wir akzeptieren, dass Grenzen aufgrund von ethnischen Kriterien verändert werden, sind wir wieder beim Sudetenland 1938". Mit Waffengewalt oder Sanktionen ist die Krimfrage nicht lösbar, wohl aber durch den Internationalen Gerichtshof, der auch im Falle des Kosovo abschließend geurteilt hat. Einem solchen Schiedspruch müssten sich alle unterwerfen, wir, die Russen auch.

Wir werden auch darüber sprechen müssen, warum wir den Antiterroreinsatz, der im Frühling 2014 gestartet wurde, mit dem Gewaltmonopol des ukrainischen Staates legitimiert haben, warum wir damals nicht unseren neuen ukrainischen Verbündeten sofort in den Arm gefallen sind. Damals wussten wir bereits, dass sie die ethnischen Russen in der Ukraine als Problem, um es vorsichtig auszudrücken, ansehen. Damals, im April 2014, standen laut NATO-Angaben bis zu 40.000 Russen an der ukrainischen Grenze, hatte Putin eine Einmarschoption in die ganze Ukraine. Er hat sie nicht wahrgenommen. Warum eigentlich nicht? Um einen "hybriden" Krieg  führen zu können? Diese Art Kriegsführung ist übrigens nicht auf russischem Mist gewachsen. Die amerikanische Militärdoktrin nennt das "unkonventionelle" Kriegsführung. Wollten die Russen also in der Ukraine testen, wie gut sie sind im "hybriden" Krieg? Sozusagen als großangelegtes Manöver? Und wieso tauchen dann die russischen Soldaten in der Ukraine nach Angaben der Ukraine und der NATO erst Ende August, also exakt in dem Moment auf, als die NATO der Ukraine bescheinigt, den "Antiterrorkampf" verloren zu haben. Seitdem reden wir von der russischen Invasion der Ukraine.

Beweise einer russischen Invasion der Ukraine hat bisher niemand der Weltöffentlichkeit vorgelegt, obwohl es so doch ein Leichtes gewesen wäre, Russland, das immer wieder beteuert, keine Kriegspartei zu sein, ins helle Licht der Wahrheit zu ziehen: dann wäre Russland vor der gesamten Weltöffentlichkeit als dreister Lügner entlarvt. Wieso glauben einige auch bei uns, dass Waffenlieferungen die bessere Drohkulisse bieten? Oder ist es so, wie der Spiegel zum immer noch ungeklärten Abschuss des Fluges MH 17 theoretisierte: Man wolle den Russen die Täterschaft nur deshalb nicht nachweisen, weil sonst die Lage brandgefährlich würde. Heute ist die Lage brandgefährlicher als zu Zeiten des Kalten Krieges, und wir wissen immer noch nicht die Wahrheit um die Tragödie vom MH 17, obwohl dieses Ereignis eine neue Runde in der Sanktionspolitik des Westens gegenüber Russland einleitete. Seither lautet die Devise, die der ukrainische Premier Jazenjuk als erster vorgab "Die Russen seien zu weit gegangen." Es wird ein "Krieg gegen die Ukraine, gegen Europa, gegen die Welt"  geführt (Tagesschau 18.8.2014).

Lawrow, dessen Rede 2015 in München laut Tagesschau mit "Kopfschütteln" und "Verwunderung" aufgenommen wurde, hat unter anderem dort die Frage gestellt, ob wir Sicherheit in Europa mit Russland, gegen Russland oder ohne Russland wollen. Was für eine Frage, könnte man sagen. Aber warum stellt Russland dann diese Frage?

Die Georgian Times zitierte am 7. Februar dieses Jahres Saaskashvili wie folgt: "With proper knowledge and weapons Ukraine`s army will be able to conquer all of Russia". Die Antwort aus Moskau erfolgte umgehend und scharf, über Twitter: "War und bleibt ein Idiot".  Wenn es doch nur so einfach wäre.

Die Autorin

Dr. Petra Erler ist Geschäftsführerin der "The European Experience Company GmbH" in Potsdam und ehemalige Kabinettschefin des damaligen EU-Kommissars Günter Verheugen in Brüssel. EurActiv 11

 

 

 

 

Ukraine. Krieg ohne Sieger

 

Der Kompromiss von Minsk bietet die Chance für einen Neuanfang in der Ukraine. Während sich Putin als Gewinner inszeniert, muss sein Volk weiter auf einen Wandel warten. Der Leitartikel zum Ukraine-Krieg. Von VIKTOR FUNK

Es gibt berechtigte Hoffnung, dass der neue Minsker Gipfel zu einer Lösung im Krieg in der Ostukraine führt. Im Gegensatz zur ersten Runde saßen dieses Mal die tatsächlich alle Beteiligten des Krieges an einem Tisch: Petro Poroschenko, Wladimir Putin und seine Vasallen, die Separatisten. Außer Poroschenko und Putin haben auch die Bundeskanzlerin Angela Merkel und ihr französischer Kollege François Hollande viel zu verlieren, sollte die Diplomatie erneut scheitern und in der Ukraine weiter Menschen sterben. Für die EU, die Ukraine und Russland geht es um die Glaubwürdigkeit und die zukünftige Zusammenarbeit.

Für Deutschland und Frankreich geht es zudem darum, den anderen EU-Staaten und den USA zu zeigen, dass sie die Konflikte vor der eigenen Haustür selbst regeln können. Eskaliert die Lage wieder und beschließt Washington, sich stärker einzumischen, wird es in Europa auf niemanden mehr hören. Merkel und ihr Außenminister Frank-Walter Steinmeier, die eine aktive und lobenswerte Friedensdiplomatie betrieben haben, wissen um das Risiko. Im Ukraine-Krieg geht es um viel mehr als nur um die Donbass-Region oder die Krim, über die der Westen inzwischen schweigt.

Alle Seiten gehen harte Kompromisse ein

Auf den ersten Blick ähnelt die neue Einigung der früheren. Die Macht in der Ukraine soll dezentralisiert werden, hieß es im September, nun heißt es, eine Verfassungsreform soll die Macht dezentralisieren. Die Verantwortung Kiews für den Wiederaufbau der Regionen im Osten wird in beiden Papieren betont, ebenso, dass die Teilnehmer des Konfliktes amnestiert und alle Gefangenen freigelassen werden sollen. Doch die neue To-Do-Liste ist konkreter – auch das ein Grund für Hoffnung. So wurden nun Zeitkorridore für die Umsetzung bestimmter Maßnahmen festgelegt, die Rolle der OSZE-Beobachter ist gestärkt.

Ein Punkt ist dabei besonders interessant: Im Gegensatz zur ersten Einigung, in der die Rede davon war, dass ausländische bewaffnete Kräfte die Ukraine verlassen sollen, heißt es nun, dass die OSZE ihren Abzug beobachten soll. Hier liegt die Chance zu zeigen, wer in der Ukraine mitmischt. Dass Putins Armee dann offiziell als Teilnehmer des Konfliktes bezeichnet werden wird, dürfte ihm wohl gleichgültig sein. Die 13 Punkte der neuen Liste lassen erkennen, dass alle Seiten harte Kompromisse eingehen. Besser als die erste Einigung ist die zweite vor allem aber, weil alle Seiten sich auf mehr internationale Beobachter festlegen.

Das russische Volk ist der große Verlierer

In westlichen Medien war in den vergangenen Tagen die Befürchtung zu lesen, dass Putin aus diesem Konflikt als Sieger hervorgehen könnte. Vor elf Monaten hatte er angekündigt, dass er es für „legitim“ betrachte, sich militärisch in die ukrainische Revolution einzumischen, weil er vom damals geflüchteten aber noch „legitimen“ Präsidenten Wiktor Janukowytsch darum gebeten worden sei. Putin mischte sich ein – nun verkündet er der Welt den Friedensfahrplan. Russlands Medien werden diese Geschichte als einen Sieg Moskaus gegen die Expansion des aggressiven Westens darstellen, Putins Popularität dürfte weiter steigen. Doch im Westen können nur diejenigen Putin als Sieger sehen, denen Prestige wichtiger ist als Menschenleben. Jenseits dieser diplomatischen Weltbühne nämlich ist Putins Volk der große Verlierer, auch wenn es derzeit vom Patriotismus geblendet ist.

Seit dem Ende der Sowjetunion hat Russland keine echten demokratischen Phasen erlebt. Inzwischen ist dort eine neue Generation herangewachsen, die über Kreml-nahe Organisationen und Parteien politische Posten besetzt, propagandistische Medien wie „Russia Today“ oder „LifeNews“ aufbaut und im Nationalismus eine Zukunft sieht. Diese politische Kultur unterdrückt die Potenziale dieses Vielvölkerreiches. Der neue und alte Zentralismus lässt das Land in Technik, Medizin, Infrastruktur, Umweltschutz und vielem mehr Europa hinterherlaufen. Und gerade an der Ukraine wird deutlich, dass diese Politik zwangsläufig zu internen Spannungen führt. Putin weiß das, er machte das auf eben der Pressekonferenz vor elf Monaten deutlich, auf der er den baldigen Krieg andeutete. Hochaggressiv warnte er damals, dass politische Veränderungen nicht wie in Kiew eingefordert werden dürften. Das war eine Warnung nach innen.

Poroschenko und Putin stehen beide vor kolossalen Aufgaben – aber sehr unterschiedlichen. Selbst wenn die Einigung von Minsk Bestand hat, steckt die Ukraine in einer tiefen Krise. Poroschenko wird sein Land dezentralisieren müssen, er wird sich beim IWF und der EU verschulden, die Ukrainer werden spüren, dass Freiheit im westlichen Sinne vor allem eine ökonomische Freiheit ist, mit all ihren sozialen Schattenseiten. Aber bereits jetzt gibt es in Kiew viele demokratische Strömungen, junge Ukrainer sind sich bewusst, dass sie es sind, die das Land verändern müssen und nicht etwa ein gnädiger Herrscher. 24 Jahre nach der Sowjetunion weiß die Ukraine, dass es mit Autokraten keine Zukunft gibt. Russland aber steht diese Einsicht noch bevor. Fr 2

 

 

 

 

Ukraine: Caritas vermutet zwei Millionen Binnenflüchtlinge

 

Einigung in letzter Sekunde? Unakzeptable Forderungen? Halten die Verinbarungen? Auch nach den Verhandlungen in der weißrussischen Hauptstadt Minsk bleiben viele Fragen offen. Die Staatschefs Russlands und der Ukraine verhandelten dort im Beisein von Frankreichs Präsident Hollande, Bundeskanzlerin Angela Merkel und Gastgeber Aljaksandr Lukaschenka.

Gleichzeitig gehen vor Ort die Kämpfe ungerührt weiter. Eine „große humanitäre Katastrophe“ nennt die Situation in den umkämpften Gebieten der ukrainische Caritas-Präsident Andrij Waskowycz. Wahrscheinlich seien rund zwei Millionen Menschen auf der Flucht, davon mindestens 400.000 Kinder. Viele der etwa 5,2 Millionen dort lebenden Menschen seien von der Versorgung mit Wasser, Lebensmitteln, Medikamenten und Heizmaterial abgeschnitten, viele Ärzte hätten die Region verlassen, gleichzeitig gebe es durch den ständigen Beschuss immer mehr Verletzte: „Das ist die Realität im Osten der Ukraine, und das ist eine schreckliche Realität!“ Im Land seien rund eine Million Binnenflüchtlinge registriert; er gehe jedoch mindestens von der doppelten Zahl aus. Viele von ihnen seien traumatisiert: „Allein von den mindestens 400.000 Kindern waren 50 bis 80 Prozent Zeugen von Gewaltanwendung.“ Ein großes Problem seien auch die vielen nicht winterfesten Flüchtlingsunterkünfte. Die Solidarität innerhalb des Landes sei enorm, stoße jetzt jedoch an ihre Grenzen: „Die Menschen, die helfen wollen, haben selbst nichts mehr.“ Darum sei dringend Unterstützung aus dem Ausland nötig. Von den für diesen Donnerstag anberaumten Verhandlungen in Minsk erhofft sich Waskovycz „zumindest eine Waffenruhe, die es ermöglicht, den in Not geratenen Menschen zu helfen“.

Aber der Konflikt bleibt nicht geografisch begrenzt: Auch die ukrainischen Katholiken in München, der größten Gemeinde innerhalb Deutschlands, spüren den Konflikt immer stärker. Ihre Sorge um die Angehörigen im Heimatland wächst. Viele der etwa 2.500 Gläubigen haben Verwandte in der Krisenregion, sagte der Seelsorger und Pfarradministrator Vladimir Viitovitch dem Münchner Kirchenradio. In jedem Gottesdienst werde für die bedrohte Bevölkerung und eine gute Zukunft des Landes gebetet und der Toten des aktuellen Konflikts gedacht. Die Pfarrjugend in der Gemeinde Maria Schutz und Sankt Andreas sammle für einen Notarztwagen, der ins Krisengebiet geschickt werden soll. Zudem gebe es laufend Sammlungen für die dringend benötigte Winterkleidung und Medikamente. Verschärfte Spannungen zwischen den konfessionellen Gruppen unter den Ukrainern erkennt der Geistliche bisher nicht: „Ich glaube, momentan sind die Ukrainer, egal ob orthodox oder katholisch, auf der Seite ihres Staates.“  (Kirchenradio 12.02.)

 

 

 

 

 

Ergebnisse des Minsker Gipfels. Bekenntnis zur Souveränität der Ukraine

 

Kanzlerin Merkel und die Präsidenten Frankreichs, Russlands und der Ukraine haben in Minsk Schritte für eine friedliche Lösung des Ukraine-Konflikts vereinbart. Wichtigstes Ergebnis ist eine Waffenruhe, die ab kommendem Sonntag gelten soll.

 

Nach dem Treffen in Minsk informierten die Bundeskanzlerin und der französische Präsident ihre EU-Partner in Brüssel über die Friedensverhandlungen. An der Ratssitzung nahm auch Präsident Poroschenko teil, der die Lage in seinem Land schilderte.

Wichtigstes Ergebnis für die Zivilbevölkerung in der Ostukraine, die unter den Kriegshandlungen besonders leidet: In Minsk wurde ein Waffenstillstand vereinbart, wirksam ab Sonntag, dem 15.

Februar, 0 Uhr. Außerdem wurden klare zeitliche Vorgaben für die Umsetzung der Minsker Vereinbarungen gemacht. Dazu gehört neben dem Rückzug schwerer Waffen um mindestens 50 Kilometer die Einrichtung einer Sicherheitszone binnen vierzehn Tagen. Außerdem gibt es Verpflichtungen zum raschen Gefangenenaustausch, zur Grenzkontrolle und zu Wahlen.

Waffenruhe in der Ostukraine umsetzen

In ihrer gemeinsamen Erklärung zum Abschluss des Minsker Treffens haben die vier Unterzeichner Merkel, Hollande, Putin und Poroschenko ihre uneingeschränkte Achtung der Souveränität und der territorialen Unversehrtheit der Ukraine bekräftigt. In dem Papier heißt es weiter, alle seien "der

festen Überzeugung, dass es zu einer ausschließlich friedlichen Lösung keine Alternative gibt." Um diese zu gewährleisten, seien sie fest entschlossen, "einzeln und gemeinsam alle möglichen Maßnahmen zu treffen."

Zum Maßnahmenpaket von Minsk sagte die Bundeskanzlerin, dass es die Minsker Vereinbarungen vom September 2014 ergänze. "Wir haben versucht, Schwierigkeiten des Minsker Abkommens jetzt durch dieses Maßnahmenpaket zu beheben, mit all den Unsicherheiten, die wir dabei haben, weil wir immer

auf den guten Willen aller angewiesen sind, die das implementieren müssen", erläuterte Merkel in Brüssel.

Für Merkel ist die Erklärung von Minsk zum neuen Maßnahmenkatalog ein "Hoffnungsschimmer". Den Worten müssten nun aber Taten folgen. Sie sehe viele Möglichkeiten, dass es zu Schwierigkeiten kommen könne. Der Europäische Rat unterstütze jedoch ihre und Hollandes Initiative, den Friedensprozess voranzubringen.

Der Vierer-Gipfel am 11./12. Februar in Minsk war auf Initiative von Bundeskanzlerin Angela Merkel und Frankreichs Staatspräsident François Hollande zustande gekommen. Fast siebzehn Stunden dauerten die Verhandlungen in der weißrussischen Hauptstadt. Bei den Verhandlungen im sogenannten Normandie-Format mit den Präsidenten Russlands und der Ukraine saßen zeitweise auch die vier Außenminister mit am Konferenztisch

Kontaktgruppe für Details verantwortlich Bundesaußenminister Steinmeier erklärte nach den Verhandlungen: "Wir hätten uns mehr gewünscht." Es

sei keine umfassende Lösung erzielt worden und auch kein Durchbruch. Dennoch könnte der Maßnahmenkatalog von Minsk nach Wochen der Gewalt "ein Schritt sein, der uns von einer militärischen Eskalationsspirale weg" führen könne, so der Minister.

Die Details der in Minsk erzielten Regelung veröffentlicht die trilaterale Kontaktgruppe aus Vertretern Russlands, der Ukraine und der Separatisten. Kanzlerin Merkel stellte in Minsk klar, die Chefs des Normandie-Formats hätten sich verpflichtet, "dass wir diesen Prozess der Implementierung überwachen und dass wir alle in unserer Kraft Stehende tun, um ihn auch weiter zu begleiten." Sie gehe davon aus, "dass das auch nötig sein wird."

Sanktionen weiter aktuell

Alle seien sich bewusst, so Merkel in Brüssel, dass es vieler Anstrengungen bedürfe, um das

Maßnahmenpaket zur Umsetzung der Minsker Vereinbarungen zu verwirklichen. Deshalb halte sich die EU auch alle Reaktionsmöglichkeiten offen: "Wenn es gut geht, werden wir diesen Prozess erfreut begleiten, wenn es Schwierigkeiten gibt, schließen wir auch weitere Sanktionen nicht aus."

Sanktionen könnten immer nur dann aufgehoben werden, wenn auch die Gründe weggefallen seien, wegen derer sie verhängt wurden. Für den Fall aber, dass die Vereinbarungen im Maßnahmenkatalog vom 12.

Februar nicht eingehalten würden, "halten wir uns offen, dass wir dann weitere Maßnahmen ergreifen müssen", warnte die Kanzlerin. Im Januar hatten die 28 EU-Staats- und Regierungschefs eine gemeinsame Erklärung zur Ukraine

verabschiedet. Mit Blick auf die andauernden Kämpfe in der Ostukraine würden sie gegenüber Russland "angemessene Handlungen in Betracht ziehen, insbesondere weitere restriktive Maßnahmen". Bereits damals hatten sie sich "besorgt über die sich verschlechternde Sicherheits- und humanitäre Lage in

der Ostukraine" gezeigt. Nach dem Anschlag auf einen Bus in Mariupol am 24. Januar hatten die EU-Außenminister weitere Sanktionsmaßnahmen (Listungen von Personen) vereinbart. Diese treten am 16. Februar in Kraft.

