WEBGIORNALE  7-13    DICembre   2015

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Tornano le frontiere nazionali. Schengen tra morte e risurrezione  1

2.       Migrazione e lavoro: il Parlamento Europeo adotta il bilancio per il 2016  2

3.       Economia. Visco: La forza dell'Europa è nello stare uniti 2

4.       Censis: "Italia in letargo collettivo, crescono le diseguaglianze"  2

5.       Istat: italiani all'estero raddoppiati negli ultimi 5 anni 3

6.       A Palazzo Montecitorio il convegno “Vecchia e nuova emigrazione: i servizi per gli italiani all'estero”  3

7.       Isis, la Germania dice «sì» alla missione militare contro i jihadisti 4

8.       La Germania vota missione militare in Siria. Alfano: "Accordo su tracciabilità passeggeri aerei"  4

9.       Francoforte. Seminario e progetto del Comites sui servizi consolari 5

10.   Il Progetto Artemisia a Berlino: una rete italiana in Germania a sostegno delle famiglie con bambini disabili 5

11.   La Bassa Sassonia istituisce la “Conferenza per l’integrazione”. Prima seduta il 7 gennaio  6

12.   A Colonia l'incontro “Emigrazione 2.0. Da Gastarbeitern a Brain-Drain”  6

13.   Stoccarda. "Rete Donne: voce forte e fonte importante per conoscere le esigenze delle donne all’estero"  6

14.   I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia  6

15.   A Berlino un incontro sulla cultura italiana in città  7

16.   Tenuto a Stoccarda un Convegno del Comites  sull’intervento scolastico-culturale nel Baden-Württemberg e sul Progetto Pilota  8

17.   A Colonia la mostra “Agrippina - Kaiserin aus Köln”  8

18.   A Firenze il Forum economico italo-tedesco “Eccellenze e formazione per un’Europa più giovane e competitiva”  8

19.   Berlino. Il pane di Alfredo  9

20.   “Mutti. Angela Merkel spiegata agli italiani“  9

21.   La Germania manda Tornado contro l'Is. Pronta anche una nave da guerra  9

22.   Gentiloni e Steinmeier: “Italia e Germania unite nella sfida migratoria”  9

23.   Guerra al Califfato. Dopo Parigi, il ruolo dell’Italia  10

24.   Migrazione: PE chiede a Frontex un meccanismo per le denunce contro le guardie di frontiera  11

25.   Nato e Italia. Crisi e instabilità, affrontare la spina nel fianco sud  11

26.   Parlamento UE: non equiparare i rifugiati con i terroristi, migliorare piuttosto la sicurezza  12

27.   Relazioni internazionali. Fare un check-up alle alleanze  12

28.   Non ci siamo  13

29.   ISTAT. Migrazioni internazionali e interne della popolazione residente  13

30.   Allargamento. La saga dell'adesione turca all'Ue: prematuro parlare di svolta  13

31.   Abbattiamo il mostro  14

32.   Marco Fedi (Pd): “Ruolo fondamentale dei Patronati nel mondo: da aggiornare e rinnovare”  15

33.   Un torbido mare di confusione e terrore  15

34.   "Solidarietà con i rifugiati, l’Europa non deve tradire i suoi valori fondanti"  15

35.   Italiani 16

36.   Al Senato l'informativa del ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, sull'evoluzione della crisi in Medio Oriente  16

37.   Gian Domenico Auricchio è il nuovo presidente di Assocamerestero  16

38.   Le  questioni degli italiani all’estero in evidenza nel parere sulla legge di Stabilità espresso dalla Commissione Esteri 16

39.   Chi deve pagare l'IMU, la TASI e la TARI nel 2016?  17

40.   L'amore? Solo un'illusione, secondo la scienza non esiste  17

41.   Deputati Pd della circoscrizione Estero: Il nostro impegno per la legge di Stabilità  17

42.   La voglia di capire  18

43.   Brexit. L’Italia dica la sua sulla Brexit 18

44.   Al Senato il Convegno "Carlo Levi. Senatore, scrittore e pittore. A 40 anni dalla morte. Uno sguardo partecipato sull'emigrazione italiana"  18

45.   L’Expo dopo l’Expo  19

46.   “Carlo Levi a 40 anni dalla morte. Uno sguardo partecipato sull'emigrazione italiana”  19

47.   La silenziosa crescita dell'emigrazione, di italiani e non. Più che raddoppiato dal 2007 al 2014 il numero degli espatriati 20

48.   Le responsabilità  20

49.   "Vecchia e nuova emigrazione: i servizi per gli Italiani all’estero. Il contributo della rete dei Patronati"  20

50.   Legge di stabilità: Acli, Inas, Inca, Ital chiedono incontro urgente alla presidente della Camera Laura Boldrini 22

51.   Sulla legge di stabilità 2016 risultati positivi in Commissione Bilancio per gli italiani all’estero  22

52.   Canone RAI e residenti all’estero  22

53.   Incontro del Coordinamento delle Associazioni Siciliane dell’Emigrazione (Carse) con l'assessore alla Famiglia  23

 

 

1.       EU erwägt mehrjährige Grenzkontrollen im Schengen-Raum wegen Terrorgefahr 23

2.       Kampf gegen Terrormiliz, Bundestag beschließt Syrien-Einsatz  23

3.       Naher Osten, Die Rolle trübte die US  24

4.       EU-Freizügigkeit: Ausweisung als Drohkulisse  24

5.       Menschenrechtsinstitut. Obergrenze bei Flüchtlingsaufnahme verstößt gegen Grund- und Menschenrechte  24

6.       Flüchtlingsdebatte in den USA. Das Einwanderungsland möchte keine syrischen Flüchtlinge  25

7.       Himmlischer Segen. Wie die IS-Revolution stark gebombt wird. 25

8.       UN-Jahresbericht. Migranten aus ärmsten Ländern überweisen Rekordsumme in Heimat 26

9.       Wir sind in der Pflicht. Der Kampf gegen den Klimawandel als ethisches Gebot. 27

10.   Der Ausnahmezustand schadet den Flüchtlingen – Kriterien müssen her 27

11.   Einführung von Flüchtlingskontingenten rückt näher 28

12.   Migration: Der Weg in die Städte  28

13.   Die pawlowschen Reflexe der Migrationsdebatte. Weshalb Entwicklungshilfe Fluchtursachen nicht bekämpft. 29

14.   Merkel in der Haushaltsdebatte. "Stolz sein auf das, was wir machen."  29

15.   Innenminister de Maizière. Kontingente sollen Zahl der Flüchtlinge begrenzen  30

16.   Flüchtlinge: Bundesregierung streitet über verschärftes Asylrecht 30

17.   Flüchtlingspolitik im Kabinett. Mehr Möglichkeiten, Deutsch zu lernen  30

18.   Sieben Wege, um das eigene Klimakonto zu entlasten  30

19.   Studie. Ausländische Hauptschüler haben kaum Chance auf Ausbildungsplatz  31

20.   Terrorismus: Waffen von Pariser Anschlägen könnten aus Deutschland stammen  32

21.   Die Roma haben nichts zu verlieren  32

22.   12-Punkte-Plan. SPD-Spitzenpolitikerinnen legen Integrationsplan vor 32

23.   Rekordwert am Arbeitsmarkt. 43,5 Millionen sind erwerbstätig  33

24.   Hessen. Ausländerbeiratswahlen. "Diese Wahl war nicht zu gewinnen"  33

25.   Gemeinsam für gute Arbeit und Integration von Flüchtlingen  33

26.   UN. Mehr als 200.000 Flüchtlingskinder erreichten 2015 die EU  34

27.   Goethe-Institut: Schnelle Hilfe und langer Atem   34

28.   Beratung zur beruflichen Anerkennung jetzt bereits im Ausland  35

29.   Integreat: TUM-Studierende entwickeln kostenlose App für Flüchtlinge  35

30.   Weihnachtsstress für den Magen. Weihnachstbraten und SodbrennenHolzkirchen  36

31.   Neue DAAD-Kampagne soll Auslandsmobilität von deutschen Studierenden  weiter steigern  36

32.   Weihnachten 2015: Lasst uns froh und munter sein – doch zu viel Genuss stresst die Leber 36

33.   Vortrags- und Konzertveranstaltung zu Ehren Dante Alighieris  37

34.   Wir haben jetzt die Chance, Krebs zu verhindern! 37

 

 

 

Tornano le frontiere nazionali. Schengen tra morte e risurrezione

 

Ogni giorno i giornali raccontano della fine dell’Europa senza frontiere e molti sembrano pensare che sia un bene.

 

In realtà, non solo Schengen comporta indubbi vantaggi politici ed economici, ma sarebbe anche molto più efficace, meno costoso e più utile alla sicurezza di ciascuno controllare insieme le frontiere esterne e unire gli sforzi all’interno per combattere il terrorismo.

 

Ma Schengen non “funziona”. La percezione, infondata, è che la sicurezza sarebbe meglio assicurata all’interno di frontiere nazionali. È utile fare un po’ di storia.

 

Nascita e crescita di Schengen

Schengen nacque come un accordo, non ancora un trattato, fra 5 paesi (Benelux, Francia e Germania) con l’obiettivo di eliminare tutti i controlli su merci e persone alle proprie frontiere interne. La motivazione era doppia. Politica, perché il passo avrebbe avuto un alto valore simbolico e un evidente vantaggio economico. Pratica, perché i 5 paesi condividono un lungo sistema di frontiere comuni, porose e difficili da controllare.

 

Molto prima che Schengen entrasse in vigore, affittavo una casa sulla costa belga vicino alla frontiera francese: ogni mattina andavo in bicicletta a fare la spesa, per sentieri di campagna, in Francia, fino al vicino villaggio, e non mi è mai capitato di incontrare un doganiere. Di fatto, le frontiere quasi non esistevano tranne che sulle strade più importanti.

 

Ciò che i 5 paesi volevano fare interferiva per molti versi con disposizioni dell’allora Comunità Europea. La Commissione ottenne quindi uno strapuntino al tavolo delle discussioni; occupai quello scomodo sedile per alcuni anni.

 

Fin dalle prime riunioni fu posto un problema esistenziale. Il Benelux considerava Schengen un accordo “chiuso”, valido solo per i firmatari. La Commissione, appoggiata da Francia e Germania, riteneva invece che un accordo chiuso sarebbe stato, oltre che incompatibile con il trattato, politicamente impresentabile. Questa tesi prevalse e si decise che altri stati avrebbero potuto aderire, a patto di soddisfare condizioni molto stringenti.

 

Essenzialmente si trattava di un controllo rafforzato alle frontiere esterne e di una collaborazione molto più stretta fra le forze di polizia. All’epoca il terrorismo era considerato una minaccia secondaria e l’attenzione si concentrava sulla lotta alla criminalità organizzata e al traffico di droga.

 

Intorno al tavolo sedevano, accanto ai diplomatici, esclusivamente poliziotti ed erano questi ultimi a condurre la discussione. Del resto la loro volontà di collaborare era sostenuta dalla convinzione unanime, valida ancora oggi, che i criminali e i trafficanti erano spesso arrestati alla frontiera solo perché era un posto comodo per farlo, ma non grazie ai controlli; la maggior parte degli arresti avviene in seguito a segnalazioni di qualche tipo.

 

Il problema dei profughi era presente, ma in maniera molto meno drammatica di oggi; il risultato, che all’epoca sembrò soddisfare tutti, fu l’accordo di Dublino che affida allo stato di primo ingresso la responsabilità di gestire il richiedente asilo.

 

All’inizio le condizioni per ammettere nuovi membri furono prese molto sul serio e le candidature esaminate con diffidenza. Il principale problema, evidente anche se non reso esplicito, era l’Italia; in seguito, Giorgio Napolitano all’epoca ministro dell’interno dovette impegnare tutta la sua personale credibilità per perfezionare la nostra adesione.

 

Schengen fu progressivamente allargato a un gran numero di paesi a sud, nord ed est; oggi ha cessato di essere un accordo separato, è incluso nel quadro dell’Unione e comprende quasi tutti i paesi membri.

 

Schengen è gravemente malato

Le modalità di funzionamento del sistema rispecchiano la struttura dell’Ue. Le regole sono comuni, ma l’applicazione è interamente lasciata agli stati sotto il controllo della Commissione. Per un certo periodo tutto sembrava procedere bene e i cittadini europei si sono abituati a considerare l’Europa senza frontiere un diritto acquisito. Era tuttavia una navigazione in acque relativamente calme.

 

Come spesso succede, le risorse di cui dispone la Commissione per i controlli sono limitate e comunque la loro efficacia richiede anche attenzione da parte degli stati; è noto che essi diventano esigenti solo quando scoppia una crisi o quando i loro interessi sono direttamente colpiti dal comportamento anomalo di un altro membro. È connaturato al modo di funzionamento dell’Ue di essere troppo compiacente in condizioni normali e di scatenare l’isteria in circostanze eccezionali.

 

La situazione attuale è eccezionale. Una crisi migratoria senza precedenti e la minaccia terrorista hanno completamente cambiato i presupposti su cui Schengen era fondato. C’erano avvisaglie già da tempo; con l’inizio delle grandi ondate migratorie crebbe l’acrimonia dei paesi del nord per l’eccessivo lassismo dell’Italia (e poi della Grecia) nel proteggere le proprie frontiere e applicare l’accordo di Dublino e crebbe parallelamente il risentimento italiano verso la scarsa solidarietà e il mancato riconoscimento che Dublino era superato dai fatti.

 

L’estate scorsa, l’esplosione del problema dei rifugiati siriani ha fatto saltare la marmitta; un certo numero di paesi, prima all’est e poi anche a ovest ha cominciato a ristabilire controlli alle frontiere interne. Gli attentati di Parigi hanno fatto il resto. Contrariamente alla vulgata masochista secondo cui ciò rappresenta già ora la morte di Schengen, tutto ciò è in molti casi previsto dalle regole esistenti.

 

Tuttavia è sbagliato nascondersi dietro le interpretazioni legali. Esse prevedono che i controlli possano essere ristabiliti in circostanze eccezionali ma per un periodo limitato; è evidente che le circostanze eccezionali sono destinate a durare a lungo. Se Schengen non è morto, molti lo considerano un malato terminale e i populisti hanno buon gioco a reclamarne la fine definitiva.

 

Medici a consulto: morte o risurrezione?

In molti paesi, comprese Francia e Germania, è in corso un dibattito fra chi crede in una soluzione europea e chi vuole il ritorno alle frontiere nazionali. L’onere della prova ricade sui primi e il tempo a disposizione non è molto.

 

In tutto questo bisogna evitare di commettere tre errori. Il primo è di opporre i diritti e le libertà difesi dall’Europa, alla sicurezza che invece sarebbe difesa dagli stati; nella situazione attuale il bisogno di sicurezza è destinato a prevalere. Il secondo è fare un amalgama demagogico fra rifugiati e terroristi. Il terzo è di adottare una posizione irenica e sostenere che i due fenomeni non hanno alcun legame.

 

Contrariamente alla vulgata, le proposte della Commissione e le discussioni fra i governi si stanno muovendo nella direzione giusta: controllo rafforzato alle frontiere esterne, collaborazione più intensa e sistematica dei servizi preposti alla sicurezza, revisione di Dublino, ripartizione dei rifugiati, migliore controllo del territorio, meccanismo di rimpatrio dei non aventi diritto.

 

Ci sono parecchi problemi politici; tuttavia la difficoltà principale non è nella definizione di principi e delle regole, ma nella loro applicazione. In un sistema come quello attuale dell’Europa, l’efficacia del sistema è pari a quella del suo anello più debole; la minaccia è troppo grave per correre un simile rischio e questo è un argomento potente nelle mani dei populisti.

 

Sapere che alcuni terroristi, sia pure di nazionalità francese, sono entrati indisturbati dalla Grecia e forse dall’Italia ha prodotto un danno immenso. In un mondo ideale la risposta sarebbe semplice: una Fbi europea e il controllo delle frontiere affidato a una polizia europea. Sappiamo che non esistono le condizioni per questo passo e che, anche se esistessero l’emergenza attuale richiede risposte immediate.

 

Certo è possibile rafforzare alcuni strumenti che già abbiamo (Frontex, Europol, Eurojust), ma l’essenziale dell’esecuzione e della responsabilità resterà nelle mani degli stati. In tutti i casi bisogna sapere che un sistema efficace comporterebbe nuove importanti limitazioni della sovranità.

 

Anche a prescindere dalla mancanza di volontà politica da parte di alcuni paesi, sarà comunque difficile che tutti siano in grado di soddisfare alle condizioni richieste per ristabilire un livello di sicurezza accettabile. Certo, sarà necessario mettere in opera anche misure di aiuto e solidarietà. Tuttavia, se in campo economico in certe condizioni può essere saggio mostrare flessibilità nel rispetto delle regole sulla finanza pubblica, lo stesso grado di tolleranza non è possibile se si tratta di controlli alle frontiere.

 

La difficoltà pratica oltre che politica di mettere in opera un sistema comune rischia quindi di far apparire il ritorno permanente a sistemi nazionali come l’unica soluzione possibile, anche se sappiamo che sarebbe illusoria. Schengen non morirebbe per decisione cosciente ma, come si dice, by default.

 

Mi chiedo se la soluzione non risieda in qualche modo in un ritorno al metodo delle origini. Il nuovo sistema e le nuove regole partirebbero con i paesi che vogliono e possono non solo accettarle ma anche applicarle. Gli altri seguiranno, se vorranno e dopo essere stati assistiti nel percorso. È una soluzione, che si potrebbe definire Schengen “à la carte”; aleggia già nei corridoi, per il momento viene scartata con sdegno dai guardiani dell’ortodossia, ma sarebbe un errore respingerla a priori.

Riccardo Perissich, AffInt 28

 

 

 

 

Migrazione e lavoro: il Parlamento Europeo adotta il bilancio per il 2016

 

Il Parlamento, mercoledì, ha approvato il bilancio Ue per il prossimo anno, disponendo stanziamenti d'impegno pari a 155 miliardi di euro e 143,9 miliardi di euro in stanziamenti di pagamento, così come concordato con il Consiglio il 14 novembre. Il Parlamento ha garantito il massimo importo possibile per il finanziamento della gestione dell'emergenza migratoria, delle piccole e medie imprese, degli studenti e del programma di ricerca UE Orizzonte 2020.

 

Il Parlamento ha adottato in via definitiva il bilancio UE 2016 con 516 voti favorevoli, 179 contrari e 8 astensioni, in seguito promulgato dal Presidente Martin Schulz.

 

Rifugiati e migrazione

Il Parlamento si è assicurato che tutte le risorse disponibili nel quadro finanziario pluriennale UE (QFP) saranno utilizzate nella gestione della crisi migratoria in corso, che necessità di essere affrontata sia all'interno degli Stati membri sia in quei Paesi che sono limitrofi ai conflitti dai quali i migranti stanno fuggendo. L'accordo include 1.6 miliardi di euro previsti nella proposta originale della Commissione e va incontro a molte delle richieste del Parlamento.

 

Per finanziare il deficit, il Parlamento, con un voto separato, chiede agli Stati membri di devolvere una somma pari a 2.3 miliardi di euro ricavata da entrate più alte del previsto da multe sulla concorrenza e dazi doganali. Altri 2.3 miliardi di euro sono richiesti agli Stati membri per adempiere la promessa di finanziare i fondi per l'Africa (affrontare alla radice le cause della migrazione) e la Siria (aiutare i rifugiati e i migranti che si trovano in Siria e nelle sue vicinanze).

 

Concorrenza e lavoro

La priorità del Parlamento di migliorare la competitività si traduce in risorse extra per le piccole e medie imprese (14,3 milioni di euro), in finanziamenti per Orizzonte 2020 (184,5 milioni di euro) e per le infrastrutture per collegare l'Europa (150 milioni di euro) che vanno a ripristinare parte del denaro che era stato in un primo momento riallocato nel fondo per gli investimenti voluto da Juncker e in risorse economiche al programma di studi Erasmus+ (6.6 milioni di euro).

Inoltre, il Parlamento ha convinto il Consiglio e la Commissione a impegnarsi a continuare anche nel 2016 l'iniziativa a favore dell'occupazione giovanile, attualmente in fase di revisione, e di mantenere ad un livello accettabile le fatture non pagate.

 

Sfruttare al massimo la revisione 2016 del bilancio pluriennale dell'UE

Nel corso del dibattito del 24 novembre, diversi oratori hanno sottolineato che le priorità di spesa dell'UE, stabilite nel quadro finanziario pluriennale dell'UE (QFP) dovevano essere riesaminate, alla luce delle differenti circostanze rispetto alla sua adozione nel 2013. Il Parlamento intende sfruttare al massimo tale revisione, in arrivo nel 2016. PE 25

 

 

 

 

Economia. Visco: La forza dell'Europa è nello stare uniti

 

C’è bisogno di più Europa e non di meno euro. È questa la posizione esposta dal governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco nel suo intervento in occasione delle celebrazioni per il cinquantenario del nostro Istituto.

 

Visco ha offerto una riflessione sul delicato momento che l’Unione europea, Ue, e l’Eurozona stanno vivendo. Partendo dall’analisi degli eventi che hanno preceduto la crisi finanziaria e dei debiti sovrani e passando in rassegna le misure messe in atto per contrastare la conseguente recessione, il governatore ha delineato la strada da intraprendere per superare le attuali difficoltà e garantire all’Ue un futuro migliore.

 

Rischi di una moneta senza Stato

La necessità di completare l’Unione monetaria europea, rendendola più forte attraverso la realizzazione di una vera unione politica, è in questo momento ampiamente dibattuta. Tuttavia, ha sottolineato il numero uno di Banca d’Italia, questa questione è stata a lungo sottovalutata o volutamente ignorata.

 

L’incompletezza del progetto europeo ha giocato un ruolo fondamentale nella crisi dei debiti sovrani che ha rivelato una sostanziale mancanza di fiducia nel futuro dell’euro e dell’Unione monetaria. La gravità di tale crisi ha minacciato l’esistenza stessa della moneta unica e, quindi, del progresso più importante compiuto verso l’integrazione finanziaria europea.

 

Ciò che è accaduto negli ultimi anni ha confermato la lungimirante visione di Tommaso Padoa Schioppa che aveva messo in guardia dai pericoli di una moneta senza Stato.

 

La moneta unica europea, seppure rappresenti un cambiamento di portata storica, è solo un passo nel processo di creazione di una genuina e profonda unione economica e monetaria e non può rappresentare in alcun modo il traguardo finale.

 

Nell’assenza di unione politica, Visco ha evidenziato come la governance dell’area dell’euro si sia retta su una fragile alleanza tra forze di mercato e regole di condotta. Questa però non è riuscita a garantire che i comportamenti degli agenti nazionali fossero in linea con il benessere dell’area euro nel suo complesso. La soluzione non è tornare sui propri passi, ma accelerare verso un’unione fiscale e politica.

 

Risposte alla recessione

Il lungo periodo di recessione che è seguito alla crisi finanziaria e in seguito a quella dei debiti sovrani ha avuto cause radicate sia in ambito nazionale che comunitario. Al primo va iscritta la fragilità delle economie e delle finanze pubbliche di alcuni Stati membri, al secondo l’incompletezza della costruzione europea.

 

Le misure messe in campo per rispondere a questo periodo di difficoltà si sono articolate in entrambi questi ambiti. I singoli Stati hanno intrapreso politiche di consolidamento fiscale e riforme strutturali volte a favorire la competitività e a rendere più sostenibili le dinamiche del debito pubblico.

 

A livello comunitario è stata avviata un’opera di riforma della governance economica europea di vasta portata. Nonostante i tanti ostacoli, il giudizio del governatore è che ci si sia mossi nella giusta direzione.

 

Visco ha anche ribadito la necessità dell’unione bancaria e del completamento dell’unione dei mercati finanziari al fine di ottenere un’Eurozona meno esposta ai rischi derivanti dagli shock asimmetrici.

 

Anche l’opera svolta della Banca centrale europea, Bce, è stata preziosa, permettendo di mitigare la contrazione della domanda aggregata e contrastando la pressione dei mercati finanziari sui titoli del debito pubblico di molti Stati europei. Tuttavia, quanto fatto fino ad ora non basta,la politica monetaria non può da sola garantire una crescita sostenuta e sostenibile.

 

Le sfide che l’attuale congiuntura economica pone sono molteplici: sostenere la domanda aggregata, innalzare i livelli di occupazione, governare il processo di automazione e le dinamiche demografiche in modo che siano compatibili con la crescita economica e con la tutela dell’ambiente. In tal senso, le riforme su scala nazionale volte ad aumentare il potenziale di crescita attraverso un miglioramento della produttività sono necessarie, ma non sufficienti a risolvere i problemi attuali dell’Eurozona.

 

La strada da seguire

Secondo Visco, il sentiero da seguire è quello indicato dal rapporto scritto a giugno dai cinque presidenti che stabilisce le linee guida da percorrere per completare l’Unione monetaria europea e per aumentare la robustezza della stessa agli shock locali.

 

Alle azioni in campo economico e finanziario però si devono accompagnare parallelamente azioni a livello istituzionale e politico. La revisione del ruolo della Bce e la vigilanza macroprudenziale sugli istituti di credito sono passi importanti, ma le recenti opposizioni a uno schema di assicurazione e garanzia unico per i depositi lasciano intendere che il cammino verso un’unione economica più solida non sarà semplice.

 

Quello che è certo è che le azioni necessarie per rafforzare l’Unione monetaria europea richiedono non solo uno slancio di fiducia nella costruzione europea, ma anche la comprensione che il benessere di ogni stato membro dipende dalla persecuzione del bene dell’Ue. La forza dell’Europa è nello stare uniti. Ora più che mai si è chiamati a realizzare questa unità.

Simone Romano, ricercatore dello IAI. AffInt 27

 

 

 

 

Censis: "Italia in letargo collettivo, crescono le diseguaglianze"

 

'Quel che resta': è questa la base sulla quale gli italiani, "in letargo collettivo", stanno costruendo il loro futuro. Secondo il Rapporto Censis 2015, stiamo vivendo infatti in quella che viene definita proprio come la società del 'resto'. Spiega il presidente del Censis Giuseppe De Rita, illustrando il rapporto a Villa Lubin, sede del Cnel, a Roma: "Il 'resto' ha segnato la storia dello sviluppo italiano degli ultimi cinquant'anni. Cosa resta oggi del grande processo di globalizzazione, vista come occidentalizzazione del mondo?", si chiede.

Da qui parte la sua analisi sui 'resti': "Nella nostra storia, il 'resto' del mito della grande industria e dei settori avanzati è stata l'economia sommersa e lo sviluppo del lavoro autonomo. Il 'resto' del mito dell'organizzazione complessa del fordismo è stata la piccola impresa. Il 'resto' della lotta di classe nella grande fabbrica è stata la lunga deriva della cetomedizzazione. Il 'resto' dell'egemonia della classe dirigente è stata la fungaia dei soggetti intermedi".

E ancora: "Il 'resto' del primato della metropoli è stato il localismo dei distretti e dei borghi. Il 'resto' della spensierata stagione del consumismo è stato il consumatore sobrio. Il 'resto' del primato delle ideologie è l'empirismo di una società che si evolve".

Il Rapporto Censis individua in Italia "un letargo esistenziale collettivo". Osservano i ricercatori guidati da De Rita: "Oggi c'è una pericolosa povertà di interpretazione sistemica, di progettazione per il futuro, di disegni programmatici di medio periodo. Prevale una dinamica di opinione, messa in moto da quel che avviene giorno per giorno".

Si registra, dunque, una "vittoria della pura cronaca, che inietta nella vita quotidiana il virus della sconnessione: lo si vede nella disarticolazione strutturale del nostro sistema". A vincere sono "l'interesse particolare, il soggettivismo, l'egoismo individuale e non maturano valori collettivi e interessi comuni". Così, "crescono le diseguaglianze, con una caduta della coesione sociale".

Il Censis rileva però un "rilancio del primato della politica", anche grazie a "un generoso impegno a ridare slancio alla dinamica economica e sociale del Paese, con un folto insieme di riforme di quadro e di settore e la messa in campo di interventi tesi a incentivare la propensione imprenditoriale e il coinvolgimento collettivo rispetto al consolidamento della ripresa". C'è stata anche "la ricerca del consenso di opinione sulle politiche avviate, per innescare nella collettività una mobilitante tensione al cambiamento e una riscoperta di ottimismo".

Tuttavia, tutto questo impegno "fatica a fomentare nel corpo sociale una reazione chimica". Infatti, "l'elemento oggi più in crisi è la dialettica socio-politica: non si riesce a pensare un progetto generale di sviluppo del Paese". Ecco allora che "la cultura collettiva finisce per restare appunto prigioniera della cronaca, degli scandali, delle corruzioni, delle spinte contraddittorie per fronteggiarli".

Nella indifferenza del dibattito socio-politico, la "capacità inventiva" si traduce oggi in alcuni processi che il Censis considera "vincenti": ovvero, "i giovani che vanno a lavorare all'estero o che tentano la strada delle 'start up'" come anche "le famiglie che accrescono il proprio patrimonio e lo mettono a reddito, con l'enorme incremento, ad esempio, dei bed & breakfast".

E ancora "le imprese che investono in innovazione e nella green economy" o "i territori che diventano 'hub' di relazionalità, come la Milano dell'Expo"; la "silenziosa integrazione degli stranieri nella nostra quotidianità" e "il nuovo Made in Italy che si va formando nell'intreccio tra successo gastronomico e filiera agroalimentare, in una integrazione crescente tra agricoltura e turismo, ambiente e cultura". Adnkronos 4

 

 

 

 

Istat: italiani all'estero raddoppiati negli ultimi 5 anni   

 

Roma – Negli ultimi 5 anni le emigrazioni sono più  che raddoppiate nel nostro Paese, passando da 67 mila a 136 mila unità. Il dato emerge dal Rapporto Istat su “Migrazioni internazionali e interne della popolazione residente”. L’aumento delle emigrazioni nel 2014 rispetto all’anno precedente è dovuto principalmente – spiega l’Istat - alle cancellazioni dall’anagrafe di cittadini italiani (da 82 mila a 89 mila, pari a +8,2%). In aumento anche le cancellazioni di cittadini stranieri, passati da 44 mila a 47 mila unità (+8,8%). “In cinque anni il numero di emigrati italiani è più che raddoppiato”. Sono tuttavia in aumento anche le cancellazioni di cittadini stranieri, da 44 mila a 47 mila unità (+8,8%). Le principali mete di destinazione per gli italiani emigrati nel 2014 sono la Germania, il Regno Unito, la Svizzera e la Francia.

Aumenta in misura consistente rispetto al 2013 (+18,6%) il numero di connazionali laureati con più di 24 anni di età che rientrano dall'estero (7 mila unità). È in leggero aumento (+3,4%) anche il numero di laureati italiani che nel 2014 lasciano il Paese (20 mila). Nel 2014 i trasferimenti di residenza interni al territorio nazionale – dice ancora l’Istat - coinvolgono 1 milione 313 mila individui. Il valore è in calo rispetto al 2013 (-49 mila unità, pari a -3,6%). Il numero dei movimenti tra Comuni italiani è il più basso degli ultimi cinque anni e supera di poco il valore del 2009, anno di forte calo degli spostamenti interni. I trasferimenti di residenza interni sono principalmente di breve e medio raggio. Nel 2014 ammontano a 994 mila i trasferimenti tra Comuni delle stessa regione (pari al 75,6% del totale), mentre sono stati 320 mila gli spostamenti di residenza tra regioni diverse (24,4%). Nel 2014 trasferimenti di residenza interni di cittadini stranieri sono stati 239 mila, quasi 10 mila in meno rispetto al 2013.

 

Nel 2014 sono state 278 mila le iscrizioni in anagrafe dall'estero nel nostro Paese. Le immigrazioni (iscrizioni dall'estero) sono in calo di 30 mila unità rispetto al 2013 (-9,7%) e di 249 mila unità rispetto al 2007 (-47,3%), anno di allargamento della Ue a Romania e Bulgaria, nonché anno precedente l'inizio della lunga fase di recessione economica. Tale riduzione è in maggior parte “imputabile”, spiega l’Istituto di statistica italiano,  ai flussi che riguardano i cittadini stranieri. Tra i flussi in entrata nel 2014 la cittadinanza più rappresentata è la rumena (51 mila ingressi), seguita dalle comunità marocchina (18 mila), cinese (16 mila) e bengalese (13 mila). Rispetto al 2013 le iscrizioni di cittadini moldavi (-53%), ecuadoriani (-42%), peruviani (-36%) e ghanesi (-33%) sono in forte calo. In aumento, invece, gli ingressi di cittadini pakistani (+23%) e bengalesi (+21%).

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A Palazzo Montecitorio il convegno “Vecchia e nuova emigrazione: i servizi per gli italiani all'estero”

 

L'iniziativa promossa dal Comitato permanente Italiani nel mondo e Promozione del sistema Paese della Camera dei Deputati per una riflessione sul contributo della rete dei patronati a servizio dei connazionali

 

ROMA – Si è svolto ieri nella Sala Aldo Moro di Palazzo Montecitorio il convegno “Vecchia e nuova emigrazione: i servizi per gli italiani all'estero”, iniziativa promossa dal Comitato permanente Italiani nel mondo e Promozione del sistema Paese della Camera dei Deputati per una riflessione sul contributo della rete dei patronati a servizio dei connazionali.

Una riflessione avviata da tempo, sia dai patronati stessi, consapevoli dell'esigenza di un rinnovamento capace di tenere il passo di nuove dinamiche dei flussi migratori che determinano mutate esigenze in seno alle collettività, sia in sede istituzionale, in ultimo con l'indagine conoscitiva in corso presso il Comitato per le questioni degli italiani all'estero del Senato sulla riforma degli istituti di patronato. Particolarmente opportuna oggi, dal momento che è all'esame della Commissione Bilancio della Camera dei Deputati un taglio di 28 milioni di euro al fondo patronati previsto dalla Legge di stabilità 2016.

A evidenziare contesto e finalità del convegno è il presidente del Comitato Italiani nel mondo e Promozione del sistema Paese Fabio Porta, che rileva come la scure rappresenti un pericolo per il mantenimento dei servizi ai connazionali, su cui hanno già inciso fortemente “le scelte di razionalizzazione della spesa pubblica adottate negli anni che vanno dal'inizio della crisi sino all'inizio del 2014”: “dal 2006 ad oggi le strutture del Maeci all'estero – ricorda Porta - si sono ridotte di 63 unità, divenendo nel complesso 294”, una riduzione “avvenuta non solo per effetto della spending review ma anche per il riorientamento e la riorganizzazione delle nostra rete diplomatica”, determinata dai nuovi contesti geo-politici. Il presidente del Comitato quantifica in 11,3 milioni di euro le riduzioni afferenti a queste voci di spesa nel periodo dal 2006 al 2014 e questo – ammonisce - “nonostante le dotazioni precedenti non fossero già esaustive a sostenere tutti i compiti svolti della nostra amministrazione”. Tra gli effetti dei tagli, anche il ridimensionamento dell'organico del Ministero degli Affari Esteri – che oggi conta, secondo i dati riportati nell'intervento di apertura, 4043 persone, di cui 52 con incarichi dirigenziali e 2200 operative presso la sedi all'estero, cui si aggiungono le 2277 unità di personale assunto in loco a contratto -: una riduzione del 10% sul personale diplomatico e un 23% sul personale amministrativo.

Porta ha poi segnalato come “misure e modalità di applicazione” del piano di riorganizzazione della rete consolare italiana presente all'estero siano state “motivo di disagio e diffusa protesta da parte dei potenziali utenti ma anche di un sentimento di delusione e distacco da parte della comunità italiana”, sentimento “che ha pesato non poco sulla scarsa partecipazione dei connazionali al rinnovo degli istituti di rappresentanza, in ultimo quello dei Comites”. “Non posso inoltre tacere - prosegue l'esponente democratico - una certa preoccupazione per il taglio previsto in questa legge finanziaria di 25 milioni di euro per il funzionamento delle strutture decentrate dello Stato italiano all'estero”, taglio che egli auspica non determini nuove chiusure, ma che di certo “inciderà sul loro funzionamento in una situazione che è già ai limiti della sostenibilità”. Stessa preoccupazione emerge – rileva – nel parere in questi giorni espresso dalla Commissione Affari Esteri della Camera sulle materie di sua pertinenza esaminate con la Legge di stabilità (evidenziate anche grazie all'attenzione loro posta dal relatore del provvedimento in Commissione, Marco Fedi, deputato eletto nella ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide, vedi anche http://comunicazioneinform.it/in-commissione-affari-esteri-lesame-delle-disposizioni-della-legge-di-stabilita-e-del-bilancio-di-previsione-dello-stato-per-il-2016-e-per-il-triennio-2016-2018/ e http://comunicazioneinform.it/risoluzione-favorevole-con-condizioni-e-osservazioni-legge-di-stabilita-in-commissione-esteri/).

A proposito delle soluzioni sino ad oggi adottate per consentire i risparmi di spesa necessari – la centralizzazione dei servizi presso le ambasciate, il ricorso a consolati onorari, l'allestimento di servizi consolari online o maggiori sinergie con il servizio europeo per l'azione esterna – Porta rileva come al momento “non si possa ancora parlare del superamento di una fase di transizione ancora percepita faticosa dai nostri connazionali” e cita le “numerose proteste” o segnalazioni ricevute sulle difficoltà inerenti le prenotazioni telefoniche degli appuntamenti o i lunghi tempi connessi al disbrigo delle pratiche consolari (cita in particolare il caso del Sud America dove, in Paesi come il Brasile, la conclusione di pratiche per il riconoscimento della cittadinanza italiana può avvenire anche dopo 10 anni). Ricorda come, anche nel parere soprarichiamato della Commissione Affari Esteri, si sia più volte richiesto e si continui a proporre la destinazione di parte delle risorse derivanti dall'imposta per la pratica di cittadinanza, recentemente introdotta, alle strutture consolari più esposte su questo fronte, così da poter prevedere anche un incremento di organico. L'obiettivo del confronto è dunque una riflessione “dialogica e costruttiva”, a partire dalla “percezione responsabile dell'asperità di questa condizione di diffusa difficoltà avvertita dai connazionali”, così da poter “reagire costruttivamente” alla “sensazione di abbandono” sopra richiamata. “Non possiamo essere spettatori passivi di questo processo di disaffezione dei nostri concittadini residenti all'estero nei confronti della loro terra di origine, ma trovare soluzioni congrue che portino sì al rispetto degli obiettivi di risparmio, ma anche – puntualizza l'esponente democratico - dei diritti delle persone”.

Alla ricerca di questo difficile equilibrio tra risorse sempre più limitate e supporto dei connazionali, per la concreta esigibilità di diritti acquisiti che possa corroborare anche il senso di appartenenza e di fiducia allo Stato italiano, sono chiamati da tempo anche i patronati, consapevoli delle nuove, accresciute e sempre più complesse esigenze poste in particolare dai nuovi flussi migratori in un mondo globalizzato. Porta segnala come il processo di ridimensionamento della rete italiana all'estero “non è una parentesi temporanea”, giustificata unicamente dalla crisi, ma “un processo destinato a diventare permanente”, per cui evidenzia la necessità per i patronati di “un disegno riformatore che non parta dai tagli ma dai bisogni dei cittadini” e si compia in parallelo all'attuazione della convenzione con il Maeci, prevista nella legge n.152 del 2001 a proposito dell'attività di supporto alle autorità diplomatiche e consolari italiane all'estero. In questo modo verrebbe anche formalmente sancita la funzione di “segretariato sociale” svolta dagli istituti, progressivamente chiamati a far fronte ad attività che lo Stato non riesce più ad assicurare, “una questione che si pone solamente nell'ambito della sussidiarietà – precisa Porta, segnalando come “non si tratti di appaltare funzioni pubbliche” e come le funzioni di controllo resterebbero a carico del Ministero del Lavoro. Il parlamentare democratico rigetta infine il “processo pubblico”, sfociato spesso in “vera e propria delegittimazione”, cui sono stati sottoposti i patronati in questi ultimi anni e ricorda come essi, facendo fronte anche alle molteplici e sempre più numerose istanze avanzate dalla nuova emigrazione, non debbano essere considerati “semplici appendici” della rete di servizi all'estero. Tale rete vede infatti nei patronati una parte integrante sempre più importante, chiamata dunque a formulare proposte per il rinnovamento e la sinergia d'azione necessaria ad intercettare il bisogno di servizi come quelli previdenziali di cittadini la cui mobilità si affianca spesso alle altre qualifiche professionali, o quelli di orientamento e aggregazione dei nuovi flussi migratori.

Ha ricordato numeri e attività del Cepa Gilberto De Sanctis, presidente del coordinamento dei maggiori patronati italiani di cui fanno parte le Acli, l'Inca Cgil, l'Inas Cisl e l'Itali Uil, ricordando come il servizio svolto in oltre 30 Paesi e 500 uffici in tutto il mondo – 500 mila le pratiche svolte nel 2014 – sia rivolto a vecchia e nuova emigrazione. In particolare ribadisce come non debba venire meno la necessità di tutelare i diritti degli emigrati più anziani, “che hanno contributo in maniera importante al Pil del nostro Paese con le loro rimesse” e per cui ritiene inopportune le osservazioni formulate dal nuovo presidente dell'Inps, Tito Boeri, alla presentazione del rapporto sulle pensioni Inps pagate all'estero (vedi http://comunicazioneinform.it/presentato-oggi-a-roma-il-rapporto-world-wide-inps-sulle-pensioni-erogate-allestero/). Per quanto riguarda invece i nuovi flussi, segnala come oggi si debba parlare di “cittadini europei” la cui emigrazione non ha più un'unica meta – De Sanctis parla per ossimoro di “emigrazione stanziale”, rilevando come coloro che emigrano oggi spesso lo fanno in più Paesi, con percorsi più complessi che richiedono conoscenze altrettanto complesse in materia previdenziale o assistenziale, – cui si affiancano le esigenze di “recupero dell'italianità avanzate della terze o le quarte generazioni”. Per rispondere a tale complessità e ai nuovi bisogni degli italiani all'estero - su cui annuncia la presentazione di un'indagine promossa dal Cepa - egli ritiene dunque necessario “uscire dall'isolamento” e manifesta la disponibilità ad affiancare i consolati in alcune attività come la pratiche per il riconoscimento della cittadinanza italiana, fermo restando la necessità di controlli affidati allo Stato.

Anche Valter Marani di Epasa/ Cipla segnala il lavoro svolto, in particolare per le pratiche rivolte all'Inps - il 95% di quelle utili al riconoscimento delle pensioni ai superstiti, dice, passano dai patronati, – e rileva come gli istituti abbiano contributo in maniera importante al processo di digitalizzazione avviato dalla pubblica amministrazione. “Siamo una rete flessibile, economica e da sempre vicina ai connazionali all'estero – evidenzia Marani, rilevando come proprio tale vicinanza consenta di intercettare i bisogni di vecchia e nuova emigrazione. Il rilievo è posto quindi sulla necessità di evidenziare l'utilità dei patronati, anche e soprattutto in Italia, contro le campagne di stampa, mentre si sollecitano procedure più veloci, anche se efficaci, per i controlli.

Sui cambiamenti dell'emigrazione italiana si sofferma anche Alfonso Luzzi, presidente del coordinamento dei patronati Cipas, che segnala come le nuove mobilità non si esauriscano nella “fuga dei cervelli” e non debbano essere considerate negativamente. Rileva come a fronte del ridimensionamento della rete consolare i patronati acquisiscano un ruolo sempre più importante per il mantenimento dei servizi essenziali, mentre aumentano le richieste da parte dei nuovi flussi, che spingono gli istituti ad ampliare la loro attività. “Se non saremo più nelle condizioni di operare – afferma Luzzi a proposito dei tagli previsti – il rischio è che si propongano dei consulenti in risposta alle crescenti esigenze. Il patronato – conclude – viene visto all'estero come un modello per il suo patrimonio di esperienze, un modello di cui dovrebbe essere orgoglioso anche il Governo italiano”. Di seguito richiama i principali dati del Rapporto Inps sulle pensioni all'estero il direttore per le Convenzioni internazionali e comunitarie, Giuseppe Conte, che evidenzia come l'Istituto si stia attrezzando per far fronte ai mutamenti di collettività italiane ed emigrazione. Evidenzia i proficui rapporti che l'Inps ha stabilito sia con i consolati con con i patronati, che svolgono un ruolo essenziale nei territori non presidiati da strutture periferiche dell'Istituto – da quelli dell'emigrazione tradizionale a quelli in cui oggi si registra un incremento di rapporti, come la Romania.

A rimarcare l'importanza del lavoro svolto dai patronati a tutela della collettività anche il sottosegretario agli Esteri Mario Giro, che avverte però come “la spending review sia un discorso generale, contro cui non si può fare nulla”: “abbiamo una delle reti consolari più grandi e diffuse al mondo e non possiamo più permettercela; il mio – avverte Giro – non è un giudizio di merito, so che il cambiamento ci fa soffrire, ma le nuove esigenze ci impongono di chiudere sedi, per aprirne di nuove dove servono”, e ciò nonostante crescano i flussi migratori e il numero dei connazionali all'estero. Il sottosegretario avverte poi del pericolo e della non opportunità di effettuare contrapposizioni tra vecchie o nuove emigrazioni, o tra collettività che risiedono in aree diverse: “evitiamo le lotte tra poveri, la collettività è tutta di grande interesse e va studiata con metodi nuovi, ogni Paese è diverso e non schiaccerei un'emigrazione sull'altra, ciascuna va considerata nella sua particolarità”. L'auspicio di Giro in merito alla riorganizzazione del Ministero non è comunque la chiusura di sedi, ma piuttosto una più efficace presenza, specie in ambito culturale, con il potenziamento del personale di quell'area funzionale e, ove possibile, l'apertura di nuovi IIC. Il sottosegretario afferma poi di non essere contrario alla convenzione tra patronati e Maeci, ma segnala come pareri contrastanti sui patronati siano presenti in seno alle istituzioni e nella stessa maggioranza di Governo. Ricorda in particolare come l'indagine avviata a questo proposito al Comitato per le questioni degli italiani all'estero del Senato fosse ritenuta necessaria dal presidente, Claudio Micheloni, per “difficoltà e criticità” evidenziate nel funzionamento dei patronati, rilevate anche nel corso di missioni in Svizzera, Argentina, Brasile e Venezuela. “Nelle more della conclusione di un Accordo quadro tra patronati e Maeci – aggiunge Giro – possiamo e dobbiamo trovare delle forme di collaborazione tra noi. Una di queste è la nomina a corrispondenti consolari per alcuni rappresentanti dei patronati più rappresentativi. Tale nomina potrebbe venire incontro all'esigenza, da parte dei patronati, di avere una maggiore visibilità nei confronti delle autorità locali, penso agli istituti di previdenza esteri – afferma il sottosegretario, segnalando però come essendo il carattere del corrispondente consolare “fiduciario” la nomina debba essere vagliata dal console in loco “caso per caso”.

Di seguito interviene anche Paolo Reboani, presidente di Italia Lavoro, che si sofferma sull'attività svolta dall'agenzia per i servizi di orientamento al lavoro nei Paesi dell'America latina, un'esperienza che potrebbe essere utile per pensare ad una forma di collaborazione con i patronati sul medesimo fronte e indirizzata alle nuove mobilità.

Sulla necessità di elaborare una strategia di insieme per la riforma dei patronati ritorna Marco Fedi, rilevando come essi svolgano “un lavoro che da complementare alla rete consolare è diventato, sui temi della tutela e protezione sociale, esclusivo e fondamentale”. Perché tale strategia sia efficace occorre però guardare al “quadro d'insieme”, approntando “strumenti nuovi, sia di interpretazione della realtà che nell’offerta di servizi, ma anche con un nuovo linguaggio di una comunicazione che deve essere integrata e completa”. L'obiettivo è quindi il rilancio di “un’idea forte di presenza dei servizi dei Patronati nel mondo”. “I Patronati accettano in pieno la sfida della modernizzazione, della trasparenza e dell’efficienza. Per questa ragione – conclude Fedi - dobbiamo trovare insieme una strategia che riporti al centro del sistema i lavoratori, le nuove mobilità, le prestazioni, sempre più composite e diversificate, sulle quali gli autentici specialisti sono i funzionari di patronato nel mondo”.

“L'analisi è difficile perchè è complesso il mondo con cui ci dobbiamo confrontare – afferma Alessio Tacconi (Pd, ripartizione Europa), mettendo in evidenza la necessità di “fare rete”, specie in un contesto di risorse limitate, e sollecitando un “approccio proattivo da parte dei patronati su nuove risposte che si potrebbero mettere in campo per nuove esigenze”. Tacconi si riferisce in particolare alle nuove mobilità e ricorda la sua proposta rivolta al Ministero del Lavoro e relativa a possibili punteggi da attribuire ad attività di assistenza e orientamento ai nuovi arrivati svolte dai patronati.

Infine, anche Francesca La Marca (Pd, ripartizione America settentrionale e centrale) segnala l'importante attività svolta dai patronati in Canada, attività messa a rischio dai tagli previsti anche da questa Legge di stabilità. “Non dobbiamo dimenticare la specificità di contesti come quello canadese, in cui le strutture di patronato sono fondamentali, vista l'età media della popolazione italiana e la dimensione geografica – afferma La Marca che suggerisce un rinnovamento all'insegna della trasparenza e che affianchi alle tradizionali attività un'attenzione alle nuove mobilità.

A proposito del rischio di contrapposizioni, Porta segnala in chiusura come non sia utile rimarcarne una tra i Comitati che trattano le questioni degli italiani nel mondo di Camera e Senato, anche perché il secondo “non ha ancora riferito gli esiti dell'indagine avviata, né ha dimostrato contrarietà alla convenzione tra patronati a Maeci”, una normativa che comunque – conclude l'esponente democratico - “già esiste e cui va data attuazione”. (Viviana Pansa – Inform 1)

 

 

 

 

Isis, la Germania dice «sì» alla missione militare contro i jihadisti

 

Il Bundestag ha approvato con larga maggioranza la missione militare di sostegno alla Francia contro l’Isis: su 598 deputati, 445 si sono espressi a favore, 146 contrari e 7 si sono astenuti. Ma i tedeschi non bombarderanno, offriranno supporto logistico

 

Il parlamento tedesco, il Bundestag, ha approvato la missione militare di sostegno alla Francia contro l’Isis. Il via libera della «camera bassa» è arrivato a grande maggioranza: dei 598 deputati che hanno preso parte al voto, 445 si sono espressi a favore, 146 i contrari e 7 si sono astenuti. Concretamente Berlino invierà una fregata, per proteggere la portaerei francese Charles de Gaulle, che incrocia dinanzi alle acque siriane, e anche 6 aerei da ricognizione tornado, un aereo per rifornire di carburante i bombardieri della coalizione, oltre a un contingente militare che potrà arrivare a 1.200 uomini. A differenza di Gran Bretagna, Francia e Usa, la Germania, però, non realizzerà operazioni di bombardamento dei territori.

«Isis è minaccia alla pace mondiale»

I gruppi parlamentari conservatore e socialdemocratico, che sostengono l’esecutivo di Angela Merkel e controllano quasi l’80% dei seggi del Bundestag, già avevano indicato l’intenzione di appoggiare la misura. I partiti dell’opposizione, la Sinistra e i verdi hanno invece spiegato durante il dibattito, cominciato mercoledì, che avrebbero votato contro considerando sbagliata la sollecitazione del governo, priva di piani e obiettivi la missione e perché convinti che il terrorismo non si combatte con le bombe. Il Consiglio dei ministri aveva approvato martedì la missione militare, di un anno di durata ma rinnovabile, con un finanziamento di 134 milioni di euro, centrata su riconoscimento, sicurezza e logistica (senza bombardamenti, appunto). Il governo tedesco ha ripetuto che l’Isis rappresenta «anche secondo una risoluzione delle Nazioni Unite, una minaccia alla pace mondiale e alla sicurezza internazionale» per «il suo violento bagaglio estremista e salafita, le sue azioni terroriste, i gravi attentati persistenti, sistematici e contro i civili, così come il reclutamento e l’addestramento dei combattenti stranieri». Il cancelliere Merkel ha risposto così, in pochi giorni appena, alla richiesta di aiuto avanzata dal presidente francese, Francois Hollande. In questo contesto, la Germania si è impegnata anche a inviare 650 soldati in più in Mali -che si sommeranno ai 200 già dispiegati in loco- e 50 in Iraq, che si uniranno ai 100 che già operano in loco. CdS 4

 

 

 

 

La Germania vota missione militare in Siria. Alfano: "Accordo su tracciabilità passeggeri aerei"

 

Con 1200 militari, è l'intervento tedesco più importante del Dopoguerra. Il presidente francese a bordo della portaerei De Gaulle, annuncia operazioni aeree di intelligence in Libia. È allarme in Gran Bretagna per minacce di attentati

 

La Germania vota la missione militare. Hollande è arivato sulla portaerei Charles De Gaulle per passare in rassegna i soldati francesi impegnati nei bombardamenti, mentre per la prima volta la Francia ammette pubblicamente di condurre operazioni sopra le zone controllate dall'Is in Libia. Il ministro dell'Interno Angelino Alfano annuncia che è in dirittura d'arrivo l'accordo sulla tracciabilità dei voli, per consentire alle polizie europee di individuare le tratte seguite dai foreign fighter per andare e tornare dai teatri di guerra dov'è coinvolto l'Is. Intanto è allarme in Gran Bretagna per le minacce dei jihadisti dopo il via libera sui raid in Siria. Sono queste le principali novità sulla crisi internazionale che ruota attorno alla guerra al Califfato.

 

La Germania vota la missione militare. I deputati tedeschi hanno approvato Il supporto militare che la Germania è chiamata a fornire nella lotta contro i jihadisti dell'Is in Siria. Il Bundestag, la camera bassa, ha votato a grande maggioranza (445 voti a favore, 146 contro e 7 astensioni) il dispiegamento di aerei da ricognizione Tornado, di una fregata e di fino a 1.200 Soldati. Le truppe tedesche non saranno coinvolte in azioni belliche. Il voto giunge dopo un appello in tal senso della Francia sulla scia degli attentati che lo scorso 13 novembre hanno insanguinato Parigi.

 

I gruppi parlamentari conservatore e socialdemocratico, che sostengono l'esecutivo di Angela Merkel e controllano quasi l'80% dei seggi del Bundestag, già avevano indicato l'intenzione di appoggiare la misura. Il Consiglio dei ministri aveva approvato martedì la missione militare, di un anno di durata ma rinnovabile, con un finanziamento di 134 milioni di euro, centrata su riconoscimento, sicurezza e logistica (senza bombardamenti). Il governo tedesco ha ripetuto che l'Is rappresenta "anche secondo una risoluzione delle Nazioni Unite, una minaccia alla pace mondiale e alla sicurezza internazionale" per "il suo violento bagaglio estremista e salafita, le sue azioni terroriste, i gravi attentati persistenti, sistematici e contro i civili, così come il reclutamento e l'addestramento dei combattenti stranieri". La Germania si è impegnata anche a inviare 650 soldati in più in Mali - che si sommeranno ai 200 già dispiegati in loco - e 50 in Iraq, che si uniranno ai 100 che già operano sul territorio.

 

Hollande sulla portaerei, la Francia annuncia operazioni in Libia. Il presidente francese Francois Hollande è arrivato verso le 14.15 a bordo della portaerei Charles de Gaulle che si trova nel mediterraneo orientale per partecipare alle operazioni della coalizione anti Is in Siria e in Iraq. Il capo dello stato, accompagnato dal ministro della Difesa, Jean-Yves le Drian, incontrerà i piloti dei caccia della portaerei. Pronuncerà un discoso a fine pomeriggio sulla nave a bordo della quale si trovano circa 2.000 persone. Hollande assisterà in serata al decollo degli aerei Rafale e super Étendard.

