WEBGIORNALE   14-20   DICembre   2015

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Costituito il Forum delle Associazioni degli Italiani nel Mondo  1

2.       Ecco cosa prevede l’accordo sul clima di Parigi 2

3.       Il declino delle élite. L’Europa senza più statisti 2

4.       All’Europa manca una vera politica estera. Le sarà imposta dalle pressioni internazionali 2

5.       Il peso dell’Italia in Europa  3

6.       Migranti, procedura di infrazione Ue contro l'Italia su mancata registrazione  3

7.       Una sfida da vincere. Rilanciare l’Europa contro i nazionalismi 3

8.       Germania, Merkel: "Su tetto dei migranti mi gioco la credibilità"  4

9.       La Germania allo specchio  4

10.   La Presidente dell’Intergruppo parlamentare italo-tedesco con la Merkel a Berlino per i 60 anni degli accordi bilaterali Italia/Germania  4

11.   Maurizio Canfora, nuovo Console generale a Francoforte  5

12.   Nuovo Console onorario a Saarbrücken. Festeggiamenti, delusioni e critiche  5

13.   I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia  5

14.   Eletta la Consulta degli stranieri di Francoforte: gli italiani conquistano due seggi 6

15.   Marburg. "Di fronte agli attacchi terroristici vivere ancora più intensamente la nostra libertà culturale"  6

16.   Il 15 dicembre “Caffè letterario” all’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo: 6

17.   A Colonia finisce la retrospettiva su Pasolini 7

18.   Il 21 dicembre un incontro sull'emigrazione italiana a Monaco di Baviera dal 1955 ad oggi 7

19.   Progetto “Mapping Basilicata” a Francoforte  7

20.   Inchiesta Ue sui fondi a Volkswagen  7

21.   Volkswagen, Poetsch: "Siamo di fronte alla sfida più grande"  8

22.   Circolare dell’on. Garavini ai democratici in Europa  8

23.   Siamo in Guerra?  8

24.   Francia, Front national primo partito. Marine Le Pen: "Rivolta del popolo contro le elites"  9

25.   Le classificazioni 9

26.   La vittoria delle Le Pen, cosa può cambiare in Italia  9

27.   Il prezzo dei voti. Le riforme che (forse) non avremo  10

28.   Risparmiatori truffati, Renzi costretto a correre ai ripari 10

29.   Migranti, è strage di bambini nel Mediterraneo: 700 morti da inizio anno  10

30.   La politica, i valori. Le parole e il senso perduto  10

31.   L’evoluzione  11

32.   Sul salva-banche è scontro tra Renzi e Ue  11

33.   Tre elicotteri a pile e un commando Sas: così Londra ha eliminato Jihadi John  11

34.   Istat, aumentano i senza fissa dimora: oltre 50mila nel 2014  11

35.   Dopo l’allarme di Boeri (Inps). Come sarà la pensione dei 30enni di oggi?  12

36.   Dare ai Comites nuovi strumenti di comunicazione e creare una filiera informativa per i nuovi migranti 12

37.   Promesse dei politici 12

38.   Imu e Tasi, contribuenti alla cassa entro il 16 dicembre  13

39.   La Ue verso una procedura di infrazione contro l’Italia per non aver registrato i migranti 13

40.   Da l’Aquila a Washington  14

41.   Il Coordinamento delle Associazioni Regionali Siciliane dell’Emigrazione (CARSE) incontra l’assessore Gianluca Miccichè  14

 

 

1.       Welt feiert Klima-Abkommen - Bewährungsprobe kommt noch  14

2.       Afrika in der IS-Zange  15

3.       Glühwein für Afrika. Der Kontinent braucht mal wieder unsere Hilfe. Prost! 15

4.       Front National stärkste Kraft bei Frankreichs Regionalwahl 15

5.       „Auf einem toten Planeten gibt es keine Arbeitsplätze“  16

6.       Gastarbeiterinnen und Gastarbeiter haben unsere Geschichte geprägt und ihre Leistungen sind zu würdigen  16

7.       SPD-Minister gegen Integrationspflicht 16

8.       Rechtsradikalismus: Verbot der NPD rückt näher 17

9.       Bekämpfung der Fluchtursachen. Flüchtlingspolitik  17

10.   Schulz wirft de Maizière Versagen bei Asylanträgen vor 17

11.   NSU-Prozess: Beate Zschäpe will zu allen Anklagepunkten Stellung nehmen  18

12.   Antragsstau wird größer. De Maizière für mehr Schichtarbeit im Asyl-Bundesamt 18

13.   Coaching gegen Rechts: Staatsministerin Özoguz eröffnet Fachtagung zum Umgang mit rechtsextremen Anfeindungen  18

14.   Flüchtlingskinder. Philologenverband warnt vor Lehrermangel 19

15.   Flüchtlinge: 700 Kinder bisher Mittelmeer ertrunken  19

16.   Studie: In jeder zweiten Familie ist Pflege Tabu-Thema  19

17.   "Time"-Ehrung für Merkel: Obama gratuliert, Trump schmollt 20

18.   Tag der Menschenrechte: Das Menschenrecht auf Bildung für Flüchtlinge stärken! 20

19.   NPD-Verbotsverfahren  20

20.   Zur Diskussion gestellt. Solidarpakt Ost in der Kritik: Sollte die Wirtschaftsförderung Ost beendet werden?  21

21.   Mehr Datenaustausch. Flüchtlinge sollen einheitlichen Ausweis erhalten  21

22.   Massimo Mannozzi schließt sein Restaurant Bacco in Berlin. Ende einer Legende  22

23.   Hilfsorganisationen fordern Gesundheitsversorgung von Migranten ohne Papiere oder Versicherung  22

24.   Theatertipp. Kreatives Engagement für Menschenrechte  22

25.   „Reform“ der Pflegeberufe: Ein Skandal 23

26.   Erstmals kommen mehr als 10.000 Amerikanerinnen und Amerikaner zu Studienzwecken nach Deutschland  23

 

 

 

 

Costituito il Forum delle Associazioni degli Italiani nel Mondo

 

Roma. Il Comitato organizzatore  degli Stati Generali dell’Associazionismo degli Italiani nel Mondo (Abruzzesi nel mondo,Acli, Acli-Fai, Aitef, Alef , Anfe, Arulef, Cser, Ctim, Faes, Fais, Fclis, FieiFilef, Forum nazionale giovani, Istituto Fernando Santi, La Comune del Belgio, Lucchesi nel mondo, Migrantes, Ucemi, Unaie, Uim, Usef), su mandato dell’Assemblea Generale del 3-4 luglio scorsi, nella riunione del 4 dicembre a Roma , ha  deciso la  costituzione del   Forum delle Associazioni degli Italiani nel Mondo (Faim).

Il Comitato, cui si aggiungeranno 10-11 associazioni presenti  in  paesi  di maggiore emigrazione italiana, ha approvato  l’Atto Costitutivo (Patto Associativo)  composto dal documento “Principi, scopi e finalità del Forum” e dallo Statuto.

E’ stato inoltre approvato il documento contenente le “Linee progettuali operative di lavoro” che accompagneranno il Forum nel percorso verso la prima Assemblea Congressuale prevista nel mese di Aprile del 2016.

L’assemblea nella quale si eleggeranno gli organismi del Forum,  sarà anche sede  di confronto e di progettualità sulle tematiche già oggetto della Assise degli Stati Generali: dal lavoro all’integrazione , dalla rappresentanza alla mobilità  e ai nuovi flussi emigratori.

Per adeguatamente porre in essere  il percorso che precede  la fase congressuale  è stato costituito  il Comitato di Coordinamento del Forum composto da undici  Associazioni (Acli, Aitef, Ctim, Faes, Fclis, Filef, Istituto Fernando Santi, La Comune del Belgio, Migrantes, Ucemi, Unaie).

Questa fase  si aprirà con la richiesta formale di associarsi al Forum  rivolta a tutte le associazioni che hanno aderito al Manifesto e a quelle che intendono ancora aderire.  Il Comitato di Coordinamento si riunirà il prossimo 29 gennaio  2016.

 

Principi, scopi e finalità e linee programmatiche del Forum delle Associazioni degli Italiani nel Mondo

 Il Forum delle Associazioni degli Italiani nel Mondo (FAIM), si compone delle federazioni più rappresentative operanti all’estero, di quelle regionali e delle associazioni della “nuova emigrazione”, come esito del percorso avviato con gli Stati Generali dell’Associazionismo degli italiani nel mondo.

Il Forum si pone come un soggetto di coordinamento generale della rappresentanza sociale delle nostre collettività nel mondo e come luogo di progettazione di un associazionismo del futuro in grado di integrare, innovando , la tradizionale presenza organizzata con le nuove necessità e i nuovi fabbisogni che emergono.

Coerentemente con i principi e gli atti condivisi e approvati nel percorso definito dagli Stati Generali svoltisi il 3 e 4 luglio 2015 a Roma, il Forum opera, in tutti i paesi in cui ha strutture aderenti, per il superamento delle disuguaglianze e delle povertà, per il diritto al lavoro, per la lotta alle nuove e vecchie forme di precarietà e di esclusione sociale.

Il Forum opera un’equa ridistribuzione delle ricchezze, per la assunzione e condivisione della responsabilità sociale, per il miglioramento culturale, sociale ed economico delle persone e delle famiglie e si impegna nella difesa della tutela dei diritti di cittadini autoctoni e migranti.

Nel contesto della attuale crisi sistemica, economica, sociale e ecologica, il Forum si impegna nella tutela della delle persone in mobilità e dei profughi per la salvaguardia dei loro diritti e, allo stesso tempo, sostiene azioni di cooperazione mirate alla riduzione degli squilibri economici tra aree e paesi, nella logica della interdipendenza, della cooperazione e della solidarietà.

Rispetto al fenomeno della nuova emigrazione giovanile, il Forum agisce per garantire l’orientamento e la tutela delle persone in mobilità e allo stesso tempo per rimuovere le cause che determinano i nuovi flussi.

Il Forum si batte per lo sviluppo di processi di socializzazione e di inclusione che implicano la promozione umana, educativa e sociale; la responsabilità collettiva per determinare una società più accogliente e per la crescita di una cosciente e attiva partecipazione alla vita democratica.

Il Forum contribuisce alla strutturazione di misure e iniziative in grado di contrastare il deterioramento ambientale e delle condizioni socio economiche e a valorizzare le positive risorse interculturali e il protagonismo dei cittadini migranti in tutti gli ambiti.

Il Forum promuove il coinvolgimento delle comunità italiane nel loro ruolo di mediazione, interazione e cooperazione tra paese di origine e paesi di accoglienza e , all’interno dei singoli paesi, tra le diverse comunità migranti e le popolazioni autoctone.

Il Forum si adopera per il recupero della centralità delle persone e dei loro bisogni materiali e spirituali attraverso la sollecitazione ad una partecipazione associativa che miri alla condivisione e alla solidarietà, alla difesa dei diritti umani, della giustizia sociale, della partecipazione civile, del dialogo con le altre comunità emigrate e con la madre patria.

Il Forum si impegna nell’azione di rappresentanza e tutela, ai diversi livelli e verso i decisori pubblici, nelle scelte riguardanti gli italiani all’estero. Nell’attuale contesto di nuova mobilità delle forze di lavoro in Europa e verso altri continenti, esso si costituisce come interlocutore primario affinché il patrimonio rappresentato dai giovani in ripartenza dal nostro paese sia assunto come un bene comune per l’Italia.

Il Forum agisce sul piano operativo con azioni volte ad analizzare e monitorare la consistenza, le problematiche, l’evoluzione e le novità sorte negli ultimi anni nel movimento associativo degli italiani all’estero e nelle collettività emigrate; a sviluppare una progettualità in grado di dare risposte ai fabbisogni dell’emigrazione consolidata e della nuova emigrazione, nell’ambito dell’ informazione e comunicazione, dell’ assistenza e dell’ orientamento, della formazione linguistica, della formazione e qualificazione professionale, della cooperazione e dei processi di internazionalizzazione, dell’integrazione interculturale, della creazione di lavoro e di impresa, della difesa e valorizzazione ambientale e territoriale. In questo senso il Forum partecipa attivamente e si rapporta a più ampi momenti di rappresentanza sociale con cui condivida principi e finalità, anche costruendo partenariati e collaborazioni con altri enti pubblici e privati, italiani ed esteri, che consentano il rafforzamento e la qualificazione  della propria base sociale e il ruolo attivo delle comunità emigrate.

Il Forum può emanare, per tali fini e per la migliore realizzazione dei suoi scopi e delle sue attività, coordinamenti nazionali o locali, agenzie, organismi di vario genere con specifiche finalità settoriali o di area , che ad esso faranno riferimento.

Linee di Progettualità per l’assemblea congressuale e il 1° quadriennio

(tratto dal Documento approvato dall’Assemblea del 4 e 5 luglio)

Al fine della costruzione di società democratiche, libere, solidali, socialmente equilibrate, cooperative, interculturali, il Forum intende valorizzare l’esperienza storica dell’emigrazione italiana e, in particolare, la sua capacità di comunicazione tra culture diverse attraverso il confronto, il rispetto e la  comprensione delle diversità.

Il Forum intende orientare le competenze multiculturali dell’emigrazione in quanto importante fattore di sviluppo economico e contributo positivo al consolidamento di buone relazioni nel rapporto nord-sud, est-ovest, tra singoli paesi, sia all’interno della UE che tra diverse aree continentali.

Il Forum intende aprirsi ad una più adeguata comprensione del rapporto con i nuovi flussi di immigrazione e di emigrazione dall’Italia, assumendo il grande potenziale critico e costruttivo delle nuove generazioni di migranti, integrandolo con quello costituito dall’ emigrazione insediata da tempo all’estero.

Il Forum intende contribuire allo sviluppo dei circuiti di comunicazione e di relazioni tra le associazioni degli italiani all’estero e tra le reti associative e l’Italia, sperimentando anche lo sviluppo di relazioni dirette tra i diversi paesi e le diverse aree continentali dove sono presenti collettività italiane all’estero e da dove provengono flussi di immigrazione verso l’Italia.

Il Forum assume la consapevolezza che l.“italianità” è un’identità dalle forti radici che si evolve e si trasforma, un medium relazionale, articolato e in continuo mutamento; essa costituisce un’ occasione formidabile di comunicazione tra diverse realtà territoriali, linguistiche e culturali in buona parte caratterizzate da una presenza importante di nostre componenti migratorie originarie, o di immigrazione comunitaria ed extraeuropea.

Il Forum intende contribuire a valorizzare, in Italia, la ricchezza che scaturisce dal percorso storico dell’emigrazione italiana avendo presente l’obiettivo della costruzione di una società multiculturale includente, solidale, fondata sui diritti delle persone e sulla condivisone delle leggi, a partire dalla Carta Costituzionale, aperta a relazioni paritarie e di cooperazione sociale ed economica fra i paesi e di dialogo aperto per la salvaguardia della pace, dell’ecosistema, della dignità della persona, dei diritti umani, sociali e dei diritti dei popoli.

In ogni paese in cui agisce, il Forum si rapporta con gli altri soggetti della rappresentanza sociale, della solidarietà, della cooperazione, della società civile nelle sua varie articolazioni per condividere e praticare i valori democratici, stimolando confronti ed intese con i decisori pubblici  istituzionali e con i soggetti privati.

Il Forum: sostenibilità e progettualità

Il Forum agisce attraverso una programmazione pluriennale definita nell’ambito dei suoi organi, che individua i propri obiettivi programmatici :

Tra i primi obiettivi da perseguire nel primo quadriennio, vi sono:

1- Costituzione dei Forum locali a dimensione Paese e, ove possibile, continentali. Il rapporto e le relazioni tra Forum centrale e Forum paesi deve essere biunivoco. Il Forum centrale trova la sua legittimazione dalla capacità di recepire e valorizzare le istanze locali.

2- Accreditamento del Forum presso istituzioni italiane ed organizzazioni internazionali: UE, Mercosud, Unione Africana, Oim, ecc.. Accreditamento dei Forum/paese presso altre istituzioni locali e organizzazioni continentali, laddove esistenti.

3- Definizione di relazioni e partenariati con aggregazioni associative con finalità analoghe presenti in altri paesi e con le aggregazioni dell’associazionismo di immigrazione in Italia.

4- Sviluppo di una adeguata comunicazione interna alla rete associativa, orientata ad obiettivi specifici comuni, attraverso la realizzazione di un sito multilingue, di un’agenzia stampa dell’associazionismo, di una piattaforma che consenta di scambiarsi informazioni, progetti, di costruire partenariati, ecc. e di banche dati aperte agli aderenti.

5- Costruzione di procedure e modelli di progetti e di azione partenariali tra le reti associative aderenti al Forum nei diversi ambiti di attività culturali, sociali, economiche e di servizio.

6- Sviluppo di progettualità specifiche a livello paese e, ove possibile, a livello continentale, tra le reti associative riunite nel Forum, contando su risorse locali dei paesi di accoglimento e su quelle di istituzioni internazionali.

7- Per quanto riguarda l’Italia: nel quadro del riordino legislativo del no profit sollecitazione alla modifica della legge 383/2000 sulle associazioni di promozione sociale italiane in modo da estenderne la sua applicazione alle associazioni degli italiani nel mondo presenti nel territorio italiano, ma anche alle realtà associative che sono dislocate ed operanti all’’estero.

8- Per quanto riguarda il rapporto con le Regioni: istituzione di momenti di consultazione e di interlocuzione permanente (conferenze) sulle politiche per l’emigrazione a livello regionale che raccolgano le reti associative riunite nel Forum, l’associazionismo in generale e le istituzioni regionali, anche con l’obiettivo di sviluppare una progettazione a rete, e, ove possibile, a carattere interregionale.

Tali punti mirano a far valere le competenze e le capacità diffuse presenti all’interno del movimento associativo, innanzitutto per il rafforzamento e la sostenibilità dello stesso tessuto associativo e conseguentemente per la sua proiezione come soggetto pluralistico e autonomo, attivo nelle politiche per le migrazioni nei diversi contesti territoriali.

Questi obiettivi riguardano sia l’associazionismo dell’emigrazione consolidata, sia quello che si viene costituendo su iniziativa della nuova emigrazione. Il reciproco coinvolgimento e l’interazione tra queste due realtà è in grado di potenziarle entrambe e di costituire un vero e proprio valore aggiunto. Sono da verificare, infine, le modalità più adeguate per garantire un confronto ed un rapporto con le realtà associative di immigrazione in Italia: da questo rapporto, l’ampiezza della rete e la sua azione può ulteriormente allargarsi e rafforzarsi.

Il Forum intende svolgere anche un ruolo di interlocutore per quanto attiene alla proiezione internazionale del Terzo Settore italiano, in particolare nei seguenti ambiti:

• Diplomazia popolare e di promozione della pace, in riferimento all’area Mediterrano (Africa-EU-Medio Oriente), in Europa e in America Latina.

• Contrasto allo sfruttamento dei nuovi migranti e all’illegalità nel mercato del lavoro e in generale nei processi economici (Italia, UE, Nord e Sud America, Africa, Asia)

• Contrasto alle procedure di espulsioni di cittadini comunitari e sostegno alla costruzione di elementi di welfare( livelli essenziali universali) in particolare per la Nuova emigrazione.

• Contributo alla crescita di elementi di democrazia economica a livello nazionale e internazionale con il sostegno a forme di rappresentanza e intermediazione,di promozione internazionale delle eccellenza e delle potenzialità produttive dei territori, per cooperative, consorzi di produttori e PMI italiane verso l’estero ed estere verso l’Italia, tra i paesi compresi nella rete del Forum.

• Progettazione di nuovi servizi di orientamento e tutela relativi all’accentuata mobilità internazionale delle forze di lavoro, delle famiglie, dei giovani e anche per uno sviluppo del servizio civile internazionale”. De.it.press 9

 

 

 

 

 

Ecco cosa prevede l’accordo sul clima di Parigi

 

L’impegno alla stabilizzazione dell’incremento delle temperature medie globali sotto i 2 gradi – di Roberto Giovannini

 

Parigi - Neanche i più sfegatati ambientalisti, pochi mesi or sono, avrebbero sperato in un risultato simile. L’«accordo di Parigi», molto probabilmente, lo ricorderemo in futuro come un momento di passaggio storico, lo spartiacque tra l’era dei combustibili fossili e quella delle energia pulite. Per quanto possa essere stringente ed efficace un’intesa tra uomini politici, quella che sta per essere siglata nel Parco delle Esposizioni di Le Bourget è obiettivamente quanto di più preciso, circostanziato, definito, scientificamente plausibile e politicamente applicabile si potesse ragionevolmente auspicare. 

 

Il testo è stato presentato stamani alle undici e trenta dal presidente della COP, il ministro francese Laurent Fabius, e su diversi aspetti di rilievo appare migliorato, più dettagliato e puntuale di quello varato giovedì sera. In questo momento ancora non è stato presentato in sede di assemblea plenaria, come era stato invece promesso: evidentemente ci sono ancora problemi da sistemare, sperabilmente piccoli e risolvibili in riunioni dietro le quinte. Come detto, si tratta di un documento politico e diplomatico, che richiede ai firmatari di assumere impegni politici, e che non prevede (non si capirebbe chi e come dovrebbe farle rispettare) sanzioni. Spinge, insomma, in una direzione ben precisa di marcia, prevedendo incentivi e risorse perché l’obiettivo venga centrato. 

 

L’obiettivo di lungo termine è l’impegno alla stabilizzazione dell’incremento delle temperature medie globali sotto i 2 gradi, ma «sforzandosi di rimanere entro i +1,5 gradi alla fine del secolo». Ancor più importante è la definizione di un percorso chiaro di riduzione delle emissioni, attraverso una revisione degli impegni nazionali volontari di riduzione delle emissioni di gas serra ogni 5 anni, che potranno essere rafforzati (come ingiungono gli scienziati) a partire dal 2018. Sono inoltre previste misure per l’adattamento, con lo scopo di aumentare la capacità adattativa, aumentare la resilienza e ridurre la vulnerabilità ai cambiamenti climatici. Riguardo agli aspetti finanziari, è prevista la mobilitazione di un minimo di 100 miliardi di dollari all’anno che i Paesi Industrializzati dovranno mobilitare verso i paesi in via di sviluppo e l’implementazione del meccanismo di compensazione «loss and damage» per i Paesi più vulnerabili, con impegni non ancora sufficientemente stringenti, ma che costituiscono un buon inizio.  LS 12

 

 

 

 

Il declino delle élite. L’Europa senza più statisti

 

Stasera, in Francia, la classe politica di governo - Hollande o Sarkozy o entrambi, non importa - penserà di aver vinto le elezioni. E così di aver fatto il proprio dovere, di avere alla fine sconfitto la minaccia del «populismo», sia pure con l’aiuto di una legge elettorale dallo strepitoso premio di maggioranza, contro la quale, peraltro, non mi sembra che si sia levata in questa occasione neppure la più timida critica da parte dei sacerdoti nostrani del proporzionalismo. Partita chiusa, dunque: la vita ricomincia, la democrazia europea ha vinto.

Ma ha tutta l’aria di essere una vittoria che lascia il tempo che trova. La partita vera, infatti, si è appena aperta. È la partita, di cui in Francia è andata in scena solo una mano, che vede il nostro continente alle prese con una condizione storica nuova e sempre più difficile. Una stagnazione economica di lungo periodo sta erodendo implacabilmente l’intero tessuto sociale (a cominciare per esempio dal rapporto tra le generazioni), e insieme i margini di tutte le politiche sociali; la costruzione dell’Unione europea, d’altra parte, mostra sempre di più le sue contraddizioni e specialmente la sua incapacità di esistere su un qualunque terreno politico; per la prima volta negli ultimi quindici secoli, poi, una grande migrazione si rovescia da altri continenti sulle nostre contrade, creando problemi e tensioni interne di ogni tipo; ai confini d’Europa, per finire, esplodono conflitti di una vastità ma soprattutto di una qualità inedite quanto temibili.