Merkel und Hollande: Ein starkes Tandem

Nach den Verhandlungen in Minsk hatte Bundeskanzlerin Merkel Präsident Hollande für die Zusammenarbeit gedankt. Sie befand, beider Initiative habe sich gelohnt: "Wir haben jetzt einen Hoffnungsschimmer, wir haben eine umfassende Implementierung von Minsk vereinbart." Die konkreten Schritte müssten noch gegangen werden und es lägen "noch große Hürden vor uns." In der Abwägung könne sie jedoch sagen, "dass das, was wir jetzt erreicht haben, deutlich mehr Hoffnung gibt, als wenn wir nichts erreicht hätten."

Präsident Hollande zog ebenfalls ein positives Fazit des gemeinsamen Einsatzes und betonte "die sich ergänzenden Rollen, die Deutschland und Frankreich in diesem Prozess gespielt haben". Damit habe sich auch "ganz Europa verpflichtet, diesen Prozess zu unterstützen." Hollande stellte fest: "Wir haben zwar noch nicht alles erreicht, aber wir haben eine ganz ernsthafte Hoffnung für die Ukraine und damit auch für Europa. Und wir haben wieder einmal gezeigt, dass das deutsch-französische Tandem in der Lage ist, etwas für den Frieden zu tun." Pib 13

 

 

 

 

Waffenruhe in Ostukraine wird weitgehend eingehalten

 

Kiew - In der Ostukraine hat die neue Waffenruhe zwischen Militär und prorussischen Separatisten am Sonntag weitgehend gehalten.

Um Mitternacht schwiegen die Waffen in Donezk, der größten Rebellenhochburg. Allerdings wollten sich die Separatisten im nahe gelegenen Debalzewe der Minsker Vereinbarung nicht beugen. "Wir können hier das Feuer eröffnen", sagte Rebellenkommandeur Eduard Bassurin am Sonntag der Nachrichtenagentur Reuters. "Es ist unser Territorium. Das Gebiet liegt innen: Es ist unseres." Am Morgen waren Schüsse aus Debalzewe zu hören, wo Regierungssoldaten eingeschlossen sind. Ein Sprecher des russischen Präsidialamtes sagte dazu, die Waffenruhe müsse "ohne Bedingungen" beachtet werden. Um den zwischen den Donezk und Luhansk gelegenen Verkehrsknotenpunkt war noch am Samstag heftig gekämpft worden.

Die Regierung in Kiew erklärte am Sonntagmorgen, die Waffenruhe werde "weitgehend eingehalten". Die ukrainischen Soldaten seien etwa zehn Mal beschossen worden, nachdem die Waffenruhe in Kraft getreten sei. Es seien vereinzelte Vorkommnisse, kein Soldat sei in den vergangenen 24 Stunden getötet worden. Am Samstag waren neun Soldaten ums Leben gekommen. Kurz nach Mitternacht wurden nach Regierungsangaben zwei Zivilisten getötet.

Der ukrainische Präsident Petro Poroschenko wies in einer um Mitternacht im Fernsehen ausgestrahlten Ansprache seine Armee an, die Minsker Vereinbarung umzusetzen. "Ich hoffe sehr, dass die letzte Chance nicht vertan wird, den langen und schwierigen Friedensprozess hin zu einer politischen Lösung zu beginnen", sagte er. Beunruhigend sei noch immer die Lage in Debalzewe.

Obwohl der Beschuss verbreitet eingestellt wurde, blieb die Skepsis, ob die Waffenruhe diesmal hält. "Waffenruhe? Ich habe da meine Zweifel", sagte ein Separatist an einem Kontrollposten zwischen Donezk und dem von Regierungstruppen kontrollierten Dnipropetrowsk. "Vielleicht für zwei bis drei Tage, und dann wird wieder geschossen. Das ist doch alles nur Show hier. Die OSZE fährt hier herum." Beobachter der Organisation für Sicherheit und Zusammenarbeit in Europa (OSZE) sollen die Einhaltung der Waffenruhe kontrollieren.

Die Vereinbarung zur Waffenruhe hatten am Donnerstag Russlands Präsident Wladimir Putin, Poroschenko, Frankreichs Staatschef Francois Hollande und Bundeskanzlerin Angela Merkel ausgehandelt. Der Friedensplan sieht eine entmilitarisierte Pufferzone, den Abzug von Artillerie sowie den Austausch von Gefangenen vor. Donezk und Luhansk sollen weitreichende Autonomierechte erhalten. Zudem verpflichtet sich die Regierung in Kiew, Rentenzahlungen und andere Sozialleistungen für die Bevölkerung in den Rebellen-Gebieten wieder aufzunehmen.

Auch kurz vor Inkrafttreten der Waffenruhe gab es weitere zahlreiche Telefonate zwischen den Staats- und Regierungschefs. Die Bundesregierung teilte mit, Merkel und Hollande hätten in einem Gespräch mit Putin auf eine Umsetzung des Abkommens gepocht. Sie seien sich einig gewesen, dass die Waffenruhe von allen Beteiligten vollständig eingehalten werden müsse. Putin verwies auf entsprechende Verpflichtungen der Rebellenführer. Auch mit Poroschenko telefonierten Merkel und Hollande.

Am Samstag hatte nach ukrainischen Angaben die Offensive der Separatisten unvermindert angehalten. "Die Rebellen versuchen, noch vor Mitternacht ihre taktischen Pläne umzusetzen und Gelände unter ihre Kontrolle zu bringen", sagte ein Sprecher des Militärs. Das gelte vor allem für das Gebiet um Debalzewe. Das Militär warf Russland abermals vor, die Separatisten zu unterstützen. Aus dem Nachbarland kämen Kämpfer und militärische Ausrüstung. Russland hat die Vorwürfe, die ihm auch von der EU, der Nato und den USA gemacht werden, wiederholt zurückgewiesen.

Seit die Kämpfe vor fast einem Jahr ausgebrochen sind, wurden nach Schätzungen der Vereinten Nationen rund 5000 Menschen getötet. Die EU hat weitere Sanktionen gegen Russland und Rebellen verhängt, die am Montag in Kraft treten sollen. Sie wurden beschlossen, weil die Küstenstadt Mariupol Ende Januar beschossen und mehr als 30 Menschen getötet wurden. Weitere EU-Sanktionen stehen im Raum, sollte der Konflikt nicht abflauen. Anton Zverev und Gleb Garanich, Reuters 15

 

 

 

 

Hamburg-Wahl. SPD-Triumph, Debakel für die CDU, FDP in der Bürgerschaft

 

Was für ein Erfolg für Olaf Scholz: Die SPD triumphiert bei der Wahl in Hamburg. Die CDU erlebt ein Desaster. Die FDP zieht erstmals seit ihrer Wahlschlappe im Bund wieder in ein Landesparlament ein.

 

47-Prozent-Sieg für die SPD: Die Sozialdemokraten unter dem Ersten Bürgermeister Olaf Scholz haben die Wahl zur Hamburger Bürgerschaft deutlich gewonnen. Die CDU erreicht nach der ersten ARD-Prognose 16 Prozent, die Grünen kommen auf 12, die Linke auf 8,5 Prozent.

Die FDP ist mit 7 Prozent sicher in der Bürgerschaft vertreten. Die Partei von Spitzenkandidatin Katja Suding schaffte erstmals seit September 2013 wieder den Verbleib in einem Landesparlament.

Die AfD kann mit 5,2 Prozent erstmals in das Hamburger Stadtparlament einziehen. Den Oppositionsparteien insgesamt war es im Wahlkampf nicht gelungen, sich vom beliebten Bürgermeister Scholz abzusetzen und mit polarisierenden Themen zu punkten.

Gabriel spricht von "einmaligem Vertrauensbeweis"

Scholz will mit den Grünen die Bildung einer Koalition sondieren. "Ich habe gesagt, wir fragen zuerst die Grünen, das gilt auch jetzt", sagte der SPD-Politiker am Sonntag in der ARD. Er sei sich ganz sicher, dass es ein ordentliches Ergebnis geben werde. Auch die Grünen hatten bereits vor der Wahl signalisiert, dass sie ein rot-grünes Bündnis in der Bürgerschaft anstreben.

Mit seinem erneuten Wahlsieg gewinnt Scholz auf der SPD-Bundesebene noch stärkeres Gewicht – selbst wenn er in Hamburg einen Partner brauchen sollte: Im Parteivorstand kann niemand sonst zwei derart klare Wahlerfolge vorweisen. In der Partei herrscht angesichts der schwachen Umfragewerte um 25 Prozent unter dem Vorsitzenden Sigmar Gabriel die Sorge, bei der Bundestagswahl 2017 erneut zu unterliegen.

Gabriel gratulierte dem Hamburger Bürgermeister. "Das ist ein wirklich überragendes Ergebnis. Olaf Scholz hat einen einmaligen Vertrauensbeweis für seine Politik und die SPD bekommen", sagte der SPD-Chef. "Manchmal wünschte man sich in der Politik, dass sich Leistung lohnt, und in Hamburg ist das so."

Für die Landes-CDU setzt sich der Abwärtstrend fort, der mit dem Abschied von Ole von Beust und dem Scheitern der schwarz-grünen Koalition (2008-2011) begonnen hatte. Obwohl Merkels Partei auf Bundesebene in Umfragen weiter deutlich führt, laufen ihr in den Großstädten seit Jahren die Wähler davon.

Große Streitthemen gab es im Wahlkampf kaum – abgesehen von der Verkehrspolitik des SPD-Senats. Konkret ging es um ein Busbeschleunigungsprogramm sowie die Frage, ob eine neue teure U-Bahn oder eine günstigere Stadtbahn gebaut werden soll.

Kompliziertes Wahlrecht, 16-Jährige wahlberechtigt

Rund 1,3 Millionen Bürger waren aufgerufen, über die Zusammensetzung des Landesparlaments für die kommenden fünf Jahre und über die Landesregierung entscheiden. Erstmals durften auch 16- und 17-Jährige mitwählen.

Bei der Wahl 2011 war die SPD auf 48,4 Prozent gekommen, die CDU auf 21,9, die Grünen auf 11,2, die Linke auf 6,4 und die FDP auf 6,7 Prozent. Die 121 Sitze in der Bürgerschaft verteilten sich so: SPD (62), CDU (28), Grüne (14), FDP (9) und Linke (8).

Wegen des Wahlrechts mit seinen zahlreichen Kombinationsmöglichkeiten – die Bürger hatten zehn Stimmen – sollte am Sonntagabend in einem vereinfachten Verfahren nur die Sitzverteilung ermittelt werden. Welche Kandidaten als Abgeordnete ins Parlament einziehen, wird erst an diesem Montag ausgezählt.

DW/dpa/fas 15

 

 

 

 

Dutzende Flüchtlinge sterben an Bord von italienischer Küstenwache

  

Afrikanische Migranten sind an Bord zweier Schiffe der italienischen Küstenwache infolge von Unterkühlung umgekommen. Auch in der kalten Winterzeit hält das Sterben im Mittelmeer an.

Mindestens 25 Flüchtlinge sind nach Angaben eines Behördenvertreters an Bord zweier Schiffe der italienischen Küstenwache gestorben.

Sie seien in einem vor Libyen treibenden Schlauchboot unterwegs gewesen, als die Küstenwache sie aufgenommen habe, sagte der Leiter der Gesundheitsbehörde von Lampedusa, Pietro Bartolo, am Montag. Die Flüchtlinge hätten anschließend etwa 18 Stunden an Deck von zwei kleinen Patrouillenbooten verbracht, die sie zu der italienischen Mittelmeerinsel gebracht hätten.

Die Küstenwache teilte mit, die beiden Schiffe hätten am späten Sonntagabend 105 Migranten aus dem Schlauchboot aufgenommen. Die Bedingungen auf See seien mit bis zu acht Meter hohen Wellen und Temperaturen nur knapp über null Grad extrem gewesen.

Jedes Jahr wagen zahlreiche Flüchtlinge die gefährliche Überfahrt von Nordafrika nach Europa, häufig in kaum hochseetauglichen Booten. Tausende sind auf diesem Weg ums Leben gekommen - ertrunken, verdurstet oder an Erschöpfung gestorben.

Dabei beschreitet Europa bei der Rettung von Flüchtlingen seit November 2014 neue Wege: Weil die Mittelmeerstaaten, vor allem Italien, mit der Grenzüberwachung und der Rettung von Flüchtlingen überfordert sind, startete die Mission "Triton", koordiniert durch die EU-Grenzschutzagentur Frontex.

Die Mission steht bei Menschenrechtler in der Kritik. Sie befürchten, dass nun vor allem die Grenzsicherung im Mittelpunkt stehe und nicht mehr die Rettung von Menschen in Not. Italien hatte zuvor seinen "Mare-Nostrum"-Einsatz zur Flüchtlingsrettung auslaufen zu lassen.

Das Frontex-Mandat liege nur auf der Grenzschutzsicherung und nicht darauf, Menschen vor dem Ertrinken zu retten, so die Kritik. Das Einsatzgebiet auf dem Meer für die Rettung sei zudem viel zu klein, auch reichten die finanziellen Mittel hinten und vorne nicht.  dsa mit rtr 10

 

 

 

 

Tsipras: "Die Rettungsaktion ist gescheitert"

 

Alexis Tsipras geht auf vollen Konfrontationskurs zu den Euro-Partnern. In seiner ersten großen Parlamentsrede nach dem Wahlsieg seiner linken Syriza-Partei lehnte er am Sonntagabend eine Verlängerung des Hilfsprogramms für sein Land strikt ab. "Die Rettungsaktion ist gescheitert", sagte der griechische Ministerpräsident.

Man werde nicht über die Souveränität Griechenlands verhandeln, sagte Tsipras. Die Fehler dürften nicht fortgesetzt werden. Sein Finanzminister Yanis Varoufakis warnte zugleich davor, das Land aus dem Euro zu drängen. Dann würden weitere Staaten folgen und der gesamte Währungsblock zusammenbrechen.

Tsipras und Varoufakis versuchten bereits in den vergangenen Tagen, bei den Euro-Partnern für ihre Pläne zu werben, stoßen damit jedoch auf Widerstand. Das aktuelle Hilfsprogramm läuft bis Ende Februar. Griechenland benötigt schnell weitere Hilfen, weil es von den Kapitalmärkten abgeschnitten ist. Tsipras sagte, innerhalb von 15 Tagen könne eine Brückenvereinbarung mit den Euro-Staaten erreicht werden, um sein Land über Wasser zu halten. Die Schulden sollten weiter bedient werden.

Zugleich bekräftigte der Regierungschef zahlreiche Versprechen, die Syriza im Wahlkampf gemacht hatte, etwa Rentenerhöhungen, die Wiedereinstellung von Staatsbediensteten und die Anhebung des Mindestlohnes auf das Vorkrisenniveau. Er wolle seine Versprechen in vollem Umfang einhalten, um die Wunden der Sparpolitik zu heilen, sagte Tsipras. Tausende Haushalte, die Opfer dieser Politik geworden seien, würden kostenlos Lebensmittel und Energie erhalten.

Griechenland muss als Gegenleistung für Finanzhilfen von 240 Milliarden Euro Spar- und Reformauflagen erfüllen, hat aber die Zusammenarbeit mit der sogenannten Troika aus EU, Europäischer Zentralbank und Internationalem Währungsfonds aufgekündigt. Deswegen können weitere Hilfen von 7,2 Milliarden Euro nicht ausgezahlt werden. Die Regierung will deswegen von den Partnern die Genehmigung, mehr kurzfristige Schuldpapiere auszugeben. Bisher liegt die Schwelle bei 15 Milliarden Euro. Die Regierung muss in den kommenden Monaten unter anderem Milliardenkredite des IWF zurückzahlen.

Tsipras' Äußerungen werden in Europa aufmerksam verfolgt. Viele Politiker befürchten, dass Griechenland die Reformen rückgängig macht und wieder Geld wie vor der Krise ausgibt. Das Thema kommt am Mittwoch auf einer Sondersitzung der Euro-Finanzminister zur Sprache, die sich einen Tag vor dem EU-Gipfel treffen. Euro-Gruppen-Chef Jeroen Dijsselbloem hat Griechenland bis zum 16. Februar Zeit gegeben, um eine Verlängerung des Hilfsprogramms zu beantragen. Weil einige Länder dafür die Zustimmung ihrer Parlamente benötigten, würde die Zeit sonst sehr knapp, sagte er der Nachrichtenagentur Reuters. Griechischen Regierungskreisen zufolge hält sich der Präsident der Euro-Arbeitsgruppe, Thomas Wieser, bereits am Montag in Athen auf. Sein Gremium bereitet Entscheidungen der Finanzminister vor.

Tsipras ließ jedoch nicht erkennen, das Hilfsprogramm verlängern zu wollen. Er habe ein starkes Mandat des griechischen Volkes, die Spar- und Reformpolitik zu beenden. Das Hilfsprogramm sei gescheitert und deswegen beendet worden, sagte er.

Zugleich kündigte er einen stärkeren Kampf gegen Korruption und Steuervermeidung an. Dazu würden große Auslandsguthaben überprüft. Außerdem würden Staatsausgaben gekürzt, Vergünstigungen für Minister und Abgeordnete gestrichen und ein Flugzeug des Regierungschefs verkauft. Alle öffentlichen Ausschreibungen sollten auf Korruption hin untersucht werden. Der öffentliche Sektor dürfe nicht länger den Interessen der Oligarchen dienen. Zudem werde die Regierung das "Verbrechen" stoppen, Staatseigentum zu privatisieren, sagte der Ministerpräsident. Zudem wolle er von Deutschland Reparationen für den Zweiten Weltkrieg verlangen.

Finanzminister Varoufakis warnte unterdessen vor einem Zusammenbruch der Euro-Zone. "Der Euro ist instabil wie ein Kartenhaus", sagte er in einem Interview des italienischen Senders RAI. "Wenn man die griechische Karte herauszieht, werden die anderen zusammenfallen." So seien die Schulden Italiens nicht tragbar. Ranghohe italienische Gesprächspartner hätten ihm im Vertrauen gesagt, sie würden das Vorgehen der Griechen unterstützen. Sie könnten aber nicht die Wahrheit sagen, weil sie fürchteten, dass Italien dann die Pleite drohe und weil sie die Reaktion Deutschlands fürchteten, sagte Varoufakis.

Italiens Wirtschaftsminister Pier Carlo Padoan reagierte umgehend: Die Verschuldung seines Landes sei tragbar und stehe auf einer soliden Basis, erklärte er auf Twitter. Die Bemerkungen des griechischen Ministers seien deplatziert. Italien arbeite mit an einer europäischen Lösung für die griechischen Probleme. Dies erfordere aber "gegenseitiges Vertrauen". EurActiv.de  rtr 9

 

 

 

 

Jeder zweite Deutsche für Grexit

 

In einer aktuellen Umfrage spricht sich fast jeder zweite Deutsche für einen Austritt Griechenlands aus der Euro-Zone aus. An eine Rückzahlung der Schulden glauben viele nicht mehr.

48 Prozent der Deutschen sprechen sich für den sogenannten Grexit aus - also dass Griechenland den gemeinsamen Währungsraum verlässt. Dies geht aus einer Umfrage des Erfurter Meinungsforschungsinstituts INSA für FOCUS Online hervor. Für den Verbleib sind demnach nur 29 Prozent. Fast jeder vierte Befragte (23 Prozent) ist unentschlossen.