 

Dalla de Gaulle sono decollati voli di ricognizione sulle zone controllate dallo Stato islamico in Libia. Due missioni sono state condotte il 20 e 21 novembre nelle zone di Sirte e Tobruk, ha riferito il documento. Si tratta della prima volta che Parigi rende pubblico di aver condotto operazioni sulle zone in mano allo Stato islamico in Libia. La Francia ha in programma ulteriori missioni "di intelligence, sorveglianza e riconoscimento" sopra il Paese nordafricano.

 

La Francia ha ordinato stock urgenti di munizioni per attaccare l'Isis in Iraq e in Siria. In particolare, secondo quanto si apprende da fonti della Difesa, Parigi ha ordinato alcune centinaia di bombe teleguidate. Dallo scorso settembre, l'aviazione francese ha sganciato nella regione non meno di 680 bombe.

 

Alfano, accordo sulla tracciabilità dei voli. "Abbiamo appena concluso un accordo sulla direttiva Pnr, che si concluderà definitivamente il 15 dicembre". Lo dice il ministro Angelino Alfano. Dopo le misure che il governo intende inserire nel pacchetto sicurezza, il titolare del Viminale è tornato a parlare del controllo dei voli, specificando che i dati saranno "in chiaro" per sei mesi e "resteranno accessibili" anche se criptati per i quattro anni mezzo successivi. L'accordo per la registrazione dei dati dei passeggeri (Pnr), ha specificato Alfano,"riguarda i voli intraeuropei" ed è stato raggiunto "tra governi europei" e "non in base ad un accordo tra istituzioni europee". "E prevede la possibilità per le polizie di avere in chiaro i nomi dei passeggeri, con l'obbligo per le compagnie aeree di tenere archiviati le indicazioni anagrafiche ed una serie di dati molto importanti".

 

Minacce in Gran Bretagna. La propaganda jihadista sul web inonda di

minacce la Gran Bretagna dopo il via libera ai raid in Siria.

"Non prendetevela con l'Islam quando vi colpiremo", affermano i network collegati all'Is e alla galassia jihadista. LR 4

 

 

 

 

 

Francoforte. Seminario e progetto del Comites sui servizi consolari

 

Francoforte. La tematica sui servizi consolari è tutt’ora oggetto di riflessioni sia nell’ambito della Pubblica amministrazione che delle organizzazioni della collettività italiana all’estero.

 

In questo contesto il Comites di Francoforte – informa il presidente Calogero Ferro - ha presentato al Ministero degli Affari Esteri un progetto sui servizi consolari, rivolto a tutte le organizzazioni operanti nella circoscrizione consolare con l’obiettivo di individuare le criticità amministrative nell’erogazione dei servizi con riferimento alle esigenze della collettività, al fine di avviare soluzioni migliorativi sia a beneficio degli utenti che dell’amministrazione, nonché di promuovere e rafforzare la cooperazione futura tra tutti gli operatori interessati.

 

Al riguardo, il Comites invita al seminario sui servizi consolari locali, che si terrà a Francoforte, venerdì 11 dicembre 2015, dalle ore 14:00 alle ore 18:00 presso la sede ENIT, (Barckhausstr. 10). Questo il progetto.                      

 

Progetto sui servizi consolari

Il piano della performance della Farnesina per il triennio 2014-2016 risponde a numerose sfide ed impegni. Innanzitutto il consolidamento della costruzione europea, perseguendo gli obiettivi di una maggiore integrazione, della crescita economica e della solidarietà; cogliendo le nuove opportunità dei mercati globali e fornendo servizi consolari sempre più efficienti a cittadini, imprese e stranieri.

L’azione del MAE dovrà avvenire attraverso l’affermazione dei principi della responsabilità manageriale, del decentramento delle decisioni e dell’innovazione tecnologica, anche alla luce delle crescenti ristrettezze di bilancio, ottimizzando le risorse disponibili.

Le crescenti ristrettezze di bilancio del MAE inducono l’amministrazione e le rappresentanze della comunità all’estero alla ricerca di soluzioni per ottimizzare le risorse umane e finanziarie a disposizione attraverso una riorganizzazione dei servizi consolari ispirata ai principi di economicità, efficacia ed efficienza per il buon andamento dell'azione amministrativa, che impone il minor dispendio di mezzi, con il duplice obiettivo di rendere la sede e i servizi consolari più aderenti alle specifiche esigenze dell’utenza e di avvicinare la comunità italiana, soprattutto le giovani generazioni, all’istituzione consolare e all’italianità all’estero quale cittadinanza attiva, responsabile e solidale per costruire un ponte tra i due paesi.

L’attività consolare seppur caratterizzata dalla volontà di efficienza e correttezza, presenta tutt’ora situazioni di criticità sia per la rigida disciplina dell'afflusso del pubblico attraverso il sistema di prenotazione on-line, sia per le inadeguate modalità di applicazione delle procedure amministrative relative al servizio richiesto.

Se la prenotazione on-line (POL), adeguatamente utilizzata, crea evidenti vantaggi (disciplina regolamentata dell'afflusso del pubblico, certezza da parte dell'utente di esser ricevuto e di ottenere il servizio richiesto, esame preventivo delle domande tale da consentire una più rapida ed efficace evasione), l'applicazione sistematica /obbligatoria del POL ha comportato finora, nelle Sedi che registrano maggiore domanda come quella di Francoforte, inconvenienti e reiterate proteste da parte di coloro che non riescono a prenotare l'appuntamento desiderato per la rapida saturazione del numero di appuntamenti giornalieri disponibili, per la non dimestichezza con tali strumenti o per altri motivi.

Poiché l'utilizzo del POL non può sostituire del tutto la ricezione diretta del pubblico, ma deve configurarsi come un sistema alternativo e supplementare, non rappresenta l’unica soluzione delle criticità nell’erogazione dei servizi consolari. Per questi motivi, risulta fondamentale mantenere aperti gli uffici al pubblico e consentire, soprattutto nei casi di urgenza, un accesso indifferenziato a tutti i servizi consolari anche attraverso uno sportello polifunzionale con personale attinto a turno dai settori più interessati. Questa prima accoglienza consentirebbe la verifica preliminare della documentazione presentata e, se completa, l'immediata resa del servizio.

L’altro punto da far rilevare è la carente applicazione delle norme sulla semplificazione amministrativa (modalità di presentazione delle domande, documentazione da presentare, tempi di trattazione).

La complessa fase normativa della semplificazione della procedura e della documentazione amministrativa ha abrogato tutte le disposizioni di legge, con essa incompatibile. Il sistema delle recenti norme ha profondamente innovato la materia, con l’obiettivo di agevolare la presentazione della domanda anche via fax o per posta elettronica, di ridurre al minimo il numero delle certificazioni dando il massimo impulso all’autocertificazione e di stabilire i tempi della trattazione delle pratiche.

Il MAECI, a fronte delle innovazioni legislative sulla semplificazione amministrativa, ha tempestivamente informato e sostenuto la rete diplomatico-consolare con dettagliate istruzioni. Nella razionalizzazione del servizio consolare, lo snellimento amministrativo ha carattere di massima priorità. Infatti, oltre agli evidenti vantaggi per i cittadini, le innovazioni realizzate facilitano il lavoro degli Uffici.

Ora, tali criticità, che talvolta si traducono in disservizi, non favoriscono il coinvolgimento della collettività italiana verso l’istituzione diplomatica-consolare, tantomeno la rende partecipe al processo amministrativo. Al contrario, i disagi che ne scaturiscono allontanano i cittadini dall’istituzione e ne mortificano il rapporto con l’Italia.

Questa situazione, con alternanze temporali e gestionali, è un elemento storico dell’emigrazione italiana che coinvolge tutta la collettività di vecchia e di nuova generazione.

Il progetto sui servizi consolari s’inserisce in questo contesto ed è articolato in due fasi. La prima fase consiste nello svolgimento di un seminario, aperto a tutte le istituzioni e le organizzazioni italiane operanti nella circoscrizione consolare (Consolato, Comites, associazioni, sindacati, patronati, MCI, enti gestori, mezzi dell’informazione, personalità dell’emigrazione, corrispondenti consolari, etc.) finalizzato allo studio, all’individuazione delle attuali esigenze della collettività e alle soluzioni da affrontare unitariamente con tutti i protagonisti coinvolti.

La seconda fase consiste nella pubblicazione di una breve guida ai servizi consolari di agevole lettura da diffondere ai connazionali attraverso le organizzazioni di riferimento e una guida più dettagliata per gli operatori interessati. La guida consolare, a sua volta, si inserisce nel più vasto contesto dell’attività di comunicazione e relazione con il pubblico che il Ministero degli Affari Esteri e le rappresentanze diplomatiche-consolari, per rispondere alle esigenze di semplificazione delle procedure amministrative poste dalla più recente normativa in materia, stanno realizzando attraverso un più efficace utilizzo delle tecnologie informatiche.

L’emigrazione italiana di massa si è esaurita a metà degli anni ’70 e quella di oggi è professionalmente e culturalmente ben diversa. Gli italiani all’estero sono cambiati e sono cambiate le loro esigenze. È quindi necessario che anche le politiche adottate nei loro confronti si adeguino, tenendo conto dell’evoluzione della nostra società, della sua crescente internazionalizzazione e modernizzazione. Oggi non si parla più di emigranti, ma di persone che decidono di trasferirsi all’estero non esclusivamente per bisogno ma anche per interessi diversi o per esigenze professionali e culturali. Le nostre collettività sono spesso ben integrate nel Paese di accoglienza, che in moltissimi casi forniscono loro ottimi servizi e risultano composte da persone che hanno accesso alle informazioni attraverso internet, ma che d’altra parte, hanno difficoltà per ragioni di lavoro o di distanza a recarsi in Consolato.

In questo quadro, il progetto intende promuovere una più intensa collaborazione tra Consolato, Comites e tutte le organizzazioni operanti nel mondo dell’emigrazione potenziando l’informazione necessaria sui servizi consolari, nonché sostenendo la fruizione dei servizi per posta ordinaria e per via telematica che consentano di facilitare il rapporto con le strutture consolari senza necessariamente ricorrere alla presenza fisica dell’utente, dando loro un servizio consolare all’altezza dei tempi e delle norme legislative in vigore.

A queste dovrebbero affiancarsi anche altre misure che migliorino l’accesso agli uffici consolari, che continuano a restare un insostituibile punto di riferimento per i connazionali all’estero e azioni informative che riguardano i rapporti tra i cittadini italiani all’estero e gli uffici pubblici in Italia, in cui si manifestano maggiori difficoltà e resistenze allo snellimento del processo amministrativo. de.it.press

 

 

 

 

 Il Progetto Artemisia a Berlino: una rete italiana in Germania a sostegno delle famiglie con bambini disabili

 

Qualche giorno dopo la nascita della sua primogenita, Amelia sentì chiedersi se intendesse portare a casa con sé la neonata, oppure lasciarla in ospedale: la piccola Lia era una persona Down. Lo sconcerto di Amelia di fronte alla crudezza di questa domanda fu l’inizio di un’educazione vissuta come sfida: una sfida ai pregiudizi comuni, a istituzioni che spesso sembravano ostacolare più che aiutare, a un modo di intendere la disabilità, da parte della società tedesca, al quale il pensiero dell’inclusione è stato a lungo estraneo.

Ai suggerimenti di tornare con la bambina in Italia, Amelia ha risposto con la caparbia intenzione di restare. A distanza di oltre 25 anni, il suo lavoro a fianco di Lia ha conseguito risultati importanti. Ne fa parte anche la volontà, da parte d Amelia, di dare vita ad Artemisia, un progetto che si propone di far rete tra i genitori con radici culturali italiane che crescono in Germania bambini e giovani disabili.

Iniziative pubbliche e private di sostegno in realtà non mancano; quale sia però il valore aggiunto di un progetto in cui la specificità culturale italiana assume un ruolo importante ce lo spiega Amelia, che il 7 dicembre 2015 sarà ospite del gruppo italiano di ANE per presentare per la prima volta Artemisia alla comunità berlinese di lingua italiana. Accanto a lei interverrà l’associazione Rete Donne Berlino, che ne sostiene attivamente l’impegno.

Per conoscere più da vicino il progetto: https://artemisiaprojekt.wordpress.com/

Quindi lunedì 7 dicembre 2015, alle ore 19.00, presso l’ANE- Arbeitskreis Neue Erziehung, Hasenheide 54, 10967 Berlin, secondo cortile, secondo piano a sinistra. Si arriva con la U 7, Südstern. L’incontro è in italiano. Il Comites di Berlino invita ad una grande partecipazione. De.it.press 2

 

 

 

 

La Bassa Sassonia istituisce la “Conferenza per l’integrazione”. Prima seduta il 7 gennaio

 

Oggi, 2 dicembre, la consulta per l’integrazione della Bassa sassonia si è riunita per l’ultima volta.

Nella sala delle riunioni del Landesmuseum, alle ore 16,00, si è riunita la Consulta per l’integrazione  in una riunione straordinaria convocata dal Presidente dei Ministri Stephan Weil.

Dopo i saluti di rito, il Presidente ha comunicato l’intenzione della Regione di sciogliere  la Consulta e di chiamare in vita la “Conferenza per l’integrazione” nella quale confluiranno  tutti i consultori.

Come motivazione ha addotto la nuova situazione che si è venuta a creare con tutti i nuovi asilanti arrivati in Bassa Sassonia  ed a cui il Governo regionale vuole dare risposte appropriate per poterli meglio integrare.

Oltre ai temi cari alla Consulta su cui due gruppi stavano lavorando ed a cui anche Giuseppe Scigliano, presidente del comites di Hannover prendeva parte ( 1. Integrazione attraverso la partecipazione sociale, 2. Leggi per l’ immigrazione -  Einwanderungsgesetz) verranno trattati anche altri temi tra cui  integrazione nel mondo del lavoro, mercato del lavoro, corsi di lingua, riconoscimento delle qualifiche professionali, il mercato delle abitazioni etc.

La prima seduta sarà il 7 di gennaio.  Giuseppe Scigliano

 

 

 

 

 

A Colonia l'incontro “Emigrazione 2.0. Da Gastarbeitern a Brain-Drain”

 

Il 15 dicembre l'evento finale della manifestazione dedicata ai 60 anni di presenza italiana in Germania, dalla firma del trattato bilaterale italo-tedesco per il reclutamento di manodopera italiana

 

Colonia – Si svolgerà martedì 15 dicembre alle ore 19 presso il Domforum di Colonia l'incontro “Emigrazione 2.0. Da Gastarbeitern a Brain-Drain”, evento finale della manifestazione dedicata ai 60 anni di presenza italiana in Germania, dalla firma del trattato bilaterale italo-tedesco per il reclutamento e il collocamento di manodopera italiana nell'allora Repubblica federale tedesca.

Il confronto analizzerà il passaggio dal fenomeno dei lavoratori ospiti – gli emigranti italiani concepiti come “di passaggio”, a colmare per un lasso di tempo che si credeva determinato o stagionale la carenza di manodopera in alcuni settori dell'economia tedesca – sino alle caratteristiche attuali del flussi di oggi, costituiti anche da tanti giovani qualificati.

Interverranno Thorsten Klute, sottosegretario di Stato per l'integrazione del Land Nord Reno Vestfalia, Giuseppe Sortino delle Acli, Silvio Vallecoccia, presidente del Comites di Colonia, Rita Marcon, presidente delle Società di unione culturale Italia e Germania (Vereinigung Deutsch-Italienischer Kultur-Gesellschaften, Vdig), Chiara Leonardi, presidente dell'associazione “Italia Altrove” di Düsseldorf, Giovanna La Caprara, educatrice, da poco emigrata in Germania, Filippo Bonin, giurista, anch'egli da poco giunto in Germania, Maria Cristina Polidori, direttrice alla Klinische Altersforschung dell'Università di Colonia.

A moderare l'incontro Claudia D’Avino di Radio Colonia, trasmissione radiofonica memoria “storica” della comunità italiana in Germania. Seguirà l'accompagnamento musicale a cura di Alessandro Palmitessa (sassofono, clarinetto e musica elettronica).

L'iniziativa è coordinata da Luciana Mella di Radio Colonia, Renzo Brizzi di MediaClub Germania e Rita Marcon (Vdig). dip

 

 

 

 

Stoccarda. "Rete Donne: voce forte e fonte importante per conoscere le esigenze delle donne all’estero"

 

“È la voce più importante delle donne italiane in Germania. E`prezioso come ormai da anni stia portando avanti le istanze e le questioni femminili della nostra comunità”. L’on. Laura Garavini (PD) commenta così il lavoro di Rete Donne in Germania dopo aver partecipato all’Assemblea nazionale a Stoccarda. “Anche questo incontro – dice la Garavini – è stata una preziosa occasione per consolidare collaborazioni e amicizie tra professioniste e talenti femminili italiani in Germania”. Al centro dell’incontro questa volta c’erano i diritti delle donne in caso di separazione all'interno di matrimoni binazionali, nel caso di residenza all'estero.

 

Nel suo intervento Laura Garavini ha sottolineato come Rete Donne continui ad essere una fonte importante per conoscere le esigenze concrete delle donne residenti all’estero. Alcuni degli impulsi venuti da questa Rete sono stati integrati anche nel lavoro parlamentare della stessa deputata PD. Laura Garavini a Stoccarda ha nominato per esempio la sua iniziativa legislativa inerente il diritto al doppio cognome per i figli, iniziativa nata proprio dalla segnalazione di una componente di Rete Donne.

 

“L’incontro annuale di Rete Donne è per me anche una buona occasione per tirare un primo bilancio sulle politiche femminili dell'attuale Governo – un bilancio che si presenta in modo positivo. Abbiamo approvato leggi importanti contro il femmicidio e contro lo stalking. Tutte e due stanno determinando già dei primi effetti positivi. I maltrattamenti delle donne in famiglia nel corso di quest’anno sono diminuiti del 16,5 %, i casi di stalking del 21,3 %. Anche i casi di violenza sessuale sono diminuiti del 14,4 %. Sono la dimostrazione che certe iniziative legislative hanno un riscontro importante nella realtà”, sottolinea la Garavini. Molto importante secondo la deputata PD è anche la cancellazione delle dimissioni in bianco “che erano una vergogna per un Paese moderno e un brutto ostacolo per il lavoro delle donne”.

 

"La politica moderna per le donne – dice la Garavini – continuerà anche con la Legge di stabilità 2016 nella quale è previsto il rinnovo del bonus bebé che prolunga il sostegno mensile di 960€ per tre anni per quelle donne in difficoltà economica che partoriscono un bambino: “Un aiuto importante per permettere a più donne di coniugare lavoro e famiglia e per non costringerle a lasciare il lavoro a causa dei figli”. De.it.press 2

 

 

 

 

I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia

 

VW, gigante malato (03.12.15) - Vacanze forzate, meno bonus, ordinazioni in calo. Sono le prime ripercussioni del Dieselgate sulla Volkswagen. Da Wolfsburg il sindacato promette: "i contratti non si toccano".

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/vw-wolfsburg-dieselgate-skandal-100.html

 

Mr. filantropia (03.12.15).Mark Zuckerberg, noto anche come Mr. Facebook, ha deciso di donare, nel corso della sua vita, il 99% delle sue azioni in beneficenza.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/zuckerberg-spende-facebook-100.html

 

Adua (03.12.15)

La storia di Adua, donna somala cresciuta a Roma, e della sua famiglia. Lo scontro tra emigrazione passata e presente nell'ultimo romanzo di Igiaba Scego.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/pagine_scelte/adua-buch-100.html

 

Caffè col bancomat (02.12.15). Un emendamento parlamentare vuole eliminare in Italia la soglia di 30 euro per l'utilizzo della moneta elettronica.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/caffe-bancomat-100.html

 

Emergenza infinita (02.12.15). Il presidente afghano Ashraf Ghani, oggi a Berlino, è stato eletto nel 2014, ma il Paese ancora non riparte e l'operazione militare di Usa, Italia e Germania continua.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/lage-afghanistan-100.html

 

Dietro le quinte di Radio Colonia (02.12.15). La rubrica Al lavoro saluta gli ascoltatori mostrando come nasce la trasmissione e il lavoro di redattori, conduttori e reporter.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/al_lavoro/radio-koeln-100.html

 

Expo toglie le tende (01.12.15). Finita l'esposizione universale a Milano, ora si passa allo smantellamento. Ma come stanno andando i lavori? E quale sarà il futuro di Expo? Siamo entrati nell'area e abbiamo dato uno sguardo.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/expo-italien-100.html

 

Siamo fratelli (01.12.15)

È il messaggio di Papa Francesco rivolto a cristiani e musulmani al termine del suo viaggio in Africa. "No alla violenza in nome di Dio"

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/papst-afrika-100.html

 

Tra Sardegna e Ruhrgebiet (01.12.15)

Due regioni e un destino comune, giocato tra miniere di carbone e una profonda crisi economica. E segnato dalla presenza di moltissimi sardi arrivati nel Bacino alla metà degli anni '50. Da Iglesias e Carbonia a Oberhausen.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/sardinien-verein-100.html

 

Giulietta degli spiriti (01.12.15). Cinquant'anni fa usciva in Italia uno dei film che meglio rappresentano il mondo incantato di Federico Fellini.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/terramia/giulietta-spiriti-100.html

 

Triste primato (30.11.15). L'Italia è il paese europeo con il maggior numero di morti premature per inquinamento atmosferico. Lo rivela un rapporto dell'Agenzia europea dell'ambiente.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/luft-verschmutzung-100.html

 

La macchina delle onde (30.11.15). È la straordinaria invenzione di Michele Grassi che produce energia attraverso i flutti del mare. Al via un progetto pilota in Toscana che potrebbe rivoluzionare la produzione di energia.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/meer-wellen-klima-100.html

 

A scuola di imam (27.11.15)

La formazione negli atenei dei Paesi europei è una delle vie proposte per evitare il finanziamento da parte di paesi che possono favorire imam estremisti. Un tema di grande attualità dopo gli attacchi terroristici di Parigi.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/gegen-terrorismus-imamausbildung-100.html

 

Suburra o Capitale? (27.11.15)

Roma a pochi giorni dal Giubileo è ormai una città in ginocchio, senza sindaco e subissata dagli scandali. Ne parliamo con lo scrittore Carlo Bonini

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/rom-stadt-krise-100.html

 

I due di TeleVideoItalia (27.12.15). Tutto è iniziato nel salotto di Francesca Mulé e Francesco Galeano, gli inventori di TeleVideoItalia, una Web TV che riscuote molto successo tra gli Italiani in Germania.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/largo_ai_giovani/televideoitalia-100.html

 

Eventi, incontri, spettacoli. In onda ogni lunedì e venerdì fra le 19 e le 20

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalenderfreitag100.html

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalendermontag100.html

 

Galleria fotografica: L'Aquila oggi

Come procede la ricostruzione all'Aquila? Le foto di Roberto Manzi mostrano come ci sia ancora molto da fare, a più di sei anni dal terremoto del 6 aprile 2009.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/gallerie_fotografiche/aquila-erdbeben-fotografie-100.html

 

Bombe italiane in Yemen (26.11.15). Bombe di fabbricazione italiana piovono in Yemen causando molte vittime tra i civili. È la denuncia di un deputato sardo del gruppo Unidos al parlamento italiano.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/waffenlieferung-106.html

 

Il processo a Nuzzi e Fittipaldi (26.11.15). Si è aperto il processo del Vaticano contro i due giornalisti che nei loro nuovi hanno diffuso documenti riservati della Santa Sede. La vicenda è nota come Vatileaks 2.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/vatileaks-100.html

 

Tuttofare di lusso (26.11.15)

Raffaele Sorrentino, per anni capo concierge al famoso Hotel Adlon di Berlino, è stato premiato per ben tre volte come migliore concierge del mondo.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/a_tu_per_tu/raffaele-sorrentino-100.html

 

Il Muro di Frontex (25.11.15). L'Agenzia per il controllo delle frontiere ha aperto a Catania una nuova sede da dove monitora le operazioni militari e d’intelligence, inasprite ulteriormente per l'allarme terrorismo.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/frontex-catania-100.html

 

Pedoni pericolosi (25.11.15)

Uno studio Ford sulla sicurezza stradale punta il dito contro i pedoni distratti dal proprio telefonino. Ma anche gli autisti non sono da meno.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/a_tu_per_tu/alessio-franco-100.html

 

Tutto è relativo (25.11.15). 100 candeline per la teoria della relatività di Albert Einstein che ha sancito la nascita della scienza contemporanea.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/relativitaetstheorie-106.html

 

Guerra nei cieli (24.11.15). La guerra in Siria ha superato la soglia critica: per la prima volta due delle potenze straniere coinvolte nel conflitto, Turchia e Russia, si sono scontrate direttamente.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/tuerkei-russland-syrien-100.html

 

Contro la jihad digitale (24.11.15). Il collettivo di hacker Anonymous sta bloccando gli account con cui lo Stato Islamico fa propaganda, ma potrebbe mettere i bastoni tra le ruote ai servizi segreti.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/anonymous-isis-100.html

 

Tra due culture (24.11.15). „Il viaggio a Parigi/Die Reise nach Paris“ è il titolo dell'ultimo libro di Chiara De Manzini Himmrich, scrittrice e ricercatrice di Düsseldorf. Un omaggio al mondo dell'emigrazione.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/manzin-himmrich-100.html

 

Piero Ciampi (24.11.15)

Sono passati trentacinque anni dalla scomparsa del cantautore livornese, che tanto ha fatto parlare la critica ma che pochi ancora oggi conoscono.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/terramia/piero-ciampi-100.html

 

Chiuso per terrorismo (23.11.15). Ancora in allerta massima: metro e scuole chiuse lunedì a Bruxelles. Il premier belga

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/bruessel-114.html

 

La gemella di Saint-Denis (23.11.15). Sesto San Giovanni, alla periferia di Milano, è da decenni gemellata con la cittadina di Saint Denis, punto di partenza delle stragi di Parigi dello scorso 13 novembre.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/sesto-san-giovanni-100.html

 

Pericolo islamofobia (20.11.15). Dopo gli attentati di Parigi, si registrano episodi di aggressioni e scritte sui muri contro i musulmani. In Francia, ma non solo. Ne parliamo con un esponente di spicco della comunità islamica in Italia.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/islamfeindlichkeit-nach-anschlag-paris-102.html

 

Dieci anni di "Mutti" (20.11.15). Il 22 novembre Angela Merkel taglia il traguardo dei dieci anni di cancellierato. Cosa rimarrà nei libri di storia della sua politica? Ne parliamo con il giornalista Michael Braun.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/angela-merkel-michael-braun-100.html

 

Macellare è un'arte (20.11.15)

Dario Cecchini è macellaio di ottava generazione in Toscana. La sua è un'arte perduta che sottolinea il rispetto per gli animali, dice in questi giorni a Berlino.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/dario-cecchini-star-metzger-hipster-100.html

 

Eventi, incontri, spettacoli - In onda ogni lunedì e venerdì fra le 19 e le 20

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalenderfreitag100.html

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalendermontag100.html   RC/De.itpress

 

 

 

 

 

A Berlino un incontro sulla cultura italiana in città

 

Il Comites di Berlino invita ad un incontro per riflettere insieme su idee e proposte per sostenere e migliorare la percezione e la sperimentazione dell’arte e della cultura italiana in città.

L’incontro avrà luogo il 10 dicembre 2015, alle ore 18.30 presso il Werkstatt der Kulturen (Wissmannstraße 32, 12049 Berlin).

Diffondere e condividere cultura. A Berlino si crea, si parla di cultura, si vive l’arte. Come si diventa parte di quell’intricata trama di domande e offerte,

di desideri e bisogni di creatività artistica in una delle più frizzanti

atmosfere culturali d’Europa?

Molti tra coloro da poco arrivati in città, ma anche tra i navigati italoberliner delle origini, hanno trovato nel fare rete una valida alternativa

per progettare e dar vita a nuove iniziative: attraverso la loro

esperienza e le loro storie proviamo a trarre ispirazione e a considerare

assieme quali sono le necessità e le aspettative che muovono gli animi

dei creativi e dei cultori italiani delle varie espressioni artistiche.

A seguire dibattito pubblico con tutti i partecipanti.

Com.It.Es. Berlin, info@comites-berlin.de, www.comites-berlin.de

 

 

 

 

Tenuto a Stoccarda un Convegno del Comites  sull’intervento scolastico-culturale nel Baden-Württemberg e sul Progetto Pilota

 

Stoccarda. Sabato 21 novembre si è tenuto presso la IHK di Stoccarda l’annuale convegno organizzato dal Comites di Stoccarda “Sull’intervento scolastico-culturale nel Baden - Württemberg e sul Progetto Pilota”.

Sono intervenuti: il Consigliere Antonino La Piana e la D. S. Marina Lenza in rappresentanza del MAECI; il Primo Consigliere dall’Ambasciata Italiana in Berlino Massimo Darchini; il Console Generale di Stoccarda Daniele Perico; il Consigliere del Cgie della Svizzera Michele Schiavone; il D. S. di Berlino Giosuè Piscopo; il D. S. di Francoforte Mario Berardino; il D. S. di Stoccarda Massimo Mongero; il Responsabile del Co.As.Sc.It di Friburgo Michele Cristalli; il Responsabile dello IAL-CISL di Stoccarda, nonché neo eletto Consigliere al CGIE, Tony Màzzaro.

Hanno partecipato: la D. S. di Charleroi Maria Manganaro; la Prof.ssa Luciana Stortoni da Colonia; il Responsabile del Co.As.Sc.It di Saarbrucken Rolando Pettinari; la Responsabile dell’As.Sc.It di Norimberga Lucia Tochini; gli insegnanti MAECI; gli insegnanti degli Enti gestori dei Corsi di Lingua e Cultura del B-W; le otto neo-laureate impegnante nel Progetto Pilota-Germania. Ha coordinato i lavori il Presidente del Comites Tommaso Conte.

Erano presenti circa novanta persone.

La legge 135/12 ha avviato una riduzione graduale del contingente del personale docente, amministrativo e dirigenziale nominato dal MAECI, operante nelle istituzioni scolastiche all’estero e nelle Università straniere fino al raggiungimento di 624 unità. Sono stati tagliati in tre anni, a livello mondiale, 400 posti e in particolare la revisione del contingente ha colpito la Germania, in quanto solo nell’anno scolastico 2015-16 ha subito un ridimensionamento di 23 posti, di cui 16 nel Land Baden Wurttemberg.

Abbiamo condiviso le ragioni normative in materia di revisione e contenimento della spesa pubblica, che hanno determinato i tagli appena citati, esprimiamo però forti dubbi su come tali misure siano state attuate, tant’è che rischiano di mettere in grave crisi il funzionamento dell’intera rete scolastica e culturale italiana in Germania.

Per quanto riguarda gli Enti gestori,la riduzione dei contributi, a valere sul capitolo 3153, già Iniziata ancora prima della legge 135/12, è in questi numeri: nel 2008 € 5.405.000, nel 20l5 € 2.635.000, pur avendo subito una drastica riduzione del personale scolastico statale. È vero, gli ultimi 2 anni hanno visto un aumento dei contributi, ma è poca cosa rispetto ai tagli.

Tale incremento ha permesso agli Enti di ammortizzare solo in parte i tagli effettuati, le risorse  attuali loro assegnate non sono sufficienti a soddisfare la richiesta educativa e formativa di una comunità italiana in costante aumento, per via dei continui arrivi di connazionali in conseguenza della grave crisi economica che ha colpito l’Italia negli ultimi anni.

Infatti, si calcola che dal 2013 al 2015 l’aumento degli alunni italiani nei Corsi di Lingua e Cultura sia stato di 1142 unità.

L’offerta formativa nelle scuole e nei Corsi di lingua italiana, che rappresenta un punto di riferimento per la comunità italiana in Germania e un veicolo per la diffusione dell’italiano presso la popolazione tedesca, è diminuita ed è in una grave situazione di disagio.

L’insegnamento dell’italiano non rientra solo in questioni di mantenimento della lingua di origine per le nostre comunità all’estero, ma si inserisce nella prospettiva di sviluppo soprattutto in termini economici, per l’industria culturale, per il turismo e per il commercio.

Attraverso la lingua si diffondono un’immagine dell’Italia, un sistema di valori, un sistema di vita, prodotti commerciali e culturali, in altre parole la nostra cultura nella sua accezione antropologica, che consente forti rientri in termini di turismo, accordi commerciali e finanziari nel medio - lungo termine.

L’interesse verso l’italiano è forte in Germania, come mostra il numero di alunni che frequentano le scuole bilingue, che scelgono l’italiano come lingua straniera nelle scuole locali o seguono i Corsi di lingua e cultura italiana, tagliare oggi, l’offerta di insegnamento della lingua italiana, significa avere un mercato in forte decrescita nei prossimi decenni.

Inoltre, sempre più pressante è la necessità di integrazione degli alunni italiani di recente immigrazione in Germania, ai quali si rivolgono i corsi di sostegno e di lingua tedesca, offerti dagli Enti gestori, che permettono di migliorare la loro competenza linguistica e conseguentemente i propri risultati scolastici, in assenza di misure di accoglienza e sostegno sufficienti da parte delle autorità locali.

Il Progetto Pilota, nato nel 20l4 da un accordo di collaborazione tra l’Università per Stranieri di Siena l’Università per Stranieri di Perugia, Roma Tre ed il MAECI, ha coinvolto in Germania i seguenti Enti gestori: 1. IALCISL Stoccarda, 2. IAL-CISL Monaco, 3. IALCISL Francoforte, 4. IAL-CFL Amburgo, 5. VESTFALIA Dortmund, 6. AS.SC.IT. Norimberga, 7. Co.As.Sc.It Friburgo. 8. Co.As.Sc.It Saarbrucken.

Al fine di rendere attuabile il progetto nella realtà scolastica tedesca, e così meglio raggiungere gli scopi che il MAECI ha individuato promuovendo il progetto, la sua attuazione si è articolata in diverse fasi.

Durante la prima, gli Enti gestori hanno fornito ai docenti in servizio nei corsi informazioni sul Progetto Pilota. I docenti hanno comunicato gli obiettivi e le fasi del progetto sia ai genitori che ai dirigenti delle scuole tedesche presso cui hanno luogo i corsi.

La seconda si è articolata in due momenti, nel primo dei quali i neolaureati hanno visitato la maggior parte dei corsi per potere definire gli ambiti di intervento e il programma delle attività da mettere in atto, mentre nel secondo i neolaureati hanno realizzato le attività programmate.

Nella terza sono stati effettuati dei monitoraggi delle attività svolte e sono stati programmati gli interventi correttivi, realizzati successivamente.  

Nella quarta, avvenuta proprio a Stoccarda, c’è stata la presentazione dei risultati. Gli Enti coinvolti hanno prestato la massima collaborazione per il buon esito del Progetto, assistendo i neolaureati in tutte le fasi di realizzazione delle attività previste, mentre i Dirigenti scolastici hanno mantenuto uno stretto contatto con gli Enti stessi e con i neolaureati, svolgendo una funzione di coordinamento.

Le neolaureate sono state impegnate per 18 ore settimanali sia in attività di docenza che di codocenza nelle classi; hanno partecipato agli incontri collegiali previsti dagli Enti e dai Dirigenti scolastici, elaborando materiale didattico e svolgendo attività di progettazione.

In sinergia con i Dirigenti scolastici, con i docenti assunti in loco e con i responsabili degli Enti gestori,le neolaureate hanno sviluppato percorsi di condivisione, di scambio di esperienze e di conoscenze con i docenti locali per l’elaborazione di buone pratiche didattiche.

Tutti gli attori coinvolti, presenti all’incontro del 2l novembre a Stoccarda, hanno espresso parere favorevole alla prosecuzione del Progetto anche per il 2016, sostenendo che il Progetto si è rivelato globalmente una positiva iniziativa, volta ad aggiornare le metodologie didattiche adottate nei corsi ed a stimolare buone pratiche.

Dalle relazioni delle neo-laureate risulta che il progetto ha dato risultati soddisfacenti, in quanto, grazie alla collaborazione degli insegnanti assunti dagli Enti e dai docenti di ruolo MAECI, è stato possibile fornire un quadro generale che pone le basi per interventi migliorativi nell’interesse di una didattica aggiornata ed efficace. 

Tommaso Conte, presidente Comites

 

 

 

 

 

A Colonia la mostra “Agrippina - Kaiserin aus Köln”

 

Colonia - In vista delle ormai prossime festività natalizie, il Consolato Generale d’Italia a Colonia comunica che il prossimo 18 dicembre, dalle ore 17.00 alle ore 19.00, tutti i connazionali potranno visitare gratuitamente la mostra “Agrippina - Kaiserin aus Köln” e il Museo romano-germanico di Colonia (Roncalliplatz 4, 50667 Köln).

Occorrerà solamente mostrare un documento d’identità che dimostri la cittadinanza italiana.

L’esposizione, organizzata dal Museo romano-germanico insieme al Consolato Generale e all’Istituto Italiano di Cultura di Colonia, propone opere scultoree, grafiche e cinematografiche provenienti da collezioni e archivi di diversi Paesi europei.

Protagonista della mostra è la grande statua romana di Agrippina in veste di Orante, normalmente custodita presso i Musei Capitolini di Roma (il corpo) e la Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen (la testa). Le due parti sono state riunite a Colonia per celebrare i 2.000 anni della nascita dell’Imperatrice, considerata la “madrina” della città: Agrippina, infatti, non solo vi nacque il 15 d.C., ma le fece anche conferire lo status di colonia romana, contribuendo con ciò a trasformarla in uno dei principali centri urbani della storia europea.

“La mostra – sottolineano da Colonia – ci ricorda una volta di più quanto antica e importante sia stata e continui ad essere la presenza latina prima ed italiana poi in questa parte della Germania. Ad ulteriore testimonianza dei profondi legami che uniscono il nostro continente, legami che la statua di Agrippina, ricomposta al centro dell’Europa, vuole oggi simboleggiare”. (dip) 

 

 

 

 

 

A Firenze il Forum economico italo-tedesco “Eccellenze e formazione per un’Europa più giovane e competitiva”

 

La terza edizione del Forum, organizzata dalla Camera di commercio italiana per la Germania (ItKam) e da quella di Firenze, è dedicata al modello duale scuola-lavoro, alternanza che la legge sulla Buona Scuola prevede di replicare anche nel nostro Paese.

 

FIRENZE – Dedicata al modello tedesco di formazione duale scuola-lavoro la terza edizione del Forum economico italo-tedesco in programma oggi in Palazzo Vecchio a Firenze, iniziativa intitolata “Eccellenze e formazione per un’Europa più giovane e competitiva” e organizzata dalla Camera di commercio italiana per la Germania (ItKam) e da quella di Firenze.

All'incontro, che si pone quale obiettivo la riflessione su come proporre le best practices dell'alternanza scuola-lavoro in Italia, partecipa il ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, Stefania Giannini. Tale alternanza è infatti prevista quale strumento didattico obbligatorio dalla Legge sulla “Buona Scuola” recentemente approvata dal Parlamento.

Quattro i panel di discussione in cui si articola la giornata, tutti con traduzione simultanea in italiano e tedesco e che è possibile seguire anche in live streaming sui siti di Camera di commercio di Firenze, PromoFirenze e ItKam.

Partecipano l’ambasciatore tedesco in Italia Susanne M. Wasum-Rainer, il presidente di Unioncamere Ivanhoe Lo Bello, il presidente di ItKam Emanuele Gatti, il presidente della Camera di commercio di Firenze Leonardo Bassilichi, il sindaco di Firenze Dario Nardella, il sottosegretario all’Istruzione Gabriele Toccafondi, l’assessore regionale alla formazione Cristina Grieco, il vicesindaco di Firenze Cristina Giachi, il rettore dell’Università di Firenze Luigi Dei. Previsti anche interventi di rappresentanti di scuole e aziende dove il sistema duale è una realtà consolidata, esponenti del mondo imprenditoriale e sindacale. Viene inoltre illustrata la sperimentazione della formazione duale già avviata in alcune scuole di Firenze. Il Ministro Giannini interviene alla tavola rotonda di chiusura dedicata la tema "Il punto di vista del Governo e del sistema camerale italiano". (Inform 3)

 

 

 

 

Berlino. Il pane di Alfredo

 

Berlino - «La cultura di un Paese passa anche per il proprio pane. È per questo che io, laureato in Storia a Milano, ho deciso di aprire qui a Berlino un panificio. Più che una ragione commerciale, dietro c’è l’ambizione di esportare una delle eccellenze della nostra, troppo spesso bistrattata, Italia». Alfredo Sironi, 34 anni di Capiago Intimiano (Como), nel 2013 ha avuto un’idea che all’epoca poteva sembrare un azzardo, ma che si è rivelata geniale: produrre e vendere pane italiano in Germania, un Paese che, almeno in questo ambito, già vanta una tradizione fortissima.

«Il nostro pane è diverso, si conserva più a lungo ed è sempre buono. Ho pensato che valesse la pena provarci puntando sulla presenza di tanti connazionali a Berlino. Non ho improvvisato. Sono cresciuto in cucina: i miei genitori avevano due ristoranti a Capiago Intimiano e a Montorfano (Como)». È così che è nato «Sironi - Il Pane di Milano. Panificazione italiana a vista, solo ingredienti di alta qualità». «Tutti i prodotti e le materie prime sono italiane. Solo il burro, l’uvetta passa e il latte sono tedeschi». Trovare un locale adatto non è stato semplice, ma Alfredo ha preferito rischiare. Invece di affittare un posto già avviato, ha puntato tutto su un nuovo mercato al coperto, a Kreuzberg, uno dei quartieri più vivaci e multiculturali della città. «È stata una scelta vincente. Nel giro di pochi mesi il luogo è diventato un punto di ritrovo per chi ama lo street food. Siamo stati recensiti da «New York Times» e «Tagesspiegel» e citati in tutti i libri-guida sulla città. Dal pane casereccio alla pizza al taglio passando per la focaccia e la farinata di ceci: ormai tra la nostra clientela abbiamo più tedeschi che italiani».

Dura abituarsi alla vita in Germania? «Più di quanto dicano i media. Quando sono arrivato non conoscevo una parola di tedesco. Per un anno sono andato a scuola ogni mattina, mantenendomi con lavoretti nella ristorazione la sera. Berlino, però, è un caso a parte: si respira un’atmosfera cosmopolita, aperta e ricca di stimoli culturali». Facile aprirvi un’attività? «A parte la lingua, sì. La Camera di commercio è sempre a disposizione. Ogni nuova attività rappresenta un’opportunità di ricchezza per tutti, sia per la comunità che, nel medio-lungo periodo, per le casse dello Stato. Ti vengono dati tempo e fiducia per mettere tutto a norma e cominciare presto a guadagnare e rientrare con le spese». Immagina di vivere per sempre a Berlino? «Sono una persona curiosa. In Germania sono venuto per mettermi alla prova. Qui si vive benissimo. Sono sicuro che sia il posto giusto per crescere mio figlio Ettore nato lo scorso settembre, ma non è detto che sia così per sempre. Vedremo giorno per giorno, penso che ovunque ci siano delle opportunità, a Milano come a Londra e New York. Non credo al paradiso o alla fuga dei cervelli. L’Eldorado va trovato, prima, nella propria testa».

Andrea D’Addio, Il Messaggero di sant’Antonio, edizione per l’estero

 

 

 

 

“Mutti. Angela Merkel spiegata agli italiani“

 

Michael Braun è un noto politologo e giornalista tedesco che vive a Roma, dove è corrispondente del quotidiano berlinese “Die Tageszeitung”, scrive per il settimanale italiano “Internazionale”, collabora con la radio pubblica tedesca e rappresenta la Friedrich-Ebert-Stiftung in Italia. Con il suo nuovo libro ("Mutti. Angela Merkel spiegata agli italiani". Casa editrice Laterza, in libreria dal 5 novembre), Michael Braun si è dato un compito decisamente non semplice: spiegare ad un popolo, quello italiano, un altro popolo, quello tedesco, che ammette e sostiene un fenomeno unico nel suo genere: la nascita - per così dire dall’ombra - di una personalità politica polimorfe e costantemente attuale, che riesce a portare una nazione che cerca una nuova identità alla guida dell’Europa.

Nell’autunno del 1989 il regime della DDR è agli sgoccioli e scendono in strada i gruppi di opposizione, forti di decine di migliaia di dimostranti – beh, in quel momento cruciale per il destino delle due Germanie Angela Merkel non esiste ancora – almeno politicamente. Lei non c’è quando un milione di persone si riuniscono ad Alexanderplatz; e anche al momento della caduta del muro Angela Merkel brilla per la sua assenza: è in una sauna (sembra), e in piazza nessuno sa ancora della sua esistenza, o forse qualcuno la conosce solo come giovane e promettente scienziata. La futura Cancelliera della Germania riunificata entra in scena politicamente, e da perfetta sconosciuta, solo dopo alcune settimane - ma già nel dicembre 1990 (!) viene eletta al Bundestag, nelle liste della CDU di Kohl. Nel 2005 Angela Merkel diventa la prima donna Cancelliere della Germania. La sua scalata al successo sembra inarrestabile e oggi viene rispettata e venerata dai suoi elettori come “Mutti” (mamma), ma contemporaneamente guardata con diffidenza dai paesi europei meno stabili economicamente.

 

Ma perché spiegare Angela Merkel agli italiani?

Michael Braun - La Cancelliera tedesca viene vista in maniera quasi schizofrenica dagli italiani. E’ mitizzata, si sottolineano le sue capacità, la sua costanza, la sua bravura; spesso sento dire dagli italiani: “Averne noi una come lei!” Ma le stesse persone soltanto un minuto dopo la criticano ferocemente perché a loro avviso nella crisi dell’euro ha fatto soltanto gli interessi della Germania danneggiando i paesi del Sud Europa, dalla Grecia alla Spagna, dal Portogallo all’Italia.

 

Quindi una specie di Giano bifronte?

Michael Braun - In effetti potremmo quasi definirla in questo modo. La Merkel, ancora dieci anni fa, si presentò in Germania come neoliberista dura, ma poi cambiò registro. Ha sistematicamente spostato la CDU verso il centro, modernizzandola. Governa in maniera ecumenica, depolarizza, agisce da “Mutti”. In Europa invece è la maestrina severa che impone le sue ricette di rigore e austerità.

Ma perché questo atteggiamento?

Michael Braun - C’è un filo logico. Prima di tutto la Merkel risponde agli elettori tedeschi. Quegli elettori apprezzano l’introduzione del salario minimo in Germania; ma a casa loro non gradiscono dure politiche neoliberiste. Sono altrettanto convinti che in Europa gli interessi dei contribuenti tedeschi vadano difesi contro i “parenti poveri” del sud, a cominciare dai greci. Nel suo profondo, la Cancelliera condivide questa visione – una visione che innalza la Germania a modello al quale gli altri si devono adattare, anche accettando politiche durissime. Possiamo dire che la Merkel è la perfetta espressione di un intero Paese; anche per questo motivo è tanto amata in patria.

La tematica dei rifugiati, della loro accoglienza, sembra aver creato una nuova Merkel…

Michael Braun - È “nuova” fino ad un certo punto. Già in passato si era mostrata capace di svolte repentine, per esempio quando, dopo la catastrofe di Fukushima, decise dalla sera alla mattina l’uscita dal nucleare. Anche questa volta ha agito in perfetta solitudine, cercando di imporre a tutta l’Europa una soluzione decisa a Berlino - e anche questa volta ha cercato di agire in sintonia con gli orientamenti prevalenti nell’opinione pubblica tedesca. Ma per la prima volta rischia davvero. Imporre soluzioni europee nell’accoglienza dei rifugiati si rivela molto più difficile rispetto al salvataggio dell’euro. Inoltre la questione dei rifugiati è molto più dirompente che non l’uscita dal nucleare. Non a caso la Cancelliera cerca di correre ai ripari inasprendo il diritto di asilo.

Tornando al libro: possiamo definirlo una biografia della Merkel?

Michael Braun - Direi di no. Il libro racconta della nascita di un mito, della scalata politica di Angela Merkel, di ambiguità mai veramente spiegate, della sua energia nella guida del destino dell’Europa. Ma non si tratta di una biografia: io racconto un personaggio politico e le sue evoluzioni. La Merkel è cauta e allo stesso tempo si rivela capace di decisioni ardite, talvolta rischiose. Il suo è un percorso scandito anche dalle crisi e dalla sua capacità di sfruttarle per andare avanti: non solo il crollo del muro, che le permette la sua formidabile entrata in politica, ma pensiamo anche allo scandalo delle donazioni alla CDU (Spendenskandal) nel 1999, dove lei riesce a defenestrare Helmut Kohl e nel giro di un anno a sostituirlo alla guida della CDU, e poi alla crisi dell'euro nel 2009 che la fa assurgere a "imperatrice d'Europa". Il mio libro racconta della Merkel, ma anche della Germania dall'unificazione a oggi, di un paese scosso da forti dubbi ancora dieci anni fa e che oggi si scopre fortissimo.

Maurizio Libbi, CdI novembre

 

 

 

La Germania manda Tornado contro l'Is. Pronta anche una nave da guerra

 

Berlino si unisce alla coalizione contro l'Is in Siria. Il governo tedesco ha deciso di inviare i Tornado per missioni di ricognizione, diventando "un contributore della missione più attivo di quello che era finora", ha detto il parlamentare della Cdu, Henning Otte, dopo una riunione della cancelliera Angela Merkel, con i ministri competenti. "Non rafforzeremo solo la nostra missione di formazione dei militari nel nord dell'Iraq - ha sottolineato Otte - ma amplieremo anche il nostro impegno nell'ambito della lotta all'Is inviando caccia Tornado di ricognizione". L'annuncio arriva all'indomani della visita a Parigi della Merkel, in solidarietà con la Francia per gli attacchi del 13 novembre, e dell'incontro con il presidente Francois Hollande, al quale aveva anticipato l'invio di 650 soldati tedeschi in Mali per sostituire le truppe francese. Nel pomeriggio è prevista una riunione dei gruppi parlamentari del Bundestag per discutere della missione dei caccia in Siria. La Germania metterà a disposizione della coalizione contro lo Stato islamico anche una nave da guerra ed almeno un aereo da rifornimento. Rimanere fuori dalla coalizione internazionale contro lo Stato Islamico, ha sottolineato il ministro tedesco della Difesa, Ursula von der Leyen, non è possibile per la Germania se si vuole contrastare la minaccia terroristica. "Se vogliamo combattere il terrorismo e le ragioni che spingono la gente a fuggire, dobbiamo farlo sul posto", ha detto la von der Leyen, riferendosi sia alla minaccia terroristica che al dramma dei rifugiati, dopo che il governo tedesco ha deciso di inviare i suoi Tornado per missioni di ricognizione. A suo parere quella contro lo Stato Islamico sarà una guerra lunga, ma che potrà essere vinta militarmente come dimostrano le recenti sconfitte subite sul campo dall'organizzazione terroristica in Siria e in Iraq. Adnkronos 26

 

 

 

 

Gentiloni e Steinmeier: “Italia e Germania unite nella sfida migratoria”

 

Un articolo dei ministri degli Affari Esteri dei due Paesi su “La Stampa” di oggi

 

ROMA - “Dopo i drammatici attentati di Parigi, Italia e Germania sono ancora più convinte della necessità di contrastare con fermezza e coesione il terrorismo. Allo stesso tempo, riteniamo fondamentale evitare qualsiasi confusione tra terroristi e profughi. Dobbiamo distinguere nettamente tra chi è portatore di odio e morte e chi – migliaia di donne, uomini e bambini – è in fuga da guerre, persecuzioni e dalla stessa violenza di Daesh”. Inizia così l’articolo a firma dei ministri degli Esteri dei due Paesi, Paolo Gentiloni e Frank-Walter Steinmeier, che appare su “La Stampa” di oggi.

“Oltre alla drammatica minaccia del terrorismo, l’Europa ha di fronte una sfida migratoria che è epocale, globale e di lungo periodo - proseguono i due ministri - La posta in gioco è alta. Nel dramma di migliaia di persone che fuggono guerre e povertà, e nell’imperativo morale di salvare prima di tutto le loro vite umane, sono in gioco i valori stessi - di pace, libertà e rispetto dei diritti umani - su cui è nata l’Unione Europea. Sono in gioco la nostra identità e coesione, il futuro stesso del progetto europeo.

In quanto Paesi fondatori della Ue, Italia e Germania hanno una responsabilità storica nel difendere i suoi valori, e ne hanno già data testimonianza concreta. L’Italia salvando più di centomila migranti nel Mediterraneo; la Germania concedendo rifugio a centinaia di migliaia di profughi, da ultimo siriani. Ma non basta. Siamo infatti convinti che nessuno Stato membro dell’Unione possa affrontare da solo un fenomeno di tale portata storica, visto che nel 2014 sono state quasi 60 milioni le persone costrette a fuggire dalle guerre, dalla violenza e da persecuzioni politiche nel mondo. Un numero che aiuta anche a comprendere quanto sia illusorio pensare di potersi opporre a queste dinamiche globali proponendo il ritorno a società autarchiche, protette da muri e chiuse alla diversità.

Il dilemma che oggi l’Unione Europea è chiamata a sciogliere non è dunque tra blindatura dei propri confini e accoglienza; né tra il nostro benessere e la nostra sicurezza - da un lato - e la solidarietà verso i profughi, dall’altro. La scelta che oggi dobbiamo compiere è tra governare il fenomeno o subirlo. È tempo di fare un balzo in avanti per giungere a delineare una risposta europea onnicomprensiva e di lungo periodo, ispirata a solidarietà e responsabilità.

Al fine di conseguire questo obiettivo, Italia e Germania continueranno a cooperare attivamente, articolando il loro comune contributo lungo quattro binari. Anzitutto, vigileremo affinché gli impegni già presi dal Consiglio Europeo, e che segnano comunque un progresso incoraggiante, vengano pienamente attuati. Tra questi rientrano l’effettiva ricollocazione di 160.000 richiedenti asilo dagli Stati membri più esposti; la realizzazione degli hotspots; l’attivazione di un efficace sistema a livello europeo di rimpatri dei migranti economici. Ricollocamenti, hotspots e rimpatri costituiscono un pacchetto unico e integrato, da realizzare contemporaneamente in tutti i suoi volet.

In secondo luogo, Italia e Germania continueranno a promuovere presso le istituzioni europee e gli altri Stati membri la necessità di completare al più presto il quadro delle misure a disposizione della Ue per gestire la questione migratoria. Gli obiettivi principali su cui concentreremo la nostra azione sono l’affermazione di un sistema di ripartizione permanente e obbligatoria dei profughi che giungono nei Paesi europei di prima accoglienza; il superamento del Regolamento di Dublino con un comune sistema di asilo europeo; il rafforzamento della lotta ai trafficanti di esseri umani; l’apertura di nuovi canali legali di immigrazione affinché un’Europa in rapido invecchiamento possa cogliere anche le opportunità offerte da tale fenomeno. 

Il terzo binario sul quale lavoreremo insieme, concerne una cooperazione più stretta con i Paesi di origine e transito dei flussi, con l’obiettivo di definire con loro un nuovo partenariato. L’11 e 12 novembre scorsi si è svolta a La Valletta un vertice tra i Capi di Stato e di Governo europei e africani al cui ordine del giorno figuravano tutti gli aspetti della questione migratoria, comprese le sue cause profonde. Italia e Germania sono già impegnate nel Corno d’Africa, anche attraverso progetti comuni nell’ambito del Processo di Khartoum. Oltre che con l’Africa, in via prioritaria l’Unione Europea dovrebbe intensificare la cooperazione sui temi migratori con la Turchia, sulla base del Piano d’Azione in corso di finalizzazione, e con i Balcani occidentali, esortando i Paesi della regione ad attuare le misure concordate nella riunione svoltasi il 25 ottobre scorso a Bruxelles. 