Una grande potenza, la Russia, si fa intanto di nuovo minacciosamente sentire alle sue porte, e viceversa il Grande Protettore di sempre, gli Stati Uniti, appare solo desideroso di tenersi il più lontano possibile da tutto. Viviamo oggi in un’Europa che finisce di risvegliarsi dal sogno del lungo e felice dopoguerra, e improvvisamente si scopre se non vicina a un punto di rottura, certamente davanti a una drammatico cambiamento di scenari storici. Un cambiamento di fronte al quale le sue classi politiche appaiono, quale più quale meno, tutte quante immerse in una sconsolante mediocrità, incapaci di comprendere ciò che sta succedendo, di immaginare risposte adeguate, sorde ai nuovi orientamenti e alle nuove domande che nascono nell’opinione pubblica. Anche la cancelliera Merkel, che è quanto di più vicino esista all’immagine di uno statista europeo, non riesce in realtà a sottrarsi ad una visione sostanzialmente sempre germanocentrica. Ci si può meravigliare se i sistemi politici e istituzionali nei quali le classi politiche europee sono abituate da decenni a farla da padrone raccolgono tra i cittadini una fiducia e un consenso sempre minori?

Di tutto questo ci parla l’esempio della Francia, a dispetto della soddisfazione d’obbligo di cui farà mostra il vincitore di stasera: del declino delle élite politiche europee. Nel lontano 1945, subito dopo la fine della guerra mondiale, la democrazia continentale poté contare per la sua nascita e il suo primo radicamento su una generazione di capi e di quadri selezionati e ammaestrati dalla terribile lezione della vittoria dei totalitarismi, e dalle vicende della grande politica in anni di ferro e di fuoco; una generazione cresciuta in una quotidianità di vita spesso aspra, fatta di pochi beni e di molte letture, di passione per le idee, trascorsa tra la gente comune. Fu la generazione dei De Gasperi, dei Mendès France, degli Adenauer, degli Schuman, degli Ollenhauer, dei Nenni, nel bene e nel male anche dei Togliatti e dei Tito: politici abituati a organizzare il mondo intorno a una visione generale fondata su valori forti. Seguirono, negli anni 60-70 e fino alla fine del secolo, uomini che avevano ancora fatto a tempo a sentire l’eco, e spesso più che l’eco, della temperie mondiale tra le due guerre: anche se perlopiù usciti dalla dura selezione delle piazze e dei comizi, dell’attività di governo, dallo scontro nelle assemblee. I Fanfani, i Kohl, i González, i Berlinguer: cresciuti sulle orme dei predecessori ne conservarono in qualche modo le idealità, seppure con l’accresciuta scaltrezza, tinta di cinismo, di un partitismo ormai maturo. Anche per questa scaltrezza, ma specialmente per la pronta intelligenza delle cose alte come di quelle basse, per lo stile istituzionale sostenuto, per l’alto registro della sua eloquenza, François Mitterrand resta nel ricordo il massimo e ultimo statista di quella stagione della democrazia europea.

Poi c’è stato il dopo, il tempo che viviamo: senza più statisti, affollato solo da politici. Da politici in genere selezionati da nulla se non dal caso o dall’obbedienza, passati attraverso nessuna prova, trovatisi scodellata la pappa già bella e pronta: abituati più che a convincere una riunione di militanti o di elettori, ad ammaliare un pubblico televisivo. Ci guidano élite politiche, classi di governo, fisiologicamente prive di qualunque originalità coraggiosa, altamente omogeneizzate nella banale convenzionalità delle idee eguali dominanti a destra come a sinistra. Élite politiche, classi di governo, composte di uomini e donne nella cui formazione si sente l’assenza, comune ormai a tutta la nostra cultura, della storia - della lezione di alta drammaticità e della tensione etica che è propria della narrazione storica - a pro, invece, della consequenziarietà ingannatrice di troppi ragionamenti economici. Uomini e donne che sono figli di società come le nostre: ricche, indulgenti, permissive, psicologicamente e culturalmente lontane mille miglia dall’idea del tragico e della lotta. Dall’idea che la politica possa avere qualcosa a che fare con Dio e con la morte.

L’Europa, insomma, affronta il momento forse più gravido di scelte della sua storia recente con le élite politiche più mediocri della sua non lunga vicenda democratica. Stasera, quando l’uno o l’altro celebrerà sui nostri schermi la propria inutile vittoria, Hollande e Sarkozy ce lo rappresenteranno, c’è da giurarci, in modo inarrivabilmente patetico. CdS 13

 

 

 

 

 

All’Europa manca una vera politica estera. Le sarà imposta dalle pressioni internazionali

 

Dopo la crisi economica, ora il Vecchio continente è pressato dall'emergenza migratoria e dal terrorismo. Sfide che richiedono risposte condivise. Ma per questo sarebbe necessario cedere nuove quote di sovranità a Bruxelles. In questa direzione si registra qualche passo avanti, ma la resistenza degli Stati membri è ancora forte -Thomas Jansen

 

È una delle esperienze ricorrenti della storia dell’integrazione europea: i capi di Stato e di governo degli Stati membri, uniti in una leadership collettiva dell’Unione nel Consiglio europeo, sono regolarmente in ritardo con le loro decisioni rispetto a quanto sarebbe necessario nelle diverse circostanze, restando così sempre dipendenti dall’andamento delle crisi, che invece si sarebbero potute evitare con decisioni ragionevoli e tempestive. Quando poi i problemi diventano quasi ingestibili, l’affrontarli presenta grandi difficoltà per tutti coloro che ne sono coinvolti. Lo si è visto con la recente crisi economica e lo stiamo sperimentando in modo particolarmente drammatico in relazione alla crisi dei rifugiati, che ha gettato nel panico alcuni degli Stati membri direttamente interessati e ha portato l’Unione europea sull’orlo del crollo.

Anche nel campo della politica estera e di sicurezza, che a causa della crisi dei rifugiati e dei devastanti attacchi terroristici a Parigi il 13 novembre ha di nuovo acquisito una particolare attualità, si evidenzia una grave omissione della politica europea.

Pressioni migratorie e terrorismo hanno la loro origine soprattutto – ma non solo – in guerre oltre i confini dell’Europa. Dopo che, attraverso l’integrazione e l’unificazione interna, la guerra è stata messa al bando nel Vecchio continente, ora essa arriva da fuori, senza che l’Unione sia adeguatamente preparata.

La fine dell’Unione Sovietica aveva nutrito l’illusione che il pericolo della guerra fosse eliminato.

È stata una brutta sorpresa da cui l’Unione europea non si è ancora ripresa, che la Russia, sotto la guida di Putin e la sua politica aggressiva e nazionalista, abbia minacciato i suoi vicini e con le sue iniziative in Crimea e in Ucraina orientale abbia di nuovo messo in discussione la pace europea.

Anche il fatto che la guerra civile in Siria potesse avere ricadute sull’Unione europea non era stato previsto. Nelle capitali europee si è agito come se di conseguenze non ce ne dovessero essere, benché già i conflitti in Iraq, Afghanistan e Libia costituissero esperienze di riferimento.

In ogni caso: oggi ci è più chiaro che l’Europa nel suo insieme non può rimanere fuori dai conflitti che sono una minaccia diretta per la stabilità, i valori e gli interessi dell’Unione. Si tratta peraltro non di minacce accidentali e occasionali.

Le nuove minacce derivano anche dal nuovo ruolo dell’Unione europea nelle relazioni internazionali. L’importanza della politica estera e di sicurezza continuerà ad aumentare in futuro.

Da un lato l’Ue è resa vulnerabile ai suoi confini per il non ancora del tutto completato allargamento geografico. La protezione delle frontiere esterne è un prerequisito fondamentale per lo sviluppo, l’apertura e la libera circolazione all’interno. D’altro lato l’accrescimento della sua potenza, che all’Unione deriva dalla sua stessa politica d’integrazione e di unificazione, ne aumenta la responsabilità politica regionale e globale. Bisogna essere in grado di far fronte a questa responsabilità, sia in solidarietà con i Paesi confinanti provati, soprattutto in Africa, dalla fame, dall’oppressione e dalla guerra, sia per i propri interessi. Tuttavia, per poter fare ciò è necessario un accordo di fondo, costituzionalmente sancito tra gli Stati membri che devono trasferire un altro pezzo della propria sovranità e relative competenze all’Unione.

Accenni di una politica estera comunitaria e quindi di una politica di sicurezza e di difesa comune sono stati sviluppati a partire dal Trattato di Maastricht (1993). Passi avanti sono stati compiuti soprattutto con il Trattato di Lisbona (2009). Il coordinamento e la comunicazione tra gli Stati membri sono stati migliorati. Sono state decise riunioni periodiche di comitati, a cui in tempi di crisi possono essere trasferiti alcuni poteri decisionali. Il coordinamento tra il livello politico e quello militare è stato sistematizzato. È stato nominato un (o una, perché questa funzione viene attualmente svolta dall’italiana Federica Mogherini) Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza che presiede il Consiglio dei ministri degli Esteri.

Ma siamo ancora lontani da una politica istituzionale sovranazionale che abbia anche capacità militari con forze armate integrate.

Ciò che fino ad ora è stato concordato e praticato, e gli accordi istituzionali in materia di politica estera, di difesa e di sicurezza continuano a mancare di una prospettiva adeguata.

Come anche in altri settori della politica europea, la politica estera e di sicurezza comune si svilupperà solo in risposta agli imperativi dettati dalle sfide e delle crisi, e così, è da temere, resterà in ritardo rispetto a ciò che sarebbe necessario oggi per essere pronti domani. C’è da sperare e da attendersi che prima o poi, sotto la pressione degli eventi si supererà anche la resistenza alla cessione della sovranità e si aprirà la strada per un’autentica politica estera e di sicurezza europea. Sir 11

 

 

 

 

Il peso dell’Italia in Europa

 

Nella politica internazionale il nostro Paese ha caratteristiche

che non possono essere ignorate dal resto dell’Europa - di Sergio Romano

 

La Commissione europea ha le sue competenze e i suoi comprensibili tic nervosi. Deve evitare di essere considerata parziale e incline a chiudere un occhio, soprattutto quando un caso concerne i partner maggiori, e non ha dimenticato che cosa accadde quando Francia e Germania furono autorizzate a violare il patto di Stabilità. Non esercita la sorveglianza sulle piccole banche, riservata alle banche centrali nazionali, ma è certamente competente quando esiste il rischio che un salvataggio si trasformi in un aiuto di Stato. Non è tutto. L’Italia non sta rispettando gli impegni assunti sul livello del proprio deficit e il suo presidente del Consiglio ha annunciato le nuove spese per la sicurezza con dichiarazioni che a Bruxelles, probabilmente, non sono piaciute. Anche sul problema dell’immigrazione vi sono stati momenti in cui l’Italia è stata accusata di eludere le norme sulla registrazione dei profughi e le regole dell’accordo di Dublino. E generalmente, infine, è uno dei Paesi che più frequentemente è stato denunciato per essersi sottratto agli obblighi comunitari.

Qualcuno potrebbe osservare che vi sono altri fronti, come quello medio-orientale, in cui l’Italia è considerata oggi carente e poco affidabile. È possibile che alcuni Paesi lo pensino. Ma il suo peso in Europa e la sua disciplina comunitaria vengono misurati e pesati su due diverse bilance. Nella politica internazionale l’Italia ha caratteristiche che non possono essere ignorate. È al centro di un mare che è diventato la frontiera più calda e insicura dell’Europa. È il primo dei due valichi utilizzati da coloro che fuggono dalle grandi aree della crisi: Siria, Iraq e Afghanistan. Anche i critici di Mare Nostrum non possono negare che in quella occasione l’Italia, pressoché sola, ha dato una buona prova di solidarietà umana e di capacità organizzative. Non prende parte alle operazioni siriane, ma quale Paese della grande coalizione diretta da Washington può essere certo di avere imboccato la strada migliore? Non ha mai perso di vista il problema libico ed è probabilmente il Paese che lo conosce meglio ed è il più adatto ad avere un ruolo operativo quando vi saranno le condizioni per un intervento autorizzato dall’Onu. Ha conservato buoni rapporti con la Russia, un partner di cui tutti, prima o dopo, capiranno di avere bisogno. E ha una buona rete di relazioni mediterranee.

Anche la Commissione di Bruxelles, quando occorrerà prendere decisioni sui problemi che rientrano fra le sue competenze, dovrà tenerne conto. Dopo le dichiarazioni di principio sulla questione delle banche e del deficit comincerà la ricerca delle soluzioni. L’accoglienza riservata dalla Commissione alla proposta del ministro italiano della Economia (un arbitrato della Consob per valutare quali perdite subite dai risparmiatori delle 4 banche possano essere risarcite grazie a un fondo di solidarietà) sembrano suggerire che quel momento non è lontano.

CdS 12

 

 

 

 

Migranti, procedura di infrazione Ue contro l'Italia su mancata registrazione

 

Renzi: "L'Europa non sta facendo tutto quello che deve fare". Eurostat: in Italia +91% prime richieste asilo. Crescita nel terzo trimestre 2015 rispetto al secondo

In Italia il dato sulle richieste di asilo è salito del 91% sul trimestre precedente 

 

BRUXELLES - La Commissione europea ha confermato oggi di avere inviato all'Italia una lettera di messa in mora per la mancata applicazione del regolamento sulla registrazione dei migranti con la presa di impronte digitali (Eurodac). Si tratta del primo passaggio della procedura di infrazione.

 

Un'azione che provoca subito una reazione del premier Matteo Renzi.  "L'Europa non sta facendo tutto quello che deve fare per fronteggiare il flusso di migranti - ha detto il premier - . Noi stiamo realizzando gli hot spot, non è partito il processo di relocation, non è matura la consapevolezza che l'Italia non ha bisogno di aiuto dall'Europa, ma è se l'Europa vuole continuare ad essere se stessa. Non basta lavarsi la coscienza dando un di soldi a qualche paese, per non tradire i propri valori e i propri ideali, per essere una comunità di donne e uomini, non un insieme di codici fiscali", ha affermato Renzi, che ha criticato i leader europei, "quelli che strillano il giorno dopo la tragedia e poi si nascondono".

 

 "Già dal prossimo anno aumenteremo il contributo all'Unhcr, portando l'Italia nel '20 Million dollar club'", ha aggiunto Renzi. Proprio su questa questione è di oggi la notizia che sono aumentate le richieste di asilo nella Ue: nel terzo trimestre 2015 sono state 410mila, il doppio rispetto al trimestre precedente. Sono questi i dati Eurostat. I numeri più alti in Germania e in Ungheria (108mila ognuna; 26%), seguono Svezia (42.500; 10%), Italia (28.400; 7%) e Austria (27.600; 7%). In Italia il dato sale del 91% rispetto al trimestre precedente. Secondo i dati diffusi dall'agenzia, il numero di siriani e iracheni che cercano protezione internazionale è più che triplicato rispetto al trimestre precedente, raggiungendo rispettivamente 138mila casi e 44.500 casi. Il numero degli afghani è raddoppiato a oltre 56.500. Queste tre sono le provenienze più rappresentate tra le persone che hanno fatto la prima domanda di asilo. Sono oltre 800 mila le richieste d'asilo in corso d'esame nell'Unione europea. A fine settembre 2015 erano 808mila le richieste al vaglio. A fine settembre 2014 erano 435mila.

 

Sull'emergenza immigrazione domani si terrà a Roma un incontro informale fra Laura Ravetto (Fi), presidente del Comitato Schengen, con i suoi omologhi dei parlamenti europei. "E' un primo passo verso quell'evoluzione dell'accordo di Schengen da molti invocato dopo i recenti atti terroristici che hanno colpito Parigi - ha detto Ravetto  - . L'obiettivo è rendere compatibile l'area Schengen, vera e tangibile conquista dell'Europa unita, con le nuove e indispensabili esigenze di sicurezza che il presente, ma soprattutto il futuro, ci impongono. E' questa la vera sfida che attende l'Europa. Ma ogni intervento su Schengen deve passare dai parlamenti, non dai governi ". LR 10

 

 

 

Una sfida da vincere. Rilanciare l’Europa contro i nazionalismi

 

Il voto francese ci ha fatto capire che le persone arrabbiate, deluse, impoverite, non sono più disposte ad aspettare. L’Ue ha ancora molte carte da giocare, ma deve muoversi rapidamente, riaffermando con passione e coraggio solidarietà sociale, giustizia, democrazia e accoglienza - di Laura Boldrini, Presidente della Camera 

 

Caro direttore, sarebbe una grave manifestazione di miopia politica leggere il segnale delle elezioni francesi solo come la risultante delle stragi di Parigi. Di certo gli attentati del terrorismo islamista hanno diffuso la paura e accresciuto lo smarrimento, ma farne la ragione principale del successo del Front National impedisce di andare alla radice dei problemi e rischia di condannare le forze progressiste in tutta Europa a nuove, dure lezioni dalle urne. Il voto transalpino di domenica ha detto che le persone arrabbiate, deluse, impoverite, non sono più disposte ad aspettare. È stato un voto di protesta anche contro una politica economica europea che non ha saputo offrire una prospettiva di lavoro, di crescita, di sviluppo, di competitività.

Questo segnale è arrivato in modo netto anche al cuore dell’Europa. Ne ho avuto conferma diretta nella due giorni di incontri che ho svolto a Bruxelles proprio all’indomani del voto francese. Dai colloqui con il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, con il presidente e il vicepresidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker e Frans Timmermans, con l’Alto rappresentante per la politica estera, Federica Mogherini, con gli eurodeputati italiani e coi presidenti dei principali gruppi del Parlamento, è emersa la piena consapevolezza della grave difficoltà che sta attraversando l’Europa sotto la pressione delle spinte nazionaliste e populiste. A questo si aggiunge che troppo spesso è unicamente l’interesse nazionale a dettare l’azione dei governi in seno al Consiglio europeo.

Ma al tempo stesso, oltre alle preoccupazioni, ho condiviso con tutti gli interlocutori, una stessa determinazione: è ora di agire. Rispondendo con misure efficaci e concrete a chi vuole dissolvere la costruzione europea, a chi vende agli elettori la pozione magica secondo la quale si potrà tornare a star meglio se ciascuno si rintanerà nei propri confini, alzerà barriere fisiche, bloccherà, chiuderà, espellerà. Chi vuol far credere che gli Stati nazionali possano competere su scala globale con i giganti dell’economia e della politica, è un illusionista che non ha come obiettivo risolvere i problemi, ma vuole soltanto capitalizzarne il beneficio elettorale. Servono invece proposte percorribili che vadano incontro ai bisogni delle persone, a cominciare dalla crescita e dalla creazione di nuovi posti di lavoro. Misure che siano in grado di mostrare il valore aggiunto dell’Europa ed i vantaggi dello stare insieme. È in questa prospettiva che ai vertici istituzionali dell’Ue ho consegnato — anche a nome degli altri firmatari — la Dichiarazione «Più integrazione europea: la strada da percorrere», sottoscritta lo scorso 14 settembre a Montecitorio da me e dai presidenti del Bundestag tedesco, dell’Assemblea nazionale francese e della Camera dei deputati lussemburghese. Quattro assemblee parlamentari alle quali se ne stanno aggiungendo altre.

Alle voci dei Parlamenti si uniscono quelle di coloro che, in ambiti diversi, continuano a spendersi fattivamente, per il progetto europeo. Penso ad esempio al sottosegretario Sandro Gozi che in un articolo (Corriere, 11 ottobre) ha affermato: «Dobbiamo riformare l’Unione Europea. Ce ne serve un’altra, molto più efficace ed efficiente di questa. E ci serve in fretta».

Tutti vogliamo riaffermare, in una fase critica quale quella attuale, i valori e gli obiettivi dell’integrazione europea. Ma diciamo anche che, per perseguirli, non si può restare fermi, a subire i colpi dei nazionalismi. La sola unione economico- finanziaria — lo si è visto con fin troppa chiarezza — non basta. All’Europa serve una maggiore integrazione politica, con l’obiettivo ultimo della creazione di una federazione di Stati, come prospettato nella Dichiarazione. Un soggetto che agisca unitariamente su più livelli, dall’asilo ai temi della sicurezza, dall’ambiente al digitale, dalla giustizia all’armonizzazione fiscale. Un’Europa che finalmente impari a calcolare l’impatto sociale delle proprie scelte. Un’Europa nella quale contino di più i cittadini, che ne sono gli «azionisti di riferimento », e i Parlamenti — europeo e nazionali — che dei cittadini sono la rappresentanza più diretta e legittima: un’Europa 2.0. Per questa ragione ho proposto ai vertici dell’Ue di avviare una consultazione pubblica sulla Dichiarazione i cui risultati potranno essere portati a maggio prossimo alla Conferenza dei presidenti dei Parlamenti dell’Unione Europea.

Anche con queste occasioni di partecipazione si può fare in modo che il processo di integrazione europea avvenga con il protagonismo di tante persone. La crisi è profonda, ma chi crede nell’Europa ha ancora carte da giocare, se saprà farlo subito, con coraggio e con passione per i valori di solidarietà sociale, di giustizia, di democrazia, di accoglienza che hanno fatto grande l’Europa. CdS 10

 

 

 

 

Germania, Merkel: "Su tetto dei migranti mi gioco la credibilità"

 

La cancelliera resiste alle pressioni del suo stesso partito e dell'opinione pubblica sulla questione delle quote per i profughi. Da lunedì lo scontro nel congresso della Cdu

 

BERLINO - Angela Merkel resiste. Alle presioni del partito, alle critiche dell'opinione pubblica. Sulla questione dei migranti non cambia rotta. E continua ad opporsi a un tetto limite per i profughi. Ne fa una questione di credibilità personale. Lo ha spiegato lei stessa in questi termini in un'intervista al "Badische Neueste Nachrichten" e all' "Augsburger Allgemeine" in uscita oggi. "Per dirlo in modo chiaro, per me si tratta di una questione di credibilità e di onestà", ha spiegato, in vista del congresso di inizio settimana della Cdu che vedrà forti contrasti sul tema.

 

"I tetti limite sono unilaterali, statici e complicano tutto quello che vorremmo ottenere", ha affermato la cancelliera, che è stata appena incoronata da Time personaggio dell'anno.

 

''E' la voce più influente della politica europea, ha un ruolo di primo piano nel plasmare le risposte alle domande più importanti del mondo ed è stata appena nominata persona dell'anno 2015 dal Time''. E' quanto si legge sul sito del magazine statunitense che ha scelto la cancelliera tedesca come 'person of the year' intitolando la copertina ''Cancelliera del mondo libero''. Nel 2013 la persona scelta fu Papa Francesco, nel 2014 i medici impegnati nel combattere l'epidemia di ebola. Ma le donne sono state in totale solo quattro. La prima fu Wallis Warfield Simpson, nel 1927. Duchessa di Windsor, fu la moglie di Edoardo VIII del Regno Unito. La seconda la regina Elisabetta II, nel 1952. Quando suo padre morì diventò regina all'età di 25 anni. La terza è stata Corazon Aquino, nel 1986, prima presidentessa donna delle Filippine. Altre donne sono comparse in copertina ma non da sole: è il caso di Song Meiling, nel 1937: moglie del  Presidente della Repubblica cinese Chiang Kai-shek. O delle donne statunitensi celebrate dalla cover nel 1975. Infine, nel 2002, il settimanale ha scelto le Whistleblowers (letteralmente le informatrici). Sono Sherron Watkins, Coleen Rowley e Cynthia Cooper che insieme hanno sollevato alcuni scandali nel mondo politico ed economico americano, rispettivamente su Enron, Fbi e WorldCom.