Nach Parteien aufgeschlüsselt finden sich die meisten Grexit-Befürworter bei der eurokritischen Alternative für Deutschland (AfD). 82 Prozent der AfD-Anhänger sprechen sich laut Umfrage dafür aus. Bei der Union sind es 47 Prozent, bei der SPD 43 Prozent. Bei den Wählern der Grünen (47 Prozent), der Linken (41) und der FDP (40) ist die Mehrheit für einen Verbleib Griechenlands in der Euro-Zone.

44 Prozent der Deutschen erwarten, dass es zu einem Schuldenschnitt kommt. Bei den Anhängern beinahe aller Parteien überwiegen diejenigen, die mit einem Schuldenschnitt rechnen: bei der SPD 42 Prozent, bei der FDP 48, bei den Grünen 54 und bei den Linken 58 Prozent. Nur Unions-Wähler erwarten mehrheitlich nicht, dass es zu einem Schuldenschnitt kommt: 40 Prozent stimmen der Aussage, dass es zum Schuldenschnitt kommt zu, 45 Prozent dagegen nicht.

Der Wirtschaftsweise Lars Feld warnte Griechenland vor einem Euro-Austritt. "Die griechische Regierung spielt weiter das Feiglingsspiel, ohne zu erkennen, dass es langsam Zeit für kooperatives Verhalten wäre", sagte Feld gegenüber dem Handelsblatt. "Ein faktischer Grexit als Kollateralschaden dieser Politik ist vor allem schädlich für Griechenland." Die Euro-Zone könne mit einem solchen Szenario umgehen.

"Ohne (Reform-)Programm ist es für Griechenland schwierig", sagte Wolfang Schäuble in Istanbul beim G20-Finanzministertreffen. Wenn Athen eine finanzielle Überbrückung von seinen europäischen Partnern wolle, "brauchen wir ein Programm". Ihm sei nicht klar, wie das Land sonst weitermachen wolle: "Ich habe nicht verstanden, wie die griechische Regierung das stemmen will", so Schäuble. Er sei zu jeder Hilfe bereit: "Aber wenn von mir keine Hilfe gewünscht wird, ist das auch in Ordnung."

"Die Zeit drängt für Griechenland und Europa", erklärte Udo Bullmann, Vorsitzender der SPD-Abgeordneten im EU-Parlament, am Dienstag. "Natürlich müssen Schulden bedient werden, ein dogmatisches Festhalten an der bisherigen Krisenpolitik hat allerdings offensichtlich nicht geholfen. An einem 'Weiter so' kann keinem Verhandlungspartner gelegen sein. Weder die EU noch die griechische Regierung können Interesse an einem Grexit haben."

Finanzstaatssekretär Steffen Kampeter bekräftigte die deutsche Position, dass Griechenland Verträge nicht einseitig kündigen könne. Unter dieser Bedingung gebe es Verhandlungsspielraum, Griechenland müsse sich aber noch bewegen, sagte er in der ARD. Die Position der europäischen Finanzminister sei klar: "Es ist nicht an Europa zu überlegen, was zu machen ist, sondern an den Griechen, ihre Position zu überdenken." Er hoffe, dass es hierzu ein Signal am Mittwoch gebe. Bundeskanzlerin Angela Merkel hatte Griechenland aufgefordert, ein klares Konzept zur Lösung der Schuldenkrise vorzulegen.

Die Finanzminister der Eurozone treffen sich am Mittwoch zu einer Sondersitzung in Brüssel. Es wird erwartet, dass der neue griechische Finanzminister Yanis Varoufakis ein konkretes Konzept zur Finanzierung Griechenlands vorlegt. Darüberhinaus ergreift der EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker offenbar Vermittlungsinitiativen.

Das jetzige Hilfsprogramm endet am Samstag, 28. Februar. Ab März wird Griechenland somit kein neues Geld zur Verfügung stehen. Es droht die Zahlungsunfähigkeit. Eine Verlängerung des Hilfsprogramms, auch nur um einen Tag, muss durch die Kreditgeber bestätigt werden. Weiterhin wird die Europäische Zentralbank ab Mittwoch, 11. Februar, keine griechischen Staatsanleihen als Sicherheiten mehr akzeptieren. Griechische Banken haben es dann deutlich schwerer neues Zentralbankgeld zu bekommen.

dto mit rtr 11

 

 

 

 

Griechenland  braucht Luft zum Atmen – Investieren statt Kaputtsparen

 

Die Wahlen in Griechenland haben gezeigt: Das politische System des

Landes befindet sich in einem rapiden Wandel. Die beiden alten sich

stetig in Alleinregierung abwechselnden „Staats-parteien“ haben ihre

Mehrheit verloren und sind nicht einmal mehr gemeinsam in der Lage eine

Mehrheit zu stellen. Mit Syriza ist eine neue politische Kraft innerhalb

weniger Jahre von einer Fünf-Prozent- zu stärksten Partei herangewachsen.

 

Unterstützt wurde das durch die Unzufriedenheit mit der Politik der

Troika in Form einer einseitigen Sparpolitik, die hausgemachte Probleme

weiter verschärft hat und die Probleme des Landes nicht gelöst hat.

Dieser maßgeblich von Angela Merkel durchgesetzte Austeritätskurs ist

gescheitert. Es ist Zeit für einen Kurswechsel. Griechenland  braucht

wieder Luft zum Atmen und ganz Europa mehr Investitionen in die Zukunft.

Das muss im Mittelpunkt sowohl des Sondertreffens der

Euro-Finanzminister wie auch des EU-Gipfels in dieser Woche stehen.

 

Für eine gemeinsame Lösung müssen sich alle bewegen. In ganz Europa

muss massiv in nachhaltiges Wachstum investiert werden. Griechenland

muss wie angekündigt die Korruption bekämpfen, Reichensteuern erhöhen

und weitere Reformen anpacken. Zusammen gilt es, Wege zu finden, um die

erdrückende Schuldenlast zu erleichtern.

 

Der Start verheißt aber nichts Gutes für eine vertrauensvolle

Zusammenarbeit. Ministerpräsident Tsipras hat durch seine Entscheidung

für ein Bündnis mit den Rechtspopulisten viel an Vertrauen eingebüßt.

Die griechische Regierung hat durch ihr polterndes Auftreten und

einseitige Schuldzuweisungen Partner verschreckt. Und die

Bundesregierung hat der neuen griechischen Regierung bisher nur

Belehrungen angeboten statt Lösungen. Dabei darf es nicht bleiben, die

Bundesregierung muss sich für Verhandlungen öffnen. Europa muss jetzt

zusammenhalten.

 

Zusammenhalt statt Spaltung

 

Das Wahlergebnis zeugt von der Hoffnung der Menschen in Griechenland,

dass das alte System der Günstlingswirtschaft bis in die untersten

Posten im öffentlichen Dienst jetzt abgeschafft wird. Allerdings zieht

gerade Syriza starke Unterstützung aus genau diesem Klientel. Die neue

Lage in Griechenland, dass Koalitionen für Regierungen notwendig sind,

könnte zu einem positiven Wandel der politischen Kultur hin zu einem

gesunden Pragmatismus und Kompromissfähigkeit führen. In einem negativen

Szenario führt diese Situation jedoch zu einer länger andauernden

Instabilität.

 

Gerade in dieser Situation darf es keinen Zweifel daran geben, dass

Europa und Griechenland auch in Zukunft solidarisch zusammenstehen und

eine gemeinsame Lösung finden werden. Die Debatte um die europäische

Krisenpolitik wird jedoch derzeit – auch von der Bundesregierung – nach

der Logik eines Nullsummenspiels geführt, in dem der eine gewinnt, was

der andere verliert. Diese Sicht ist nicht nur gefährlich, weil sie

nationalistischen Tönen einen Resonanzboden gibt, sie ist auch falsch:

Deutschland profitiert von einem stabilen Euro ebenso wie Griechenland

und es würde allen Staaten der Eurozone nutzen, wenn es mehr

Investitionen und weniger Steuerhinterziehung gäbe.

 

Reformen sind notwendig – aber an der richtigen Stelle

 

Die Griechen haben bitter bezahlt für die Fehler ihrer Regierungen in

den letzten Jahrzehnten. Viele Probleme sind hausgemacht: eine

ineffiziente öffentliche Verwaltung, Korruption und Oligarchentum, eine

Kultur der Steuerhinterziehung, mangelnde rechtsstaatliche

Verlässlichkeit oder ein schwacher Steuervollzug sind nur die

augenfälligsten Beispiele. Investitionen scheitern zudem oft am

unzureichenden Staats- und Justizwesen, an Korruption und komplizierten

Verfahren im Land. Diese Defizite aber wurden in der Realität kaum

angepackt, stattdessen gab es schmerzhafte Einschnitte im Sozial-,

Gesundheits- und Bildungsbereich. Nur eine deutliche Verschiebung des

Reformprozesses in Griechenland und anderen Krisenstaaten kann die Krise

abmildern. Wir setzen uns dafür ein, dass mittelfristig statt der Troika

ein Europäischer Währungsfonds unter Kontrolle des EU-Parlaments für die

Reformprogramme zuständig ist. Es gilt aber weiterhin: Finanzielle

Unterstützung kann es nicht ohne Kontrollen geben.

 

Einseitiges Sparen führt nicht aus der Krise – sondern tiefer hinein

 

Im Jahr vor der Finanzkrise beliefen sich die Staatsschulden

Griechenlands auf 107 Prozent des Bruttoinlandsprodukts, bis heute sind

sie auf 175 Prozent gestiegen. Das liegt nicht am mangelnden Sparwillen

der griechischen Regierungen: Die gesamtstaatlichen Ausgaben sind seit

2009 um ein Drittel gesunken, auf Deutschland übertragen würde das

Haushaltseinschnitten in Höhe von rund 250 Milliarden Euro entsprechen.

Es liegt am Einbruch der Wirtschaftsleistung. Grund dafür ist der harte

Einbruch des Zustroms von günstigen Krediten und dadurch ausgelöst eine

eklatante Nachfrageschwäche, die jedoch durch die einseitige Sparpolitik

verschärft statt gemindert wird. Zudem befindet sich Griechenland seit

Jahren in einer Kreditklemme, die ohne politische Sicherheit nicht zu

überwinden ist. Debatten um einen „Grexit“, wie aus Kreisen der

Bundesregierung zu Beginn des Jahres begonnen, sind hier fatal und

Kosten am Ende Griechen und Europäer Geld und Chancen. Wer die

staatlichen Schulden Griechenlands wie auch anderer Krisenländer senken

will, muss deshalb dafür sorgen, dass die Wirtschaftstätigkeit Fahrt

aufnimmt. Die Zahlen sind alarmierend: Nach der jüngsten

Frühjahrsprognose sinkt die Arbeitslosigkeit im Euroraum in 2015 nur um

0,4 Prozentpunkte – trotz des niedrigen Ölpreises und der expansiven

Geldpolitik der EZB. Europa braucht jetzt einen Kurswechsel, wenn es

Massenarbeitslosigkeit, soziale Verwerfungen und Perspektivlosigkeit für

viele Millionen ihrer Bürgerinnen und Bürger nicht länger hinnehmen und

damit die politische Zustimmung zur Europäischen Einigung selbst

gefährden will.

 

Europa braucht grüne und europäische Investitionen – Juncker-Plan

richtig ausgestalten

 

Dafür ist in allererster Linie eine massive nachhaltige

Investitionsoffensive notwendig: ein Green New Deal. Der Vorschlag des

EU-Kommissionspräsidenten Juncker ist dafür eine erste Chance, weil er

einen Kurswechsel in Europa markiert: weg von der reinen Sparpolitik und

hin zu mehr Investitionen. Der Erfolg des Fonds hängt aber von seiner

konkreten Ausgestaltung ab. Es ist zum jetzigen Zeitpunkt zu bezweifeln,

dass das angestrebte Volumen von 315 Milliarden Euro über eine

Hebelwirkung mit einer nur geringen zusätzlichen Belastung der

öffentlichen Haushalte erzielt werden kann. Deswegen muss Deutschland

jetzt ein Signal dafür setzen, dass der Juncker-Plan ökonomisch

glaubwürdiger wird und sich mit 12 Mrd. Euro am EFSI beteiligen. Dabei

muss sich die Bundesregierung neben Anreizen für private Investitionen

auch für die Finanzierung öffentlicher Projekte einsetzen. Wichtige

Probleme wie die Nachfrageschwäche oder auch die mancherorts massiv

eingebrochenen Investitionen der öffentlichen Hand müssen darüber hinaus

gelöst werden. Daher kann der Juncker-Plan auch nur ein Baustein einer

europäischen Antwort auf die Krise sein. Die Prioritäten müssen auf

nachhaltigen Zukunftsinvestitionen liegen statt auf wenig lohnenswerten

Privatprojekten, die bisher keine Chance auf Finanzierung hatten und im

Wesentlichen Beton und Atom subventionieren sollen. Es sollten

europäische Gemeinschaftsprojekte finanziert werden, die auch

identitätsstiftend wirken können wie ein Programm Erasmus für Alle, ein

tatsächlich europäisches Eisenbahnnetz, den Umbau der europäischen

Energieversorgung auf Basis von Erneuerbaren Energien und gemeinsamen

Stromnetzen. Das Europäische Parlament muss als Geldgeber in der Lage

sein, die Arbeit des Fonds besser als bisher die Arbeit der Europäischen

Investitionsbank zu kontrollieren.

 

Offensive gegen Steuerhinterziehung und ungerechte Belastungen

 

Bislang wurden die Belastungen der europäischen Krisenbewältigung vor

allem auf den Schul-tern der Schwächeren und der Mittelschichten

abgeladen. Das muss sich ändern: Die vermö-gendsten Privatpersonen und

Unternehmen sollen sich deutlich stärker als bisher beteiligen.

Nationale Vermögensabgaben sollten europäisch flankiert werden, um

dadurch ausgelöste Steuerflucht in andere Mitgliedstaaten zu verhindern.

Insgesamt sind Steuerbetrug und -vermeidung in einer gesamteuropäischen

Anstrengung entschieden zu bekämpfen. Es ist unerträglich, wenn einzelne

Mitgliedstaaten noch davon profitieren wollen, dass Menschen und

Unternehmen aus anderen Mitgliedstaaten ihre Steuerpflichten umgehen.

 

Erleichterungen bei der Schuldenlast

 

Damit die Krisenländer auch selbst mehr investieren und ihre Wirtschaft

ankurbeln können, dürfen ihre Haushalte nicht von Zinslasten erdrückt

werden. Entscheidend dafür ist jedoch nicht der Schuldenstand, sondern

die laufende Belastung durch Tilgung von Schulden und Zinsen. In

Griechenland ist dies derzeit nicht das Hauptproblem: Es zahlt aufgrund

der niedrigen Zinssätze der öffentlichen Kredite in diesem Jahr

voraussichtlich nur rund 0,7 Prozent des BIP für den Schuldendienst und

damit weniger als viele andere Länder, wenn man die Rückerstattungen der

EZB berücksichtigt. Trotzdem kann es Griechenland helfen, wenn die

Euro-Zone die bereits im November 2012 angebotene Schuldenerleichterung

durchführt und im Gegenzug für ein konkretes Reformprogramm der neuen

Regierung weitere Zinserleichterungen und Laufzeitverlängerungen

beschließt. Damit die Zinslast nach dem Auslaufen der Kredite nicht

erheblich ansteigt, setzen wir uns mittelfristig für eine Umschuldung

ein, die die Schuldenlast senkt etwa durch dauerhaft niedrige Zinssätze,

wachstumsabhängige Tilgungsbedingungen oder Schuldenerlässe. Wir wollen

diese Maßnahmen allerdings an konkrete Reformerfolge im Land koppeln, zu

der vor allem im Gegensatz zur bisherigen Politik der Troika nicht

allein auf ökonomische Daten, sondern auch Erfolge im Bereich Kampf

gegen Korruption und Soziales gehören.

 

Die Euro-Zone auf stabilem und demokratischem Grund

 

Diese Aufgaben müssen wir gemeinsam angehen, mit mehr Kompetenzen für

die Europäische Ebene, um künftig früher und nachdrücklicher vermeiden

zu können, dass sich gefährliche Ungleichgewichte aufbauen. Für die

Euro-Zone als Ganzes heißt das aber auch, sich ehrlich zu machen und

neue Wege zu diskutieren, wie man mit der hohen Schuldenlast in Europa

umgeht, so dass sie nicht in eine langanhaltende Stagnationsphase führt.

Deswegen machen wir uns seit langem für einen Altschuldentilgungspakt im

Gegenzug für Kompetenzübertragungen an die europäische Ebene stark.

 

Damit die gemeinsame Währung in Zukunft stabil bleibt, braucht es

entschiedene Schritte zu einer echten Wirtschafts- und Währungsunion mit

mehr gemeinsamen Kompetenzen. Die Koordinierung in der Eurogruppe und

die reformierten Maastricht-Regeln reichen nicht aus. Die Institutionen

der gemeinsamen Währung müssen gestärkt und unter die demokratische

Kontrolle des Europaparlaments gestellt werden. Diese tiefgreifenden

Reformen müssen in einem europäischen Konvent diskutiert werden, der den

Vorschlag von Alexis Tsipras nach einer Schuldenkonferenz aufnimmt.

Erleichterung bei den Schulden gegen demokratische Teilung von

Souveränität in einer starken Währungsunion könnte die Formel für die

Lösung unserer Probleme in der Euro-Zone sein.

Buendnis 90/Die Gruenen 9

 

 

 

 

Nach Anschlag in Dänemark. Netanjahu ruft Europas Juden zur Auswanderung auf

 

Die Terroranschläge von Kopenhagen erschüttern die Welt. Ein Ziel war eine Synagoge. Benjamin Netanjahu fordert nun alle europäischen Juden zur Ausreise nach Israel auf.

Israels Ministerpräsident Benjamin Netanjahu hat die Juden in Europa nach den Terroranschlägen auf ein Kulturcafé und eine Synagoge in Kopenhagen zur Auswanderung in den jüdischen Staat aufgerufen. "Juden wurden auf europäischem Boden ermordet, nur weil sie Juden waren", sagte Netanjahu während einer Kabinettssitzung in Jerusalem.

"Diese Terrorwelle wird weitergehen." Er wende sich an die Juden in Europa: "Israel ist eure Heimstätte." Auf die Anschläge in Paris im Januar, bei denen auch vier Juden getötet worden waren, hatte Netanjahu bereits mit einem ähnlichen Aufruf reagiert.

"Allen Juden Frankreichs, allen Juden Europas sagte ich: Israel ist nicht nur der Ort, wohin ihr Euch beim Gebet wendet, der Staat Israel ist Eure Heimstatt", sagte Netanjahu nach den Anschlägen von Paris. Zugleich forderte Netanjahu Frankreichs Präsidenten François Hollande auf, die erhöhten Sicherheitsvorkehrungen vor jüdischen Einrichtungen weiter aufrecht zu erhalten.

Juden in Dänemark unter Schock

Die jüdische Gemeinde in Kopenhagen steht nach dem Anschlag auf eine Synagoge in der Innenstadt unter Schock. Dabei war ein 37-jähriger Mann jüdischen Glaubens getötet worden, der wegen einer Bar Mitzwa vor dem Gotteshaus Wache hielt. "Ich bin schockiert. Alle sind schockiert", sagte der Vorsitzende der Gemeinde, Dan Rosenberg Asmussen, dem dänischen Fernsehen.