Infine, Italia e Germania continueranno ad impegnarsi per contribuire alla stabilizzazione delle aree di crisi nel Mediterraneo. Non risparmieranno sforzi nel tentativo di aiutare la Libia ad uscire dalla guerra civile e dall’esigenza di favorire una transizione politica in Siria. 

Ritrovare solidarietà e unità d’intenti per governare e non subire la questione migratoria rappresenterebbe un passaggio cruciale per l’Europa, anche per provare a ridare credibilità ad un processo di integrazione che, altrimenti, rischia di segnare nuovamente il passo. 

E ciò proprio mentre si profila all’orizzonte politico l’anniversario dei sessant’anni dei Trattati di Roma, il prossimo 25 marzo 2017. Un’occasione da cogliere non soltanto per celebrare il passato - concludono Gentiloni e Steinmeier,- ma anche per riflettere sul futuro dell’Europa e per prepararne uno migliore”.  (Inform 24)

 

 

 

 

Guerra al Califfato. Dopo Parigi, il ruolo dell’Italia

 

È in atto una guerra privata tra il “califfo” e la Francia? Al momento, questo è ciò che appare. Il presidente François Hollande tende a coinvolgere un po’ tutti, appellandosi alla solidarietà europea prevista dall’articolo 42, comma 7, del Trattato di Lisbona e citando, solo di conseguenza, l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite e il 5 del Trattato dell’alleanza atlantica.

 

Poteva anche rivolgersi solo alla Nato, ma così avrebbe escluso la Russia, al momento il principale “alleato” in termini di capacità e volontà di intervento. E tutti gli altri? La trattativa sul tipo e sul livello di supporto sarà bilaterale. Un “porta a porta” necessario, se si considera che nessuno degli articoli comporta obblighi specifici.

 

Che cosa l’Italia sta già facendo

L’Italia si era già mossa da tempo, molto prima dell’appello francese. Nella lotta contro al Califfo risulta essere sin dall’inizio in primo piano in termini di presenza in cielo, in mare e sul terreno. Quello che stiamo facendo è poco noto al pubblico perché, come spesso accade quando stiamo lavorando bene, ha avuto scarsa diffusione sotto il profilo mediatico.

 

Per richiamare l’attenzione sul nostro sforzo militare c’è voluta, giorni addietro, l’improduttiva polemica se i nostri quattro Tornado rischierati in Kuwait debbano “solo” continuare a produrre intelligence o possano “anche” sganciare qualche bomba .

 

Ma non ci sono solo i Tornado. Il contributo informativo prodotto dai due ricognitori a pilotaggio remoto Reaper è giudicato essenziale e, in alcune circostanze, unico.

 

Siamo stati i primi, dopo gli Stati Uniti e con anni di anticipo sulla Gran Bretagna, a disporre di questa capacità che potrebbe in seguito completarsi anche con armamenti di precisione. Molto apprezzata poi la disponibilità del tanker KC-767, asset prezioso che contribuisce al rifornimento in volo di tutti i velivoli della coalizione. In queste attività sono impegnati da oltre un anno circa 250 uomini e donne dell’Aeronautica.

 

Sempre nell’ambito della missione internazionale “Inherent Resolve”, l’Italia fornisce sin dall’inizio personale di staff ai comandi multinazionali in Kuwait e in Iraq (Baghdad ed Erbil), nonché capacità di addestramento ed assistenza alle forze armate e di polizia irachene. Sono impiegate Forze Speciali, genieri a carabinieri per un totale di oltre 400 persone, in aumento fino a 750 con i decreti in corso di rinnovo.

 

Contribuisce anche la Marina. Queste attività si svolgono prevalentemente in Kurdistan, dove, in ricordo di Settimio Severo che sconfisse i Persiani, le forze hanno assunto il suggestivo nome della legione “Prima Parthica”.

 

Che cosa ci si aspetta dall’Italia

Che cosa faremo in seguito? Hollande probabilmente si attende una partecipazione ai bombardamenti o un supporto combat in Siria e magari nel Mali, per liberare forze da destinare altrove. Al momento, tuttavia, è destinato a rimanere deluso, se non isolato.

 

D’altro canto, le solitarie “fughe in avanti” alle quali la Francia ci ha abituato non hanno portato bene: pochi i vantaggi operativi, ma tanta la confusione. Le attività di consultazione e doverosa preparazione fervono in ambito militare e se ne discute in sede parlamentare e di governo, ma non sono attese decisioni epocali.

 

I tre mantra che circolano sono: “non possiamo lasciare sola la Francia”, “in questa lotta manca una strategia” e, la frase che recita sempre chi proprio non sa cosa fare, “l’Italia farà la sua parte”.

 

Senonché, con il vertice di Antalyia, i tavoli di Vienna ed il prossimo summit sul clima di Parigi, nel quale certamente si parlerà anche d’altro, una qualche sorta di strategia comune comincia ad emergere.

 

Questo è sicuramente apprezzato, ma è anche fonte di preoccupazione per i decisori politici che vengono messi un po’ alle strette, sapendo che spetta a loro tradurre in pratica i buoni principi. È in questa direzione che spingono soprattutto i nove punti del consenso raggiunto a Vienna.

 

Il presidente del Consiglio, come pure i ministri degli Esteri e della Difesa - ma anche quello degli Interni - comprensibilmente non si trovano in una posizione invidiabile. Tuttavia sottovoce, in modo frammentato e con molti condizionali, avvertono la necessità di esprimersi in pubblico.

 

Salto di qualità

Ciò che emerge, può essere sintetizzato come segue: si esclude, al momento, qualsiasi partecipazione di carattere combat con forze terrestri; si lascia una porta aperta a un eventuale salto di qualità nelle operazioni aeree; la via diplomatica è preferibile, ma non si possono escludere altre forme di intervento; è necessario potenziare l’Intelligence e le forze speciali.

 

Tra le altre forme di intervento e di supporto, è in particolare il ministro della Difesa ad allargare lo spettro delle nostre possibilità, includendo la propaganda sul web, la lotta ai finanziamenti occulti, lo scambio dei risultati delle indagini e un maggior coordinamento a livello operativo. Tutto giusto e corretto.

 

Resta però un quesito fondamentale, al quale forse nessuno, ormai, si attende una risposta che forse non c’è: oltre a riunire il Parlamento sovrano, cosa avremmo fatto noi - o cosa faremo - qualora ci trovassimo al posto della Francia?

Mario Arpino, membro del Comitato direttivo dello IAI. AffInt 23

 

 

 

 

Migrazione: PE chiede a Frontex un meccanismo per le denunce contro le guardie di frontiera

 

In una risoluzione non vincolante approvata mercoledì, i deputati chiedono a Frontex, l'agenzia delle frontiere esterne dell'UE, di istituire un meccanismo per la gestione delle denunce individuali su presunte violazioni dei diritti fondamentali dei migranti e dei richiedenti asilo. Durante il dibattito, il Commissario Dimitris Avramopoulos ha promesso che la Commissione prenderà in considerazione tale proposta nella prossima revisione del regolamento Frontex, prevista per dicembre.

 

La risoluzione, approvata con 488 voti favorevoli, 114 contrari e 33 astensioni, sostiene la raccomandazione formulata dal Mediatore europeo, secondo cui Frontex dovrebbe occuparsi delle denunce individuali delle violazioni dei diritti fondamentali commesse nel corso delle sue operazioni.

 

Denunce contro qualsiasi guardia di frontiera con l'emblema di Frontex

Secondo i deputati, il meccanismo dovrebbe diventare "un'istanza di primo grado per la gestione delle denunce" e le persone che ritengono di essere state danneggiate da guardie di frontiera con l'emblema di Frontex dovrebbero avere il diritto di presentare una denuncia. Per far sì che ci siano garanzie per evitare abusi del meccanismo, non si dovrebbero accettare denunce anonime, non escludendo tuttavia quelle presentate da terzi nell'interesse di un denunciante che non desideri divulgare la propria identità.

 

Denunce contro gli agenti distaccati inviati dagli Stati membri dell'UE

Poiché Frontex non ha alcuna competenza per avviare misure disciplinari nei confronti di persone diverse dai membri del proprio personale e non ha il potere di sanzionare né gli Stati membri né i loro funzionari, i deputati raccomandano che l'ufficio del responsabile dei diritti fondamentali trasmetta le denunce nei confronti di agenti distaccati all'autorità nazionale competente.

 

Necessità di ulteriori risorse e di protezione speciale per le categorie vulnerabili

I deputati chiedono che siano stanziate le necessarie risorse aggiuntive per garantire che l'ufficio del responsabile dei diritti fondamentali sia adeguatamente attrezzato e dotato di personale per gestire le denunce ricevute. Sottolineano inoltre la necessità di misure speciali di protezione per minori non accompagnati, donne vittime di persecuzioni basate sul genere, persone LGBTI e altre categorie vulnerabili.

 

Contesto

La raccomandazione del Mediatore europeo, secondo la quale Frontex dovrebbe istituire un meccanismo per occuparsi delle denunce individuali delle violazioni di diritti fondamentali commesse nel corso delle sue operazioni, è stata formulata in una relazione speciale, a seguito di un'indagine del 2012, di propria iniziativa, sugli obblighi ai diritti fondamentali di Frontex.

 

La maggior parte dei partecipanti alle operazioni Frontex sono agenti distaccati inviati da Stati membri dell'Unione europea diversi da quello che ospita l'operazione Frontex. Questi agenti distaccati possono svolgere compiti ed esercitare competenze esclusivamente agli ordini delle guardie di frontiera dello Stato membro ospitante e, di norma, in loro presenza.

Procedura: risoluzione non legislative. PE

 

 

 

 

Nato e Italia. Crisi e instabilità, affrontare la spina nel fianco sud

 

Gli attentati di Parigi rendono ancora più urgente una riflessione sull’approccio dei Paesi Nato alle crisi in Nord Africa e Medio Oriente, a partire da Libia e Siria, sia a livello nazionale che di Alleanza atlantica.

 

È evidente che le crisi locali e regionali nell’area del Mediterraneo producono effetti negativi sulla sicurezza dei Paesi europei, siano essi violentemente diretti come nel caso del terrorismo islamista, oppure indiretti come nel caso della difficile gestione di massicci e drammatici flussi migratori.

 

È altrettanto evidente che, se lasciate a se stesse, le crisi in questa regione peggioreranno, come avvenuto in Libia e Siria dal 2011, finendo col destabilizzare anche stati che sembravano all’inizio non direttamente coinvolti, come avvenuto in Iraq a partire dal 2013 - e come rischia di avvenire oggi in Libano e Giordania - creando spazio per lo Stato Islamico o altri gruppi terroristici e/o criminali.

 

Non solo difesa collettiva

L’attuale Concetto Strategico Nato, approvato nel 2010, stabilisce tra i tre compiti chiave dell’Alleanza (core tasks) le operazioni di gestione delle crisi al di fuori del territorio degli Stati Membri e la sicurezza cooperativa inclusi i partenariati - assieme ovviamente alla difesa collettiva da attacchi esterni, sulla base dell’articolo 5 del Trattato di Washington.

 

Tale impostazione riflette la storia degli ultimi vent’anni di operazioni Nato “fuori area”, dai Balcani occidentali alla Libia, e la realtà attuale con le operazioni in corso in Afghanistan, a sostegno delle autorità locali contro insorti e terroristi, e nel Golfo di Aden a contrasto della pirateria.

 

Né si può dimenticare che l’articolo 5 è stato attivato dai Paesi membri solo una volta in 66 anni di storia Nato proprio nel caso di un attacco terroristico, quello dell’11 settembre, e ha portato all’intervento in Afghanistan, di fatto la più massiccia ed impegnativa campagna militare della storia dell’Alleanza.

 

La Nato, con l’intervento militare voluto da Parigi, Londra e Washington, ha avuto un ruolo decisivo nel rovesciamento del regime di Gheddafi, cui non è seguito un altrettanto risolutivo impegno nella stabilizzazione della Libia uscita a pezzi da tale rovesciamento.

 

Fianco est e/o fianco sud

Vi sono quindi le condizioni, i precedenti e l’esperienza - nel bene e nel male - per una riflessione su un eventuale impegno della Nato sul “fianco sud”, in termini sia politici che militari.

 

È mancata tuttavia finora la volontà politica da parte di molti alleati di riflettere seriamente su che cosa l’Alleanza potrebbe fare di utile per la sicurezza euro-atlantica in Nord Africa e Medio Oriente, e come.

 

Una conferenza IAI in programma il 19 novembre a Roma affronterà il doppio tema del dibattito all’interno della Nato sulla strategia verso il “fianco sud”, e della politica di difesa italiana nell’attuale contesto internazionale.

 

Sulla prima tematica, dal 2014 si è registrata una certa divergenza tra le percezioni delle minacce tra stati membri, con Paesi Baltici e Polonia - ma anche Regno Unito, Norvegia ed altri - fortemente impegnati nel chiedere un maggiore ruolo della Nato sul “fianco est” quale deterrente ad un’eventuale aggressione russa, anche di natura “ibrida” come quella avvenuta in Ucraina.

 

Dal canto loro Italia, Spagna ed altri Paesi mediterranei hanno tenuto il punto che l’Alleanza deve perseguire tutti e tre i core tasks del Concetto Strategico - non solo la difesa collettiva - e deve essere pronta ad agire a 360 gradi, incluso il fianco meridionale, non solo ad est.

 

Questi Paesi sono stati però finora meno efficaci nell’articolare una propria visione strategica di quale potrebbe essere il contributo dell’Alleanza rispetto alle sfide alla sicurezza che provengono da sud, anche perché esse risultano meno facilmente identificabili e comprensibili rispetto alla minaccia russa sul fronte orientale. Il risultato è stato un certo riorientamento della Nato sulla difesa collettiva e sul fianco est, come dimostrato anche dal Readiness Action Plan approvato nel vertice del Galles nel 2014.

 

Leadership Usa ridotta, tana liberi tutti?

Gli Stati Uniti hanno esercitato una minore leadership nel determinare la direzione e l’agenda dell’alleanza, in linea con la tendenza dell’amministrazione Obama a disimpegnarsi il più possibile dagli oneri della gestione della sicurezza regionale in Medio Oriente e Nord Africa, elemento che ha aumentato la tendenza dei Paesi europei e sostenere con più forza le rispettive visioni nazionali o regionali.

 

Ciò si è riflesso nel processo di elaborazione della Political Guidance alleata, il documento che periodicamente da attuazione al Concetto Strategico in vigore in relazione al processo di pianificazione militare Nato. Infatti, l’adozione di questo documento nel 2015 è stata più difficile e laboriosa rispetto al passato proprio a causa delle diverse percezioni delle minacce - e quindi delle priorità Nato - tra i Paesi membri.

 

I compiti a casa per l’Italia (e non solo)

In questo contesto, il prossimo vertice Nato in programma a Varsavia a luglio 2016 rappresenta una tappa importante. Sia i Paesi membri che le strutture dell’Alleanza sono al lavoro per preparare i dossier su cui i capi di stato e di governo saranno chiamati a decidere, o a ratificare decisioni già prese in sede ministeriale o militare.

 

L’attuazione del Readiness Action Plan con una maggiore attenzione alle componenti marittima e aerea; la definizione di piani militari per rispondere ad eventuali crisi sul versante meridionale; la revisione della missione navale Nato Active Endeavour in corso nel Mediterraneo con compiti di contrasto al terrorismo; gli eventuali scenari di utilizzo della Very High Readiness Joint Task Force (VJTF) - la punta di lancia delle forze di reazione rapida Nato - sono tutte questioni da considerare anche alla luce delle minacce alla sicurezza euro-atlantica che vengono dal fianco sud.

 

Per considerarle adeguatamente è però necessario che i Paesi Nato, ed in particolare l’Italia e quelli che si sentono maggiormente esposti verso questo tipo di minacce, facciano i compiti a casa, a livello nazionale e regionale.

 

Ciò implica definire una visione politica chiara e concrete proposte militari in risposta a tali minacce da portare al tavolo con gli alleati, incluso rispetto ad un possibile ruolo Nato sul fianco sud.

Paola Sartori e Alessandro Marrone, AffInt 23

 

 

 

 

 

Parlamento UE: non equiparare i rifugiati con i terroristi, migliorare piuttosto la sicurezza

 

"Il protagonismo politico" che equipara i rifugiati ai terroristi fomenta solo l'odio e la disillusione che ispirano coloro che si uniscono ai gruppi terroristici, hanno così sostenuto molti deputati durante il dibattito di mercoledì. Piuttosto che erodere libertà e tolleranza in Europa, i paesi dell'UE devono rafforzare la sicurezza, migliorando la cooperazione fra intelligence e la condivisione dei dati, e investire nelle competenze tecnologiche necessarie per combattere il terrorismo.

 

Il Presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, ha iniziato la sessione condannando l'attentato terroristico in Tunisia avvenuto martedì. "Nel giro di due settimane, i terroristi hanno attaccato Beirut, Parigi, Damasco e Tunisi, e ogni volta c'è dolore. Siamo tutti preoccupati, ma continueremo a combatterli (...) con i nostri alleati ", ha aggiunto Schulz.

 

"La cooperazione europea deve essere intensificata e deve evolversi", ha dichiarato Nicolas Schmit, in nome della Presidenza del Consiglio. Facendo riferimento alle conclusioni del Consiglio UE Giustizia e Affari interni del 20 novembre, Schmit ha assicurato ai deputati che "la Carta dei diritti fondamentali dell'UE sarà un principio guida" quando si adotteranno misure anti-terrorismo.

 

"Noi siamo spalla a spalla con la Repubblica francese. (...) La Repubblica francese è anche la nostra repubblica", ha dichiarato il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker. "Non penso che dovremmo equiparare rifugiati, richiedenti asilo e migranti da un lato, con i terroristi dall'altro. (...) Coloro che hanno perpetrato questi attacchi a Parigi sono le stesse persone che stanno costringendo gli infelici, gli sfortunati di questo pianeta a fuggire".

 

"I nostri pensieri dovrebbero in primo luogo andare alle vittime e alle loro famiglie", non ai terroristi, ha dichiarato il leader del gruppo PPE Manfred Weber (DE), sottolineando che è "inammissibile" affermare che i rifugiati che arrivano in Europa sono colpevoli di terrorismo - e che di fatto, sono "vittime del terrorismo". "Dobbiamo affrontare il PNR, fare progressi su Europol, sulla direttiva per la protezione dei dati ed eliminare il finanziamento al terrorismo ", ha aggiunto, sottolineando la necessità di intraprendere azioni concrete, non solo parole.

 

Il Presidente del gruppo S&D Gianni Pittella (IT) ha promesso che "l'Europa non si lascerà cambiare dal terrorismo." "Non deve diventare l'11 settembre europeo", ha avvertito, sottolineando che l'Europa deve rimanere unita, intraprendere delle iniziative e investire in servizi di intelligence "intelligenti". "Lavoreremo per raggiungere un accordo sulla proposta PNR entro la fine dell'anno ", ha assicurato.

 

"La nostra solidarietà dovrebbe essere con i popoli della Francia, della Tunisia e con tutte le altre vittime di Daesh", ha dichiarato il leader del gruppo ECR, Syed Kamall, (UK). "Dobbiamo, tutti insieme, mostrare loro [ai terroristi] che non ci riusciranno", ha dichiarato, aggiungendo che "Se ogni volta che ci attaccano noi intacchiamo le nostre libertà, non ci saranno più libertà da difendere".

 

"I terroristi non conoscono confini, ma le nostre forze di polizia e di intelligence sì", ha dichiarato il leader del gruppo ALDE, Guy Verhofstadt (BE). "Se dobbiamo scegliere tra sovranità e sicurezza, io sceglierei la sicurezza", ha aggiunto. Sulla proposta PNR dell'UE, ha dichiarato: "Ciò che abbiamo bisogno di avere è qualche tipo di scambio obbligatorio di informazioni (...) un fronte comune per sconfiggere Daesh (...) e un'agenzia di intelligence europea".

 

"Cerchiamo di non ripetere gli errori del 9/11: il terrore contro il terrorismo (...) non ha prosciugato le radici del terrorismo, in Afghanistan o altrove", ha dichiarato Gabriele Zimmer (GUE / NGL DE). Per i Verdi/ALE, Philippe Lamberts (BE) ha sostenuto che le nostre società non hanno bisogno di sorveglianza generalizzata, ma di un migliore scambio di informazioni tra i servizi nazionali.

 

Paul Nuttall (UK), a nome del gruppo EFDD, ha sostenuto che bisogna "reprimere il wahhabismo saudita" e abolire la libera circolazione nello spazio Schengen. Gli ha fatto eco il leader ENF Marine Le Pen (FR) che ha accusato una "austerità imposta" per i tagli ai bilanci militari e alla polizia francese. PE 25

 

 

 

 

Relazioni internazionali. Fare un check-up alle alleanze

 

Nella nuova epoca delle relazioni internazionali nulla può essere considerato come acquisito. Ecco perché l’Italia deve fare attenzione e maturare forti capacità di adattamento.

 

Visti dagli Stati Uniti

Gli Usa sono il nostro alleato indispensabile, ma quanto noi siamo necessari a loro? Solo poco tempo fa, a Washington, affermavano di preferire una "nuova” Europa, mostrando sprezzante ostilità versa la Russia, incuranti del danno che ciò poteva provocare ad una "vecchia” Europa di cui Mosca era un partner commerciale ed energetico importante.

 

Intanto si rafforzava lo spostamento dell'attenzione statunitense dall'Atlantico al Pacifico, con qualche problema per quel "legame transatlantico" che ha nella Nato la sua massima espressione.

 

La scoperta e lo sfruttamento intensivo dei grandi giacimenti nazionali di shale gas garantisce agli Usa (ma non all’Europa) la fine della dipendenza dal Medio Oriente per il rifornimento di energia.

 

Ed ecco che il Presidente Obama elabora una nuova dottrina strategica che abbandona alla prevalente responsabilità degli alleati europei la gestione di un "Mediterraneo islamico allargato" in cui focolai gravissimi di crisi si evidenziano, l'uno dopo l'altro.

 

Proseguono le trattative per il Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership), che dovrebbe regolare il futuro degli scambi fra Ue ed Usa. Ma, al di là di alcuni vantaggi, c’è anche il timore che questo strumento aiuti a mantenere l'Unione nello scomodo ruolo di fratello minore.

 

Ce ne sarebbe abbastanza per porsi dei dubbi ed iniziare a chiedersi come gli Usa vedano veramente l'Unione europea e se la considerino come "il partner della mano destra", l’unico al mondo che condivide con l'America i suoi valori oltre che molti interessi. Oppure se la vedano come un possibile avversario, l'unico oltre alla Cina che possa sfidare a scadenza medio-breve il loro primato nel mondo.

 

Sono però dubbi e domande che per il momento stiamo accuratamente evitando di porci, forse per la paura di scoprire che stiamo vivendo in un mondo in cui non esiste più una chiara ed indiscutibile distinzione fra amici e avversari.

 

Una Turchia di caserme e moschee

La Turchia è considerata amica da più di sessant’anni, dal 1952, quando entrò nell'Alleanza Atlantica, divenendo il più solido pilastro del suo fianco meridionale. Alla diffidenza iniziale, perché era l'unico socio islamico in un club interamente cristiano e perché le sue Forze Armate mostravano una frequente propensione per i colpi di stato, era subentrato, dopo l'ultimo golpe del 1980, un clima di crescente fiducia.

 

Molti speravano nella conclusione positiva del negoziato per l’ingresso della Turchia nell’Ue. Di fatto ne siamo ancora lontani, ma sotto ogni altro aspetto la Turchia, sino ad oggi, è stata parte, a pieno titolo, del cosiddetto Occidente.

 

Eppure, ormai da più di dieci anni la Turchia sta cambiando radicalmente. Al regime dei Generali, che negli ultimi anni del loro potere avevano sostituito ai golpe reali i golpe virtuali - cioè la minaccia del golpe, rivelatasi sufficiente a rimettere in riga i reprobi della classe politica - conservando pelo e vizio, ma anche salvaguardando con efficiente ferocia l'eredità laica di Ataturk, si è progressivamente sostituita la presa del potere da parte di forze confessionali.

 

All'inizio, il cambiamento, che l'Ue ha indirettamente favorito, è stato salutato come un affrancamento democratico ed esaltato al punto che si è giunti a parlare di “modello turco” per l'islamismo moderato. Poi l'aspetto confessionale è diventato più forte e la gestione del potere più dura e personalizzata.

 

Oggi la Turchia, sta combattendo due guerre, o almeno due battaglie. Una è quella che oppone il mondo sunnita a quello sciita, e in questo quadro rientra l'atteggiamento equivoco che Ankara ha sino ad ora mantenuto nei riguardi dell'Isis. L'altra è il contrasto in atto per la leadership nel mondo sunnita, che la vede impegnata in un braccio di ferro trilaterale con Egitto e Arabia Saudita.

 

Sono battaglie completamente estranee all'Occidente e ciononostante, avvalendosi della sua membership nella Nato, la Turchia cerca di coinvolgerci, adducendo i più vari fra i motivi e giocando con abilità con almeno un paio di articoli del Patto Atlantico.

 

Siamo di fronte al tentativo di farci combattere battaglie che non sono nostre, in cui oltretutto gli oneri di una eventuale sconfitta ricadrebbero pressoché interamente sulle nostre spalle mentre quasi soltanto ai turchi andrebbero i vantaggi di una ipotetica vittoria.

 

Ce ne sarebbe abbastanza per iniziare a porsi dei dubbi e per chiedersi se la Turchia sia ancora da considerare come un paese amico o se invece non sia opportuno assumere nei suoi confronti un atteggiamento più distaccato, valutando ove realmente risieda il nostro interesse.

 

Sono però dubbi e domande che per il momento evitiamo accuratamente di porci, forse anche perché sollevare il problema della Turchia vorrebbe dire porre sul tavolo anche quello di una Nato che occorrerebbe rifondare ex novo. Una prospettiva che nessuno dei membri della Alleanza è ancora pronto ad affrontare.

 

Quando l’Egitto cambia i suoi interessi

Da quando il Presidente Sadat si liberò della pesante tutela sovietica, l'Egitto è stato considerato come il miglior amico dell'Occidente nel mondo arabo: il "custode di Suez ", assolutamente affidabile e forza trainante di moderazione e stabilità, capace, con il suo esempio, di far cessare il periodo dei conflitti panarabi contro Israele.

 

Il rapporto con l'Italia era divenuto col tempo molto forte, tanto che per un lungo periodo il nostro paese seguiva immediatamente gli Stati Uniti nella considerazione degli egiziani.

 

Da tempo però gli interessi dell'Occidente in generale, e quelli italiani in particolare, divergono da quelli del Cairo. Noi avremmo infatti bisogno di riuscire a superare la crisi libica, ricompattando il paese in un’organizzazione statale unica e rallentando, o facendo addirittura cessare, il flusso continuo di disperati che raggiungono le nostre rive dall'altra sponda.

 

Per l'Egitto invece questa è l'occasione buona per estendere, attraverso il cosiddetto Governo di Tobruk, la sua influenza all'intera Cirenaica. Un passo di portata non indifferente, considerato come la massa del petrolio libico proprio in Cirenaica venga estratto.

 

È logico, a questo punto, che Il Cairo si opponga all'ipotesi di un governo di compromesso che riporti il paese all’unità, una soluzione che invece piacerebbe molto all'Italia.

 

Naturalmente chi si oppone non è il governo del Cairo, bensì parte almeno di quello di Tobruk: una fazione che ora cerca di inasprire il contrasto lanciando ingiustificate accuse di violazione delle sue acque territoriali. Dietro il Generale Haftar si intravede però l’ombra del Generale Al Sisi.

 

Ce ne sarebbe abbastanza per iniziare a porsi dei dubbi e per chiedersi se in effetti l'Egitto non abbia in realtà cessato di essere la nostra precisa controparte politica, il nostro interlocutore preferito, quando non privilegiato, sull’altra sponda del Mediterraneo.

 

Sono però dubbi e domande che evitiamo accuratamente di porci, forse anche perché ciò che risulterebbe necessario al termine di una realistica analisi sarebbe una completa revisione della nostra politica con il mondo arabo.

 

Usa, Turchia ed Egitto sono tre casi utilizzati come esempio di rapporti da non dare per scontati e da valutare invece volta per volta, in rapporto all'obiettivo che noi e loro vogliamo conseguire nella specifica contingenza.

 

Se poi si passa dai paesi amici a quelli che un tempo erano considerati nemici, la Russia, la Cina, l'Iran, la conclusione è assolutamente speculare. Ma se le cose stanno così, possiamo ancora accettare che i nostri interlocutori continuino a pensare che possono darci per scontati?

Giuseppe Cucchi, Generale, AffInt 23

 

 

 

 

Non ci siamo

 

E’ sempre più improbabile palesare concreti riferimenti per lo status dei nostri Connazionali all’estero. Una politica, sempre più dispersiva, ci ha allontanato dal considerare una realtà che sembra aver smarrito la sua primaria importanza.

 E’ un errore. Un grave errore non tener debito conto delle esigenze dei milioni di cittadini italiani che vivono stabilmente lontano dalla Penisola. Anche se le loro residenze geografiche sono lontane, molti dei loro problemi sono gli stessi di chi vive nel Bel Paese.

Con l’avvento della Quarta Generazione di Migranti, sono stati anche accantonati quei concetti di solidarietà che ci avevano accompagnato sino al tramonto del secolo scorso. Di fatto, però, le preoccupazioni degli italiani all’estero ci sono sempre tutte.

 Tra l’altro, sono lampanti due aspetti da tenere in considerazione nei confronti dei Connazionali che vivono altrove. Il primo è rappresentato dai rapporti socio/politici con i Paesi ospiti. Il secondo, che sentiamo più nostro, è rappresentato dalle relazioni, sempre più sporadiche, con la madre Patria.

Sotto questo profilo, non ci sono giustificazioni da accampare per un disinteresse che sì è accresciuto col passare del tempo e delle generazioni. La stessa rappresentatività (Com.It.Es. e CGIE) ha fatto il suo tempo. Bisognerebbe aggiornarne le strutture o, forse, sarebbe più ragionevole surrogarle in meglio.

 La stessa presenza degli “onorevoli” eletti nella Circoscrizione Estero non rispecchia, pienamente, il profilo politico degli elettori. Nella bozza della nuova legge elettorale la questione, da tempo sollevata, non è minimamente citata.

 Di conseguenza, sembra non essere stato sufficiente “metterci la faccia” per eliminare certe incongruenze che stonano in modo palese.

 Il fatto è che ancora non ci siamo. Se certe concretezze politiche non saranno rese operative, le soluzioni ai problemi più ovvi della nostra Comunità all’estero le ravvisiamo sempre più lontane. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

ISTAT. Migrazioni internazionali e interne della popolazione residente

 

Le principali mete di destinazione per gli italiani emigrati nel 2014 sono la Germania, il Regno Unito, la Svizzera e la Francia.

 

ROMA - Nel 2014 si contano 278 mila iscrizioni in anagrafe dall'estero, l'89,5% riguarda cittadini stranieri. Le immigrazioni (iscrizioni dall'estero) sono in calo di 30 mila unità rispetto al 2013 (-9,7%) e di ben 249 mila unità rispetto al 2007 (-47,3%), anno di allargamento della Ue a Romania e Bulgaria, nonché anno precedente l'inizio della lunga fase di recessione economica. Tale riduzione è in maggior parte imputabile ai flussi che riguardano i cittadini stranieri.

Tra i flussi in entrata nel 2014 la cittadinanza più rappresentata è la rumena (51 mila ingressi), seguita dalle comunità marocchina (18 mila), cinese (16 mila) e bengalese (13 mila). Rispetto al 2013 le iscrizioni di cittadini moldavi (-53%), ecuadoriani (-42%), peruviani (-36%) e ghanesi (-33%) sono in forte calo. In aumento, invece, gli ingressi di cittadini pakistani (+23%) e bengalesi (+21%).

Il saldo migratorio con l'estero nel 2014 si mantiene positivo (+141 mila unità) ma si riduce del 22,2% in un solo anno.

L'aumento delle emigrazioni nel 2014 sull'anno precedente (cancellazioni dall'anagrafe per l'estero) è dovuto principalmente alle cancellazioni di cittadini italiani (da 82 mila a 89 mila unità, pari a +8,2%). Sono tuttavia in aumento anche le cancellazioni di cittadini stranieri, da 44 mila a 47 mila unità (+8,8%).

Le principali mete di destinazione per gli italiani emigrati nel 2014 sono la Germania, il Regno Unito, la Svizzera e la Francia. Aumenta in misura consistente rispetto al 2013 (+18,6%) il numero di connazionali laureati con più di 24 anni di età che rientrano dall'estero (7 mila unità). È in leggero aumento (+3,4%) anche il numero di laureati italiani che nel 2014 lasciano il Paese (20 mila).

Nel 2014 i trasferimenti di residenza interni al territorio nazionale coinvolgono 1 milione 313 mila individui. Il valore è in calo rispetto al 2013 (-49 mila unità, pari a -3,6%).

Il numero dei movimenti tra Comuni italiani è il più basso degli ultimi cinque anni e supera di poco il valore del 2009, anno di forte calo degli spostamenti interni. I trasferimenti di residenza interni sono principalmente di breve e medio raggio. Nel 2014 ammontano a 994 mila i trasferimenti tra Comuni delle stessa regione (pari al 75,6% del totale), mentre sono stati 320 mila gli spostamenti di residenza tra regioni diverse (24,4%).

Nel 2014 trasferimenti di residenza interni di cittadini stranieri sono stati 239 mila, quasi 10 mila in meno rispetto al 2013. Inform 27

 

 

 

 

 

Allargamento. La saga dell'adesione turca all'Ue: prematuro parlare di svolta

 

Numerosi cittadini turchi guardano all’Unione europea, Ue, con riluttanza. Non solo a causa dello scarso riguardo mostrato nei confronti del loro Paese, ma per il doppio standard che questa sta utilizzando. Tuttavia, secondo il Primo Ministro Ahmet Davutoglu, in seguito al summit di domenica a Bruxelles, la situazione potrebbe cambiare.

 

Dopo una lunga attesa, la Turchia ha infatti ottenuto il riconoscimento del suo peso geopolitico dall’Ue. Ankara riceverà tre miliardi di euro in aiuti finanziari, in cambio del contenimento del flusso dei rifugiati provenienti dalla Siria, sempre più devastata dalla guerra. Si attende l’apertura di un nuovo capitolo della saga della ‘adesione’ all’Ue per rinvigorire i negoziati ormai da tempo in fase di stallo.

 

In segno di rispetto nei confronti della Turchia, gli alti funzionari dell’Ue hanno accettato di istituire due summit l’anno. Inoltre, i cittadini turchi possono sorridere davanti alla prospettiva dell’esenzione del visto per i viaggi verso l’area Schengen entro la fine del 2016, a condizione però che l’accordo di riammissione venga attuato e che venga realizzata una mappa nel rispetto di determinati requisiti tecnici.

 

Si può quindi parlare di svolta decisiva nella saga Ue-Turchia? Non proprio. Infatti, fino a quando la questione di Cipro rimarrà irrisolta, battezzare il summit come una svolta è un’esagerazione.

 

Politica monetaria, un nuovo capitolo per l’adesione

Un colloquio sull’apertura di un nuovo capitolo di adesione - verosimilmente sulla politica monetaria - era già nell’aria dalla metà del 2014, ma gli sforzi per aprire capitoli più rilevanti quali giustizia, diritti umani ed energia sono continuamente arrestati da Cipro.

 

Proprio come avvenne due anni fa, quando l’apertura dell’ultimo capitolo - quello sulle politiche regionali - non ebbe pressoché alcun impatto sulle relazioni Ue-Turchia, crearne uno nuovo adesso farebbe poca differenza.

 

Con 14 capitoli già aperti e 21 ancora da aprire, i negoziati di adesione si trascinano da un decennio. Per questo servirà molto più di una singola occasione per rivitalizzare il - moribondo - processo di adesione.

 

Turchia, oggi più che mai lontana dagli standard Ue

Soprattutto, l’attuale clima politico turco non sembra promettere nessun miglioramento in quanto a conformità con le norme e gli standard Ue. La centralizzazione del potere, il rinnovato conflitto con i curdi del Pkk, le pressioni sui mezzi di informazione e l’assassinio di un prominente attivista dei diritti umani - chiunque ne sia responsabile - fanno della Turchia del 2015 un Paese sempre più simile a quello del 1995; non lo stato pieno di speranze che il partito Akp di un tempo guidava all’inizio del ventunesimo secolo.

 

L’Ue non può illudersi di rovesciare la situazione politica in Turchia - e di riacquisire così il ruolo di catalizzatore delle riforme democratiche turche - centellinando un capitolo alla volta nel processo di adesione.

 

Anzi, aprire un nuovo capitolo ora - per di più non connesso alla questione diritti umani - rischia di mandare al raggiante Davutoglu un messaggio fuorviante, ovvero che le norme Ue sono negoziabili.

 

A parità di condizioni, le dinamiche attuali spingono la Turchia verso il partenariato strategico chiamato già un tempo dai democratici cristiani europei.

 

I pilastri di questa partnership sono la modernizzazione dell’accordo sull’unione doganale, concessioni sulla liberalizzazione dei visti, e cooperazione nell’ambito della politica estera, in particolare rispetto alle questioni di alto profilo quali la migrazione e l’energia. Tuttavia, tale partnership è fondata su interessi, parzialmente convergenti, non sui valori.

 

Il presidente Racep Tayip Erdo?an ha comunque ragione di esultare. Dopo il trionfo elettorale del primo novembre, ha ora guadagnato punti a Bruxelles. Il colpo potrebbe tornargli inoltre utile per affrontare la Russia senza giocarsi la faccia in seguito alla crisi scatenata dal recente abbattimento del Sukhoi-24, lungo il confine con la Siria.

 

I dubbi dei democratici e liberali

Tuttavia, un dubbio attanaglia i democratici e i liberali turchi insieme a tutti quegli europei che credono nella possibilità di un futuro europeo per la Turchia: accettare l’offerta dell’Ue, nella speranza che quest’ultima ammorbidisca l’approccio del governo verso l’opposizione, o rifiutarla perché significherebbe per l’Ue svendersi e chiudere un occhio alla chiusura del governo verso diritti e libertà?

 

È il dubbio di Groucho Marx che si ripete, quello del “Non vorrei mai far parte di un club che accettasse tra i suoi soci uno come me”.

 

Le cose potrebbero andare storte. La liberalizzazione dei visti ai cittadini turchi in area Schengen non è un affare già concluso: potrebbe infatti andare a rotoli, rimanere incompiuto o stemperato dalle pressioni dei partiti anti-immigrazione, che sono sempre più in ascesa in Francia e in molti altri Stati Membri dell’Ue.

 

Coloro che cercano asilo potrebbero continuare ad arrivare in massa, preferendo rotte diverse rispetto alla Turchia. I colloqui sulla modernizzazione dell’Unione doganale con Ankara potrebbero giungere a un punto morto, tanto quanto quelli per i negoziati di adesione.

 

In tal caso si assisterà a recriminazioni varie e ad accuse vicendevoli tra Turchia e Ue. E se anche il Piano d’Azione dovesse essere pienamente attuato, questo non garantirebbe in nessun modo una ripresa di un circolo virtuoso caratterizzato da riforme turche e integrazione europea.

 

Tuttavia, una speranza c’è. L’Ue, oggi, potrebbe avere dato un nuovo vigore al processo di adesione turco, per ragioni che non hanno niente a che fare con l’europeizzazione della Turchia, ma il risultato potrebbe essere comunque positivo.

 

Se un accordo venisse raggiunto nei prossimi mesi a Cipro, il conseguente disgelo della maggior parte dei capitoli riguardanti l’adesione all’Ue potrebbe inserirsi nel nuovo clima politico europeo dove il valore strategico della Turchia è definitivamente apprezzato. E a quel punto una genuina rivitalizzazione delle relazioni Ue-Turchia, nonché un impeto turco a favore della riforma non potrebbero non accadere.

 

Non tutto ciò che si fa viene fatto per i giusti motivi. Ciononostante, forse e solo forse, l’esito potrebbe essere in qualunque modo positivo.

Dimitar Bechev e Nathalie Tocci, AffInt 2

 

 

 

 

Abbattiamo il mostro

 

Testimonianze e riflessioni sui gravi atti di terrore a Parigi e le minacce di distruzione all’Europa

 

Per onorare il martirio di Valeria e di tutte le altre vittime di 19 nazionalità. Costruire il mondo del dialogo e della pari dignità. Un decalogo per capire, combattere il mostro e progettare la rinascita.

 

BANLIEUES Montreuil,  Nogent sur Marne, Aubervilliers, Bobigny, Garges les Gonesse, Saint Denis: sono solo alcune delle mitiche banlieues che assediano la ville lumiere, la regina sulla Senna resa immortale dall’epopea giacobina e comunarda e in cui svettò più tardi il genio di Eiffel con la torre alzata sino a carpire l’immensità dell’azzurro oltre il secolare grigiore dei cieli bigi parigini.

 

MEGALOPOLI Non vorrei fare della sociologia spicciola. Anche se, all’opposto, respingo il tentativo in atto di considerarla ininfluente nell’attuale stato di cose. Cinque o sei milioni di banlieusards – in treno, nel metropolitano RER o con l’auto – in marcia ogni mattina verso Parigi per soffocarla con l’abbraccio d’amore che si riserva a chi si ama perché è fonte della vita di ognuno. E a sera di nuovo verso quei casermoni il cui squallore è pari a quello che si può notare in una megalopoli del terzo mondo.

 

EMARGINAZIONE Ho visitato Soweto a Johannesburg. Ho annusato l’acre sapore dell’abbandono e della tristezza che non ti lascia nemmeno se chiudi gli occhi e cerchi di sognare un mondo che non esiste perché sta solo nei sogni. Certo le banlieues parigine non sono Soweto. Rappresentano, pur tuttavia, un luogo di emarginante solitudine di massa ove pullula un mondo a cui hai tolto il sogno rappresentato nel drapeau: Liberté, Egalité, Fraternité.

 

ETNIE Nel mio soggiorno parigino ebbi più occasioni di visitare Garges. Là vivevano alcuni amici presidenti dei circoli “Amitiés Franco-italiennes”. Cubi a più piani. In ogni pianerottolo, lingue e odori diversi. E al centro una piazza brulla, rischiarata a sera da lampioni la cui luce fioca sembrava anch’essa venire da lontano come il mondo accanto. Un bistrot in cui ci appartavamo per scrivere i “Cahiers des doleances”, programmare le iniziative di protesta, gli incontri dei circoli d’amitié.

 

GIOVANI Conobbi da quelle parti una tradizionale famiglia siciliana di cui sembrami inopportuno declinare il nome. I genitori, cinque fratelli e quattro sorelle, una miriade di figli e nipoti. Dei fratelli, di lì a poco, ne rimase uno, condannato a più anni di prigione per spaccio e rapina. Gli altri, morti sotto l’effetto della droga. Una famiglia come tante altre. A cui la République aveva dato il nulla di tre parole che ognuno dei giovani aveva letto nelle miserevoli scuole della periferia urbana.

 

SIMBOLI Milioni di giovani come loro – magrebini, tunisini, libanesi, siriani o del lontano Mali - hanno vagato per decenni alla ricerca dell’araba felice. Forse non è un caso che qualcuno possa averla trovata sotto un altro simbolo fallace e una nuova bandiera. Ma non solo. Il problema della Palestina e del suo popolo sembra cancellato dalla memoria.

 

GUERRE Non ci rammentiamo più dell’invasione sovietica dell’Afghanistan nel folle tentativo di costruire il comunismo sulle rovine di un regime tribale e feudale. Delle guerre del Golfo: le due guerre irachene per dare una lezione prima e abbattere poi, il regime nazionalista e totalitario di Saddam Hussein sulla base di mistificanti e mai comprovate accuse del possesso di armi di distruzione di massa da parte del regime. Del pantano siriano e libanese. Della perversa avventura libica - Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti in primis - costruita con un cinismo degno di una illimitata irresponsabilità.

 

COLPE Nella lotta per il controllo delle fonti di ricchezza medio-orientali l’Occidente industrializzato - sovietici e Russia inclusa - hanno giocato gli uni contro gli altri. Armato e finanziato sciiti o sunniti secondo il momento e la convenienza. Un gioco al massacro in cui le vittime della lotta fratricida sono stati e sono i milioni di morti musulmani sunniti e sciiti, figli dello stesso Dio. Con in mezzo alcune comunità cristiane, la cui sola colpa è essersi trovati al centro dell’infernale cratere. Altro che guerra di civiltà.

 

MOSTRO L’ISIS (Il califfato islamico), il mostro, sorge da lì. Dalle nostre colpe. Dalla nostra sete di dominio e ricchezza. Abbattiamolo! Perché non sia meta agognata e simbolo perverso dei venti milioni di musulmani europei. È la premessa per onorare il martirio di Valeria e delle tante vittime, di ogni religione e colore, della folle notte parigina, dove sono morti giovani di ben 19 nazionalità.

 

RINASCITA Costruire la cultura del dialogo e della pari dignità tra i diversi, è l’unica possibilità per preservare il futuro dell’intera umanità e della sua rinascita. Senza odio e senza paura! Per la sicurezza dei cittadini e per la pacifica convivenza tra le nazioni e tra i popoli ora più che mai occorrono politica, diplomazia, intelligence. I caccia non bastano!

On. Gianni Farina, de.it.press 24

 

 

 

 

 

Marco Fedi (Pd): “Ruolo fondamentale dei Patronati nel mondo: da aggiornare e rinnovare”

 

ROMA -  Viviamo in un mondo globale ma le nostre riflessioni sono settoriali, trascurano il quadro d’insieme. La relazione dell’Inps e le riflessioni del Presidente Boeri, ad esempio, che hanno avuto ampia eco, non contengono dati altrettanto importanti sulle pensioni pagate dal mondo verso l’Italia. Probabilmente perché l’obiettivo di quella comunicazione era rafforzare l’idea che la previdenza nazionale ha un carico internazionale troppo elevato. Il carico internazionale troppo elevato giustificherebbe poi i tagli ad alcune prestazioni. Tutto ciò indebolisce noi tutti, l’idea di servizi di Patronato nel mondo. Senza offrire alternative. Senza sbocchi.

In parte siamo tutti responsabili di questa condizione: le questioni della tutela previdenziale, come della internazionalizzazione del sistema economico, sono temi che riguardano il sistema Italia nel suo complesso. Non solo prerogativa degli italiani nel mondo. Devono essere affrontati con strumenti nuovi, sia di interpretazione della realtà che nell’offerta di servizi ma anche con un nuovo linguaggio di una comunicazione che deve essere integrata e completa.

I Patronati svolgono un ruolo fondamentale nei Paesi di residenza dei nostri connazionali nel mondo. Si tratta di un lavoro che da “complementare” alla rete consolare è diventato, sui temi della tutela e protezione sociale, “esclusivo” e “fondamentale”.

Sono queste le ragioni che ci portano come Parlamentari eletti all’estero a sostenere i Patronati nel mondo.

Dobbiamo porci una domanda: siamo tutti d’accordo che i Patronati sono importanti, davvero importanti, in Italia e nel mondo, e che pertanto dobbiamo tutti insieme trovare una via diversa ai tagli, anno dopo anno, legge di stabilità dopo legge di stabilità? Noi abbiamo una responsabilità, far ripartire in modo credibile la discussione sulle convenzioni bilaterali e multilaterali: lo dico perché possiamo reagire alle sfide se cominciamo a partecipare alla discussione politica su questi temi. Si citano le maggiorazioni sociali senza ricordare che anche altri Paesi extra-Europei corrispondono analoghe misure ai pensionati in Italia, si parla di trattamento minimo senza ricordare che molta della nostra giurisprudenza, del lavoro e previdenziale, ha collocato, in un momento preciso della nostra storia, il trattamento minimo al centro delle prestazioni. Dimenticando anche che le convenzioni internazionali, in alcuni casi, prevedono espressamente l’inclusione del trattamento minimo nel calcolo delle pensioni.

Complessivamente concluderei con un impegno per tutti noi: rilanciare un’idea forte di presenza dei servizi dei Patronati nel mondo. I Patronati accettano in pieno  la sfida della modernizzazione, della trasparenza e dell’efficienza. Per questa ragione dobbiamo trovare insieme una strategia che riporti al centro del sistema i lavoratori, le nuove mobilità, le prestazioni, sempre più composite e diversificate, sulle quali gli autentici specialisti sono i funzionari di Patronato nel mondo.

Dobbiamo anche chiedere al Governo che comprenda e riconosca e valorizzi le specificità e le potenzialità di questa rete nel mondo.

Marco Fedi, Deputato Pd circoscrizione Africa-Asia-Oceania-Antartide

 

 

 

 

 

Un torbido mare di confusione e terrore

 

Tra le parole ed i fatti c’è un mare di mezzo, un mare simbolico di alleanze solo dichiarate ed ancora incerte ed un mare vero dove, ancora adesso, migliaia  di profughi  cercano una speranza in condizioni sempre più estreme e disperate.

 La tragedia di Parigi ci conferma che un continuo lavoro di intelligence non dovrebbe riguardare esclusivamente le necessarie misure antiterroristiche e per la sicurezza, ma andrebbe rivolto ad un continuo esercizio di intelligenza collettiva,  che connetta l’impegno delle Istituzioni con l’impegno dell’associazionismo nelle sue varie forme. 

 Mentre i continui raid aerei della coalizione  a guida Stati Uniti,  a cui ora partecipa anche la Russia,  non hanno   neanche scalfito ciò che oggi chiamiamo Daesh, che   continua a  presidiare il suo regno del terrore ed ordire attentati in tutto il mondo, vediamo anche che non basta che sul campo siano schierati curdi, esercito iracheno, pasdaran iraniani e i Hezbollah libanesi, perchè i loro  i interessi sono divergenti e spesso conflittuali.

E’ inutile, giunti a questo punto,   ricordare che è stato un errore estromettere i sunniti da ogni carica in Iraq, come un errore è stato l’intervento in Libia. 

Su questi errori va riflettuto, ma, per ora, ciò che è importante è trovare alleanze certe ed ampie per dare una risposta ad un nemico  che rappresenta un problema per tutti.

Bisogna coinvolgere in un impegno fermo, in primis i Paesi del golfo persico ricchi di petrolio e di petrodollari ed altrettanto certamente chiedere alla Turchia un atteggiamento più chiaro e diretto e alla Siria,  non solo di promettere per il futuro, ma di fare a meno da subito di Assad e della sua politica.

E’ dal 7 gennaio scorso e dall’attentato, troppo presto dimenticato, a Charlie Hebdo, che l’Isis sta spargendo il terrore ovunque, mentre Europa, Nato ed Onu sono ancora a discutere su strategie da adottare.

La più in difficoltà è certamente l’Europa, perché  se la crisi economica  ha dimostrato che l’unità monetaria è soltanto una bufala, la crisi della sicurezza determinata dall’attacco a Parigi sta dimostrando che anche l’unione delle frontiere è una altrettanto,  solenne, presa in giro.

Il risultato è paradossale: l’unica unione europea che esiste davvero è quella del terrore. A questo punto, come ha detto benissimo Jacques Sapir, intellettuale di sinistra , o si ha la forza di creare subito un’Europa federale, come gli Stati Uniti, con tutti i poteri al centro, oppure è meglio ritornare immediatamente indietro, riaffidando interamente le responsabilità della sicurezza agli Stati nazionali.

Sono d’accordo, con il ministro degli esteri Gentiloni che su Famiglia Cristiana  ha dichiarato , che, in primo luogo, anche se come Paesi occidentali possiamo difenderci alzando i livelli di sicurezza e possiamo contrastare il terrorismo con coalizioni politico-militari; dobbiamo sapere che il suo sradicamento, nel medio periodo, dipende dall’isolamento e, quindi, dalla battaglia religiosa e culturale che, nei confronti del fondamentalismo terrorista, devono condurre e conducono le stesse comunità islamiche.

Occorre smetterla con trasmissioni radiofoniche e televisive e con interventi sui giornali che tendono a indurre nell’opinione pubblica l’idea che i musulmani siano terroristi, perché, in verità, l’islam è ostaggio dei  terroristi ed abbiamo bisogno  che la grande maggioranza della comunità politica e religiosa che fa riferimento all’islam, e che è il primo bersaglio dei terroristi, prosciughi il mare dove il terrorismo nuota.

Infatti, la caratteristica forse principale dell’attuale minaccia terroristica,  è la persecuzione delle minoranze religiose in genere, con modalità diverse in Iraq, Pakistan, Africa e non è certo un caso che la prima uscita del Daesh in Libia sia stata la strage di cittadini egiziani di religione copta. 

Il terrore vince se crea diffidenza, divisione,  insicurezza e paura.  Ciò che va censurato è il promuovere nell’opinione pubblica una identificazione tra il terrorismo e migranti che fanno migliaia e migliaia di chilometri per sfuggire a situazioni di disperazione, di fame e di guerra.

Certo, abbiamo anche il rischio  di utilizzo dei proventi di questo traffico a fini terroristici, ma la confusione tra terroristi e migranti è, nella migliore delle ipotesi, cattiva propaganda che aiuta l’Isis nella sua politica di destabilizzazione attraverso il terrore.  Carlo Di Stanislao, de.it.press

 

 

 

 

 

"Solidarietà con i rifugiati, l’Europa non deve tradire i suoi valori fondanti"

 

“Niente paura, teniamo alti i nostri valori di solidarietà nella politica d’immigrazione, anche dopo gli attentati di Parigi e i diversi falsi allarmi-terrorismo in Italia”. È stato uno dei messaggi chiave nell’intervento dell’on. Laura Garavini (PD) al Convegno “Solidarietà è sicurezza” promosso presso la Rappresentanza del Parlamento Europeo a Roma dall’Eurodeputata Silvia Costa. "L’Europa sbaglierebbe – ha detto la Garavini – a costruire nuovi muri. Non serve una politica di chiusura alla luce del più grande numero di rifugiati di tutti i tempi. Bisogna affrontare questa sfida in Europa in modo solidale. Questo significa anche che tutti i Paesi devono dare una mano a accogliere le vittime delle guerre nel Medio Oriente ed in Africa. L’Europa non può venir meno ai suoi valori fondanti”. Durante il convegno è stato presentato un film-documentario sul viaggio dei rappresentanti del PD (fra di loro Silvia Costa e Laura Garavini) in alcuni centri di accoglienza in Ungheria e in Croazia.

 

Laura Garavini ha sottolineato come sul tema rifugiati sia importante la collaborazione con i Paesi africani e anche con la Turchia: “Era tempo di coinvolgere maggiormente i Paesi confinanti e di transito, che spesso sono confrontati con la moltitudine di rifugiati che devono accogliere. Dobbiamo dare a questi Paesi i mezzi per garantire ai rifugiati un'accoglienza umana e adeguata, il più vicino possibile a casa loro. Allo stesso tempo l’Europa deve impegnarsi ad accogliere una certa quota di rifugiati aventi diritto all'asilo e portarli in Europa in modo sicuro. Nessun rifugiato deve essere costretto a percorrere migliaia di chilometri mettendo in pericolo la sua vita, solo per presentare la sua richiesta d’asilo in Europa”. La deputata PD ha chiesto un impegno veloce dell’Europa per dotarsi di regole comuni per l’asilo e di nuove regole comuni per l’immigrazione. "Il Trattato di Dublino, difeso a lungo dalla Germania, – ha detto la Garavini – è ormai completamente superato".