 

"Se io come cancelliera oggi definisco questo limite, e domani non viene rispettato, perchè appunto ne arrivano di più, non ho mantenuto le mie promesse. E i problemi aumentano invece di diminuire", ha concluso. Nel congresso del partito che si terrà lunedì e martedì a Karlsruhe, i conservatori più critici della linea dell'accoglienza potranno invocare ancora una volta la necessità di limitare gli ingressi dei migranti - la Germania ne ha accolti un milione nel 2015 - mettendo in difficoltà la cancelliera sul concetto di tetto. E il ministro delle finanze, Wolfang Schaeuble, potrebbe essere il suo più temibile avversario. LR 12

 

 

 

 

La Germania allo specchio

 

Il destino di una pubblicazione mensile come la nostra è sempre lo stesso: tornare su temi che hanno già fatto il giro della Repubblica, riempendo le pagine d’interi giornali. Bene. Parleremo dunque di cose già note ma col vantaggio di mettere gli accenti su aspetti che nella fretta della notizia “quotidiana” sfuggono sia a chi scrive sia a chi legge.

Andando a rivedere tutti gli articoli apparsi sullo “scandalo dei Mondiali Germania 2006”, abbiamo, infatti, notato due cose: l’enorme potere del settimanale “Der Spiegel” e il sentimento d’ingenua costernazione che colpisce il lettore tedesco quando vede vacillare l’integrità “morale” dei propri idoli.

Parliamo dello Spiegel, il settimanale che ha fatto tremare i polsi a politici di statura impressionante come la buonanima di Franz Josef Strauss e Helmut Kohl.

Quell’organo di stampa cioè, che non ha mai mostrato riverenze di alcun tipo nei confronti del potere costituito e, anzi, è diventato strumento di fascino sugli stessi gestori del potere, i quali, pur di essere intervistati dal settimanale amburghese, farebbero carte false. E così lo Spiegel non ha avuto problemi a toccare un mito tedesco popolare come l’orologio a cucù, l’Oktoberfest e la Mercedes: Franz Beckenbauer.

Nell’edizione del 17 ottobre ha raccontato che l’assegnazione alla Germania dello svolgimento dei Mondiali di calcio 2006 sarebbe stata “incoraggiata” con il pagamento di fondi neri all’una e all’altra Federazione calcistica.

Parliamoci chiaro.

Nessuno ha mai asserito che il denaro sia finito nelle tasche di qualche funzionario tedesco, Beckenbauer compreso. Ma il concetto di bustarella con la mentalità tedesca si scontra in maniera brutale. Ed è questo che nota un mensile come il nostro: le sensazioni, gli umori, le reazioni. È quasi commovente notare con quale abbattimento e ingenua costernazione i lettori tedeschi abbiano appreso che attorno all’assegnazione di un mondiale di calcio ci possano essere spintarelle a fior di quattrini.

Ma insomma, in Germania non si è ancora capito che il calcio è quattrini? Altro che sport.

Denaro, soldi, Business, affari. Attorno ai diritti televisivi per le trasmissioni delle partite di calcio ai mondiali ruotano miliardi di Euro. L’assegnazione dei Mondiali a un Paese significa mobilitazione dell’economia nazionale, creazione d’infrastrutture, appalti pubblici da sogno. E che significa una manciata di milioni per accaparrarsi il colpo grosso? Tutto è relativo. Anche l’impegno “poco trasparente” del “Kaiser” Franz Beckenbauer e dei funzionari della federazione nazionale calcistica tedesca DFB. Gli stessi giornalisti tedeschi, la stampa tedesca in generale, Spiegel compreso, hanno guadagnato non poco con i Mondiali 2006, il che non toglie loro il diritto di raccontare la verità. Una verità che lascia l’opinione pubblica costernata. Ed è questa la notizia: l’ingenua costernazione germanica.

E l’ultima storia sulla Volkswagen?

Ma cosa credete che la notizia sui dati falsi dichiarati dalla Volkswagen sugli scappamenti delle proprie autovetture abbia colpito l’opinione pubblica tedesca per il danno arrecato all’ambiente? Il danno all’ambiente? Ma chi è quel pazzo che veramente crede che andare a 200 km allora con un diesel in autostrada faccia bene all’aria che respiriamo? L’indignazione tedesca è tutt’altra. È il tradimento che la fabbrica Volkswagen ha fatto al marchio Made in Germany. Volkswagen significa sicurezza, affidabilità, robusta modestia, fiducia nel prodotto. Tutta roba tedesca. Guadagnata con duro lavoro nei secoli dei secoli. La mega fabbrica di automobili ha giocato falso per affermarsi sul mercato. Ma mica ha manipolato i freni o ha installato dispositivi di sicurezza malfunzionanti. Ma perché qualcuno crede che la propria autovettura consumi veramente quanto c’è scritto nel libretto di manutenzione?

Ok! Queste cose non si fanno.

Credere però che la Volkswagen abbia messo su strada macchine sporche mentre le altre sono pulite è un’altra ingenua cantonata. Tutto quello che brucia combustibile, sporca e fa puzza. Tutto. Puzza dichiarata o puzza non dichiarata, le automobili ci stanno avvelenando. Solo che la Volkswagen ha anche avvelenato l’umore dei propri connazionali.

Scandalo mondiali di calcio, scandalo Volkswagen e non possiamo dimenticare i mitragliatori che sparano male. Cade l’ultimo mito?

È dai tempi di Federico il Grande di Prussia che gli eserciti tedeschi sono i meglio armati del mondo. Ora arriva lo Spiegel, sempre il maledetto Spiegel, e racconta ai tedeschi che i loro soldati sparano con i fucili mitragliatori G36 che quando fa caldo non colpiscono nemmeno un albero a tre metri. Quello che è troppo è troppo. Calcio, automobile e armi militari è come dire in Germania albero di Natale e uovo di Pasqua, insomma quelle cose non indispensabili ma che rendono la vita più piacevole. Le cose cioè che non si dovrebbero toccare. Ora, e la regola vale per l’Italia un tantino di più degli altri Paesi, chi non ha peccato scagli la prima pietra. Quello che suscita un sorriso colmo di educazione (il termine “Schadenfreude” la gioia del danno altrui, è una parola tedesca non traducibile in italiano) è proprio l’avvilimento che prova l’uomo qualunque in Germania di fronte a quelle cose fondamentalmente normali che accadono in tutti i paesi democratici. A scoprirle ci pensa il settimanale “Der Spiegel” che poi significa “ lo Specchio”. E succede proprio come quando ci si mette davanti allo specchio. L’immagine riflessa non sempre ci soddisfa. Un poco di pancia qua, un poco di rughe la.

L’importante è saperci sorridere sopra. Ecco, quel pizzico di autoironia che spesso ti salva la vita. Autoironia somministrata in giuste dosi. In Italia, per esempio, talmente abituati a non prendere sul serio neppure le peggiori cose e le più gravi malefatte, siamo forse un po’ troppo abituati a ridere di tutto e su tutto, anche quando invece sarebbero veramente appropriati l’indignazione e l’avvilimento, con cui i nostri amici tedeschi ogni tanto esagerano.

Ma se esagerazione deve esserci, ebbene c’è da preferire la troppa indignazione al troppo disinteresse. Aldo Magnavacca, CdI dic

 

 

 

 

 

La Presidente dell’Intergruppo parlamentare italo-tedesco con la Merkel a Berlino per i 60 anni degli accordi bilaterali Italia/Germania

 

“Da Gastarbeiter (lavoratori ospiti, destinati ad andarsene) si sono trasformati in amici e stimati concittadini. Questo non era previsto negli Accordi bilaterali sottoscritti 60 anni fa tra la Germania e diversi paesi - prima l'Italia, la Grecia e la Spagna, poi la Turchia, il Marocco, il Portogallo, la Tunisia e infine la ex Jugoslavia. Eppure la realtà è questa e noi oggi possiamo andarne tutti fieri, in Germania e nei rispettivi paesi di provenienza". Lo ha detto Laura Garavini intervenendo alla celebrazione del sessantesimo anniversario degli accordi bilaterali tedeschi, tenutasi al Bundeskanzleramt (la sede del Governo tedesco) di Berlino alla presenza della cancelliera Angel Merkel e della Ministro per l’integrazione Aydan Özo?uz, promotrice dell’iniziativa.

 

"E` lodevole che il Governo tedesco esprima riconoscenza ai milioni di lavoratori stranieri venuti in Germania dal dopoguerra ad oggi per trovare un futuro migliore. Molti di loro sono tornati in patria dopo anni di duro lavoro, molti altri sono rimasti e insieme ai loro figli danno un quotidiano contributo alla vita civile, sociale e culturale della Germania. La firma, proprio sessanta anni fa, degli accordi bilaterali sulla forza lavoro fu un evento storico, per la Germania e anche per i paesi di provenienza. I milioni di concittadini emigrati trovarono nella Germania un Paese che aveva da offrire maggiori prospettive di lavoro. Poterono garantirsi un certo benessere, che era prima loro precluso a causa delle povertà delle zone di provenienza. E di questo migliore tenore di vita spesso rendevano partecipi anche i parenti rimasti nelle terre di origine, attraverso l'invio di rimesse.

 

“La Germania”, prosegue la Presidente dell’Intergruppo parlamentare di amicizia italo-tedesco, “ebbe vantaggi non indifferenti dall’impiego degli operosi lavoratori: vantaggi non solo economici ma anche culturali. Anche grazie alla vita comune, spesso non facile, fra tedeschi e lavoratori stranieri, la Germania è diventata il Paese multiculturale che conosciamo oggi. Un modello che, anche a raffronto di altre realtà europee, mostra di essere riuscito, nonostante tutte le difficoltà."  De.it.press 10

 

 

 

 

 

Maurizio Canfora, nuovo Console generale a Francoforte

 

Il dott. Maurizio Canfora, da circa tre mesi, ha assunto l’incarico di Console Generale a Francoforte. Il suo impatto con la comunità italiana, nella circoscrizione di competenza, è stato molto positivo perché trattasi di una collettività italiana molto vasta sia su Francoforte sia nei Länder di competenza.

In Assia, la piazza finanziaria e le istituzioni europee ed internazionali hanno richiamato una comunità italiana con alti livelli di professionalità e di benessere sociale; nel Saarland e nella Renania-palatinato, invece, si è radicata una vasta comunità di lavoratori emigrati negli anni ‘50/’70, che hanno lavorato nelle fabbriche tedesche e che hanno dato il via a varie generazioni di italo-tedeschi, i quali richiedono fortemente di mantenere vivo il legame con il territorio italiano di provenienza.

Migliorare i servizi consolari

Nell’intervista video concessa al Corriere d’Italia, il Console dice, che si è prefisso il compito di cercare di migliorare l’offerta e la qualità dei servizi consolari che vengono offerti ai cittadini, che accedono al sito:

www.consfrancoforte.esteri.it/Consolato_Francoforte.

Semplificare le procedure e renderle il più possibile automatiche aiuterebbe sia i cittadini che l’istituzione e, questa necessità utile ad entrambi, è fattibile con piccoli accorgimenti di natura pratica.

Ad esempio, a partire dal primo ottobre, è possibile pagare con semplice bonifico bancario le percezioni consolari, cioè il denaro che il governo incamera per l’emissione di alcuni documenti o atti; in questo modo, invece di doversi presentare personalmente presso gli uffici consolari a Francoforte con contanti, è possibile pagare comodamente da casa evitando un viaggio in città e la conseguente perdita di tempo prezioso. Si tratta di un piccolo esempio, ma grazie ai suggerimenti del pubblico e dell’utenza sarà possibile migliorare tanti altri servizi.

I nuovi arrivi

A fronte della crisi economica degli ultimi anni, anche l’Italia è ritornata ad essere un paese di migranti. Molte famiglie partono senza avere un minimo di formazione o soldi in tasca e, molto spesso, il primo posto che viene preso d’assalto, quando si arriva in un paese straniero, è il consolato. Per chiarire alle persone che arrivano e chiedono aiuti, quale tipo di assistenza offre il consolato, è possibile accedere al sito del consolato e dell’ambasciata, dove ci sono delle indicazioni precise su cosa c’è da aspettarsi arrivati in Germania e su quello che serve per trasferirsi, in modo da essere preparati. Il consolato può, naturalmente, fornire un primo orientamento, ma non è compito del consolato trovare un lavoro né tantomeno una sistemazione o sussidi per aiutare le persone senza alcune possibilità economiche.

Il consolato orienta, chi arriva con un progetto solido in mente, verso enti che forniscono una formazione linguistica perché, molte volte, le persone che hanno una conoscenza approssimativa della lingua tedesca o non la conoscono affatto hanno problemi nell’integrarsi e nell’affrontare le istituzioni sul territorio.

Il Console ed il consolato possono, anzi potranno sicuramente migliorare questo tipo di assistenza in modo da poter dare un servizio più utile o delle indicazioni più approfondite, ma senza una prospettiva di lavoro già avviata e, senza la conoscenza del tedesco, l’integrazione in Germania può essere molto difficile. Il consiglio del console è, quindi, di trovare contatti affidabili prima, dall’Italia, ed avere una buona infarinatura della lingua: “Non si viene all’avventura ed impreparati, perché così com’è difficile trovare lavoro in Italia senza preparazione, lo è anche in Germania”.

Il Console ha, infine, sottolineato come la partecipazione degli italiani alla vita politica e sociale nel paese di residenza sia, rispetto alle altre etnie straniere, statistiche alla mano, molto ridotta. È importante invece integrarsi in Germania, partecipando al voto delle realtà locali come le elezioni dei rappresentanti delle istituzioni comunali (KAV), aspetto essenziale per far sentire la propria voce e le proprie esigenze. Mary Condotta/ M. Bruno, CdI nov

 

 

 

 

Nuovo Console onorario a Saarbrücken. Festeggiamenti, delusioni e critiche

 

L’8 dicembre è stato introdotto a Saarbrücken il nuovo console onorario dopo la chiusura dello Sportello consolare nel mese di luglio 2014.

La particolarità di questa nomina, che ha suscitato non poche critiche, consiste nel fatto che questo console onorario occupa ora gli Uffici gratuiti che la Governatrice del SaarlandKramp-Karrenbauer, aveva personalmente  offerto al Governo italiano solo ed esclusivamente   per il mantenimento in essere dello Sportello consolare nella sua capitale.  

Il presidente del Comites di Saarbrücken non nasconde la sua delusione “Il Console Generale Cottafavi mi aveva assicurato che lo Sportello consolare sarebbe rimasto aperto nei locali della Staatskanzlei di SaarbrückenPoi sono cominciati i tentennamenti, con la scusante dell’assenza di un Console onorario, che non avrebbe permesso la presenza di uno Sportello consolare”

Il Sindacato Confsal /Unsa dal suo canto -che vede i consoli onorari e il trasferimento dei servizi consolari ai patronati come fumo negli occhi nel timore di assottigliamento dei posti di lavoro ministeriali nella rete consolare- ritiene la nomina del console onorario a Saarbrücken “Irrazionale, sconcertante, inadeguata e la peggiore delle opzioni”.

Il Sindacato ritiene una provocazione “quando la soppressione di uno sportello consolare è addirittura festeggiata come una conquista per la collettività italiana” e fa l’elenco del sofferto travaglio che ha preceduto la decisione di chiudere l’Unità amministrativa del MAE nella capitale della Saar:

“- A nulla sono valsi gli appelli delle massime autorità politiche tedesche, tra cui Peter Altmaier, Capo della Cancelleria Federale, braccio destro della Cancelliera Merkel, che si rivolgeva nell’estate 2014 alla nostra Ambasciata, chiedendo il mantenimento in essere dell’efficiente Sportello consolare a Saarbrücken.

-A nulla sono valsi gli appelli dei Senatori Aldo di Biagio e Claudio Micheloni quando ponevano l’accento sulla compatibilità dello Sportello consolare a Saarbrücken con il dettato della “Spending Review”: risparmio a invarianza dei servizi!

-A nulla sono valse le proteste dei connazionali del Saarland, Comites membri CGIE in testa, scesi in piazza varie volte e giunti fino all’occupazione dello sportello consolare insieme con il Senatore Claudio Micheloni, per impedirne la chiusura.

–A nulla sono valse le richieste del Comitato per le Questioni degli Italiani all’Estero del Senato che continua a chiedere quanto a Saarbrücken era già realtà: piccole unità amministrative periferiche a compensazione della chiusura dei consolati”. 

Ricordiamo ai lettori che anche l’Intercomites Germania si era espresso contro la chiusura degli sportelli consolari a Norimberga e a Saarbrücken con la “Linea Lo Bello”, dal nome dell’ex Presidente Intercomites Germania, con la quale era accettata la chiusura dei consolati in Germania solo ed esclusivamente se compensata con l’apertura di uffici periferici vicini alle collettività.

La questione Saarbrücken coinvolge anche il Comites di Francoforte al momento in cui oltre 10.000 connazionali residenti nelle zone del Palatinato vicine al Saarland come Treviri, Pirmasens, Zweibrücken, Kaiserslautern, si avvalevano dei servizi consolari resi dallo Sportello a Saarbrücken. Resta quindi da chiedersi se ora anche questi connazionali (rappresentati dal Comites/Francoforte) potranno recarsi dal Console onorario nella vicina Saarbrücken.

E, a proposito dei servizi, vediamo ora le funzioni già assegnate al Console onorario nella capitale del Saarland  e ben elencate nella Gazzetta Ufficiale del 28 settembre 2015:

 

a) autentiche di  firme su atti  amministrativi; b) consegna  di certificazioni,  rilasciate   dal   Consolato Generale d'Italia in Francoforte; c) autentiche di firme apposte in calce  a  scritture  private, redazione di atti  di  notorietà  e  rilascio di  procure  speciali; d) ricezione e trasmissione al Consolato Generale  d'Italia  in Francoforte della documentazione relativa alle richieste di  rilascio delle carte d’identità e diretta consegna ai titolari delle carte d’identità,  emesse dal  Consolato  Generale  d'Italia  in  Francoforte  e  restituzione materiale al  Consolato  Generale  d'Italia   in   Francoforte   dei cartellini da questi ultimi sottoscritti; e)  assistenza  ai  connazionali  bisognosi  od  in  temporanea difficoltà ai fini della concessione di  sussidi  o  prestiti  con  promessa  di  restituzione all'erario da parte del Consolato Generale d'Italia in Francoforte.

Qui finisce l’elenco delle funzioni da cui manca in maniera evidente il rilascio dei passaporti e da cui si evince che la prevalenza è posta sul passaggio delle carte.  Evidentemente il Presidente del Comites di Saarbrücken era a conoscenza delle funzioni attribuite al momento in cui dichiarava “Il sottoscritto resta fermamente del parere che a latere del Console onorario debba esserci uno Sportello Consolare per garantire ai connazionali tutti i servizi di cui hanno il sacrosanto diritto”.

Non ci resta che chiudere (per il momento) con una domanda semplice: Ci voleva tanto a lasciare aperto lo sportello consolare a Saarbrücken, una volta che era ospitato gratuitamente nei locali della Governatrice del Saarland, con buona pace per tutti?

Osserviamo con attenzione gli sviluppi e nel frattempo vediamo come il Comites  di Norimberga ha aperto al pubblico per il disbrigo delle pratiche consolari. Evidentemente anche quel Console onorario mostra di non farcela da solo.  CdI dic

 

 

 

 

I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia

 

Per i lettori accaniti, per chi ama risolvere misteri e per chi ancora non ha comprato tutti i regali di Natale arriva il nostro quiz d'autore. Scopri di quale libro stiamo parlando e vinci un pacchetto di libri italiani usciti quest'anno:

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/speciale/quiz-weihnachten-buecher-100.html

Scrivici una mail entro giovedì 17 dicembre e scopri se sei tra i fortunati vincitori ascoltando Radio Colonia venerdì 18 dicembre, come sempre dalle 19 alle 20.

 

Il ritorno di Bennato (10.12.15)

A Radio Colonia uno dei padri della canzone d'autore italiana. Edoardo Bennato ci parla del suo nuovo album "Pronti a salpare". In vista dell'unica data tedesca.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/quelli_sul_palco/edoardo-bennato-pronti-a-salpare-italienische-musik-100.html

 

L'istruzione è un diritto (10.12.15) - Come stanno reagendo le scuole del Nordreno-Vestfalia all'arrivo di decine di migliaia di bambini richiedenti asilo? L'esperienza di alcuni insegnanti italiani e le misure del governo.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/fluechtlingskinder-schule-nrw-100.html

 

Zschäpe parla senza dire nulla (09.12.15)

Beate Zschäpe rompe il silenzio e dà di sé un'immagine di persona estranea ai fatti. Una strategia difensiva per ottenere una riduzione di pena.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/tschaepe-nsu-100.html

 

Tecnologia migrante (09.12.15) - I migranti usano i social per tenere i contatti con familiari e amici, e per condividere informazioni sulle rotte migratorie, ed app per cercare luoghi dove trovare aiuto e assistenza.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/in_rete/fluechtling-app-100.html

 

"Migrants", fra musica e memoria (09.12.15)

"Migrants" è uno spettacolo aperto del musicista jazz Nicola Sergio sulla vecchia e nuova migrazione. Un modo per elaborare con l'arte il momento storico che stiamo vivendo. Fra emigrazione e immigrazione.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/quelli_sul_palco/migrants-100.html

 

Divieto per l'NPD? (08.12.15) - La Germania torna a discutere la messa al bando del partito di estrema destra NPD. Ma quali contraccolpi avrebbe un'eventuale decisione in questo senso? L'opinione degli esperti.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/npd-verbot-108.html

 

Buon viaggio!

La Germania cerca sempre più infermieri, anche all'estero. Stefano e Maria sono partiti quest'estate per Colonia con un contratto in tasca e senza conoscere una parola di tedesco. Cristina Giordano li accompagna in questa nuova vita con un reportage multimediale, in italiano e in tedesco, e alcune puntate sonore. Nella terza puntata, le difficoltà linguistiche al lavoro.

http://reportage.wdr.de/buon-viaggio-italienische-migration-2-0#14167

 

L'anno della misericordia (08.12.15)

È iniziato a Roma, con l'apertura della porta santa in San Pietro da parte di Papa Francesco, il giubileo 2016/2017. Ma qual è il significato dell'anno santo? Pietro Scanzano dà uno sguardo critico alla sua storia, parecchio controversa.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/jubeljahr-rom-100.html

 

L'Intercomites a colloquio (08.12.15) - Fra i temi affrontati: servizi consolari, sostegno e aiuto nell'ambito scolastico, iniziative rivolte alla nuova migrazione, maggiore partecipazione degli italiani alla politica locale.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/intercomites-100.html

 

La Venere di Botticelli (08.12.15) - Sandro Botticelli è uno dei maestri del Rinascimento italiano. Al pittore della bellezza assoluta, al di là del tempo e dello spazio, è dedicata una mostra alla Gemäldegalerie di Berlino.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/terramia/botticelli-100.html

 

La vittoria del clan (07.12.15) - L'avanzata in Francia del Front National, guidato da Marine Le Pen, non sorprende ma è inaspettata nella sua entità.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/pen-dynastie-100.html

 

Divisi alla meta (04.12.15)

Dopo Francia e Gran Bretagna anche la Germania dà il via libera all'intervento militare in Siria contro l'Isis. Ma restano dubbi sulla strategia da seguire.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/uneinige-europa-interveniert-syrien-100.html

 

Eventi, incontri, spettacoli - In onda ogni lunedì e venerdì fra le 19 e le 20

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalenderfreitag100.html

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalendermontag100.html  RC/De.it.press

 

 

 

 

 

Eletta la Consulta degli stranieri di Francoforte: gli italiani conquistano due seggi

 

Franconforte. Il 29 novembre scorso ci sono state le elezioni per il rinnovo della Consulta per gli stranieri, (KAV) di Francoforte sul Meno. La lista WIF, Wir in Frankfurt, presentata dagli italiani, ha ricevuto esattamente il 5% dei consensi, ottenendo due seggi. Sono stati eletti Luigi Brillante e Giovanna Testadoro, che ringraziano calorosamente tutti coloro che hanno contribuito ad ottenere questo risultato.