"Das ist das, was wir immer befürchtet haben. Und das, wovor wir die ganze Zeit gewarnt haben, dass es in Dänemark passieren könnte." Bei zwei Attentaten in der dänischen Hauptstadt waren am Samstag und in der Nacht zum Sonntag zwei Menschen getötet und fünf verletzt worden, bevor die Polizei den mutmaßlichen Attentäter am frühen Morgen erschoss. Vor der Attacke auf die Synagoge hatte der Täter auf ein Kulturcafé gefeuert, in dem der schwedische Mohammed-Karikaturisten Lars Vilk an einer Veranstaltung zur Meinungsfreiheit teilnahm.  AP/dpa/dkl 15

 

 

 

 

Betrugsvorwürfe: EU leitet Untersuchung gegen französisch-italienisches Schnellzug-Projekt ein

 

Das umstrittene Schnellzug-Projekt, das die Städte Lyon und Turin verbinden soll, gerät weiter in Bedrängnis: Das Europäische Amt für Betrugsbekämpfung (OLAF) will das Projekt jetzt auf Mafiaverbindungen und hohe Kostenüberschreitungen untersuchen. Die EU hat bereits 450 Millionen Euro zu dem Projekt beigetragen. Frankreich und Italien fordern aber weitere EU-Mittel in Höhe von vier Milliarden Euro. EurActiv Frankreich berichtet.

Das Europäische Amt für Betrugsbekämpfung (OLAF) leitete eine Untersuchung des teuren Baus einer Schnellzugverbindung zwischen Italien und Frankreich ein. Sie geht auf eine Anfrage der französischen Europaabgeordneten Karima Delli und Michèle Rivasi vom letzten Dezember zurück.

"Nach anfänglicher Analyse der Vorwürfe, die wir erhielten, leiteten wir eine Untersuchung des Schnellzug-Projekts zwischen Lyon und Turin ein", so OLAF.

Angebliche Mafiaverbindungen

OLAF wird das Projekt auf betrügerische oder unregelmäßige Aktivitäten überprüfen. Wichtig dabei ist, ob die Untersuchungen Auswirkungen auf die EU-Finanzierung haben werden.  

Zwei der am Bau beteiligten italienischen Unternehmen sollen Verbindungen zur Mafia haben. Ein anderer Punkt, den die Abgeordneten bei OLAF vorbrachten, sind Kostenüberschreitungen beim Kauf von IT-Ausstattung durch die Italiener.

Doch auch auf französischer Seite gibt es Probleme. Der Vorsitzende der Gesellschaft Lyon Turin Ferroviaire, Hubert Du Mesnil, kämpft mit Anschuldigungen eines Interessenskonflikts.

"Die Ernsthaftigkeit der gesammelten Beweise überzeugte OLAF davon, dieses Projekt, das Nutznießer europäischer Mitfinanzierung ist, zu untersuchen. Die Eröffnung der Untersuchung beweist, dass das nicht nur eine Frage der Anschuldigungen ist, sondern von bewiesenen Betrugsfällen, die der EU schaden", erklären Michèle Rivasi, Karima Delli und Daniel Ibanez. Letzterer ist der Autor eines Buchs über das Projekt.

Große Ausgaben für die EU

Die EU übernimmt 40 Prozent der geplanten 8,5 Milliarden Euro (3,4 Milliarden Euro) für den Bau eines 57 Kilometer langen Tunnels.

"Transeuropäische Projekte sind zu einem strategischen Desaster für die Europäische Union geworden. Die EU denkt, dass diese großen Projekte der einzige Weg sind, eine Verkehrsunion herbeizuführen", sagt die italienische Ko-Vorsitzende der europäischen Grünen, Monica Frasoni. Die Lyon-Turin-Verbindung bindet ihrer Meinung nach sehr große EU-Investitionen, "zum Schaden anderer Projekte".

Der Haushalt sieht für den Zeitraum von 2014 bis 2020 Ausgaben von 23,3 Milliarden Euro unter dem European Interconnection Mechanism (EIM) für die Entwicklung der EU-Verkehrsinfrastruktur vor. Allein die Mitfinanzierung des französisch-italienischen Projekts könnte 15 Prozent der verfügbaren Mittel unter dem EIM aufbrauchen.

Die Ankündigung einer Untersuchung kommt kurz vor der Frist für die Bewerbung um weitere EIM-Mittel. Frankreich und Italien haben noch Zeit bis zum 26. Februar, ihr Angebot bei der Kommission einzureichen.

"Unverantwortliches" Projekt

Die europäischen Ausgaben für das Projekt haben bereits angefangen. "Wir haben die Kommission beim Lyon-Turin-Projekt herausgefordert, für das sie 50 Prozent der Zahlungen leistet. Insgesamt gab die Kommission für Studien bereits 450 Millionen Euro aus, die wir wegen mangelnder Unabhängigkeit anfechten", so Delli

Für die Grünen und andere Gegner des Projekts ist sogar dessen Notwendigkeit fraglich. Denn es gibt bereits Verbindungen zwischen den beiden Städten. Den Abgeordneten zufolge "ist es unverantwortlich, über 26 Milliarden Euro für dieses Projekt auszugeben, wenn das gleiche Ziel auch mit der bestehenden, zu wenig genutzten Verbindung erreicht werden könnte". 

Cécile Barbière. Aus dem Englischen übersetzt von Alexander Bölle EA 10

 

 

 

 

Costa Concordia. Schettino bleibt ein freier Mann

 

Als Hauptschuldiger für eines der spektakulärsten Unglücke der Schifffahrtsgeschichte wurde Francesco Schettino zu 16 Jahren verurteilt. Ins Gefängnis muss der Ex-Kapitän der Costa Concordia aber frühestens in ein paar Jahren. Von REGINA KERNER

 

Francesco Schettino hatte seine Verurteilung wegen einer Grippe nicht im Gerichtssaal von Grosseto, sondern am Fernsehen verfolgt. Aber eine kurze Reaktion von ihm kam dann Mittwochnacht doch. Enttäuscht sei er über die Entscheidung der Richter, die ihn 16 Jahre ins Gefängnis schicken wollen, ließ der Ex-Kapitän der Costa Concordia wissen. Vor allem darüber, dass sie ihn auch wegen des frühzeitigen Verlassens des Kreuzfahrtschiffes schuldig gesprochen haben. „Ich werde immer weiter kämpfen, um zu beweisen, dass ich die Costa Concordia nicht im Stich gelassen habe.“

16 Jahre Haft für Ex-Kapitän der "Costa Concordia"

 

Seine Verteidiger legten umgehend Berufung gegen das Urteil ein. „Es ist eine harte Strafe, die übertrieben hoch ist“, sagte Anwalt Domenico Pepe. Aber wichtig sei, dass Schettino erst einmal nicht ins Gefängnis muss. Das Gericht hatte den Antrag der Staatsanwälte abgelehnt, Schettino wegen Fluchtgefahr in Haft zu nehmen. Der Berufungsprozess gegen ihn wird frühestens in einigen Monaten stattfinden, danach schließt sich noch eine dritte Instanz an. Bis das Urteil rechtsgültig wird, könnte es Jahre dauern. So lange bleibt Schettino ein freier Mann.

Unzufrieden waren viele der fast 380 Nebenkläger und ihrer Anwälte, die Entschädigungen gefordert hatten. „Wir hätten uns mehr Mut von Seiten des Gerichts gewünscht“, sagte etwa der Bürgermeister von Giglio, Sergio Ortelli. Die Touristeninsel, vor deren Hafeneinfahrt das 300 Meter lange Wrack der Costa Concordia zweieinhalb Jahre lang lag, hatte 20 Millionen Euro Ausgleich für Imageschäden gefordert. Das Gericht sprach ihr 300 000 Euro zu. Der Anwalt der Reederei Costa Crociere, die für die Entschädigungen aufkommen muss, fand das Urteil dementsprechend „sehr ausgewogen und gerecht im Interesse aller Beteiligten“.

Einige Opferangehörige kritisierten die Strafe für Schettino als zu niedrig. „16 Jahre für 32 Todesopfer – das ist so gut wie nichts“, sagte Giovanni Girolamo, dessen Sohn Musiker auf der Costa Concordia war und bei dem Unglück ertrank. Auch in der italienischen Presse findet Schettino keine Gnade. „Die traurigste Figur der italienischen Komödie tritt von der Bühne ab“, kommentiert „La Repubblica“. Und der „Messagero“ schreibt, die Tragödie der Costa Concordia und der Kapitän seien zu einer hässlichen Metapher für Italien geworden, die das Land teuer bezahle: „Wie eine lebenslange Strafe“.  Fr 12

 

 

 

 

Zum Tod von Michele Ferrero. Chefversüßer der Welt

 

Nutella und Mon Chéri machten ihn berühmt, seine Angestellten verehrten ihn für seine menschliche Nähe. Michele Ferrero steht für die Blüte des italienischen Familienkapitalismus: von einer kleinen Konditorei im Piemont zum milliardenschweren Weltkonzern. Von Oliver Meiler, Rom

 

Im Italienischen unterscheidet nur eine feine Variation, ein kleines Anhängsel, einen Vater von einem Chef, einen Padre von einem Padrone eben. Und in gewissen Fällen geht mit der Zeit auch diese Nuance verloren, sinnbildlich zumal. Michele Ferrero war so ein Chef, ein väterlicher und deshalb auch ein paternalistischer, schlecht im Delegieren und misstrauisch gegenüber den Managern. Bei unternehmerischen Persönlichkeiten wie ihm bemüht man dann gerne die abgedroschene Formel "Chef alter Schule". Sie passt wunderbar, auch in der Folklore.

Seine Angestellten im heimischen Alba im norditalienischen Piemont verehrten ihn für seine menschliche Nähe, für seine Bodenständigkeit trotz des Erfolgs, für seine Treue zur Heimat, obschon das Unternehmen über die Jahrzehnte hinweg zum multinationalen Konzern mit Produktionsstandorten in zwanzig Ländern und 30.000 Mitarbeitern angewachsen war.

Und so werden dem stets geheimnisvollen und öffentlichkeitsscheuen Chefversüßer der Welt, dem Erfinder so globaler Marken wie Nutella und Mon Chéri und Kinder und Ferrero Rocher und Pocket Coffee und Tic Tac, nach seinem Tod mit 89 Jahren nun viele Hommagen zuteil, die weit über seine Leistung als Unternehmer hinausgehen. Es sind auch nostalgische Töne dabei. Die Firmengeschichte von Ferrero ist eines dieser klassischen Beispiele aus der Blüte des italienischen Familienkapitalismus, eine Geschichte des Aufstiegs aus der kleinen Provinz in die große Welt, eine ferne Erinnerung.

Sie begann in den Vierzigern in einer Konditorei an der Via Rattazzi in Alba, südlich von Turin. Micheles Vater Pietro und dessen Bruder Giovanni führten das Geschäft, man kannte es bald in der ganzen Gegend. Die Brüder hatten die Idee, statt auf reine Schokolade auf nussige Crème zu setzen. Die Basis dafür, Nüsse eben, gab es im Piemont immer in großer Menge.

Mon Chéri kam zuerst in Deutschland auf den Markt

Michele Ferrero lernte Konditor, bildete sich kaufmännisch fort. Mit 32 Jahren, nach dem Tod des Vaters und des Onkels, übernahm er das Geschäft, verfeinerte die Hauscrème und brachte sie 1964 als Nutella auf den Markt. Der Name sollte italienisch klingen und international taugen. Das Rezept war ihm so heilig, dass er es auf Arabisch übersetzen ließ und in einem Büro für geistiges Eigentum in Kairo unterbrachte. Weit weg von möglichen Petzern. Nur so viel weiß man: In jedem 400-Gramm-Glas Nutella stecken 50 Nüsse. Und da Ferrero heute jedes Jahr 350.000 Tonnen des Brotaufstrichs produziert, beansprucht das Unternehmen mittlerweile ein Viertel der gesamtem Weltproduktion an Nüssen.

Seine Pionierleistung aber, so jedenfalls sah das Michele Ferrero selbst, war "Mon Chéri", eine Praline mit einverleibter Kirsche, die er bereits 1956 auf den Markt gebracht hatte - und zwar zunächst einmal in Deutschland. Der Turiner Zeitung La Stampa erzählte er einmal, er habe die hübsch und einzeln verpackte Schokoladenkonfektion damals in ein versehrtes Land bringen wollen, dessen Menschen noch an den Folgen des Krieges litten: "Diese Praline kam wie ein kleines Geschenk daher, es funktionierte zwischen Verlobten, zwischen Ehefrau und Ehemann, und für das Schenken brauchte es kein Fest und kein Jubiläum." Ein Interview war das damals nicht, nur ein Hintergrundgespräch, das La Stampa nun posthum veröffentlicht. Michele Ferrero gab in seinem ganzen Leben kein einziges Interview. Er äußerte sich auch nie über politische Belange. Es gab nur die Firma, die Familie.

Michele und seine "Veronica"

Seine Durchschnittskundin nannte er "Veronica". Alle Werbung, und er galt auch darin als innovativ, zielte immer auf die Hausfrau, die zum Einkaufen in den Supermarkt geht. "Veronica!" Ihre Beschwörung wurde zum Mantra des Unternehmens. Sie war auch 1974 die erste Adressatin, als Ferrero die Ostereier zur Alltagsfreude erklärte - mit dem Überraschungsei für Kinder. Die Kleinstspielzeuge, die da in einer gelben Plastikkapsel im Innern einer dünnen Schokoladenhülle versteckt waren, wurden zum Kult. Damit die Mütter und Großmütter ihre Sprösslinge und Enkel auch ganz beruhigt beschenken konnten, bewarb Ferrero das Ei als Milchprodukt mit wenig Kakao. "Ab sofort ist jeden Tag Ostern", lautete der Slogan.

Studieren mache dumm, pflegte Ferrero zu sagen

So wuchs die Gruppe zusehends zum Weltkonzern mit einem Umsatz von 8,4 Milliarden Euro. Aus fiskalischen Gründen hat die Holding ihren Sitz mittlerweile in Luxemburg. Oft gab es Gerüchte, Ferrero könnte übernommen werden oder selber Firmen hinzukaufen. Doch in Alba entwickelte man sich lieber aus eigener Kraft, auch ohne Geld von der Börse. Bis heute ist Ferrero nicht an der Börse notiert. Reich wurde die Familie trotzdem, sehr reich sogar. Für das amerikanische Wirtschaftsmagazin Forbes, das die Vermögen der Vermögenden schätzt, war Michele Ferrero Italiens reichster Bürger. Er war immer ein Arbeiter und Tüftler geblieben, selbst dann noch, als er schon Milliarden verdiente. In Pension ging er nie.

Zu Sitzungen lud er seine Manager mit Vorliebe am Sonntag nach der Messe, der er als strenggläubiger Katholik nie fernblieb, weil die Werktage ja zum Werken und nicht fürs Sitzen gedacht waren. Für seinen Betrieb wählte er mit Vorzug Leute mit nur wenigen Studienjahren aus, weil, wie er zu sagen pflegte, Studieren dumm mache. Noch so ein Bonmot, wie man es von dieser Art Padrone gewohnt ist. Auf dem Land liebten sie ihn für das Fortleben des deftig Provinziellen, immer vorgetragen im piemontesischen Dialekt, das mit ihm auch die rasende Globalisierung überlebte. Prämien zahlte er gerne persönlich aus, mit einem Griff in die Tasche.

Man verzieh dem Patriarchen sogar, dass er die letzten Jahre seines Lebens im steuerfreundlichen und mondänen Monaco verbrachte. Auch dort ließ er ein Labor einrichten, um sich nicht zu langweilen. Das operative Geschäft hatten unterdessen seine beiden Söhne übernommen. Einer von ihnen, Pietro, starb vor einigen Jahren an einem Herzinfarkt in Südafrika, auf dem Fahrrad. Der andere, der 51-jährige Giovanni Ferrero, leitet nun das ganze Unternehmen. Wie ein Patron, aber ohne die väterliche Aura des Vaters. SZ 15

 

 

 

 

Kosovo braucht einen Beschäftigungspakt mit der EU

 

Um die Massenflucht der Kosovo-Albaner nach Westeuropa verstehen zu können, muss man sich die tragische soziale Situation vor Ort vor Augen führen. Nach Angaben der Vereinten Nationen leben etwa 17 Prozent der Bevölkerung in extremer Armut (Ausgaben von weniger als 0,94 Euro pro Tag) und 45 Prozent in absoluter Armut (weniger als 1,42 Euro pro Tag). Etwa 16 Prozent der Kinder sind von Nahrungsmangel und dadurch verursachten Wachstumsstörungen betroffen. Aufgrund von Mangelernährung leiden etwa 16 Prozent der Schulkinder und 23 Prozent der Schwangeren unter leichter Anämie. Die Säuglings-, Kinder- und Müttersterblichkeit ist weiterhin erheblich höher als in den umliegenden Regionen und in Europa. Die Weltbank schätzte zuletzt, dass mehr als 35 Prozent aller Jugendlichen im Alter zwischen 15 und 24 weder eine Bildungseinrichtung besuchen noch einer Ausbildung oder Beschäftigung nachgehen. Die Arbeitslosigkeit wird auf über 40 Prozent, bei Jugendlichen auf über 70 Prozent geschätzt.

Kosovo leidet zum einen noch immer unter der historischen Unterentwicklung aus der osmanischen Zeit und der ersten Hälfte des 20. Jahrhunderts, aber auch unter den Folgen der ökonomischen Marginalisierung unter dem Miloševi?-Regime (1987-2000). Zum anderen hält ein überdurchschnittliches Bevölkerungswachstum an, mit dem die Wirtschaftsentwicklung nicht mithalten kann. Die natürliche Bevölkerungszuwachsrate lag im Jahr 2012 laut Europäischer Kommission bei 11,3 Personen pro 1.000 Einwohner – und damit viel höher als irgendwo sonst in Europa. Kosovo hat die jüngste Bevölkerung auf dem Kontinent, eine Tatsache, die mit für die hohe Geburtenrate verantwortlich ist. 30.000 Neugeborene pro Jahr: so viele Arbeitsplätze können in einem Land, das nur knapp ein Drittel der Fläche Belgiens ausmacht, nicht entstehen.

Um die Zahl der Armen bis 2020 zu halbieren, wären nach Schätzungen der internationalen Finanzinstitute ein Wachstum des Bruttoinlandsproduktes von jährlich über sieben Prozent und Direktinvestitionen aus dem Ausland in Höhe von 1,5 Mrd. Euro pro Jahr erforderlich. Tatsächlich weist Kosovo derzeit nur ein Wirtschaftswachstum von 2,5 Prozent (2014) auf, Investitionen aus dem Ausland gibt es kaum.