 

La componente della Commissione Antimafia ha illustrato anche la sua proposta di creare finalmente una Procura europea contro la criminalità organizzata e il terrorismo. “La sofferenza dei rifugiati è uno dei più grandi affari per la criminalità organizzata negli ultimi tempi. Una politica di solidarietà e umanità verso i rifugiati deve andare di pari passo con una politica decisa contro la criminalità organizzata, che guadagna milioni sulla pelle dei più poveri. Sia la sfida rifugiati che la minaccia terrorismo dimostrano in modo chiaro come sia necessario una Procura che lavori in modo efficace e sovranazionale. La creazione di questa Procura deve essere una priorità nella lotta contro la criminalità organizzata a livello europeo”, ha detto la Garavini.

 

Sulla politica estera la componente della Presidenza del gruppo PD alla Camera dei deputati si è espressa per rafforzare il dialogo diplomatico per porre fine al conflitto in Medio Oriente e in Africa. De.it.press 3

                                        

 

 

 

 

Italiani

 

I Connazionali all’estero, che hanno mantenuto la loro originaria cittadinanza, sono poco più di quattro milioni. Quindi, una fitta schiera che continua a mantenere contatti con la Madre Patria. Non solo per rapporti di parentela, ma anche per interessi concreti che, nonostante i tempi difficili, continuano a esserci.

Certo è che le incoerenze nei confronti della nostra Comunità d’oltre frontiera ci sono sempre tutte. Come se il suo status non facesse più parte della realtà nazionale.  Ora, sulla questione desideriamo tornare per evitare, come spesso ancora accade, che l’Italia del XXI Secolo sia annoverata solo come Paese delle immigrazioni drammatiche.

 La pubblica opinione, anche al tramonto di questo 2015, è assai più informata sulle problematiche di chi, dall’altra sponda del Mediterraneo o da Oriente, cerca in Europa una nuova dimensione di pace e di sopravvivenza, Però, il detto “lontano dagli occhi, lontano dal cuore” non dovrebbe trovare accoglimento passivo nei confronti degli italiani nel mondo. Sarebbe troppo comodo e, politicamente, inqualificabile.

 C’è da rivedere, ma sul serio, i profili della “rappresentatività”. In tutte le sue forme normative. Del resto, il Potere Legislativo continua a tener conto, solo marginalmente, delle esigenze socio/economiche degli italiani d’oltre confine. Riteniamo che il tempo delle “promesse” sia terminato. Con la conseguente rivalutazione del ruolo degli italiani all’estero anche nelle questioni nazionali.

 Una volta sistemati, ma sul serio, gli obiettivi della “rappresentatività”, c’è da riscoprire quelli della loro “partecipazione” attiva. Ci sarà qualcuno, più coerente degli altri, intenzionato a offrire spessore al nostro enunciato?

Ciò che, in ogni caso, ci preme è che sia messa la parola “fine” alla ridda di promesse disattese che la nostra Comunità nel mondo non intende continuare a subire passivamente. Essere italiani ha una polivalenza che chi intende continuare a fare politica non può sottovalutare. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Al Senato l'informativa del ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, sull'evoluzione della crisi in Medio Oriente

 

Il Ministro parla della lotta a Daesh come “una sfida senza precedenti”, per cui occorre “una risposta strategica e su più livelli: militare, politico-diplomatica e sul terreno culturale e sociale”. A Roma il 13 dicembre la conferenza sulla Libia

 

ROMA – Nell'ambito della discussione al Senato del provvedimento di proroga delle missioni internazionali di forze armate e polizia, di iniziative di cooperazione e consolidamento di processi di pace e stabilizzazione, il ministro degli Affari esteri, Paolo Gentiloni, ha svolto in Aula un'informativa sull'evoluzione della crisi in Medio Oriente.

Gentiloni ha evidenziato come Daesh – acronimo del gruppo terrorista attivo in Siria e Iraq, che ha rivendicato anche gli attacchi di Parigi del 13 novembre scorso – rappresenti “una sfida che non ha precedenti”, perché “attore non statale che però controlla un territorio e ingenti risorse finanziarie”, “usa la religione per i suoi propositi terroristici” e costituisce una “minaccia esterna ma anche interna alle nostre società”, ai nostri sistemi di sicurezza, specie per gli attacchi suicidi con cui agisce. Una “minaccia ibrida, asimmetrica, non statale e tuttavia certamente non meno insidiosa delle minacce cui siamo stati abituati – ha ricordato il Ministro, segnalando come si debba approntare per essa “una risposta strategica e su più livelli: una risposta militare, una risposta politico-diplomatica, una risposta sul terreno culturale e sociale, senza coltivare l'illusione di facili scorciatoie o di guerre-lampo, le cui apparenti vittorie si sono spesso tradotte negli anni scorsi in una lunga scia di conseguenze ingovernabili”.

Gentiloni ha poi segnalato come sul piano militare la coalizione anti-Daesh abbia ottenuto alcuni risultati significativi – nella riconquista del Sinjar e nell'offensiva che si sta sviluppando verso Ramadi, in Iraq, e nell'interruzione dei collegamenti tra Raqqa e Mosul e le azioni dirette verso Raqqa, in Siria – e precisa come non corrisponda a realtà “l'immagine di un'Italia riluttante e assente” su questo fronte – si evidenzia come i peshmerga, i combattenti curdi attivi in quelle aree, siano stati armati e addestrati dalle forze armate italiane. “Il nostro lavoro è cruciale, in modo particolare in Iraq – afferma Gentiloni, segnalando la volontà di discutere con gli alleati di “eventuali ulteriori impegni”, ma sulla base di “una strategia complessiva militare contro il finanziamento a Daesh”, alla cui definizione contribuirà anche il prossimo vertice del coordinamento della coalizione anti-Daesh (il cosiddetto small group) a livello dei Ministri degli Esteri e della Difesa previsto tra due mesi a Roma. Sul piano politico diplomatico – ha proseguito il Ministro, - l'iniziativa italiana si dispiega lungo tre direttrici: il coinvolgimento necessario della Russia nella lotta al terrorismo – pur senza rinnegare “differenze e contraddizioni” - e la riduzione della tensione tra Russia e Turchia, dopo l'abbattimento del jet russo; la definizione di un processo di transizione in Siria, che stabilisca un termine per l'uscita di scena di Bashar Assad; l'organizzazione a Roma il 13 dicembre di una conferenza sulla Libia, che coinvolga anche i paesi limitrofi e possa aiutare a “rimuovere gli ostacoli che impediscono l'intesa sulla formazione di un governo di coalizione nazionale”. “Possiamo ancora evitare la disgregazione completa del Paese e l'avanzata di Daesh, che va consolidandosi soprattutto nell'area intorno a Sirte. Possiamo farlo con una convinta azione diplomatica – precisa Gentiloni, - con un'intesa tra le parti, con un impegno per la successiva stabilizzazione al fianco del nuovo Governo di accordo nazionale. Credo che questo obiettivo sia possibile – conclude - e se riuscissimo a raggiungerlo sarebbe un contributo di valore inestimabile, non solo per avviare a soluzione una delle crisi più difficili degli ultimi anni in Medio Oriente ma anche per dare un contributo ad una stabilizzazione più generale”.

Nel successivo dibattito sono intervenuti Lucio Tarquinio (CR), che ha invocato maggiore realismo nella valutazione della situazione mediorientale; Giulio Tremonti (GAL), che ha criticato i tentativi reiterati di esportare la democrazia con la guerra e i media; Sergio Divina (LN), che sollecita il blocco delle frontiere, la revoca delle sanzioni imposte dagli Usa contro la Russia e l'adozione di provvedimenti nei confronti della Turchia, che – ha ricordato – acquista petrolio dai terroristi e lo rivende ai paesi occidentali; Francesco Maria Amoruso (AL), che ha richiamato gli errori commessi in Libia e in Siria, dove la priorità dovrebbe essere la lotta al terrorismo e non la caduta di Bashar Assad; Giorgio Napolitano (Aut), che ha segnalato come l'errore in Libia sia stato il disimpegno della comunità internazionale dopo l'intervento militare e ricordato le conseguenze negative del blocco della procedura di ingresso della Turchia in Europa. Peppe De Cristofaro (Misto-SEL) ha ricordato come le missioni militari abbiano aumentato il terrorismo e sollecita chiarimenti con le monarchie sunnite complici di Daesh, insieme ad una riconsiderazione del mondo sciita, fino a poco tempo fa bollato come “asse del male”. Richiama poi due questioni assenti nell'informativa: il ruolo della Turchia, che a suo dire colpisce i curdi e il Pkk anziché le postazioni terroristiche, e la questione palestinese. Pier Ferdinando Casini (AP) evidenzia la complessità della crisi mediorientale, dove si intrecciano guerre per procura e traffici petroliferi, e sollecita il superamento della nostalgia della guerra fredda. Mario Giarrusso (M5S) ritiene invece che le potenze occidentali puntino a sostituire il presidente siriano perché non più funzionale ai loro interessi economici, mentre sollecita il blocco dei traffici di armi e petrolio. Bruno Alicata (FI-PdL) rileva la leggerezza delle cancellerie europee, che in Medio Oriente hanno appoggiato interventi militari contro Stati laici, mentre evidenzia la necessità di ridurre le tensioni tra Nato e Russia. Secondo Alessandro Maran (PD) la prosecuzione del conflitto in Siria favorisce l'Isis, che ha infiltrato i ribelli siriani, per cui occorre lavorare alacremente alla transizione. (Inform 3)

 

 

 

 

 

Gian Domenico Auricchio è il nuovo presidente di Assocamerestero

 

Alla guida dell’associazione delle 79 Camere di Commercio Italiane all’Estero un imprenditore di un’azienda leader del Made in Italy

 

ROMA -  Il Consiglio Generale di Assocamerestero, l’Associazione delle 79 Camere di Commercio Italiane all’Estero e di Unioncamere, nella sua riunione di insediamento, ha eletto oggi come presidente, Gian Domenico Auricchio.

Per la prima volta, l’associazione delle Camere italiane all’estero, presenti in 54 Paesi e attive sui temi dell’internazionalizzazione e della promozione delle eccellenze italiane, vede alla sua guida un imprenditore di un’azienda leader dell’agroalimentare Made in Italy, con stabilimenti in Italia e nel Mondo.

“Credo che le Camere di commercio italiane all’estero – ha affermato il neo presidente Auricchio . siano una piattaforma straordinaria per sostenere l’ulteriore diffusione del nostro Made in Italy nel mondo, in raccordo con l’azione promozionale svolta dal Governo e dall’ICE, agendo come importante collegamento con il sistema camerale in Italia, con le Associazioni imprenditoriali ed il sistema fieristico”. 

Gian Domenico Auricchio, classe 1957, nominato Cavaliere del Lavoro nel 2010 dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, è Amministratore delegato della Gennaro Auricchio SpA, azienda impegnata dal 1877 nella produzione e commercializzazione dei prodotti caseari, Presidente della Camera di Commercio di Cremona, Presidente di Unioncamere Lombardia, Presidente di Fiere Parma, già Presidente di Federalimentare, Vice presidente di Confindustria e di Unioncamere nazionale. dip

 

 

 

 

Le  questioni degli italiani all’estero in evidenza nel parere sulla legge di Stabilità espresso dalla Commissione Esteri

 

ROMA - La Commissione Affari Esteri della Camera ha espresso il suo parere sulla legge di Stabilità per il 2016 e, in particolare, sul bilancio del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale . Il giudizio positivo dato dalla Commissione è legato sia all’impianto complessivo della manovra per il suo chiaro orientamento espansivo che al carattere qualificante di alcune scelte di merito connesse alla politica estera dell’Italia e all’internazionalizzazione del sistema Paese. In questo senso, va sottolineato il valore dell’aumento, dopo molti anni di regressione, delle risorse destinate alla cooperazione allo sviluppo e dell’avvio dell’Agenzia che ne dovrà assicurare la governance e del sensibile incremento della dotazione a sostegno delle attività di internazionalizzazione delle imprese italiane.

Di questo parere gli eletti all’estero del Pd sono stati parte attiva, ad iniziare dal ruolo svolto dal relatore on. Marco Fedi, sia nella impostazione generale che nei numerosi e impegnativi richiami specifici riguardanti la comunità italiana nel mondo. Oltre all’apprezzamento per lo stanziamento complessivo di 5 milioni di euro acquisito nel primo passaggio parlamentare a beneficio dei connazionali residenti all’estero, il parere contiene tra le condizioni di approvazione: l’equiparazione nell’applicazione delle norme sulle agevolazioni fiscali dei cittadini che producono redditi in Italia e sono residenti fuori dalla Ue e dallo spazio economico europeo con quelli residenti nell’Ue; la tutela del patrimonio storico e culturale della comunità degli esuli italiani dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia e gli interventi a favore della minoranza italiana in Slovenia e Croazia; uno stanziamento aggiuntivo a favore della Dante Alighieri, penalizzata negli ultimi tempi dalla riduzione delle risorse pubbliche. Su questi punti la Commissione ha approvato gli emendamenti presentati.

Il parere, tuttavia, sugli italiani all’estero, contiene diverse altre osservazioni, di non minore importanza. Esso richiama, infatti, l’opportunità di reintegrare il livello del cofinanziamento delle Camere di commercio italiane all’estero, che si sono rivelate lo strumento più efficace della proiezione globale delle nostre imprese; l’esigenza di consolidare il sistema di promozione dei corsi di lingua e cultura integrandoli nei sistemi scolastici locali, sostenendo meglio le scuole paritarie ed evitando che la riduzione del contingente di personale inviato dall’Italia possa determinare vuoti formativi nelle realtà coperte in precedenza; la necessità di assicurare ai Comites e al Cgie ulteriori risorse affinché siano messi nella condizione di adempiere compiutamente alle funzioni loro assegnate dalle leggi istitutive.

Il parere, infine, tocca altre due questioni di forte sensibilità per gli italiani all’estero. Si richiede, infatti, che non abbiano più a verificarsi chiusure di strutture consolari e di Istituti di cultura e che si prenda in considerazione la richiesta, da noi ripetutamente avanzata, di destinare una quota dei proventi derivanti dai 300 euro per la cittadinanza e dall’aumento di alcune tariffe consolari al rafforzamento dei consolati esposti ad un maggior carico di lavoro. Si ritiene indispensabile, inoltre, arrivare ad un riordino complessivo della imposizione fiscale sulla prima casa, non locata, degli italiani all’estero, tenendo conto delle proposte di equiparazione più volte avanzate.

Il cammino della legge di Stabilità alla Camera è appena iniziato e sono note le gravi priorità da affrontare, a fronte di risorse limitate, in materia di sicurezza, di ripresa del Mezzogiorno e di tenuta sociale. Le difficoltà di arrivare a risultati concreti sulle singole questioni non vanno, dunque, sottaciute. Tuttavia non è senza importanza che le tematiche riguardanti gli italiani all’estero siano state richiamate non solo dagli eletti nella circoscrizione Estero, ma da un organismo di grande rilievo parlamentare come la Commissione Esteri della Camera. Un altro passo in avanti nel lungo cammino per il riconoscimento dei diritti e del ruolo della comunità italiana nel mondo.

Gianni  Farina, Marco Fedi, Laura Garavini, Francesca La Marca, Fabio Porta, Alessio Tacconi (dip 25)

 

 

 

 

Chi deve pagare l'IMU, la TASI e la TARI nel 2016?

 

"A partire dal 2016 ci sarà un miglioramento per quanto riguarda le tasse sulla prima casa in Italia. I pensionati che prendono una pensione straniera che possiedono un immobile in Italia non dovranno più pagare nè l'Imu, nè la TASI. Se possiedono più di un immobile saranno loro a scegliere su quale non pagare le tasse. Per quanto riguarda la TARI invece, che è la tassa sui rifiuti, dovranno pagarla solo per un terzo dell'ammontare.

Questo però non vale per i cittadini italiani pensionati residenti all'estero, originari delle Province di Trento e Bolzano, che hanno invece deliberato di fare pagare per intero le tasse sulla prima casa ai concittadini che vivono all'estero.

 

E`un miglioramento rispetto al 2015, anno in cui i pensionati, oltre alla TARI dovevano pagare anche la TASI per un terzo dell'importo. Con la legge di stabilità 2016 siamo riusciti ad introdurre questa ulteriore riduzione.

 

Invece tutti gli altri connazionali, che non siano ancora pensionati, dovranno pagare per intero tutte le tasse, cioè sia l'IMU, che la TASI, che la TARI. A meno chè il comune in cui si trova l'immobile non decida diversamente per TASI e TARI. Ecco perchè vale la pena cercare il contatto con il Sindaco o con i componenti della giunta del proprio Comune di provenienza, in cui si trova l'immobile. Perchè per quanto riguarda TASI e TARI i Comuni, se c'è la volontà politica, attraverso una delibera di giunta, possono prevedere delle riduzioni fiscali per i connazionali che risiedono all'estero."

 

Lo ha detto Laura Garavini, dell'Ufficio di Presidenza del PD alla Camera, intervenendo a Neuchatel, alla iniziativa promossa dal Presidente della UIM Svizzera, Mariano Franzin e a Basilea, alla riunione del locale PD, organizzata dalla Presidente e dal Segretario del circolo. "Un grazie sentito a Nella Sempio, Fernando Bee ed a Mariano Franzin per la nutrita partecipazione ad entambi i  dibattiti e per l'ottimo clima delle iniziative". De.it.press 30

 

 

 

 

L'amore? Solo un'illusione, secondo la scienza non esiste

 

Difficoltà a trovare l'amore? Niente paura, secondo la scienza non esiste. Per le vittime dell'arco di Cupido sembrerà assurdo, ma è soltanto questione di chimica. L'illusione di essere innamorati scaturisce dall'aumento di dopamina e ossitocina nel cervello.

Ma che cosa sono la dopamina e l'ossitocina? Si tratta di neurotrasmettitori prodotti nel cervello durante le situazioni piacevoli. Il rilascio di queste sostanze spinge a ripetere l'attività che l'ha causato. Cibo, sesso e droghe sono ugualmente stimolanti della formazione di dopamina nel nucleus accumbens.

Uno studio effettuato sulle arvicole della prateria lo ha dimostrato. La particolarità di questi roditori è che sono fortemente monogami. Quando due esemplari si accoppiano per la prima volta, si crea un legame indissolubile. Alla morte di uno dei due, l'altro resta fedele e non cerca un altro partner.

Gli scienziati hanno somministrato alle arvicole un inibitore dei ricettori di ossitocina. Ed è risultato che l'interesse a formare un legame di coppia veniva rimpiazzato dal desiderio di diffondere il seme. Questo studio è stato descritto da Abigail Marsch in un video della American Chemical Society.

La dopamina fornisce energia, concentrazione e motivazione. E' per questo che quando ci innamoriamo riusciamo a stare in piedi tutta la notte, aspettare l'alba o correre una maratona. E' quanto spiega l'antropologa Helen Fisher secondo il National Geographic. Ciò che spinge a continuare una relazione è il desiderio di rivivere queste sensazioni. Adnkronos 3

 

 

 

 

Deputati Pd della circoscrizione Estero: Il nostro impegno per la legge di Stabilità

 

ROMA - Il passaggio della legge di Stabilità alla Camera ci vede impegnati a migliorare ulteriormente gli interventi a favore degli italiani all’estero e le misure di sostegno all’internazionalizzazione, che già hanno ricevuto dal Governo e dalla maggioranza che lo sostiene un primo riscontro positivo.

In Commissione Bilancio siamo nella fase di esame degli emendamenti presentati e passati al rigoroso vaglio di ammissibilità. In nome della trasparenza che deve contrassegnare il rapporto con gli elettori, ci sembra doveroso dare una prima informazione sul nostro impegno emendativo, che nell’insieme si è concretizzato nella presentazione di numerosi emendamenti.

Già nella fase di espressione del parere nella Commissione Esteri, il relatore Marco Fedi ha fatto propri alcuni emendamenti (estensione del trattamento fiscale di favore anche ai lavoratori italiani extra UE, maggiore sostegno alla Dante Alighieri, finanziamento per gli adempimenti connessi alla Presidenza italiana del gruppo dei paesi più industrializzati, tutela del patrimonio storico e culturale degli abitanti di Istria, Dalmazia e Fiume e delle minoranze italiane in Croazia e Slovenia), che per questo sono stati approvati dall’intera Commissione e ripresentati dallo stesso relatore.

Come eletti all’estero del Pd, in modo unitario, abbiamo chiesto di migliorare gli interventi previsti nei campi dell’internazionalizzazione, reintegrando il cofinanziamento delle Camere di Commercio italiane all’estero; della promozione della lingua e della cultura, prestando migliore attenzione alle scuole italiane non statali paritarie all’estero e alla possibilità di nomina dei supplenti in posti lasciati vacanti dal personale del contingente; del finanziamento degli istituti di rappresentanza (Comites e CGIE); del rafforzamento dei servizi consolari, destinando a tale scopo una parte dei proventi derivanti dai 300 euro per la domanda di cittadinanza; delle esenzioni per carichi di famiglia anche per i lavoratori operanti in aree extra UE; del rafforzamento degli strumenti di informazione; del mantenimento degli incentivi più favorevoli per il controesodo dei ricercatori italiani all’estero; della tutela del patrimonio pubblico immobiliare all’estero.

Abbiamo posto, inoltre, la questione di un trattamento più equo per gli italiani all’estero per quanto riguarda l’IMU, la TARI e la TASI, nonché di una riduzione del canone RAI alla luce della nuova regolamentazione. Senza tralasciare l’esigenza di un’estensione delle cure sanitarie urgenti ai figli minorenni degli italiani all’estero in visita temporanea in Italia e l’aumento, dovuto, della 14* per i pensionati residenti all’estero. 

Assieme a molti colleghi della maggioranza, siamo impegnati con determinazione nell’evitare ulteriori tagli ai Patronati, che all’estero, non meno che in Italia, sono uno strumento indispensabile di servizio e di sostegno sociale per i nostri connazionali.  

Dopo il vaglio di ammissibilità, questi emendamenti sono al filtro, ancora più impegnativo, delle compatibilità finanziarie. I risultati già ottenuti sono obiettivamente importanti e l’orientamento trasversale della Commissione Esteri che ha assunto e rilanciato le tematiche fondamentali degli italiani all’estero molto significativo e promettente per il futuro. Ora, come italiani, sappiamo che vi sono priorità ineludibili, quali la sicurezza e il recupero delle disparità territoriali e sociali esistenti, che è giusto abbiano un peso assorbente.

Ad ogni modo, alla luce dei successi conseguiti nel primo passaggio parlamentare della legge di stabilita per gli italiani all’estero, esprimiamo  soddisfazione per il primo  risultato conseguito in Commissione Affari Esteri  e proseguiremo nel nostro impegno nella Commissione Bilancio.

Gianni Farina, Marco Fedi, Laura Garavini, Francesca La Marca, Fabio Porta, Alessio Tacconi, Deputati Pd della circoscrizione Estero  (dip 3)

 

 

 

 

La voglia di capire

 

Secondo noi, fare politica significa, in primo luogo, interessarsi ai problemi della gente. Anche se gli stessi non sempre possono essere risolti, l’importante è provarci con  i fatti. Possibilmente, senza i tanti compromessi che ci portiamo appresso dal passato.

 Nonostante la premessa e la delicata sotiuazione interna e internazionale, la critica continua a prevalere sul buon senso. Abbiamo, infatti, rilevato una voglia irrefrenabile nel focalizzare gli “errori” degli altri senza rivedere, mai, quelli personali.

 A fronte di una situazione compromessa, le soluzioni alternative sono poco efficaci. Almeno, sino ad ora. Adesso non è più possibile “sottovalutare” le situazioni che, comunque, non escludono più nessuno.

 Per migliorare il contesto nazionale, bisognerebbe, prima di tutto, avere ben chiaro come. A nostro avviso, continua a mancare l’impegno politico per garantire interventi risanatori fuori dai compromessi e con lo spauracchio della “fiducia” al Governo.

 Eppure, anche gli aspetti minori della nostra realtà nazionale fanno parte della Democrazia. Nell’incertezza, non è possibile, ma neppure probabile, ritornare a “vedere” il sereno. Insomma, sarebbe opportuno prospettare meno promesse e concretare più fatti.

 Da noi, ovviamente, la voglia di cambiare è evidente. Il difficile è prevedere come e quando. Eppure, nonostante l’evidenza, tutto continua a degradare. I cambiamenti, evidentemente, non hanno trovato sintonia con una politica che è ancora correlata a obiettivi di cordata.

 Ancora una volta, dobbiamo riconoscere che il potere logora anche chi lo detiene. Resta, però, viva la voglia di capire il perché di tante scelte che, almeno, appaiono inopportune.

 Mentre l’Europa e il mondo sono sotto attacco terroristico, la voglia di comprendere la nostra realtà socio/politica s’è fatta improrogabile.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Brexit. L’Italia dica la sua sulla Brexit

 

Rimanere nell’Ue, solo se le relazioni con Londra saranno ricalibrate. È questo il messaggio delle proposte di riforma presentate dal primo ministro britannico David Cameron in previsione del referendum in cui - tra il 2016 e il 2017- i cittadini britannici sceglieranno se restare o meno nell’Ue.

 

L’Italia, il quarto paese Ue per dimensioni economiche e demografiche, è destinata ad avere una parte molto importante nel negoziato.

 

Proposta di riforma o ricatto?

Le proposte di Cameron, messe nero su bianco nella lettera spedito al presidente Ue Donald Tusk, hanno suscitato reazioni contrastanti in Italia.

 

Da una parte, funzionari, politici ed esperti vi hanno visto un incoraggiante - e lungamente attesto - primo passo verso una rapida risoluzione del problema del travagliato rapporto con l’Ue del Regno Unito. Dall’altra, molti si risentono del fatto che la questione di cui Cameron ha proposto una soluzione è un problema creato da lui stesso.

 

Dopo la pubblicazione della lettera, Cameron si è espresso positivamente sull’Ue, ricordando i molti vantaggi che il Regno Unito trae dalla sua appartenenza all’Unione, anche in termini di sicurezza nazionale.

 

Molti in Italia (e di certo anche in altri paesi) si chiedono pertanto come mai il governo britannico consideri lo status quo insostenibile. In fin dei conti, molte delle proposte di riforma fatte da Cameron potrebbero essere discusse in un normale contesto di negoziato interno all’Ue. Condizionarle all’uscita del Regno Unito sembra a molti una forma nemmeno troppo nascosta di ricatto.

 

Altri lamentano che l’intera vicenda puzzi di opportunismo politico, visto che Cameron ha promesso di tenere il referendum per riportare all’ordine la fazione più euroscettica del Partito conservatore e contenere l’avanzata dello UK Independence Party (Ukip), visceralmente anti-Ue. Altri ancora temono una sorta di effetto domino: se si fanno concessioni speciali ai britannici, cosa impedirà ad altri di avanzare simili pretese?

 

Regno Unito caso speciale

Il governo di Matteo Renzi non deve farsi influenzare da questi argomenti. Che considerazioni di politica interna entrino nel calcolo strategico di leader nazionali non è uno scandalo - in un modo o nell’altro, succede a tutti i leader europei.

 

Agitando lo spettro della ‘Brexit’ (come colloquialmente ci si riferisce all’uscita del Regno Unito dall’Ue) Cameron sta indubbiamente giocando duro, ma il premier sa che può permetterselo perché molti non vogliono lasciar andare un paese dell’importanza economica, politica e strategica come il Regno Unito.

 

Per quanto opportunistico, se non cinico, il calcolo di Cameron è anche realistico. Pochi stati membri, forse solo Francia e Germania, hanno la stessa influenza - e conseguentemente la stessa forza negoziale - del Regno Unito. Se gli altri provassero a emulare Cameron scoprirebbero che anche nell’Ue alcuni stati membri sono più uguali di altri.

 

Renzi farebbe meglio a impostare il suo approccio su una spassionata e pragmatica valutazione degli interessi italiani in gioco. L’Italia ha un interesse vitale a tutelare la strada dell’integrazione evitandone la preclusione a quegli stati - soprattutto i membri dell’eurozona - che vogliano continuare a percorrerla.

 

Dobbiamo inoltre evitare che i risultati conseguiti dall’integrazione siano compromessi. Al contempo però, l’Italia ha anche interesse a tenere il Regno Unito nell’Ue perché, senza Londra, l’Unione sarebbe più piccola economicamente e meno influente sul piano internazionale.

 

Le riforme volute da Cameron

Cameron ha avuto il buon senso di avanzare proposte ragionevoli (pur con qualche eccezione). Delle aree che il premier britannico vorrebbe riformare, l’unica che presenta ostacoli forse insormontabili riguarda l’immigrazione da paesi Ue.

 

Su questo fronte l’Italia deve guardarsi bene dal fare concessioni che riducano la libertà di circolazione dei lavoratori, una delle quattro libertà fondamentali - insieme alla libera circolazione di merci, servizi e capitali - su cui il processo d’integrazione europea è storicamente basato.

 

Le altre aree offrono prospettive di accordo più incoraggianti. L’Italia ha interesse sia ad appoggiare la proposta di creare un’unione digitale e di capitali, sia a tenere sotto controllo la regolamentazione Ue.

 

Le piccole e medie imprese italiane beneficerebbero infatti dall’avere maggiore accesso a fonti di credito (una conseguenza dell’integrazione dei capitali) e una burocrazia più snella.

 

Cameron vuole anche porre fine all’obbligo del Regno Unito a lavorare verso una ‘unione sempre più stretta’. Purché non si aprano le porte ad un’Europa à la carte, l’Italia non deve opporsi all’introduzione di maggiore flessibilità nella governance dell’Ue.

 

L’Unione, dopotutto, già ora opera come un sistema di governance multi-livello, visto che un certo grado di differenziazione è già presente in questioni di difesa, giustizia e affari interni, nonché ovviamente affari economici e monetari.

 

A questo proposito, la richiesta di Cameron di tutelare i paesi Ue fuori dalla zona euro da possibili forme di discriminazione e proteggere il mercato unico ha senso, ma non a tal punto da acconsentire che le decisioni degli stati euro possano essere bloccate dai non-euro semplicemente richiamandosi all’integrità del mercato comune. Molto meglio orientarsi verso soluzioni ad hoc, decise caso per caso.

 

La strada per un accordo con i britannici è meno stretta di quanto sembri. Gli italiani possono contribuirvi senza sacrificare il loro interesse nell’integrazione europea. L’alternativa - un’Ue più modesta e un Regno Unito estraniato - potrebbe dimostrarsi ben peggiore.

Riccardo Alcaro, AffInt 25

 

 

 

 

 

Al Senato il Convegno "Carlo Levi. Senatore, scrittore e pittore. A 40 anni dalla morte. Uno sguardo partecipato sull'emigrazione italiana"

 

L’Intervento di apertura del presidente Pietro Grasso al convegno organizzato dal Comitato per le questioni degli italiani all'estero.“Trovo particolarmente originale il taglio che si è voluto dare all'incontro odierno, il rapporto Levi-emigrazione”

 

ROMA - Il presidente del Senato Pietro Grasso ha aperto oggi a Palazzo Madama, in Sala Zuccari, il convegno su "Carlo Levi. Senatore, scrittore e pittore. A 40 anni dalla morte. Uno sguardo partecipato sull'emigrazione italiana", organizzato dal Comitato per le questioni degli italiani all'estero. Qui di seguito il testo integrale dell’intervento.

 

Gentili Ospiti, colleghi, è con molto piacere che ho accolto l'invito che il senatore Micheloni mi ha rivolto chiedendomi di intervenire a questo incontro su Carlo Levi, figura di intellettuale complessa e dai molti talenti, nel quarantesimo anniversario dalla morte e settantesimo dalla pubblicazione della sua opera più nota, "Cristo si è fermato a Eboli". Come si evince dal titolo, colui che ricordiamo principalmente come scrittore in questa sede sarà oggetto di relazioni che esamineranno le sue diverse sfaccettature, perché Levi fu anche apprezzato pittore e politico attivamente impegnato.

Il suo capolavoro scritto a Firenze durante l'occupazione tedesca della città, "Cristo si è fermato a Eboli", è una rielaborazione dell'esperienza del confino prima a Grassano e poi ad Aliano, in provincia di Matera. Ebbe immediato successo, suscitando dibattiti e analisi sul rapporto tra civiltà contadina e modernizzazione, e divenne il soggetto del noto film di Francesco Rosi del 1979, prestandosi perfettamente alla trasposizione da parte del grande regista recentemente scomparso date le sue forti analogie con il filone di narrativa neorealista.

C'è una frase in quel libro che colpisce il nervo più scoperto per chi, come me, ha servito le Istituzioni, in forme diverse, per tutta la vita: "Che cosa avevano essi a che fare con il Governo, con il Potere, con lo Stato? Lo Stato, qualunque sia, sono «quelli di Roma», e quelli di Roma, si sa, non vogliono che noi si viva da cristiani. C'è la grandine, le frane, la siccità, la malaria, e c'è lo Stato. Sono dei mali inevitabili, ci sono sempre stati e ci saranno sempre."

Mi viene da dire che Cristo può fermarsi dove crede, nella sua onnipotenza, ma lo Stato non può certo fermarsi ad Eboli, o a Roma. Così ogni volta che leggo di un viadotto crollato in Calabria o in Sicilia, di trasporti veloci che si fermano a Salerno, di strade che sono in perenne costruzione o, come nei giorni scorsi, di intere città senz'acqua, come Messina, o in cui esce dai rubinetti acqua gialla, come a Olbia, mi chiedo quando le Istituzioni - nazionali, regionali, locali - saranno davvero in grado di creare le condizioni per uno sviluppo che vada oltre lo 0,1% e metta in condizione di vera parità e uguaglianza, almeno in partenza, tutti i cittadini del nostro Paese. Sono state procrastinate alla seconda lettura alla Camera le misure per il sud, attendiamo fiduciosi.

Torniamo a Carlo Levi: nel 1963 entrò in politica, risultando eletto senatore nel collegio di Civitavecchia come indipendente del Partito comunista italiano e, nel 1968, nel collegio di Velletri nelle liste del PCI - PSIUP (Partito socialista di unità proletaria). Nei nove anni di mandato parlamentare nella IV e nella V legislatura fu membro di Commissioni diverse e, come documentato nella raccolta dei "Discorsi parlamentari" edita dal Senato, intervenne sulle più importanti questioni di politica interna e di politica estera dell'epoca: il varo dei primi governi di centrosinistra (che lealmente contrastò), i problemi del Sud, dell'emigrazione e della programmazione economica, la contestazione studentesca, la "primavera di Praga", la guerra del Vietnam, i rapporti con la Cina. Essendo stato anche componente della Commissione di indagine sul patrimonio culturale, tema a lui caro, intervenne a più riprese anche in quest'ambito, in particolare in occasione delle celebrazioni del settimo centenario della nascita di Dante, della morte di Giorgio Morandi e per la tutela dei beni artistici e paesaggistici. Conoscendo a fondo la realtà e le problematiche che hanno origini storiche lontane, giudico, inoltre, di particolare rilievo i discorsi riguardanti le condizioni della Sicilia, indubbiamente sollecitati dalla consonanza intellettuale e dall'amicizia tra Carlo Levi e Danilo Dolci.

La risonanza che ebbe il romanzo scritto in seguito all'esperienza del confino mise in ombra la sua attività di pittore - anch'essa sotto molti profili influenzata dal soggiorno coatto in Basilicata - ma non è affatto da escludere che, se il corso della sua vita non fosse stato profondamente segnato e mutato dall'improvvisa notorietà in ambito letterario, probabilmente lo ricorderemmo principalmente come pittore di nature morte, nudi, paesaggi e ritratti, pittore assolutamente riconosciuto, tant'è che espose nell'ambito di manifestazioni prestigiose quali la Biennale Venezia del 1924 e quella successiva.

Come si è visto, le angolazioni da cui esaminare l'opera di Carlo Levi sono molteplici. Molto è già stato scritto e detto rispetto ad ognuna di esse. Per questo trovo particolarmente originale il taglio che si è voluto dare all'incontro odierno, il rapporto Levi-emigrazione, e mi complimento vivamente per la scelta. In attesa dei nuovi elementi che i vostri contributi ci forniranno anche su questo aspetto meno noto, vi auguro buon lavoro. (Inform)

 

 

 

 

L’Expo dopo l’Expo

 

“Sarebbe bene lasciar passare un po’ di acqua sotto i ponti. Ma la cronaca, i commenti che la colorano, gli avvenimenti che si susseguono, gli annunci e le proposte che si rincorrono, impongono una fretta che, almeno a parole, non prevede attese. Per quanto riguarda i fatti, naturalmente, rimandiamo. Su una cosa, in linea di massima (fatte salve le fisiologiche eccezioni), si concorda: tenuto conto delle premesse, da più parti inneggianti al fallimento, quella che si è chiusa lo scorso 31 ottobre è stata una manifestazione coronata da successo”. È dedicato ad Expo l’editoriale con cui Giangi Cretti apre il nuovo numero de “La rivista”, mensile che dirige a Zurigo.

“Lo testimoniano i numeri: 21,5 milioni di visitatori (le entrate dovrebbero coprire 1/3 del budget di Expo spa, pari a 1,3 miliardi di euro); un miliardo investito dai Paesi che vi hanno partecipato per la costruzione e la gestione dei padiglioni; 2,7 miliardi che, secondo uno studio di Confcommercio, rappresentano l’impatto sull’economia italiana; 250 delegazioni governative, 62 delle quali a livello di capi di stato o di Governo, che hanno avuto l’opportunità di un confronto e di dialogo sui grandi temi dell’alimentazione e dello sviluppo sostenibile.

Lo attestano l’immagine di un Paese che torna a credere in se stesso, nelle sue eccellenze, nella sua capacità di proiettarsi nel futuro con un plus di fiducia e di consapevolezza, che contrasta con quella di un Paese che non sa far funzionare e cose.

Una certa coralità di pareri si sintonizza sulla convinzione che l’Expo sia stata la più grande operazione di diplomazia economica degli ultimi decenni. Un importante strumento di politica estera e di promozione del made in Italy. Un grande spot che dovrebbe dare concretezza al valore della diplomazia commerciale. Esportiamo molto, ma la nostra tradizione imprenditoriale ha connotati, tutto sommato, garibaldini veicolati dall’immagine, va da sé stereotipata, dell’imprenditore che si imbarca per l’estero alla conquista dei mercati, magari con molta arte, ma con poca parte. Nonostante gli sforzi annunciati negli ultimi anni, l’Italia non dispone di una forza diplomatica paragonabile a quella dei concorrenti europei e di conseguenza ha sopperito con la mobilitazione individuale a un deficit di sistema e all’assenza di un’inequivocabile definizione di ruoli e competenze sulla base di una riconoscibile progettualità d’intervento. Ma la vera sfida inizia ora.

Evitando che il milione di mq resti un’area in cui i tre simboli: Palazzo Italia, Padiglione Zero, l’Albero della vita (congelati, com’è climaticamente giusto che sia, durante l’inverno per tornare a nuova vita in primavera) non diventino le classiche cattedrali nel deserto. Facendo in modo che il successo di Expo 2015 non venga declinato con quella che Bassetti, in un’intervista a Repubblica, chiama la prosopopea del milanese “ ganassa”. Va, infatti, rifiutato l’atteggiamento di ricavare da un’esperienza positiva semplice nutrimento per la propria vanità.

Ecco, ahinoi, un lusso che non possiamo più permetterci: una narrazione di una riconquistata identità consolidata dal successo che, lodando il valore della grande bellezza italiana induca ad accomodarci su una rendita di posizione. Non possiamo, infatti, pensare di proiettare (progettare?) il futuro sulla scorta di un glorioso passato. L’esperienza di Expo va valutata in una traiettoria storica, politica ed economica che può servire non solo a Milano, ma all’Italia tutta. La sfida si vince se il successo di Expo viene reinvestito.

Un modo può essere far sorgere nei luoghi di Expo una cittadella dell’innovazione. Un grande hub (va bene lo stesso, se fra di noi, lo chiamiamo polo o parco?) scientifico- tecnologico. Per taluni sarebbe il miglior uso di un’area che oggi rappresenta la punta avanzata dell’infrastruttura fisica e digitale. Ciò significa attirare investimenti e capitale umano anche e soprattutto dall’estero.

Purtroppo, sull’Expo dopo l’Expo, e questo è un grosso difetto, ci sono soprattutto proposte e annunci: confermano che la programmazione dell’evento è orfana di un progetto sull’utilizzo di quello che lascia in eredità. Colpevolmente irresponsabile non saperlo far fruttare. Perché, così accadesse, comunque vada: non sarà più un successo. Che dire, infine, del tema di Expo 2015? Che è quello che ha catalizzato il maggior disappunto, in quanto negletto, o comunque relegato al rango di fiore all’occhiello.

Va detto però che è un tema di quelli complessi. Ne coinvolge altri: ambiente, salute, politica, diritto, giustizia, cultura, educazione, sensibilizzazione, consapevolezza.

In realtà, va interpretato come un invito: ad un ragionamento attorno alla sostenibilità. La sola che consentirà di nutrire il pianeta (senza più affamati né obesi) permettendo di trovare o creare energia per la vita. Degli umani, ma non solo. Ovvio, che con questi presupposti sia impossibile dire ora se l’obiettivo sia stato centrato. Gli scontenti obietteranno, a giusta ragione, che il tema di fondo è finito sullo sfondo. I disincantati diranno, altrettanto a giusta ragione, che, pur tra occasioni mancate, è indubbio che tutti abbiamo avuto almeno un volta l’opportunità di riflettere su cosa e come mangiamo, produciamo, vendiamo e sprechiamo.

È pur vedo che l’eredità formale della Carta di Milano, che avrebbe dovuto (voluto?) essere più solenne e impegnativa, si è forse risolta in una sorta di enunciazioni di buone intenzioni. L’Expo ha chiuso i battenti, l’impegno per un’accresciuta consapevolezza e determinazione a conoscere il pianeta, offrire opportunità per nutrirlo, creando, appunto, energia per la vita, continua.

Anche in questi giorni, a Parigi per esempio, dove, malgrado la tragedia del 13 novembre, il modo si riunisce per la conferenza sul clima”. (aise 2) 

 

 

 

 

 

“Carlo Levi a 40 anni dalla morte. Uno sguardo partecipato sull'emigrazione italiana”

 

Un'iniziativa promossa dal Comitato per le questioni degli italiani all'estero in collaborazione con la Filef e la Fclis. Tra  gli intervenuti il senatore Mario Tronti, il vice presidente Filef Francesco Calvanese, il vice presidente Fclis Maurizio Spallaccini e lo studioso di emigrazione Enrico Pugliese

 

ROMA – Il Comitato per le questioni degli italiani all'estero ha dedicato ieri un convegno al ricordo di Carlo Levi, senatore, scrittore e pittore, a 40 anni dalla sua morte, un'iniziativa realizzata per evidenziare in particolare il suo “sguardo partecipato sull'emigrazione italiana”, una profondità di analisi maturata nel corso della sua esperienza di confino ad Aliano (Matera) – per attività antifascista, nel 1935 – e trasmessa al grande pubblico attraverso le pagine del suo romanzo più noto, Cristo si è fermato ad Eboli, pubblicato da Einaudi nel 1945.

Il convegno, svoltosi a Palazzo Giustiniani, è stato aperto dai saluti del presidente del Senato, Pietro Grasso, che ha ricordato Levi quale “figura di intellettuale complessa e dai molti talenti” e segnalato come il suo romanzo più conosciuto riscosse immediato successo “suscitando ampi dibatti” su questioni salienti nell'Italia nel dopoguerra e tutt'ora attuali (la tensione, allora evidente, tra società contadina e modernizzazione, l'emigrazione, ma anche la percezione dello Stato da parte dei cittadini e la sua capacità di mettersi realmente al servizio dello sviluppo economico e sociale del Paese). “Lo Stato non può fermarsi ad Eboli o a Roma, e ancora oggi ripensando alle parole di Levi – aggiunge Grasso - mi chiedo quando le istituzioni saranno capaci di creare le condizioni per uno sviluppo superiore a percentuali dello 0,1%, per mettere i cittadini realmente in condizioni di parità, almeno in partenza”. Richiamata poi l'attualità della “questione meridionale”, “mai seriamente affrontata – rileva il presidente del Senato, che ricorda poi l'attività politica di Levi, eletto come indipendente per il Partito comunista nella 4a e 5a legislatura (1963-72), e i suoi interventi su molteplici ed importanti temi politici, culturali e sociali. Così come la sua fama di scrittore finì per oscurare i suoi meriti in altri ambiti (in particolare nella pittura), spesso non assurge al giusto rilievo l'impegno e la profondità di analisi applicata all'emigrazione italiana, impegno che si concretizzò anche con la fondazione della Federazione italiana lavoratori emigrati e famiglie (Filef) e cui viene dedicato in particolare questo convegno, di cui Grasso rileva appunto “il taglio originale”.

Il presidente del Comitato per le questioni degli italiani all'estero, Claudio Micheloni, segnala come sia “impressionante leggere oggi i discorsi di Levi in Senato”, per la loro attualità e qualità. Richiamando alcune frasi pronunciate da quest'ultimo nel corso della sua attività parlamentare, in cui si analizzano le cause, le dinamiche e le conseguenze delle migrazioni e si definiscono i migranti la “popolazione del domani”, la constatazione del presidente del Comitato riguarda il fatto che “nessuno abbia saputo parlare come lui di emigrazione”: “noi eletti all'estero – dice Micheloni - non siamo riusciti a far conoscere all'Italia questa nostra realtà, non abbiamo saputo elevarci a quei discorsi, trasmettere al Paese quel capitale di esperienze che abbiamo vissuto e di cui il mondo che rappresentiamo è espressione”. Alla luce dei drammatici attentati terroristici del presente, Micheloni invita poi a riflettere “sui fallimenti delle politiche portate avanti sull'integrazione”: “è fallito il modello francese, quello tedesco, l'inglese e il belga – afferma il senatore democratico, ricordando come i terroristi dei principali attentati cui abbiamo assistito negli ultimi anni fossero cittadini nati in Europa, seconde generazioni di immigrati il cui percorso di integrazione non è evidentemente riuscito, e “su questo, oltre che su proposte di intervento e sicurezza, dobbiamo riflettere”. “Le ferite dell'emigrazione che le prime generazioni spesso rinnegano in realtà vengono trasmesse all'interno della famiglie dei migranti e se noi italiani all'estero abbiamo avuto molto spesso una rivincita economica e sociale nei Paesi in cui siamo emigrati, tante altre popolazioni non l'hanno avuta, né vedono la possibilità di averla: qui va ricercata la radice della complessa situazione attuale – afferma Micheloni, che torna poi sul protagonismo degli emigranti, ben riconosciuto e sostenuto da Levi e dalla Filef, anche nel tracciare percorsi di possibile integrazione nelle società di arrivo. Percorsi che devono essere sostenuti, afferma Micheloni, in primis da coloro che hanno vissuto già le medesime dinamiche e difficoltà, producendo un lavoro di mediazione e identificazione di valori comuni con le società di accoglienza cominciando all'interno delle stesse comunità dei migranti.

Anche il senatore Mario Tronti, filosofo della politica, parla di Levi come di una “personalità esemplare per la complessità e la completezza dell'uomo” e lo definisce “un puro prodotto del Novecento estremamente attuale ancora oggi”. “Basti pensare – aggiunge – a quante Eboli ci sono ancora, da Dacca a Kabul e sul fondo del Mediterraneo, dove giacciono migliaia di corpi, ma anche nelle banlieue e in tutte le periferie metropolitane”. Ripercorrendo la biografia di Levi, nato a Torino e formatosi con intellettuali come Gobetti, Gramsci, Pavese, Einaudi, segnala come il confino lo avesse “scagliato in un mondo per lui sconosciuto e misterioso”, costituendone un'esperienza saliente di “presa di coscienza” di ciò che era “la storia in atto”, “contrappasso dei grandi mali della storia”, fatta anche di “stati d'eccezione che producono grandi personalità”. “Levi diventa così un torinese del Sud e preferì sempre considerare il periodo di Aliano come un esilio, più che un confino, proprio per evidenziare come lui, esiliato, comprendesse gli esiliati; ed esiliati sono anche gli emigrati, cui egli diede – ricorda Tronti – rappresentazione figurativa e politica”. Richiamata la sua capacità di affrontare i problemi, emersa nel corso della sua esperienza in Parlamento in qualità di indipendente di sinistra, “un figura allora anche derisa, quella – ricorda Tronti - degli utili idioti, che però il partito coltivava con molta cura perché portavano prestigio e competenza nelle istituzioni, piuttosto che voti, innalzandone il volto”. Tronti legge poi alcuni passi dei discorsi di Levi al Senato, in cui emerge una lucida analisi dell'emigrazione e delle condizioni sociali che la producono e dell'incapacità – o mancanza di volontà - dello Stato di farvi fronte, insieme alla sua profonda capacità di analisi della politica italiana (un discorso mai così attuale quello legato alla definizione del centro-sinistra, allora pronunciato in riferimento all'esecutivo guidato da Aldo Moro nei primi anni Sessanta).

Enrico Pugliese, professore emerito di sociologia all'Università Sapienza di Roma, ricorda come, a dispetto di quanto avviene nella gran parte degli studi di coloro che si sono occupati dell'intellettuale, “il mio Carlo Levi sia proprio quello legato all'emigrazione”, un tema “sempre presente nelle sue opere, anche in quelle in cui non viene esplicitamente tematizzata”. Richiama alcune delle pagine del Cristo di è fermato ad Eboli in cui si evidenzia l'immobilità del mondo contadino, un'immobilità che solo l'emigrazione fu in grado di scalfire (quando non con lo spopolamento dei territori, con il rientro dei paesani cui era poi impedito il ritorno negli Stati Uniti – allora meta prediletta dell'emigrazione italiana – per l'inasprimento delle condizioni di ingresso, paesani che portavano con sé “preziosi” oggetti del mestiere - l'acciaio per gli strumenti agricoli, le forbici di ottima fattura, oppure il metro con l'unità di misura in pollici). “Tanto più i paesi del nostro Mezzogiorno erano poveri, tanto più erano pieni di America – ricorda Pugliese, ribadendo la “funzione emancipatrice svolta dall'emigrazione”, “principale protagonista del Meridione d'Italia” in più fasi - dopo la grande ondata migratoria di fine Ottocento e inizio Novecento, ancora negli anni Cinquanta, dopo la guerra, prima oltreoceano e poi in Paesi europei come la Svizzera o la Germania, fino agli anni Settanta. Pugliese ricorda infatti come, al momento della prima Conferenza nazionale sull'emigrazione italiana, nel 1975, il fenomeno aveva già invertito la sua tendenza e l'Italia si avviasse a divenire sempre più terra di approdo per gli immigrati.

Ripercorre nascita e attività della Filef il vice presidente Francesco Calvanese, che ricorda come la Federazione nacque proprio “nel periodo di maturità dell'emigrazione italiana” e contribuì, anche con l'aiuto di studiosi come Levi – e Pugliese aveva prima sottolineato anche la collaborazione di Paolo Cinanni, autore di un famoso studio intitolato “Emigrazione e Unità operaia”, - a “rovesciare una visione del fenomeno imposta dalla cultura proprietaria”, attraverso uno “sguardo dall'interno” - lo sguardo partecipato di cui parla il titolo del convegno – in cui i protagonisti fossero gli emigrati stessi. “Sono anni – ricorda Calvanese – in cui l'emigrazione non viene più vista come un male da estirpare” e presso le collettività italiane si promuove “un nuovo modello di associazionismo” che corrisponde ai mutamenti avvenuti: un associazionismo, dunque, che non si fonda più in via principale sul proseguimento delle “catene migratorie” che agevolavano l'indirizzamento dei flussi in uscita, ma che è volto ad attività che favoriscano l'integrazione nei Paesi di accoglienza. L'emigrazione cambia volto e cambia anche il nostro modo di guardare ad essa, come ad una “possibilità per esprimere una cultura nuova”. “Il romanzo di Levi ci ricorda come l'emigrazione abbia trasformato completamente la nostra società. Anche l'Italia ha mutato volto: è divenuta progressivamente terra di immigrazione ed ha cercato di attrezzarsi in vista dell'integrazione – afferma Calvanese, che ricorda come tali trasformazioni pongano ancora una volta una sfida al modello associativo, chiamato a rinnovarsi, così come è emerso negli Stati generali dell'associazionismo italiano all'estero svoltisi pochi mesi fa a Roma.

Infine, Maurizio Spallaccini, vice presidente della Federazione delle Colonie Libere italiane in Svizzera (Fclis), ricorda la collaborazione instaurata con la Filef e altre importanti realtà associative, come le Acli, in particolare per sollecitare l'elaborazione di una legislazione internazionale coerente sul fronte emigrazione, per il raggiungimento della parità di trattamento per tutti i lavoratori, e per il sostegno all'integrazione. Un impegno riconosciuto dallo stesso Levi di cui viene ricordata la partecipazione al Congresso Fclis del 1969 a Olten, con un contributo poi pubblicato con l'eloquente titolo “Rompere la congiura del silenzio”. Un titolo che riassume l'atteggiamento di tanta parte della vita politica italiana nei confronti dell'emigrazione e che, celebrando Carlo Levi, si può tentare oggi di non replicare.

A chiusura del convegno, la lettura di stralci dei discorsi parlamentari di Carlo Levi a cura dell'attore Alfonso Liguori, mentre Micheloni richiama ancora l'importanza dei passi di Levi dedicati alla rappresentanza dell'emigrazione italiana, un tema su cui ritiene necessario avviare un dibattito anche e soprattutto in sede istituzionale. Viviana Pansa, Inform 25

 

 

 

 

 

La silenziosa crescita dell'emigrazione, di italiani e non. Più che raddoppiato dal 2007 al 2014 il numero degli espatriati

 

ROMA - L'emigrazione dall'Italia ha subito una netta accelerazione negli anni della crisi, con il numero di espatriati più che raddoppiato: dai 51.113 del 2007 ai 136.328 del 2014, il valore più alto mai registrato dagli anni '70 a oggi. Il dato è contenuto nel capitolo “Sicurezza e cittadinanza” del 49° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2015, presentato oggi presso il Cnel.

Se nel 2007 ogni dieci iscritti dall'estero vi era una persona che lasciava l'Italia, con un saldo di 476.010 persone che rimanevano nel nostro Paese, nel 2014 il rapporto è di una cancellazione ogni due nuove iscrizioni, con un saldo di 141.303 iscritti. Una disaffezione per il nostro Paese che riguarda tanto gli italiani quanto gli stranieri, accomunati da una subentrata incapacità di vedere il proprio futuro in Italia, che li porta a mettere (o rimettere) la propria vita in gioco e tentare la fortuna all'estero.

Negli anni della crisi - spiega il Rapporto - il numero degli italiani espatriati ha registrato una crescita del 124,8%, incessante e continuata, con un totale di 88.859 persone cancellate nel 2014 a fronte delle 39.536 del 2008. Per gli stranieri l'aumento è del 114,5%, con 47.469 cancellazioni nel 2014 a fronte delle 22.135 di sette anni prima.

Ma chi sono e dove vanno gli italiani che si trasferiscono all'estero? Nella maggior parte dei casi (il 51,6%, pari a 42.342 persone) si tratta di giovani tra i 18 e i 39 anni, che si trovano, quindi, tra la fase conclusiva della formazione e l'età dell'inserimento e della stabilizzazione lavorativa. Gli uomini (57,6%) prevalgono sulle donne e il 30,6% è in possesso di una laurea. Non stupisce che oltre due italiani su tre (il 71,7%), interrogati sull'opportunità che i nostri giovani si trasferiscano all'estero, rispondono che è un bene farlo, almeno per un periodo (36,1%) o addirittura per sempre (35,6%). (Inform)

 

 

 

 

Le responsabilità

 

Prima d’eventuali elezioni politiche, restano da affrontare ancora momenti difficil per l’Italia. Cambiare è necessario; ma con Renzi non è ancora possibile. Quando sarà varata la nuova legge elettorale, che ci auguriamo “seria”, sarà importante recuperare, almeno, il tempo perduto.