Il sabato, 23 gennaio, nel centro di incontro “Pro seniore” nella Aßlarerstr. 3, (raggiungibile con la U 1,3,8, fermata Zeilsheim,) I due eletti vogliono ringraziare personalmente un grosso tutti coloro che li hanno appoggiato in questa campagna elettorale. Sarà offerto un rinfresco, ci sarà la possibilità per discutere dei risultati elettorali e ci sarà musica dal vivo per trascorrere insieme una piacevole serata

È proprio grazie all’impegno nella Consulta degli stranieri – notano I candidati della lista WIF

- che siamo riusciti a realizzare questo centro di incontro finanziato dalla città. Potremmo ottenere molto di più se partecipiamo attivamente alla vita politica di questa città. De.it.press

 

 

 

Marburg. "Di fronte agli attacchi terroristici vivere ancora più intensamente la nostra libertà culturale"

 

"Gli attacchi di Parigi da parte dei terroristi dello Stato Islamico sono anche un attacco alla nostra libertà culturale. Non è un caso che abbiano scelto una sala da concerto e vi abbiano fatto un massacro, cercando di distruggere quella stessa musica che viene vietata in tanti territori del fondamentalismo islamico". Lo ha detto Laura Garavini, aprendo il suo intervento al Congresso sulla cultura promosso a Marburg dal Forum per l'arte e la cultura della SPD, a cui ha partecipato il neo eletto responsabile nazionale della SPD sulle questioni culturali, Thorsten Schäfer-Gümbel.

 

"La nostra risposta a questi crimini", ha proseguito la deputata, "non può che essere: vivere la nostra cultura ancora più intensamente. Non possiamo nasconderci o rinchiuderci in casa, bensì dobbiamo diffondere la nostra cultura ancora di più. Anzi dobbiamo renderla più fruibile a tutte le persone che vivono nel nostro continente. La cultura non deve essere accessibile solamente a determinati strati sociali. Al contrario. Proprio e soprattutto perchè la cultura ha anche la straordinaria capacità di superare le frontiere, le diverse nazionalità e le barriere linguistiche, è necessario, ora più che mai, che diffondiamo la cultura anche tra le centinaia di migliaia di migranti che raggiungono i nostri paesi. Cultura e arte possono diventare un ponte prezioso tra identità e storie diverse".

Dip 11

 

 

 

 

Il 15 dicembre “Caffè letterario” all’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo:

 

Dedicato a un ciclo di romanzi di Elena Ferrante l’ultimo incontro del 2015.

Appuntamento al 9 febbraio 2016 con la presentazione del romanzo di Piersandro Pallavicini “Romanzo per Signora”

 

Amburgo. Presso l’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo (Hansastr. 6, 20149) il 15 dicembre alle ore 19 si terrà l'ultimo incontro del “Caffè letterario” per l'anno 2015.  Il tema verterà sul ciclo di romanzi di Elena Ferrante che narra le vite di due amiche, Lila e Lenù: “L’amica geniale”, “Storia del secondo cognome”, “Storia di chi fugge e di chi resta”, “Storia della bambina perduta”.

La storia tratta del legame fra due donne, Lila e Lenù, durante tutto l’arco della loro vita. Gli eventi vengono raccontati da Lenù, l'io narrante, che ci accompagna attraverso le diverse fasi della loro vita: l' infanzia trascorsa in un rione napoletano degli anni Cinquanta, l’adolescenza e la giovinezza, vissute fra le turbolenze degli anni di piombo, l’età adulta, in cui le due amiche prendono strade molto diverse, e infine la vecchiaia in cui Lila e Lenù devono confrontarsi con le conseguenze delle loro azioni e, soprattutto, l’una con l’altra.

Il “Caffè letterario” augura a tutti buone feste e appuntamento al  9 febbraio 2016 ,alle ore 19, con la presentazione del romanzo di Piersandro Pallavicini dal titolo “Romanzo per Signora”. Ingresso gratuito. E’ possibile prenotare (telefonare allo 040 /39999130 o scrivendo una mail a events@iic-hamburg.de ). dip

 

 

 

 

A Colonia finisce la retrospettiva su Pasolini

 

Colonia. Il 15dicembre finisce la Retrospettiva dell’IIC su Pier Paolo Pasolini con due altri film restaurati: martedì 15 dicembre 2015, ore 19.00, all’Istituto Italiano di Cultura.

La sequenza del fiore di carta

Regia: Pier Paolo Pasolini, I 1968, 12', versione orig. con sottotit. ingl., con: Ninetto Davoli, Rochelle Barbini, Aldo Puglisi

Nell'episodio La sequenza del fiore di carta diretto da Pier Paolo Pasolini, Riccetto (Ninetto Davoli) percorre le strade di Roma senza rendersi conto del male e della sofferenza intorno a sé. Dio gli parla, ma non ne ascolta la voce.

La rabbia di Pasolini

Regia: Pier Paolo Pasolini, I 1963, 53', versione orig. con sottotit. ingl., con: Giorgio Bassani, Renato Guttuso. Pasolini parla ne La Rabbia della rivoluzione ungherese e di quella cubana, elogia il progressismo, la decolonizzazione e la lotta di classe. Lamenta la morte della bellezza, la scomparsa del mondo contadino e rivolge aspre critiche all’industrializzazione, al conservatorismo, all'anticomunismo e alla borghesia.

In collaborazione con Cinecittà Holding e il Ministeri degli Affari Esteri.

Ingresso gratuito.

Informazioni presso l‘Istituto Italiano di Cultura Colonia (Universitätsstr. 81 50931 Köln, Tel. 0221-9405610, Fax 9405616) dip

 

 

 

 

Il 21 dicembre un incontro sull'emigrazione italiana a Monaco di Baviera dal 1955 ad oggi

 

Nel corso della giornata di approfondimento organizzata all'Archivio cittadino si parlerà di rapporti italo-tedeschi, emigrazione italiana e storie di associazioni e organizzazioni italiane in loco

 

Monaco di Baviera. Si terrà il 21 dicembre alle ore 10 presso l'Archivio di Monaco di Baviera (Winzererstraße 68) un incontro sull'emigrazione italiana in loco dal 1955 ad oggi.

Previsti i saluti di Michael Stephan, dell'Archivio cittadino, di un rappresentante del Consolato italiano in loco e di Grazia Prontera dell'Università di Salzburg.

Una prima sessione sarà dedicata alle relazioni italo-tedesche e moderata da Christof Dipper della Technische Universität di Darmstadt con interventi di Johannes-Dieter Steinert, dell'Università di Wolverhampton, e di Gabriele D’Ottavio, dell'Istituto italo-tedesco di Trento. La seconda parte sarà dedicata invece all'emigrazione italiana in loco dal punto di vista dell'amministrazione cittadina e moderata da Olga Sparschuh della Freie Universität di Berlino con interventi di Philip Zölls dell'Archivio di Monaco e Grazia Prontera.

Nel pomeriggio, dalle ore 15, le storie di associazioni e organizzazioni italiane a Monaco di Baviera, moderate da Andreas Heusler dell'Archivio e con interventi di Claudio Cumani del comitato integrazione della città di Garching, Giuseppe Rende, già membro del consiglio degli stranieri di Monaco, Sandra Cartacci dell'associazione Rinascita e.V., Marinella Vicinanza dell'associazione Cento Fiori e.V., Patrizia Mazzadi della Leonardo da Vinci deutsch-italienische Grundschule, Norma Mattarei della Caritas e Mattia Marino dell'Inca Cgil. Per iscrizioni: perspektive.migration@muenchen.de. dip

 

 

 

 

Progetto “Mapping Basilicata” a Francoforte

 

Francoforte - Due giorni di contatti, colloqui, degustazioni, incontri e visite aziendali, per presentare ai buyer tedeschi le novità dei tre settori che più di altri possono giocarsi delle carte importanti sul tema dell'internazionalizzazione: food, furniture & fashion, ovvero cibo, arredi e corsetteria.

È stato questo il contenuto di una missione coordinata dalla Forim, azienda speciale della Camera di Commercio di Potenza, nell'ambito di uno dei segmenti del progetto “Mapping Basilicata”, la piattaforma di internazionalizzazione dedicata ai Distretti della regione che vede Unioncamere Basilicata e Sviluppo Basilicata impegnati per proiettare oltreconfine le potenzialità produttive lucane. Guidati dal presidente della Forim, Antonio Sonnessa, la delegazione di imprenditori ha incontrato i buyer nella capitale finanziaria tedesca, grazie anche ai contatti facilitati dalla Camera di Commercio Italiana per la Germania, che ha organizzato incontri informali e be2be.

Giuseppe Vignola (Collina Materana), Giuseppe Malacarne (Lucania Fine Food), Francesco Schiuma (Metapontino), Vinicio Megale (Team Quality), Luca Barnabà e Pietro Verrastro (Ruralità e Gusto) hanno incontrato da “Giovo” - un'istituzione del made in Italia agroalimentare a Francoforte- una serie di buyer, in particolare titolari di negozi gourmet e ristoranti; il presidente del Distretto della Corsetteria di Lavello, Antonio De Fata, con la consulente esperta di internazionalizzazione Elisabetta Vignando, ha presentato ad alcune aziende il nuovo marchio “Bwear”, la lingerie prodotta a Lavello che punta sulla sostenibilità attraverso tessuti alla soia, al caffè, vitaminici, pensati per dare benessere alle donne durante tutta la giornata.

Emanuele Cifarelli, vice presidente del Distretto del Mobile imbottito di Matera, ha presentato ai buyer la collezione “Casa Matera”, ricevendo apprezzamenti unanimi rispetto all'alta qualità delle creazioni, frutto del lavoro di sette designers internazionali che hanno trovato ispirazione nella storica città dei Sassi per rilanciare la manifattura del settore arredo design.

“Il sistema camerale ha utilizzato la sua rete per offrire un'opportunità concreta – ha dichiarato Sonnessa –; ora sta ai nostri imprenditori capitalizzare questi contatti e trasformarli in occasioni reali di business. Le risultanze a livello di qualità e di potenzialità ci sono, ma occorre proseguire nella direzione dell'aggregazione. E' per questo che ho invitato le varie reti del food a incontrarsi per definire una strategia unitaria, così da presentarsi all'estero con un'immagine ancora più forte e coesa”. (aise

 

 

 

 

Inchiesta Ue sui fondi a Volkswagen

 

Il gruppo nel mirino dell’anti-frode: rischia una stangata per gli 1,8 miliardi di euro ricevuti dalla Bei – di MARCO ZATTERIN

 

BRUXELLES - Il dieselgate Volkswagen finisce anche sotto la lente dell’Olaf. L’Ufficio europeo per la lotta antifrode ha aperto un’inchiesta per verificare se vi siano stati comportamenti illeciti da parte del gruppo tedesco nel richiedere e utilizzare i finanziamenti comunitari per Ricerca e Innovazione. L’indagine, secondo fonti concordanti, riguarda in particolare le erogazioni ottenute dalla Bei, la Banca europea per gli investimenti. Gli ispettori voglio capire se il denaro proveniente dalle casse a dodici stelle sia stato utilizzato in progetti coinvolti nella vicenda dei motori a gasolio truccati per ridurre le emissioni nocive. Nel caso, potrebbero esserci conseguenze penali e finanziarie, anche pesanti.  

 

Si apprende che il fascicolo è stato confezionato nei giorni scorsi in seguito alla notizia di una inchiesta interna della Bei su Volkswagen rivelata da «La Stampa» il primo ottobre. Come accade quando si comincia da notizie giornalistiche, l’Olaf ha anzitutto elaborato una relazione per verificare l’effettiva esistenza di possibili elementi di frode su cui accendere un faro. Dato l’ammontare complessivo di fondi ottenuto dalla casa di Wolfsburg - 4,6 miliardi dagli Anni Novanta, 1,8 ancora in essere - e il numero di auto irregolari, l’Antifrode ha deciso di passare allo stadio successivo, quello dell’inchiesta vera e propria. 

 

Risulta che Bei abbia tirato un sospiro di sollievo, perché in qualche modo la mossa degli ispettori Ue toglie di mano all’istituto di Lussemburgo il cerino rovente, e perché alleggerisce la pressione sul vertice della banca che, costruito intorno al presidente Hoyer, ha rilevanti radici tedesche. «Parte dei prestiti concessi al gruppo Vw è stata restituita», rileva una fonte europea, che però sottolinea come «il rimborso non faccia venire meno un eventuale comportamento di natura penale». 

 

Su questo lavorano gli investigatori Olaf, un’azione inevitabile quando ci sono di mezzo i soldi dei contribuenti europei. L’inchiesta avrà due volani: la linea temporale delle malefatte di Wolfsburg, che potrebbe salvarsi se riuscisse a dimostrare che i fondi Bei non hanno avuto a che fare col software fuorilegge; l’esame della possibilità che, in caso di coincidenza fra pagamenti e irregolarità, si debba procedere con una richiesta di multa e/o con passaggio del dossier alla magistratura ordinaria. Comunque sia, ci vorrà tempo. Dodici mesi, se andrà tutto bene.  

 

E’ un’incertezza in più per i vertici Vw. Giovedì il ceo Mathias Mueller, e il presidente del consiglio di vigilanza Hans Dieter Poetsch, presenteranno per la prima volta alla stampa i risultati delle indagini interne. Nel frattempo, i due top manager hanno fatto una puntata in Qatar per incontrare i rappresentanti del fondo sovrano locale, Qatar Investment Authority (Qia), che detiene circa il 17% delle azioni ordinarie di Vw. Ufficialmente, è «una normale visita di cortesia visto che i vertici sono stati rinnovati in autunno». Secondo quanto scrive il quotidiano Bild, la Qia chiede a Vw di ridurre l’influenza dei sindacati nel consiglio di sorveglianza per aumentare le vendite di auto elettriche e contrastare gli effetti Oltreoceano del dieselgate. LS 8

 

 

 

 

 

Volkswagen, Poetsch: "Siamo di fronte alla sfida più grande"

 

Il presidente del colosso tedesco annuncia alcune novità sulla gestione del gruppo, travolto dallo scandalo emissioni: "Verrà gestito in maniera decenralizzata"

 

MILANO - "Siamo davanti a una delle prove più grandi della nostra storia". Lo ha detto il presidente del consiglio di sorveglianza di Volkswagen, Hans Dieter Poetsch, nel corso di una conferenza stampa a Wolfsburg, dove ha sede il gruppo. "Non solo siamo profondamente scioccati, ma questi eventi hanno portato il gruppo in una situazione molto difficile", ha aggiunto Poetsch all'indomani di una giornata positiva nel mezzo del Dieselgate. Ieri, infatti, la casa tedesca ha ridimensionato gli impatti dello scandalo sulle emissioni di CO2 (emerso in un secondo momento, dopo il caso negli Usa sul NOX), che riguarderebbero solo 36mila auto e non le 800mila inizialmente indicate.

 

 "Verrà messo tutto sul tavolo, nulla finirà sotto il tappeto", ha garantito ancora Poetsch. "Le analisi dell'accaduto saranno complete", ha aggiunto, e "le indagini saranno condotte in modo indipendente". Chi ha la responsabilità ne risponderà davanti alla giustizia, ha spiegato assicurando anche novità nella gestione: "L'azienda verrà gestita in modo decentralizzato" in futuro. Quanto al passato, ha riconosciuto che il Dieselgate "non è stato un errore isolato ma di una serie di errori". L'inizio dei problemi risale al 2005, quando Vw lanciò una massiccia offensiva sul mercato americano con propulsori diesel. Poetsch, scusandosi nuovamente per l'accaduto ha parlato di costi che si riveleranno rilevanti. Secondo l'amministratore delegato matthias mueller la situazione è "seria e tesa", anche se "non drammatica al punto da seppellirci".

 

 Altre indicazioni sono arrivate dall'amministratore delegato di Volkswagen, Matthias Mueller, per il quale "òa situazione negli Stati Uniti è più complicata di quanto lo sia in Europa". Negli Usa Vw è in presenza, ha affermato l'ad, di "una sfida tecnica maggiore". "Abbiamo fatto dei progressi significativi nelle recenti settimane", ha spiegato Mueller, aggiungendo che "gli ingegneri stanno lavorando giorno e notte". LR 10

 

 

 

 

Circolare dell’on. Garavini ai democratici in Europa

 

Oggi è stato un riconoscimento davvero importante per la prima generazione di italiani all'estero, quella che negli anni 50 e 60 ha lasciato l'Italia per lavorare in altri paesi europei. Al Kanzleramt di Berlino la Cancelliera Angela Merkel ha partecipato oggi alla celebrazione dei 60 anni degli accordi bilaterali fra la Germania e diversi Paesi, fra cui anche l'Italia. Nel mio intervento ho ricordato l'impegno e la grande dedizione dei nostri connazionali, che spesso facevano i lavori più faticosi e difficili. E ho ricordato anche le grandi difficoltà che incontravano in quegli anni. Lo scetticismo, a volte anche l’ostilità dei tedeschi che si manifestava ad esempio attraverso cartelli davanti alle birrerie che dicevano: 'Für Italiener verboten', 'Vietato agli italiani'. Ma nonostante le difficoltà tanti di questi emigrati e i loro figli, con tenacia, hanno fatto la loro strada e oggi sono cittadini ben integrati e molto apprezzati. Hanno contribuito al successo economico della Germania ed anche al fatto che sia diventata un Paese molto più aperto e culturalmente variegato. Ci sono tanti motivi di cui i nostri primi emigrati e i loro figli possono essere fieri. Anche la Merkel ha reso loro onore dicendo che la Germania è migliore anche grazie al loro influsso. Ringrazio la Ministro per l’Integrazione, la carissima collega Aydan Özoguz, per l'invito e per avere promosso questo significativo incontro.

 

Soldi per gli italiani all’estero, finalmente veniamo ascoltati

Gli indicatori economici continuano a rilevare un'Italia che, finalmente, torna a crescere, in primis per quanto riguarda l’occupazione. La Legge di stabilità che ci apprestiamo a votare alla Camera è una manovra espansiva, che contribuirà a produrre ulteriore ricchezza per il Paese. Come vi avevo anticipato nella precedente Newsletter, la maggioranza e il Governo hanno preso delle decisioni importanti anche per gli italiani all’estero. Innanzitutto, nel 2016 i pensionati, che spesso costituiscono la categoria di concittadini all'estero più esposta economicamente, se titolari di una pensione estera non dovranno pagare la TASI sulla loro casa in Italia. Inoltre sono state ripristinate le risorse inizialmente tolte ai corsi di lingua e cultura italiana all’estero -  come mi aveva promesso Matteo Renzi in una riunione di Gruppo, dietro mia specifica richiesta. E` stato di parola. È uno dei tanti successi importanti che abbiamo raggiunto in queste settimane. Spesso frutto di un lavoro di mesi, con il coinvolgimento di attori importanti del Governo e della maggioranza. Con la differenza che rispetto agli anni passati, quando diciamo che gli italiani all’estero non sono un peso ma una risorsa per il Paese, finalmente troviamo orecchi attenti in questo Governo. Ne ho parlato anche nei miei incontri sul territorio, in queste settimane, nel corso di iniziative informative al Circolo PD di Londra, al Circolo PD di Basilea, nonché a Neuchatel, ospite del Presidente UIM Svizzera, Mariano Franzin.

 

Accogliamo i rifugiati, combattiamo l’ISIS

Come reagire rispetto agli orribili attentati terroristici di Parigi che sono costati la vita a 130 innocenti, la cui unica colpa, agli occhi dei fondamentalisti islamici, era quella di divertirsi, di ascoltare musica, di stare insieme? Cadere in un razzismo becero, come fa la destra, da Salvini alla Le Pen? O dare una risposta degna dell'Europa? Il PD sceglie questa alternativa. Al convegno 'Solidarietà è sicurezza', promosso dalla collega europarlamentare Silvia Costa a Roma ho sottolineato nel mio intervento che l'Europa proprio adesso non deve tradire i suoi valori fondanti di solidarietà, di libertà e di difesa dei diritti umani. Dobbiamo aiutare ed accogliere in modo umano i rifugiati che stanno scappando da un conflitto terribile. È fondamentale che politica, società civile e organi di informazione siano uniti per un dialogo interculturale volto all'integrazione. D'altro lato bisogna costruire una coalizione la più ampia possibile per sradicare la violenza sanguinaria del cosiddetto stato islamico, come ho sottolineato intervenendo al Question time in Aula a nome del Gruppo PD sulla politica estera del Governo. L’Italia chiede con forza che contemporaneamente la comunità internazionale lavori sul fronte diplomatico. Perché una guerra si può vincere con le armi, la pace si garantisce solo con la diplomazia e con il dialogo.

 

La cultura, un mediatore fra i popoli

La cultura è un peso per i conti dello Stato, come faceva intendere il Ministro per la Cultura del Governo Berlusconi, Sandro Bondi? Oppure è una grande risorsa ed un collante importante per una società? Ne ho parlato questo weekend a Marburg, al congresso sulla cultura della SPD, al quale era presente anche il responsabile nazionale cultura della SPD, Thorsten Schäfer-Gümbel. Noi del PD abbiamo una posizione chiara: la cultura è per l’Italia, ma in generale per tutta l’Europa, un patrimonio importante, un pezzo fondamentale della nostra identità che va curato con impegno. Ho raccontato come il Governo Renzi, a differenza degli anni passati, non tagli ma metta più soldi a disposizione della cultura. Ho illustrato anche l’approccio dell'Art Bonus con cui vengono mobilitati anche i soldi di privati per ristrutturare e sviluppare il patrimonio culturale in Italia. Il pubblico tedesco ha mostrato grande interesse anche per le misure che stiamo adottando in Italia per avvicinare i giovani alla cultura: per esempio il buono di 500 Euro previsto nella Legge di stabilità con cui giovani adulti potranno andare a teatro, all’opera, al museo o a concerto.

 

Ordine nell’economia, contro il malaffare

Due buone notizie per la nostra economia e per la legalità: con la proroga fino a dicembre 2015 della voluntary disclosure portiamo soldi dal mondo finanziario sommerso alla luce del sole e dentro alle casse dello Stato, in modo che soldi che finora erano in nero possano essere investiti per il bene comune. È previsto che chi ha trattenuto illecitamente patrimoni all’estero, può mettersi in regola con il fisco, pagando le imposte dovute, e in più una sanzione. Questo significa che altre centinaia di milioni di euro, oltre ai miliardi degli scorsi mesi, torneranno in Italia. E non grazie a condoni scandalosi analoghi a quelli promossi in passato dai governi di destra, ma attraverso il pagamento di ciò che era dovuto e di una multa aggiuntiva. Il secondo intervento di grande rilievo riguarda una materia cruciale per i corrotti e i mafiosi: gli appalti. Il disegno di legge approvato alla Camera, che ora passa al Senato, delega il Governo ad attuare la nuova disciplina europea in materia e a procedere a un complessivo riordino della normativa sui contratti pubblici. Si tratta dunque di due iniziative molto concrete che vanno a colpire gli interessi di chi fino ad oggi faceva affari con l'illegalità. L’approvazione del nuovo Codice antimafia di poche settimane fa è un'ulteriore conferma del fatto che la maggioranza in Parlamento e il Governo Renzi fanno sul serio nella lotta al malaffare.