 

Kultur der Straflosigkeit

Für das Verharren Kosovos in Armut sind auch ausgedehnte rechtsfreie Räume mitverantwortlich. Sie sind Folge der allgegenwärtigen Korruption und der symbiotischen Beziehung zwischen weiten Teilen von Verwaltung und Politik mit der organisierten Kriminalität. Trotz aller seit 1999 in Angriff genommener Reformen unter Leitung von EU, OSZE und zahlreicher internationaler Nichtregierungsorganisationen ist die öffentliche Verwaltung in Kosovo weiterhin leistungsschwach. Beamte stehen unter permanentem politischen Druck und sind oft an Korruption und Nepotismus beteiligt. Nach allen Befragungen geht die Zufriedenheit der Bevölkerung mit den politischen Institutionen, einschließlich des Parlaments und der Regierung sowie der Justiz und der Verwaltung, nach einer euphorischen Phase im Zuge der Ausrufung der Unabhängigkeit 2008 zurück. Als am meisten korrupt werden Polizei, Zollbehörden und Gerichte wahrgenommen. Anfang 2013 hatte der Europarat die Behörden Kosovos sowie die Missionen von EU und UN für das Land, EULEX und UNMIK, aufgerufen, endlich der »Kultur der Straflosigkeit, oft gefördert durch Mitglieder der Regierung« Einhalt zu gebieten. Der Europäische Rechnungshof hat zuletzt Mitte 2012 die Arbeit der EULEX als »nicht effizient genug« gerügt und festgestellt, dass den Maßnahmen der EU in Kosovo zur Bekämpfung der Korruption und der organisierten Kriminalität bisher wenig Erfolg beschieden war.

 

Berufsbildungswesen reformieren und für geregelte Arbeitsmigration sorgen

 

Ein Beschäftigungspakt mit den EU-Ländern könnte den entscheidenden Rahmen schaffen, um Kosovo eine realistische Entwicklungsperspektive zu eröffnen. Angesichts der Abnahme der arbeitsfähigen Bevölkerung in der EU wäre die geregelte Anwerbung neuer Arbeitskräfte in Südosteuropa von beiderseitigem Interesse. Ein solcher Pakt müsste eine von der EU mitfinanzierte und beaufsichtigte Reform des Berufsbildungswesens wie auch Instrumente zur geregelten Arbeitsmigration beinhalten. Es müsste dafür Sorge getragen werden, dass jungen Menschen künftig Wissen und Fähigkeiten vermittelt werden, die zu Hause wie auch im Ausland Chancen auf dem Arbeitsmarkt bieten. Nur so kann vermieden werden, dass Schulabgänger in die Arbeitslosigkeit entlassen werden oder potenzielle Arbeitsmigranten im Niedriglohnsektor der Aufnahmeländer landen.

 

Da nicht zu erwarten ist, dass sich die wirtschaftliche Entwicklung in absehbarer Zeit beschleunigt, ist die Auswanderung, insbesondere für junge Menschen, die einzige realistische Chance, eine selbstbestimmte Existenz aufzubauen und aus den Einschränkungen traditioneller Familienstrukturen und der Sogwirkung der organisierten Kriminalität zu entkommen. Schon jetzt sind die Überweisungen der Arbeitsmigranten mit etwa 600 Mio. Euro jährlich die wesentliche finanzielle Antriebskraft der Wirtschaft in Kosovo; die Zunahme der Arbeitsmigration dürfte die Wirtschaft durch zusätzliche Finanztransfers weiter beleben.

 

Die Anhebung des Lebensstandards in Kosovo würde in einem gewissen Ausmaß auch zur Immunisierung gegen den grassierenden Nationalismus beitragen, so dass moderate politische Kräfte sich besser entfalten könnten, die in der Lage sind, die Annäherung an die EU voranzubringen: durch die Stärkung von Rechtsstaatlichkeit und demokratischer politischer Kultur und durch die Stabilisierung der Wirtschaft. Je realistischer die EU-Beitrittsperspektive ist, desto weniger Anreize gibt es, ethnische Konflikte weiter anzuheizen und desto konsequenter müssen die von der EU verlangten Reformen weitergeführt werden. Ein Beschäftigungspakt wäre ein erster Schritt auf einem langen Weg.

 

Der Autor. Dušan Relji? forscht an der Stiftung Wissenschaft und Politik (SWP) u.a. zu aktuellen Entwicklungen im Westbalkan. Er leitet das Brüsseler Büro der SWP. Die Stiftung berät Bundestag und Bundesregierung in allen Fragen der Außen- und Sicherheitspolitik. Der Artikel erscheint auf der SWP-Homepage in der Rubrik "Kurz gesagt". EurActiv 13

 

 

 

 

Bundesregierung plant Express-Abschiebungen von Kosovo-Flüchtlingen

 

Bundesinnenminster Thomas de Maizière stellt sich hinter den Forderungen mehrerer Unionspolitiker, den Kosovo, Montenegro und Albanien als sichere Herkunftsstaaten zu erklären und damit Zuwanderer von dort leichter abzuschieben. Opposition und Flüchtlingsorganisationen sind empört – von einer "Völkerwanderung aus dem Kosovo" zu sprechen, vergifte das gesellschaftliche Klima.

Zuwanderer aus Kosovo, Montenegro und Albanien könnten per Gesetz schon bald leichter abgeschoben werden können. Ein Sprecher von Bundesinnenminister Thomas de Maizière wies am Mittwoch darauf hin, dass dafür zwar die Zustimmung des Bundesrates nötig wäre. "Sollte aber aus dieser Richtung eine entsprechende Initiative gestartet werden, wäre das Bundesministerium des Innern sicher nicht auf der Oppositionsseite."

Die "massive Auswanderung" aus dem Kosovo stoße nicht nur an die Grenzen des deutschen Asylsystems sondern habe auch verheerende Folgen für die Stabilität des Kosovos, fügte der Sprecher hinzu.

Doch 99 Prozent der Asylanträge von Kosovaren wären in der Vergangenheit sowieso gescheitert. Deshalb könne man davon ausgehen, dass diese Menschen nicht politisch verfolgt seien. Jetzt gehe es der Regierung darum, den Bundesländern dabei zu helfen, deren Abschiebungen zu beschleunigen. "Wir agieren hier im Schulterschluss mit den Ländern", so der Sprecher.

Vor allem aus der Union gibt es Forderungen, Kosovo und Albanien zu sicheren Herkunftsstaaten zu erklären. Bayern hatte am Dienstag einen entsprechenden Vorstoß im Bundesrat angekündigt. Die Verfahren von Asylbewerbern aus diesen Ländern würden dann beschleunigt. CDU-Vizeparteichef Thomas Strobl forderte in der "Stuttgarter Zeitung", neben diesen beiden Staaten auch noch Montenegro einzubeziehen.

Bayern: "Kosovaren kosten eine Stange Geld"

Die Aufwärtstrend bei den Zuwanderungszahlen hatte sich im Januar unvermindert fortgesetzt, nachdem Deutschland 2014 mit rund 203.000 Asylanträgen die vierthöchste Zahl seit Bestehen der Bundesrepublik verzeichnet hatte. Im Januar gab es rund 25.000 Asylanträge und damit 73 Prozent mehr als ein Jahr zuvor. Zum zweitgrößten Herkunftsland der Asylsuchenden ist mittlerweile nach dem Bürgerkriegsland Syrien das Kosovo aufgerückt. Von dort kamen im Januar laut Innenministerium 3630 Asylbewerber, fast doppelt so viele wie im Dezember.

Bayerns Sozialministerin Emilia Müller übt sich in drastischer Rhetorik und spricht von einer "Völkerwanderung aus dem Kosovo". Die Mittelschicht kehre dem Land den Rücken. "Sie gehen aus wirtschaftlichen Gründen und Perspektivlosigkeit – und weil sie falsche Vorstellungen haben, von den Sozialleistungen in Deutschland."

Migranten aus dem Kosovo blockierten Unterbringungskapazitäten, "auf die wir für die wirklichen Flüchtlingsschicksale dringend angewiesen sind", kritisierte der bayerische Innenminister Joachim Hermann. Die Menschen aus dem Kosovo "kosten dem Staat unnötigerweise eine Stange Geld".

Grüne: Union ignoriert "Elend und Leid"

In der Länderkammer war im vergangenen Jahr bereits die Ausweitung der Herkunftsstaatenregelung auf Serbien, Bosnien-Herzegowina und Mazedonien auf Widerstand gestoßen. Den Ausschlag für eine Zustimmung gab schließlich der baden-württembergische Ministerpräsident Winfried Kretschmann von den Grünen. Er lenkte ein, nachdem die Bundesregierung Zugeständnisse machte, die Asylbewerbern eine Arbeitsaufnahme erleichtern und die Kommunen von Krankenversicherungskosten für Flüchtlinge entlasten.

Bezogen auf den Fall Kosovo warnte die Grünen-Co-Vorsitzende Simone Peter dennoch vor einer pauschalen Abweisung von Asylbewerbern. Dies würde "angesichts des Elends und des Leids an Realitätsverweigerung" grenzen, erklärte Peter.

Linken-Bundestagsabgeordnete Ulla Jelpke bezweifelt den Sinn des Unions-Vorstoßes. Der werde voraussichtlich genauso wenig einen Effekt haben wie im Fall Serbiens, Mazedoniens und Bosnien-Herzegowinas. Nachdem sie zu sicheren Herkunftsstaten erklärt wurden, ist die Zahl der Asylsuchenden aus diesen Ländern ist auf ähnlichem Niveau stabil geblieben. "Statt gegen Menschen zu hetzen, die aus bitterer Armut fliehen, sollten Deutschland und die EU endlich zu ihrer Verantwortung für die europäische Katastrophe im Kosovo stehen", so Jelpke weiter.

"Menschen haben Recht auf Einzelprüfung"

Auch die Flüchtlingsorganisation PRO ASYL warnt davor, immer mehr Staaten als sichere Herkunftsstaaten zu deklarieren: Schon im letzten Jahr habe man drei Balkan-Länder ohne ausreichende Prüfung der menschenrechtlichen Verhältnisse auf die Liste der sicheren Herkunftsstaaten gesetzt und so die bereits laufenden Abschiebungen legitimiert. Jetzt wolle man die Methode mit Montenegro, Kosovo und Albanien einfach fortschreiben.

"Die individuelle Prüfung ist das Herzstück des Asylverfahrens", erklärt Bernd Mesovic, stellvertretender Geschäftsführer von PRO ASYL. Die Einstufung als sichere Herkunftsstaaten nach der jeweiligen politischen Großwetterlage sei mit verfassungsrechtlichen und europarechtlichen Vorgaben nicht vereinbar. Mesovic warnt vor einer Bagatellisierung von existenzbedrohender Armut und Diskriminierung in den Westbalkanstaaten. "Statt aktionistisch das Asylrecht auszuhöhlen, sollte Armutsbekämpfung und Minderheitenschutz in den Balkanstaaten effektiv gefördert werden".

Flüchtlingen das Etikett "Armutsflüchtling" anzuhängen und vor "Lawinen" zu warnen, vergiftet zudem das gesellschaftliche Klima und läuft einer sachorientierten Auseinandersetzung zuwider, so Mesovic.

EurActiv.de Dario Sarmadi 12

 

 

 

Rosenmontag ohne Götter und Propheten. Wagenbauer: “Ich hatte nie Ärger mit Muslimen”

 

Karnevalisten ringen um den richtigen Umgang mit Anschlägen von Paris und Terror. Zeigen wir den Propheten oder ziehen die Religion durch den Kakao? In Düsseldorf ist das kein Thema: dort waren Götter und Propheten schon immer ein Tabu. Kritisch sind sie dennoch. VON Karsten Packeiser

 

“Wenn die Fastnachter so weitermachen, machen sie sich ihr Fest kaputt”, seufzt Klaus Wilinski. Der Mainzer Karikaturist ist zuständig für die Entwürfe der Motivwagen, die am Rosenmontag über die Straßen der Stadt rollen. Die Debatte um den erst beschlossenen und dann wieder zurückgezogenen Kölner Wagen zum Anschlag auf “Charlie Hebdo” hält er für völlig aus dem Ruder gelaufen. Züge von Hysterie hat Wilinski ausgemacht, seit auch in Mainz Stimmen laut wurden, den Terrorismus aus Sicherheitsgründen als Thema am Rosenmontag auszusparen.

In Mainz war ohnehin klar, dass die Pariser Terroranschläge kein Thema der Straßenkampagne 2015 werden würden, da die Themen aller Motivwagen hier bereits im November vom Mainzer Carneval-Verein (MCV) festgelegt wurden. Immerhin lockerten die Verantwortlichen in der rheinland-pfälzischen Landeshauptstadt wegen riesigen öffentlichen Interesses ihre übliche Geheimniskrämerei und teilten den Medien vorab mit, dass die Verteidigung der freiheitlichen Werte sehr wohl beim Mainzer Rosenmontag aufgegriffen werde. Schon länger sei nämlich ein Motivwagen mit einem großen Grundgesetz und dem Titel “Hier gelte nu(h)r ich” geplant gewesen.

Damit wollten sich die Rheinland-Pfälzer mit dem Satiriker Dieter Nuhr solidarisieren, der im vergangenen Jahr wegen eines Kabarettauftritts wegen Verunglimpfung des Islams angezeigt worden war. Aber wirklich provokant und kämpferisch wirkt das sympathische Grundgesetz mit Kulleraugen und Willkommens-Fähnchen in der Hand auch nicht. Diskussionen über das Thema Terrorismus seien bereits im November im MCV geführt worden, berichtet Wilinski, für den Umzug sei es dann aber verworfen worden.

Anders in Köln: Dort war nach einer Internetabstimmung kurzfristig ein Wagen zum Pariser Terror geplant gewesen, auf dem ein Mann mit Pappnase seinen Stift in den Gewehrlauf eines Attentäters rammen sollte. Ein Zeichen der Zivilcourage sollte das werden, doch aus Sicherheitsgründen verschwand der Entwurf dann plötzlich doch im Papierkorb. Dafür erntete die Kölner Zugleitung viel Kritik, aber auch Verständnis. Der Mainzer Kabarettist Lars Reichow etwa forderte in einem Zeitungsbeitrag, “auf Provokationen auf der Straße” zu verzichten, da letztlich niemand die absolute Sicherheit der Rosenmontagszüge garantieren könne.

In Düsseldorf bleibt der für seine besonders bissigen Ideen bekannte Wagenbauer Jacques Tilly seinem Grundkonzept treu: Bis zum Rosenmontag sind alle Motive streng geheim, lediglich drei Vereinsfunktionäre wissen überhaupt Bescheid. “Wir verraten weder, was wir machen, noch was wir nicht machen”, antwortet er auf Nachfragen, ob “Charlie Hebdo” und der Terror Thema beim Düsseldorfer Karneval werden. Nur eins stellt Tilly klar: “Was nicht fährt, ist ein Mohammed.” Der Düsseldorfer Karneval verspotte zwar die Missstände in Kirchen und Glaubensgemeinschaften wie Frauenfeindlichkeit oder Missbrauchsskandal. Götter und Propheten seien jedoch schon immer Tabu gewesen.

So baute Tilly nach dem gewaltsamen Aufruhr gegen die umstrittenen Mohammed-Karikaturen bereits einmal einen Wagen, auf dem symbolisch die mit einem orientalischen Krummsäbel durchbohrte Meinungsfreiheit zu Grabe getragen wurde. Und immer wieder gab es in der Vergangenheit auch Streit über drastische Darstellungen des konservativen Kölner Kardinals Meisner. Dass der Kölner Kardinal im Düsseldorfer Karneval dabei gezeigt wurde, wie er eine Frau auf dem Scheiterhaufen in Brand steckte, hatte den Kirchenmann zutiefst verletzt.

“Ich hatte nie Ärger mit Muslimen”, stellt der Wagenbauer dennoch klar. Zwar habe er durchaus böse E-Mails bekommen, etwa für die Reihe zunehmend verschleierter Frauen, an deren Ende ein zugeschnürter Müllsack stand. Aber die Beschwerden von muslimischer Seite seien stets mit Namen unterschrieben und seiner Ansicht nach auch zulässig gewesen, gibt Tilly sich versöhnlich: “Die Wagen sind ja auch polemisch.” (epd 13)

 

 

 

 

Fortschrittsbericht 2014. Fachkräftekonzept wirkt

 

Derzeit gibt es keinen flächendeckenden Fachkräftemangel. Allerdings treten Engpässe in einigen Regionen und Branchen auf. Mit ihrem Konzept zur Fachkräftesicherung unterstützt die Bundesregierung Unternehmen dabei, genug Mitarbeiter zu gewinnen.

 

Immer mehr Menschen in Deutschland sind erwerbstätig. Vor allem Frauen und Ältere arbeiten mehr. Auch viele qualifizierte Zuwanderinnen und Zuwanderer, insbesondere aus dem EU-Ausland, tragen dazu bei, den Fachkräftebedarf zu decken. Mit einer Erwerbsquote von 77,3 Prozent hat Deutschland erstmals die Zielmarke der EU von 77 Prozent erreicht.

Nach wie vor aber treten in manchen Branchen und Regionen Arbeitskräfteengpässe auf.  Vor allem fehlen Fachkräfte in Gesundheit und Pflege sowie in technischen Berufen. Beispielsweise gibt es zu wenig Menschen mit einer Berufsausbildung zum Energietechniker oder Altenpfleger. Auch

Maschinenbau-Ingenieure und Humanmediziner fehlen.

So verzeichnet es der 3. Fortschrittsbericht der Bundesregierung zum Stand der Umsetzung des Fachkräftekonzepts, den das Kabinett nun verabschiedet hat.

Bundesregierung will Bedarf decken2011 hatte die Bundesregierung das Konzept zur Fachkräftesicherung beschlossen. Es folgt dem Leitgedanken, inländische und ergänzend ausländische Potentiale auszuschöpfen. Steigerung des

Erwerbsvolumens, bessere Bildung, gute Arbeitsbedingungen - das sind die Ziele des Fachkräftekonzepts. Mit ihren regelmäßigen Fortschrittsberichten bewertet die Bundesregierung das Konzept und entwickelt es weiter.

Die aktuellen Vorausberechnungen zeigen, dass die Bevölkerung im erwerbsfähigen Alter voraussichtlich bis zum Jahre 2030 um mehrfache Millionen zurückgeht. Für die Wirtschaft ist es daher zentral, dass auch in Zukunft ausreichend Fachkräfte vorhanden sind.

Bisher konnte der Rückgang der Bevölkerung im erwerbsfähigen Alter auf dem Arbeitsmarkt ausgeglichen werden. Zum Beispiel, indem Wiedereinsteiger, Existenzgründer, Langzeitarbeitslose und Migrantinnen und Migranten sich weiterbildeten. Auch die betriebliche Gesundheitsförderung und Strategien bei, mit denen Schul- und Ausbildungsabschlüsse nachgeholt werden, trugen dazu bei.

Frauen und Zugewanderte unterstützen

Ein Schwerpunkt des Berichts 2014 liegt auf der Erwerbstätigkeit von Frauen. Sie ist seit 2006 kontinuierlich gestiegen. Ein Grund: Beruf und Familie sind besser vereinbar, beispielsweise durch Elterngeld Plus und den Ausbau qualifizierte Kinderbetreuung. Trotz Fortschritten könnten noch mehr Frauen für den Arbeitsmarkt gewonnen werden und Teilzeitbeschäftigte die Zahl ihrer Arbeitsstunden erhöhen.