 Fermo restando il concetto che il futuro della penisola sarà sempre nello “spirito” di chi guiderà il potere esecutivo nazionale. Ovviamente, con una maggioranza parlamentare risultante da un nuovo criterio di “conta”.

 La ripresa, ora, resta limitata. Anche se qualcosa si muove nel senso giusto. Pure questo è uno di quei “miracoli” all’italiana nei quali anche i politici rampanti hanno confidato. Però, l’austerità non è finita. Resta come interpretarla.

Da noi, come sempre, resta un problema di pesi e di misure. Quindi, non basta più dare solo il buon esempio. Tanti “privilegi” ci sono ancora e interessano tutto un mondo che orbita intorno ad una politica inconcludente.

 Anche il 2016 potrebbe essere un anno costruito su un castello di carte destinato, purtroppo, a crollare sotto il peso di tanta incoerenza. Il sentore di una maggiore disponibilità potrebbe evidenziare, però, un nuovo modo d’incontro tra le sponde di una politica indecisa. Siamo, tuttavia, convinti che una svolta epocale possa iniziare anche per un naturale cambio generazionale.

 Ci aspettiamo uomini e donne nuovi e meno compromessi col passato. Col ritorno del voto popolare, il prossimo Esecutivo dovrà dimostrare, a chiare lettere, d’avere imparato bene la lezione economica che ha impoverito il popolo italiano e affossato la Seconda Repubblica.

 Del resto, le responsabilità di quanto è capitato sono note e ogni considerazione, atta a minimizzare gli eventi, sarebbe inutile. Chi guiderà l’Italia avrà grosse responsabilità.

 Potrà, però, contare sulla fiducia di una “nuova” maggioranza del Popolo italiano. Dopo la nefasta esperienza dei governi di vertice e dei ricatti sulla “fiducia”. Giorgio Brignola, conta

 

 

 

 

"Vecchia e nuova emigrazione: i servizi per gli Italiani all’estero. Il contributo della rete dei Patronati"

 

Intervento introduttivo di Fabio Porta (Pd), presidente del Comitato permanente Italiani nel mondo e Promozione del sistema Paese

 

ROMA - Le scelte di razionalizzazione della spesa pubblica adottate negli anni che vanno dall’inizio della crisi al 2014 hanno inciso profondamente sulla rete dei servizi destinati alle collettività all’estero. Dal 2006 in poi, infatti, le strutture decentrate del Ministero degli esteri si sono ridotte nei diversi continenti di 63 unità e sono oggi, nel complesso, 294: tra queste 123 sono le ambasciate, 79 gli uffici consolari, 83 gli istituti di cultura. In particolare, dal 2007 sono stati chiusi 5 ambasciate e 47 consolati di prima e seconda categoria.

Questo è avvenuto non solo per il vincolo imposto dalla spending review nella legge finanziaria del 2012, che ha configurato un impegno di riduzione delle dotazioni organiche e di contenimento delle spese delle sedi estere tuttavia “a invarianza del servizio”, ma anche per la razionalizzazione geografica e organizzativa della rete diplomatica, in rapporto all’opportunità di coprire nuove aree geopolitiche. Sta di fatto che dal 2006 al 2014 la spesa per queste voci è diminuita di 11,3 milioni, nonostante che le dotazioni precedenti non fossero esaustive della domanda di servizio avanzata alla nostra amministrazione. Aggiungo che mentre le misure adottate hanno avuto sin dall’inizio effetti immediati e diretti sulle nostre comunità, solo dal 2015 sono diventati operanti, come osserva la relazione della Corte dei Conti, gli indirizzi riguardanti la riduzione dei contributi ad organismi internazionali e la rivisitazione del trattamento economico del personale in servizio all’estero e degli assegni del personale insegnante.

La dotazione di personale in servizio a tempo indeterminato del MAECI è di 4.043 persone, di cui effettivamente in servizio 932 della carriera diplomatica, 52 di quella dirigenziale e 3.059 delle funzioni non dirigenti. Di esse, tuttavia, solo 2.207 sono adibite presso sedi all’estero. A questo personale, naturalmente, è da aggiungere quello a tempo determinato contrattualizzato localmente, che svolge ormai un lavoro insostituibile a costi notevolmente inferiori. Il contingente del personale a contratto è fissato globalmente in 2.277 unità. A seguito delle misure di riduzione della spesa, di cui si è detto in precedenza, il personale diplomatico si è contratto del 10%, mentre quello amministrativo, che notoriamente è adibito all’espletamento dei servizi ed è a più diretto contatto con i nostri connazionali all’estero, del 23%, più del doppio!

I parametri ai quali i funzionari del MAECI hanno fatto riferimento nell’individuare le sedi da chiudere sono stati indicati , nella consistenza della collettività dei connazionali, nella distanza tra la sede in soppressione e la sede ricevente, nella facilità dei relativi collegamenti, e così via. Lascio a chi possiede un quadro obiettivo delle situazioni sulle quali si è intervenuto di valutare la rispondenza delle decisioni adottate alla obiettiva condizione delle nostre comunità. Mi limito a rilevare che tali misure e le loro modalità di applicazione sono state motivo non solo di acuto disagio e di diffusa protesta da parte dei potenziali utenti, ma anche di un sentimento di più generale distacco e delusione da parte della comunità italiana nel mondo, un sentimento che – tanto per restare a situazioni più recenti – ha pesato non poco nella scarsa partecipazione dei nostri connazionali alle operazioni di rinnovo degli istituti di rappresentanza comunitaria, quali i COMITES.

In qualità di Presidente del Comitato per gli italiani nel mondo della Camera, non posso tacere, inoltre, la preoccupazione che la riduzione prevista nella legge di Stabilità per il 2016 di 25 milioni per il funzionamento delle strutture decentrate dello Stato italiano all’estero possa essere non solo l’effetto del ridimensionamento già effettuato della rete ma anche la prefigurazione di qualche ulteriore chiusura che inciderebbe pesantemente su una situazione già ai limiti della sostenibilità. Un’eventualità respinta proprio in queste ore dal parere che, su proposta del relatore collega Fedi, la Commissione Esteri della Camera ha espresso trasversalmente sul bilancio del MAECI, manifestando “l’auspicio che non abbiano a verificarsi ulteriori chiusure di sedi consolari e di Istituti di cultura” e sottolineando “l’esigenza di destinare una parte degli introiti derivanti dalla tassa di 300 euro connessa alle richieste di cittadinanza e dell’aumento delle tariffe per le prestazioni consolari, previsto nella presente legge di stabilità, al rafforzamento delle strutture consolari più esposte, in termini organizzativi e di incremento di personale”.

Vorrei aggiungere che le soluzioni alternative adottate (la centralizzazione dei servizi in ambasciate e consolati hub, il consolato on-line e le sinergie con il Servizio Europeo per l’Azione Esterna), pur comprensibili alla luce del ridimensionamento avvenuto e in corso, non ci consentono di parlare del superamento di una fase di transizione ancora molto contraddittoria e soprattutto faticosa per i nostri connazionali. Basti pensare alle continue e innumerevoli proteste che ci pervengono per la difficoltà semplicemente di avere la linea telefonica del consolato o di poter stabilire un appuntamento e del tempo che intercorre prima di poter essere ricevuti dagli uffici. Senza contare che in America latina, e in particolare in Brasile, il tempo di prenotazione per la consegna di una pratica si conta ormai a mesi ed anni, e quello necessario per portare a conclusione una pratica di cittadinanza ha ormai superato il decennio.

Desidero evitare qualsiasi accento populistico su queste cose e mi auguro che oggi se ne possa parlare in modo dialogico e costruttivo, ma credo che dovremmo percepire tutti responsabilmente la serietà di questa condizione di diffusa difficoltà e di reagire costruttivamente alla sensazione di abbandono che attraversa le nostre comunità. Vanificare la legittima attesa di una persona di poter riacquisire la propria cittadinanza in base a leggi in vigore, significa in sostanza vanificare un diritto di cittadinanza e questo non solo non è giusto in linea di principio, ma contrasta con l’interesse dell’Italia ad avere comunità di riferimento coese e fiduciose.

Non possiamo, dunque, essere spettatori passivi di un processo di disaffezione dei nostri concittadini all’estero dallo Stato e da chi ai loro occhi lo incarna o limitarci a gestire le pur necessarie misure di risanamento della spesa pubblica agendo unicamente su una tastiera di ordine quantitativo. Dobbiamo invece cercare di trovare, in un quadro di compatibilità finanziarie definite con chiarezza per un tempo sufficiente a programmare le azioni, soluzioni nuove che portino non solo il segno del risparmio, ma anche quello dei diritti delle persone. Per perseguire questo obiettivo è necessario dimostrare con i fatti che si possono ancora offrire servizi che per la loro accessibilità e qualità possano favorire un rapporto civile e fluido dei cittadini italiani all’estero con lo Stato, pur in una condizione particolare come quella che essi vivono risiedendo in altri contesti nazionali.

All’inizio mi sono soffermato puntualmente su alcuni dati per togliere qualsiasi ombra di velleità e di volontarismo a questa iniziativa che il Comitato della Camera per gli italiani nel mondo e – sottolineo – per la promozione del Sistema Paese ha voluto. Mi pare risulti chiaro, proprio dalla evidenza dei dati, che non siamo di fronte ad una parentesi temporanea della situazione finanziaria dello Stato, ad una specie di crisi congiunturale da lasciarsi alle spalle non appena “passata la nuttata”, come diceva Eduardo, ma a processi strutturali destinati a diventare permanenti.

Per non penalizzare i nostri connazionali all’estero e accentuare una deriva di disinteresse verso l’Italia proprio in una fase in cui abbiamo più bisogno di trovare nell’internazionalizzazione il compenso della perdurante stagnazione interna, abbiamo bisogno di concepire un disegno riformatore e di riorganizzazione che non parta dai tagli, ma dalle esigenze dei cittadini. Finora la “riforma” è stata fatta, ma usando la leva del bilancio come una clava. Si tratta, invece di aprire un confronto di ampio respiro - e l’iniziativa di oggi spero sia un passo in questa direzione – tra i responsabili istituzionali, i rappresentanti dei connazionali all’estero e i soggetti sociali, che le esigenze le conoscono veramente perché vivono la quotidianità delle nostre comunità , affinché si ricostruisca un assetto certo più sobrio e meno costoso, ma capace di corrispondere ad una domanda di servizi ancora intensa e diffusa.

Per quanto mi riguarda, ad esempio, da tempo mi sono mosso, assieme ad altri colleghi eletti all’estero, per convogliare una parte delle risorse derivanti dal contributo di 300 euro richiesto per le pratiche di cittadinanza (e aggiungo dal prossimo aumento delle tariffe per diverse prestazioni consolari) al rafforzamento di quei consolati che sono più esposti all’onda delle pratiche amministrative e che hanno accumulato giacenze ciclopiche di domande di cittadinanza.

Su un piano più generale, credo sia arrivato il momento di interrompere il lungo gioco di rinvii e il dialogo tra sordi che ha caratterizzato la questione della convenzione tra il MAE e i Patronati. E’ una cosa che si prolunga ormai da nove anni, da quando cioè la stipula sembrava imminente e poi è stata rinviata per anni senza una chiara motivazione, ma verosimilmente per resistenze interne allo stesso Ministero. Nel frattempo, i Patronati sono stati esposti ad una specie di processo pubblico, in sede istituzionale e giornalistica, che con l’apparente giustificazione di voler conoscere i termini della loro attività, li ha fatti passare talvolta per una congrega di dilapidatori di risorse pubbliche, tal’altra per una banda di malfattori.

Il mio compito è quello di porre le questioni da affrontare, non di fare l’avvocato difensore di alcuno che, per altro, non ne avrebbe bisogno perché in grado di difendersi da solo. Vorrei comunque dire che negare la funzione di segretariato sociale e di coesione delle nostre comunità all’estero che i patronati hanno storicamente assolto e continuano a svolgere, significa negare la realtà e la verità e assumersi la responsabilità di spostare sul piano delle polemiche e delle pregiudiziali politiche questioni che andrebbero affrontate nell’ottica di un servizio reso alla comunità italiana nel mondo. Per il resto, i rappresentanti dei coordinamenti dei Patronati sono qui e potranno dire le loro ragioni.

Perché il nostro incontro possa svilupparsi in modo pacato e serio, mi consentirete di sgombrare il campo da un equivoco sorto, non so se in buona o cattiva fede, intorno alla questione della convenzione MAECI-Patronati. Alcune voci particolarmente stridule, provenienti dall’interno del mondo sindacale ministeriale, sollevano l’accusa che affidando ai Patronati alcune funzioni di supporto all’attività dei consolati si appalterebbero pericolosamente e illegittimamente funzioni pubbliche a chi non ha i titoli per esercitarle. Niente di più inesatto. Le funzioni direzionali, di controllo e di stretta amministrazione che ineriscono ai consolati nessuno ha intenzione di toccarle né si possono toccare non fosse altro perché la legge non lo consente. La questione si pone solo in un ambito di sussidiarietà, nel senso di concorrere in forme puramente organizzative e istruttorie a creare le condizioni, che lo Stato non riesce più ad assicurare, perché l’amministrazione sia liberata da incombenze secondarie e sia messa nella possibilità di compiere in modo più veloce ed efficace le funzioni che formalmente le spettano. Nulla di più e nulla di meno.

Spero, dunque, che il confronto esca dalle polemiche strumentali e inutili e assuma il respiro necessario per inquadrarsi negli scenari sociali in cui i lavoratori e i pensionati italiani sono collocati, sia in Italia che all’estero. Facendo attenzione che nella foga di risparmiare, moralizzare e innovare alla fine non si buttino insieme l’acqua sporca e il bambino. Lo Stato italiano, infatti, si è dotato nel tempo di un ampio e complesso sistema di tutela dei diritti socio-previdenziali dei lavoratori migranti attraverso la realizzazione di una specifica normativa nazionale e soprattutto la stipula di numerose convenzioni bilaterali e multilaterali con i tanti Paesi di emigrazione ed immigrazione. Questo sistema ha garantito ai lavoratori e ai pensionati – e alle loro famiglie - una protezione socio-previdenziale generalmente adeguata anche grazie ai patronati presenti in Italia e all’estero che nella sostanza, e malgrado tante difficoltà, hanno saputo svolgere bene il loro ruolo istituzionale di assistenza e di tutela di interessi e diritti. Interessi e diritti che, sia ben chiaro, i lavoratori da soli e la stessa rete diplomatica italiana all’estero non avrebbero potuto assicurare.

Sbaglia chi pensa che i patronati siano una semplice appendice degli apparati amministrativi pubblici o comunque grigi passacarte di pratiche previdenziali. A fronte di quasi 5 milioni i cittadini iscritti all’AIRE e decine di migliaia gli italiani che hanno ripreso recentemente ad emigrare e che reclamano una giusta ed efficiente tutela previdenziale, fiscale e sanitaria - che lo Stato italiano è solo in minima parte in grado di garantire all’estero – i patronati rappresentano l’unico legame vero, concreto, utile, qualificato che gli italiani all’estero hanno con l’Italia; un legame di diritti tutelati per il conseguimento in sede amministrativa delle prestazioni previdenziali e assistenziali senza fine di lucro e trattando in posizione di eguaglianza la generalità di tutti i lavoratori, ma anche di umanità e di amicizia, che spesso compensano il distacco burocratico e la supponenza della rete diplomatica.

Vorrei infatti ricordare, ma lo farà meglio di me il Dott. Conte, Direttore del Dipartimento Convenzioni internazionali dell’Inps, che attualmente il servizio di pagamento delle prestazioni dell’Inps all’estero viene svolto in oltre 150 Paesi del mondo ed interessa una platea di circa 400.000 beneficiari per un importo complessivo di oltre 1 miliardo di euro. A fronte di questa realtà e dell’esplosione dei fenomeni migratori internazionali, acquisiscono sempre maggiore rilevanza le funzioni sociali, previdenziali ed assistenziali che fanno capo all’Inps ed ai patronati. Sta cambiando infatti la natura stessa della pensione internazionale, che in un mondo globalizzato non rappresenta più una categoria residuale rispetto alla pensione nazionale.

Allora bisogna salvaguardare quanto più possibile queste esperienze maturate sul campo, molte delle quali sono legate alla presenza e al lavoro de patronato, stante il sempre maggior valore di pubblica utilità dell’attività demandatagli. Tale impegno occupazionale deve sensibilizzare il legislatore non a ridurre i finanziamenti, come si sta cercando ancora di fare, ma a dotare i patronati di una fonte di approvvigionamento finanziario che armonizzi il principio di gratuità (che sempre deve improntare le funzioni e le prestazioni offerte dai patronati) con l’esigenza dei patronati stessi di fare fronte agli impegni finanziari cui sono tenuti, e a puntare sull'estensione delle attività loro demandate che sia ben chiaro, nel caso dei patronati all’estero, non devono e non possono limitarsi alla pur utile attività di supporto alle autorità diplomatiche consolari italiane.

Il vero problema è tutelare e corrispondere attivamente a quello che la Corte Costituzionale ha identificato come “nucleo costituzionale irrinunciabile”, “connotato essenziale della previdenza pubblica”. Ciò che vorremmo sentire nel corso del dibattito, tuttavia, sono le proposte di modifica dell’organismo “patronati” volte a migliorare l’efficienza del sistema e a ridurre gli eventuali sprechi prevedendo per l’allocazione del finanziamento criteri non solo quantitativi ma anche qualitativi in modo da mettere a tacere chi punta sostanzialmente a un mondo senza patronati e sindacati, e degli strumenti quindi di sostegno di lavoratori e pensionati.

Abbiamo voluto porre l’accento sulla parola “rete”, perché siamo convinti che in una fase di riduzione e razionalizzazione della spesa pubblica la risposta migliore da dare sia la “messa in rete” appunto dei servizi tradizionali dell’amministrazione pubblica con le realtà associative presenti sul campo degli italiani nel mondo, patronati e non solo; in questo senso sarà utile ascoltare l’intervento del Dott. Reboani, Presidente di “Italia Lavoro”, società del Ministero del Lavoro che non molti anni fa si era cimentata in un progetto pilota particolarmente innovativo in questo senso.

Il mondo degli italiani all’estero è infatti profondamente cambiato con il succedersi delle generazioni e con l’ascesa sociale che i discendenti degli emigrati hanno realizzato, divenendo classe dirigente nelle loro realtà d’insediamento. Senza trascurare, tuttavia, le sacche ancora ampie di bisogno sociale e talvolta di marginalità che esistono in alcune situazioni di storica immigrazione. La crisi, inoltre, ha innescato nella società italiana nuovi meccanismi espulsivi che hanno fatto crescere con progressione geometrica il numero di coloro che abbandonano il nostro Paese. Negli anni passati si è parlato di “fuga dei cervelli”, più di recente di “nuove mobilità” e, alla luce dei flussi sempre più consistenti e ramificati, credo si possa parlare più semplicemente di “nuove migrazioni”. Come è noto, stime attendibili parlano di poco meno di 150.000 persone che ogni anno lasciano l’Italia, ma se si aggiungono le mobilità brevi di lavoro, che non assumono una rilevanza statistica, si deve pensare a numeri più importanti. E’ vero che coloro che partono hanno in genere, ma senza esagerare, un livello culturale e un’attrezzatura linguistica più elevati rispetto agli emigranti della seconda metà del secolo scorso. Ma è altrettanto vero che il welfare e le reti di solidarietà si sono indebolite in quasi tutti i Paesi di più recenti immigrazione e che, quindi, ognuno dei partenti deve affrontare spesso in solitudine i problemi dell’insediamento, dell’informazione di lavoro, della scolarizzazione dei figli e delle tante altre cose che ad un’esperienza di emigrazione sono connesse.

Sappiamo anche che i nuovi emigrati non sembrano interessati al mondo associativo tradizionale della nostra emigrazione e non cercano in esso i loro interlocutori. C’è una terra di mezzo, insomma, da sondare, da dissodare, da riempire. Rispetto a queste nuove esigenze come si stanno interrogando e preparando i Patronati? Quali sono i loro propositi, quali i loro progetti, quali le esperienze maturate sul campo?

Ecco, queste cose vorremmo sentire oggi e ogni giorno da parte dei Patronati. Anche quest’anno faremo la nostra onesta battaglia a livello parlamentare per fare in modo che il taglio dei contributi sia evitato e non abbia effetti letali. Prenderemo chiaramente posizione contro la campagna di delegittimazione dei Patronati che si conduce sulla stampa e anche in qualche ambiente istituzionale. Chiederemo, anche grazie alla importante e significativa presenza del Sottosegretario Giro a questa iniziativa, che si apra finalmente un tavolo di confronto sulla questione della ratifica della convenzione con il MAECI perché si arrivi ad una posizione trasparente e costruttiva. Ma i Patronati, al di là di alcuni pur legittimi passaggi difensivi, che cosa dicono sulla loro riforma? Come intendono razionalizzare la loro presenza e la loro attività in relazione al nuovo quadro di compatibilità finanziarie che si è delineato? Come pensano di svolgere un ruolo non di osservatori o comunque indiretto di fronte alle nuove migrazioni che si stanno sviluppando?

Camminare in avanti, avere un forte ispirazione innovativa, dimostrare di saper cambiare con il mondo che cambia: questa – crediamo – sia la migliore difesa che il patronati possano fare di sé stessi e la migliore prova che il loro ruolo è ancora necessario perché, come nel passato, esso si innesta nella condizione vera dei lavoratori e nella quotidianità reale delle persone.

Fabio Porta, Presidente del Comitato permanente Italiani nel mondo,  dip 1

 

 

 

 

 

Legge di stabilità: Acli, Inas, Inca, Ital chiedono incontro urgente alla presidente della Camera Laura Boldrini

 

ROMA - In questi giorni la Camera dei deputati è chiamata a esaminare la legge di stabilità, che all’art. 1 comma 344, taglia di 28 milioni di euro il Fondo Patronati e riduce sia l’aliquota contributiva che lo alimenta, sia l’acconto sull’attività già realizzata. “Si tratta di una misura che, se approvata, metterebbe in ginocchio l’esistenza dei Patronati che scontano già il taglio strutturale di 35 milioni dello scorso anno, arrivando a registrare, dal 2015 in poi, un totale annuo di riduzione di risorse di 63 milioni di euro” , evidenziano i Patronati aderenti al Ce.pa (Acli, Inas, Inca, Ital) che, per tale ragione , hanno chiesto alla presidente della Camera Laura Boldrini, “un incontro urgente da svolgersi prima che la manovra finanziaria sia licenziata dal Parlamento”, con la richiesta di “fare le dovute pressioni affinché  sia cancellata la norma sui tagli ai Patronati, unica alternativa per consentire a questi istituti di poter continuare la loro attività di tutela gratuita nei confronti dei cittadini, soprattutto i più bisognosi”.

“Pur avendo apprezzato - si legge nella lettera indirizzata alla presidente Boldrini - il maxiemendamento approvato al Senato della Repubblica, con il quale è stato ridotto il taglio di 48 milioni di euro originariamente previsto nella prima stesura della legge di Stabilità, restiamo profondamente preoccupati”, 

“Dovremmo affrontare – spiegano i patronati Ce.Pa - una dolorosa riduzione del personale che con impegno e passione ogni giorno lavora a contatto con tutti i cittadini italiani e immigrati che vivono nel nostro paese o all’estero. Il provvedimento, allo stato attuale, comporterebbe la chiusura di molti dei nostri sportelli e i cittadini sarebbero quindi lasciati in balia del mercato privato dei consulenti, con l'aggravante di dover pagare per ottenere prestazioni previdenziali e socio-assistenziali cui hanno diritto” .

Uno scenario contro il quale, puntualizza  il Ce.Pa, “continuiamo a ricevere significativi attestati di solidarietà non solo da parte di deputati e senatori, ma anche degli Enti previdenziali (Inps e Inail), che hanno ripetutamente sottolineato come la riduzione delle risorse per noi metta in pericolo il loro stesso funzionamento”. “Solo lo scorso anno – prosegue il Ce.Pa - un milione e 182.413 mila persone hanno firmato una petizione chiedendo al Parlamento di cancellare del tutto una norma ingiusta che ha già rischiato di mettere una pietra tombale sul diritto alla tutela gratuita. Quest’anno i cittadini hanno deciso di ribadire il proprio ‘no ai tagli ai patronati’ mettendoci la faccia, sostenendo con un selfie la campagna promossa dai Patronati d’Italia (Acli, Inas, Inca e Ital) “#xidiritti #iocimettolafaccia”. “Ogni giorno sono centinaia le foto che raccogliamo dalla rete, con messaggi di solidarietà e appelli rivolti al governo e al Parlamento affinché non sia cancellata la tutela solidaristica e universale gratuita che attualmente offrono i Patronati”, conclude il Ce.Pa. (Inform 1)

 

 

 

 

Sulla legge di stabilità 2016 risultati positivi in Commissione Bilancio per gli italiani all’estero

       

      Dopo l’esame della Commissione legislativa al Bilancio, il testo della legge di stabilità 2016 passa al dibattito nelle aule del Senato e della Camera per eventuali aggiustamenti prima della sua approvazione definitiva.

      In queste sedi si affinano le strategie delle minoranze politiche, dei partiti, dei parlamentari in cerca di notorietà, di chi rappresenta interessi corporativi ma anche gli interventi di chi è portatore di modificazioni sociali ed etiche.

      L’impianto della legge che destinerà le risorse dello Stato per il 2016, è finalizzato al sostegno e consolidamento della ripresa e dei consumi di cui si hanno le prime certezze attraverso l’alleggerimento fiscale dei cittadini, la riduzione della spesa pubblica ed il risanamento delle finanze.

      Il testo è in un certo senso blindato e con ridotte possibilità di espansione dopo le strettoie dei vincoli dell’Europa e le limitate risorse a disposizione del Governo.

      Sulla approvazione della legge di stabilità, anche i parlamentari eletti nelle Circoscrizioni Estero non sono rimasti a guardare.

      Apprendiamo ora che la Commissione legislativa al Bilancio del Senato ha approvato recentemente le seguenti integrazioni: finanziamento aggiuntivo di 5 milioni rispetto alla somma inizialmente prevista.

      Si superano così le dotazioni per lingua e cultura italiana, quelli per gli Istituti Italiani di Cultura,  si integrano i fondi per gli Istituti di rappresentanza Comites e CGIE, quelli della stampa italiana all’estero mentre si prevede uno stanziamento specifico per i corsi di formazione.

      Un risultato assolutamente straordinario in controtendenza  rispetto ai tagli  di risorsa  degli anni precedenti per gli italiani all’estero. Ma anche politico perché, possibilmente, il Presidente del Consiglio Renzi, in occasione delle sue visite internazionali ai Capi di Stato, ha constatato di persona  che la immagine dell’Italia nel mondo è data dalla intraprendenza e dal prestigio dei connazionali, dal lavoro e dalle imprese italiane e dalla miriade di associazioni dove vige l’orgoglio italiano.

      Occorre anche dire che in occasione dell’Incontro del Presidente del Consiglio Renzi con i propri gruppi parlamentari di Camera e Senato,  i deputati che fanno parte del Comitato  permanente per gli Italiani  nel mondo di Fabio Porta  ed i senatori del Comitato per le Questioni degli Italiani all’Estero di Micheloni, congiuntamente avevano sottoposto  alla attenzione del Presidente Renzi  ed alla sensibilità  dei colleghi, il quadro completo delle questioni riguardanti gli italiani all’estero, assolutamente determinanti  per la espansione del Paese Italia nel mondo.

      Gli emendamenti positivi della Commissione Bilancio sono il risultato sofferto, costruito con intelligenza dai Senatori Micheloni, Giacobbe, Di Biagio e Turano, attraverso la serietà delle mozioni presentate, le motivazioni in Commissione, la tessitura dei contatti con i colleghi e gli altri gruppi politici.

      E’ stato un grande risultato anche se  non tutte le richieste contenute  nelle mozioni sono state accettate nella misura proposta.

      Ci  riferiamo in particolare alla bocciatura in Commissione dell’emendamento che chiedeva l’equiparazione degli immobili dei residenti all’estero per l’esclusione del pagamento IMU sulla prima casa mentre rimane invariata invece l’agevolazione  IMU e TASI  per i pensionati  residenti all’estero.

      Egualmente bocciata  la richiesta delle detrazioni fiscali per i carichi familiari  per i residenti fuori dall’Europa.

      Sono bocciature dolorose ed assurde perché intaccano il principio  di eguaglianza tra tutti gli italiani, indipendentemente dalla residenza.

      Dopo il Senato, il testo passerà alla Camera. Toccherà ora al gruppetto dei deputati eletti nelle Circoscrizioni Estero, ai quali non manca certo la capacità dialettica e politica, di apportare i miglioramenti non ottenuti nella Commissione al Senato. Sempre che non cali il taglio della fiducia da parte del Governo.

      Ancora una volta i parlamentari eletti nelle Circoscrizioni Estero si propongono in Parlamento come rappresentanti  indiscussi ed autorevoli sulle questioni  dei connazionali che vivono fuori dall’Italia.

      Li seguiamo con attenzione  nel loro impegno di quotidianità tenace e silenzioso. Lontano dai riflettori. Troppo pochi per la estensione delle Circoscrizioni elettorali loro affidate, troppo pochi anche in Parlamento dove indiscussa vige la regola dei numeri.

      Meriterebbero certamente più sostegno e incoraggiamento da parte delle Circoscrizioni elettorali, dalle rappresentanze e dalla stampa italiana perché, è anche vero, che spesso il peso del consenso apre spazi significativi anche in Parlamento. Sicilia Mondo

     

      

     

 

Canone RAI e residenti all’estero

 

ROMA - Canone RAI e residenti all’estero: si deve pagare o non si deve pagare? Voci contradditorie, esultanze, dubbi, certezze, smentite, insomma tanta confusione. Gli equivoci prima e le perplessità subito dopo sono iniziati - secondo i deputati Pd eletti all’estero Marco Fedi e Fabio Porta - quando il legislatore ha voluto introdurre nella legge di stabilità per il 2016 nuovi e più restrittivi criteri per il pagamento dell’abbonamento.  

Attualmente è un Regio Decreto del 1938 che disciplina il pagamento del canone Rai. Il primo comma dell’articolo 1 del vecchio decreto ancora in vigore obbliga chiunque detenga uno o più apparecchi atti od adattabili alla ricezione delle radioaudizioni al pagamento del canone di abbonamento.

Il comma 2 dello stesso articolo specifica un’ipotesi di presunzione della detenzione o dell'utenza di un apparecchio radioricevente, ravvisandola nella presenza di un impianto aereo (per esempio un’antenna o una parabola) atto alla captazione o trasmissione di onde elettriche o di un dispositivo idoneo a sostituire l'impianto aereo, ovvero di linee interne per il funzionamento di apparecchi radioelettrici.

Le nuove norme – ancora in discussione alla Camera dei deputati - alle presunzioni succitate ne aggiungono un’altra: l’esistenza di una utenza per la fornitura di energia elettrica nel luogo in cui un soggetto ha la sua residenza anagrafica. Si tratta – è bene sottolinearlo per sgombrare il campo da equivoci – di una presunzione aggiuntiva e non esclusiva, nel senso che le prime due presunzioni rimangono in vigore. In altre parole rispetto alle norme in vigore non cambia nulla se non il fatto che ora basterà essere titolari di un contratto per la fornitura dell’energia elettrica per diventare soggetti obbligati al pagamento del canone.  Inoltre, è specificato che allo scopo di dimostrare che non si rientra nelle presunzioni del comma 1 e comma 2 del decreto (e cioè che non si posseggono né gli apparecchi né gli impianti), a decorrere dall’anno 2016, è necessario presentare, all’Agenzia delle entrate competente per territorio, apposita dichiarazione ai sensi del dpr 445/2000, la cui mendacia comporta gli effetti, anche penali, di cui all’articolo 76 del medesimo decreto (chiunque rilascia dichiarazioni mendaci, forma atti falsi o ne fa uso è punito ai sensi del codice penale e delle leggi speciali in materia).

Per i residenti all’estero proprietari di una abitazione in Italia  - spiegano Fedi e Porta - rimangono quindi immutati i criteri relativi all’individuazione dei soggetti tenuti al pagamento (e cioè detenzione degli apparecchi radioriceventi oppure di impianti aerei o simili) ma – come ci ha chiarito il ministero delle Finanze in risposta ad un nostro quesito - se da una parte non è stata introdotta un’esenzione dal pagamento del canone, dall’altra non opera la presunzione relativa al contratto per la fornitura di energia elettrica; ciò appare ragionevole, posto che per le persone residenti all’estero non appare così ovvio che nelle loro abitazioni situate in Italia abbiano un televisore. Resta fermo, secondo il ministero delle Finanze, che, ai sensi del RDL sopra citato, il canone è comunque dovuto nel caso in cui i residenti all’estero utilizzino un apparecchio televisore nell’abitazione situata in Italia.

Le nuove norme fissano per il 2016 in 100 euro la misura del canone di abbonamento alle radioaudizioni per uso privato, rispetto a 113,50 euro dovuto per il 2015. Gli eventuali maggiori introiti saranno probabilmente destinati all’ampliamento della platea di abbonati esenti dal pagamento del canone, elevando il limite reddituale da 6.713,98 a 8.000 euro per gli over 75. (Inform 3)

 

 

 

 

Incontro del Coordinamento delle Associazioni Siciliane dell’Emigrazione (Carse) con l'assessore alla Famiglia

 

PALERMO – Le associazioni aderenti al Coordinamento delle Associazioni Regionali Siciliane dell’Emigrazione (Carse) hanno incontrato nei giorni scorsi l’assessore regionale alla Famiglia, Servizi sociali e Lavoro, Gianluca Micciché per discutere le problematiche del settore.

Per le associazioni ha introdotto la riunione il segretario generale dell’Unione Siciliana Emigrati e Famiglie (Usef), Salvatore Augello, in rappresentanza di Antonio Giovenco, presidente del Coordinamento, assente per motivi di famiglia. Augello ha fatto un breve excursus ricordando il progressivo smantellamento del gruppo di lavoro che si occupava dell’emigrazione siciliana e lo stato in cui versa il settore cui è dedicata la legge regionale 55/80, i cui capitoli di spesa non sono stati più rifinanziati. Proprio per evitare il definitivo abbandono del settore le associazioni chiedono all’assessore una rivitalizzazione della legge regionale e del gruppo di lavoro soprarichiamato.

Di seguito sono intervenuti anche Giovanni Allegra dell’Associazione Italiana Tutela Emigrati Immigrati e Famiglia (Aitef), Vittorio Nastasi dei Siracusani nel Mondo, Luciano Luciani dell’Istituto Italiano Fernando Santi, Paolo Genco, presidente nazionale dell’Associazione Nazionale Famiglie degli Emigrati (Anfe), e Carmelo Seggio in rappresentanza di Sicilia Mondo. Ad illustrare le attività svolte dal gruppo di lavoro sull'emigrazione è stata Rossella Chinnici.

L'assessore Miccichè – si legge nella nota diffusa dall’Usef in proposito – ha assicurato il suo interessamento per la rivitalizzazione della legge, così da dare un segnale di attenzione al settore e alle associazioni che da anni sono attive in esso. In merito alla rivitalizzazione del gruppo di lavoro ha anche ipotizzato una sua confluenza nel gruppo che si occupa di tematiche relative all'immigrazione, ove non fosse possibile una soluzione diversa.

Per quanto riguarda le risorse finanziarie, considerando lo stato in cui versa la regione, l’assessore ha suggerito alle associazioni di percorrere la possibilità di accedere ai fondi europei in materia di emigrazione e di immigrazione, in attesa che la situazione economica migliori e si possa riarticolare la programmazione del settore.

Il Carse – segnala ancora la nota – si riunirà oggi, lunedì 7 dicembre, per fare il punto della situazione e programmare altre iniziative, come incontri con i gruppi parlamentari e con le commissioni permanenti all’assemblea regionale siciliana che si occupano sia del bilancio che del settore lavoro, al fine di attirare l’attenzione sul settore.

 

 

 

 

EU erwägt mehrjährige Grenzkontrollen im Schengen-Raum wegen Terrorgefahr

 

Angesichts von Flüchtlingskrise und Terror-Gefahr denken die EU-Innenminister über die Wiedereinführung von Grenzkontrollen im Schengen-Raum für bis zu zwei Jahre nach. Viele EU-Staaten fordern von Griechenland eine Stärkung seiner Außengrenzen.

Die luxemburgische EU-Ratspräsidentschaft haben die Wiedereinführung von Kontrollen an den EU-Außengrenzen laut einem Papier auf die Agenda eines heute stattfindenden Treffens gesetzt. Die EU-Kommission solle entsprechende Vorschläge unterbreiten, wie Mitgliedsländer Kontrollen an ihren gesamten Schengen-Grenzen oder nur in bestimmten Abschnitten einführen könnten, heißt es in dem Dokument. Luxemburg spricht sich darin aber zugleich dafür aus, dass alle erdenklichen Maßnahmen ergriffen werden, um ein normales Funktionieren des Schengen-Raums wiederherzustellen. Dies sollte vor allem durch stärkere Kontrollen der Außengrenzen geschehen.

Seit 2013 ist die Wiedereinführung von Grenzkontrollen im Schengen-Raum von bis zu zwei Jahren möglich, sofern das eigentlich pass- und kontrollfreie Gebiet einer Krisensituation ausgesetzt ist. Voraussetzung ist ein Beschluss der EU-Staaten nach einem Vorschlag der EU-Kommission.

Auch Frankreich, das von der Flüchtlingskrise bisher weniger betroffen ist, hat im Zuge der Terror-Anschläge von Paris und der UN-Klimakonferenz in der Hauptstadt Kontrollen an seinen Grenzen eingeführt. Wegen des Flüchtlingszustroms hatten Deutschland und Österreich diese Maßnahmen bereits im September ergriffen. Viele EU-Staaten sehen vor allem das zum ebenfalls zum Schengen-Raum gehörende Griechenland in der Pflicht, seine Außengrenzen zu stärken. EU-Diplomaten zufolge soll am Freitag deshalb auch auf die Regierung in Athen eingewirkt werden, mehr zu unternehmen.

In einigen osteuropäischen Staaten wird Diplomaten zufolge auch darüber diskutiert, Griechenland aus dem Schengen-Raum auszuschließen. Sprecherinnen der EU-Kommission und der luxemburgischen EU-Ratspräsidentschaft sagten indes, es gehe nicht um den Ausschluss bestimmter Länder. EA, nsa mit rtr,  4

 

 

 

 

Kampf gegen Terrormiliz, Bundestag beschließt Syrien-Einsatz

 

Der Bundestag hat mit großer Mehrheit den Bundeswehr-Einsatz gegen den sogenannten IS beschlossen. Bis zu 1.200 Bundeswehrsoldaten werden die internationale Allianz gegen die Terrormiliz unterstützen.

 

Der Deutsche Bundestag hat grünes Licht für den Syrien-Einsatz der Bundeswehr gegeben. Mit großer Mehrheit entschieden die Abgeordneten für die Entsendung von bis zu 1.200 Bundeswehrsoldaten. Sie verstärken die internationale Allianz gegen die Terrormiliz Islamischer Staat.

Von der Leyen: "Kein militärischer Selbstzweck"

In einer Pressekonferenz zusammen mit Generalinspekteur Volker Wieker erläuterte Verteidigungsministerin Ursula von der Leyen am Donnerstag noch einmal die Gründe für das deutsche Engagement: "Die Anschläge von Paris haben gezeigt, dass wir noch entschlossener und noch konsequenter gegen den IS auf allen Ebenen vorangehen müssen."

Die Ministerin betonte: "Ich möchte hier noch einmal ganz deutlich machen, dass militärische Mittel kein Selbstzweck sind, sondern sie sind immer selbstverständlich eingebettet in ein Gesamtkonzept, insbesondere in ein politisches Konzept."

Den politischen Prozess voranbringen

Eben dieses politische Konzept stellte von der Leyen in den Mittelpunkt der gesamten Aktivitäten gegen den sogenannten IS: "Es ist jetzt gelungen, den Wiener Prozess zu starten, wo alle um einen Tisch sitzen, die mit unterschiedlichen Interessen ursprünglich in Syrien tätig gewesen sind." Als

Akteure der Friedensverhandlungen nannte die Ministerin unter anderem die USA, Europa, Russland, die Türkei, den Iran und Saudi-Arabien. "Dieser Wiener Prozess ist der hauptpolitische Prozess, in dem eingebettet der militärische Kampf gegen den IS ist."

Zur Frage nach dem Ziel der militärischen Operationen verwies die Ministerin darauf, dass dieses eng an die UN-Resolution 2249 angelegt sei. Diese biete auch dafür den Rahmen, "nämlich den IS zu bekämpfen, ihn einzudämmen, ihm seine Rückzugsräume zu zerstören und ihm die Möglichkeit zu nehmen, weltweit Terroroperationen zu führen. Das ist in breiterer Form sehr klar auch formuliert in dieser Weltsicherheitsratsresolution und ist für uns das Ziel dieser militärischen Operation, die eingebettet ist in ein großes Gesamtkonzept."

Einsatzlänge abhängig von politischen Fortschritten

Bereits am Mittwoch hatte von der Leyen im ARD-Morgenmagazin erklärt, es werde ein langer Einsatz. "Und es wird ein schwerer und gefährlicher Einsatz. Darüber sollten wir uns keiner Illusion hingeben." Die exakte Länge des Einsatzes sei nicht vorhersehbar. Diese hänge davon ab, "wie der politische Prozess, in den das Militärische eingebettet ist," verlaufe.

Die Verteidigungsministerin erklärte außerdem, die notwendigen Abstimmungen der Partner und auch die Kommandostrategie seien klar geregelt. "Es ist die Allianz gegen den Terror, in die wir eingebettet sind. Das Oberkommando ist US-geführt aus Tampa in Florida. Und darunter ist ein breiter multinationaler Aufbau."

Auch, so die Ministerin weiter, gebe es "sehr klare Regeln, wie die Daten erflogen werden und wie die Daten dann geteilt werden. Es gibt nur einen ganz kleinen Kreis von Ländern, der überhaupt in Frage kommt; das sind nämlich diejenigen, die operativ tätig sind in Syrien. Aber das sind Länder, die wir gut kennen, wie Belgien, wie Frankreich, Italien, Dänemark, um nur einige auch zu nennen."

Zur Frage der Einbindung Russlands verwies sie auf eine "Verabredung zwischen den USA und Russland, auf technischer Ebene - das ist die unterste Ebene - zu klären, wer fliegt wo, damit es keine ungewollten Zwischenfälle im Luftraum gibt."

Steinmeier: Politische Lösung notwendig

Außenminister Frank-Walter Steinmeier hatte am Dienstag in den Tagesthemen bekräftigt, dass es letztlich eine politische Lösung zur Beendigung des Syrien-Konflikts und für die Zukunft Syriens geben müsse. Laut Steinmeier geht es jetzt darum, den Einstieg in einen politischen Prozess zu ermöglichen, und zwar mit Russland, Amerika, den Europäern und den regionalen Nachbarn Syriens -

und das unter Einschluss Irans und Saudi-Arabiens.

Außerdem müsse man im nächsten Schritt die Opposition in Syrien sammeln, um "mit der Opposition zu besprechen, ob sie sich einen begrenzten Waffenstillstand vorstellen können". Dies wäre mit dem Ziel verbunden, dass "Oppositionskräfte und Regierungskräfte sich nicht gegenseitig zerfleischen", sondern sich auf die Bekämpfung des IS konzentrieren.

Aufklärung, Schutz und Logistik

Am Dienstag hatte das Bundeskabinett den Syrien-Einsatz der Bundeswehr beschlossen. Bis zu 1.200 deutsche Soldaten sollen dazu beitragen, terroristische Handlungen des IS zu unterbinden. Deutschland will durch Aufklärung, Schutzkomponenten und Logistik unterstützen. Neben der Satellitenaufklärung werden Tornado-Aufklärungsflugzeuge zu einem genaueren Lagebild beitragen. So können auch grenzüberschreitende Bewegungen erkannt sowie die tatsächliche Größe des Operations- und Einflussgebietes aufgeklärt werden.

Darüber hinaus ist der Einsatz eines Tankflugzeuges zur Luft-zu-Luft-Betankung, eine Fregatte als Begleitschutz für den französischen Flugzeugträger sowie Personal in Stäben und Hauptquartieren geplant.

Bundeswehr entlastet französische Armee in Mali

Neben dem Kampf gegen den IS-Terror will Deutschland auch die französischen Streitkräfte entlasten und sein Engagement in Mali verstärken. Bis zu 650 Bundeswehrsoldaten sollen an der UN-Mission MINUSMA in Mali eingesetzt werden. Zudem steht medizinisches Personal der Bundeswehr bereit, um bei

einem Notfall in Frankreich die französischen Behörden zu entlasten.

Neben dem militärischen Engagement wird Deutschland auch seine zivile und humanitäre Unterstützung in Syrien, im Irak sowie den Nachbarländern Syriens ausweiten. Dort sollen Flüchtlinge, Binnenvertriebene und die Bevölkerung in den aufnehmenden Gemeinden unterstützt werden.

Weiteres Verfahren zur Umsetzung des Mandats

Zur Frage der Stationierung der Tornados und des Tankflugzeuges bestätigte der Sprecher des Verteidigungsministeriums, Jens Flosdorff, dass dafür die türkische Luftwaffenbasis in Incirlik genutzt werde. "Hier müssen aber natürlich erst die infrastrukturellen und technischen Voraussetzungen geschaffen werden, bevor die Aufklärung der Tornados beginnen kann."

Geplant ist zunächst der Einsatz von sechs Tornados. Die weiteren Planungen für das Mandat könnten auch andere Stützpunkte umfassen, so der Sprecher des Verteidigungsministeriums.

Völkerrechtliche Grundlage für die Entsendung ist die Unterstützung Frankreichs, Iraks und der internationalen Allianz in ihrem Kampf gegen IS auf der Grundlage des in Art. 51 der Charta der Vereinten Nationen garantierten Rechts auf kollektive Selbstverteidigung und im Zusammenhang mit den Resolutionen 2170 (2014), 2199 (2015) und 2249 (2015) des Sicherheitsrats der Vereinten

Nationen.

Die Unterstützung für Frankreich erfolgt darüber hinaus in Erfüllung der Beistandspflicht des Art. 42 Abs. 7 des Vertrags über die Europäische Union. Die Entsendung erfolgt im Rahmen und nach den Regeln eines Systems gegenseitiger kollektiver Sicherheit nach Art. 24 Abs. 2 des Grundgesetzes. Pib 4

 

 

 

 

 

 

Naher Osten, Die Rolle trübte die US

 

Ein Amerika, aus denen sich ergibt Führung Atlantic, wie wir gesehen haben, ist ein Amerika, aus denen sich ergibt Führung insgesamt. Aber auch Europa, wie sie durch die Jahre bewiesen, zu einem Kontinent in Unordnung - von Angelo Panebianco

 

Keine Voraussagen, aber eine Vermutung auf einigen der Tat können Sie voraus: die letzte Offensive gegen das Kalifat, möglicherweise, werden nicht vor Mitte 2017. Im Jahr 2016 beginnen wird es Präsidentschaftswahlen in den USA sein. Der neue Präsident wird sein Amt Anfang 2017. Er übernehmen oder sie wird ein wenig "Zeit, um eine sinnvolle Strategie, um auf der Oberseite des Problems in seiner politischen und militärischen Aspekte zu verarbeiten. Obama, der Sohn einer Saison, in der die amerikanische Öffentlichkeit war müde von Kriegen (auch in den siebziger Jahren passiert: Jimmy Carter war der Präsident eines Landes nach Vietnam erschöpft), wird nichts wieder tun, wird nicht nach Amerika zurückzukehren, geschweige denn in die Angelegenheiten des Nahen Ostens, die Rolle des federführenden Staates, die Kraft, die starke Führung auf allen Verbündeten ausübt. Es sei denn, der Ereignisse so schockierend, um die Köpfe der Obama ändern, damit das geschehen kann, müssen wir einen neuen Präsidenten, Demokrat oder warten Republikaner. Bis dahin werden wir in der Mitte von den Widersprüchen des Kriegskoalitionen mehr nominal als echte leben, ohne Klebstoff, nur bieten kann eine hegemoniale Staat und entschlossen, Hegemonie auszuüben. Darüber hinaus nicht in der Lage, um die Hauptinfektionsquelle unverzüglich zu vernichten, werden wir für eine lange Zeit, um ein hohes Risiko des Terrorismus konfrontiert fortsetzen.

 

Es sollte so auch den anhaltenden Kampf zwischen Putin und Erdogan türkische gerahmt werden. Putin wird nicht nur Angriff auf einen Feind ihrer Verbündeten Assad von Syrien (das russische Flugzeug wurde in der Tätigkeit gegen Anti Auffällig ist auch, Schläge auf den ohnehin fragilen US Aussetzen der Doppelzüngigkeit der Türkei (NATO Es ist innerhalb dieses strategischen Rahmens, die sogar platziert geht die russische Polemik gegen Montenegro in der NATO: Es dient dazu, den Preis bei den Verhandlungen mit dem Westen über die künftige Struktur des Nahen Ostens (schärfen und die Aufmerksamkeit, was gut ist, von russischen Verantwortung in der Ukraine abzulenken ).

Die Französisch Präsident Hollande zu erreichen hofft ("Knoten" Assad abhängig) enge Zusammenarbeit mit Russland gegen den islamischen Staat. Es gibt viele Führer, darunter Matteo Renzi, die denken, dass ohne Russland kann man nichts tun.

Berlusconi (Courier vom 2. Dezember) UN fordert eine breite Koalition der Großmächte, den USA und Russland in den ersten Platz geführt. Aber wenn es ist fair zu sagen, dass mit Russland sollte auch in diesem Konflikt zu kooperieren, ist eine Illusion zu glauben, dass dies ohne eine Wiederbelebung der amerikanischen Führung durchgeführt werden.

Ein Russland insgesamt zu einer Koalition führte, militärisch und politisch, von den Amerikanern ist eine Sache, . Ein Russland, die es hat, um mit einem starken Amerika umzugehen, ist eine andere Sache, weil es frei, nur ihre eigenen Interessen, die nicht unbedingt mit den unsrigen übereinstimmen tun. Er hat Recht der ehemalige deutsche Außenminister Joschka Fischer (Courier vom 29. November): für tastete des Islamischen Staates zu befreien, die wir heute riskieren, um einen schiitischen Block unter der Führung von Russland zu betrauen (Iran, Assads Syrien, libanesische Hisbollah). Es wäre eine politische Katastrophe sein Russland schöne Worte, aber nicht mit ein Amerika schwach. Abgesehen von einer Kraft, fehlt heute an die Koalition gegen den islamischen Staat zu verleihen Ermöglichung eine ernsthafte Maßnahmen gegen den Extremismus, die Rückkehr der amerikanischen Führung wäre in vielerlei Hinsicht die Europäer dienen . Es wäre beispielsweise, um eine Menge schlechte Idee, die, weil Amerika latita, könnte genauso gut ihr Vermögen, die denen eines "wahren" starken Mann zu binden abzulenken. Die Faszination der viele Europäer, dass Putin ist gefährlich, zu vergessen, dass Russland ein illiberalen Regime mit denen wir arbeiten, aber auf jeden Fall in unserer Wachsamkeit nicht nachlassen, nicht auf die tiefe, kulturelle und institutionelle, die das autoritäre Demokratie unserer liberalen Demokratien trennt erwähnen, . Als auch die Gefahren, die immer in den Beziehungen zu autoritären Regimen vorhanden sind. Es wäre auch begründen und Motivationen in einer transatlantischen Gemeinschaft, die es war nicht nur ein Bündnis der Zweckmäßigkeit der Zeit des Kalten Krieges. Im Jahr 1958, eine große liberale Historiker, Vittorio de Capraris, schrieb ein Buch faszinierend und fast vergessene Geschichte der Allianz: die atlantische Gemeinschaft, für ihn, war der Höhepunkt einer säkularen Weg, die Zeit, um ein Gerinnsel Block von Ländern vereint das Wissen, die eine "Schicksalsgemeinschaft", gegründet auf gemeinsamen Werten und verfügt über die notwendigen, um das Leben und die Entwicklung der freien Gesellschaften Institutionen.

 

Ein Amerika, aus denen sich ergibt Führung Atlantic, wie wir gesehen haben, ist ein Amerika, aus denen sich ergibt Führung insgesamt. Aber auch Europa, wie sie durch die Jahre bewiesen, zu einem Kontinent zu treiben. Wie De Capraris hatte seit den fünfziger Jahren zu verstehen, gibt es keine europäischen Integration außer im Rahmen einer Partnerschaft mit den Vereinigten Staaten möglich ist. Eintritt in die zweite Krise, in der Tat, hat sich in eine Krise geraten, auch die erste.

Manchmal ist der Augenblick der größten Gefahr vor ernsten existenziellen Bedrohungen, mit einem Klick unerwartete reduziert nicht nur die Gefahr, sondern eröffnet neue Szenarien. Heute ist der westlichen Welt ist sicherlich in Gefahr. Es ist unwahrscheinlich, sie zu überwinden, wenn nicht die verlorene Gelände einer alten Solidarität neu zu entdecken. CdS 4

 

 

 

 

EU-Freizügigkeit: Ausweisung als Drohkulisse

 

Das neue „Freizügigkeitsgesetz“ stellt den Aufenthalt von EU-Bürger_innen in Deutschland unter weitere Vorbehalte. Eine neue Studie hat jetzt die Folgen der 2014 in Kraft getretenen Reform untersucht. Das Ergebnis: Das Gesetz hat eine Drohkulisse geschaffen und unter erwerbslosen Zuwander_innen Panik verbreitet – doch eine systematische Ausweisung Jobsuchender ermöglicht es nicht. 

„Die Abwehr jobsuchender, neu eingereister EUAngehöriger wurde auf das Sozialrecht verlagert“, sagt Katharina Jetzinger. Sie hat als Sozialarbeiterin in einer Migrationsberatungsstelle für erwachsene Zuwanderer der AWO in Berlin gearbeitet. Nach Inkrafttreten der Reform hat sie deren Folgen in einer wissenschaftlichen Arbeit an der Berliner Alice-Salomon- Hochschule untersucht und dazu Mitarbeiterinnen des Jobcenters und Zuwanderinnen befragt. Jetzinger spricht von einer „Wiederaufwertung der EU-Binnengrenzen”, bei der das Arbeitskraftregime eine zentrale Rolle spiele: Ein Antrag auf Leistungen beim Jobcenter kann das Interesse der Ausländerbehörde auf sich ziehen. Tatsächlich fordern manche Ausländerbehörden EU-Bürger_innen, die Hilfe zum Lebensunterhalt beantragen, zur Ausreise auf. So habe etwa ein Rumäne zwei Monate als Reinigungskraft gearbeitet, bevor er arbeitslos wurde. Da er zumindest kurz Zeit arbeitete, hatte er einen Arbeitnehmer-Status für sechs Monate. In dieser Zeit bezog er ALG II, das Jobcenter zahlte seinen Wohnplatz in einem betreuten Wohnen. Nach Ablauf der sechs Monate wurde das ALG II gestrichen, was ihn in die Wohnungslosigkeit drängte und er bekam ein Zugticket vom Jobcenter ausgehändigt, verbunden mit der Bitte, heimzufahren.