 

Congratulazioni alla nuova segreteria del PD Germania

E’ stata davvero una bella prova di democrazia quella che ha contraddistinto l’elezione della nuova segreteria del PD Germania. Si è vista tanta passione e partecipazione al Congresso, con un confronto serio sui contenuti, all'insegna del rispetto reciproco. Insomma, un segno positivo del fatto che anche in Germania il PD è un Partito maturo e consolidato. Un grande in bocca al lupo all’amico Franco Garippo, nuovo Segretario del PD Germania, nonché ai bravissimi Giulia Manca e Angelo Turano, rispettivamente nuovi Presidente e Tesoriere del PD Germania. E un grazie di cuore al Direttivo uscente, in particolare alla Segretaria uscente, Cristina Rizzotti, per il prezioso lavoro di questi anni. Aggiungo inoltre le più vive congratulazioni a Giovanna Testadoro e Luigi Brillante, eletti nella Consulta per gli stranieri della città di Francoforte, e a Piero Biancu ed Antonio Tortorici, riconfermati rispettivamente nelle Consulta per gli stranieri di Friedrichsdorf Taunus e Memmingen.

 

Donne italiane all’estero: un universo da scoprire

E’ davvero bello che nel corso degli anni un progetto innovativo come quello di Rete donne sia sempre più attivo, moltiplicando le iniziative nonostante si basi sull’impegno volontario di aderenti che vivono a centinaia di chilometri di distanza le une dalle altre. Quest'anno l'incontro annuale si è tenuto a Stoccarda. Una preziosa occasione per consolidare collaborazioni e amicizie tra professioniste e talenti femminili italiani in Germania. Ed anche un'utile fonte di informazioni. Ad esempio per quanto riguarda i diritti delle donne in caso di separazione all'interno di matrimoni binazionali, anche in caso di residenza all'estero. Ho incontrato la Presidente Lisa Mazzi anche a Berlino, in occasione della presentazione del suo interessante libro "Donne Mobili", con il collega del Bundestag, Matthias Schmidt. Un tema, quello dell’emigrazione femminile, su cui gli studi si stanno finalmente concentrando, dopo decenni di disinteresse. Un mondo che vale davvero la pena di essere conosciuto meglio, al di là degli stereotipi e dei luoghi comuni.Luara Garavini, de.it.press 7

 

 

 

 

 

Siamo in Guerra?

 

Alla fine tutto questo dove ci porterà?

Dopo gli ultimi fatti di sangue avvenuti a Parigi ci si chiede se oramai siamo in guerra. Una guerra totale che come dice Papa Francesco è la “terza guerra mondiale a pezzi”, fra le nazioni del mondo occidentale in particolar modo e “terroristi” che non solo vogliono seminare il panico tra le popolazioni, ma che con la scusante della religione, vorrebbero instaurare un nuovo ordine mondiale ma ovviamente secondo le loro caratteristiche.

Le varie correnti di pensiero vorrebbero fare di tutta l’erba un fascio e quindi tutto l’Islam deve essere colpevolizzato, altri invece dividono tra coloro che sono seguaci del cosiddetto “Califfato” unicamente perché ci guadagnano e con la crisi economica occidentale stare nell’Isis permette loro di “star bene”; infatti molto sono mercenari occidentali che diventano terroristi unicamente per una mera questione economica e perché certamente la “testa non li aiuta” e non per qualche ideale o per come si vogliono loro presentare, per un ideale religioso, e quelli invece che sono in fuga dalla guerra.

L’Isis ha dichiarato guerra all’Occidente ed è stato purtroppo consequenziale, l’Occidente ha accettato la sfida però non ha mai fatto la guerra al “Califfato”. I fatti sono noti. La coalizione a guida statunitense si è formata nell’estate del 2014 con l’impegno di combattere l’Isis. Solo che la coalizione medesima è formata da stati che hanno interessi spesso divergenti.

Se poi analizziamo il gioco delle strategie, emergono ragioni di Stato addirittura opposte. C’è chi, come gli Usa, vorrebbe abbattere il regime di Assad in Siria, ma Assad serve per combattere l’Isis ed è protetto dalla Russia, oggi alleato essenziale, ma pur sempre il “nemico ufficiale” della Nato. La Turchia è membro Nato, ma nel frattempo abbatte un aereo russo, non intende sostenere i combattenti curdi, altri alleati preziosi, e teme la vittoria degli sciiti.

Ma quelli da rovesciare sono i sunniti, il nerbo del Califfato. Da parte sua, la Francia deve rivedere l’ostracismo nei confronti del regime di Assad, sciita, rischiando di irritare le monarchie del Golfo con le quali conclude affari miliardari. Il punto è che il “vecchio mondo” è veramente troppo vecchio e la classe dirigente del Vecchio continente è qualcosa di indecente. Nel nome del multiculturalismo hanno permesso che le nostre città venissero invase da persone della peggior risma. In molte moschee oggi si predica la Jihad ai bambini, mentre – ad esempio -108 centri culturali in Italia sono in mano agli integralisti. Di tutti i clandestini arrivati in Italia ben 100mila si sono rifiutati di declinare le proprie generalità e noi li abbiamo fatti passare. Alla fine ci dicono che dobbiamo rinunciare alle nostre libertà? Cominciassero per davvero a ripulire l’Europa altrimenti ci faranno diventare tutti intolleranti o, peggio, razzisti.

Ed ecco che allora improvvisamente decidono strategie comuni: il presidente francese a Mosca per un bilaterale con il numero uno del Cremlino: “Ora è il momento di assumersi la responsabilità per quanto sta accadendo”. La cancelliera Angela Merkel chiederà il voto del Bundestag per il via all’operazione in Siria in sostegno alla Francia. Lo stesso ha già fatto Cameron alla Camera dei Comuni. Intanto la Germania invierà i Tornado contro lo “Stato islamico”.

Il 25 novembre, la cancelliera aveva incontrato il presidente della Repubblica francese François Hollande: quest’ultimo aveva chiesto maggiore impegno militare e Berlino aveva promesso un sostegno in Mali. La decisione di inviare i Tornado è stata presa durante l’incontro fra la cancelliera e i ministri. Al vertice tenuto a Berlino hanno partecipato fra gli altri il ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier e la ministra della Difesa Ursula von der Leyen: “Senza un confronto militare con l’Isis non usciremo dalla situazione in Siria”, ha detto Steimeier – non abbiamo solo un sentimento di compartecipazione, siamo solidali”. “Non possiamo stare a guardare mentre l’Isis si rafforza”, ha detto la Merkel, parlando ad una riunione del gruppo parlamentare dell’Unione, secondo quanto riferito da un partecipante.

La cancelliera ha definito “necessario” l’intervento militare tedesco contro Isis. “Non rinforzeremo solo la missione di addestramento nel nord dell’Iraq – ha spiegato Henning Otte, parlamentare Cdu e membro della Commissione Difesa del Bundestag – ma invieremo i nostri Tornado di ricognizione in Siria per la guerra contro l’Isis”. Secondo l’agenzia Dpa, Berlino metterà a disposizione della coalizione anche una nave da guerra ed almeno un aereo da rifornimento. La decisione comunque deve passare da un voto del Bundestag.

Alla fine tutto questo dove ci porterà?

Anche il Santo Padre riconosce che “Il pericolo di infiltrazioni è reale e può arrivare fino a Roma”. Papa Francesco ammette che la Capitale, l’Italia, e ancor di più il Vaticano e la sua persona, sono a rischio attentati da parte dell’Isis. Parole importanti e non scontate che dimostrano la consapevolezza di essere un bersaglio. Dice infatti il Papa: “Dobbiamo riconoscere che le condizioni di sicurezza del territorio oggi non sono le stesse di altre epoche: abbiamo una guerriglia terrorista molto crudele a soli 400 chilometri dalla Sicilia - aggiunge - e, dunque, il pericolo di infiltrazioni è reale e può arrivare fino a Roma.

Nessuno ci assicura che Roma ne sia immune”, e pur invitando all’accoglienza di quanti arrivano nel nostro Paese e nel resto degli Stati europei rischiando spesso la vita, non nasconde la realtà di quanto accade. Per il Papa “si possono prendere precauzioni, la gente che arriva può essere mandata tutta a lavorare. È chiaro, però, che c’è anche un altro problema: l’Europa ha una crisi occupazionale molto elevata e i giovani non trovano lavoro. Su questo, non si può essere semplicisti - riconosce Papa Francesco - ma resta evidente che se arriva un rifugiato, con mezzi di sicurezza di ogni tipo, va comunque accolto perché questo è un comandamento della Bibbia” anche se “l’ideale sarebbe che loro non debbano fuggire, ma che rimangano nelle loro terre”. Pierluigi Vignola, CdI dic

 

 

 

 

Francia, Front national primo partito. Marine Le Pen: "Rivolta del popolo contro le elites"

 

Il Front National di Marine Le Pen diventa il primo partito di Francia con il 27,9% e vince in sei delle 13 regioni francesi. L'unione della destra che unisce i Repubblicani di Nicolas Sarkozy, MoDem e Udi arriva seconda al 26,8%, mentre i socialisti del presidente Francois Hollande sono terzi con il 23,3%.

E' questo il risultato del primo turno delle elezioni regionali, secondo dati ancora parziali, che segna un'avanzata per il partito di estrema destra nel primo appuntamento elettorale dopo gli attentati del 13 novembre a Parigi. Ma per sapere chi governerà le regioni bisognerà aspettare il 13 dicembre quando ci sarà il secondo turno: pur di sbarrare il passo al Front National, i socialisti hanno già annunciato il loro ritiro da tre regioni.

"Il risultato del Front National è una rivolta del popolo contro le elites". Marine Le Pen celebra così a Lille il successo del suo partito di estrema destra. E attacca "le manovre dell'apparato" dei partiti tradizionali per frenare l'ascesa dell'Fn. La leader del Front National prende di mira soprattutto i socialisti, che hanno deciso di ritirare i loro candidati dalle tre regioni dove è in testa l'Fn, invitando i propri elettori a convergere sulla destra moderata. "Il Partito Socialista, come la setta del tempio solare, ha deciso un suicidio collettivo. Questo ritiro è forse l'inizio della sparizione pura e semplice del partito socialista", ha detto la leader dell'Fn.

Marine Le Pen ha ottenuto un forte successo personale nella regione del Nord-Pas-de Calais- Picardie dove ha ottenuto il 40,6%, sbaragliando il candidato della destra Xavier Bertrand (25%) e il socialista Pierre de Satignon (18,1%). In Provenza- Alpi-Costa Azzurra, trionfa sua nipote Marion Marechal Le Pen con il 40,6%, mentre il sindaco di Nizza Christian Estrosi per la destra si ferma al 26,5% e il socialista Christophe Castaner è al 16,6%.

Il Front National è primo anche in Alsazia-Champagne-Lorena con Florian Philippot al 36,1%, in Borgogna- Franche Compté con Sophie Montel è al 31,5%, in Linguadoca- Roussillion- Midi-Pirenei con Louis Alliot al 31,8% e nel Centre con Philippe Loiseau al 30,5%.

L'unione della destra si afferma nelle regioni Auvergne-Rhone-Alpes, nella Loira e l'Ile de France. In Normandia è praticamente un testa a testa fra la destra e il Front National, mentre i socialisti sono primi in Aquitania- Limousin-Poitou-Charente, in Bretagna (dove il ministro della Difesa Yves le Drian ottiene il miglior risultato della sinistra con il 34,9%) e in Corsica.

La partita si sposta ora al ballottaggio della settimana prossima con i partiti divisi sull'ipotesi di un "Fronte repubblicano" per fermare l'avanzata dell'estrema destra. I socialisti del presidente Francois Hollande, precipitati ad un umiliante terzo posto, hanno già deciso di ritirare i candidati in tre regioni, chiedendo di fatto agli elettori di votare la destra moderata di Nicolas Sarkozy pur di sconfiggere il Front National.

"Nessuna fusione o ritiro", ha detto invece Sarkozy fin da ieri sera e il partito della destra moderata dei Republicains approva la linea del suo leader. Quasi all'unanimità l'ufficio politico del partito ha deciso che non ci sarà nessun ritiro di candidati o accordo con i socialisti in vista del ballottaggio. Uniche voci discordanti, notano i media francesi, sono stati l'ex primo ministro Jean Pierre Raffarin e l'ex ministro dell'Ecologia Nathalie Kosciusko-Morizet, numero due del partito. L'ex ministro degli Esteri Alain Juppé e l'ex primo ministro François Fillon, che sfideranno Sarkozy alle primarie della destra nel 2016, hanno deciso di allinearsi con l'ex presidente francese.

Sarkozy ha affrontato le elezioni spingendo il suo partito verso destra per battere la concorrenza del Front National. E non intende derogare da questa scelta, stringendo accordi con i socialisti pur di sconfiggere al secondo turno il partito di Marine Le Pen. I due partiti centristi Udi e MoDem, alleati dei Republicains alle regionali, avevano auspicato questa mattina degli accordi anti Front National, così come Raffarin.

Le acque sono agitate anche nel partito socialista, per il quale il voto segna una chiara sconfitta. Né il presidente Hollande, né il primo ministro Manuel Valls hanno commentato il voto. La direzione del partito ha deciso il ritiro nelle tre regioni dove il Front National ha ottenuto i maggiori risultati: Nord-Pas-de Calais- Picardie, Provenza- Alpi-Costa Azzurra e Alsazia-Champagne-Lorena- Ardenne. Ma nella terza regione, il candidato socialista Jean-Pierre Masseret, arrivato terzo con il 16,1%, ha rifiutato di ritirarsi. Adnkronos 7

 

 

 

 

Le classificazioni

 

I redditi da lavoro dipendente e da pensione (2014/2015) hanno registrato un incremento dello 0,9%. In area UE, il valore che abbiamo rilevato non può essere considerato fisiologico. Intanto, oltre confine, le retribuzioni e i vitalizi hanno registrato un incremento (medio) dell’1,9%, per lo stesso periodo. Quindi, più consono al costo esistenziale che interessa il Vecchio Continente. Poi, ci sono altre considerazioni da fare per meglio inquadrate la situazione italiana. Al presente, le cifre di riferimento devono essere anche considerate sull’ammontare delle paghe riconosciute nelle varie realtà dei Paesi UE.

 

L’Italia è al terzo posto in negativo per quanto attiene le paghe e, conseguentemente, le pensioni. Questo è quanto. Insomma, il futuro sarà tutt’altro che roseo. Se la tendenza occupazionale dovesse mantenere questo ritmo, entro i prossimi cinque anni, potremmo perdere altri 60.000 posti di lavoro. Soprattutto occupazioni di concetto e tecniche. Per lo stesso periodo, l’Italia avrà bisogno d’almeno 50.000 operai tra generici e qualificati. Ora, il mercato interno è privo di queste figure professionali. Sono, invece, in aumento il numero dei diplomati e laureati alla ricerca di una prima occupazione. Insomma, la manodopera che ci occorre la cerchiamo altrove a discapito degli aspiranti lavoratori nazionali. Penalizzata è, soprattutto, la fascia d’età tra i 18 ed i 26 anni. Per garantire nuove prospettive all’occupazione, ci piaccia o no, sembra necessario rivedere il concetto di “lavoro”.

 

Fare un passo indietro non significa rinunciare a quello cui aspiriamo. E’ solo una questione di metodo dettata dall’emergenza. Senza aspettare oltre, ci sono da riscoprire i lavori che nessuno vuole più fare e di cui si prospetta la necessità nei prossimi anni. La maggior parte comprende qualifiche tecniche o artigianali. Indipendenti o a tempo indeterminato. Manca, a nostro avviso, una politica che consente la riqualificazione della manodopera con particolare riferimento alle attività di supporto. Del resto, proprio sotto questo profilo, lo scorso anno le imprese interessate non sono riuscite a coprire 25.000 posti che, progressivamente, sono stati occupati da manovalanza dei nuovi Stati UE dell’Est. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

La vittoria delle Le Pen, cosa può cambiare in Italia

 

La vittoria di Marine e Marion Le Pen in Francia apre due riflessioni che riguardano l'Italia. La prima è che il populismo è la risposta più facile e immediata ai tempi convulsi e carichi di paura che stiamo vivendo. In Francia la risposta "di destra" alle pulsioni immediate della popolazione è duplice. Da una parte c'è quella dura e vincente del Front National delle Le Pen, una formazione che seppure depurata dalle caratteristiche nostalgiche del vecchio Le Pen, resta sempre un partito di estrema destra. Ma c'è anche la risposta dei Repubblicani di Sarkozy, che in questo momento si erge a ultimo bastione a difesa degli ideali democratici e repubblicani contro l'avanzata del populismo xenofobo. È una destra uscita sconfitta dal voto di domenica, ma che ai ballottaggi potrebbe guadagnare terreno, soprattutto considerando che i socialisti di Hollande potrebbero decidere di desistere, cioè di togliere i propri candidati dove Sarko potrebbe spuntarla contro il Fn. Una scelta che a parti inverse fece la destra quando si trattò di fermare Le Pen padre. In Italia invece la destra che si ispira a presunti ideali liberali, quella di Berlusconi per intendersi, ha scelto da tempo, per sopravvivere, di aggregarsi alla destra lepenista di Salvini e della Meloni. La seconda riflessione riguarda il nuovo sistema elettorale italiano che ancora non è stato messo alla prova, ma che potrebbe risultare inadatto a una situazione tripolare come quella che si è venuta a creare sia in Francia che in Italia. In entrambi i Paesi non c'è più una destra contro una sinistra che vanno al ballottaggio, ma tre formazioni più o meno con le stesse percentuali. In Italia con l'ulteriore complessità di un movimento populista come quello di Grillo che non si allea con nessuno e che in caso di elezioni nazionali potrebbe arrivare al ballottaggio, attirando i voti di protesta della destra tradizionale. Per ora Renzi ha detto che non vuole cambiare l'Italicum. Più avanti non si sa. GIANLUCA LUZI

 LR 7

 

 

 

 

Il prezzo dei voti. Le riforme che (forse) non avremo

 

Un governo che in Italia provi a fare certe riforme si espone a un rischio quasi sicuro: quello di perdere le elezioni. Da noi assai più che altrove dato il tipo di compenetrazione tutta particolare che si è stabilita tra lo Stato e la società. Il governo Renzi mi pare esserne consapevole, e infatti si regola di conseguenza.

Quando dico certe riforme intendo quelle che dovrebbero cercare di cambiare il modo d’essere e/o di funzionare di alcuni ambiti e di alcune legislazioni che rappresentano vere e proprie criticità in cui ci dibattiamo da decenni,

ma che sono sempre lì come altrettante insuperabili colonne d’Ercole della nostra vita collettiva, o che lo stanno ormai diventando.

Penso ad esempio all’organizzazione e al funzionamento della pubblica amministrazione e alla sua superblindatura costituita dal contratto del pubblico impiego; penso alla fitta rete di tutele legislative di cui godono i gruppi più vari (farmacisti, tassisti, notai, ordini professionali di ogni genere, ma anche aziende e rami di attività economica), all’organizzazione della magistratura e della giustizia, alla legislazione sugli appalti e sulla spesa pubblica che con i mostruosi percorsi a ostacoli che prevede sembra fatta apposta per conferire un enorme potere di blocco e di ricatto alla burocrazia e alla politica; penso al sistema fisiologico e diffuso dappertutto degli sperperi più incredibili.

Ma penso anche a riforme meno clamorosamente urgenti ma assolutamente necessarie, quali per esempio quella dei programmi scolastici, fermi a una stagione ideologica ormai tramontata, ovvero alla riforma altrettanto urgente negli studi universitari del sistema di laurea del tre+due, rivelatosi una vera catastrofe.

Come si vede, si tratta di riforme che però presentano elettoralmente uno o l’altro di questi due gravi aspetti negativi: o colpiscono nel proprio personale interesse vasti gruppi di ceto medio, forti, oltre che della loro quota di voti, di ramificate influenze sociali e di una conseguente capacità di ritorsione e di boicottaggio; ovvero di riforme che spaccano ideologicamente l’opinione pubblica. O che fanno talvolta le due cose insieme.

Appare del tutto logico, quindi, che in vari decenni nessun esponente politico si sia voluto bruciare cimentandosi con esse. Pur essendo tutti perfettamente consapevoli che proprio tali riforme sono quelle che davvero servirebbero per rimettere in moto l’Italia su basi nuove, che solo tali riforme farebbero voltare davvero pagina al Paese.

Anche Renzi, ahimè, a dispetto del suo empito attivistico-oratorio-riformistico, sembra intenzionato a tenersi lontano dalle materie elettoralmente scottanti. Basta considerare le principali misure finora adottate o messe in cantiere dal suo governo. Escludendo evidentemente le misure che in realtà costituiscono esborso di quattrini e/o agevolazioni economiche di varia entità e destinazione (bonus, abolizione delle tasse sulla casa e dell’Imu agricola, sblocco dei cantieri fermi, eccetera), sono tre le riforme propriamente dette, avviate o compiute dal governo attuale: il Jobs act, la riforma del Senato, la riforma della legge elettorale. Quanto al primo provvedimento, esso innova sì ma non colpisce alcun interesse costituito, dal momento che o migliora le condizioni contrattuali già in vigore o si applica a contratti di lavoro che vedono la luce solo dopo la sua entrata in vigore. La riforma del Senato, dal canto suo, ha aperto sì un contenzioso violentissimo, ma tutto interno al ceto politico: la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica, infatti, è largamente indifferente o vede con favore la fine del bicameralismo. Lo stesso, o quasi, può dirsi della progettata riforma della legge elettorale: se ne appassionano moltissimo i parlamentari (che a ragione vi vedono scritto il loro destino) ma sì e no un paio di milioni di elettori politicizzati; a tutti gli altri essa interessa poco o nulla. In complesso, insomma, si tratta di riforme che pur oggettivamente importanti, tuttavia si presentano come elettoralmente innocue o destinate quasi sicuramente a favorire la linea governativa.

È così che dopo circa due anni l’Italia renziana appare ancora, per gran parte, l’Italia corporativa, taglieggiatrice e classista di sempre, con il suo Stato burocratico, anchilosato e intellettualmente torpido. L’Italia incapace di smantellare strutture soffocanti, di abolire leggi inutili o nocive, di cancellare privilegi, di immettere un largo e spregiudicato soffio rinnovatore nel suo vecchio, troppo vecchio, organismo. E ciò accade, paradossalmente, proprio quando essa è guidata dal gruppo dirigente più giovane e apparentemente dinamico della sua storia. Il quale, però, sembra diventato tanto cautamente accorto oggi, nel gestire il potere, quanto fu invece coraggiosamente audace a suo tempo allorché si trattò di conquistarlo.  Ernesto Galli della Loggia, CdS 7

 

 

 

 

Risparmiatori truffati, Renzi costretto a correre ai ripari

 

Sono pronti cento milioni di euro per rifondere i cittadini che hanno peso i loro risparmi in incauti acquisti di obbligazioni consigliate dalle loro banche. Il suicidio del pensionato di Civitavecchia ha moltiplicato l'effetto negativo sull'opinione pubblica e il governo Renzi è stato costretto a correre ai ripari. È stato infatti un gioco facilissimo per i populisti di ogni genere che si sono dati appuntamento ad Arezzo, territorio non solo della Banca Etruria ma anche del ministro Maria Elena Boschi, attaccare il governo, la Banca d'Italia e il governo Renzi per lo scarso controllo delle banche e al contrario per la prontezza con cui hanno salvato le banche mentre non avevano, fino ad oggi, previsto nulla per i truffati. L'emendamento alla legge di stabilità che accantona cento milioni per i rimborsi di chi ne avrà diritto non spegne la polemica delle opposizioni e infatti domenica Salvini porterà qualche centinaio di cittadini imbufaliti a Firenze proprio davanti alla Leopolda dove si svolge la tradizionale kermesse, vetrina del renzismo. Il presidente del consiglio opporrà all'offensiva populista i risultati del governo, ma la rabbia di chi ha perso i propri risparmi e l'insicurezza che attanaglia i cittadini che si sentono sempre più indifesi e abbandonati dalle elite e il terreno più fertile per Salvini e Grillo. GIANLUCA LUZI, LR 12

 

 

 

Migranti, è strage di bambini nel Mediterraneo: 700 morti da inizio anno

 

“Continua una strage silenziosa nel Mediterraneo, con i morti che sono più che raddoppiati nel 2015 rispetto al 2014: da 1600 a oltre 3200. Continuano le morti di bambini, dimenticate: oltre 700 dall’inizio dell’anno”. E' quanto denuncia il Direttore Generale della Fondazione Migrantes, Monsignor Gian Carlo Perego.