Weiterer Schwerpunkt: Menschen mit Migrationshintergrund. Sie sind im Vergleich zu Menschen ohne Migrationshintergrund seltener erwerbstätig. Das ist vor allem auf niedrigere, nicht vorhandene oder nicht anerkannte Bildungs- und Berufsabschlüsse zurückzuführen. Weiterer wichtiger Grund:

unzureichende Deutschkenntnisse.

Das Anerkennungsgesetz von 2012 und unterschiedliche Förderprogramme helfen, mehr Zuwanderinnen und Zuwanderer in qualifizierte Arbeit zu bringen. Erste Erfolge zeigen sich: Die Erwerbsquote ist zwischen 2006 bis 2013 um knapp 8 Prozent gestiegen und liegt bei 69,4 Prozent.

Die fünf Schwerpunkte des Fachkräftekonzepts der Bundesregierung – die Fortschritte in Zahlen:

• Aktivierung und Beschäftigungssicherung

Im Fortschrittbericht 2014 zeigt sich, dass die Erwerbsquote auf 77,3 Prozent gestiegen ist. Besonders stark war der Anstieg der Älteren um 3,4 Prozent auf 50 Prozent. Auch die Frauenerwerbsquote stieg: um 0,9 Prozent auf 72,5 Prozent. Die Zahl der Langzeiterwerbslosen ist auf 1 Million im Jahresdurschnitt 2013 gesunken.  

• Bessere Vereinbarkeit von Familie und Beruf

Die Erwerbsbeteiligung von Müttern mit minderjährigen Kindern ist um 0,5 Prozent auf 71,7 Prozent gestiegen. Auch das durchschnittliche Arbeitsvolumen hat sich erhöht.

• Bildungschancen für alle von Anfang an

Der Anteil der frühen Schulabgänger hat sich im Vorjahresvergleich um 0,7 Prozent auf 9,9 Prozent verringert. Damit liegt es erstmals unter 10 Prozent, dem nationalen EU-2020-Ziel.

• Qualifizierung: Aus- und Weiterbildung

Die Studienanfängerquote hat sich auf 53,1 Prozent erhöht. Der Anteil 30- bis 34-Jährigen mit Hochschul- oder vergleichbarem Abschluss ist auf 44,5 Prozent gestiegen. Die Weiterbildungsbildungsbeteiligung hat sich um 7 Prozent auf 49 Prozent erhöht. Der Anteil junger Menschen ohne qualifizierten Abschluss konnte auf 13,8 Prozent verringert werden.

• Integration und qualifizierte Zuwanderung

Die Erwerbsquote von 20- bis 64-jährigen Menschen mit Migrationshintergrund ist auf 69,4 Prozent gestiegen. Pib 11

 

 

 

 

Gesellschaft, Medien, Politik. Neue Deutsche fordern mehr Mitspracherecht

 

Deutsche mit ausländischen Wurzeln wollen teilhaben – in der Gesellschaft, in den Medien, in der Politik. Rund 80 Initiativen haben in einem 13 Punkte Forderungskatalog zusammengefasst, woran es bisher mangelt.

 

Mehrere Initiativen deutscher Migrantenkinder haben von der Politik ein Bekenntnis zur Einwanderungsgesellschaft gefordert. Wichtig sei nicht nur die Feststellung, dass Deutschland Zuwanderung brauche, sagte Ferda Ataman von den Neuen deutschen Medienmachern am Montag in Berlin. Nötig sei ein neues Selbstverständnis, das zeige, wie die deutsche Gesellschaft von Einwanderung geprägt ist. Ein Bekenntnis zur Einwanderungsgesellschaft müsse auch in einem neuen Einwanderungsgesetz berücksichtigt werden.

Am vergangenen Wochenende hatten sich unter dem Motto “Deutschland – neu denken” erstmals rund 80 Initiativen von Deutschen der zweiten und dritten Einwandergeneration in Berlin zu einem Bundeskongress getroffen. Dabei sollte klargestellt werden, dass sich diese Organisationen nicht mehr als herkömmliche “Ausländer-” oder “Migrantenvereine” verstehen, sondern als “Neue Deutsche Organisationen”. Diese jungen Deutschen wollten sich nicht mehr auf einen Migrationshintergrund festlegen lassen, hieß es weiter.

Auf ihrem ersten Bundeskongress verabschiedeten die Teilnehmer einen 13 Punkte umfassenden Forderungskatalog. Darin plädieren sie unter anderem für mehr politische Bildung über die verfassungsmäßigen Grundrechte wie etwa die Religionsfreiheit. Leila Younes El-Amaire von der Organisation JUMA – Jung, Muslimisch, Aktiv sagte, in den vergangenen Wochen seien viele junge Muslime irritiert gewesen über die Debatte, ob der Islam zu Deutschland gehöre. “Religionsfreiheit gehört zu Deutschland. Und somit gehört auch das Recht, Religion frei auszuüben, zu Deutschland”, betonte Younes El-Amaire.

In der aktuellen Diskussion über die “Pegida”-Bewegung forderte sie zudem, dass mehr junge Muslime in Deutschland dazu befragt werden sollten. Diese müssten etwa in TV-Talkshows oder zu anderen Gesprächsrunden eingeladen werden. Bislang sei die Perspektive junger, deutscher Muslime in der medialen Öffentlichkeit kaum dargestellt worden, sagte Younes El-Amaire.

Kritik an der “Pegida”-Medienberichterstattung übte auch Farhad Dilmaghani von der Initiative Deutsch Plus. Die Teilnehmerzahl der Anti-“Pegida”-Proteste in verschiedenen deutschen Städten sei in den vergangenen Wochen insgesamt deutlich höher gewesen als die Teilnehmerzahl der “Pegida”-Kundgebungen sowie deren Ablegern. Dies werde in der Berichterstattung jedoch häufig nicht ausreichend dargestellt, sagte Dilmaghani.

Tahir Della von der “Initiative Schwarze Menschen in Deutschland” beklagte zudem, dass in den Medien “Pegida” meist als “islamkritisch” bezeichnet werde. “‘Pegida’ ist ganz klar eine rassistische Bewegung”, sagte Della.

Auf ihren ersten Bundeskongress regten die Initiativen auch eine Debatte über die Einführung von Quoten an, die den Anteil der Nachkommen von Einwanderern widerspiegeln. So müssten die sogenannten Neuen Deutschen etwa in Behörden, staatlichen Unternehmen, Parlamenten, Gremien, Rundfunkräten oder Wohlfahrtsverbänden sichtbarer werden.

Laut Schätzungen repräsentieren die 80 Initiativen bundesweit rund 50.000 bis 100.000 Menschen. Geplant ist die Gründung eines bundesweiten Dachverbandes, um künftig politisch stärker vertreten zu sein. (epd/mig 10)

 

 

 

 

Rechtsextreme Gewalt: Anschläge auf Flüchtlingsheime steigen explosionsartig an

 

Die Zahl der gewaltsamen Angriffe auf Asylbewerberunterkünfte ist 2014 im Vergleich zum Vorjahr um das dreifache gestiegen. Experten sehen Zusammenhänge mit der Pegida-Bewegung – aber nicht nur.

Rassistische Angriffe auf deutsche Asylbewerberheime haben Hochkonjunktur: 2014 zählten die Behörden über 150 Attacken, dreimal so viele wie 2013. Allein im letzten Quartal des vergangenen Jahres bundesweit 67 rechtsextrem motivierte Straftaten, gerichtet gegen Unterkünfte oder ihre Bewohner – sie reichten von der Volksverhetzung über gefährliche Körperverletzung bis hin zu Angriffen mit Waffen oder Brandsätzen.

Die Zahlen gehen aus einer Antwort der Bundesregierung auf eine Kleine Anfrage der Bundestagsfraktion der Linkspartei hervor. Deren Abgeordnete Ulla Jelpke hält die gemachten Angaben für "offensichtlich unvollständig". In der Liste der Straftaten fehlten etwa der Brandanschlag im bayerischen Vorra vom vergangenen Dezember. Dort wurden drei Gebäude, in denen Flüchtlinge untergebracht werden sollten, Opfer eines Brandanschlags. In Sichtweite wurden Hakenkreuze und rassistische Parolen angebracht. "Dieser laxe Umgang mit rechter und rassistischer Gewalt macht mich fassungslos", so Jelpke.

Die Parlamentarierin sieht einen klaren Zusammenhang zwischen den sprunghaft angestiegenen Gewalttaten und den Kundgebungen der "Patriotischen Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes“ (Pegida). Diese haben Ende des vergangenen Jahres großen Zulauf erhalten. "Es ist offensichtlich: Die rechten Wutbürger haben eine Stimmung geschaffen, durch die sich Neonazis ermuntert fühlen, Hakenkreuze zu schmieren und Brandanschläge zu verüben", erklärt Jelpke.

Wissenschaftler und Rechtsextremismus-Experten springen Jelpke bei: Angriffe auf Flüchtlingsunterkünfte hätten schon im Zuge des "sehr klar gegen Zuwanderung und sogenannten 'Asylmissbrauch' fokussierten Europawahlkampfs“ Anfang 2014 zugenommen; dies habe sich auch im Gefolge der Pegida-Demonstrationen angekündigt, meint der Bielefelder Soziologe Andreas Zick im Gespräch mit dem "Tagesspiegel".

"Die menschenfeindliche Stimmung führt nicht automatisch zu Taten, aber sie motiviert gewaltbereite Personen und Gruppen und wird von den Tätern zur Rechtfertigung herangezogen", sagt Zick. „Menschenfeindlichkeit wird als Norm wahrgenommen oder herangezogen. Das gilt für alle Hasstaten, auch jene von Menschen mit Migrationshintergrund gegen andere.“

Doch alleine die Ursachen bei Pegida zu suchen ist laut Rechtsextremismus-Experte Patrick Gensing zu kurz gegriffen. Damit entledige man sich zu einfach einer viel größeren Dynamik im Umgang mit Flüchtlingen. "Die Debatte über Asylbewerber ist seit Jahren überzogen. Da müssen sich sowohl Politiker und Medien an die Nase fassen", so Gensing gegenüber EurActiv.de.

Zwar sei es richtig, dass die Zahlen der Flüchtlinge in Deutschland angestiegen seien – aber das stelle für die Gesellschaft noch lange kein Problem dar, wie das in der Öffentlichkeit häufig beschrieben werde. "Politiker gehen auf populistischen Stimmenfang bei den Wählern, etwa mit Forderungen nach schnelleren Abschiebungen", kritisiert Gensing.

Laut dem Rechtsextremismus-Expert hat Pegida nach dem Rücktritt mehrerer Organisatoren ihren Zenit überschritten. "Eine solche Bewegung kann ohne einen organisatorischen Rahmen nicht überleben", so Gensing. Rassismus und gruppenbezogene Menschenfeindlichkeit würden jedoch auch nach Pegida ein ernst zunehmendes Problem in der Gesellschaft bleiben.

Die Zahl der Zuzüge nach Deutschland ist im Jahr 2013 gegenüber 2012 gestiegen. Mehr als 1,23 Millionen Personen sind zugezogen (Vorjahr: 1 Million). Eine derart hohe Zahl war zuletzt 1993 zu verzeichnen.

Dario Sarmadi  EA 11

 

 

 

Länder fordern. Flüchtlinge in Ausbildung sollen bleiben dürfen

 

Die Ländern fordern die Bundesregierung auf, jungen Flüchtlingen in Ausbildung den Aufenthalt zu erlauben. Außerdem soll der umstrittene Sprachnachweis beim Ehegattennachzug nicht mehr verlangt werden. Bundesinnenminister de Maizière ist skeptisch.

 

Die Bundesländer haben sich für deutliche Korrekturen bei der geplanten Änderung des Bleiberechts ausgesprochen. Eine Mehrheit im Bundesrat plädierte am Freitag in Berlin dafür, jugendlichen und heranwachsenden Flüchtlingen, die einen Ausbildungsplatz gefunden haben, so lange den Aufenthalt zu erlauben, bis die Ausbildung abgeschlossen ist. Außerdem sprechen sich die Länder dafür aus, den umstrittenen Sprachnachweis beim Ehegattennachzug nicht mehr zu verlangen. Der Bundestag muss über das Gesetz von Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) noch beraten. Dort könnten die Forderungen der Länder noch berücksichtigt werden.

Die Aufenthaltsgenehmigung für die Dauer der Ausbildung war vor allem eine Forderung der Ministerpräsidenten von Baden-Württemberg, Rheinland-Pfalz und Hessen. Die jungen Flüchtlinge stellten ein erhebliches Potenzial für Industrie- und Handwerksbetriebe dar, die schon jetzt Lehrlingsplätze nicht mehr besetzen könnten, heißt es in einem Brief der Regierungschefs an Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU). Allerdings bräuchten beide Seiten Planungssicherheit. Momentan müssen sowohl die Flüchtlinge als auch die Betriebe fürchten, dass eine Ausbildung wegen einer bevorstehenden Ausweisung nicht abgeschlossen werden kann.

De Maizière übrzeugen diese Argumente nicht. Mit gesteuerter Zuwanderung habe das nichts zu tun, sagte der CDU-Politiker im Deutschlandfunk. In Familien, in denen nur einer Ausbildung macht, könne das zu Problemen führen. Auch laufe man Gefahr, falsche Anreize zu setzen. “Wenn man darauf setzen kann, dass man einfach eine Weile hier bleibt und jung und kräftig ist, dann ist das etwas, was sich blitzschnell ‘rumspricht.” Der Bundesinnenminister zeigte sich aber gesprächsbereit.

Lob und Kritik

Grundsätzlich begrüßen die Länder die Regierungspläne zur Reform des Bleiberechts. Die große Koalition will damit lange in Deutschland Geduldeten, die seit mindestens acht Jahren hier leben und ihren Lebensunterhalt wahrscheinlich selbst sichern können, die Chance auf ein dauerhaftes Aufenthaltsrecht geben. Bislang war das nur für Ausländer möglich, die bis zu einem bestimmten Stichtag, nämlich bis zum 1. Juli 1999 oder mit Kindern bis zum 1. Juli 2001 nach Deutschland gekommen sind. In Deutschland leben rund 100.000 Geduldete, davon rund 28.000 seit acht Jahren.

Für Kritik der Länder sorgen aber auch die geplanten Änderungen im Ausweisungs- und Abschieberecht, mit denen Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) das Zurückschicken von Flüchtlingen, die kein Asyl erhalten, besser durchsetzen will. Die Bundesländer wollen unter anderem, dass die Höchstdauer der Abschiebehaft von 18 auf 6 Monate verkürzt wird. Sie schlagen auch vor, Instrumente zur Haftvermeidung – beispielsweise das Zahlen einer Kaution – einzuführen.

Nur Niedersachsen gegen Abschiebegewahrsam

Außerdem empfehlen die Länder, dass das Zahlen eines höheren Geldbetrags an einen Fluchthelfer oder Schleuser nicht als Indiz für eine Fluchtgefahr des Betroffenen angenommen wird, wie es der momentane Entwurf vorsieht. Die Fluchtgefahr kann einen Freiheitsentzug rechtfertigen. “Für den Großteil der Flüchtlinge besteht keine andere Möglichkeit der Einreise”, heißt es in der Empfehlung des Rechtsausschusses der Länderkammer. Dieser Punkt stößt auch bei Flüchtlingsorganisationen auf heftige Kritik.

Keine Mehrheit erhielt im Bundesrat ein Antrag Niedersachsens, der sich gegen den neu geplanten Abschiebegewahrsam richtet. De Maizière will diesen Freiheitsentzug, der für eine bessere Durchsetzung von Abschiebungen sorgen soll, für die Dauer von maximal vier Tagen unmittelbar vor der Abreise einrichten. Niedersachsens Ministerpräsident Stephan Weil (SPD) bezeichnete diese Pläne als unverhältnismäßig. (epd/mig 9)

 

 

 

 

Staatsministerin Özoguz zur heutigen Vorstellung des Fortschrittsberichts 2014 zum Fachkräftekonzept

 

Der Fortschrittsbericht zeigt, dass wir auf einem richtigen und erfolgreichen Weg sind: Wir können die Herausforderungen des demografischen Wandels und des Fachkräftemangels bewältigen. Um unser Wohlstandsniveau zu erhalten, brauchen wir dringend eine Doppelstrategie: Erstens müssen wir die inländischen Potenziale – von Frauen, Älteren, aber auch von Menschen mit

Einwanderungsgeschichten – erkennen und erschließen. Zweitens brauchen wir noch mehr qualifizierte Einwanderung und müssen dringend dafür werben. Unser Land profitiert von Einwanderung.

Jeder Jugendliche in Deutschland muss eine Ausbildung aufnehmen können, jeder junge Mensch braucht einen Berufsabschluss und jeder muss eine Möglichkeit auf Arbeit haben. Bei der Berufsausbildung dürfen wir keine Verlierer hinterlassen. Jugendliche brauchen auch mal eine zweite oder auch dritte Chance, wenn es nicht gleich auf Anhieb klappt mit dem Berufsabschluss.

Auch die vielen Asylbewerber und Geduldeten in Deutschland dürfen wir nicht monatelang tatenlos in ihren Unterkünften herumsitzen lassen. Deshalb ist die jüngste Änderung des Beschäftigungsrechts ein großer Schritt: Asylbewerber und Geduldete können jetzt nach drei Monaten arbeiten, nach 15 Monaten auch ohne Vorrangprüfung. Die Potenziale von Asylbewerbern und Geduldeten, die oft richtig gute Qualifikationen mitbringen, können so endlich genutzt werden. Und wir müssen noch einen Schritt weitergehen: Wenn ein junger Flüchtling hier eine Ausbildung beginnt, muss der Ausbildungsbetrieb die Sicherheit haben, dass die Ausbildung auch beendet werden kann.

Auch die Förderung der Einwanderung von Fachkräften nach Deutschland trägt zum Erfolg des Fachkräftekonzepts bei. Hier sind das Anerkennungsgesetz des Bundes und die Anerkennungsgesetze der Länder zentral, damit Einwanderer gemäß ihren Qualifikationen bei uns arbeiten können. Es ist endlich Schluss damit, dass z.B. ausländische Ingenieure hier Taxi fahren. Allerdings ist mitunter

bei der Anerkennung ausländischer Qualifikationen auch unklar, welche deutsche Anerkennungsstelle denn nun für das Verfahren zuständig ist. Wer bei uns einwandert, muss natürlich die Sprache können. Hier müssen wir – auch in unserem Interesse - ausreichend Möglichkeiten zum Spracherwerb

bereitstellen. Da müssen und können wir noch besser werden, wenn wir im internationalen Wettbewerb attraktiv bleiben wollen. Pib 11

 

 

 

 

Über den Tellerrand kochen

 

Wie Flüchtlinge und Deutsche beim gemeinsamen Kochen Vorurteile abbauen

Vorurteile können am besten durch persönliche Begegnungen abgebaut werden. Das belegen nicht nur viele Studien, sondern auch zahlreiche Projekte vor Ort. So eine Kochgruppe in Hagen, die sich hat inspirieren lassen vom “Über den Tellerrand kochen”.