 

Die Ausweisung nach § 4 FreizügG/EU war auch in der Vergangenheit schon möglich. Neu ist die Befristung der Jobsuche: In der Beratungspraxis zeigt sich, dass die Ausländerbehörden nun verstärkt Nachweise über die Jobsuche verlangen. Bei den Betroffenen herrsche Unsicherheit, weil das Gesetz schwammig formuliert sei: „Noch Ewigkeiten”, so schätzt ein von Jetzinger befragter Sozialarbeiter, werden sich Gerichte mit der Frage befassen müssen, was „mit Aussicht” auf Beschäftigung genau bedeute.

 

Den Migrant_innen solle signalisiert werden, dass wahre Mobilität nur noch bei entsprechender wirtschaftlicher Leistung möglich ist, sagt Jetzinger. Das habe Ängste geschaffen: „In der spanischen Community ging das herum: ,Pass auf, du kannst jetzt wirklich wieder aus Deutschland fliegen’, selbst Leute die schon fünf Jahre hier waren, haben sich da Sorgen gemacht.” Die tatsächliche Ausreise aber, so Jetzinger, sei mit dem Gesetz „praktisch nicht zu erzwingen“. Ein Grenzübertritt zur Rückkehr nach Deutschland könne schließlich nicht kontrolliert werden. „Die Ausweisung aber steht jetzt als Drohkulisse im Raum.“

Lesen Sie ein Interview mit Katharina Jetzinger auf: www.migration-online.de  

Forum Migration Dezember 2015

 

 

 

 

Menschenrechtsinstitut. Obergrenze bei Flüchtlingsaufnahme verstößt gegen Grund- und Menschenrechte

 

Eine Obergrenze bei der Aufnahme von Flüchtlingen ist mit den Grund- und Menschenrechten sowie dem internationalen Flüchtlingsrecht nicht vereinbar. Das ist das Ergebnis einer Ausarbeitung des Instituts für Menschenrechte.

 

In der gegenwärtigen Flüchtlingsdebatte mehren sich Stimmen, die eine Obergrenze beim Recht auf Asyl in Deutschland verlangen und damit die Zahl der Menschen, die in Deutschland Zugang zum Asylverfahren erhalten, auf eine festgelegte Zahl pro Jahr begrenzen wollen.

Allerdings gibt es auch Widerstand gegen das Vorhaben. Das Deutsche Institut für Menschenrechte etwa hat dazu eine Stellungnahme veröffentlicht. Darin wird dargelegt, dass eine zahlenmäßige Obergrenze beim Recht auf Asyl mit den Grund- und Menschenrechten, dem internationalem Flüchtlingsrecht wie auch dem Recht der Europäischen Union nicht vereinbar wäre.

Eine Grundgesetzänderung, die das Individualrecht auf Asyl numerisch durch die Festlegung auf eine Höchstzahl von Schutzberechtigten pro Jahr begrenzt, sei unzulässig: „Sie würde gegen das Willkürverbot und das rechtstaatliche Gebot eines effektiven individuellen Rechtsschutzes verstoßen und fällt damit unter die ‚Ewigkeitsgarantie‘ des Artikel 79 Grundgesetz, so das Insitut in ihrer Stellungnahme.

Auch die Genfer Flüchtlingskonvention, die Europäische Menschenrechtskonvention und die UN-Kinderrechtskonvention stünden einer solchen Obergrenze eindeutig entgegen. Deutschland hat sich diesen Verträgen mit der Ratifikation völkerrechtlich unterworfen und ist an sie gebunden. Eine nachträgliche Einschränkung der Verpflichtungen aus den Verträgen durch Deutschland ist völkerrechtlich unzulässig.

Download: Stellungnahme des Deutschen Instituts für Menschenrechte zur Debatte um „Obergrenzen“ beim Recht auf Asyl in Deutschland kann hier heruntergeladen werden.

Der einzige rechtliche Weg, sich von diesen Verpflichtungen zu lösen, wäre eine Kündigung der Menschenrechtsverträge – ein Schritt, „der das gesamte Menschenrechtsschutzsystem und Deutschlands Rolle in der Menschenrechtspolitik fundamental erschüttern würde“, so das Menschenrechtsinstitut. Faktisch sei dies ohnehin keine Option, da diese Verträge auch die Grundlage des Grundrechts- und Asylsystems der Europäischen Union bilden.

Deutschland könne hingegen, auch in Absprache mit den europäischen Partnern, im Rahmen von Resettlement- Programmen oder durch die Vergabe humanitärer Visa dafür Sorge tragen, dass ein bestimmtes Kontingent von Flüchtlingen auf sicherem Weg nach Deutschland kommt.

„Dies ist grund- und menschenrechtlich uneingeschränkt möglich und dient der Prävention von Menschenrechtsverletzungen, weil sich die betreffenden Menschen nicht den Gefahren auf der Flucht aussetzen müssen“, so das Institut in ihrer Stellungnahme. Der individuelle Anspruch auf Zugang zu einem Asylverfahren für diejenigen, die außerhalb solcher Aufnahmeverfahren nach Deutschland kommen, müsse jedoch gewahrt bleiben. (hs MiG 3)

Tusk: "Die Flüchtlingswelle ist zu groß"

EU-Ratspräsident Donald Tusk fordert eine Kehrtwende von Angela Merkel in der Flüchtlingspolitik: Die CDU-Chefin soll Europa auch aus sicherheitsgründen dabei helfen, den Andrang von Migranten zu stoppen – ein Vorschlag ist die Überprüfung von Flüchtlingen über bis zu 18 Monate.

EU-Ratschef Donald Tusk hat zu einer Kehrtwende in der Flüchtlingspolitik aufgerufen. Niemand in Europa sei bereit, "diese hohen Zahlen aufzunehmen, Deutschland eingeschlossen", sagte er im Interview mit der "Süddeutschen Zeitung" und fünf anderen europäischen Blättern am Donnerstag. Mit Blick auf Bundeskanzlerin Angela Merkel sagte er weiter: Manche politischen Führer sagten, "die Flüchtlingswelle ist zu groß, um sie zu stoppen. Die Flüchtlingswelle ist zu groß, um sie nicht zu stoppen".

Vor allem durch eine drastische Ausdehnung der Prüfzeit will der frühere polnische Ministerpräsident die hohe Zahl der Ankömmlinge bremsen. Im Völkerrecht und auch im EU-Recht gebe es eine Regel, wonach "18 Monate für die Überprüfung gebraucht werden", wurde Tusk vom britischen "Guardian" zitiert. Derzeit sei es "zu einfach" für die Flüchtlinge, in die EU zu gelangen. "Bitte spielen sie die Rolle der Sicherheit nicht herunter", sagte Tusk weiter. "Wenn man Einwanderer und Flüchtlinge überprüfen will, braucht man mehr als nur eine Minute für Fingerabdrücke."

Die Grünen im Europaparlament zeigten sich schockiert über die Aussagen Tusks. Der Ratspräsident treibe "eine Spaltung der EU-Mitgliedsstaaten in der Flüchtlingspolitik" voran. "Der EU-Ratspräsident sollte zusammenführen und nicht polarisieren. Seine Aussage, dass die Welle der Flüchtlinge zu groß sei, ignoriert, dass Krieg, Vertreibung und Not in unserer Nachbarschaft so hart geworden sind, dass wir andere Wege als die der Abschottung, der Feigheit und der Ignoranz finden müssen", sagte die Fraktionsvorsitzende Rebecca Harms.

Tusk liegt in der Flüchtlingsfrage mit Merkel über Kreuz, die seit Monaten für eine Umverteilung der Neuankömmlinge unter allen EU-Staaten kämpft. Gegen den Widerstand Polens und anderer osteuropäischer Länder hatten die EU-Innenminister im September zunächst eine Umsiedlung von 120.000 Flüchtlingen aus Griechenland und Italien beschlossen.

Die Entscheidung per qualifizierter Mehrheit grenze an "politische Nötigung", sagte Tusk, der die Gipfeltreffen der EU-Staats- und Regierungschefs einberuft und leitet. Er könne verstehen, dass es mehrere Länder gebe, die sich gegen einen permanenten und verbindlichen Umverteilungsmechanismus stemmten.

Die Slowakei hat am Mittwoch beim Europäischen Gerichtshof (EuGH) Klage gegen die von Umverteilung von Flüchtlingen eingereicht. Die Entscheidung über dieses Quotensystem hätte im Rat einstimmig und nicht entsprechend eines Mehrheitsbeschlusses getroffen werden müssen, sagte der slowakische Ministerpräsident Robert Fico. Die Quotenregelung sei ein "totales Fiasko". Es müsse "ein anderer Weg" im Umgang mit den vielen Flüchtlingen gefunden werden.

Die Regierung Ungarns will dem Beispiel der Slowakei in Kürze folgen. So hat das Parlament in Budapest Mitte November grünes Licht für eine Klage der Regierung vor dem EuGH gegeben. Am 14. Dezember wolle man die Klage in Luxemburg einreichen, sagte Pal Volner, Staatssekretär im Justizministerium Justizminister am Dienstag. EA/AFP, dsa 3

 

 

 

 

 

Flüchtlingsdebatte in den USA. Das Einwanderungsland möchte keine syrischen Flüchtlinge

 

Die USA sind bekannt als Einwanderungsland. Seit Jahrhunderten finden dort Migranten ein neues Zuhause. Im Fall von syrischen Flüchtlingen zeigt das Land aber ein anderes Gesicht. Die Einwanderungsgegner haben die Oberhand. Von Konrad Ege

 

Die USA legen Wert auf ihr Image als Einwanderer-Nation, in der Migranten und Verfolgte seit Jahrhunderten ein neues Zuhause finden. Doch beim Streit um die Aufnahme von Flüchtlingen aus Syrien offenbaren sich spätestens seit den Anschlägen von Paris im November Grenzen zur vermeintlichen Willkommenskultur. Im politischen Washington sind selbst die Pläne der Aufnahmebefürworter bescheiden.

In der Republikanischen Partei hat sich eine wortgewaltige Bewegung mit der Forderung gebildet, keine Flüchtlinge aus Syrien ins Land zu lassen. Denn die Regierung könne „nicht garantieren, dass syrische Flüchtlinge nicht an einer terroristischen Aktivität teilnehmen“, argumentiert der republikanische Gouverneur von Texas, Greg Abbott. Mehr als die Hälfte der 50 Gouverneure will niemanden aus Syrien aufnehmen.

Christliche und jüdische Organisationen kritisieren diese Abwehrhaltung. Die Hilfsorganisation „Hebrew Immigrant Aid Society“ betonte nach den Terroranschlägen von Paris, es gebe „keinen Widerspruch zwischen Willkommen und nationaler Sicherheit“. Noch nie seit dem Zweiten Weltkrieg habe es so viele Flüchtlinge wie derzeit gegeben.

Syrischen Flüchtlingen die Grenzen zu verschließen, wäre gleichbedeutend mit einem Todesurteil für viele Menschen, warnte der Lutherische Immigrations- und Flüchtlingsdienst. Der Präsident des „Nationalen Verbandes der Evangelikalen“, Leith Anderson, sagte, das US-Einwanderungssystem sei darauf ausgerichtet, „Terroristen fern zu halten und verzweifelten Familien mit kleinen Kindern zu helfen“.

Befürworter der Flüchtlingshilfe verweisen auch auf die Geschichte. Das Holocaust-Museum in Washington betonte, die syrischen Flüchtlinge seien Opfer des Assad-Regimes und der Terrormiliz „Islamischer Staat“. Das Museum erinnere auch an die schlimmen Folgen für die Juden, die der Nazi-Herrschaft in Europa nicht hätten entkommen können. Rabbiner Jeffrey Salkin vom Tempel „Solel“ in Hollywood in Florida schreibt auf religionnews.com, es gehe bei der Flüchtlingsdebatte um „Amerikas Seele“.

Das Schicksal der syrischen Flüchtlinge sei zwar nicht genau vergleichbar mit dem der Flüchtlinge aus Nazi-Europa, doch es sei „vergleichbar genug“, dass wir „davon lernen und nicht wieder den selben Fehler machen“, mahnt Salkin. Bei einer Erhebung 1939 hätten sich zwei Drittel der US-Amerikaner gegen „die Aufnahme von 10.000 jüdischen Flüchtlingskindern ausgesprochen“. Europäische Juden seien damals als potenzielle Kommunisten verdächtigt worden. Nach Angaben des Holocaust Museums sind von 1933 bis 1945 mehr als 200.000 jüdische Flüchtlinge in den USA aufgenommen worden. Die meisten Einreiseanträge seien jedoch abgelehnt worden.

Die US-Regierung versucht unterdessen, Fakten einzuspeisen in die Diskussionsrunden in Talkshows, in denen vor „250.000 syrischen Flüchtlingen“ gewarnt und Personenüberprüfungen als nicht ausreichend kritisiert werden. Das US-Außenministerium teilte Ende November mit, die USA hätten seit Oktober 2010 nur 2.234 syrische Flüchtlinge aufgenommen, zwei Prozent davon alleinreisende junge Männer.

Alle Flüchtlinge würden vor der Aufnahme gründlich geprüft, versicherte das Ministerium. Daran beteiligt seien unter anderem das Nationale Zentrum zur Terrorismusbekämpfung, die bundesweite Ermittlungsbehörde FBI, das US-Ministerium für Heimatschutz sowie das Verteidigungsministerium. Biometrische Daten würden erfasst, syrische Flüchtlinge besonders intensiv überprüft.

Doch die Einwanderungsgegner haben offenbar die Oberhand. Hilfsorganisationen forderten die Aufnahme von Zehntausenden syrischen Flüchtlingen. Unter dem Eindruck auch internationaler Kritik hatte Präsident Barack Obama im September angekündigt, die USA würden im nächsten Haushaltsjahr 10.000 Menschen aus dem Bürgerkriegsland einreisen lassen. Denkbar wenige verglichen mit den Flüchtlingszahlen in Europa und besonders in Deutschland. Kanada hat immerhin in Aussicht gestellt, 25.000 Syrer aufzunehmen. (epd/mig 4)

 

 

 

 

 

Himmlischer Segen. Wie die IS-Revolution stark gebombt wird.

 

Die brutale Taktik und der religiöse Extremismus des sogenannten Islamischen Staates (IS) wirken auf den Betrachter schockierend und brandgefährlich. Den Aussagen ihrer Anführer zufolge will die Gruppe Ungläubige eliminieren, weltweit die Scharia einführen und die Wiederkehr des Propheten beschleunigen. Die Fußsoldaten des Islamischen Staates verfolgen diese Ziele mit erstaunlicher Grausamkeit. Doch anders als die ursprüngliche Al-Kaida, die sich wenig für die Kontrolle von Gebieten interessierte, versucht der IS in den von ihm besetzten Gebieten auch die Grundlagen für einen echten Staat zu legen. Er hat eine klare Zuständigkeitshierarchie ebenso eingerichtet wie ein Steuer- und Bildungssystem und einen ausgeklügelten Propagandaapparat. Der IS mag sich selbst als »Kalifat« bezeichnen und das derzeitige internationale Staatensystem ablehnen, aber seine Führer haben genau das im Sinn: einen Territorialstaat.

Doch der Islamische Staat ist beileibe nicht die erste extremistische Bewegung, die einen Hang zur Gewalt mit vollmundige Zielen und Gebietskontrolle verbindet. Ungeachtet der religiösen Dimension ist die Gruppe nur die jüngste in einer langen Reihe staatenbildender Revolutionäre und ähnelt in verblüffender Weise den Regimes, die aus den Revolutionen in Frankreich, Russland, China, Kuba, Kambodscha und dem Iran hervorgingen. Diese Bewegungen standen vorherrschenden internationalen Normen ebenso ablehnend gegenüber wie der Islamische Staat heute, und auch sie setzten skrupellos Gewalt ein, um ihre Gegner auszuschalten oder einzuschüchtern und der Welt ihre Macht zu demonstrieren.

Bei der Betrachtung des Islamischen Staats wirkt der Blick auf frühere Episoden durchaus beruhigend. Sie zeigen, dass Revolutionen nur dann eine ernsthafte Gefahr darstellen, wenn sie sich in Großmächten vollziehen, da nur Großmächte in der Lage sind, ihre revolutionären Prinzipien zu verbreiten. Der Islamische Staat wird nicht einmal annähernd zu einer Großmacht aufsteigen, und obwohl er, genau wie frühere Revolutionen auch, Sympathisanten im Ausland gewonnen hat, ist seine Ideologie zu eng, seine Macht zu begrenzt, als dass ihm außerhalb Iraks und Syriens eine ähnliche Machtübernahme gelingen könnte.

Die Geschichte lehrt uns auch, dass Bemühungen von außen, einen revolutionären Staat zu stürzen, oft nach hinten losgehen, weil sie die Hardliner stärken und ihnen zusätzliche Chancen für eine Expansion eröffnen. Die aktuellen Bemühungen der USA, den Islamischen Staat, wie die Regierung Obama es ausdrückt, zu »erodieren und letztlich zu zerstören«, könnte das Ansehen der Extremisten heben und ihre Darstellung vom islamfeindlichen Westen sowie ihre Selbststilisierung als eiserne Verfechter des Islam stärken. Besser wäre es, wenn die USA im Hintergrund geduldig abwarteten, dass Akteure in der Region der Gruppe Einhalt gebieten. Für diesen Ansatz muss man den Islamischen Staat als das nehmen, was er ist: eine kleine und schlecht ausgestattete revolutionäre Bewegung, die zu schwach ist, als dass sie die Sicherheit ernsthaft bedrohen könnte, sieht man einmal von der Sicherheit der unglücklichen Menschen ab, die unter ihrem Machteinfluss leben.

 

Wenn Extremisten die Macht übernehmen

Weil Revolutionäre in brutalen Kämpfen gigantische Hindernisse zu überwinden haben, brauchen ihre Anführer reichlich Glück, um ein Regime zu stürzen und anschließend ihre Macht zu konsolidieren. Sie müssen zudem ihre Anhänger dazu bringen, dass sie sich in große Gefahr begeben und ihre natürliche Neigung überwinden, andere für die Sache kämpfen und sterben zu lassen.

Revolutionäre Bewegungen bedienen sich meist einer Kombination aus Verführung, Einschüchterung und Indoktrination, um Gehorsam durchzusetzen und die Opferbereitschaft zu heben, genau wie es der Islamische Staat gerade tut. Insbesondere liefern sie Ideologien, mit denen sie ihre extremen Methoden rechtfertigen und ihren Anhängern versichern, dass ihre Opfer Früchte tragen werden. Die spezifischen Inhalte dieser Ideologien variieren, doch immer geht es darum, die Anhänger davon zu überzeugen, dass die bestehende Ordnung ersetzt werden muss und ihr Kampf am Ende zum Erfolg führt. Revolutionäre Ideologien tun dies auf dreierlei Weise.

Erstens werden die Gegner als bösartig, feindlich und reformunfähig dargestellt. Weil Kompromisse unmöglich sind, muss die alte Ordnung zerstört und ersetzt werden. Der Islamische Staat ist da nicht anders. Seine Anführer und Ideologen stellen den Westen als von Natur aus feindselig dar, bestehende arabische und muslimische Regierungen als ketzerisch und mit der wahren Natur des Islam unvereinbar. Kompromisse mit solchen Ungläubigen und Abtrünnigen seien sinnlos. Sie müssten beseitigt und von Anführern ersetzt werden, die die wahren islamischen Prinzipien, wie vom IS definiert, anwenden.

Zweitens predigen revolutionäre Organisationen, der Sieg sei gewiss, solange die Anhänger gehorsam und standfest blieben. Lenin erklärte, der Kapitalismus sei wegen seiner inneren Widersprüche zum Untergang verdammt, und Mao bezeichnete Imperialisten als »Papiertiger«; beide führten ihren Anhängern so den sicheren Triumph der Revolution vor Augen. Der derzeitige Anführer des Islamischen Staats, Abu Bakr al-Baghdadi, gab im November 2014 eine ähnlich optimistische Einschätzung ab. »Eurem Staat geht es gut, er ist in bester Verfassung. Sein Vormarsch wird sich fortsetzen«, sagte er seinem Publikum.

Drittens betrachten die Anführer revolutionärer Bewegungen ihr Modell als universell anwendbar. Wenn sie den Sieg davongetragen haben, versprechen sie ihren Anhängern, wird die Revolution Millionen befreien, eine bessere Welt schaffen und einen gottgegeben Plan erfüllen. Französische Radikale forderten in den 1790er Jahren »einen Kreuzzug« für die universelle Freiheit, und Marxisten-Leninisten glaubten, die Weltrevolution werde eine friedliche klassenlose und staatenlose Gemeinschaft hervorbringen. Auch Khomeini und seine Anhänger sahen in der Revolution im Iran den ersten Schritt hin zur Abschaffung des »unislamischen« Nationalstaatssystems und zur Etablierung einer globalen islamischen Gemeinschaft.

De Anführer des Islamischen Staats glauben, dass ihre fundamentalistische Botschaft für die gesamte muslimische Welt und darüber hinaus Geltung hat. Seine Bewegung werde eines Tages »die Kaukasier, Inder, Chinesen, Syrer, Iraker, Jemeniten, Ägypter, Nordafrikaner, Amerikaner, Franzosen, Deutschen und Australier« einen, erklärte Baghdadi im Juli 2014. Der IS verbreitet seine Botschaft im Ausland über soziale Netzwerke und bekennt sich bereitwillig zu Gewaltakten, die in fernen Ländern begangen wurden. Dieser Anspruch auf universelle Geltung ist einer der Hauptgründe, warum die Gruppe bei Ausländern Anklang findet und die Regierungen sie mit solcher Sorge betrachten.

 

Revolution und Krieg

Beobachter fürchten zu Recht, dass sich der revolutionäre Staat ausdehnen könnte. Revolutionsführer halten es meist für ihre Pflicht, ihre Bewegung zu exportieren, weil sie auf die Art am besten zu erhalten sei – eine Vorstellung, die sich im Leitspruch des Islamischen Staates »bleiben und ausweiten« (baqiya wa tatamaddad) widerspiegelt. Es überrascht daher nicht, dass Nachbarn revolutionärer Staaten meist Präventivmaßnahmen ergreifen, um das neue Regime zu schwächen oder zu stürzen. Eine Spirale aus Misstrauen und eine erhöhte Kriegsgefahr sind die Folgen.

Paradoxerweise können die Ungewissheiten, die mit den meisten Revolutionen einhergehen, dem neuen Staat das Überleben sogar sichern. Weil ausländische Mächte nicht genau wissen, wie einflussreich oder zugkräftig die Revolution sein wird, können sie nur schwer entscheiden, was gefährlicher ist: die Revolution selbst oder die Möglichkeit, dass Dritte das sich daraus ergebende Chaos nutzen und ihre eigene Position stärken. Die Revolution in Frankreich überlebte zum Teil nur deshalb, weil feindliche Monarchien einander misstrauten und zunächst stärker an Gebietszugewinnen interessiert waren als daran, Louis XVI. wieder auf den Thron zu bringen. Ähnliches geschah in Russland: Uneinigkeit unter den wichtigsten Mächten und die Ungewissheit darüber, was die Bolschewiken langfristig vorhatten, behinderten einen koordinierten Kampf gegen die Revolution und halfen Lenin und seinen Anhängern nach 1917, an der Macht zu bleiben.

Wie bei früheren revolutionären Bewegungen auch wurden Versuche, den Islamischen Staat zu besiegen, durch die widersprüchlichen Ziele seiner Gegner untergraben. Sowohl die Vereinigten Staaten als auch der Iran wünschen sich das Ende des Islamischen Staats, doch kein Land will dem anderen mehr Einfluss im Irak verschaffen. Auch die Türkei betrachtet den IS als Bedrohung, lehnt aber das Assad-Regime in Syrien ab und stellt sich gegen jede Aktion, die den kurdischen Nationalismus stärken könnte. Saudi-Arabien wiederum betrachtet die fundamentalistische Ideologie des Islamischen Staates als Bedrohung für seine eigene Legitimität, fürchtet aber den iranischen und schiitischen Einfluss gleichermaßen, wenn nicht noch mehr. Die Folge ist, dass keines dieser Länder dem Sieg über den Islamischen Staat oberste Priorität einräumt.

Ungeachtet seines Hangs zur Gewalt und der sexuellen Versklavung ist am Islamischen Staat kaum etwas neu. In seinen grundlegenden Merkmalen und seiner Wirkung ist der IS früheren revolutionären Staaten erstaunlich ähnlich. Wir haben diesen Film schon oft gesehen. Aber wie geht er aus?

 

Die Revolution wird sich nicht ausbreiten

Revolutionen können sich auf zwei Arten verbreiten. Mächtige revolutionäre Staaten setzen auf Eroberung: In den 1790er Jahren führte Frankreich Krieg gegen Monarchien in ganz Europa, und nach dem Zweiten Weltkrieg übernahm die Sowjetunion Osteuropa. Schwächere revolutionäre Staaten dagegen müssen darauf hoffen, dass sie mit ihrem Vorbild andere mitreißen. Nordkorea unter der Familie Kim, Kuba unter Fidel Castro, Äthiopien unter der sogenannten Derg, Kambodscha unter den Roten Khmer, Nicaragua unter den Sandinisten – sie alle verfügten nicht über die Macht, ihr Modell mit Waffengewalt zu verbreiten.

Das gilt auch für den Islamischen Staat. Die Sowjetunion konnte Osteuropa den Kommunismus mithilfe der mächtigen Roten Armee aufzwängen, wohingegen der Islamische Staat dem US-Militärgeheimdienst zufolge rund 30 000 verlässliche Kämpfer und kein militärisches Leistungsvermögen für die Machtprojektion hat. Auch wenn Panikmacher davor warnen, dass der Islamische Staat heute ein Gebiet kontrolliert, das größer ist als das Vereinigte Königreich, so besteht es doch überwiegend aus unbewohnter Wüste. Das Gebiet des IS produziert jährlich Waren und Dienstleistungen im Wert von 4 bis 6 Milliarden Dollar; damit liegt das Bruttosozialprodukt des Islamischen Staats auf dem Niveau von Barbados. Die jährlichen Staatseinnahmen betragen etwa 500 Millionen Dollar – das entspricht etwa einem Zehntel des Jahresbudgets der Universität Harvard –, und das mit abnehmender Tendenz. Der Islamische Staat ist von einer Großmacht weit entfernt, und angesichts der kleinen Bevölkerungszahl und der unterentwickelten Wirtschaft wird er auch nie eine werden.

Ebenso wenig wird er sich durch Ansteckung ausbreiten. Auch nur eine schwache Regierung zu stürzen, ist ein schwieriges Unterfangen, das revolutionären Bewegungen nur sehr selten gelingt. Es brauchte zwei Weltkriege, um die Marxisten in Russland und China an die Macht zu bringen, und der Erfolg des Islamischen Staats beruht bislang auf für ihn glücklichen Umständen: Die Vereinigten Staaten marschierten törichterweise in den Irak ein, der irakische Premierminister Nuri al-Maliki spaltete das Land, und Syrien versank in einem Bürgerkrieg. Sofern der Islamische Staat nicht auch weiter viel Glück hat, wird er sich schwer tun, seinen Aufstieg in anderen Ländern zu wiederholen. Auch seine Ideologie setzt seinem Wachstum enge Grenzen.

Die Anführer der Gruppe mögen ihre Vision eines neuen Kalifats für unwiderstehlich halten, doch steht zu bezweifeln, dass sie damit genügend Herzen und Köpfe gewinnen werden. Das in der Amerikanischen und Französischen Revolution verkörperte Ideal von Freiheit und Gleichheit hat sich in der Welt verbreitet, und die kommunistische Vision eines klassenlosen Utopia hat Millionen verarmter Arbeiter und Bauern mitgerissen. Die puritanische Botschaft des Islamischen Staats und seine brutalen Methoden breiten sich dagegen nicht so leicht aus, und der Entwurf eines expansiven Kalifats beißt sich mit den starken nationalen, religiösen und ethnischen Identitäten im Nahen Osten. Auch über Twitter, YouTube oder Instagram wird die Kernbotschaft für die meisten Muslime nicht schmackhafter, zumal, wenn der Neuheitseffekt nachlässt und potenzielle Rekruten erfahren, wie es sich im Islamischen Staat tatsächlich lebt. Und eine Version des Islam, die schon der großen Mehrheit der Muslime ein Gräuel ist, wird bei Nicht-Muslimen schon gar keine nennenswerte Anhängerschaft finden. Wer versuchte, ein revolutionäres Credo zu erfinden, dem jede universelle Anziehungskraft abgeht, täte sich schwer, die harte und begrenzte Weltsicht des Islamischen Staates zu übertrumpfen.

Und sollte es schließlich einer IS-ähnlichen Bewegung gelingen, außerhalb Iraks und Syriens an die Macht zu kommen – im chaotischen Libyen könnte das durchaus geschehen –, würden die Anführer dieser Gruppe ihre eigenen Interessen verfolgen, statt sklavisch Baghdadis Befehlen zu gehorchen. Außenstehende nehmen radikale Gruppen oft als monolithisch wahr – besonders, wenn sie die Rhetorik der Revolutionäre allzu ernst nehmen –, doch solche Bewegungen sind bekanntermaßen anfällig für interne Machtkämpfe. Tiefe Gräben trennten die Girondins und die Jakobiner, die Bolschewiki und die Menschewiki, die Stalinisten und die Trotzkisten, Chruschtschow und Mao. Da der Islamische Staat dazu neigt, schon geringen Widerspruch als ketzerischen Akt zu behandeln, auf den die Todesstrafe steht, sind solche Streitigkeiten unvermeidbar. Sie haben sogar schon ernsthafte Auseinandersetzungen mit Al-Kaida und anderen extremistischen Gruppen nach sich gezogen.

 

Abwarten und Tee trinken

Nur weil der Islamische Staat sein langfristiges Ziel unweigerlich verfehlen wird, heißt das jedoch nicht, dass sich die Gruppe leicht beseitigen ließe. Ein Blick in die Geschichte zeigt vielmehr, dass der Versuch, solche Bewegungen mit militärischen Mitteln zu zerstören, leicht nach hinten losgehen kann. Die Intervention durch Österreich und Preußen radikalisierte die Französische Revolution, und die Invasion der Iraker im Iran im Jahr 1980 erlaubte Khomeini und seinen Anhängern eine »Säuberung« unter moderaten Kräften der Islamischen Republik. Lenin, Stalin und Mao nutzten Bedrohungen von außen, um Unterstützung zu mobilisieren und ihre Macht zu konsolidieren, und sowohl die russische als auch die chinesische Revolution überlebten mehrere Versuche von außen, sie zunichte zu machen. Aggressive Versuche, den Islamischen Staat zu zerstören, könnten sein Überleben sichern, besonders dann, wenn die Vereinigten Staaten sich an die Spitze dieser Bemühungen setzen.

Damit bleibt als beste Lösung die geduldige Containment-Politik. Mit der Zeit könnte die Bewegung an ihren eigenen Exzessen und inneren Spaltungen zu Grunde gehen. Siege, die der IS tatsächlich davonträgt, werden heftigere Gegenreaktionen von Seiten der Nachbarn provozieren.

Washington sollte zur Unterstützung solcher Anstrengungen Geheimdienstinformationen, Waffen und Militärausbildung bereitstellen, jedoch seine Rolle so klein wie möglich halten und klarstellen, dass es in erster Linie an den Streitkräften der Region ist, dem Islamischen Staat Einhalt zu gebieten. Die US-Luftwaffe sollte daher ausschließlich dafür eingesetzt werden, eine Ausdehnung des IS zu verhindern. Der Versuch, den Islamischen Staat mit Bombenangriffen zu unterwerfen, wird unweigerlich unschuldige Zivilisten das Leben kosten und antiamerikanische Gefühle ebenso stärken wie die Popularität des Islamischen Staates.

Die politischen Entscheidungsträger in den USA sollten eines bedenken: Je intensiver sich die Vereinigten Staaten für die Eindämmung des Islamischen Staates engagieren, desto stärker hetzt die IS-Propaganda gegen westliche Kreuzritter und ihre angeblich ketzerischen muslimischen Verbündeten. Was die verschiedenen muslimischen Glaubensrichtungen angeht, so würden die Vereinigten Staaten mit dem Versuch, einmal mehr unter hohen Kosten die irakischen Sicherheitskräfte aufzubauen, als Komplizen der anti-sunnitischen Politik dastehen, die dem IS erst zu seiner Popularität verhalf; die Sunniten im Irak und in Ostsyrien würden in ihrer Loyalität zum IS bestärkt.

Eine US-geführte Militärkampagne gegen den Islamischen Staat erhöht zudem das Risiko, dass der Zuspruch für ihn wächst: Wenn das mächtigste Land der Welt die Gruppe dauernd als ernsthafte Bedrohung darstellt, dann gewinnt die Selbstdarstellung des IS als standhaftester Verfechter des Islam an Glaubwürdigkeit. Statt die Bedrohung zu dramatisieren und der IS-Propaganda in die Hände zu spielen, sollten die politischen Entscheidungsträger in den Vereinigten Staaten die Gruppe als ein eher nebensächliches Problem behandeln, das für die USA nicht oberste Priorität hat. Stephen M. Walt IPG 30

Veröffentlicht am 30.11.2015

 

 

 

 

 

UN-Jahresbericht. Migranten aus ärmsten Ländern überweisen Rekordsumme in Heimat

 

Fast 36 Milliarden US-Dollar haben Migranten aus den ärmsten Ländern der Welt im vergangenen Jahr in ihre Heimatländer überwiesen. Im Vergleich zum Vorjahr ist das eine Steigerung von sieben Prozent.

 

Migranten aus den ärmsten Ländern der Welt haben nach UN-Angaben 2014 eine Rekordsumme in ihre Heimat überwiesen. Fast 36 Milliarden US-Dollar (knapp 34 Milliarden Euro) hätten die Auswanderer aus ihren Gastländern in die 48 am wenigsten entwickelten Länder der Welt transferiert, teilte die UN-Konferenz für Handel und Entwicklung (UNCTAD) am Donnerstag in Genf mit.

Damit habe sich dieser private Geldstrom um rund sieben Prozent im Vergleich zu 2013 (gut 33 Milliarden US-Dollar) erhöht, schrieb die UNCTAD in ihrem Jahres-Bericht über die ärmsten Länder. Mit knapp 26 Milliarden US-Dollar floss 2014 das meiste Geld in asiatische Länder. Die UNCTAD erklärt das Anwachsen der Geldströme mit der zunehmenden Migration von Arbeitskräften in reichere Länder. Im Jahr 2004 betrug die Summe der Überweisungen den Angaben zufolge knapp 11 Milliarden US-Dollar.

Gleichzeitig wies die UNCTAD darauf hin, dass sich das Wachstum in den ärmsten Ländern abgeschwächt habe. So seien die 48 Volkswirtschaften 2013 noch im Durchschnitt um 6,1 Prozent gewachsen, 2014 sei die Zahl auf 5,5 Prozent gefallen. Als Gründe gelten gesunkene Rohstoffpreise und die instabile Weltwirtschaft.

Die am wenigsten entwickelten Länder werden anhand ökonomischer und sozialer Kriterien wie Pro-Kopf-Einkommen bestimmt. Die meisten der 48 Staaten liegen in Afrika. Auch asiatische Länder wie Afghanistan, Bangladesch und Kambodscha fallen in die Kategorie. (epd/mig 30)

 

 

 

 

 

Wir sind in der Pflicht. Der Kampf gegen den Klimawandel als ethisches Gebot.

 

 „Beeilt euch zu handeln, ehe es zu spät ist zu bereuen“. Diese Mahnung des norwegischen Friedensnobelpreisträgers Fridtjof Nansen kurz nach dem Ersten Weltkrieg würde auch als Appell an die Klimakonferenz von Paris passen. Zu lange hat sich die internationale Klimadiplomatie im Schneckentempo bewegt. Zu lange war die Staatengemeinschaft nicht in der Lage, die unstreitigen wissenschaftlichen Erkenntnisse der Klimaforscher in ein bindendes Abkommen zu überführen. Ich habe die große Hoffnung, dass sich dies mit der Klimakonferenz von Paris ändert. Die Zeit drängt. Die Forschung sagt uns: Wenn wir die Erderwärmung auf maximal 2 Grad begrenzen wollen, hat die Atmosphäre ein CO2-Budget von 2.900 Gigatonnen. Zwei Drittel dieses Budgets haben wir bereits verbraucht. Wenn wir von dem aktuellen CO2-Ausstoß ausgehen, dann ist das Limit in 30 Jahren erreicht. Alles, was danach dazukommt, sorgt dafür, dass das Klima sich mit einer Dynamik verändert, die wir nicht mehr beherrschen können. Schon heute spüren wir überall auf der Welt die Folgen des Klimawandels. Die Extremwetterereignisse nehmen zu. Das Jahr 2014 war das wärmste seit Beginn der Wetteraufzeichnungen. Vierzehn der 15 wärmsten Jahre liegen in unserem noch jungen 21. Jahrhundert. Wir sind ohne Frage die erste Generation, die Zeugin des Klimawandels ist. Und wir sind zugleich die letzte, die ihn auf ein beherrschbares Maß begrenzen kann.

Der Kampf gegen den Klimawandel ist von existenzieller Bedeutung. Wir haben die Pflicht, unseren Nachkommen eine Erde zu hinterlassen, auf der ein gutes Leben möglich ist. Der Klimawandel ist aber auch ein großes globales Gerechtigkeitsproblem. Papst Franziskus hat darauf in seiner Enzyklika „Laudato si‘“ eindrucksvoll hingewiesen.

Für viele Menschen, vor allem in Sub-Sahara Afrika und in Südasien ist der Klimawandel bereits heute eine unmittelbare Bedrohung. Trinkwasser wird knapp, Böden vertrocknen und Wüsten breiten sich aus. Menschen werden ihre Heimat verlieren. Forscher schätzen, dass bei einem Temperaturanstieg von 4 Grad in vielen Teilen der Erde die Nahrungsmittelproduktion deutlich zurückgeht – während die Bevölkerung weiter zunimmt. Ein ungebremster Klimawandel wird existierende Verteilungskonflikte verschärfen und neue hervorrufen: Konflikte um Land, Wasser, um die Bewältigung von Flüchtlingsbewegungen und die Verteilung der Kosten von Naturkatastrophen. Die Weltbank schätzt in einem aktuellen Bericht, dass die Folgen des Klimawandels bereits in den kommenden 15 Jahren 100 Millionen Menschen zusätzlich in Armut stürzen.

Dass Menschen verarmen, weil vor allem die wohlhabenden Länder keine Rücksicht auf die ökologischen Grenzen der Erde nehmen, ist zu allererst ein ethisches Problem. Die Ungleichheit, die der Klimawandel auf der Welt erzeugt, wird uns aber auch direkt betreffen. Die aktuelle Flüchtlingsbewegung, die unser Land erreicht, zeigt uns gerade, wie klein die Welt geworden ist. Wir leben in einem Zeitalter weltweiter Mobilität, in der kein Grenzzaun und kein Meer die Menschen davon abhalten kann, nach einem besseren Leben zu suchen. Wenn wir Fluchtursachen wirksam bekämpfen wollen, dann müssen wir dem Klimawandel endlich entschlossen entgegentreten.

 

Die Strategie der Bundesregierung fußt auf drei Säulen:

Erstens setzen wir uns mit aller Kraft für ein erfolgreiches Klimaschutzabkommen auf der Konferenz in Paris ein. Unser Ziel ist ein Abkommen mit robusten Regeln, die Transparenz sicherstellen. Denn der Vertrag  wird sich nur bewähren können, wenn klar ist, dass sich alle an die vereinbarten Ziele halten. Wir wissen, dass die vorgesehenen Minderungsbeiträge der Länder bislang nicht ausreichen. Deshalb brauchen wir im Abkommen einen Mechanismus, der die Gesamtambition nach oben schrauben kann. Dafür ist es entscheidend, dass nach Paris der Gesamteffekt der nationalen Beiträge regelmäßig und in einem transparenten Verfahren überprüft wird und die Länder sich daraufhin erneut Ziele setzen. Denn eines muss in jedem Fall klar sein: Das Abkommen muss glaubwürdig sicherstellen, dass 2 Grad das absolute Maximum sind, das wir zulassen.

Darüber hinaus brauchen wir ein weltweites Langfristziel, das in Richtung Wirtschaft und Gesellschaft ein klares Signal sendet: Das Zeitalter der fossilen Energieträger geht dem Ende entgegen. Wir brauchen eine „grüne Null“, also Null CO2 aus fossilen Energieträgern im Laufe dieses Jahrhunderts.

Entscheidend wird sein, dass wir die starre Trennung zwischen Industrie- und Entwicklungsländern auf Grundlage von längst überholten Kriterien überwinden. Gerade die großen Schwellenländern China und Brasilien haben in den vergangenen Monaten deutlich gemacht, dass auch sie für einen ambitionierten Klimaschutz eintreten. Jedes Land muss bereit sein, seinen Beitrag zu leisten. Das bedeutet auf der anderen Seite auch, dass wir die unterschiedlichen Verantwortlichkeiten und Kapazitäten der Länder berücksichtigen und dort unterstützen, wo die Mittel begrenzter sind.

Deshalb ist die zweite Säule der Ausbau des deutschen Engagements bei der Klimafinanzierung. Die Bundesregierung wird deshalb die Haushaltsmittel für die internationale Klimafinanzierung bis 2020 auf 4 Milliarden Euro verdoppeln.  Hinzu kommen noch Kredite der KfW-Bank in erheblichem Umfang. Wir bekennen uns zum Ziel des Kopenhagener Gipfels aus 2009, gemeinsam mit den anderen Industrieländern ab 2020 jährlich 100 Milliarden US-Dollar aus öffentlichen und privaten Mitteln für den Klimaschutz und Klimaanpassungsmaßnahmen in Entwicklungsländern zu mobilisieren. 2014 standen wir bereits bei 62 Milliarden US-Dollar. Dies zeigt, die Industrieländer haben große Fortschritte gemacht und sind auf gutem Wege, ihre internationalen Verpflichtungen zu erfüllen.

Die dritte Säule ist unsere nationale Klimaschutzpolitik. Wir können international den Klimaschutz nur vorantreiben, wenn wir zuhause als eines der wohlhabendsten und wirtschaftsstärksten Industrieländer unsere Hausaufgaben machen. Dabei haben wir schon große Erfolge erzielt. Die Tatsache etwa, dass Strom aus Erneuerbaren Energien immer marktfähiger wird, ist ganz wesentlich der deutschen Förderung zu verdanken. Schon heute decken wir fast 30 Prozent unseres Stromverbrauches aus Erneuerbaren Energien.

Dennoch brauchen wir auch in Deutschland zusätzliche Anstrengungen. Damit wir unser Ziel für 2020 erreichen, mindestens 40 Prozent weniger CO2 als 1990 zu emittieren, müssen wir einen Gang zulegen. Die Bundesregierung hat mit dem Aktionsprogramm Klimaschutz deshalb rund  100 Maßnahmen beschlossen, die sicherstellen, dass wir unser Zwischenziel erreichen. Bis 2050 wollen wir 80 bis 95 Prozent weniger Treibhausgase ausstoßen. Das bedeutet, dass wir unsere Art zu Leben und zu Wirtschaften grundlegend verändern müssen. Die Braunkohle als Energieträger wird langfristig keine Zukunft haben. Wir brauchen Autos, die durch Erneuerbare Energien angetrieben werden und Wohnungen, die ohne eine Gas- oder Ölheizung auskommen. Mir ist dabei wichtig, dass wir den Wandel sozialverträglich organisieren, Strukturen verändern, aber Strukturbrüche vermeiden. Und dass wir die Bürgerinnen und Bürger motivieren, sich selbst in die Pflicht zu nehmen. Ich werde deshalb im kommenden Jahr  den Klimaschutzplan 2050 vorstellen, in dem die Zwischenziele und Strategien formuliert werden.

Der Wandel zu einer Wirtschafts- und Lebensweise, die die ökologischen Grenzen unseres Planeten respektiert, ist eine der großen Menschheitsaufgaben dieses Jahrhunderts. Packen wir sie an. Barbara Hendricks  IPG 23

 

 

 

 

 

Der Ausnahmezustand schadet den Flüchtlingen – Kriterien müssen her

 

Seit Monaten strömen täglich tausende Flüchtlinge nach Deutschland. Die meisten kommen aus dem Nahen Osten, aber auch aus anderen Gegenden wie Afrika oder dem Balkan kommen Menschen, um hier Asyl zu beantragen. Nach Schätzungen könnten in diesem Jahr bis zu einer Millionen Menschen in die Bundesrepublik einreisen. Das schürt Ängste, setzt Kräfte frei und mehrt Erwartungen an die Politik, die Lage zu kontrollieren. Denn trotz der Hilfsbereitschaft vieler Bürger wird die Situation immer schwieriger. Die Unterkünfte sind überfüllt, Zeltstädte müssen errichtet werden und der Staat beginnt, erste ungenutzte Immobilien einzuziehen, um Flüchtlinge dort unter zu bringen.

 

Die Politik will die Lage durch mehr Regulierung unter Kontrolle bekommen. Das Leitwort hierfür lautet Kontingente. Doch wer Kontingente will, muss auch fragen, welche Flüchtlinge davon profitieren sollen. Dafür bräuchte es Kriterien.

 

Brauchen wir Kriterien in der Flüchtlingskrise?

Vor einigen Wochen habe ich in einem Kommentar für kath.de die Frage gestellt, ob sich Deutschland besonders, wenngleich nicht ausschließlich, um Christen kümmern sollte. Das stieß in den sozialen Medien auf Zustimmung bei vielen Christen, während Diskutanten, die sich für Flüchtlinge engagierten, das fast immer ablehnten. Dabei stellte sich heraus, dass Religion gerade im säkularen Kontext ein Reizwort war. So gehe ich in diesem Artikel einen Schritt zurück und frage allgemeiner, ob wir überhaupt Kriterien aufstellen dürfen, nach denen wir Flüchtlinge aussuchen.

 

Grundsätzlich sind Kriterien Instrumente, um eine Situation zu bewerten und damit nicht an sich schlecht oder an sich gut. Sie können schlecht sein, wenn sie Flüchtlinge etwa nach ihrem Bildungsstand beurteilen oder ihnen auferlegen, ihre Verfolgung individuell zweifelsfrei nachzuweisen. Sie können dabei auch zum Vorteil von Flüchtlingen sein, etwa wenn sie innerhalb der EU verteilt werden sollen. Mancher Syrer hat hier Verwandte, die sich unter Umständen schon ein neues Leben aufgebaut haben. Für die Behörden wäre das ein Kriterium, ihn für Deutschland einzuteilen und nicht für Estland, wo er niemanden kennt. Kriterien helfen zudem, eine Situation zu kontrollieren. Und gerade Kriegsflüchtlinge wollen durch ihre Flucht ein möglichst geordnetes Leben wiedergewinnen und nicht vom einen in den nächsten Ausnahmezustand kommen.

 

In Deutschland herrscht Ausnahmezustand

Der entsteht aber in Deutschland. Denn im Ausnahmezustand gibt es keine klaren Regeln, es wird ständig improvisiert und häufig setzen sich die Starken gegen die Schwachen durch. Denn die Regeln, wann ein Mensch als Kriegsflüchtling anzusehen ist, fließen gerade. Ist ein Syrer, der seit Jahren in der Türkei oder im Libanon lebt und dort leidlich in Sicherheit ist, noch ein Kriegsflüchtling? Diese Frage steht derzeit im Raum, da über die Möglichkeit diskutiert wird, die Türkei zum sicheren Herkunftsland zu erklären.

 

Ständige Unsicherheit für alle

Auch kann aktuell niemand vor Ort sagen, was mit den Flüchtlingen passieren soll, die nach Deutschland kommen, was bei ihnen zu ständiger Unsicherheit führt. Ohne die Hilfe der Freiwilligen wäre in vielen Kommunen die Versorgung der Flüchtlinge entweder zusammen gebrochen oder nur sehr eingeschränkt möglich. Freiwillige sind aber eine ungeordnete Gruppe, mit der niemand planen kann. Damit ist selbst die Grundversorgung der Flüchtlinge unsicher. Das gleiche gilt für die Frage, wo die Flüchtlinge wohnen sollen. Schon jetzt wissen die Hilfsorganisation nicht, wohin sie mit den Bewohnern in den Zeltstädten sollen, wenn der Winter kommt. So beginnt der Staat, ungenutzte Immobilien einzuziehen und Flüchtlinge dort einzuquartieren. Wenn eine Millionen Flüchtlinge nicht gut versorgt werden können, bedeuten gleichbleibende Zuzugszahlen den Zusammenbruch der Unterbringungsoptionen, denn der Winter kommt jedes Jahr.

 

Noch halten die Befürworter eines unkontrollierten Zuzugs die Forderung aufrecht, jeden aufzunehmen, der es bis an die deutsche Grenze geschafft hat. Sinkt die Zahl der Flüchtlinge nicht und dafür spricht nichts, wenn keine harten Maßnahmen ergriffen werden, bleiben aufgrund der angespannten Situation nur zwei Möglichkeiten: Entweder müssen die Anstrengungen erhöht oder die Standards gesenkt werden. Letzteres ist im Wohlfahrtsstaat Deutschland kaum möglich, also müssen die Anforderungen an die Gesellschaft steigen. Das aber bedeutet im Umkehrschluss, der Staat muss mehr Geld bereitstellen, was zu Spannungen führen wird. Stehen viele Bürger schon deutschen Sozialhilfeempfängern negativ gegenüber, ist die Ablehnung gegenüber bedürftigen Ausländern noch größer. Es gehört zu den Grundkonstanten von Gemeinschaften, dass die Solidarität innerhalb der Gruppe größer ist. Und die emotionale Zugehörigkeit zur eigenen Bevölkerung ist nach wie vor stärker als die Zugehörigkeit zur Art Homo Sapiens.

 

Die Starken gewinnen, die Schwachen bleiben zurück

Ein weiteres Problem von unkontrollierten Situationen ist, dass die Starken daraus Vorteile ziehen. Und die Flüchtlinge, die hier nach Deutschland kommen, sind die Starken. Die Armen, die Kranken und die Einsamen, schaffen den langen und gefährlichen Weg aus der Wüste bis an die bayerische Grenze nicht. So bleiben die Schwächsten in den Lagern zurück, während die Starken die Europäer zwingen, sich mit ihnen zu beschäftigen.

 

Geld darf nicht Maßstab für humanitäre Hilfe sein

Das zeigt, dass sich Deutschland und die Flüchtlinge aktuell in einem ungeordneten Zustand befinden. Wer das ändern will, der muss Kriterien aufstellen. Sonst wird sich ein bestimmter Maßstab durchsetzen, nämlich Geld. Zwar möchte niemand humanitäre Hilfe davon abhängig machen. Aber die Flüchtlingsproblematik ist eine Frage des Geldes, weil es für die Asylbewerber eingesetzt werden muss. Werden keine Kriterien aufgestellt und der Zuzug setzt sich im nächsten Jahr fort, dann wird Geld als Mittel für die Flüchtlinge zum Argument gegen sie werden. Blauäugigkeit kann sich die deutsche Gesellschaft bei aller Hilfsbereitschaft nicht erlauben. Maximilian Röll, Kath.de 4

 

 

 

 

Einführung von Flüchtlingskontingenten rückt näher

 

CDU und SPD sind sich in der Debatte um die Begrenzung des Flüchtlingszuzugs näher gekommen: Sowohl der SPD-Fraktionsvorsitzende Thomas Oppermann als auch CDU-Innenminister Thomas de Maizière schlagen die Einführung von intenrational abgestimmten Flüchtlingskontingenten vor – nur die CSU grätscht dazwischen.

Nach wochenlangem Zwist nähern sich CDU und SPD in der Flüchtlingspolitik immer mehr an. In der Debatte um die Begrenzung der Flüchtlingszahlen verlangt der SPD-Fraktionsvorsitzende Thomas Oppermann im "Tagesspiegel am Sonntag" die Einführung flexibler Flüchtlingskontingente vor. 

Oppermann zufolge sollte der Bundestag in Abstimmung mit der Europäischen Union und dem UN-Flüchtlingshilfswerk (UNHCR) jedes Jahr aufs Neue "über die Größe der Kontingente von Flüchtlingen entscheiden, die wir aufnehmen können". Dabei müssten die Parlamentarier "immer im Auge behalten, wie viele Menschen wir integrieren können und wie gut unsere Integrationsmaßnahmen sind".

Bundesinnnenminister Thomas De Maizière (CDU) spricht sich schon seit längerem für eine Kontingentlösung aus: "Ein Kontingent bedeutet automatisch eine Begrenzung der Anzahl von Flüchtlingen." Er sei dafür, dass Europa "ein großzügiges Kontingent von Flüchtlingen" aufnimmt, die gemeinsam mit dem UN-Flüchtlingswerk ausgewählt werden.

"Obergrenzen kann ich nicht einseitig definieren", betonte Bundeskanzlerin Angela Merkel vor wenigen Wochen. "Was wir in Deutschland nicht können, das ist einfach mal festlegen, wer kommt und wer nicht." Aber in Kooperation etwa mit der Türkei, auch das machte Merkel deutlich, ginge es sehr wohl.

Nur wenn ganz Europa mitmacht

Die stellvertretende CDU-Bundesvorsitzende Julia Klöckner betonte ebenfalls, "Kontingente sind Kontingente. Die sind zahlenmäßig festgelegt". Diese Kontingente "wollen wir einführen, wenn ganz Europa mitmacht", sagte sie im ARD-"Bericht aus Berlin".

Der Vorsitzende des Innenausschusses, Ansgar Heveling (CDU), erklärte mit Blick auf die Debatte, dass das deutsche Asylrecht rechtlich keine Obergrenze kenne. "Wenn Flüchtlinge auf anderen Wegen zu uns kommen, werden wir weiter jeden einzelnen Antrag prüfen müssen", sagte Heveling den Zeitungen der "Funke Mediengruppe".

CSU und Zentralrat der Juden für deutsche Obergrenzen

CSU-Chef Horst Seehofer erneuerte hingegen den Ruf nach einer deutschen Obergrenze. Die großen Aufgaben werde man auf Dauer nur bewältigen, "wenn wir auch mit der Kultur der Vernunft eine Begrenzung der Zuwanderung erreichen", sagte Seehofer am Samstag beim CSU-Parteitag in München. "Da müssen wir als CSU ein Bollwerk sein." Die CSU werde sowohl für eine Kontingentierung als auch für eine Obergrenze kämpfen.

Rückendeckung erhält die CSU vom Zentralrat der Juden: "Über kurz oder lang werden wir um Obergrenzen nicht herumkommen", sagte Zentralratspräsident Josef Schuster der Zeitung "Die Welt" am Montag. Er plädierte zugleich für kontrollierte Zugänge in die Bundesrepublik.

Schuster nannte als Begründung vor allem die Herausforderungen bei der Integration. "Viele der Flüchtlinge fliehen vor dem Terror des Islamischen Staates und wollen in Frieden und Freiheit leben, gleichzeitig aber entstammen sie Kulturen, in denen der Hass auf Juden und die Intoleranz ein fester Bestandteil ist", sagte er. "Denken Sie nicht nur an die Juden, denken Sie an die Gleichberechtigung von Frau und Mann oder den Umgang mit Homosexuellen."

Schuster führte die Einstellungen weniger auf den muslimischen Glauben zurück, sondern eher auf die Herkunft zahlreicher Asylsuchender aus arabischen Ländern. "Wenn ich mir die Orte und Länder in Europa anschaue, in denen es die größten Probleme gibt, könnte man zu dem Schluss kommen, hier handele es sich nicht um ein religiöses Problem, sondern um ein ethnisches."