“L’Europa che trova sempre risorse per bombardare, non trova risorse per salvare vittime innocenti. L’operazione europea Triton non ha saputo rafforzare il salvataggio in mare delle vite umane rispetto all’operazione italiana Mare Nostrum – continua Mons. Perego -: una vergogna che pesa sulla coscienza europea. L’Europa sembra ora – a fronte della minaccia terroristica – giustificare i muri e la chiusura delle frontiere, oltre che il disimpegno nel creare canali umanitari che avrebbero potuto oltre che salvare vite umane, combattere il traffico degli esseri umani, una delle risorse del terrorismo”.

“L’accoglienza ai nostri porti, anziché in centri di accoglienza aperti sembra affidarsi ancora una volta a centri chiusi, gli ‘hotspots’, come dimostra il Centro di accoglienza di Lampedusa: più di 20.000 persone arrivate al porto e trasferite nel Centro, chiuso ad ogni ingresso e uscite. La paura insieme alla convenienza - aggiunge - sembra far ritornare indietro di anni il cammino di protezione internazionale costruito in Europa”.

Continua invece l’accoglienza dei richiedenti asilo e protezione internazionale che, dopo l’appello di Papa Francesco del 6 settembre scorso, è cresciuta nelle strutture ecclesiali, nelle parrocchie e nelle famiglie, conclude il direttore della Migrantes, realizzando “un’accoglienza diffusa, costruita insieme, senza conflittualità".

"Un’accoglienza intelligente che aiuta anche a conoscere volti e storie di sofferenza e a costruire, in questo tempo di Avvento, percorsi e progetti di cooperazione internazionale. Ancora una volta la Chiesa costruisce un gesto concreto, che supera pregiudizi e contrapposizioni ideologiche, che accompagna le persone, nella prospettiva di una ‘cultura dell’incontro’ che sola rigenera le nostre città”. Adnkronos 9

 

 

 

 

La politica, i valori. Le parole e il senso perduto

 

Ne riconosciamo il suono, ma non ne comprendiamo più il significato - di Michele Ainis

 

Un altro anno se ne va, con il suo carico d’affanni. E di parole: troppe, vocianti in ogni dove, discordi come le note strimpellate da un bambino. Ecco, le parole. Ne riconosciamo il suono, ma non ne comprendiamo più il significato. A forza d’abusarne, le abbiamo logorate. Laicità, democrazia, riforme: quali informazioni, quali concetti ci trasmettono? Credevamo di saperlo, non ne siamo più tanto sicuri. O forse sarà perché il mondo cambia in fretta, mentre da parte nostra non troviamo le parole nuove per descriverlo. La guerra, per esempio. È un’esperienza bellica quella che stiamo attraversando? Nessuno Stato ha convocato i nostri ambasciatori per dichiararci guerra. Là fuori non c’è un esercito nemico, con la sua divisa blu. Non esiste nemmeno una linea del fronte, eppure da qualche tempo ci sentiamo tutti al fronte. E sacrifichiamo una per una le nostre libertà, per guadagnarne maggiore sicurezza. Lo facciamo in difesa dei nostri valori, nel momento esatto in cui li stiamo ricusando. Come soldati della democrazia, altra parola ormai divenuta incerta. Perché qui attorno chiunque si proclama democratico, i politici, gli intellettuali, i nonni, le zie. Ma se tutti sono democratici, nessuno è democratico. L’identità si ritaglia in opposizione all’altro, così come il popolo italiano si distingue dal popolo russo o americano. Nel febbraio 2007 il manifesto fondativo del Pd esordiva con questa frasetta: «Noi, i democratici, amiamo l’Italia». Sarebbe possibile volgerla al contrario? Avrebbe senso scrivere: «Noi, gli antidemocratici, odiamo l’Italia»? No, e allora quella frase non significa più nulla.

Wittgenstein li chiamava «crampi mentali»: l’immagine dell’oggetto si dissocia dalla sua sostanza, sicché ciascuno ci vede un po’ quel che gli pare. Come racconta un volumetto di Paolo Legrenzi e Armando Massarenti (La buona logica), la nostra percezione spesso è falsata da queste trappole visive. Che poi si trasformano in trappole verbali, generando in ultimo altrettante logomachie: dispute sulle parole, non sulle questioni. Chiunque accenda a un’ora tarda la tv, sintonizzandosi sul talk show di turno, ne può collezionare un campionario. Come dimostra l’eterna querelle sulle riforme, per fare un altro esempio.

C’è mai stato un governo che non si sia dichiarato riformista? Mai: tutti i governi, di destra e di sinistra, di sopra e di sotto, ci hanno sventolato sul naso le proprie riforme. D’altronde ogni legge introduce una riforma sulla legislazione preesistente, e i governi stanno lì per dettare le leggi. Tuttavia, di nuovo: se tutti sono riformisti, nessuno è riformista. Forse è questo a intossicare la nostra vita pubblica, l’assenza d’un linguaggio rigoroso. E più onesto, più sincero. Una riforma, se è davvero tale, pesta qualche piede, e ne riceve in contraccambio dei calcioni. Se tutti stanno buoni e zitti, significa che non è successo niente. È una riforma la Buona Scuola? Certo, a giudicare dal vespaio di reazioni che ha destato. E la riforma Madia sulla pubblica amministrazione? Fin qui procede nel sonno degli astanti, senza incontrare opposizioni. Dunque c’è la parola, non la cosa.

D’altronde pure l’opposizione ha perso i suoi colori. Destra e sinistra restano categorie del codice stradale, non più della politica. Sono di sinistra i 5 Stelle? Probabilmente no, però neanche di destra, e men che mai di centro. Allora cosa sono? Per definirli, un’altra pioggia di parole trite: populismo, estremismo, antipolitica. Le stesse che usiamo per la Lega di Salvini, benché i due movimenti muovano verso contrarie direzioni. Il senso di marcia, ecco il senso di cui sono ormai prive le parole. In quello specchio verbale si riflette il nostro spaesamento. CdS 10

 

 

 

 

 

L’evoluzione

 

Col 2016, l’Italia continuerà la sua evoluzione politica in Terza Repubblica. Con l’attuale Esecutivo, dovrebbero andare in porto, almeno, i progetti meno azzardati. In primo piano, resta la nostra economia e il nostro solo in Eurolandia.

 I sacrifici, comunque, non si ridimensioneranno. Quando le tenzoni politiche sembrano contrapporsi, scrivere di prospettive in positivo ci sembra azzardato. Il Governo Renzi resta una formazione che dovrebbe riportare il Paese a un’economia meno compromessa e più tutelata dalla speculazione internazionale.

 La “manovra” dovrebbe dare qualche frutto nei prossimi mesi. L’Italia del 2016 non sarà, comunque, diversa da quella dell’anno che stiamo per lasciare. Superato il federalismo fiscale, almeno sotto l’aspetto normativo, anche le strutture locali dovrebbero subire profonde trasformazioni.

 Insomma, l’incertezza per il futuro rimane a tutto campo. Il ciclo del “consumismo” resta solo un ricordo. L’importante, a nostro avviso, è garantire l’indispensabile per tutti. Anche se le difficoltà non mancheranno. Del resto, i nostri dubbi non verranno meno.

 Né ci consola che il disagio non sia solo nazionale. Eurolandia ha un prezzo che tutti siamo tenuti ad onorare. Come scrivere che non è più possibile fare delle previsioni solo a livello nazionale.

 Così, viviamo la “crisi” in fasi progressive. Il superfluo è stato eliminato; ma l’indispensabile non può venire meno. Rinunciare non è la cura per uscire dal deficit dell’azienda Italia. Certo è che i “sacrifici” non saranno uguali per tutti. Chi stava bene, non starà peggio.

Resterà in fibrillazione il ceto medio e il benessere andrà a distribuirsi a “pelle di leopardo”. E’ inutile, ora, ancorarci agi ottimismi di facciata. Anche per l’anno prossimo i sacrifici non mancheranno.

 La crisi, ma già l’abbiamo scritto, durerà ancora anni; anche se la sua evoluzione potrebbe evolversi diversamente. Per ora, dato che la politica non può garantire nulla, dobbiamo tenere duro. Dopo, si vedrà. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Sul salva-banche è scontro tra Renzi e Ue

 

Matteo Renzi difende il decreto salva-banche che ha impedito il fallimento di quattro piccoli istituti bancari con relative perdite di posti di lavoro. Ma ha scaricato sulle regole europee che, sottolinea il premier "purtroppo non abbiamo fatto noi", il fatto che il governo non abbia potuto anche restituire agli obbligazionisti subordinati (cioè quei risparmiatori che avevano sottoscritto le obbligazioni proposte dalle rispettive banche e hanno perso tutto) quanto, appunto, hanno perso. Renzi non perde occasione per attaccare Bruxelles e lo ha fatto anche in questo caso. Ma la Ue non è disposta a caricarsi colpe che non ritiene di avere e anzi rivolge all'Italia l'accusa di non aver controllato a dovere istituti bancari che proponevano ai clienti prodotti finanziari non adeguati. Ma ad aggravare il problema c'è il suicidio del pensionato che ha perso tutti i suoi risparmi. Gesto estremo su cui la Lega e i populisti di ogni risma che affollano la scena italiana si sono buttati a pesce. Sarà certamente la magistratura a verificare se da parte delle quattro piccole banche salvate dal fallimento c'è stato dolo nel proporre quelle obbligazioni o se invece avevano messo al corrente i clienti dei rischi a cui andavano incontro. Resta il fatto che i controlli sul sistema bancario italiano hanno fallito, almeno in questo caso. Lo stesso Renzi si è detto favorevole a una inchiesta parlamentare per accertare il funzionamento dei controlli. Ma il suicidio del pensionato e le manifestazioni davanti a Montecitorio dei clienti disperati per aver perso i propri soldi sono il segnale che lo scollamento tra la gente comune e le cosiddette classi dirigenti è sempre più profondo. Anche da questo nasce il populismo e come si vede in Francia con  il trionfo delle due Le Pen e in America con i sondaggi galoppanti di Donald Trump, i politici che interpretano e danno voce alla rabbia della gente comune che si sente indifesa e abbandonata dalle elite hanno il vento in poppa. Sta ai governanti come Renzi in Italia trovare gli antidoti prima che sia troppo tardi. GIANLUCA LUZI  LR 10

 

 

 

 

Tre elicotteri a pile e un commando Sas: così Londra ha eliminato Jihadi John

 

I piccoli droni hanno sorvolato la città di Raqqa in ricognizione poi gli uomini nascosti nel deserto per due giorni hanno dato il via libera – Vittorio Sabadin

 

Tre piccoli elicotteri lunghi 90 centimetri e pesanti 400 grammi hanno individuato il nascondiglio del terrorista britannico Mohamed Emwazi, noto come Jihadi John, e diretto sull’auto che lo trasportava il missile Hellfire che lo ha ucciso. Ma il sanguinario membro dell’Isis che ha decapitato gli ostaggi inglesi Alan Henning e David Haines sarebbe ancora vivo se un commando di otto uomini dello Special Air Service non avesse rischiato la vita per nascondersi a pochi chilometri da Raqqa e dirigere da una buca scavata nella sabbia tutte le operazioni.  

 

I dettagli della pericolosa missione sono stati rivelati dal «Mail on Sunday», che ha avuto accesso a documenti della Forze Speciali. L’11 novembre scorso, due elicotteri Chinook americani hanno trasportato nel deserto siriano gli otto uomini del Sas - il più piccolo, letale e segreto reggimento britannico – e due veicoli adatti a muoversi velocemente nella sabbia, simili ai dune-buggies di moda negli Anni 70. Il commando ha percorso, evitando le strade, circa 50 chilometri verso Raqqa, che è stata raggiunta alle 3 del mattino. I soldati hanno scavato una buca a 6 chilometri dall’abitato, nella quale si sono nascosti per tutto il giorno seguente, mimetizzando anche i veicoli.  

 

La sera successiva, il primo di tre nano-copters dotati di telecamere ad alta definizione con visione notturna è stato fatto decollare. Aveva come obiettivo una casa di sei piani di Raqqa, vicina alla famosa torre dell’orologio della città, e nella quale, secondo informazioni fornite da agenti locali, si nascondeva Jihadi John. Il piccolo elicottero ha sorvolato la zona inquadrando l’edificio: le immagini che riprendeva erano viste in diretta sui tablet del commando nascosto nel deserto, e anche sui computer del quartier generale del Sas a Hereford e del Central Command americano di Doha, nel Qatar.  

 

I primi tentativi  

Alle 20,30, il primo elicottero è stato fatto rientrare perché le sue batterie erano scariche ed è stato sostituito dal secondo, che ha continuato a monitorare la zona. Del terrorista più ricercato dalla Gran Bretagna non c’era però traccia. Alle 22, anche il secondo elicottero è stato richiamato, per sostituirlo con il terzo e ultimo. Se Jihadi John non fosse uscito dall’edificio nelle due ore successive, l’operazione sarebbe fallita.  

 

L’ultima possibilità  

Alle 11,40, la telecamera dell’elicottero ha inquadrato un gruppo di persone che usciva dall’edificio, mentre un’auto si avvicinava per prenderle a bordo. Il feroce tagliatore di teste è stato subito individuato nel gruppo, e dal Comando americano di Doha si è premuto il pulsante che ha lanciato un drone Reaper Predator, armato con un missile Hellfire, sulle coordinate indicate dal mini-elicottero. Dopo pochi secondi, Jihadi John è stato ucciso dalla carica esplosiva. 

 

Il rientro  

Gli otto soldati del Sas, di cui non conosceremo mai i nomi né i volti, hanno esultato. Spenti i loro tablet, sono tornati a bordo dei buggies nel punto del deserto nel quale i Chinook li stavano aspettando. Non hanno sparato un solo colpo. Non hanno visto il nemico in faccia. Ma per quasi due giorni sono rimasti nascosti in territorio ostile, senza farsi scoprire. Anche se la guerra al terrore si combatte ormai dal computer, il coraggio degli uomini sul campo continua a essere determinante.  LS 7

 

 

 

Istat, aumentano i senza fissa dimora: oltre 50mila nel 2014

 

Si stimano in 50 mila 724 le persone senza dimora che, nei mesi di novembre e dicembre 2014, hanno utilizzato almeno un servizio di mensa o accoglienza notturna nei 158 comuni italiani in cui è stata condotta l’indagine. Tale ammontare corrisponde al 2,43 per mille della popolazione regolarmente iscritta presso i comuni considerati dall’indagine, valore in aumento rispetto a tre anni prima, quando era il 2,31 per mille (47 mila 648 persone). Lo rende noto l'Istat che nel 2014 ha realizzato la seconda indagine sulla condizione delle persone che vivono in povertà estrema, a seguito di una convenzione tra Istat, ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora (fio.PSD) e Caritas Italiana.

Il collettivo osservato dall’indagine include tuttavia anche individui non iscritti in anagrafe o residenti in comuni diversi da quelli dove si trovano a gravitare. Circa i due terzi delle persone senza dimora (il 68,7%) dichiarano di essere iscritte all’anagrafe di un comune italiano, valore che scende al 48,1% tra i cittadini stranieri e raggiunge il 97,2% tra gli italiani.

La quota di persone senza dimora che si registra nelle regioni del Nord-ovest (38%) è del tutto simile a quella stimata nel 2011, così come quella del Centro (23,7%) e delle Isole (9,2%); nel Nord-est si osserva invece una diminuzione (dal 19,7% al 18%) che si contrappone all’aumento nel Sud (dall’8,7% all’11,1%).

Rispetto al 2011, vengono confermate anche le principali caratteristiche delle persone senza dimora: si tratta per lo più di uomini (85,7%), stranieri (58,2%), con meno di 54 anni (75,8%), anche se, a seguito della diminuzione degli under 34 stranieri, l’età media è leggermente aumentata (da 42,1 a 44,0), o con basso titolo di studio (solo un terzo raggiunge almeno il diploma di scuola media superiore).

Cresce rispetto al passato la percentuale di chi vive solo (da 72,9% a 76,5%), a svantaggio di chi vive con un partner o un figlio (dall’8% al 6%); poco più della metà (il 51%) dichiara di non essersi mai sposato.

Anche la durata della condizione di senza dimora, rispetto al 2011 si allunga: diminuiscono, dal 28,5% al 17,4%, quanti sono senza dimora da meno di tre mesi (si dimezzano quanti lo sono da meno di 1 mese), mentre aumentano, le quote di chi lo è da più di due anni (dal 27,4% al 41,1%) e di chi lo è da oltre 4 anni (dal 16% sale al 21,4%). Adnkronos 10

 

 

 

 

Dopo l’allarme di Boeri (Inps). Come sarà la pensione dei 30enni di oggi?

 

La previsione del presidente dell'Inps Boeri è stata che per i 30-35 enni la pensione arriverà dopo i 70 anni e che sarà inferiore del 25% rispetto a quella odierna di pari anzianità contributiva. Cosa ne pensano Furlan (Cisl), Luzzi (Sias-Mcl) e le Acli. Puntare al "secondo pilastro" pensionistico, evitare il "lavoro nero", riformare la legge Fornero, queste alcune delle soluzioni proposte - Luigi Crimella

 

Lontani i tempi in cui si andava in pensione con il famoso binomio 57 anni di età e 35 di contributi. O quando le pubbliche dipendenti si ritrovavano l’assegno pensionistico con soli 19 anni 6 mesi e 1 giorno di servizio, a qualsiasi età! Quelli erano gli anni del Bengodi in Italia. Oggi, invece, il presidente dell’Inps, Tito Boeri, prevede che i giovani nati negli anni ’80, cioè quelli che hanno tra i 25 e i 35 anni, secondo le proiezioni disponibili potranno andare in pensione tra i 70 e i 75 anni e percepiranno un assegno pensionistico mediamente – ha detto – più basso del 25 per cento rispetto a quello incassato oggi da un pensionato con analoga anzianità contributiva. Apriti cielo! Alle sue parole è scoppiato un “mezzo” finimondo. Mezzo, perché la riforma “Fornero”, in vigore ormai da qualche anno, è diventata talmente famosa per i suoi effetti, da aver reso più o meno tutti consapevoli della duplice penalizzazione introdotta: la prima riguarda l’età pensionabile, alzata d’ufficio per tutti, uomini e donne, ben oltre la media dei 60 anni circa che è l’età in cui si è pensionato il grosso degli italiani assistiti dall’Inps. La seconda conseguenza è invece rappresentata dall’introduzione del sistema “contributivo” che, a differenza del “retributivo” sino a pochi anni fa vigente in coabitazione col contributivo, calcola l’importo dell’assegno pensionistico sulla base di un insieme complesso di fattori: età, anzianità contributiva, evoluzione della retribuzione, rendimento del “montante” personale collegato all’andamento dell’economia nazionale, oltre al massimale della stessa retribuzione imponibile e all’evoluzione dell’aspettativa di vita. Insomma, un vero rompicapo con il quale oggi è pressoché impossibile se non per approssimazioni rischiose, ipotizzare quale sarà la propria pensione tra dieci, venti o più anni.

Il futuro pensionistico dei “millennials”. In realtà, tra le promesse dell’Inps da qualche anno a questa parte c’era anche quella di inviare a tutti i cittadini la famosa “busta arancione”, con la quale si intendeva fornire il quadro dei versamenti effettuati e una proiezione ponderata sul proprio futuro pensionistico, basata su stime mediane dei parametri di calcolo futuri. Anche se la busta non è mai arrivata, per un cittadino qualsiasi è oggi possibile avvicinarsi alla “verità” della propria pensione. Basta registrarsi sul sito Inps, inserire i propri dati riservati ed ecco che, se tutto è stato inserito per benino, compaiono i versamenti effettuati dal proprio datore di lavoro, gli anni mancanti alla quiescenza e l’importo lordo stimato. E qui viene lo shock provocato da Boeri: i più giovani, che magari hanno da uno a cinque-sei anni di contribuzione essendo attorno ai 30-35 anni, scoprono che dovranno lavorare almeno altri 38-44 anni per arrivare alla soglia demografica prevista che – come detto – si alza di alcuni mesi ogni due-tre anni. Se oggi siamo attorno ai 67 anni, nel giro di un paio di decenni è ipotizzabile che si salirà a 72-74 anni se non oltre. Insomma, una vera incudine sulla testa delle giovani generazioni che un po’ spregiativamente erano state definite “bamboccioni”, “neet”, “millennials”, come non volessero diventare grandi e assumersi le loro responsabilità di uomini e donne del terzo millennio. La nuda verità è che, con la riforma Fornero in vigore, dovranno farsi almeno 40 anni di versamenti per poter sperare di raggiungere una pensione che arrivi al 60-70 % dell’ultimo stipendio. Ma se avessero versamenti discontinui, oppure calanti proprio negli ultimi anni, tale percentuale potrebbe addirittura andare sotto la soglia del 50%. Ci si chiede allora come evitare questo rischio concreto di povertà futura per intere generazioni di giovani di oggi.

Furlan (Cisl), “cambiare la Fornero”. Secondo Annamaria Furlan, segretaria generale della Cisl, la risposta è drastica e univoca: “Occorre assolutamente cambiare la legge sulla previdenza in vigore, la Fornero, perché abbiamo bisogno di creare condizioni migliorative per il futuro pensionistico dei giovani e al tempo stesso favorire la flessibilità in uscita per i lavoratori più anziani”. “Questo – ha spiegato – consentirebbe loro di decidere se e quando andare in pensione secondo la loro condizione di salute, di pericolosità e sopportabilità del lavoro, mentre oggi sono costretti a rimanere fino a 66-67 anni prescindendo dall’attività che svolgono”. La segretaria generale della Cisl sottolinea poi che “questa rigidità non solo non tiene conto dei disagi specifici legati a lavori particolarmente usuranti, ma rende pressoché impossibile entrare nel mercato dei lavoro ai più giovani. Il risultato è che abbiamo da un lato oltre il 40% dei giovani ‘fuori’ dal lavoro e gli occupati più anziani costretti a stare ‘dentro’. E’ quindi una riforma che va assolutamente cambiata”. Aggiunge poi che c’è un altro fattore: “I dati Istat dei giorni scorsi parlano chiaro. Oltre il 50% dei trattamenti non arriva a mille euro al mese. Le nostre pensioni sono troppo basse nonostante si sostenga che la media italiana sia accettabile”.