 

Der Duft von Lammfleisch zieht durch die kleine Küche. Wo sonst meist nur Tee gekocht wird, zaubert die Afghanin Tahmina gemeinsam mit anderen Frauen ihr Lieblingsgericht Galbi de Polo. “Es erinnert mich an unsere Familienfeiern in Kabul”, sagt die 24-jährige Asylbewerberin. “Als wir noch alle zusammen waren.” Die Frauengruppe kocht in den Räumen der Zuwanderungsberatung der Diakonie Mark-Ruhr in Hagen.

Und dann beginnt die junge Afghanin, von ihrer Flucht zu Fuß durch Wald und Berge mit zwei kleinen Kindern zu erzählen, von der Angst und Erschöpfung und davon, wie froh sie ist, nun seit zwei Jahren in Deutschland zu sein, in Sicherheit. Es sind Geschichten wie diese, die die Hagener Grafikerin Silke Pfeiffer sammelt und im Sommer in einem Kochbuch mit den Lieblingsrezepten der Flüchtlinge veröffentlichen will. Das Buch soll den Abschluss des Projekts “Storyteller” bilden.

Gemeinsam mit den Migrationsdiensten einiger Hagener Sozialverbände, darunter Diakonie und Caritas, organisiert Pfeiffer seit November Koch- und Erzählworkshops mit Flüchtlingen, zu denen auch Bürger eingeladen sind. Finanziert wird das Projekt vom Soroptimist International Club Hagen, einer aus dem Rotarier-Club hervorgegangenen Organisation.

“Wir wollen eine Brücke zwischen den Asylbewerbern und den Bewohnern unserer Stadt bauen”, sagt Pfeiffer. “Und das geht sehr gut über das gemeinsame Kochen und Essen.” Die Idee, Flüchtlinge und Bürger auf diese Weise zusammenzubringen, ist nicht neu. Berliner Studenten gründeten vor über einem Jahr das Projekt “Über den Tellerrand kochen”. Sie luden Asylbewerber in ihre Wohnheimküchen ein und riefen bundesweit zu ähnlichen Aktionen auf.

In Hagen, meint Silke Pfeiffer, sei es aber gar nicht so einfach, Privatleute zu finden, die Flüchtlinge in ihre Küche bitten. Und die Asylbewerber wiederum seien oft sehr schüchtern. “Es ist einfacher, Begegnungen im öffentlichen Raum zu ermöglichen.” Da an den Kochkursen meist nur wenige Flüchtlinge und Einheimische teilnehmen können, organisiert die 46-jährige Grafikerin oft noch ein Rahmenprogramm mit gemeinsamen Essen, Ausstellungen oder Filmvorführungen.

“Vorurteile können am besten durch persönliche Begegnungen abgebaut werden”, sagt sie. “Über das Essen finden Menschen schnell zueinander, da werden Sprachschwierigkeiten leicht überwunden.” Und wenn die Gäste der Veranstaltungen dann noch erfahren, welches Rezepte von welchen Flüchtlingen stammen und deren Geschichte kennenlernen, sei der Grundstein für weitere Begegnungen gelegt.

“Ich bin hier ziemlich allein”, erzählt die Afrikanerin Oumou, die vor einem Jahr aus Guinea nach Deutschland flüchtete. Zwei Kinder ließ sie zurück, ein weiteres war gerade unterwegs. Mit ihrem sechs Monate alten Sohn lebt sie nun in einer kleinen Wohnung. Zweimal in der Woche kommt sie in die Diakonie, um Deutsch zu lernen.

Über ihre Flucht möchte Oumou nicht sprechen. Aber ihr Lieblingsgericht, Reis mit Erdnuss-Sauce, will sie gerne im Kochbuch vorstellen – und über das “Storyteller”-Projekt auch Deutsche kennenlernen. “Den ganzen Tag alleine mit einem Baby in der Wohnung, das ist nicht einfach”, sagt sie.

Auch die Syrerin Kaosara-Said wünscht sich mehr Begegnungen mit den Menschen in der neuen Heimat, mehr Abwechslung. Vor zwei Jahren floh sie mit ihrem Mann und drei Kindern vor der Terror-Miliz “Islamischer Staat” aus Nordsyrien. “Viele Verwandte meines Mannes sind erschossen worden”, berichtet sie. “Wir haben alles verkauft, um unsere Flucht in ein sicheres Land zu finanzieren.” Ihre Kinder fühlen sich inzwischen in Deutschland zu Hause. “Für meinen Mann und mich ist es schwerer”, sagt die 36-jährige Kurdin. “Wir lernen die Sprache nicht so schnell und haben hier noch keine Arbeit.”

Für das Storyteller-Projekt hat Kaosara-Said ihr Lieblingsgericht Jabra, gefüllte Weinblätter, beigesteuert. Sie kocht gerne, aber ihre eigentliche Leidenschaft ist das Nähen. Eine eigene Nähmaschine kann sie sich nicht leisten, doch die Diakonie hat eine. Während die anderen Flüchtlingsfrauen kochen, näht sie. Und so bekommen die Teilnehmer des Koch- und Erzählworkshops diesmal nicht nur ein leckeres afghanisches Mittagessen, sondern gratis eine bunte, selbst genähte Einkaufstasche dazu. (epd 11)

 

 

 

 

Kommunen fordern Flüchtlingslager in Nordafrika

 

Angesichts des wachsenden Flüchtlingsstroms über das Mittelmeer und nach Deutschland haben Städte- und Gemeinden nun Asylzentren in Nordafrika ins Gespräch gebracht.

Flüchtlingslager in den Herkunftsgebieten könnten dabei helfen, "lebensgefährliche Überfahrten über das Mittelmeer zu reduzieren und die Schleuserkriminalität zu bekämpfen", sagte Hauptgeschäftsführer Gerd Landsberg der "Welt am Sonntag". CSU-Landesgruppenchefin Gerda Hasselfeldt unterstützte dies: Ausreisezentren könnten sinnvoll sein, wenn die Transitstaaten zustimmten und solche Zentren zu einer Verringerung der illegalen Zuwanderung führten, sagte sie dem Blatt. Auch die Vizepräsidentin des Bundestags, Claudia Roth (Grüne), sprach sich für humanitäre Visa schon in Herkunftsländern aus. Zudem forderte sie wie Schweden eine gerechtere Verteilung der Flüchtlinge in den EU-Staaten.

Aufgrund der Bürgerkriege und Unruhen in Nordafrika sowie in Syrien wächst die Zahl der Flüchtlinge deutlich. Viele vertrauen sich Schleusern an und nehmen den Weg über das Mittelmeer, bei dem es immer wieder Tote bei Schiffskatastrophen gibt. Da Deutschland innerhalb der EU die meisten Flüchtlinge aufnimmt, klagen die Kommunen über wachsende Schwierigkeiten bei ihrer Unterbringung.

Roth verlangte neue Regeln für die Aufnahme in der EU. "Eine faire Verteilung der Flüchtlinge in Europa nach sinnvollen Kriterien wie Sprachkenntnissen, Familiennachzug und Aufnahmemöglichkeiten halte ich für überfällig", sagte sie. Es gebe keine Begründung dafür, dass Finnland, Polen oder die baltischen Staaten nur wenige Asylsuchende aufnähmen.

Städtetags-Hauptgeschäftsführer Landsberg kritisierte, nicht einmal die Hälfte der 28 EU-Mitgliedstaaten würden Flüchtlinge aufnehmen. Er forderte "eine gerechte Verteilung insbesondere der Bürgerkriegsflüchtlinge unter allen europäischen Ländern". Dabei werde man Größe, Wirtschaftskraft und die allgemeine Situation des jeweiligen Landes zu berücksichtigen haben.

Schweden, das im Verhältnis zur Einwohnerzahl besonders viele Flüchtlinge aufnimmt, drängt ebenfalls auf Änderungen: "Wir sollten Quoten einführen", sagte Außenministerin Margot Wallström am Wochenende im Reuters-Interview am Rande der Münchner Sicherheitskonferenz. "Wir wollen großzügig sein. Aber einige EU-Staaten nehmen überhaupt keine Flüchtlinge auf", kritisierte sie.

Wallström forderte zudem, dass die EU auch bei der Finanzierung der internationalen Flüchtlingspolitik vorangeht. "Wir haben mit 50 Millionen Menschen weltweit mehr Flüchtlinge als je zuvor. Aber das internationale System der Hilfe ist zusammengebrochen." Sie unterstütze deshalb die Forderung des Leiters des UN-Flüchtlingswerkes UNHCR, dass die Mitgliedstaaten der Vereinten Nationen einen festen Beitrag leisten müssten. "Es kann doch nicht sein, dass mittlerweile sogar das Welternährungsprogramm seine Hilfsleistungen zusammenstreichen muss und immer von der Hilfe von ein, zwei Staaten oder sogar Nichtregierungsorganisationen abhängig ist", sagte Wallström.  rtr 9

 

 

 

 

Flüchtlinge in Deutschland. Ohne Wohnung keine Arbeit

 

Viele Flüchtlinge, die in Deutschland Schutz suchen, sind gut ausgebildet. Ihre Qualifikationen können sie aber nicht einsetzen. Häufig sind es kleine Hürden, die nicht überwunden werden können. Da ist die Politik ist gefragt – Entwicklungsminister Müller in einem Flüchtlingswohnheim in Berlin.  Von Christian Thiele

 

Anas Sharaf Aldeens Fachwissen als Ingenieur bringt ihn im Berliner Notaufnahmelager Marienfelde nicht weiter. Der gut ausgebildete Flüchtling aus dem Bürgerkriegsland Syrien lebt seit einem halben Jahr mit seiner Familie in einer kleinen Wohnung in dem Übergangswohnheim am Stadtrand von Berlin – während so mancher Betrieb in Deutschland verzweifelt Fachkräfte sucht. “Ohne Wohnung keine Arbeit”, sagt der 32-Jährige. Als Flüchtling sei es aber fast aussichtslos, eine bezahlbare Wohnung zu bekommen, berichtet er Bundesentwicklungsminister Gerd Müller (CSU), der sich in dem Aufnahmelager über die Situation der Asylsuchenden informiert.

Er sei gekommen, um zu erfahren, was in Aufnahmelagern wie dem in Marienfelde besser gemacht werden könne, begründet er den Flüchtlingen sein Anliegen. Vorgetragen werden dem Minister so einige Probleme – viele davon sind innenpolitischer Natur, liegen also nicht in Müllers Zuständigkeit. Die Leiterin des vom Internationalen Bund betriebenen Wohnheims, Uta Sternal, beklagt fehlendes Personal in ihren Häusern. “Ein Sozialarbeiter muss sich um 85 Bewohner kümmern.” In diesem Punkt habe sie schon verhandelt: Normal ist nach ihren Worten ein Betreuungsschlüssel von einem Sozialarbeiter für 120 Menschen.

Es geht nicht ums Geld, es geht um Chancen

Die Flüchtlinge bräuchten viel Unterstützung, sagt Sternal und verweist auf die Hilfe bei Behördengängen oder für Übersetzungen. “Wir haben hier viele hoch qualifizierte Menschen: Ärzte, Maschinenbauer, Ingenieure und Lehrer.” Anas Sharaf Aldeen ist einer von ihnen. Er möchte gern arbeiten und könnte sich als Maschinenbauer bei der Energiewende in Deutschland einbringen, erzählt er in einem gut verständlichen Deutsch. “Es gibt einige kleine Sachen, die unser Leben erleichtern würde, und nichts kosten würden.” Der Syrer verweist auf die theoretische Führerscheinprüfung, die nicht mehr auf Arabisch abgelegt werden dürfe – “aber in elf anderen Sprachen”. Mit einem Auto sei er flexibler, um eine Arbeitsstelle zu finden.

Müller pflichtet ihm bei. “Es darf auch nicht an einer Wohnung scheitern”, ergänzt der CSU-Politiker, ohne konkret zu werden. Nicht einmal als Praktikant sei er genommen worden, klagt der Syrer. “Es geht uns nicht ums Geld, es geht um Chancen”, so Anas Sharaf Aldeen. Müller sagt, die Behörden in Deutschland müssten schneller arbeiten, etwa bei der Erteilung von Aufenthaltserlaubnissen. Mit einer solchen Erlaubnis können Asylsuchende zum Beispiel Deutschkurse belegen. “Ohne Beschäftigung sitzen wir hier rum und langweilen uns”, sagt der Afghane Astana Gul Munir Khan.

Minster kann keine Hilfe zusagen

Der 43-Jährige hat zwölf Jahre lang in der afghanischen Hauptstadt Kabul als Übersetzer für die deutsche Polizei gearbeitet. Seit gut einem Jahr lebt er in Deutschland. “Ich hatte Angst vor der Rache der Taliban.” Afghanische Helfer der Bundeswehr sind in der Vergangenheit ermordet worden. Die Bundesregierung erlaubt Mitarbeitern, die von Racheakten der Taliban bedroht sind, die Einreise nach Deutschland. Bis zum Ende des vergangenen Jahres sagten die Behörden in mehr als 500 Fällen die Aufnahme zu. “Viele fühlen sich aber vom Verteidigungsministerium allein gelassen”, sagt Munir Khan.

Er kümmert sich in dem Übergangswohnheim ehrenamtlich um seine in Berlin gestrandeten Landsleute und hilft ihnen etwa bei Behördengängen. Er könne nicht verstehen, dass die früheren Mitarbeiter der Bundeswehr und Bundespolizei in Deutschland den Status eines Flüchtlings hätten, beklagt der 43-Jährige. Viele müssten Monate darauf warten, um überhaupt einen Deutschkurs zu belegen. “Viele waren einfache Mitarbeiter, die kein Deutsch oder Englisch können.”

Beim Rundgang durch das 1953 in Betrieb genommene Notaufnahmelager für Flüchtlinge fällt eine Frau aus Syrien dem Minister fast um den Hals. Er fragt nach ihrer Herkunft und der Familie. Da bricht sie in Tränen aus: Ihre Tochter sei noch im Libanon. Ihr Antrag auf Einreise nach Deutschland sei nun abgelehnt worden. Müller kann ihr keine konkrete Hilfe zusagen, aber wie so oft bei seinem Besuch: zuhören. Er notiert sich den Namen der Tochter und sagt: Bald fliege er in den Libanon. Die Syrierin tröstet das. Sie lächelt wieder. (epd 9)

 

 

 

 

Antisemitismus-Kommission: Innenministerium bemüht sich um Schadensbegrenzung

  

Jüdische Verbände kritisieren die Zusammensetzung der neuen Antisemitismus-Kommission beim Bundesinnenministerium, weil dort kein einziger Experte jüdischen Glaubens sitzt. Aus dem Innenministerium heißt es nun, man sei "guter Dinge", dass es gelingen werde, den Expertenkreis um einen Vertreter jüdischer Herkunft zu erweitern.

Führende jüdische Wissenschaftler und Antisemitismusexperten haben die Zusammensetzung der neuen Antisemitismus-Kommission beim Bundesministerium des Innern (BMI) scharf kritisiert. Da wichtige Expertisen und jüdische Perspektiven fehlten, planen das Moses Mendelssohn Zentrum, das American Jewish Committee und die Amadeu Antonio Stiftung die Gründung einer alternativen Expertenkommission.

In dem erstmals am 19. Januar 2015 tagenden Expertenarbeitskreis Antisemitismus wurden durch das Bundesinnenministerium acht Wissenschaftler und Pädagogen benannt, von denen kein einziger jüdischer Herkunft ist.

Von einem "einzigartigen Skandal" sprach daher Julius Schoeps, Gründungsdirektor des Moses Mendelssohn Zentrums für europäisch-jüdische Studien in Potsdam. "Die Abgeordneten des Deutschen Bundestages und der Bundesinnenminister müssen sich die Frage gefallen lassen, warum richtungsgebende deutsche Antisemitismus-Forscher in diesem Gremium fehlen und wieso auf die Expertise und Beratung jüdischer Wissenschaftler und Fachleute aus den jüdischen Organisationen und Gemeinden offensichtlich kein Wert gelegt wird."

"Niemand käme auf den Gedanken, eine Konferenz zum Islamhass ohne muslimische Vertreter oder einen Runden Tisch zur Diskriminierung von Frauen ohne Frauen anzusetzen", kritisierte auch die Vorsitzende der Amadeu Antonio Stiftung, Anetta Kahane.

Der europäische Antisemitismusbeauftragte des American Jewish Committee, Stephan Kramer, beklagte die mangelnde politische Umsetzung bisheriger Handlungsempfehlungen: "Seit 2011 liegt uns der Bericht der ersten Expertenkommission vor. Doch statt einer ernsthaften politischen Auseinandersetzung mit den Ideen und Anregungen, verstaubt die Arbeit der Experten in den Schubladen. Der Kampf gegen Antisemitismus darf sich nicht nur in Solidaritätsbekundungen und Mahnungen bei Gedenkreden erschöpfen, sondern muss endlich aktives politisches Handeln nach sich ziehen."

Das Moses Mendelssohn Zentrum, das American Jewish Committee und die Amadeu Antonio Stiftung kündigten am Dienstag die Einrichtung einer eigenen "Expertenkommission Antisemitismus“ aus Wissenschaft und Praxis an, die sowohl mit profilierten jüdischen wie auch nichtjüdischen Fachleuten aus dem In- und Ausland zusammenarbeiten wird.

Ein Sprecher des Bundesinnenministeriums erklärte am Mittwoch in Berlin, die Religionszugehörigkeit sei bei der Zusammenstellung des Expertengremiums nicht das Kriterium der Wahl gewesen. Die Konzeption sehe zu keinem Zeitpunkt vor, jüdische Verbände nicht zu beteiligen. Man wolle den Wunsch der jüdischen Verbände nun "wohlwollend" prüfen und sei "guter Dinge", dass es gelingen werde, den Expertenkreis um einen Vertreter aus diesem Kreis zu erweitern.

"Die Forderung nach einer jüdischen Stimme im Expertenkreis gegen Antisemitismus ist berechtigt", sagte der Grünen-Politiker Volker Beck der Süddeutschen Zeitung. "Da haben wir auch als Abgeordnete gemeinsam gepennt. Der "Fehler" sollte jetzt auch "gemeinsam korrigiert" werden.

Schoeps ist dennoch nicht zufrieden: "Mit kosmetischen Operationen kann man das nicht kitten." Der Expertenkreis müsse jetzt "komplett aufgelöst und neu gedacht werden". Er könne sich nicht vorstellen, dass da "von jüdischer Seite noch jemand mitmacht", sagte er der Süddeutschen.

Bundeskanzlerin Angela Merkel hatte die Bedrohung von Juden in Deutschland Ende Januar als Schande und deren Schutz als Staatsaufgabe bezeichnet. Gerade nach dem von den Deutschen zu verantwortenden Holocaust sei es "wunderbar", dass heute wieder weit mehr als 100.000 Juden in Deutschland ihre Heimat hätten, sagte Merkel in Berlin in einer Gedenkveranstaltung zum 70. Jahrestag der Befreiung des Konzentrationslagers Auschwitz. "Doch befürchten nicht wenige Juden heute in unserem Land Beleidigungen oder gar Übergriffe - und das leider nicht ohne Grund", kritisierte Merkel. "Es ist eine Schande, dass Menschen in Deutschland angepöbelt, bedroht oder angegriffen werden, wenn sie sich irgendwie als Juden zu erkennen geben oder auch wenn sie für den Staat Israel Partei ergreifen", fügte sie hinzu. Dass Synagogen und jüdische Institutionen unter Polizeischutz stehen müssten, laste wie ein Makel auf Deutschland. Es zeigten sich zwei Übel unserer Zeit - islamistischer Terrorismus und Antisemitismus, sagte sie mit Hinweis auf die Anschläge in Paris gegen die Satire-Zeitung "Charlie Hebdo" und einen jüdischen Supermarkt.