Nachrichtendienste erwarten weiteren Anstieg der Flüchtlingszahlen

Unterdessen erwarten europäische Nachrichtendienste und internationale Flüchtlingsorganisationen einen weiteren Anstieg der Flüchtlingszahlen. Davon wäre vor allem Deutschland betroffen, berichtete die "Welt am Sonntag" unter Berufung auf Geheimdienste. Demnach versuchten viele Menschen, noch vor Einbruch des Winters ihre Heimatländer in Richtung Europa zu verlassen.

Die europäischen Nachrichtendienste halten dem Bericht zufolge ein umfassendes Konzept zur Bewältigung der Flüchtlingskrise für notwendig. Einzelne Maßnahmen auf den Flüchtlingsrouten hätten lediglich eine Verlagerung der Flüchtlingswege zur Folge. Sicherheitskreisen zufolge stellten sich Schleuser bereits auf stärkere Kontrollen durch die Türkei ein. Nun würden vermehrt Afghanen über Libyen nach Italien geschleust.

Auch die Internationale Organisation für Migration (IOM) rechnet der Zeitung zufolge damit, dass die Flüchtlingszahlen weiter ansteigen. "Die Schlüsselfrage ist, was mit den Millionen Syrern passiert, die schon jetzt außerhalb ihres Heimatlandes und in die Nachbarstaaten ausgewandert sind", sagte Frank Laczko, Chef des globalen Datenanalysezentrums der IOM.

Nach Einschätzung der Nachrichtendienste sind allein in Syrien wegen der anhaltenden Kämpfe und dem Niedergang der Wirtschaft vor Ort 7,6 Millionen Menschen auf der Flucht. Mehr als vier Millionen haben das Land bereits verlassen und lebten derzeit in Nachbarländern. Aus Sicht des UNHCR spitzt sich auch in den Flüchtlingscamps im Libanon und in Jordanien die Lage weiter zu.

EA|AFP, dsa, 23

 

 

 

 

Migration: Der Weg in die Städte

 

Erstmals in der Geschichte lebt die Mehrheit der Menschen in Städten. Und nie zuvor migrierten so viele Menschen wie heute – die meisten ziehen vom Land in die Stadt. Was bedeutet das für städtisches Leben, für Verwaltung und Politik und für die Migrant_innen? 

In ihrem neuen Jahresbericht versucht die International Organisation for Migration (IOM) Antworten auf diese Fragen zu finden. Die Wanderungsbewegungen, so die IOM, seien eine Chance für die Metropolen – wenn diese sich nur richtig vorbereiten.

 

Beschäftigung, Gesundheitsversorgung und Bildung: Das ist das Versprechen der Städte. Jede Woche lockt es schätzungsweise drei Millionen Menschen weltweit an. Migrant_innen verwandeln Städte in Orte immer größerer Vielfalt und sie können ihren neuen Lebensmittelpunkten viel zurückgeben: „City-Makers“ nennt sie die IOM, denn meist tragen Zuwander_innen entscheidend zur wirtschaftlichen und politischen Bedeutung von Städten bei. Doch der Weg dahin ist beschwerlich: Zuwandererfeindliche Politik schließt Ankommende oft über lange Zeit vom formalen Zugang zu Land, Wohnraum, Arbeitsmarkt, Gesundheitsversorgung und Bildung aus, so die IOM. Enorme Potenziale bleiben deshalb lange ungenutzt. Zuwander_innen haben oft keine andere Wahl, als sich in unerschlossenen oder gefährlichen Gebieten anzusiedeln, an denen sie nur begrenzten Zugang zu Ressourcen haben. Informelle Strukturen wie Slums bilden sich, die Schattenwirtschaft wächst. In beiden Bereichen sind Migrant_innen weit überproportional vertreten. Dies sei beileibe kein Phänomen des globalen Südens, so die IOM: Informelle migrantische Siedlungen finden sich auch in Städten wie Rom, Athen, Madrid und selbst den lange von subsaharischen Migrant_innen besetzten Berliner Oranienplatz listet die IOM auf.

 

Die Organisation plädiert vor allem dafür, Migrationspolitik und Stadtplanung nicht länger zu trennen. Gute Erfahrungen, so die IOM, hätten etwa Städte gemacht, die Migrant_innenverbände tatsächlich in politische Prozesse integrieren. In die richtige Richtung gehe auch der Schritt von weltweit etwa 1.700 Kommunen, die zur „partizipativen Verwaltung” von Budgets übergegangen sind – und dabei auch Zuwander_ innen Mitspracherechte einräumen.

World Migration Report 2015: http://bit.ly/1Nm0u9b   

Forum Migration Dezember 2015

 

 

 

 

Die pawlowschen Reflexe der Migrationsdebatte. Weshalb Entwicklungshilfe Fluchtursachen nicht bekämpft.

 

Können Volkswirte jenseits des Pawlow-artigen Populismus deutscher Mainstream-Ökonomen („Mindestlöhne aufheben!“, „Rentenalter erhöhen!“, „Putzhilfen lassen sich leichter finden“ und dergleichen) auch  hilfreiche Beiträge zur „Flutung“ (Rüdiger Safranski; Botho Strauß) Deutschlands liefern? Edward Hadas argumentiert recht überzeugend, dass Ökonomen über keine besondere Einsichten zu den meisten (komplexen) Effekten internationaler Migration verfügen. Das gilt insbesondere für die Problematik politischer Flüchtlinge.

Hadas referiert die gängigen Argumentationsmuster der Volkswirte, die sich in der Regel an BIP und Demografie orientieren: Kurzfristige Nachfragestimulanz,  sofern die Staatsausgaben für die Ernährung, Behausung und Erziehung der Migranten zu vermehrtem Verbrauch führen (selbst das wäre unter  Schäubles Schwarzer Null keine sichere Annahme); langfristiger Wachstumsschub für Länder mit Geburtendefizit durch verjüngte Bevölkerung; solidere Staatshaushalte und Rentenfinanzierung; Steigerung des Wachstumspotenzials.

Die Immigration stärkt nachweislich auch die "Wohlfahrt" der Aufnahme- und Herkunftsländer –zumindest wie Ökonomen sie verstehen, nämlich individualistisch-nutzentheoretisch. Länder mit hohem Immigrationsanteil wie Australien oder Kanada profitierten von höherer Verbrauchsgütervielfalt, verbesserten Firmeninputs, und höheren Einkommen der nativen Bevölkerung mit abgeschlossener Ausbildung; ungelernte Tätigkeiten allerdings kamen unter Lohndruck. Auch die  untersuchten Länder mit starken Auswanderungsbewegungen – Jamaika und El Salvador – profitierten, allerdings nur wegen der hohen Rücküberweisungen. Diese ökonomischen Studien werfen allerdings mehr Fragen auf, als sie zu beantworten glauben.

Die in der Migrationsliteratur untersuchten Zusammenhänge sind sicher nicht linear: Paul Collier vermutet in seinem umstrittenen Buch Exodus  für die Aufnahmeländern eine Grenze, ab der die Zuwanderung wegen Überfremdung und Vertrauenserosion für das komplexe Sozialmodell einer Gesellschaft schädlich werde. Er fordert, dass die Aufnahmestaaten das Recht und die Pflicht hätten, Zuwanderung zu begrenzen und auszuwählen – aufgrund ihrer Fürsorgepflicht gegenüber ihren ärmeren Bürgern, aber auch aus Verantwortung für die Herkunftsländer. Man fragt sich in der Tat, wie in armen Ländern die für die Produktivitätsoffensive nötigen Ausbildungsfortschritte erzielt werden können, wenn die Besten und Agilsten ihr Land verlassen.

Die Angst weiter Bevölkerungsschichten über die Folgen massiver Immigration hinsichtlich der nationalen Identität, sozialen Kohäsion, Ghettobildung, Kriminalität, Rassismus oder Terrorismus nährt sich aus Erfahrungen in den USA oder Frankreich, nicht aus breiter empirischer Evidenz. Wer solche Ängste pflegt, lehnt die "Willkommenskultur" als unverantwortliche Naivität ab und fordert stattdessen Einwanderungslimits und Abschottung.  

Gegenfrage: Sind Abschottung und Einwanderungslimits nicht auch naiv? "Schaffen wir das" denn angesichts divergierender Bevölkerungstrends, Kriegsvertreibung und globaler Smartphone-Transparenz? Lieber "Schutz vor Flucht als Schutz vor Flüchtlingen" – nur eine wohlfeile These angesichts tiefsitzender Entwicklungshemmnisse und allgegenwärtiger Waffengewalt in den armen Ländern? Nicht zuletzt wegen der fortbestehenden Einkommensunterschiede zu den Entwicklungsregionen ist die Zahl der Zuwanderer aus früheren Wanderungsphasen in vielen Industriestaaten so stark gestiegen, dass diese Diaspora eine eigene Sogwirkung auf neue Migranten ausübt – ein entscheidender Faktor für künftige Wanderungen.

 

Aber es gibt Antworten:

Der Unterfinanzierung der UNHRC und der Flüchtlingslager im Libanon, in Jordanien, in der Türkei und anderswo muss kurzfristig durch Sonderfinanzierungen begegnet werden – und mittelfristig durch reguläre Budgetzuweisungen. Die Außengrenzen der EU müssen ebenso durch Finanzen und Mitarbeiter effektiver werden, indem die Aufnahme und Erfassung der Flüchtlinge wieder erfolgt, bevor diese weiterreisen, möglichst in sicheren Korridoren. Das System der Sozialleistungen muss im Hinblick auf Erziehung, Sprachunterricht und Teilnahme an aktiven Beschäftigungsprogrammen anreizkompatibel für die Zuwanderer werden. Das ist von den Verantwortlichen erkannt worden; Deutschland setzt solche Erkenntnisse in der Regel besser um als seine europäischen Nachbarn, deren Eliten nicht immer von einer Kultur der Implementierung geprägt sind.

Der Flüchtlingsansturm hat in Deutschland die Bereitschaft gelockert, mehr Entwicklungshilfe für die Herkunftsländer bereitzustellen. Entwicklungshilfeminister Gerd Müller sagte neulich in einem Interview: „Mehr als zwölf Milliarden Euro fließen in die Bekämpfung von Fluchtursachen.“ Mit der Entwicklungszusammenarbeit verbindet sich die Hoffnung, den Anreiz zur Auswanderung zu dämmen. Allerdings ist die klassische Entwicklungshilfe mit einem klaren Zuordnungsproblem konfrontiert. Sie kann und will nicht in innere Konflikte oder Bürgerkriege eingreifen – das ist in letzter Zeit gründlich danebengegangen (in Afghanistan, im Irak oder in Libyen). Das Problem politischer Flüchtlinge lässt sich nicht durch das Bundesministerium für wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung (BMZ) regeln, egal wie stark auch die Entwicklungslobby samt angeschlossener Zivilgesellschaft dies einfordert.

Und im Hinblick auf Armutsflüchtlinge: Sollen wir also mehr Entwicklungshilfe leisten, damit die Migranten daheim bleiben? „Bloß nicht, sagt der neue Nobelpreisträger (Angus Deaton).“ Deaton hat das zentrale Dilemma der Entwicklungshilfe erkannt. „Wenn die Voraussetzungen für eine gute Entwicklung gegeben sind, ist Hilfe nicht notwendig. Wenn die Voraussetzungen vor Ort aber entwicklungsfeindlich sind, dann bringt Entwicklungshilfe nichts, und sie kann sogar schädlich sein, wenn sie dazu beiträgt, dass diese Bedingungen weiter bestehen.“ Wie Paul Collier in seinem Buch Exodus herausarbeitet, fliehen Armutsmigranten aus Ländern mit nicht funktionierenden Sozialmodellen. Die Kombination von Institutionen, Regeln, Normen und Organisationen eines Landes – ihr Sozialmodell – ist komplex und landesspezifisch. Migranten stimmen mit den Füßen ab, da ihr Land keinen anständigen Lebensstandard produziert. Das geht schneller, als das eigene Sozialmodell zu verbessern.

Geregelte, legale Einwanderung: Das wäre die bessere Entwicklungshilfe, die Deutschland auf Dauer anbieten kann, soweit das in seiner praktischen Macht steht. Die löchrigen Außengrenzen der EU sind ein besonderes Problem, das sich womöglich ebenso schwer lösen lässt wie die defekten Sozialmodelle der dafür zuständigen EU-Mitglieder. Sähe man davon ab, könnte sich die Bundesregierung zurücklehnen und der EU die Einwanderungspolitik überlassen. Geregelte Migrationspolitik stellt sich gegen die libertäre Hayekianische Maxime, dem Staat jegliche Eingriffsrecht in die individuelle Bewegungsfreiheit abzusprechen. Es kann nicht die ganze Weltbevölkerung in die Länder ziehen, wo die Produktivität und Einkommen hoch sind und damit die übrige arme Welt entleeren.

Ich schließe mich den Schlussfolgerungen Colliers an: Sollen Migration und Auslandsgemeinde nicht grenzenlos in Deutschland wachsen, müssen Obergrenzen für die Bruttoeinwanderung gezogen, die Zusammensetzung der Einwanderer nach Qualifikation und Arbeitsmarktfähigkeit gesteuert, die Integration der Auslandsgemeinden gefördert und illegalen Einwanderern im Einzelfall ein Rechtsstatus gegeben werden. Helmut Reisen IPG 23

 

 

 

 

Merkel in der Haushaltsdebatte. "Stolz sein auf das, was wir machen."

 

Bundeskanzlerin Merkel hat im Bundestag bekräftigt, dass sich die Flüchtlingszahl nur reduzieren lasse, wenn man Fluchtursachen bekämpfe. Trotz der Herausforderung halte die Bundesregierung am Ziel des ausgeglichenen Haushalts fest.

 

Bundeskanzlerin Angela Merkel hat in der Haushaltsdebatte betont, man könne stolz auf das Geleistete sein. Die Bundesregierung habe in den vergangenen Jahren gut gewirtschaftet. Daher bleibe der Haushalt 2016 trotz der Herausforderungen der Flüchtlingskrise ausgeglichen. Das spreche

für Deutschlands wirtschaftliche Stärke. Das Ziel des ausgeglichenen Haushalts werde nicht aufgegeben.

Solidarität mit Frankreich

Zu Beginn ihrer Rede unterstrich Merkel die Solidarität Deutschlands mit Frankreich in der Trauer um die Opfer und im Kampf gegen den Terror. Vor ihrem Gespräch an diesem Abend mit Präsident Francois Hollande in Paris betonte sie: "Wenn zusätzliches Engagement notwendig ist, dann werden

wir das nicht von vornherein ausschließen." Stärkste Waffe gegen Terroristen sei, "unsere Werte weiterzuleben".

Unter den Staaten insgesamt sei es wichtig, die Kooperation der Nachrichtendienste zu intensivieren und vor allem die Geldflüsse von Terroristen trockenzulegen. Auch in Deutschland sei die Bedrohungslage hoch. "Wir gehen allen Hinweisen nach", fügte Merkel hinzu. Die Sicherheitsbehörden genössen Vertrauen und hätten die politische Unterstützung, die sie für ihre Arbeit bräuchten.

Syrien-Konflikt politisch lösen

Nach dem Abschuss eines russischen Militärflugzeugs warnte Merkel vor einer Eskalation des Syrien-Konflikts. Sie appellierte an alle beteiligten Länder, sich konstruktiv am Friedensprozess zu beteiligen: "Es ist vollkommen klar, dass die wirkliche Lösung nur in einer politischen Lösung liegen kann. Es gibt keinen anderen Weg, der uns einer dauerhaften Lösung näher bringt."

Dazu habe sie am Dienstag mit dem türkischen Ministerpräsidenten Ahmet Davutoglu telefoniert. 

Flüchtlingsströme steuern

Merkel forderte, die Flüchtlingsbewegung durch europaweite Kontingente zu ordnen und zu steuern. Es gehe darum, Illegalität durch Legalität zu ersetzen, und damit Schlepperbanden das Handwerk zu legen. Ziel müsse sein, die Zahl der in Deutschland ankommenden Flüchtlinge zu reduzieren.

"Die simple Abschottung wird uns nicht das Problem lösen", sagte sie. Die Menschen flöhen vor dem

Terror. Daher plädiere sie für "legale Kontingente" für Flüchtlinge, die europaweit zu vereinbaren seien. "Die Erscheinung Europas ist im Augenblick verbesserungsmöglich", kritisierte die Kanzlerin.

Durch die Kontingente würden auch die Nachbarstaaten Syriens, darunter die Türkei, entlastet. Die Türkei brauche Unterstützung, so Merkel: "Es liegt in unserem ureigensten Interesse, dass die Türkei die Flüchtlingsströme auch bewältigen kann." Das sei eine gemeinsame Verantwortung Europas.

Darum gehe es auch auf dem EU-Türkei-Gipfel am kommenden Sonntag.

Dank an Helfer

Deutschland zeige in der Krise, wie engagiert und flexibel die Menschen hierzulande seien, so Merkel. Die Kanzlerin würdigte das Engagement der haupt- und ehrenamtlichen Helfer in der Flüchtlingskrise und plädierte dafür, sofort mit der Integration der Menschen zu beginnen. "Wir können stolz auf unsere Angebote sein wie Integrationskurse, Sprachkurse und Praktika", so Merkel.

Zugleich betonte die Kanzlerin, um den Schutzbedürftigen zu helfen, könne man erwarten, dass Menschen, die keinen Schutz bräuchten, das Land wieder verließen. Nur so könne Deutschland den Schutzbedürftigen helfen und die Prozesse steuern. Notwendig sei eine schnellere Abarbeitung der

Asylanträge. Bund, Länder und Kommunen stünden in der Flüchtlingskrise in einer Verantwortungsgemeinschaft. Die Kanzlerin äußerte ihre Hoffnung, dass die Bundesregierung sich in den nächsten Tagen auf das neue Asylpaket einigen werde.

Gut gerüstet für die Zukunft

Merkel hob hervor, dass der neue Bundeshaushalt bereits zum dritten Mal ohne neue Schulden auskomme: "Das spricht dafür gut zu wirtschaften, um auch unvorhergesehene Ausgaben zu bewältigen."

Deutschland sei gut gerüstet für die Zukunft. Durch die Pflegereform, die Energiewende, die Digitale Agenda und die hohen Investitionen in Bildung und Forschung stünde das Land sehr gut da.

Globale Herausforderungen

Mit Blick auf die, in der kommenden Woche stattfindende, Klimakonferenz in Paris sagte Merkel, Deutschland werde sich international weiter einbringen. Klimawandel, Terrorismus und weltweite Fluchtbewegungen seien Beispiele dafür, dass deutsches Handeln eingebettet sei in globales Handeln.

Merkel: "Wir schaffen das, aber es wird vieler Anstrengungen bedürfen." Pib 25

 

 

 

 

Innenminister de Maizière. Kontingente sollen Zahl der Flüchtlinge begrenzen

 

Kommt die Asyl-Obergrenze über ein Kontingent? In der Debatte über Flüchtlingskontingente werden Forderungen aus der Union nach einem Limit bei der Zahl Asylsuchender lauter. Die SPD-Politikerin Özoguz weist sie als unrealistisch zurück.

 

In der Debatte über Flüchtlingskontingente werden aus der Union Forderungen lauter, über dieses Instrument auch die Aufnahme Asylsuchender zu begrenzen. „Europa sollte großzügige, abschließende Flüchtlingskontingente aufnehmen und fair in Europa verteilen“, sagte Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) am Dienstag im Bundestag und ergänzte: „Ein solches Kontingent soll dann die Zahl der Flüchtlinge, die in Europa aufgenommen werden, zugleich begrenzen.“ Sachsen-Anhalts Ministerpräsident Reiner Haseloff (CDU) sorgte mit seinem Vorschlag, die Bundesländer selbst Obergrenzen festlegen zu lassen, für Wirbel. Die SPD reagierte skeptisch auf Forderungen nach einer Begrenzung.

Haseloff sagte dem Handelsblatt, man brauche eine Obergrenze. „Wir müssen in den Kommunen und in den Ländern abfragen, wer wie viele Menschen dauerhaft aufnehmen und erfolgreich integrieren kann“, sagte er. Diese Zahl müsse dann auch in die Fluchtländer kommuniziert und notfalls gesagt werden: „Mehr geht nicht“, sagte Haseloff. Haseloff begründete seinen Vorschlag mit den Grenzen bei den Möglichkeiten zur Integration von Zuwanderern.

Der Regierungschef verwies auf die Diskussion um Flüchtlingskontingente: „Das zeigt mir, dass wir die Themen nicht tabuisieren.“ Die Koalition hatte vereinbart, mit der Türkei über Kontingente zu verhandeln. Im Gegenzug soll das Land mit dafür sorgen, dass nicht mehr so viele Flüchtlinge auf eigene Faust nach Europa kommen.

Derzeit wird in der Politik darum gerungen, inwieweit ein Kontingent gleichzeitig eine Obergrenze für die Aufnahme von Flüchtlingen darstellt. Im Mittelpunkt steht dabei die Frage, was mit jenen Asylsuchenden geschieht, die weiter über die See- und Landwege einreisen. Nach de Maizières Vorschlag könnten sie abgewiesen oder in Länder außerhalb Europas gebracht werden. Inwieweit dies mit geltendem Recht vereinbar ist, ist aber umstritten.

Die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung, Aydan Özoguz (SPD), dämpfte die Erwartungen derer, die durch Kontingente eine Begrenzung der Flüchtlingszahlen erhoffen. Ein „signifikanter Rückgang“ der Flüchtlingszahlen werde dadurch wohl nicht erreicht, sagte sie der Neuen Osnabrücker Zeitung. Nach der Genfer Flüchtlingskonvention und den EU-Richtlinien wäre Deutschland auch weiterhin verpflichtet, ein individuelles Recht auf ein faires Asylverfahren zu garantieren.

Der CDU-Innenpolitiker Ansgar Heveling sagte der Rheinischen Post dagegen, die Union werde Kontingenten nur dann zustimmen können, wenn gleichzeitig der derzeit ungeordnete Zuzug über den Weg des Asylrechts gestoppt werde. Vize-Kanzler Sigmar Gabriel setzt dagegen darauf, dass Kontingente die Lage automatisch verändern. „Eine Familie in der Türkei oder im Libanon überlegt sich dann sehr gut, ob sie sich noch kriminellen Schleusern in die Hände gibt und alles verfügbare Geld dafür bezahlt“, sagte der SPD-Chef der Süddeutschen Zeitung.

Derweil debattierte der Bundestag über den Haushalt 2016, der rund acht Milliarden Euro zusätzlich für die Versorgung und Integration vorsieht. Bundesfinanzminister Wolfgang Schäuble (CDU) betonte erneut, dieser Bereich habe erste Priorität. Erst danach komme die Frage, ob die notwendigen Ausgaben ohne neue Schulden zu schultern seien oder nicht. Bislang plant Schäuble weiter mit einer „schwarzen Null“.

Ein Großteil der Mehrausgaben des Bundes entfällt auf die Länder, die künftig über eine Kostenpauschale pro Flüchtling bei der Versorgung unterstützt werden sollen. Mehr Mittel sind auch für die Integration, den sozialen Wohnungsbau sowie für Behörden, Polizei und Technisches Hilfswerk eingeplant. De Maizière, dessen Ressort von einem kräftigen Aufwuchs profitiert, betonte, was jetzt an an Prävention und Integration versäumt werde, werde später teuer bezahlt werden müssen.

Die Opposition warf der Bundesregierung dagegen mangelnde Investitionen in diesem Bereich vor. Bei Bedürftigen und Flüchtlingen werde Schäuble zum „Pfennigfuchser“, sagte die Linken-Abgeordnete Gesine Lötzsch. Die Grünen-Haushaltspolitikerin Anja Hajduk sagte, für die Sprach- und Integrationskurse, die künftig auch vielen Asylbewerbern offen stehen sollen, und den sozialen Wohnungsbau sei doppelt so viel Geld notwendig wie bislang eingeplant. (epd/mig 26)

 

 

 

 

Flüchtlinge: Bundesregierung streitet über verschärftes Asylrecht

 

In der großen Koalition droht der Streit über die Verschärfung des Asylrechts zu eskalieren. Ein von der SPD verfasstes Kompromisspapier soll laut einem Medienbericht bei CDU und CSU weiterhin auf Ablehnung stoßen. Auch SPD-Pläne für ein künftiges Integrationsministerium finden in der Union kaum Zuspruch.

 

Die von der großen Koalition geplante Verschärfung des Asylrechts wird laut "Bild"-Zeitung erst kurz vor Weihnachten beschlossen.

Wie das Blatt vorab unter Berufung auf Koalitionskreise berichtete, ist das Asylpaket II nicht Gegenstand der Kabinettssitzung an diesem Dienstag. Fraglich sei auch, ob bis zur nächsten Woche alle Streitpunkte beigelegt werden können. Eine Einigung sei erst nach den Parteitagen von SPD und CDU Mitte Dezember zu erwarten.

Umstritten sind dem Bericht nach vor allem zwei Punkte. So verlange die SPD weiterhin die volle Gesundheitsversorgung für Flüchtlinge - anstelle der standardmäßigen Notversorgung gemäß dem Asylbewerberleistungsgesetz. Außerdem forderten die Sozialdemokraten, dass von der Flucht traumatisierte und kranke Asylbewerber nicht abgeschoben werden.

SPD will Integrationsministerium

Die SPD will zudem die Zuständigkeiten für die Integration von Flüchtlingen künftig in einem einzigen Ministerium bündeln, sieht dafür mit ihrem Koalitionspartner Union derzeit aber keine Chance.

"Ich werbe dafür, dass wir nach der nächsten Bundestagswahl ein echtes Integrationsministerium schaffen, das die Fragen von Zuwanderung und Integration aus einer Hand organisiert", sagte SPD-Vizechef Thorsten Schäfer-Gümbel in einem Interview. "Das muss raus aus dem Innenministerium." Die Position der Integrationsbeauftragten der Bundesregierung, Aydan Özoguz (SPD), müsse zu einem echten Ministerium ausgebaut werden. "Das wird mit der Union in ihrer derzeitigen Verfassung allerdings in dieser Legislatur kaum machbar sein", sagte Schäfer-Gümbel.

Im Kern geht es bei der Gesetzesänderung um die Umsetzung einer Vereinbarung der Chefs von CDU, CSU und SPD, Registrierungszentren zu errichten und Schnellverfahren für Flüchtlinge ohne Bleibeperspektive einzuführen. Allerdings muss Deutschland auch zwei EU-Richtlinien umsetzen, mit denen vor allem die medizinische Versorgung verbessert werden soll. CDU/CSU-Fraktionschef Volker Kauder warf der SPD jüngst vor, eine Einigung mit Nachforderungen zu blockieren. EA|nsa mit rtr, 1

 

 

 

 

Flüchtlingspolitik im Kabinett. Mehr Möglichkeiten, Deutsch zu lernen

 

Eine Vielzahl von Sprachkursen und Eingliederungshilfen erleichtert Flüchtlingen den Zugang zum Arbeitsmarkt. Die Mittel hierfür wurden deutlich erhöht. Das berichtete Bundesarbeitsministerin Nahles dem Kabinett.

 

Arbeit ist eine der wichtigsten Voraussetzungen für eine gelingende Integration und für ein selbstbestimmtes Leben. Ohne Sprachkenntnisse und berufliche Qualifikationen ist der Zugang zum Arbeitsmarkt sehr beschränkt.

Daher hat die Bundesregierung die Mittel für die allgemeine Sprachförderung erheblich erhöht. 559 Millionen Euro stehen nun zur Verfügung. Das ermöglicht 300.000 Flüchtlingen, an einem Deutschkurs teilzunehmen.

Auf dem Weg zur Sprachförderung aus einem Guss

Auch die Mittel für die berufsbezogene Sprachförderung wurden deutlich aufgestockt, sodass 2016 um die 100.000 Flüchtlinge an diesen Sprachkursen teilnehmen können. Ab 2017 sollen weitere Gelder bereit gestellt werden - und zwar 470 Millionen Euro. Damit können rund 200.000 Menschen

berufsbezogene Deutschkenntnisse vermittelt werden.

Mittelfristig sollen die beiden gesetzlich verankerten Sprachprogramme – die Integrationskurse und die berufsbezogenen Sprachkurse – zusammengeführt werden. Dieses "Gesamtprogramm Sprache" wird derzeit entwickelt. Es soll einzelne Module enthalten, die je nach Bedarf miteinander kombiniert

werden können. Ziel ist eine Sprachförderung aus einem Guss.

Flüchtlinge rascher in den Arbeitsmarkt integrieren

Verschiedene Programme helfen, dass Flüchtlinge sich schneller in den Arbeitsmarkt integrieren können. Das Programm "Perspektiven für Flüchtlingen" vermittelt Flüchtlingen frühzeitig Kenntnisse über das deutsche Ausbildungssystem und Ausbildungsberufe.

Mit "early intervention" können die Agenturen für Arbeit bereits vor der Anerkennung in den Erstaufnahmeeinrichtungen tätig werden. Damit wird die Integration von Flüchtlingen in den Arbeitsmarkt frühzeitig in den Blick genommen. Das Projekt "early intervention" ist mittlerweile gesetzlich verankert und kann in jedem Agenturbezirk eingeführt werden.

Wichtig in diesem Zusammenhang ist auch die Anerkennung von Berufsqualifikationen, die Flüchtlinge in ihren Herkunftsländern erworben haben. Hier steigt die Zahl der Anerkennungen. Vorsichtige Schätzungen gehen davon aus, dass 30 Prozent der Flüchtlinge über Qualifikationen verfügen, die in

Deutschland anerkannt werden können.

Das Thema Flüchtlinge und Asyl wird bis auf weiteres ständiger Tagesordnungspunkt jeder Kabinettssitzung sein. Das sieht das Koordinierungskonzept zur Bewältigung der Flüchtlingssituation vor. Pib 1

 

 

 

 

Sieben Wege, um das eigene Klimakonto zu entlasten

 

Erneuerbare Energien, Energie sparen und Energieeffizienz sind die Säulen der Energiewende – wie Verbraucher sie im Alltag nutzen können

 

Berlin - Der Countdown zur UN-Klimakonferenz in Paris läuft: In sechs Tagen verhandelt die Staatengemeinschaft über ein verbindliches Klimaschutzabkommen. Einen Beitrag zum Klimaschutz können Verbraucher aber auch jeder Zeit in ihrem Alltag leisten. In Deutschland tragen das Heizen, der Stromverbrauch und der motorisierte Individualverkehr der Haushalte zu 15 Prozent des Treibhausgasausstoßes bei. Durch den Umstieg auf effiziente Erneuerbare Energien haben Verbraucher viele Möglichkeiten, ihr privates Klimakonto zu verbessern. Die Agentur für Erneuerbare Energien nennt die sieben wichtigsten Mittel und Wege, um das eigene Klimakonto zu entlasten.

 

1. Eigenen Verbrauch kennen

Die privaten Haushalte in Deutschland verbrauchten im Jahr 2013 rund 723 Milliarden Kilowattstunden (Mrd. kWh) Energie. Das entsprach einem Anteil von 28 Prozent am gesamten Endenergieverbrauch. Die privaten Haushalte benötigten dabei 69 Prozent der Energie für die Heizung, 15 Prozent für Warmwasser, sechs Prozent fürs Kochen, vier Prozent für Kühl- und Kälteanwendungen, vier Prozent für Informations- und Kommunikationstechnologien, zwei Prozent für die Beleuchtung sowie weniger als ein Prozent für sonstige Elektrogeräte. „Wer seinen Wärme- und Stromverbrauch kennt, kann nachvollziehen, welchen Einfluss neue Geräte oder Verhaltensänderungen auf den eigenen Verbrauch haben“, erklärt Philipp Vohrer, Geschäftsführer der Agentur für Erneuerbare Energien. „Das ist der erste, ganz wesentliche Schritt zum Energiesparen.“

Mit dem Online- „Energiesparkonto“ von co2online können Verbraucher ihren Energieverbrauch im Blick behalten: www.energiesparkonto.de

 

2. Wärmebedarf senken

Rund 40 Prozent des Energieverbrauchs entfallen auf den Gebäudebereich. Das Ziel der Bundesregierung, bis 2050 einen „klimaneutralen Gebäudebestand” zu erreichen, gelingt nur mit energetischen Sanierungen bzw. Modernisierungen. Je nach Haustyp und Geldbeutel sieht der Sanierungsfahrplan für jedes Haus anders aus. Dafür stehen zahlreiche Finanzierungsprogramme von Bund, Ländern und Kommunen zur Verfügung. So wurde zum Beispiel das Förderprogramm „Energieeffizient Sanieren“ der bundeseigenen KfW-Bank zum 1. August 2015 verbessert. Hilfe bei der Planung der Energiewende in den eigenen vier Wänden gibt ein zertifizierter Energieberater.

Einen Energieberater in ihre Nähe finden Verbraucher über das  Deutsche Energieberater-Netzwerk: http://den-ev.de .

 

3. Alte Ölheizung gegen Erneuerbare-Energien-Heizung tauschen 

Rund 70 Prozent der 20,7 Millionen Heizungen, die deutsche Wohnungen und Häuser mit Wärme versorgen, entsprechen nicht mehr dem Stand der Technik. Die benötigte Wärme wird dabei weitgehend aus fossilen Brennstoffen gewonnen, was mit hohem Treibhausgasausstoß und starker Abhängigkeit von Öl- und Gasimporten verbunden ist. Mit dem Umstieg auf eine Heizung auf Basis Erneuerbarer Energien bringen Verbraucher die Energiewende im Heizungskeller voran. Verschiedene Erneuerbaren-Technologien stehen für den Umstieg auf eine saubere Wärmeversorgung zur Verfügung: Solarthermie, Holzbrennstoffe, Erd- und Umweltwärme und Biogas. Seit 1. April 2015 fördert das Bundeswirtschaftsministerium den Wechsel mit verbesserten Konditionen im Marktanreizprogramm (MAP).

Einen Überblick über das Marktanreizprogramm liefert das Bundeswirtschaftsministerium: http://www.bmwi.de/DE/Themen/Energie/Energiewende-im-Gebaeudebereich/marktanreizprogramm-map.html

Bei dem für die Vergabe der MAP-Zuschüsse zuständigen Bundesamt für Wirtschaft und Ausfuhrkontrolle finden sich die Informationen hier:

http://www.bafa.de/bafa/de/energie/erneuerbare_energien/index.html

 

4. Zum Ökoenergieanbieter wechseln

Wer es noch nicht getan hat, sollte zu einem zertifizierten Ökostromanbieter wechseln. Die Wahl sollte auf einen Anbieter fallen, der sich zu Investitionen in regenerative Energien und zur Modernisierung des eigenen  Erneuerbare-Energien-Anlagenparks verpflichtet. In Deutschland erkennen Verbraucher solche Anbieter zum Beispiel am OK-Power-Label und dem Grüner-Strom-Label. Beide Kennzeichen werden von Umwelt- und Naturschutzorganisationen sowie Verbraucherzentralen getragen. Mieter von Wohnungen haben meist keinen Einfluss darauf, welche Heizungsanlage der Wohnungsbesitzer einsetzt. Wird die Wohnung allerdings mit einer Gasetagenheizung geheizt, können Mieter den Gaslieferanten auswählen. Aus Sicht des Klimaschutzes macht es Sinn, hier auf einen Öko-Gasanbieter zu setzen.  

Mehr Informationen: http://www.ok-power.de/home.html und http://www.gruenerstromlabel.de/english/

 

5. In Erneuerbare Energien investieren

Wer eine Energieerzeugungsanlage etwa auf Basis regenerativer Quellen errichtet, nimmt die Energiewende selbst in die Hand. Wollen Verbraucher Ökostrom produzieren, ohne selbst eine Anlage zu bauen, besteht die Möglichkeit, eine Anlage zu pachten oder eine geeignete Fläche zu verpachten. Für einen bestimmten Grundpreis nutzen Haushalte auf diese Weise zum Beispiel den Sonnenstrom von eigenem Dach, vermeiden jedoch die Anschaffungskosten und müssen sich nicht mit Installation und Betriebsführung beschäftigen. Auch andere Investitionen in Erneuerbare Energien sind möglich, so z.B. in Bürgerenergieanlagen. Das sind meist Windräder, Solar- oder Biogasanlagen, die von einer Gemeinschaft von Bürgern betrieben werden. 

Mehr Informationen über das Thema Bürgerenergie bietet das KOMM:MAG - Das Jahresmagazin zu Erneuerbaren Energien in Kommunen 2012/13 http://www.kommunal-erneuerbar.de/fileadmin/content/PDF/KOMM-MAG_online.pdf

 

6. Eigenverbrauch erhöhen

Wer eine eigene oder gepachtete Photovoltaikanlage besitzt, kann durch den Einsatz eines Batteriespeichers den Anteil des selbst genutzten Stroms deutlich erhöhen. Batteriespeicher machen es möglich, den mittags erzeugten Strom für die Zeiten mit höherem Eigenverbrauch in den Abendstunden und am Morgen zu verlagern. Die bundeseigene KfW-Bank fördert die Installation einer Photovoltaik-Anlage und eines Batteriespeichers mit einem zinsgünstigen Darlehen. Zusätzlich werden bis zu 30 Prozent der Anschaffungskosten als Tilgungszuschuss übernommen. Auch nachträglich eingebaute Speicher werden gefördert, allerdings darf die zugehörige Photovoltaik-Anlage nicht vor dem 1.1.2013 in Betrieb gegangen sein. Das Förderprogramm läuft allerdings nur noch bis Ende 2015.

Mehr Informationen zur KfW-Förderung für Batteriespeicher unter http://www.solaranlagen-portal.com/photovoltaik/stromspeicher/foerderung

 

7. Klimafreundlicher mobil sein

80 Prozent aller Kohlendioxid-Emissionen (CO2) des Verkehrssektors werden auf der Straße emittiert. Personenkraftfahrzeuge (Pkw) und Motorräder verursachten 2010 rund 128 Millionen Tonnen CO2, Lastkraftwagen 51 Millionen Tonnen CO2. Der Schienenverkehr machte vier Prozent der CO2 -Emissionen des Verkehrs aus. Für die 550 Kilometer lange Strecke von Berlin nach Frankfurt/Main bedeutet das: Legt eine Person die Strecke mit dem Flugzeug zurück, werden 126 kg Treibhausgase ausgestoßen. Nutzt eine Person für die Stecke das Auto, werden 78 Kilogramm CO2 verursacht. Die Zugfahrt einer Person von Berlin nach Frankfurt/Main emittiert 25 Kilogramm CO2.

 

Verbraucher, die ihre Verkehrswege klimafreundlicher gestalten wollen, sollten die besonders treibhausgasintensiven Flugreisen möglichst vermeiden und stärker auf öffentliche Verkehrsmittel setzen. Wer auf den Pkw angewiesen ist, kann Carsharing betreiben, Elektrofahrzeuge nutzen oder Pkw fahren, die komplett oder nahezu vollständig mit Biokraftstoffen betankt werden können. Bei E-Fahrzeugen ist darauf zu achten, dass der Strom aus Erneuerbaren Energien stammt – eine Fahrt mit dem durchschnittlichen deutschen Strommix bringt trotz Elektroantrieb noch keinen Klimaschutzgewinn. Alena Müller, Aee

 

 

 

 

     

     

Studie. Ausländische Hauptschüler haben kaum Chance auf Ausbildungsplatz

 

Eine neue Studie zeigt die widersprüchliche Ausbildungssituation in Deutschland: Während Betriebe über fehlenden Nachwuchs klagen, finden viele Jugendliche keine Lehrstelle. Ganz besonders trifft es Jugendliche mit Hauptschulabschluss und ausländischem Pass.

 

Die duale Berufsausbildung gerät immer stärker unter Druck: Seit 2007 ist die Zahl der Bewerber für einen Ausbildungsplatz bundesweit von 756.000 auf 613.000 gesunken. Das entspricht einem Rückgang um 19 Prozent. Die Zahl der angebotenen Ausbildungsplätze ging von 644.000 auf 563.000 ebenfalls zurück (13 Prozent). Die rechnerischen Chancen auf eine Lehrstelle haben sich somit für den einzelnen Bewerber erhöht. Davon profitieren Hauptschüler und Ausländer allerdings kaum. Ihre Zugangschancen zum dualen System verbesserten sich nur geringfügig. Das sind die Ergebnisse des „Ländermonitor berufliche Bildung“ der Bertelsmann Stiftung.

Laut der Studie hat die duale Ausbildung in Ostdeutschland in den letzten Jahren besonders an Bedeutung verloren. Seit 2007 hat sich die Zahl der Interessenten an einer betrieblichen Ausbildung nahezu halbiert (minus 47 Prozent). Dieser Einbruch hängt auch mit dem demografisch bedingten Rückgang der Schülerzahlen im gleichen Zeitraum zusammen. Auch das Angebot an Ausbildungsplätzen schrumpfte um 40 Prozent. In den neuen Ländern macht sich damit ein bundesweiter Trend besonders stark bemerkbar: Die Klein- und Kleinstbetriebe mit weniger als 50 Beschäftigten, die in den östlichen Flächenländern 98 Prozent der Betriebe ausmachen, reduzieren ihr Engagement in der dualen Ausbildung.

Nachwuchssorgen belasten Ausbildungsberufe

Auch in den westlichen Bundesländern ist die Zahl der Bewerber seit 2007 um 13 Prozent gesunken, die Anzahl der Ausbildungsstellen um 7 Prozent. „Der Trend zur Akademisierung in Deutschland ist unumkehrbar. Um die rückläufigen Bewerberzahlen auszugleichen, muss sich unser Ausbildungssystem verstärkt Jugendlichen mit schwächeren Schulabschlüssen und Migrationshintergrund sowie Flüchtlingen öffnen“, sagte Jörg Dräger, Vorstand der Bertelsmann Stiftung.

Azubis fehlen insbesondere in den Reinigungsberufen, im Gastgewerbe und in der Lebensmittelverarbeitung. In diesen Branchen gibt es die meisten unbesetzten Ausbildungsplätze.

Für Ausländer und Jugendliche, die maximal einen Hauptschulabschluss haben, wird es trotzdem kaum leichter, einen Ausbildungsplatz zu finden. 2005 begannen nur 48 Prozent der Bewerber mit Hauptschulabschluss direkt eine betriebliche Lehre oder vollzeitschulische Ausbildung. 2013 waren es mit 51 Prozent nur geringfügig mehr. Große Unterschiede zeigen sich im Vergleich der Bundesländer. Während in Bayern 71 Prozent der Hauptschüler direkt eine Ausbildung beginnen, sind es in Schleswig-Holstein lediglich 37 Prozent. Wem es nicht gelingt, direkt eine Ausbildung aufzunehmen, der landet zunächst in Maßnahmen des sogenannten Übergangssystems. Dort können Jugendliche jedoch keine Berufsabschlüsse erwerben.

Geringste Erfolgsquote: Hauptschulabschluss und ausländischer Pass

Die geringste Erfolgsquote bei der Suche nach einem Ausbildungsplatz haben Hauptschüler ohne deutschen Pass. Nur 37 Prozent von ihnen finden direkt eine Lehrstelle, deutlich weniger als deutsche Hauptschüler (54 Prozent). Je höher allerdings der Schulabschluss, desto geringeren Einfluss hat die Nationalität. Die Erfolgsquote für den Eintritt in eine Berufsausbildung von ausländischen Schulabgängern mit Abitur oder Fachhochschulreife liegt mit 94 Prozent nur knapp unterhalb der ihrer deutschen Altersgenossen (97 Prozent).

Die besten Chancen auf einen Ausbildungsplatz haben Ausländer unabhängig vom Schulabschluss in Mecklenburg-Vorpommern. 89 Prozent der ausländischen Bewerber beginnen dort eine vollqualifizierende Ausbildung – von den deutschen Altersgenossen gelingt dies nur 84 Prozent. Erheblich schlechtere Chancen haben Jugendliche ohne deutschen Pass in Bremen: Nur 41 Prozent von ihnen können in der Hansestadt direkt eine Ausbildung beginnen (Deutsche: 74 Prozent).

Betriebe haben es leichter als Azubis

Schwieriger wird es, als Azubi den passenden Betrieb und als Betrieb den passenden Azubi zu finden. Dies zeigt sich nicht nur daran, dass 2013 mehr als 30.000 Lehrstellen unbesetzt blieben, obwohl es mehr Bewerber als Stellen gab. Auch der Anteil an aufgelösten Ausbildungsverträgen deutet auf wachsende Passungsprobleme hin. 2013 wurden bundesweit 25 Prozent der Verträge vorzeitig gelöst. 2007 waren es noch 21 Prozent. Am häufigsten trennen sich Lehrling und Betrieb in Berlin. 35 Prozent der Ausbildungsverhältnisse enden dort vorzeitig. Vertragslösungen sind nicht mit Ausbildungsabbrüchen gleichzusetzen, denn häufig wird die Ausbildung in einem anderen Betrieb fortgesetzt.

„Auf die Bewerberrückgänge der vergangenen zehn Jahre muss das Berufsbildungssystem reagieren“, sagte Dräger. Bessere Berufsorientierung in den Schulen, intensivere Betreuung der Betriebe und der Azubis sowie eine Flexibilisierung der Ausbildungsgänge seien Maßnahmen, um das duale System zu öffnen und zu stärken. Dräger plädierte auch für eine staatliche Ausbildungsgarantie: „Eine abgeschlossene Berufsausbildung ist das Minimum, mit dem junge Menschen das Bildungssystem verlassen sollten“, sagte Dräger, der vor allem das derzeitige Übergangssystem für reformbedürftig hält. (bs/etb 1)

     

 

 

 

Terrorismus: Waffen von Pariser Anschlägen könnten aus Deutschland stammen

 

In Berlin wurden in der Islamistenszene nach dem Verdacht eines geplanten Anschlags mehrere Personen festgenommen. Laut einem Medienbericht gibt es zudem Hinweise, dass die für die Terroranschläge in Paris genutzten Waffen aus Deutschland kamen.

Bei den Anschlägen in Paris vor zwei Wochen könnten einem Zeitungsbericht zufolge Waffen verwendet worden sein, die von einem Händler aus Deutschland stammen.

Wie die "Bild" unter Berufung auf Unterlagen der Staatsanwaltschaft und deutscher Ermittlungsbehörden berichtete, sollen Anfang November vier Kalaschnikows über das Internet bei einem Waffenhändler aus Baden-Württemberg bestellt worden sein. Bei den Waffen handele es sich um zwei Sturmgewehre vom Typ AK 47 aus chinesischer Produktion und zwei Sturmgewehre vom Typ Zastava M70 aus jugoslawischer Produktion. Laut "Bild" gehen französische Ermittler davon aus, dass diese bei den Anschlägen in Paris mit mindestens 130 Toten benutzt worden sind.

Bernard Cazeneuve: Keine Vorabinformationen über geplante Attentate

Frankreichs Behörden haben unterdessen bestätigt, keinerlei Informationen über einen bevorstehenden Anschlag erhalten zu haben."Die einzige Information, über die wir hinsichtlich der Bewegungen der Terroristen verfügt haben, hat uns am Tag nach den Anschlägen erreicht", sagte Innenminister Bernard Cazeneuve am Donnerstag in einem Interview mit dem Fernsehsender France 2. Sie sei "von einem ausländischen Dienst außerhalb der Europäischen Union" gekommen. Sein Land sei informiert worden, "dass die Terroristen ein paar Wochen zuvor Griechenland passiert" hätten.

Zwei Verdächtige in Berlin verhaftet

Auch in Deutschland gab es unterdessen den Verdacht einer Anschlagsplanung. Spezialkräfte der Berliner Polizei nahmen am Donnerstag in der Islamistenszene zwei Verdächtige fest.

Zunächst seien Räume eines islamischen Kulturvereins im Ortsteil Charlottenburg durchsucht worden, teilte die Polizei am Donnerstagabend mit. Im Zusammenhang mit diesen Ermittlungen seien im Neuköllner Bezirksteil Britz dann die Männer im Alter von 28 und 46 Jahren festgenommen worden. In ihrem Auto seien aber weder Sprengstoff noch Waffen gefunden worden. Aus Sicherheitsgründen waren anliegende Wohnhäuser vorübergehend evakuiert worden. Der Einsatz wurde am Abend beendet.

An den Einsätzen war das Spezialeinsatzkommando SEK beteiligt. Den Ausgangspunkt bildete ein Ermittlungsverfahren der Generalstaatsanwaltschaft Berlin.

Nach Informationen des Berliner "Tagesspiegel" handelt es sich bei den Verdächtigen um einen Syrer und einen Tunesier, die möglicherweise einen Anschlag in Dortmund hätten verüben wollen. Die Anschlagspläne seien von den deutschen Behörden erkannt worden, berichtete die Zeitung unter Berufung auf Sicherheitskreise. Es habe keinen Hinweis eines ausländischen Nachrichtendienstes gegeben.

Die Bundesregierung hat nach den Pariser Anschlägen mehrfach betont, auch Deutschland stehe im Fadenkreuz des internationalen Terrorismus und die Gefährdungslage sei hoch. Der Berliner Senat hatte sich vor wenigen Tagen auf ein Sicherheitspaket verständigt, das vor allem eine Aufstockung der Sicherheitsbehörden beinhaltet.  EA/AFP/rtr/nsa, 27

     

 

 

 

Die Roma haben nichts zu verlieren

 

Kommentar von Marko Knudsen, Direktor des Europäischen Zentrums für Antiziganismusforschung

 

Hamburg  - Europa verfällt wieder den Populisten. Es rückt soweit nach rechts wie noch nie seit Gründung der EU. Vieles bislang Undenkbare wird alltäglich: Rumänischen und bulgarischen Roma wird die Freizügigkeit verweigert und auch den Vorschlag, selektive Sonderlager nur für Balkanflüchtlinge einzurichten hat die Politik in Deutschland bereits gemacht.  

Die Öffentlichkeit setzt die Balkanflüchtlinge oft mit Roma gleich. Das allerdings ist ein Irrtum. Unter den Asylsuchenden aus Albanien zählen die meisten zur albanisch sprechenden Bevölkerung. Auch unter den Asylsuchenden aus dem Kosovo sind Roma eine Minderheit, wenngleich ihr Anteil höher ist als unter den Albanien-Flüchtlingen. Die Roma flüchten aus diesen Ländern, weil die albanisch sprechende Mehrheitsbevölkerung sie mit unverhohlenen Drohungen drängt, ihre Sachen zu packen und zu verschwinden.

 

Etwas anders ist die Zusammensetzung der Flüchtlinge aus Bosnien-Herzegowina, Serbien und Mazedonien. Hier dürfte die große Mehrheit Roma sein. Diskriminierung, Ausgrenzung und Perspektivlosigkeit machen die Lage für sie dort unerträglich. Die Nationalisten hetzen in orchestrierter Weise gegen Roma, erklären ihnen die Feindschaft, entmenschlichen sie: Es handelt sich um antiziganistische politische Verfolgung. „Sicher“ mag es in diesen Ländern für die Angehörigen der Mehrheitsgesellschaft sein – nicht aber für Roma.

 

Zu verlieren haben diese Menschen dort nichts. Ein sauberes Zelt und regelmäßiges Essen sind schon ein Gewinn. Sicher zu sein, dass die eigenen Kinder nicht hungern müssen, und sei es nur für wenige Monate, ist eine erstrebenswerte Aussicht für sie. Wer will ihnen diese Menschlichkeit verwehren? Es geht hier nicht um Taschengeld, sondern um das Überleben von Europäern, deren Vorfahren während des Zweiten Weltkrieges in fast allen europäischen Staaten ausgerottet werden sollten.

 

Die so genannte „Fluchtursachenbekämpfung“ in den Balkanstaaten sieht heute so aus, dass abgeschobenen Heimkehrern, die kein Asyl bekommen haben, die Reisedokumente abgenommen werden. So werden sie vor Ort festgesetzt, eine erneute Ausreise verhindert. Diese Form der Diskriminierung ist eine willfährige Dienstleistung für die EU.

 

Was kann getan werden, um den Roma in den Herkunftsstaaten tatsächlich zu helfen? Der Antiziganismus muss verdammt werden, genauso wie der Antisemitismus. Die Mehrheitsgesellschaften dort müssen sich der tagtäglichen Ausgrenzung, die sie ausüben, bewusst werden. Nur so ist eine rassismusund diskriminierungsfreie Mehrheitsgesellschaft zu schaffen. Sonst wird es keine Inklusion geben.

 

Auf dem Balkan findet in Politik, Medien oder staatlichen Institutionen praktisch keine Auseinandersetzung mit dem eigenen Antiziganimus statt. Das ist einer der Gründe, weshalb Roma jetzt vermehrt Asyl beantragen. Aufklärung, wie sie das Europäische Zentrum für Antiziganismusforschung vor zehn Jahren in Deutschland begonnen hat, existiert nicht außerhalb des deutschen Sprachraumes. Die Begrifflichkeit „Antiziganism“/„Antigypsism“ hat sich zwar etabliert, ohne dabei jedoch aufklärend unterfüttert zu werden.

 

All das steht im Übrigen auch den Beitrittsambitionen zur Europäischen Union entgegen, die all diese Staaten hegen. Um Mitglied der EU zu werden, darf ein Staat seine Minderheiten nicht diskriminieren – aber wer fragt schon nach den Roma? Am Ende ist die EU eben doch eher eine Wirtschaftsunion als eine der Bürger- und Menschenrechte.

Das Problem beschränkt sich aber nicht auf den Balkan. Dass ein Mahnmal in Deutschland für die während der nationalsozialistischen Schreckensdiktatur ermordeten Roma und Sinti erst 70 Jahre nach Kriegsende möglich war, spricht Bände über die Situation hier. Deutschland muss den aufflammenden Antiziganismus hier und europaweit in Gesprächen auf die Tagesordnung setzen. Immer wieder muss auf die zwingende Einhaltung der vertraglichen Verpflichtungen gedrängt werden: Der garantierte Schutz der Menschenrechte der europäischen Minderheit der Roma. Darauf muss immer wieder, bei jedem Staatsbesuch, gedrängt werden. Aber Deutschland könnte noch mehr tun: Es könnte eine Antiziganismus-Kommission auf europäischer Ebene ins Leben rufen oder sich dafür einsetzen, einen europäischen Kommissionssitz an die Roma zu geben. Dieser könnte sich gegen den Antiziganismus in Europa stellen und sich um eine Inklusion der Roma bemühen. Forum Migration Dezember 2015

 

 

 

 

 

12-Punkte-Plan. SPD-Spitzenpolitikerinnen legen Integrationsplan vor

 

Der Bundestag hat kaum den Haushalt für 2016 beschlossen, da fordern fünf SPD-Spitzenpolitikerinnen fünf Milliarden Euro mehr für die Integration: Flüchtlingen und sozial Schwachen soll damit gleichermaßen geholfen werden. Kritik kommt von den Grünen. Der Vorstoß sei unglaubwürdig.

 

Ob es Wahlkampfhilfe war für die rheinland-pfälzische Ministerpräsidentin Malu Dreyer (SPD) oder wirklich eine wegweisender Vorstoß, wird sich noch zeigen: Fünf SPD-Spitzenpolitikerinnen forderten am Dienstag in Berlin gemeinsam einen „Integrationsplan Deutschland“ und jedes Jahr fünf Milliarden Euro zusätzlich zur Integration der Flüchtlinge, die im Land bleiben werden. Drei Bundesministerinnen, die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung, Aydan Özoguz, und Malu Dreyer stellten gemeinsam einen Zwölf-Punkte-Plan vor.

Darin verlangen sie eine enge Zusammenarbeit von Bund und Ländern und besondere Anstrengungen im Bildungssektor. Das Kooperationsverbot müsse aufgehoben werden, damit der Bund die Länder stärker unterstützen könne, erklärten die SPD-Politikerinnen. Diese Forderung wird von der Union abgelehnt.