Mcl, “secondo pilastro”. Acli, “dal 2025 rischio pensionati poveri”. Secondo Alfonso Luzzi, direttore generale del patronato Sias-Mcl, la questione va vista anche rispetto al cosiddetto “secondo pilastro”, soprattutto in rapporto ai giovani 35enni di cui ha parlato Boeri. “Il sistema contributivo non è più una novità da tempo ed è la legge attualmente vigente. Potrà non piacere, ma costringe a pensare a costruirsi la pensione di scorta, iniziando a risparmiare sin da giovani. Ormai ci avviciniamo a un’età pensionabile di 68 anni e fra 20-30 anni tale limite sarà più alto ancora. C’è tempo per pensare a come accantonare piccole cifre ogni mese a fini di pensione integrativa. Ma la condizione è che i giovani puntino a muoversi in un contesto lavorativo di ‘legalità’, evitando il lavoro nero e cominciando presto ad accumulare contributi regolari”. Secondo Luzzi il “Jobs Act con la sua esenzione contributiva per 3 anni alle aziende che assumono va nella giusta direzione per contrastare sia la disoccupazione sia le posizioni irregolari. Sarebbe stato auspicabile una proroga di tali esenzioni nella stessa misura per gli anni successivi, perché si tratta sì di un costo per la collettività, ma di un costo sostenibile e in grado di offrire benefici di lungo periodo superiori all’investimento iniziale”. Alle Acli presiedute da Gianni Bottalico, il pensiero è che quello che vediamo oggi non è niente rispetto a quando il sistema contributivo sarà totalmente a regime. Per questo l’associazione ha pensato a una proposta di legge per mitigare gli effetti della legge Fornero, specie per coloro che a seguito di infortuni divengono inabili o invalidi, e per i superstiti la cui reversibilità verrà calcolata totalmente con il contributivo. Le proiezioni dicono che tali trattamenti sarebbero ben al di sotto della pensione sociale. Nella proiezione delle Acli il rischio è che dal 2025, quando tutti andranno in pensione col contributivo, assisteremo – se non cambierà il contesto economico e non ci sarà stata la “ripresa” – a un alto numero di pensionati poveri. E questo non è certo un bel futuro. Sir 7

 

 

 

Dare ai Comites nuovi strumenti di comunicazione e creare una filiera informativa per i nuovi migranti

 

ROMA - Gli organismi di rappresentanza degli italiani all’estero stanno vivendo una fase di transizione che è opportuno assecondare in modo positivo, anche per avvicinarsi concretamente ad una loro organica riforma, che comunque necessita di tempi adeguati. Questo è particolarmente vero per i Comites, che essendo a contatto con i nostri concittadini ne registrano in chiave diretta le esigenze e gli umori. Un segnale da non trascurare è venuto dalla scarsa partecipazione alla prenotazione e al voto per il loro rinnovo, che ha manifestato distacco e disagio.

Ora che la ricostituzione è avvenuta, sia pure dopo una lunga pausa, è necessario metterli in condizione di reagire attivamente fornendo loro risorse e strumenti adeguati e facendo concreti passi in avanti, capaci di migliorare il loro rapporto con i connazionali. Per questo, su sollecitazione di alcuni presidenti di Comites del Nord America e assieme agli altri colleghi del Pd eletti all’estero, ho presentato ai Ministri degli Esteri e dell’Interno un’interrogazione nella quale chiedo che ai presidenti dei Comites siano forniti, con formalità richieste dalla tutela della privacy, gli elenchi dei cittadini residenti nelle rispettive circoscrizioni consolari, in modo che i Comites possano coinvolgerli più diffusamente e direttamente nelle loro campagne informative e nelle loro iniziative.

La transizione, tuttavia, è determinata non solo dai mutamenti che avvengono nel nostro tradizionale insediamento, ma anche dai flussi di nova emigrazione che negli ultimi anni sono cresciuti intensamente. Anche in questo caso, ferma l’esigenza di organizzare una rete di servizi adeguata a sostenere questa inedita situazione, credo sia urgente costruire un sistema informativo mirato per coloro che oggi si dirigono all’estero per ragioni di lavoro. Un sistema idoneo a mettere ciascuno nella condizione di poter contattare nei luoghi di arrivo soggetti istituzionali e associativi capaci di fornire riferimenti in ordine alla prima accoglienza, alle possibilità logistiche, all’iniziale contatto con le autorità e l’amministrazione locali, alle informazioni di lavoro e alle possibilità di inserimento dei figli nel sistema formativo e a quant’altro possa facilitare l’inserimento dei nostri connazionali nelle nuove realtà. Alcuni Comites, associazioni e Patronati lo stanno già facendo in proprio, ma si tratta di costruire una vera e propria rete completa di informazioni e di facile accesso a distanza.

Nella stessa interrogazione, dunque, ho chiesto al ministro degli Esteri se non intenda dare disposizioni volte a realizzare una filiera informativa rivolta ai nuovi migranti affinché questi siano messi in condizione di ottenere a distanza e in temi rapidi, consultando i siti istituzionali del Ministero e delle sue strutture decentrate all’estero, nonché i siti dei Comites e del CGIE, le informazioni più dirette ed utili per far fronte alle numerose e complesse problematiche della fase di insediamento.

Tutti, a livello di ricerche e di responsabilità istituzionali, evochiamo le nuove migrazioni, ma per la verità poco si sta facendo in termini concreti. Partire da cose fattibili e immediate può servire a camminare in avanti e a corrispondere ad alcune delle esigenze più avvertite dai nuovi migranti.

Francesca La Marca, deputata eletta all’estero per il Pd nella ripartizione del Nord e Centro America

 

 

 

 

Promesse dei politici

 

Quando capita, e questo sembrerebbe il caso, ci si rammenta che esiste anche una nostra numerosa Comunità di pensionati che, assai spesso, non riesce a quadrate il bilancio familiare. Ora sembra prossimo il tempo degli adeguamenti previdenziali. Quando si tratta di vitalizi contributivi, la cautela non è mai troppa; anche se l’ottimismo è molto. Meglio, però, essere pessimisti, che maestri d’illusioni. Che da noi sono nella norma e, non di rado, interpretate a vantaggio di chi le escogita.

 

Ciò premesso, pur non entrando nel meccanismo di rivalsa previdenziale varato dall’Esecutivo Monti nel 2011, e “ smontato “da un provvedimento della Consulta, facciamo un semplice ragionamento aritmetico. Certamente non completo. Ma, sicuramente, indicativo. Soprattutto per chi è attento ai bilanci di famiglia.

 

Prendiamo l’“una tantum” gli importi che sono stati quantificati. Per le pensioni (al lordo d’imposta),molto basse, l’importo in più sarà d’Euro 750 (al netto d’imposta?). Dato che l’importo globale è riferito al quinquennio 2011/2015, re risulterebbe, di conseguenza, un credito previdenziale di Euro 150 l’anno (nessuna rivalutazione è prevista).

 

 Per il 2016, è stato, però, indovinato un ricalcolo dei profili previdenziali. La questione, a nostro avviso, resta politica, quindi, almeno per ora, di “lana caprina”. Però, di riduzione IRPEF non c’è stato cenno. Comunque, il provvedimento è maturato con un marchingegno che potrebbe anche ridare attendibilità alla politica economica di questo Esecutivo che non ci ha mai persuaso.

 

La “novità” ha fatto notizia. E se ci uscirà qualche Euro in più, il pensionato tornerà a sperare in una vita meno grama. Sarà, realmente, così? L’interrogativo, almeno per ora, è più burocratico che di copertura economica. Alle anticipazioni , che gli interessati verificheranno tra poco tempo nel concreto, rinunciamo. A ciascuno il suo mestiere. Il nostro non è stato mai di natura politica. Ne siamo fieri. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Imu e Tasi, contribuenti alla cassa entro il 16 dicembre

 

Si avvicina la scadenza per pagare il saldo delle tasse sulla casa. I calcoli per il versamento tramite F24 sono da rifare rispetto a giugno. Per chi possiede solo un appartamento, questo sarà l'ultimo anno - di ANTONELLA DONATI

 

ROMA - Appuntamento alle porte con il saldo di Imu e Tasi, in scadenza il prossimo 16 dicembre. E i calcoli per il pagamento, come al solito, sono da rifare rispetto agli importi pagati a giugno. Nel primo caso, infatti, l'imposta andava calcolata con le aliquote 2014; ora, invece, si paga in base alle aliquote deliberate per il 2015. Occorre, dunque documentarsi di nuovo, sul sito del proprio comune o su quello del Dipartimento delle finanze del Ministero dell'economia, per verificare cosa prevedono le nuove delibere, che oltre alle aliquote contengono anche le regole per agevolazioni e detrazioni in materia di Tasi per la prima casa, per le quali la legge ha lasciato carta bianca agli enti locali.

 

Il concetto di prima casa. Per chi possiede solo la prima casa, questo sarà l'ultimo appuntamento con la Tasi, destinata a sparire dal prossimo anno. Per prima casa ai fini delle imposte comunali, si intende esclusivamente l'appartamento che il proprietario abita e nel quale ha la residenza anagrafica. In caso di immobili di lusso, ossia iscritti nelle categorie catastali A/1, A/8 e A/9, però, l'Imu è comunque dovuta, pur se con aliquota ridotta e detrazioni. Le stesse regole previste per la prima casa si applicano alle sue pertinenze, una per ciascuna delle categoria C/2, C/6, C/7, ossia cantine o soffitte, box, posti auto scoperti. Ai fini della definizione di "prima casa" fanno testo, dunque, solo l'utilizzo diretto dell'immobile e la residenza, per cui se anche si possiede un solo appartamento, acquistato con i benefici prima casa, ma non si è ancora trasferita la residenza, non c'è esenzione dall'Imu. Fin qui le regole generali, poi le eccezioni previste dalla legge. Viene infatti riconosciuto come prima casa, ai fini Imu e Tasi, anche l'appartamento assegnato all'ex coniuge in seguito ad una sentenza di separazione o divorzio. Analogo trattamento per quello posseduto, e non concesso in locazione, da appartenenti alle forse armate e di polizia, a prescindere dalla residenza. Infine la legge riconosce l'esenzione dall'Imu per una sola unità immobiliare posseduta dai cittadini italiani iscritti all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero (AIRE) a condizione che siano già pensionati nei rispettivi Paesi di residenza, e che la casa non risulti locata o data in comodato.

 

Caos in oltre 800 comuni ritardatari

Gli immobili esenti per decisione dei comuni. A questa lista si aggiungono poi gli immobili per i quali è possibile avere l'esenzione dall'Imu in quanto "assimilati" a prima casa sulla base delle delibere comunali. La legge riconosce, infatti, ai comuni la possibilità di esentare alcuni immobili dal pagamento delle imposte, nell'ambito delle regole fissate a livello nazionale. Si tratta comunque di una facoltà, per cui gli enti locali non sono necessariamente tenuti ad applicare le esenzioni. In ogni caso l'assimilazione a prima casa è prevista solo per gli immobili di proprietà di anziani e disabili ricoverati in casa di cura, a patto che non siano stati dati in locazione. Possibile assimilazione anche per la casa concessa in comodato a genitori o figli che la utilizzano come abitazione principale, con due specifici paletti fissati dalla legge: l'esenzione è riconosciuta a patto che il comodatario appartenga a un nucleo familiare con ISEE non superiore a 15.000 euro annui, oppure è applicata solo fino ad un valore della rendita catastale di 500 euro. La gran parte dei comuni che hanno deciso di operare l'assimilazione  ha scelto la prima opzione, per cui l'esenzione dall'Imu per le case in comodato è legata al reddito del comodatario.

 

Le aliquote Imu. La base sulla quale calcolare l'imposta è la rendita catastale, rivalutata del 5% e moltiplicata per 160 per abitazioni e pertinenze e per gli altri immobili commerciali; per 80 per gli immobili accatastati come ufficio e per 55 per negozi e botteghe. La base imponibile è ridotta del 50% per fabbricati di interesse storico o artistico e fabbricati dichiarati inagibili o inabitabili e di fatto non utilizzati. Per quel che riguarda le aliquote, i comuni hanno la facoltà di stabilire i livelli, ma entro il tetto massimo fissato dalla legge a livello nazionale. Per la prima casa soggetta ad Imu (quindi per gli immobili di lusso) l'aliquota è pari allo 4 per mille e i comuni possono aumentarla o diminuirla sino a due punti, per cui l'aliquota può oscillare da un minimo del 2 per mille ad un massimo del 6 per mille. La legge, inoltre, prevede una detrazione di 200 euro per immobile (a prescindere quindi dal numero dei propriterai), con la possibilità per il comune di aumentarla fino ad azzerare l'imposta dovuta. Per gli immobili diversi dall'abitazione principale, invece, l'aliquota fissata dalla legge è pari al 7,6 per mille e i comuni possono aumentarla o diminuirla sino a 3 punti, per cui l'aliquota può oscillare da un minimo del 4,6 per mille ad un massimo del 10,6 per mille.

 

La Tasi. La Tasi ha la stessa base imponibile dell'Imu. Anche per il 2015 è stata confermata l'aliquota base dell'1 per mille e la massima del 2,5 per mille. I comuni hanno sia la facoltà di azzerare l'aliquota sia quella di  introdurre un'eventuale maggiorazione, entro il tetto massimo di 8 punti. In ogni caso la somma di Imu e Tasi non può superare per ciascun immobile  l'aliquota massima Imu prevista per legge, ossia il 10,6 per mille, per cui con la maggiorazione il peso di Imu e Tasi sullo stesso immobile può raggiungere al massimo l'11,4 per mille. Per la Tasi la legge ha lasciato ai comuni la possibilità di definire le agevolazioni per la prima casa, lasciando anche liberi gli enti locali di scegliere le modalità ritenute più opportune. C'è, quindi, chi le ha legate al reddito ISEE dei proprietari, chi alla rendita catastale, chi al numero dei figli o all'ubicazione dell'immobile.

 

La Tasi e gli inquilini. Quando un immobile è dato in locazione o in comodato, invece, la legge prevede che una quota della Tasi sia dovuta da chi abita nell'appartamento, a patto che il contratto abbia una durata di più di sei mesi nel corso dell'anno. La quota dovuta dall'inquino varia tra il 10 e il 30 per cento e viene stabilita dal comune. Se l'immobile è in comodato ai familiari e assimilato a prima casa, però, il versamento della Tasi è a carico del proprietario e non dei familiari. In ogni caso proprietario e occupante sono responsabili ciascuno per la propria quota e non esiste alcuna forma di solidarietà. Di conseguenza se l'inquilino non paga non può essere chiesto nulla al proprietario e viceversa. Le regole si applicano anche per gli immobili diversi da quelli per uso abitativo.

 

L'Imu sui terreni. Appuntamento alla cassa il prossimo 16 dicembre anche per l'Imu sui terreni, sia edificabili che agricoli in tutti i casi in cui il proprietario non è coltivatore diretto o imprenditore agricolo. Per le aree fabbricabili la base imponibile è costituita dal valore commerciale al 1° gennaio. Per i terreni agricoli posseduti e condotti da coltivatori diretti e da imprenditori agricoli professionali iscritti nella previdenza agricola (IAP), il valore ai fini Imu è costituito dal reddito dominicale rivalutato del 25 per cento e, poi, moltiplicato per 75. Per gli altri proprietari il moltiplicatore è pari a 135. Sulla base delle nuove disposizioni di legge, entrate in vigore nel marzo scorso, è prevista l'esenzione completa dall'Imu o nel caso di terreni agricoli che si trovano nei comuni classificati come totalmente montani sulla base dell'elenco dei comuni italiani predisposto dall'Istat (1.446 comuni). Per i terreni in collina, invece, sono esenti solo i proprietari hanno la qualifica di coltivatori diretti o imprenditori agricoli. Negli altri casi si applicano le regole previste in passato per cui i non coltivatori pagano sempre l'imposta, mentre i coltivatori pagano per scaglioni in riferimento al valore del terreno.

 

Calcoli e pagamento. Imu e Tasi si pagano con il modello F24. Per il calcolo dell'imposta è necessario fare riferimento alle aliquote e alle detrazioni fissate dai comuni e pubblicate nella pagina dedicata del sito del Dipartimento delle Finanze del Ministero dell'economia.  LR 8

 

 

 

 

La Ue verso una procedura di infrazione contro l’Italia per non aver registrato i migranti

 

Si tenta l’ultima mediazione. Ma a ventiquattro ore dal verdetto non risulta aver sortito ancora effetti – di MARCO ZATTERIN

 

BRUXELLES  - È in corso un tentativo di mediazione dell’ultima ora, ma il destino fatale sembra già scritto. Domani la Commissione Ue deve decidere se aprire o meno una procedura di infrazione contro l’Italia, accusata di aver violato le regole comunitarie e non aver registrato completamente, e accuratamente, i migranti sbarcato sulle coste nazionali. Il parere dei tecnici dell’esecutivo è che la messa in mora vada formalizzata, per il Bel Paese come per altri. Il capo dipartimento Immigrazione del ministero dell’Interno, Mario Morcone, ha portato di persona una serie di nuovi dati a Bruxelles per scongiurare il caso. A ventiquattro ore dal verdetto, però, non risulta aver sortito ancora effetti.  

 

L’istruzione del fascicolo è cominciata a fine agosto, quando la Commissione ha scritto al governo Renzi per chiedere lumi sui 63 mila migranti che le risultavano svanite nel nulla. Secondo le rilevazioni di Bruxelles, nei primi sette mesi dell’anno erano entrati in Italia 92 mila profughi e solo 30 mila circa erano stati censiti a dovere, con l’identificazione e la presa delle impronte. Il contestato (a ragione) Regolamento di Dublino prevede che sia il paese di prima accoglienza a dover occuparsi della registrazione di chi arriva, anche se - ovviamente - questi cerca l’Europa e non l’Italia.  

 

Secondo quando risulta a «La Stampa», la violazione italiana - contestata anche a Croazia, Grecia e malta - riguarda il regolamento 604 del 2013, che stabilisce «i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo o da un apolide». L’Italia è responsabile per il trattamento di chi salva in mare e i nostri controllori non avrebbero fatto sino in fondo il loro dovere. Da Roma sono arrivate più spiegazioni del caso e già in settembre il prefetto Pansa ha scritto una prima lettera per contestare i numeri della Commissione. Niente da fare. Sinché non si cambia, la legge prevede che tutti i migranti in arrivo debbano essere «processati» allo stesso modo dallo stato di prima accoglienza.  

 

Va da sé che in questo momento la decisione di una procedura contro il nostro governo avrebbe un peso politico rilevante. Mentre infuria la polemica sulla redistribuzione che non si riesce a fare e sui centri di accoglienza “hotspot”, la messa sotto accusa dei paesi mediterranei sottoposti a un flusso di rifugiato senza precedenti, potrebbe facilmente innescare proteste anche giustificate dalle capitali in questione. Potrebbe addirittura trasformarsi un boomerang per l’Unione che colpisce proprio gli stati che, in prima persona, hanno sofferto di più. Vero o falso? «Accetto l’argomento che i regolamenti vadano cambiati - afferma una fonte Ue -, ma sino a che non succede è dovere di tutti applicarli e assicurarsi che siano rispettati».  LS 8

 

 

 

                                                                                                                   

Da l’Aquila a Washington                                                                                                                                  

 

Con sentita partecipazione ho letto il libro di Laura Benedetti, Un Paese di Carta, che mi suggerisce note fatte di impressioni e ricordi personali.  Forse incrociai Laura Benedetti, allora studentessa, nei corridoi del Liceo Scientifico nei miei primi, ormai lontani, anni di insegnamento di Lingua Inglese a L’Aquila. Oggi, insegna Letteratura Italiana alla Georgetown University di Washington e per la prima volta si cimenta nella narrativa.

 Difficile descrivere un prodotto della creatività, dell’ingegno e dell’arte. Il testo narrativo di Laura Benedetti oscilla fra passato e presente, intreccia ricordi di un passato più o meno lontano nel tempo a fatti presenti, con lo sguardo rivolto al futuro. I personaggi, ispirati da esperienze di vita vissuta, vivono di originale luce propria, con caratteristiche psicologiche, gusti e abitudini singolari che emergono nell’intreccio dei loro rapporti nella famiglia e nella società; insomma l’autrice dà concretezza ai personaggi della sua storia per mezzo di fatti, situazioni e dialoghi piuttosto che di descrizioni. Ne risulta un tessuto narrativo variegato, stimolante, espresso in una lingua scorrevolissima, raffinata, ricca di immagini ed anche di sottile ironia.

La narrazione si svolge attraverso la vita di tre generazioni di donne. La nonna Alice, emigrò negli USA dopo un casuale incontro in età adulta. Era un’insegnante, per lei l’Italia era la lingua: “I congiuntivi erano i pilastri della sua identità”. La figlia Jane, a sua volta madre di tre figli, divorziata, pratica la professione di avvocato negli USA. LItalia e la lingua italiana rappresentano il suo legame con la madre. Per la nipote Sara, invece, l’Italia è prima il legame con la nonna, poi un’esperienza di vita profondamente formativa, vissuta a L’Aquila in seguito ad un singolare incarico che le lascia la nonna nel testamento.

 L’autrice si sofferma a raccontare le piccole cose del vivere quotidiano nel lento processo di americanizzazione della famiglia. Memorabile la descrizione dello svolgimento delle festa del Ringraziamento, festa nazionale degli americani, in casa di Jane.

 Da piccola Jane doveva aver sofferto parecchio nel raccontare alle compagne di scuola che per il giorno di festa aveva mangiato lasagne. Da grande, ormai americana, si dedica alla preparazione del rituale tacchino, “monumentale uccello”, “indigesto gallinaceo”.

 Durante la cena in famiglia si svolge, fra l’altro, il breve dialogo che riporto, esempio di evoluzione culturale nel passaggio delle generazioni. Jeff: “…noi americani ringraziamo Dio di averci fatto passare il primo inverno nel nuovo continente, e gli Indiani di averci insegnato ad approfittare dei doni di questa terra…” “Così da permetterci di sterminarli senza eccessivi disagi” concluse Sara. Segue accesa discussione.

Tra i luoghi americani della vicenda emerge nella mia memoria la trafficata pista ciclabile di Bethesda, che scorre fiancheggiata dalla foresta e dal fiume Potomac. Un aspetto del mio personale sogno americano. 

E poi L’Aquila. Nella parte finale della storia Sara visita la città nel 2011. 

Sara vede case più o meno provvisorie, una brutta periferia, un brutto centro commerciale, un centro storico deserto e abbandonato, transenne, impalcature, polizia, vicoletti bui e impenetrabili.  Sente e partecipa con i suoi mezzi a discussioni di cultura cittadina, Celestino V, da lei definito “the quitter”, la Basilica di Collemaggio, e i Nove Martiri. La loro tragica vicenda raccontata nella omonima piazzetta da un coetaneo di nonna Alice, offre ai lettori un momento della storia cittadina poco noto, nebuloso, direi un tabù, per cui quella storia diventa l’elemento fondamentale della vita di nonna Alice. Da notare che le pagine con la partenza dei Nove Martiri da una piazzetta dell’Aquila e la lettera della nonna che illumina il suo vissuto sono stampate in corsivo. 

Sara sente una qualche emozione di notte, alla Fontana delle 99 Cannelle, dove ascolta scorrere l’acqua e là fa volare verso l’infinito le ceneri della nonna, così unendo in un simbolico, ideale contatto il fiume Potomac, dove lei morì, e l’Aterno nelle cui vicinanze le sue ceneri si disperdono verso le stelle.  In sintesi, dall’Aterno al Potomac e ritorno. La visita a L’Aquila diventa dunque per Sara un momento di crescita e maturazione, una specie di personale iniziazione a studi di antropologia culturale, psicologia e letteratura.

 Un pensiero particolare rivolgo alla cultura letteraria dell’autrice, cui devo un sorriso durante la lettura. Mi è sorto spontaneo per la citazione di Francis Turner, dall’Antologia di Spoon River di Edgard Lee Masters, memorabile esempio di poesia americana.    