Ohne die anti-islamischen Pegida-Demonstrationen etwa in Dresden direkt zu nennen, fügte Merkel hinzu: "Freiheit, Demokratie und Rechtsstaatlichkeit verlangen stets unsere Aufmerksamkeit und unseren Einsatz. Das beginnt schon damit, alte und neue Vorurteile und Feindbilder als solche zu entlarven."

50 Jahre nach Aufnahme der diplomatischen Beziehungen haben 36 Prozent der Deutschen eine gute Meinung, 48 Prozent eine schlechte Meinung über Israel. Dies geht aus einer Ende Januar vorgestellten Studie der Bertelsmann Stiftung hervor. Unter den 18- bis 29-jährigen Deutschen haben demnach sogar 54 Prozent eine schlechte Meinung über Israel. Deutlich ablehnend ist die Haltung zur israelischen Regierung. 62 Prozent der Deutschen bewerten sie negativ. Damit ist die Haltung der Deutschen zu Israel ablehnender als die Haltung jüdischer Israelis gegenüber Deutschland.

Der Studie zufolge bestimmt die Wahrnehmung des israelisch-palästinensischen Konflikts zunehmend das Israel-Bild der Deutschen. Zwar meinen Israelis (74 Prozent) und Deutsche (61 Prozent) mehrheitlich, dass sich aus der Geschichte eine besondere Verantwortung Deutschlands ergibt. Auseinander gehen jedoch die Erwartungen, wie die deutsche Politik diese Verantwortung wahrnehmen soll. So erhoffen sich 84 Prozent der Israelis von der Bundesregierung eine politische Unterstützung ihrer Position im Nahostkonflikt. Jeder zweite Deutsche lehnt dies allerdings ab. 82 Prozent der Israelis wünschen sich deutsche Waffenlieferungen an ihr Land. 68 Prozent der befragten Deutschen sind dagegen.  dto 12

 

 

 

 

Arbeitsmarktzugang. DIHK fordert fordert Erleichterungen für junge Einwanderer

 

Jungen Einwanderern soll der Zugang zum Arbeitsmarkt erleichtert werden. Das fordert die deutsche Wirtschaft. Verbesserungspotenzial im Einwanderungsrecht sieht auch der hessische Ministerpräsident Bouffier.

 

Jungen Einwanderern und Asylbewerbern sollte nach Ansicht der deutschen Wirtschaft der Zugang zum Arbeitsmarkt erleichtert werden. Sie sollten zumindest in Berufen mit nur wenigen Bewerbern ohne Hindernisse eine Ausbildung machen können, sagte der Präsident des Deutschen Industrie- und Handelskammertages (DIHK), Eric Schweitzer, der Saarbrücker Zeitung. “Wer dann einen passenden Job findet, soll bleiben dürfen.”

Wer in Deutschland eine Hochschulausbildung absolviert habe und danach einen entsprechenden Arbeitsplatz finde, sollte “umgehend ein Daueraufenthaltsrecht erhalten”, schlug Schweitzer vor. Es dürfe nicht noch einmal eine zeitliche Befristung erfolgen, wie dies derzeit der Fall sei. Die aktuelle Debatte über ein Einwanderungsgesetz hält der DIHK-Chef für unnötig, weil es bereits umfassende Regelungen gebe. “Diese Regeln sollten wir sicher noch weiter optimieren.”

Im vergangenen Jahren blieben laut Schweitzer im IHK-Bereich 80.000 Ausbildungsplätze unbesetzt. Daher müssten Asylbewerber, die eine Ausbildung begonnen hätten, “diese ohne Angst vor Abschiebung abschließen können”, sagte er. Außerdem sollten die Betroffenen danach in jedem Fall die Möglichkeit haben, in Deutschland zu arbeiten.

Verbesserungen im Aufenthaltsgesetz fordert auch der hessische Ministerpräsident Volker Bouffier (CDU). In der Debatte werde “alles mit allem vermischt”, sagte Bouffier der Frankfurter Allgemeinen Zeitung. Die drei Bereiche Asylrecht, Armutseinwanderung und klassische Einwanderung müssten strikt getrennt werden.

Innerhalb der Union gibt es derzeit keinen Konsens über ein neues Einwanderungsgesetz. CDU-Generalsekretär Peter Tauber hatte zuletzt gesetzliche Regelungen gefordert, mit denen die in seinen Augen “richtige Einwanderung” gefördert werden könne. Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) lehnt hingegen ein Einwanderungsgesetz ab. Ähnlich äußerten sich CSU-Vertreter. SPD und Grüne sind für ein Einwanderungsgesetz.

Bouffier, der einer schwarz-grünen Landesregierung vorsteht, kritisierte, die Debatte um die klassische Einwanderung sei bislang nicht seriös geführt worden. “Da müssen wir klären, wer nach welchen Regeln hierher kommen darf.” Unter dem Strich sei er dafür, vorhandene Instrumente erst besser zu nutzen. Das Aufenthaltsgesetz, das mehrfach angepasst worden sei, biete inzwischen eine Vielzahl von Möglichkeiten, Leute ins Land zu holen. Das derzeitige Gesetz sei allerdings nicht so gut, “dass es nicht verbessert werden könnte”. (epd/mig 12)

 

 

 

 

NRW. Staatssekretär Klute: Integrationsministerium fördert Elterninitiativen von Einwanderern

 

Die Landesregierung will die aktive Mitwirkung von Eltern mit Migrationshintergrund im Bereich der Bildung und Berufswahl ihrer Kinder stärker fördern. Deshalb wurde die Förderung des „Elternnetzwerk NRW. Integration miteinander e.V.“ von 50.000 Euro auf 100.000 Euro verdoppelt. „Das Elternnetzwerk ist ein wichtiger Partner der Landesregierung bei allen Fragen, die die Mitwirkung von Eltern mit Migrationshintergrund betreffen“, sagte Integrationsstaatssekretär Thorsten Klute in Düsseldorf. „Als Schirmherr freut es mich sehr, dass wir nun zusätzliche Mittel zur Verfügung stellen können, die diesem bundesweit einmaligen Zusammenschluss von Elterninitiativen dabei helfen werden, seine wachsenden Aufgaben zu bewältigen.“

 

Im „Elternnetzwerk NRW. Integration miteinander“ sind mehr als 210 interkulturelle Elternvereine zusammengeschlossen, in denen Eltern unterschiedlichster Herkunft zusammenarbeiten. Sie organisieren Informationsveranstaltungen für Migrantenfamilien zum Thema Berufswahl, stärken die Elternmitwirkung an der Schule und bieten Seminare an zu Themen wie Kindertagesbetreuung. Bei wichtigen Gesetzesvorhaben wird das Elternnetzwerk von den Landesministerien für Arbeit, Integration und Soziales, für Schule und Weiterbildung und für Familie, Kinder, Jugend, Kultur und Sport angehört.

 

Aktuell sei es besonders wichtig - so Klute weiter - zusammenzustehen und zu signalisieren, dass NRW ein weltoffenes Land ist: „Es geht um unsere Kinder in NRW. Sie sollen hier gleiche Chancen erhalten und diese auch wahrnehmen können.“ Eltern seien die ersten Ansprechpartner ihrer Kinder, nicht nur wenn es um Bildungsfragen geht. Auch bei der Identitätsfindung und der Vermittlung von Werten spielten sie eine bedeutende Rolle.

 

„Ich habe mir die Sorgen und Ängste von Eltern schildern lassen“, so der Staatssekretär weiter, „aber auch mit den Verantwortlichen des Leitungsgremiums über ihre Planungen für das Jahr 2015 gesprochen.“ Erol Celik (Vorsitzender) und Luisa Rohden (stellvertretende Vorsitzende) wiesen darauf hin, dass Eltern mit Migrationshintergrund vor wesentlichen Herausforderungen stehen, wenn es um Radikalisierungstendenzen bei einigen Jugendlichen geht. Angesprochen wurde auch, dass viele Jugendliche die rechtspopulistische Stimmung als Ausgrenzung empfinden. Weitere Informationen unter: www.elternnetzwerk-nrw.de  dip 11

 

 

 

 

 

Keine Überlastung. Zahl der Flüchtlinge in Deutschland steigt moderat

 

Entgegen verbreiteten Annahme, ist die Zahl der Flüchtlinge in Deutschland im überschaubaren Bereich angestiegen und deutlich weniger als beim Hoch vor 17 Jahren. Das geht aus einer aktuellen Antwort der Bundesregierung hervor.

Formularende

Die Zahl der in Deutschland lebenden Flüchtlinge hat sich im vergangenen Jahr auf 629.000 erhöht. Das sei ein Zuwachs um 130.000, wie der Kölner Stadt-Anzeiger berichtete. 338.000 davon waren den Angabe zufolge anerkannte Flüchtlinge, die entweder politisches Asyl oder einen anderen Schutz bekommen haben. Weitere 291.000 Menschen seien Asylsuchende und Geduldete gewesen. Die Zeitung bezieht sich bei den Zahlen auf die Antwort der Bundesregierung auf eine Anfrage der Linksfraktion.

Leicht erhöht habe sich zum Stichtag 31. Dezember 2014 auch die Zahl der Geduldeten mit 113.000 Menschen, hieß es. Im Vorjahr waren es den Angaben zufolge 94.500 Menschen, die keinen Asylstatus bekommen haben und deshalb ausreisepflichtig sind, aber aus unterschiedlichen Gründen zunächst nicht abgeschoben werden können. Dabei handele es sich vor allem um Flüchtlinge aus dem ehemaligen Jugoslawien, dem Irak und Russland. 31.245 von ihnen lebten länger als sechs Jahre in Deutschland und 23.154 schon seit mehr als zehn Jahre.

“Dass die Zahl der Menschen, deren Aufenthalt seit mehr als zehn, zwölf oder sogar 15 Jahren nur geduldet wird, immer noch steigt, ist erschreckend”, kritisierte die Innen-Expertin der Linksfraktion, Ulla Jelpke. Sie sieht dies als “Versagen der bisherigen Bleiberechtsregelungen”. Alles in allem seien in Deutschland nicht einmal ein Prozent der Bevölkerung Flüchtlinge, sagte Jelpke weiter. Das sei weitaus weniger als vor 17 Jahren, als es noch über 1 Mio. Menschen waren. Von einer Überbelastung der Bundesrepublik könne überhaupt keine Rede sein. MiG 13

 

 

 

 

Braunschweig sagt Karnevalsumzug wegen Anschlagsgefahr ab

 

Berlin - In Braunschweig ist der Karnevalsumzug am Sonntag wegen Anschlagsgefahr kurzfristig abgesagt worden.

Aus Staatsschutzquellen sei bekanntgeworden, dass eine konkrete Gefährdung durch einen Anschlag mit islamistischem Hintergrund vorliege, teilte die Polizei mit. Der Schoduvel in Braunschweig gilt als der größte Karnevalsumzug in Norddeutschland. Die Rosenmontagszüge in den Hochburgen Köln, Düsseldorf und Mainz sollen wie geplant stattfinden. Es gebe keinen Hinweis auf eine konkrete Bedrohung, sagte ein Sprecher des nordrhein-westfälischen Innenministeriums in Düsseldorf. Sein Kollege im rheinland-pfälzischen Innenministerium sagte, nach Rücksprache mit den Sicherheitsbehörden im Bund habe es das klare Signal gegeben, dass der konkrete Gefährdungshinweis ausschließlich für Braunschweig gegolten habe. Die Behörden seien allerdings sehr wachsam und stünden auch in engem Kontakt mit den Karnevalsvereinen in Rheinland-Pfalz.

In Braunschweig sei die Entscheidung in Abstimmung mit dem Oberbürgermeister der Stadt, Ulrich Markurth, und dem Zugmarschall, Gerhard Baller, gefällt worden, hieß es bei der Polizei. "Die Sicherheit des Menschen hat Vorrang", erklärte OB Markurth. Die Einschätzung der Polizei habe eine andere Entscheidung als die Absage des Schoduvel nicht zugelassen. Besucher wurden aufgefordert, die Strecke des Umzugs nicht aufzusuchen. Vor Reisen nach Braunschweig wurde ganz abgeraten.

Auch der Vorsitzende des Bundestags-Innenausschuss, Wolfgang Bosbach, verteidigte die Absage. Die Gefahrenabwehr sei das höher zu schützende Gut als die karnevalistische Brauchtumspflege, sagte der CDU-Politiker der "Leipziger Volkszeitung" (Montagausgabe). Behörden und Politik müssten seriös, ohne Panik, aber entschlossen auf mögliche Gefahren reagieren.

Ob es einen direkten Zusammenhang der Absage von Braunschweig mit dem Anschlag in Dänemark gibt, blieb offen. In Kopenhagen wurden in der Nacht zu Sonntag bei zwei Angriffen zwei Menschen getötet und fünf verletzt. Die Polizei erschoss den mutmaßlichen Attentäter am frühen Sonntagmorgen. Er wollte nach ihrer Einschätzung vermutlich die Anschläge von Paris vor gut fünf Wochen nachahmen. Islamisten hatten die Redaktion der Satirezeitschrift "Charlie Hebdo" überfallen und zwölf Menschen erschossen. Ein dritter Extremist hatte eine Polizistin und vier weitere Menschen bei einer Geiselnahme in einem jüdischen Supermarkt getötet. (Reuters 15)

 

 

 

Europäischer Notruf kommt langsam bei Bürgern an

 

Gütersloh - 112 ist die Nummer für den Notfall. Nicht nur in Deutschland, sondern in allen EU-Staaten. Das wissen mittlerweile 42 Prozent der Deutschen, berichtet die Deutsche Schlaganfall-Hilfe anlässlich des Europäischen Notruftages (11.2.).

2008 wurde der EU-weite Notruf 112 eingeführt. Er funktioniert in allen EU-Mitgliedsstaaten aus dem Festnetz und dem Mobilfunknetz. Anfangs hinkten die Deutschen ihren europäischen Nachbarn im Wissen um die Notrufnummer hinterher. Jetzt liegen sie EU-weit im Schnitt: 41 Prozent der EU-Bürger wissen, dass sie auch im Ausland die 112 wählen können. Das ist das Ergebnis des Eurobarometers 414, eine repräsentative Umfrage unter EU-Bürgern.

Das Ringen der Schlaganfall-Hilfe um mehr Notfallwissen hat einen ernsten Hintergrund: Der Schlaganfall ist die dritthäufigste Todesursache und der häufigste Grund für Behinderungen im Erwachsenenalter. Seit Jahren propagiert die Schlaganfall-Hilfe „Jede Minute zählt“. Wie viel genau, konnte jetzt sogar eine Gruppe finnischer und australischer Mediziner in einer Langzeitstudie berechnen. Jede Minute, die der Schlaganfall-Patient eher die Klinik erreicht, beschert ihm zwei Tage gesundes Leben.

Ein weiteres Ergebnis der EU-Umfrage: Die europäischen Notrufzentralen sind bemüht, keine Zeit zu verlieren. 21 von 28 Staaten berichten, dass ihre Zentralen Notrufe in weniger als 10 Sekunden beantworten. Für Deutschland liegt leider keine Auswertung vor.

Zum Europäischen Notruftag bietet die Deutsche Schlaganfall-Hilfe ein kostenloses Infopaket an, mit Notfallausweis, Infoblatt und dem FAST-Test zur Prüfung von Schlaganfall-Symptomen. Bestellung unter Tel. 0 52 41 – 9 77 00 oder E-Mail info@schlaganfall-hilfe.de. dip

 

 

 

 

Grenzgänger Europa und seine Nachbarn. „Grenzgänger”-Stipendien – jetzt auch für Recherchen in Griechenland

 

Das Förderprogramm „Grenzgänger“, das die Robert Bosch Stiftung gemeinsam mit dem Literarischen Colloquium Berlin durchführt, wird zum 31. Oktober 2014 erneut ausgeschrieben. Erstmals können sich auch Autoren bewerben, die in Griechenland recherchieren möchten.

Wer Mittel-, Ost- und Südosteuropa oder Nordafrika entdecken will, wer eine deutschsprachige Veröffentlichung plant und dafür auf Recherchereise aufbrechen möchte, kann sich um Förderung bewerben. Gesucht werden Autoren, die Informationen aus erster Hand sammeln und eine eigene Perspektive einnehmen wollen. Die Veröffentlichungen sollen Kenntnisse über die Länder Mittel-, Ost-, Südosteuropas und Nordafrikas vermitteln und ein breites Publikum erreichen können. Willkommen sind literarische und essayistische Prosa, Fototextbände, Kinder- und Jugendbuchliteratur, Drehbücher für Dokumentar- und Spielfilme sowie Hörfunkbeiträge. Wer bereits ein Grenzgänger-Stipendium erhalten hat, kann sich prinzipiell wieder bewerben, Erstbewerbungen werden jedoch bevorzugt.

Grenzgänger-Veranstaltungen

Die „Grenzgänger“ können ihre Werke zudem in öffentlichen Veranstaltungen präsentieren. Für die Durchführung dieser Veranstaltungen stellt die Robert Bosch Stiftung Mittel zur Verfügung. Interessierte Institutionen können finanzielle Unterstützung für Grenzgänger-Veranstaltungen beantragen.

Durchführung und Beratung

Die Robert Bosch Stiftung führt das Förderprogramm „Grenzgänger“ in Zusammenarbeit mit dem LCB durch. Das Literarische Colloquium übernimmt die Beratung der Bewerber und koordiniert die Grenzgänger-Veranstaltungen.

Was kann gefördert werden?

Es können pauschale Recherchestipendien in Höhe von 2.000 € / 4.000 € / 6.000 € / 8.000 € / 10.000 € / 12.000 € beantragt werden, abhängig von Rechercheaufwand und -dauer. Damit sollen die Kosten für Reise, Unterkunft, Verpflegung, Visa und Dolmetscher abgedeckt sowie die Lebenshaltungskosten während der Recherche bezuschusst werden.

Nicht gefördert werden fachwissenschaftliche Veröffentlichungen, Zeitungsartikel, Theaterprojekte, Reiseführer, Sammelbände, Übersetzungsprojekte, Verlags- und Produktionskosten, allgemeine Arbeitsmittel, Bürokosten und Infrastrukturmaßnahmen.

Einsendeschluss:

jährlich am 30. April und 31. Oktober (Poststempel)

Eine unabhängige Jury wählt aus den eingehenden Bewerbungen Projekte zur Förderung aus. Die Entscheidung wird jeweils Mitte Januar bzw. Mitte Juli mitgeteilt.

Regelmäßig aktualisierte Informationen zu bisherigen Veröffentlichungen der Grenzgänger finden Sie auf den Seiten der Robert Bosch Stiftung.

Kontakt: Literarisches Colloquium Berlin e.V., Am Sandwerder 5 / 14109 Berlin

Inga Niemann, Telefon: 030 816996 64. E-Mail: niemann@lcb.de  dip