Die SPD-Spitzenfrauen rechnen mit mehr als 900.000 Flüchtlingen in diesem Jahr. Einige ihrer Forderungen gehen über die bisherigen Beschlüsse von Bund und Ländern hinaus. Arbeitsministerin Andrea Nahles will 100.000 Arbeitsgelegenheiten – die früheren Ein-Euro-Jobs – für Flüchtlinge einrichten. Die Kosten lägen bei 450 Millionen Euro im Jahr, sagte sie. Das sei mehr, als sie bei den Haushaltsverhandlungen habe durchsetzen können. Der Bundestag hatte den Haushalt für das nächste Jahr erst Ende vergangener Woche verabschiedet.

Mehr Kita-Plätze und Wohnungsbau

Bundesfamilienministerin Manuela Schwesig hält 80.000 zusätzliche Kita-Plätze sowie 20.000 neue Erzieherinnen für notwendig. Bauministerin Barbara Hendricks (SPD) forderte eine weitere deutliche Aufstockung der Mittel für den Bau von Sozialwohnungen. Flüchtlinge dürften nicht gegen andere Gruppen ausgespielt werden, betonten alle Beteiligten. Ein schlüssiges Integrationskonzept werde die ganze Gesellschaft stärken, hieß es. „Wenn wir nicht in die Integration investieren, wird es mehr Geld kosten“, sagte Schwesig.

Dreyer, die sich am 13. März in Rheinland-Pfalz einer Landtagswahl stellen muss, sagte, die Initiative zu den gemeinsamen Forderungen gehe von ihr aus und sei mit dem SPD-Vorsitzenden Sigmar Gabriel abgesprochen. In Rheinland-Pfalz werde vieles davon schon umgesetzt. Zurzeit gehe es vor allem um die Erstunterbringung der Flüchtlinge, doch „wir müssen Integration von Anfang an mitdenken“, sagte Dreyer.

Grüne: Papier unglaubwürdig

Der Vorstoß der SPD-Spitzenpolitikerinnen wurde von der Union zunächst nicht kommentiert. Arbeitsministerin Nahles äußerte sich zwar zuversichtlich, dass etwa Arbeitsgelegenheiten für Flüchtlinge finanziert werden könnten. Es blieb aber offen, ob über die bisher für 2016 eingeplanten Mittel von rund acht Milliarden Euro im Bundeshaushalt weiteres Geld in die Integration von Zuwanderern und die Unterstützung sozial schwacher Gruppen fließen wird.

Kritik erntete der SPD-Vorstoß aber vom stellvertretenden Fraktionsvorsitzenden der Grünen, Katja Dörner. „Es ist erfreulich, dass die SPD aufgewacht ist und die Notwendigkeit eines übergreifenden Integrationsplans anerkennt. Allerdings drei Tage nach der Abstimmung über den Bundeshaushalt solch einen 12-Punkte-Plan aus der Schublade zu ziehen, lässt an der Ernsthaftigkeit der Vorschläge zweifeln“, so die Grünen-Politikerin. Dafür hätten sie in der vergangenen Woche zu oft die Möglichkeit verstreichen lassen, die notwendigen Investitionen in Kitas, Schulen, Unis und Ausbildung zu tätigen. Positionspapiere alleine reichten nicht. Die SPD-Ministerinnen seien aufgefordert, „ihre Vorschläge in Gesetzesform zu gießen, um glaubwürdig zu agieren.“ (epd/mig 2)

 

 

 

 

 

Rekordwert am Arbeitsmarkt. 43,5 Millionen sind erwerbstätig

 

Im Oktober ist die Zahl der Erwerbstätigen auf 43,5 Millionen geklettert. Die Nachfrage nach Arbeitskräften hat kräftig zugelegt. Die Arbeitslosigkeit ist im November auf den niedrigsten Stand seit 1991 gesunken.

 

"Die Arbeitslosigkeit ist gesunken, Erwerbstätigkeit und Beschäftigung haben erneut kräftig zugenommen", sagte Frank-Jürgen Weise, Vorstandsvorsitzender der Bundesagentur für Arbeit. Die Zahl der Erwerbstätigen ist im Oktober auf 43,5 Millionen gestiegen. Das ist ein Plus von  385.000 Erwerbstätigen gegenüber Oktober dvergangenen Jahres. Der im September 2015 gemeldete Höchststand bei der Erwerbstätigkeit seit der Wiedervereinigung Deutschlands wurde damit noch einmal übertroffen.

Nachfrage nach Arbeitskräften steigt weiter

Die Nachfrage nach neuen Mitarbeitern steigt weiter: Im November waren 610.000 offene Stellen bei der Bundesagentur für Arbeit gemeldet - 96.000 mehr als vor einem Jahr und 11.000 mehr als im Oktober diesen Jahres.

Für das Weihnachtsgeschäft suchen die Unternehmen vor allem Arbeitskräfte für Verkehr, Logistik und Verkauf. Weiter begehrt sind Kräfte für Maschinen- und Fahrzeugtechnik, Metallerzeugung und -bearbeitung, Metallbau, Mechatronik, Energie- und Elektrotechnik und medizinische Gesundheitsberufe.

 

Der Indikator für die Arbeitskräftenachfrage bei der Bundesagentur für Arbeit stieg im November 2015 um vier auf 206 Punkte. Die Nachfrage nach Arbeitskräften hat damit noch einmal deutlich zugelegt.

Arbeitslosigkeit auf niedrigstem Stand seit 1991

Im November waren 2,633 Millionen Menschen arbeitslos gemeldet. Das ist der niedrigste Stand seit 24 Jahren. Im November 1991 gab es 2,648 Millionen Arbeitslose. Die Arbeitslosenquote blieb wie im Oktober auf dem Tiefstand von sechs Prozent. Von Oktober auf November sank die Arbeitslosigkeit um

16.000. Im Vergleich zum November 2014 sind 84.000 Menschen weniger arbeitslos.

 

Im November erhielten 4.297.000 Menschen Grundsicherung für Arbeitsuchende (SGB II). Das waren 13.000 weniger als im November 2014. Acht Prozent der Menschen im erwerbsfähigen Alter waren hilfebedürftig. Von ihnen waren 1.869.000 arbeitslos gemeldet, 13.000 weniger als vor einem Jahr.

Ein Großteil der Arbeitslosengeld II-Bezieher ist nicht arbeitslos. Sie sind mindestens 15 Wochenstunden erwerbstätig, betreuen kleine Kinder, pflegen Angehörige oder machen eine Ausbildung. Pib 1

 

 

 

 

 

Hessen. Ausländerbeiratswahlen. "Diese Wahl war nicht zu gewinnen"

 

Ernüchterung nach schwächelndem Wahlergebnis/gestiegene Zahl der Wahlberechtigten machen Ausländerbeiräten zu schaffen/große regionale Unterschiede

 

Die Beteiligung an den Wahlen zu den hessischen Ausländerbeiräten am gestrigen Sonntag ist im Vergleich zur letzten Wahl  gesunken.  Gingen 2010 noch 8,2 Prozent aller Wahlberechtigten an die Urne, so beteiligten sich diesmal etwas mehr als 6 Prozent. Das teilte heute die agah-Landesausländerbeirat nach dem Vorliegen von 82 von 83 vorläufigen Ergebnissen in Wiesbaden mit.

 

Der Vorsitzende des Landesausländerbeirates, Enis Gülegen, bewertete das Ergebnis als vorhersehbar: "Die dramatisch gestiegene Zahl der Wahlberechtigten, vor allem durch Flüchtlinge, ließ kein offenbar kein besseres Ergebnis zu. Diese Wahl war nicht zu gewinnen!“ Die Zahl der Wahlberechtigten stieg bei diesmal um dramatische 28 Prozent. „Diese neuen Wahlberechtigten waren in der kurzen Zeit einfach nicht zu erreichen, vielerorts wurde es den Kandidaten sogar untersagt, die Flüchtlinge überhaupt zu informieren.“

 

Anders sieht die Wahlbeteiligung aus, wenn die Zahl der Wahlberechtigten aus 2010 zugrunde gelegt wird. Gülegen: „Dann hätten wir 7,7 Prozent. Exakt das Ergebnis aus 2005, also ein stabiles Niveau.“

 

Auffallend bei dieser Wahl ist zudem der offenbar höhere Anteil unzustellbarer Wahlbenachrichtigungskarten, die bei der Berechnung der Beteiligung mitzählen. Die bisher vorliegenden Daten zeigen, dass sich ihre Zahl im Vergleich zu 2010 mehr als verdoppelt hat.

 

Gülegen: „Weiteres Hemmnis ist das Wahlrecht. Eingebürgerte dürfen kandidieren, aber nicht wählen. Sie stellen aber wieder die größte Gruppe der Bewerber. Und: die gute Arbeit vieler Beiräte wird in der Öffentlichkeit noch immer viel zu selten wahrgenommen.“

 

Gülegen forderte daher erneut eine Reform der Beiräte auf gesetzlicher Ebene in Hessen: "Die Beiräte müssen in die Lage versetzt werden, nicht nur zu beraten, sondern sich in den kommunalen Gremien wirkungsvoll und sichtbar einzubringen". Damit schaffe man Identifikation und mehr Integration: "Nur da, wo Verantwortung auch für die nichtdeutsche Wohnbevölkerung sichtbar wird, kann ein Interesse für die Belange in der eigenen Kommune auch wachsen."

 

Ein differenzierter Blick auf die einzelnen Wahlergebnisse zeige zudem deutlich, "dass der Wille zur politischen Mitgestaltung der Nichtdeutschen nach wie vor hoch ist", betont der agah-Vorsitzende. Auffallend bei dieser Wahl seien erneut die großen regionalen Unterschiede. Das beste Ergebnis holte Kelsterbach mit 27,1 Prozent Wahlbeteiligung, gefolgt von Dautphetal 24,4 und Wächtersbach mit 21,3 Prozent. 

 

Bemerkenswert ist auch die unterschiedliche Entwicklung in den größeren Städten Hessens. Marburg, Rüsselsheim und Darmstadt konnten Stimmenzuwächse verzeichnen, Frankfurt und Gießen konnten die absolute Zahl der abgegebenen Stimmen halten, Offenbach, Wiesbaden und Kassel hatten Wählereinbrüche zu verzeichnen. Die Einzelergebnisse sind im Internet eingestellt: www.auslaenderbeiratswahl.de. Ulrike Foraci, Agah 30

 

 

 

 

 

Gemeinsam für gute Arbeit und Integration von Flüchtlingen

 

Der geschäftsführende DGB-Bundesvorstand und der Vorstand von BÜNDNIS

90/DIE GRÜNEN haben bei einem Spitzentreffen am Montag neue Formen der

Zusammenarbeit vereinbart und dafür zwei Arbeitsgruppen eingesetzt. In

der Arbeitsgruppe „Zukunftsinvestitionen“ wollen Grüne und

Gewerkschaften Handlungsfelder bei den Investitionslücken und

Finanzierungslösungen diskutieren. Mit der zweiten Arbeitsgruppe

„Zeitpolitik“ sollen Lösungen für eine bessere Vereinbarkeit von Beruf,

Familie, Weiterbildung und Freizeit erörtert werden. Weitere Themen des

Gesprächs waren die Flüchtlingssituation, der Mindestlohn, die

Herausforderungen der Digitalisierung, Positionen zu TTIP und die

Problematik bei Leiharbeit und Werkverträgen.

 

Für Simone Peter war die gemeinsame Kritik an geplanten

Freihandelsabkommen zentral: „Grüne und DGB sind sich einig in der

Kritik an den transatlantischen Handelsabkommen TTIP und CETA. Wir

lassen nicht zu, dass Errungenschaften wie Umweltschutz,

Arbeitnehmerrechte und Verbraucherschutz dem Freihandel geopfert werden.

Gemeinsam sehen wir die Notwendigkeit, den erheblichen Investitionsstau

bei Klimaschutz, Infrastruktur, Bildung und sozialer Teilhabe

aufzulösen. Angesichts der großen Zahl an Flüchtlingen, die in unserem

Land Schutz suchen, gilt es den Zugang zu guter Arbeit, Bildung und

bezahlbarem Wohnraum für alle Menschen in unserem Land zu verbessern.“

 

Cem Özdemir hob die Herausforderungen der Digitalisierung hervor:

"Digitalisierung verändert alles. Sie kann eine treibende Kraft bei der

ökologischen Modernisierung werden, wenn wir sie dazu nutzen können,

nachhaltig und gewinnbringend mit unseren natürlichen Ressourcen

umzugehen. Die Digitalisierung der Arbeitswelt bedeutet zugleich, dass

neue Kompetenzen gefragt sind. Wir müssen viel mehr Wert legen auf Aus-

und Weiterbildung. Dabei darf nie zu kurz kommen, dass Wirtschaft und

Arbeit den Menschen dienen sollten. Immer mehr Menschen haben ein

wachsendes Bedürfnis, wieder freier mit ihrer Zeit umgehen zu können,

vor allem in Phasen, in denen sie Beruf, Familie, die Pflege von

Angehörigen miteinander zu vereinbaren haben. Digitalisierung kann hier

ein Instrument sein, damit Beschäftigte stärker selbst bestimmen können,

wann und wo sie arbeiten. Diesen Chancen und Herausforderungen wollen

wir uns gemeinsam mit einer positiven Grundhaltung stellen."

 

Der DGB-Vorsitzende Reiner Hoffmann begrüßte die Zusammenarbeit:

„Vielfältige politische Kooperationen sind ein zentrales Anliegen des

DGB. Die beiden vereinbarten Arbeitsgruppen behandeln Anliegen, die von

größter Bedeutung für die Beschäftigten sind. Sie brauchen mehr

Freiräume für Familie, Bildung oder Erholung. Flexibilität darf nicht

länger Arbeitsstress, massive Überstunden und soziale Unsicherheit

bedeuten. Die Digitalisierung bietet dafür neue Chancen, aber auch

Risiken. Deshalb brauchen wir eine politische Initiative für die

Gestaltung moderner Arbeitszeitpolitik. Zu guter, moderner Arbeit

gehört, dass der Missbrauch von Leiharbeit und Werkverträgen endlich

beendet wird. Der Gesetzentwurf in seiner jetzigen Form reicht dafür

nicht aus. Wir fordern ein wirksame Missbrauchsbekämpfung und

Mitbestimmungsrechte. Wir haben auch ausführlich über die

Flüchtlingssituation gesprochen. Die Zugang zu guter Arbeit und

Ausbildung und damit die gesellschaftliche Integration sind für uns

zentral. Dabei gilt: Gleicher Lohn, gleiche Arbeitsbedingungen für

Flüchtlinge wie für einheimische Beschäftigte.“

 

An dem Gespräch nahmen seitens der Grünen die Bundesvorsitzenden Simone

Peter und Cem Özdemir teil sowie Michael Kellner, Politischer

Geschäftsführer, und die Vorstandsmitglieder Gesine Agena und Bettina

Jarasch. Mit ihnen sprachen der DGB Vorsitzende Reiner Hoffmann, die

stellvertretende Vorsitzende Elke Hannack sowie die

Bundesvorstandsmitglieder Annelie Buntenbach und Stefan Körzell.

Buendnis 90/Die Gruenen 30

 

 

 

 

 

UN. Mehr als 200.000 Flüchtlingskinder erreichten 2015 die EU

 

Jeder fünfte Bootsflüchtling, der über das Mittelmeer nach Europa geflohen ist, ist minderjährig. Das teilt das UN-Kinderhilfswerk Unicef mit. In Deutschland seien im laufenden Jahr 82.000 Minderjährige reagistriert worden.

 

Rund 214.000 Kinder sind in diesem Jahr unter Lebensgefahr über das Mittelmeer in die EU geflohen. Mehr als 20 Prozent aller Bootsflüchtlinge, die zwischen Januar und November europäische Länder erreichten, seien Minderjährige, teilte das UN-Kinderhilfswerk Unicef am Dienstag in Genf mit. In Deutschland seien 2015 mehr als 82.000 Mädchen und Jungen unter 18 Jahren registriert worden, deutlich mehr als in jedem anderen EU-Land.

Die Heranwachsenden seien während der beschwerlichen Flucht über See und Land besonders anfällig für Krankheiten und Verletzungen. Viele überlebten die gefährliche Überfahrt auf kaum seetüchtigen Booten nicht. Allein im Oktober starben demnach im östlichen Mittelmeer mindestens 90 Kinder. Zudem seien die Mädchen und Jungen häufig Opfer von Ausbeutung und Gewalt. Viele von ihnen flüchteten alleine.

Insgesamt erreichten nach Angaben der Internationalen Organisation für Migration (IOM) in diesem Jahr bereits 880.000 Boots-Flüchtlinge Europa, davon seien rund 750.000 von ihnen in Griechenland angekommen. Fast 3.600 Männer, Frauen und Kinder starben bei der Überfahrt. Die größte Gruppe von Bootsflüchtlingen sind demnach Syrer, 400.000 von ihnen überquerten 2015 das Mittelmeer. Mehr als 140.000 Flüchtlinge kamen laut IOM auf diesem Weg aus Afghanistan nach Europa und knapp 45.000 aus dem Irak. (epd/mig 3)

 

 

 

 

Goethe-Institut: Schnelle Hilfe und langer Atem

 

Das Jahr 2015 stand auch für das Goethe-Institut im Zeichen der aktuellen Flüchtlingssituation. Die größte deutsche Kulturmittlerorganisation leistet mit ihren Programmen im In- und Ausland einen Beitrag zur Integration in Deutschland und eröffnet mit Kultur und Bildung Perspektiven in den Herkunftsregionen der Flüchtlinge. Ein Kunstprojekt in Russland setzt sich mit "verlorenen und geschwärzten Texten" auseinander. Außerdem startet das Goethe-Institut 2016 mit dem "Kultursymposium Weimar" ein neues Format, das die Stadt an drei Tagen im Juni mit rund 300 Teilnehmern und 60 Veranstaltungen bespielen wird.

 

Der Präsident des Goethe-Instituts Klaus-Dieter Lehmann sagte: "Weltweit haben sich die Parameter unserer Arbeit verändert. Das Goethe-Institut hat in den vergangenen Jahren in Ägypten und der Ukraine gezeigt, dass es mit seinen Kultur- und Bildungsangeboten schnell auf veränderte Situationen reagieren kann. In diesem Jahr war es vor allem die Flüchtlingskrise, die im Fokus der Medien stand." Doch während man einerseits flexibel auf aktuelle Situationen reagieren müsse, dürfe aus der Arbeit in der Auswärtigen Kultur- und Bildungspolitik kein Flickenteppich werden. "Kontinuität und Nachhaltigkeit sind das Wichtigste, wenn es um eine vertrauensvolle und authentische Arbeit im Ausland geht. Daher ist es für uns entscheidend, dass die Kürzungen der institutionellen Förderung des Goethe-Instituts 2015 dauerhaft rückgängig gemacht wurden. Der Unterstützung aus dem Auswärtigen Amt und dem Bundestag gilt unser ausdrücklicher Dank."

 

Der Generalsekretär des Goethe-Instituts Johannes Ebert führte aus, dass die Situation der Flüchtlinge schnelles Handeln verlange: "Bildungs- und Kulturangebote sind wichtig, um das Entstehen einer verlorenen Generation zu verhindern. In den Nachbarländern Syriens trägt unsere Arbeit dazu bei, Perspektiven vor Ort zu schaffen. In Deutschland leistet das Goethe-Institut vor allem im Bereich der deutschen Sprache einen gesellschaftlichen Beitrag zur Integration von Flüchtlingen. Die zwölf Institute in Deutschland erhalten keine institutionelle Förderung aus öffentlicher Hand, umso erfreulicher ist, dass wir hier zahlreiche Drittmittel für unsere Flüchtlingsarbeit gewinnen konnten. Unser Dank gilt den Spendern." Durch die Japan Art Association (750.000 Euro), das Technologieunternehmen Freudenberg und einen GoogleAd-Grant seien insgesamt über 900.000 Euro zusammengekommen. In etwa gleichem Umfang habe das Goethe-Institut aus eigener institutioneller Förderung Programme im Ausland aufgelegt und seine Online-Sprachangebote gebündelt.

 

Der Kaufmännische Direktor Bruno Gross gab einen Überblick über die finanzielle Situation des Goethe-Instituts: "Die institutionelle Förderung ist die Basis unserer Arbeit im Ausland. Der Bundestag hat die für 2015 zunächst einmalig gewährten Mittel in Höhe von 215,6 Millionen Euro für die kommenden Jahre verstetigt." Die Nachfrage nach den Sprachkursen des Goethe-Instituts entwickle sich auch 2015 sowohl im Ausland als auch im Inland erfreulich. Mit 134 Millionen Euro an Eigeneinnahmen aus Sprachkursen und Prüfungen erwirtschafte das Goethe-Institut 2015 rund 35 Prozent seines Haushalts selbst.

 

Generalsekretär Johannes Ebert betonte, dass neben der schnellen Reaktion auf Krisen auch die langfristige Arbeit vor Ort wichtig sei. In Russland oder der Ukraine etwa pflege man bei schwieriger werdenden Bedingungen vor allem die Zusammenarbeit mit zivilgesellschaftlichen Akteuren, um die Grundlagen für den Kulturaustausch aufrecht zu erhalten. Das 2009 in Nowosibirsk eröffnete Institut sei fest in der kulturellen Szene Sibiriens verankert. Die Leiterin Stefanie Peter stellte das Kulturprojekt "Gespräche aus der Dunkelkammer" vor, das im Frühjahr zum Thema "geschwärzte Texte" stattfinden wird: "Wir hoffen, dass wir mit diesem Projekt auch Zusammenhänge zwischen der russischen und deutschen Geschichte herstellen können. "

 

Klaus-Dieter Lehmann merkte an, dass in den aktuellen Debatten über Krisen und Flüchtlingsströme andere wichtige Aspekte zu Unrecht in den Hintergrund gerieten: "Wenn wir nur über die Migrationsbewegungen in Europa sprechen, vergessen wir die weltweite Dimension - insgesamt sind 60 Millionen Menschen auf der Flucht, besonders in Afrika. Und es ist der Nachbarkontinent Europas. Die Zukunft Afrikas ist daher auch unsere Zukunft, es wird Zeit, dass wir dieses Thema angemessen bearbeiten. Ich bin überzeugt, dass nicht nur viele Probleme in Afrika liegen, sondern auch viele Lösungen." Lehmann sagte weiter, dass durch die Migrationsströme auch eine neue Verantwortung von Architekten und Stadtplanern entstehe, die weltweit Lösungen für Wohn- und Lebensräume suchen müssen: "Das Goethe-Institut befasst sich damit seit vielen Jahren, da es mit seinen Auslandsinstituten über eine ,kulturelle Ortskenntnis' verfügt. Im Zentrum steht nachhaltiges, umweltgerechtes Bauen in einem mehrfachen Sinn, denn mit Umwelt meint das Goethe-Institut - neben der Reaktion auf den Klimawandel - auch die menschliche und soziale Umwelt."

 

"Als internationale Kultureinrichtung hat das Goethe-Institut den Anspruch, sich auch jenseits von Tagespolitik mit Fragestellungen zu beschäftigen, die die Gesellschaften unserer Gastländer beeinflussen und diese Diskussionen nach Deutschland zurückzuspielen", führte Generalsekretär Ebert aus. "Vor diesem Hintergrund startet das Goethe-Institut ab 2016 ein neues Format in Weimar, das alle zwei Jahre ein bestimmtes Thema aufgreift und aus internationaler Perspektive bearbeitet." Im kommenden Juni werden 300 Gäste aus dem In- und Ausland sich mit Praktiken des Teilens und Tauschens befassen. Das "Kultursymposium Weimar" wird durch die Unterstützung von drei Unternehmen aus dem Wirtschaftsbeirat des Goethe-Instituts ermöglicht: Merck, Siemens und Volkswagen. Ebert weiter: "Teilen und Tauschen sind in fast allen Kulturen der Welt fest verankert, aber sehr unterschiedlich konnotiert." Das Kulturfestival solle neue Anstöße für die Debatte in Deutschland und Ideen für den internationalen Kulturaustausch geben.

 

Das Goethe-Institut ist das weltweit tätige Kulturinstitut der Bundesrepublik Deutschland. Mit 159 Instituten in 98 Ländern fördert es die Kenntnis der deutschen Sprache im Ausland, pflegt die internationale kulturelle Zusammenarbeit und vermittelt ein aktuelles Deutschlandbild. Durch Kooperationen mit Partnereinrichtungen an zahlreichen weiteren Orten verfügt das Goethe-Institut insgesamt über rund 1.000 Anlaufstellen weltweit.

www.goethe.de/pressemappe. Dr. Jörg Schumacher de.it.press 2

 

 

 

 

Beratung zur beruflichen Anerkennung jetzt bereits im Ausland

 

BMBF fördert Initiative bei Auslandshandelskammern mit dem Projekt

„Pro Recognition“

 

Das Bundesministerium für Bildung und Forschung (BMBF) will gemeinsam mit dem Deutschen Industrie- und Handelskammertag (DIHK) die Beratung von Fachkräften zur Anerkennung ihrer Berufsqualifikation bereits im Ausland unterstützen. „Wir haben mit dem Anerkennungsgesetz sehr gute Möglichkeiten geschaffen, damit Fachkräfte mit ihrem ausländischen Berufsabschluss in Deutschland arbeiten können. Menschen, die sich für eine Berufstätigkeit in Deutschland interessieren, unterstützen wir künftig bereits in ihrem Heimatland mit den nötigen Informations- und Beratungsangeboten“, sagte Bundesbildungsministerin Prof. Dr. Johanna Wanka.

In dem neuen Projekt „Pro Recognition – Professional and Vocational Qualifications for Germany“ werden bei den deutschen Auslandshandelskammern in Ägypten, China, Indien, Iran, Italien, Marokko, Polen und Vietnam spezielle Beratungsstellen eingerichtet. Die Berater werden auch das Anerkennungsverfahren aktiv begleiten. „Die Auslandshandelskammern bringen als Vertretung der deutschen Wirtschaft im Ausland ihre Kompetenz ein, um Unterstützung für das Anerkennungsverfahren zu leisten. So kann die Integration in den deutschen Arbeitsmarkt bereits im Herkunftsland der Interessenten beginnen und wertvolle Zeit gespart werden“, sagte DIHK-Präsident Dr. Eric Schweitzer.

Das Interesse im Ausland an Informationen zur beruflichen Anerkennung in Deutschland steigt. Das belegen die Zugriffszahlen auf das Online-Portal „Anerkennung in Deutschland".

 

Insgesamt konnte das Portal bisher mehr als drei Millionen Besuche mit 16,8 Millionen Seitenaufrufen verzeichnen. Rund die Hälfte der Nutzer informiert sich vom Ausland aus. Auch die Beratungsstellen und die Hotline des Bundesamts für Migration und Flüchtlinge berichten von einem starken Anstieg der Beratungszahlen. Deutschland ist beliebtes Land für internationale Fachkräfte. Gleichzeitig haben Unternehmen in Deutschland Probleme, offene Stellen mit geeigneten Bewerberinnen und Bewerbern zu besetzen.

Für eine erfolgreiche Bewerbung bei Unternehmen ist die Anerkennung der beruflichen Qualifikation eine wichtige, in vielen Fällen wie etwa den Gesundheitsberufen sogar eine unerlässliche Bedingung. Die Erfolgsfaktoren sind dabei Informationen und eine spezifische Beratung. Der Bund bietet hierzu bereits vielfältige Möglichkeiten, die mit dem neuen Projekt im Ausland erweitert werden.

Im vergangenen Jahr wurden bei den zuständigen Stellen in Deutschland 17.600 Anträge auf Anerkennung einer ausländischen Berufsqualifikation gestellt.

Weitere Informationen:

http://www.bmbf.de/de/anerkennung-auslaendischer-berufsqualifikationen-1091.html

http://www.anerkennung-in-deutschland.de/html/de/  bmpf

 

 

 

 

Integreat: TUM-Studierende entwickeln kostenlose App für Flüchtlinge

 

Wo befindet sich der nächste Arzt, an welcher Einrichtung werden Deutschkurse angeboten, und bis wann müssen bestimmte Anträge abgegeben werden? Antworten auf diese Fragen sind essentiell für Flüchtlinge, die nach Deutschland kommen. Studierende und Mitarbeiter der TU München haben eine kostenlose App entwickelt, in der die wichtigsten Informationen  bereitgestellt werden können. "Integreat" ging in der vergangenen Woche für Augsburg online.

 

Seit vielen Jahren fasst der Verein "Tür an Tür" in Augsburg wichtige Informationen für Flüchtlinge in einer Broschüre zusammen, die alle zwei Jahre aktualisiert wird. Doch Adressen und Ansprechpartner ändern sich schnell, und damit sind einige Informationen bereits nach wenigen Wochen veraltet. Daniel Kehne, Student im Elite-Studiengang Finanz- und Informations-Management der TUM und der Uni Augsburg, engagiert sich bei "Tür an Tür". Er wandte sich mit der Idee, die Broschüre zu digitalisieren, an Professor Helmut Krcmar, Inhaber des Lehrstuhls für Wirtschaftsinformatik der TU München. Dort traf er auf großes Engagement für das Projekt.

 

Innerhalb von acht Monaten entwickelten Studierende und Mitarbeiter der TUM gemeinsam mit "Tür an Tür" und dem Sozialreferat der Stadt Augsburg die App mit dem Namen Integreat. Das Bundesministerium für Familie, Senioren, Frauen und Jugend unterstützte die Arbeit finanziell. Augsburg ist die erste Stadt, die die App nutzt.

 

In fünf Sprachen verfügbar

"Die größte Herausforderung war es, eine grundlegende Struktur zu entwickeln", erklärt Dr. Manuel Wiesche, Mitarbeiter am TUM-Lehrstuhl für Wirtschaftsinformatik. Die Informatiker entschieden sich für die freie Web-Software WordPress. Sie bietet einige Vorteile. "WordPress ist sehr weit verbreitet und es wurden bereits Plug-ins entwickelt, die wir nutzen können, etwa für die Sprachenverwaltung." So müssen sich die App-Programmierer nicht mehr darum kümmern, dass arabische Buchstaben richtig dargestellt werden und der Text entsprechend formatiert ist.

 

Die App gibt es in fünf Sprachen: Deutsch, Englisch, Französisch, Arabisch und Farsi. Zusätzlich arbeitet das Team daran, auch die Bildsprache zu verbessern, um mehr Informationen über Symbole vermitteln zu können.

 

App kann offline genutzt werden

Da der überwiegende Teil der Flüchtlinge ein Android-Smartphone besitzt, wurde die App für dieses System programmiert und ist im Play-Store erhältlich. Allerdings besitzen die meisten Flüchtlinge keinen Tarif für die Datennutzung im Internet. Daher kann die App offline genutzt werden, nachdem sie einmal heruntergeladen wurde - zum Beispiel an einem WLAN-Hotspot.

 

Die Software soll als Open-Source-Programm jeder Stadt und Gemeinde zur Verfügung stehen. Nötig sind dafür nur einige Anpassungen an die lokalen Gegebenheiten. Dies ist auch der wichtigste Unterschied zu anderen Apps, die bereits zur Information für Flüchtlinge entwickelt wurden.

 

Anfrage aus Wien

In Bad Tölz wird bereits an der Einführung der Integreat-App gearbeitet, weitere Initiativen in München, Regensburg, Erlangen, Nürnberg, Düsseldorf, Schwerin, Köln und der Main-Taunus-Kreis sind an der Nutzung interessiert. Es gibt sogar eine Anfrage aus Wien, sagt Wiesche.

 

Professor Helmut Krcmar bezeichnet Integreat als seine Herzensangelegenheit. Als Vorsitzender des Nationalen E-Government Kompetenzzentrums in Berlin ist er sehr daran interessiert, dass die App in ganz Deutschland genutzt wird: "Wir möchten das Engagement fördern, sodass am Ende eine nachhaltige Lösung steht, von der Geflüchtete dauerhaft profitieren."

 

Um die Arbeit besser zu koordinieren, ist geplant, eine gemeinnützige GmbH zu gründen, die dem Augsburger Verein "Tür an Tür" angeschlossen ist.

 

Studienangebot für Flüchtlinge

Die TUM öffnet in einem Sofortprogramm ihre Studienangebote für Flüchtlinge. Sie können seit Oktober als Gasthörer deutsch- oder englischsprachige Kursmodule kostenfrei besuchen, um den Anschluss an das deutsche Bildungssystem zu finden. Ein Mentorenprogramm begleitet sie auf dem Weg ins Studium. Die Flüchtlinge erhalten eine Beratung und Begleitung durch das TUM Studenten Service Zentrum (SSZ) und im Gasthörerprogramm steht ihnen der Zugang zu Serviceeinrichtungen und Angeboten der TUM offen.

Weitere Informationen: www.tum.de/fluechtlinge. Dr. Manuel Wiesche, Tum

 

 

 

 

 

Weihnachtsstress für den Magen. Weihnachstbraten und SodbrennenHolzkirchen

 

Weihnachten steht vor der Tür, das Jahr neigt sich dem Ende entgegen. Doch oft wird in der eigentlich besinnlichen Zeit der Alltag hektischer. Der Jahresabschluss steht bevor, Geschenke werden eingekauft. All der Stress kann auf den Magen schlagen. Die süße Belohnung für den anstrengenden Tag, das entspannende Gläschen Wein nach Feierabend, die Weihnachtsplätzchen oder gar das viele Essen auf Weihnachtsfeiern erhöhen die Säureproduktion zusätzlich. Das Risiko für Sodbrennen steigt, d.h. Magensäure gelangt in die Speiseröhre zurück und reizt dort die empfindliche Schleimhaut. Als Folge dieser sogenannten „Refluxkrankheit“ stellt sich ein brennender Schmerz hinter dem Brustbein ein, der bis in den Rachen ausstrahlen kann. In Apotheken ist wirksame Abhilfe rezeptfrei erhältlich.

Was einmal im Magen ist, bleibt normalerweise auch dort. Nichts sollte in die Speiseröhre zurücklaufen, denn am Mageneingang sorgt ein spezieller Schließmuskel dafür, dass Speisen nur in eine Richtung passieren, in Richtung Magen. Leider ist dieser Muskel bei vielen Menschen entweder von Natur aus schwach ausgeprägt, oder er erschlafft mit den Jahren zunehmend. Irgendwann kommt es zum dann zum Rückfluss, dem sogenannten „Reflux“. Magensäure ist Salzsäure und somit extrem aggressiv. Gerät sie in die Speiseröhre, kommt zuerst zu leichten Verätzungen mit den typischen brennenden Schmerzen hinter dem Brustbein, da die Speiseröhre im Gegensatz zur besonders stark geschützten Magenschleimhaut keinen nennenswerten Säureschutz verfügt. Bei wiederholtem Auftreten können teilweise flächige Verletzungen der Speiseröhre entstehen. Zudem ist der Reflux auch durch saures Aufstoßen und einen bitteren Geschmack im Mund gekennzeichnet. Besonders problematisch ist der Reflux- während des Schlafens. Dann wird ein Teil der aufsteigenden Salzsäure bzw. deren Gase eingeatmet und kann die Luftröhre sowie die Lunge schädigen. Ein Vorgang, der im Extremfall Bronchitis oder sogar Asthma begünstigt. Leider lässt sich der Muskel am Mageneingang nicht trainieren. Ist er erst einmal erschlafft, hilft in schweren Fällen nur noch eine Operation. Daher ist es dann besonders wichtig, eine Überproduktion von Magensäure zu vermeiden.

Aber auch bei intaktem Schließmuskel kann es zu Sodbrennen kommen, meist nach umfangreichen Mahlzeiten. Ursache dafür ist meist eine Überproduktion von Magensäure. Doch es liegt nicht nur an der Menge des Essens. Bestimmte Nahrungsmittel regen die Bildung von Magensäure besonders stark an. Dazu gehören leider so leckere Dinge wie Schokolade, Pizza, Kaffee, schwarzer Tee sowie generell alle fettreichen oder stark gewürzten Speisen. Zudem können Genussmittel wie Alkohol und Nikotin den Schließmuskel schwächen und seine Funktion einschränken. Bei zusätzlich erhöhtem Druck im Bauchraum – zum Beispiel durch zu langes Sitzen oder durch Übergewicht –ist Sodbrennen oft vorprogrammiert. Auch die Lebensweise kann das Phänomen Sodbrennen stark beeinflussen. Besonders Übergewicht gilt als Risikofaktor. Wichtig sind auch die Menge und der Zeitpunkt der aufgenommenen Speisen. Bei zu großen Portionsgrößen drückt der übervolle Magen besonders stark auf den Schließmuskel. Wird die letzte Mahlzeit des Tages spätestens drei Stunden vor dem Schlafengehen eingenommen, hat der Magen genügend Zeit zum Verdauen. Auch intensives kauen, kann die Tätigkeit des Magens unterstützen, was hilft, das Risiko für Sodbrennen zu vermindern.

Die Produktion von Magensäure wird durch unterbewusste, unwillkürliche Prozesse ausgelöst. Schon der Anblick leckerer Speisen kann die Magensäureproduktion starten. „In der Magenschleimhaut werden dann die sogenannten Protonenpumpen aktiviert, das sind spezielle Proteine, die dafür sorgen, dass die Magensäure aus den produzierenden Zellen heraus in den Magen gelangen kann“, erklärt Dr. Frauke Höllering, Ärztin für Innere- und Allgemeinmedizin aus Arnsberg. Um einen Überschuss an Magensäure zu vermeiden, hat es sich bewährt, genau diese Protonenpumpe in ihrer Tätigkeit zu hemmen. Säurehemmende Medikamente mit dem Wirkstoff Omeprazol (zum Beispiel Omep Hexal 20 mg) gibt es rezeptfrei in der Apotheke. Diese spezielle Substanz hat eine lang anhaltende und nachhaltige Wirkung von bis zu 24 Stunden. Nur einmal am Tag, etwa eine halbe Stunde vor der Mahlzeit eingenommen, wird damit der Säuregehalt im Magen zuverlässig niedrig gehalten. Besonders positiv wird von Experten beurteilt, dass selbst eine bereits gereizte Speiseröhren-Schleimhaut durch den Einsatz dieses Wirkstoffes abheilen kann. Alternativ kann man Antazida verwenden. Diese Substanzen neutralisieren die Magensäure. Allerdings hält die Wirkung solcher Substanzen höchstens drei Stunden an, danach schießt der Säuregehalt wieder in die Höhe. Man müsste also praktisch den ganzen Tag solche Antazida zu sich nehmen, um einen annähernd gleichen Effekt zu erhalten, den Omeprazol bietet. Sollte ein übersäuerter Magen trotz Therapie über mehr als 14 Tage Beschwerden bereiten, ist ein Besuch beim Hausarzt anzuraten.

Weitere Medieninformationen unter www.hexal.de.  GA 4

 

 

 

 

 

Neue DAAD-Kampagne soll Auslandsmobilität von deutschen Studierenden  weiter steigern

 

Bis zum Jahr 2020 soll die Hälfte aller deutschen Hochschulabsolventinnen und -absolventen studienbezogene Auslandserfahrungen gesammelt haben. Dieses Ziel hat sich die Bundesregierung und die Länder gemeinsam mit dem Deutschen Akademischen Austauschdienst (DAAD) gesetzt. Eine neue Kampagne, die der DAAD mit Mitteln des Bundesministeriums für Bildung und Forschung umsetzt, soll bereits Schülerinnen und Schülern Lust darauf machen. Gestartet wird sie heute im Rahmen einer zweitägigen Konferenz zum Thema „Bologna macht mobil – Auslandsmobilität im Fokus“ in Berlin.

 

„Unsere Studierende sollen Weltbürger sein. Menschen, die andere Kulturen kennen und die daran gewöhnt sind, mit anderen Perspektiven konfrontiert zu werden. Eine Zeit im Ausland zu verbringen, ist hierfür ein ganz wesentliches Element“, sagt DAAD-Präsidentin Prof. Margret Wintermantel.

„Unsere Hochschulen sind traditionell Orte an denen Internationalität gelebt wird, und auch die deutschen Studierenden gehören weltweit zu den mobilsten. 37 Prozent der Studierenden in höheren Semestern absolvieren bereits einen qualifizierenden Auslandsaufenthalt. Bis 2020 sollen es insgesamt 50 Prozent sein, denn Internationalität ist entscheidend für Deutschlands Zukunftsfähigkeit“, sagt Thomas Rachel, Parlamentarischer Staatssekretär im Bundesministerium für Bildung und Forschung.

 

Um das 50 Prozent-Ziel zu erreichen, müssen noch mehr Studierende über die Vorteile eines studienbezogenen Auslandsaufenthalts informiert und dafür begeistert werden. Aus diesem Grund startet der DAAD heute die neu konzipierte Kampagne „studieren weltweit – ERLEBE ES!“, die mit Mitteln des BMBF finanziert wird.

 

Sie richtet sich an die 17 bis 27-Jährigen, kommuniziert in den sozialen Medien und lebt vom Mitmachen. Die Kernidee: Junge Studierende aus Deutschland, die zu Studienzwecken ins Ausland gehen, werden zu Korrespondenten und berichten aus ihren Gastländern und von ihrem Studienalltag im Ausland.

Vorgestellt wird die Kampagne im Rahmen der Konferenz „Bologna macht mobil – Auslandsmobilität im Fokus“, die der DAAD am 30. November und 1. Dezember in Berlin ausrichtet. Mehr als 350 Teilnehmer aus dem Hochschulbereich haben sich dazu angemeldet, darunter zahlreiche Vertreter vom DAAD unterstützter internationaler Studiengänge mit integriertem Auslandsaufenthalt.

 

Hintergrund  - Der DAAD ist die Organisation der deutschen Hochschulen für die Internationalisierung des Wissenschafts- und Innovationssystems. Er geht diese Aufgabe auf verschiedenen Wegen an: durch Stipendien in der Individualförderung, durch Internationalisierungsprogramme für deutsche Hochschulen und nicht zuletzt durch Maßnahmen wie die heute gestartete Marketingkampagne.

Zugleich fördert der DAAD den Aufbau von Hochschulstrukturen, um die Auslandsmobilität zu steigern. Mit einem Budget von 12 Mio. Euro aus dem Haushalt des Bundesministeriums für Bildung und Forschung (BMBF) allein 2015 finanziert der DAAD über 330 internationale Studiengänge in den Programmen „Bachelor Plus“, „Internationale Studien- und Ausbildungspartnerschaften (ISAP) und „Doppelabschluss“, in denen Auslandsfenster fester Bestandteil sind. Über 550 aktive Hochschulkooperationen von Ägypten bis Zypern machen dies möglich.

Weitere Informationen unter: www.studieren-weltweit.de.  Daad

 

 

 

 

Weihnachten 2015: Lasst uns froh und munter sein – doch zu viel Genuss stresst die Leber

 

Hannover - Wer kennt das nicht: Die guten Vorsätze vom Anfang des Jahres sind längst vergessen und speziell in der Weihnachtszeit locken Süßigkeiten, Herzhaftes und Glühwein. Zusätzlich verleitet die kalte, dunkle Jahreszeit zu weniger Bewegung. Eine gefährliche Kombination, die eine Fettleberentzündung zur Folge haben kann.

Unsere Leber leistet täglich Schwerstarbeit – sie steuert den Stoffwechsel, erzeugt Energie, verarbeitet Zucker, Fette, Vitamine sowie Mineralien und gibt sie bedarfsgerecht weiter. Giftige Substanzen verwandelt die Leber in ungefährliche Stoffe. Ein Multitalent also, doch eines kann sie nicht: Warnsignale aussenden.

„Eine erkrankte Leber meldet sich nicht. Sie hat keine Nerven und kann deswegen keine Warnsignale aussenden. Leberprobleme werden oft zu spät erkannt“, erläutert Prof. Dr. Michael P. Manns, Vorstandsvorsitzender der Deutschen Leberstiftung. Daher sei es wichtig, auf die Leber zu achten, um bspw. die sogenannte Fettleber frühzeitig zu entdecken.

Überprüfungen der Leberwerte durch den Hausarzt sind dafür sinnvoll und notwendig. Bei erhöhten Leberwerten (GPT-, GOT- und GGT-Wert) und weiterführender Diagnostik können die meisten Lebererkrankungen rechtzeitig erkannt und in der Regel gut behandelt werden. Bei einer Fettleber hilft eine Änderung des Lebensstils.

Die Gruppe der Betroffenen ist groß: „Mehr als ein Drittel der Erwachsenen über 40 Jahre hat eine unterschiedlich stark ausgeprägte Fettleber“, sagt Manns und warnt: „Dieses Gesundheitsrisiko wird stark unterschätzt. Eine verfettete Leber kann sich entzünden – und damit wächst auch die Gefahr von Folgeerkrankungen wie Leberzirrhose (Vernarbung des Gewebes) mit vielen Komplikationen und Leberzellkrebs.“

Nun ist jeder im Dezember – traditionell Zeit der Einkehr und Rückschau – angehalten, seinen Lebensstil zu überdenken. Besser zur Apfelsine als zu den Spekulatius greifen. Anstatt Glühwein vielleicht grünen Tee oder auch Kaffee trinken. Zwei bis drei Tassen Kaffee am Tag verbessern die Leberwerte, reduzieren das Risiko für Gallensteine und vermindern das Risiko für das Auftreten einer Leberzirrhose. Und beim nächsten Hausarzt-Besuch die Leberwerte überprüfen lassen. „Die Leber ist eines der wichtigsten Organe“, sagt Manns. Ich wünsche mir, dass viele Menschen auf ihre Liste der guten Vorsätze für 2016 eine Überprüfung ihrer Leberwerte setzen“.

Die Deutsche Leberstiftung

Die Deutsche Leberstiftung befasst sich mit der Leber, Lebererkrankungen und ihren Behandlungen. Sie hat das Ziel, die Patientenversorgung durch Forschungsförderung und eigene wissenschaftliche Projekte zu verbessern. Durch intensive Öffentlichkeitsarbeit steigert die Stiftung die öffentliche Wahrnehmung für Lebererkrankungen, damit diese früher erkannt und geheilt werden können. Die Deutsche Leberstiftung bietet außerdem Information und Beratung für Betroffene und Angehörige sowie für Ärzte und Apotheker in medizinischen Fragen. Weitere Informationen: www.deutsche-leberstiftung.de.

BUCHTIPP: „Das Leber-Buch“ der Deutschen Leberstiftung informiert umfassend und allgemeinverständlich über die Leber, Lebererkrankungen, ihre Diagnosen und Therapien – jetzt in zweiter, aktualisierter Auflage! „Das Leber-Buch“ ist im Buchhandel erhältlich: ISBN 978-3-89993-642-1, € 16,95: www.deutsche-leberstiftung.de/Leber-Buch. GA 3

 

 

 

 

 

Vortrags- und Konzertveranstaltung zu Ehren Dante Alighieris

 

Sehr geehrte Damen und Herren, wir laden Sie herzlich ein zu unserer zweitägigen Vortrags- und Konzertveranstaltung zu Ehren Dante Alighieris, die wir in Zusammenarbeit mit der Universität Florenz und dem Italienzentrum der Universität Bonn organisiert haben:

 

Freitag, 11.12.2015 (Köln) und Samstag, 12.12.2015 (Bonn)

Dante 2015 750 Jahre eines europäischen Dichters - 750 anni di un poeta europeo

 

Freitag, 11. Dezember 2015

Vorträge und Konzert im Italienischen Kulturinstitut Köln

 

Programm: 10.00 Begrüßung durch den italienischen Generalkonsul Emilio Lolli und den Direktor des Italienischen Kulturinstituts Köln Lucio Izzo sowie den Präsidenten der Società Dante Alighieri in Bonn, Ulrich Forster

 

10.30 Riccardo Bruscagli, Tre condizioni del racconto dantesco nella Commedia

11.20 Kaffeepause

11.45 Michael Schwarze, Konstanz, „Faccianli onore, ed esser può lor caro“. Zur Bedeutung der Jenseitsbegegnungen in der Commedia

Mittagspause

 

15.00 Alberto Casadei, Pisa Un poema senza titolo?

 

15.50 Bernhard Huß, Berlin Il pellegrino consapevole e il viaggiatore ignaro. Una lettura cursoria di Inferno XXVI

16.40 Kaffeepause

 

17.10 Winfried Wehle, Eichstätt/Bonn. Vom Glück verlorener Paradiese. Zur Anthropologie jenseitigen Sprechens

 

18.00 Ulrich Forster, Bonn.Einführung zu den vor Ort ausgestellten Werken des Dante-Zyklus von Salvador Dalí mit anschließendem Rundgang (18.30)

 

19.00 Wolfram Steinbeck, Köln. „Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate“. Dante und die Instrumentalmusik

 

 19.30 Konzertabend - Konzert und Lesung mit Bernt Hahn, Patricio Arroyo und der Hochschule für Musik und Tanz, Köln

 

Franz Liszt: aus Années de Pélerinages, Deuxième Annèe, Italie: Il Penseroso

Daniel Herrmann, Klavier

 

Bernt Hahn, Lesung aus Dante Alighieri: Die Göttliche Komödie (Übersetzung von Dieter Kühn): Inferno, Canto 3

 

Franz Liszt: Après une lecture du Dante

Yili Niu, Klavier

 

Domenico Scarlatti: Sonate A-Dur K 208

Clara Flaksman, Klavier

 

Bernt Hahn, Lesung aus

Dante Alighieri: Die Göttliche Komödie (Übersetzung von Dieter Kühn): Paradiso, Canto 1, 1 – 12; 43 - 142

 

Franz Liszt: aus Années de Pélerinages, Deuxième Année, Italie: Tre Sonetti del Petrarca (Fassung für Tenor und Klavier)

Patricio Arroyo, Tenor

Ulrich Eisenlohr, Klavier

21.00 Aperitivo

 

Samstag, 12. Dezember 2015

Ort: Senatssaal, Universitätshauptgebäude, 1. Stock, Hofgartenseite, Bonn

 

Programm

10.00 Begrüßung durch den Geschäftsführenden Direktor der Abteilung für Romanistik Paul Geyer

 

10.15 Paolo Trovato, Ferrara

Per una nuova edizione della Commedia

 

11.15 Paul Geyer, Bonn

Dekonstruktion von Dantes Welt

 

Mittagspause

14.00 Carlo Sisi, Firenze

Immagini e trasfigurazioni dantesche nell’arte dell’Ottocento

 

14.50 Dieter Blume, Jena Lehrjahre des Gefühls – Amor-Bilder und Dantes Vita Nuova

15.40 Kaffeepause

16.00 Hanna Jacobs, Bonn Das Danteporträt in der Chorkapelle von San Francesco in Montefalco (Benozzo Gozzoli, 1452)

 

www.italienzentrum.uni-bonn.de | Download Programm-Flyer: www.italienzentrum.uni-bonn.de/dateien/Flyer%20Dante.pdf   iic

 

 

 

 

 

Wir haben jetzt die Chance, Krebs zu verhindern!

 

Hannover - Unbehandelt münden viele Lebererkrankungen in Leberzirrhose und Leberzellkrebs. Dabei sind Erkrankungen der Leber inzwischen oft gut behandelbar – wenn sie rechtzeitig erkannt werden. Leberzellkrebs könnte also in vielen Fällen vermieden werden.

Eine der häufigsten Ursachen für eine Lebererkrankung ist die Infektion mit einem Hepatitis-Virus, vor allem mit dem Hepatitis B- und dem Hepatitis C-Virus. Wird diese Infektion nicht behandelt, kann sie zu einer dauerhaften (chronischen) Entzündung der Leber und in der Folge zu einem kompletten Umbau des Bindegewebes in der Leber (Leberzirrhose) und sogar zu Leberzellkrebs führen.

Patienten mit einer chronischen Hepatitis C haben (je nach Lebensumständen) ein Risiko von 10 bis 40 Prozent, eine Leberzirrhose auszubilden. Das Risiko, an einem Leberzellkrebs zu erkranken, liegt dann bei 1 bis 4 Prozent pro Jahr.

Viele Menschen haben sich vor 1990 bzw. 1992 mit Hepatitis B oder Hepatitis C durch Bluttransfusionen oder Blutprodukte angesteckt. Damals konnte das Blut noch nicht auf diese Viren getestet werden.

Lebererkrankungen bleiben oft unerkannt, da die Leber nicht schmerzt und die Erkrankungen der Leber sehr häufig keine eindeutigen Anzeichen zeigen. So entwickelt sich eine chronische Leberentzündung, deren Folge nach vielen Jahren Leberzellkrebs sein kann. Daher erwarten Experten, die entsprechende Berechnungsmodelle entwickelt haben, für die kommenden Jahre eine große Steigerung der Zahlen von Patienten mit Leberzirrhose und Leberzellkrebs.

Mit den neuen Medikamenten, die direkt in den Vermehrungsprozess der Viren eingreifen und seit Januar 2014 für die Therapie zugelassen wurden, kann die Hepatitis C bei fast jedem Patienten erfolgreich behandelt werden. Zudem können mit den fast nebenwirkungsfreien Präparaten und den kürzeren Therapiedauern viel mehr Patienten bis zum Ende der Therapie behandelt werden.

Wenn die Hepatitis C ausgeheilt ist, steigt die Lebenserwartung – sogar bei Patienten, die bereits eine Leberzirrhose haben. Wissenschaftlichen Untersuchungen zufolge gleichen sich die Lebenserwartung und der Gesundheitszustand der geheilten Patienten an die von gesunden Menschen an.

Auch Hepatitis B ist inzwischen gut behandelbar. Das Virus kann durch eine nebenwirkungsarme Therapie bei allen Patienten dauerhaft unterdrückt werden.

Damit bieten die neuen Medikamente die Möglichkeit, Spätfolgen wie Leberzirrhose und Leberzellkrebs zu vermeiden. Außerdem wird so die Ansteckung weiterer Menschen durch die Übertragung der Hepatitisviren verhindert.

Wichtig ist daher nun, bei möglichst vielen Menschen Lebererkrankungen zu erkennen, damit diese behandelt werden können. Das ist nur durch entsprechende Maßnahmen möglich, da Lebererkrankungen meistens nicht durch die Betroffenen selbst erkannt werden können.

Um eine mögliche Entwicklung aufzuzeigen, wurden verschiedene komplexe Modelle erarbeitet, mit denen unterschiedliche Abläufe dargestellt werden können. Diese Modelle zeigen, dass bei 10.000 Neu-Diagnosen pro Jahr die Anzahl der Todesfälle aufgrund von Hepatitis C bis zum Jahr 2030 um 2/3 gesenkt werden könnten und die Häufigkeit von Leberzellkrebs bis 2030 unter diesen Bedingungen um fast 70 Prozent sinken würde.

„Es ist wichtig, dass wir jetzt entsprechende Screening-Programme etablieren, mit denen wir Menschen identifizieren, die an einer Hepatitis C erkrankt sind. Wir haben jetzt die historische Chance, diese Menschen zu heilen und damit viele Folgeerkrankungen wie Leberzellkrebs zu verhindern“, erläutert Prof. Dr. Heiner Wedemeyer, wissenschaftlicher Koordinator der Deutschen Leberstiftung und Mitautor der Publikationen zu den Entwicklungsmodellen. „Wir dürfen diese Möglichkeit nicht ungenutzt lassen.“

Die Deutsche Leberstiftung

Die Deutsche Leberstiftung befasst sich mit der Leber, Lebererkrankungen und ihren Behandlungen. Sie hat das Ziel, die Patientenversorgung durch Forschungsförderung und eigene wissenschaftliche Projekte zu verbessern. Mit intensiver Öffentlichkeitsarbeit steigert die Stiftung die Wahrnehmung für Lebererkrankungen, damit diese früher erkannt und geheilt werden können. Die Deutsche Leberstiftung bietet außerdem Information und Beratung für Betroffene und Angehörige sowie für Ärzte und Apotheker in medizinischen Fragen. Weitere Informationen: www.deutsche-leberstiftung.de. GA 27