Laura Benedetti dimostra un talento poliedrico, ricco di contenuti, di eccellente abilità narrativa.  Mi sento di avvicinare la scrittura di Laura Benedetti, solida e complessa, a quella di un’altra aquilana, Laudomia Bonanni, altrettanto solida e complessa nella costruzione di trame e personaggi. Questo accostamento mi è venuto spontaneo appena ho incominciato a percepire il notevole spessore narrativo del testo, fatti della storia passata e recente raccontati con immaginazione creativa. In questo parallelo tengo doverosamente presenti tutte le differenze dovute al passare degli anni, all’evoluzione dei modi della narrazione in prosa, e le ampie esperienze di vita oggi possibili, inimmaginabili allora.  Emanuela Medoro, de.it.press 12

 

 

 

 

 

Il Coordinamento delle Associazioni Regionali Siciliane dell’Emigrazione (CARSE) incontra l’assessore Gianluca Miccichè

 

Riprendere l’azione politica delle Regione nei confronti dei milioni di siciliani emigrati interrotta negli ultimi tre anni

 

PALERMO - Le Associazioni regionali siciliane dell’emigrazione - Aitae, Anfe, Crases, Coes, Istituto Regionale Siciliano Fernando Santi, Sicilia Mondo, Siracusani nel Mondo, Usef - che si sono incontrate martedì 1° dicembre con l’assessore regionale della Famiglia, delle Politiche Sociali e del Lavoro Gianluca Miccichè, valutano positivamente le dichiarazioni dell’assessore e l’impostazione politica e strategica finalizzata a rilanciare l’attenzione a questa importante componente (i siciliani nel mondo) delle comunità siciliane.

A seguito della riunione tenutasi a Petralia Soprana nei locali dell’Istituto Regionale Siciliano Fernando Santi lunedì 7 dicembre 2015, ritengono necessarie per il rilancio del settore,  le seguenti iniziative:

- Potenziamento dell’Unità Operativa II Emigrazione/Immigrazione e designazione del dirigente del Servizio

- Impinguamento, anche minimo, della voce di bilancio degli articoli della legge regionale 55/80 e successive modificazioni, da diversi anni riportata per memoria, per consentire di mantenere i contatti con le comunità all’estero da parte delle associazioni di cui all’art. 9 della medesima legge;

- Insediamento, alla prima circostanza possibile, della Consulta Regionale dell’Emigrazione, anche attraverso la delega dei componenti residenti all’estero o attraverso moderne tecnologie informatiche, come sta avvenendo in altre Regioni, e successivamente prevedere nel relativo capitolo di spesa riportato per memoria nel bilancio, le somme necessarie per consentire almeno una riunione annuale e le riunioni del Comitato firettivo;

Le associazioni aderenti al CARSE considerano le dichiarazioni di insediamento dell’assessore regionale Gianluca Miccichè, di grande importanza e speranza per riprendere l’azione politica delle nostra Regione nei confronti dei milioni di siciliani emigrati interrotta negli ultimi tre anni bruscamente e senza giustificazione alcuna.

Per tali ragioni dichiarano sin da subito di offrire la propria esperienza pluridecennale e la propria rete sociale sparsa nel mondo, per contribuire a ricollegare le due Sicilie. (Inform)

 

 

 

 

Welt feiert Klima-Abkommen - Bewährungsprobe kommt noch

 

Paris/Berlin - Die Welt feiert die Einigung von Paris, mit der sich erstmals die ganze internationale Gemeinschaft und nicht nur der Club der Industrienationen zum Kampf gegen den Klimawandel verpflichtet.

Der nach langem Ringen am Samstag verabschiedete Vertrag soll die Erderwärmung auf unter zwei Grad Celsius begrenzen und auf lange Sicht den Ausstieg aus den fossilen Brennstoffen einläuten. "Dieses Abkommen ist unsere beste Chance, den einen Planeten zu retten, den wir haben", lobte US-Präsident Barack Obama. Bundeskanzlerin Angela Merkel sprach von einem Hoffnungszeichen, dass es gelingen werde, die Lebensbedingungen von Milliarden Menschen auch in Zukunft zu sichern. Auch Umweltverbände äußerten sich grundsätzlich positiv, sehen nun aber Deutschland in der Pflicht für einen schnelleren Kohle-Ausstieg. Im Gegensatz zu seinem Vorgänger - dem 1997 geschlossenen Kyoto-Protokoll - ist das Abkommen von Paris rechtlich nicht bindend. Vielmehr bleibt es jeder Nation weitgehend selbst überlassen, ihre Zusagen einzuhalten.

Frankreichs Außenminister Laurent Fabius gab die Einigung, der vierjährige Verhandlungen weltweit und ein zweiwöchiges zähes Ringen um Details in Paris vorausgingen, am Samstagabend unter tosendem Applaus der Delegierten aus fast 200 Ländern bekannt. "Es ist ein Sieg für den gesamten Planeten und künftige Generationen", zog US-Außenminister John Kerry Bilanz, der die amerikanische Delegation in Paris führte. "Zum ersten Mal machen sich alle Länder dieser Welt gemeinsam auf den Weg, den Planeten zu retten", erklärte Bundesumweltministerin Barbara Hendricks. Ab 2020 würden die Staaten alle fünf Jahre neue Klimaschutzpläne vorlegen, die so ambitioniert wie irgend möglich sein müssten. Für diese Pläne gelte das verbindliche Prinzip, dass sie nicht abgeschwächt werden dürften, sondern immer ehrgeiziger werden müssten. Auch China, einer der größten Treibhausgas-Emittenten, bewertete das Abkommen als "großen Schritt vorwärts", wenngleich es nicht perfekt sei. China sei damit zufrieden, sagte Chefunterhändler Xie Zhenhua.

Papst Franziskus nutzte eine Messe vor Zehntausenden Menschen am Sonntag in Rom zu einem eindringlichen Appell, das Abkommen mit Leben zu füllen: "Ich ermahne die gesamte Staatengemeinschaft, mit Dringlichkeit auf dem eingeschlagenen Pfad voranzuschreiten", sagte er.

 

Das Abkommen entspricht in nahezu allen Punkten dem Entwurf, den Frankreich zur Abstimmung vorgelegt hatte. Darin hatte es geheißen, die Erderwärmung solle auf deutlich weniger als zwei Grad Celsius beschränkt werden, möglichst auf nur 1,5 Grad. Zudem sind zusätzliche Finanzhilfen für Entwicklungsländer noch vor 2025 vorgesehen. Sie sollen über die bisher vereinbarten mindestens 100 Milliarden Dollar ab 2020 hinausgehen. Das Geld soll den Ländern helfen, von fossilen Brennstoffen wegzukommen.

Zudem wird angestrebt, den weiteren Treibhausgas-Anstieg möglichst bald zu stoppen und den Ausstoß danach möglichst rasch mit fortschrittlicher Technik zu reduzieren. Entwicklungsländer sollen dabei ihre Emissionen noch über einen längeren Zeitraum erhöhen dürfen als Industriestaaten. Bis zur zweiten Hälfte des Jahrhunderts soll der Treibhausgas-Ausstoß aber nur noch so hoch sein, dass Wälder und Ozeane die Menge der Schadstoffe aufnehmen und verarbeiten können.

 

Auch bei Umweltverbänden stieß das Pariser Abkommen auf grundsätzliche Zustimmung. Sie drängten aber auf rasche Fortschritte bei der Umsetzung der Vereinbarungen. "Die Bewährungsprobe für das Abkommen stellt sich in den nächsten Monaten und Jahren bei der Umsetzung durch die Regierungen und bei den Investitionsentscheidungen von Unternehmen", erklärte Germanwatch.

Der NABU erklärte, endlich gebe es wieder eine gemeinsame Basis der Staatengemeinschaft für den weltweiten Klimaschutz. Allerdings klaffe mit der angestrebten Begrenzung der Erderwärmung auf 1,5 Grad jetzt eine noch größere Lücke zwischen Anspruch und Wirklichkeit. Denn bisher liefen die vorgelegten freiwilligen Klimaschutzpläne der Staaten auf eine Erwärmung von 2,7 Grad zu und der jetzt geschlossene Vertrag lasse offen, wie diese Lücke geschlossen werden könne. Für die EU bedeute das Abkommen, dass die Klimaziele bis 2030 deutlich nachgeschärft werden müssten. Auch Deutschland müsse dies durch einen schnelleren Ausstieg aus Kohle, Öl und Gas tun. Ein Schwachpunkt des Abkommens sei, dass die Emissionen aus dem internationalem Luft- und Schiffsverkehr nicht einbezogen seien.

Auch Greenpeace forderte, Bundeskanzlerin Merkel müsse nun darauf drängen, dass die EU rasch ihre Klimaschutzziele nachbessere. Vor allem aber müsse sie mit einem deutschen Kohle-Ausstieg zeigen, dass die Hoffnung aus Paris gerechtfertig sei. Alister Doyle und Ralf Bode (Reuters 13)

 

 

 

 

Afrika in der IS-Zange

 

Während alle Augen auf Syrien und den Irak gerichtet sind, weitet die Dschihadistenmiliz Islamischer Staat (IS) fast unbemerkt ihre Macht in Afrika aus.

 

Vor allem in Libyen und in Nigeria verbreiten islamistische Gruppen, die der IS-Organisation die Treue geschworen haben, Angst und Schrecken. Experten befürchten, dass Afrika von diesen IS-Milizen über kurz oder lang in die Zange genommen werden könnte.

Große Sorgen bereiten den europäischen Regierungen derzeit insbesondere die Aktivitäten von IS-Kämpfern in Libyen. Binnen eines Jahres habe sich deren Zahl verzehnfacht, von 200 auf etwa 2.000, meint Afrikaspezialist Peter Pham vom Atlantic Council. Sirte, die Geburtsstadt des gestürzten libyschen Machthabers Muammar al-Gaddafi, rund 450 Kilometer von der Hauptstadt Tripolis entfernt an der Mittelmeer-Küste, ist seit Februar die IS-Hochburg in dem Land.

Die Beziehungen zwischen den IS-Kämpfern im nordafrikanischen Libyen und den IS-Anhängern von Boko Haram im westafrikanischen Nigeria könnten "bald" den reinen Propaganda- und Medienbereich hinter sich lassen, warnt Jacob Zenn von der Jamestown Foundation. Dann könnten Boko-Haram-Kämpfer in Libyen trainiert und ausgebildet werden. "Wenn Libyen für das Afrika südlich der Sahara das wird, was (die syrische IS-Hauptstadt) Rakka für andere Teile der Welt ist, dann könnte Boko Haram 2016 oder 2017 sehr gut eine neue Art von Angriffen in Nigeria oder Westafrika starten", fügt der Experte für dschihadistische Gruppen in Afrika hinzu.

Statt sich nur auf ihre lokalen Ziele zu konzentrieren, könnten die IS-Milizen "westliche Interessen in der Region" ins Visier nehmen, sagt auch Michael Shurkin vom Analysezentrum Rand Corporation, der früher beim US-Geheimdienst CIA war. Durch die Übernahme von Symbolen, Rhetorik und Propaganda des IS würden auch mehr ausländische Kämpfer angezogen, sagt Pham.

Auch wenn es aus Europa bisher nur wenige sind - Mitte November wurden zwei Franzosen in Tunesien festgenommen, die sich der IS-Miliz in Libyen anschließen wollten - so ruft die IS-Organisation ihre Anhänger inzwischen weltweit doch explizit dazu auf, sich ihren Gruppen in Afrika anzuschließen, sollte die Ausreise nach Syrien oder in den Irak zu schwierig sein.

In Sirte in Libyen kämen schon "hunderte ausländische Kämpfer aus Tunesien, dem Suden, dem Jemen, aber auch aus Nigeria" an, um dort für Anschläge in anderen Ländern ausgebildet zu werden, sagt ein Oberst der libyschen Regierungstruppen, der anonym bleiben will. Das Außenministerium der international anerkannten Regierung in dem von Chaos und Gewalt zerrütteten Land spricht sogar von mehreren tausend Rekruten des IS in der Stadt. Das Ministerium befürchtet, dass es noch viel mehr werden könnten, wenn der Druck auf den IS in Syrien und dem Irak steige.

Noch sehen sich die IS-Dschihadisten in Libyen einem starken Widerstand nicht nur der zahllosen anderen bewaffneten Milizen in dem Land, sondern auch aus der Bevölkerung gegenüber. Doch der IS versucht derzeit, seinen Einflussbereich auf die Öl- und Gasgebiete in Richtung Adschdabija auszuweiten, rund 350 Kilometer von Sirte und 190 Kilometer von Bengasi entfernt.

Wie in Syrien und im Irak hat der Westen große Schwierigkeiten, in dem Land mit zwei rivalisierenden Regierungen und Parlamenten verlässliche Partner zu finden, um die IS-Dschihadisten am Boden bekämpfen zu können. Und so kann sich der IS zunehmend festsetzen und auch für Nachbarländer wie Tunesien gefährlich werden. Frankreichs Regierungschef Manuel Valls warnte erst kürzlich, dass Libyen "mit Sicherheit das große Thema der nächsten Monate" werde. EA/AFP, 11

 

 

 

 

Glühwein für Afrika. Der Kontinent braucht mal wieder unsere Hilfe. Prost!

 

Weihnachtszeit – spätestens jetzt sollten jeder und jede mit einem Gewissen vor Jahresschluss einmal wieder Afrika retten. Vor allem in lokalen und regionalen Zeitungen wird dafür geworben. Die online-Zeitung Lokalo.de zum Beispiel legt ihren Leserinnen und Lesern in diesem Jahr das Projekt „Glühwein für Afrika“ ans Herz: „Ziel des Afrikastandes auf dem Trierer Weihnachtsmarkt ist es, durch den Verkauf von ‚Glühwein für Afrika´ bildungshungrigen jungen Menschen in Kenia ein Studium zu ermöglichen. (...) An den kommenden drei Adventswochenenden ist der Afrikastand noch vor der Trier Galerie in der Innenstadt aufgebaut und lädt Besucherinnen und Besucher herzlichst ein, einen Glühwein oder einen alkoholfreien Punsch für den guten Zweck zu trinken.“

Eine recht anschauliche Vorstellung davon, wie grauenvoll Afrika sein muss und wie unhaltbar die Lebensumstände dort, bekommen Leserinnen und Leser der Südwestpresse. „Ihr Zuhause ist die Straße. Sie ernähren sich vom Abfall der Stadt, leiden Schmerzen vor Hunger. Kenias Kindern fehlt jede Perspektive“, heißt es in der Tageszeitung aus Bayern. „Und wir Zeitungsmacher wollen auch in diesem Jahr wieder an diejenigen denken, die dringend Hilfe brauchen.... Die Rede ist von notleidenden Menschen in Afrika. Vor allem von den Kindern, denen ohne Unterstützung aus den westlichen Industrienationen ein Leben ohne jede Zukunft droht.“ Dabei ist nur so wenig nötig, glaubt man nach der Lektüre, um das triste Schicksal der Afrikanerinnen und Afrikaner doch noch abwenden zu können. Etwas guter Wille, ein offenes Portemonnaie auf dem Weihnachtsmarkt.

Im Südkurier erfährt man von einer Rentnerin, die „sich auf unterschiedliche Weise für Afrika, dem Kontinent, der ihr Herz tief berührt hat“ engagiert. „Sie ist erfinderisch, um Spenden zu sammeln, verkauft nicht nur selbst gemachte Marmelade und Dörrobst, sondern veranstaltet regelmäßig nach Ostern einen Flohmarkt, dessen kompletter Erlös in ihr Hilfsprojekt einfließt. Aktuell findet vor ihrer Haustür ein kleiner Weihnachtsmarkt statt – und zwar täglich und ganztägig.“ Die Spenden, erfahren Leserinnen und Leser auch noch, „überbringt sie persönlich, damit sie direkt bei den Armen ankommen“.

Ein anderer engagierter Rentner zieht jedes Jahr zwei Monate lang zu den Massai in Tansania. "Wir kümmern uns um die Kinder, denen kann man noch etwas beibringen“, wird der gelernte Gärtnermeister aus dem Erzgebirge von der Freien Presse zitiert, die in Chemnitz erscheint. „Die Massai sind Viehzüchter. Sie müssen lernen, den Boden zu bebauen“.

Hilfsbereitschaft in allen Ehren. Aber ob der Gärtnermeister aus dem Erzgebirge wirklich weiß, was die Massai am Kilimandscharo „müssen“? Beim Lesen solcher Artikel entsteht unweigerlich ein doppelter Eindruck: Erstens stellt sich Respekt ein vor der Großzügigkeit und oft auch Zähigkeit der gut meinenden Helferinnen und Helfer. Aber zweitens erscheinen die Afrikanerinnen und Afrikaner absolut bedürftig und dadurch fast schon kindlich. Anscheinend nämlich kann – und muss! – man ihnen bei allem helfen. Sie sind offenbar hilflos, wenn nicht die weißen Helfer kommen, dieser Eindruck jedenfalls entsteht.

Über die Gründe dieser Hilflosigkeit wird in solchen Artikeln nicht diskutiert, das eigentliche Thema sind ja die weißen Helfer. Genannt wird in aller Regel „die Armut“, und „die Armut“ scheint in Afrika so naturgegeben zu sein, wie Gebirge oder Wüsten. Zugleich aber scheinen sich die Afrikanerinnen und Afrikaner aus dieser Armut nicht mittels eigener Kraft befreien zu können. Ihnen fehlen anscheinend die guten Ideen, die in Europa offenbar am laufenden Meter produziert werden.

Wenn Afrikanerinnen und Afrikaner in den Medien nicht in dieser Weise als chronisch Hilfsbedürftige dargestellt werden, dann wird entweder über ihre sportlichen Leistungen (und neuerdings über das weit verbreitete Doping) berichtet, oder über ihr Rhythmusgefühl und ihr musikalisches Talent. Die Afrikaner, so könnte man meinen, hungern, tanzen oder dribbeln, und oft auch alles zugleich. Dass sie hungern und trotzdem so fröhlich sind, dass sie tanzen, ist ebenfalls ein beliebtes Motiv. Sonst aber machen sie offenbar den lieben langen Tag nichts.

Natürlich gibt es auch andere als die oben erwähnten Berichte, die ja eigentlich die deutschen Wohltäter feiern, und sich nicht so sehr den Verhältnissen in Afrika widmen. Aber zahlenmäßig dominieren sie die Berichterstattung und verfestigen so das Bild, das sich Deutsche von Afrikanern machen. Denn die vielen kleinteiligen, immer gut gemeinten, aber oft sehr unbedarften Spendenaktionen gehen ja, wie oben skizziert, von der Annahme aus, dass „der Afrikaner“ sich selbst nicht zu helfen weiß. Das technisierte, moderne Afrika, die intellektuelle Elite des Kontinents, die global vernetzte afrikanische Jugend, das alles taucht als Gedanke nicht mal am Horizonte auf. Ebenso wenig wie ein möglicher Zusammenhang zwischen Armut in Afrika und internationalen (handels-) politischen Verhältnissen.  Bettina Rühl IPG 7

 

 

 

 

Front National stärkste Kraft bei Frankreichs Regionalwahl

 

Der rechtsextreme Front National (FN) geht als Sieger aus den Regionalwahlen in Frankreich hervor. "Das alte System ist tot", erklärte die FN-Abgeordnete Marion Marechal-Le Pen in einer ersten Stellungnahme.

Hochrechungen vom späten Sonntagabend zufolge erzielte die fremdenfeindliche und europakritische Partei landesweit 30,2 Prozent der Stimmen und wurde damit stärkste Kraft. Zudem lag sie in sechs der 13 Regionen vorne. Selbst ein Sieg in nur einer Region bei der zweiten Wahlrunde am kommenden Sonntag wäre ein Durchbruch für die Partei von Marine Le Pen, die bislang nur einige Städte regiert hat. Damit würde der FN auch seine Ausgangsposition für die Präsidentschafts- und Parlamentswahlen 2017 erheblich stärken.

"Das ist ein historisches, außergewöhnliches Ergebnis", erklärte die FN-Abgeordnete Marion Marechal-Le Pen in einer ersten Stellungnahme. "Das alte System ist tot." Das Innenministerium erklärte nach der Auszählung von etwa zwei Drittel der Stimmen, die Republikaner des ehemaligen Präsidenten Nicolas Sarkozy lägen landesweit hinter dem FN mit 27,4 Prozent. Wie erwartet wurden die Sozialisten von Amtsinhaber Francois Hollande nur drittstärkste Kraft mit 22,7 Prozent. Der FN setzt mit der Regionalwahl seinen Siegeszug fort, den er bei der Europa-Wahl 2014 begonnen hatte. Damals wurde er erstmals stärkste Kraft in Frankreich.

In der zweiten Runde dürfen alle Parteien antreten, die die Zehn-Prozent-Hürde überschreiten. Die Wahl findet am 13. Dezember statt, genau einen Monat nach den Anschlägen von Paris, bei denen IS-Anhänger 130 Menschen töteten. Der fremdenfeindliche FN profitiert vom Klima der Angst nach den Angriffen wie auch von den Sorgen der Franzosen über die hohe Zahl von Flüchtlingen in Europa sowie der Wut über die Rekord-Arbeitslosigkeit im Lande.

Entscheidend für den endgültigen Ausgang der zweiten Runde dürfte sein, ob die Republikaner und Sozialisten in den Regionen mit einem starken Abschneiden des FN zusammenarbeiten können. So könnte jeweils eine der beiden Parteien darauf verzichten, dort anzutreten, und damit die Stimmen für das Anti-FN-Lager in einer Partei bündeln. Allerdings erklärte Sarkozy bereits am Abend, es werde keine "taktischen Allianzen" mit den Sozialisten geben. Deren Spitze sollte in der Nacht zu Beratungen über das weitere Vorgehen zusammenkommen. Ea/rtr, 7

 

 

 

„Auf einem toten Planeten gibt es keine Arbeitsplätze“

 

Die Generalsekretärin des Internationalen Gewerkschaftsbundes (IGB) Sharan Burrow über den Klimagipfel in Paris.

 

Was erwarten Sie vom Klimagipfel in Paris?

Bereits jetzt gehen Arbeitsplätze Aufgrund des Klimawandels verloren und die Wissenschaft macht uns deutlich, dass all unsere Volkswirtschaften und Gesellschaften von Chaos und Armut bedroht sind, wenn wir nicht bald emissionsarme Pfade einschlagen. Deshalb hat die Gewerkschaftsbewegung alle am COP21-Gipfel Beteiligten dazu aufgerufen, sich vor Augen zu führen, dass es auf einem toten Planeten keine Arbeitsplätze geben wird. Zur Abwendung einer Klimakatastrophe muss man jetzt schnell handeln und sich dabei von den Prinzipien einer gerechten Gesellschaft leiten lassen.

In Bezug auf die Klimaverhandlungen hat der Gewerkschaftsbund konkrete Forderungen an die Regierungen gerichtet:

Die Regierungen müssen ambitioniertere Ziele festlegen und realisieren, dass in Klimaschutzmaßnahmen auch das Potenzial zur Schaffung neuer Arbeitsplätze steckt. Sie müssen konkrete Schritte einleiten, mit denen die Emissionen noch vor und über das Jahr 2020 hinaus erheblich reduziert werden, und einen gerechten Weg zur Erreichung des Zwei-Grad-Ziels einschlagen. Außerdem müssen sie sich auf einen strengen Mechanismus zur regelmäßigen Überprüfung einigen und mit der Zeit immer ambitionierte Ziele anvisieren.

Die Staaten müssen die zugesagte Klimafinanzierung leisten und die von den Folgen des Klimawandels am stärksten betroffenen Länder unterstützen. Dazu gehört auch Klarheit darüber, wie die entwickelten Länder ihre Verpflichtungen einhalten und bis 2020 Gelder in Höhe von 100 Milliarden US-Dollar aufbringen werden, um die für Anpassungsmaßnahmen nötigen Mittel bereitstellen zu können. Darüber hinaus sollen sie auch Wege aufzeigen, wie diese Beträge nach 2020 erhöht werden können.

Die Regierungen müssen sich verpflichten, in die Durchführungsbestimmungen des Paris-Abkommens Maßnahmen für einen »gerechten Wandel« aufzunehmen, um Arbeitnehmern und ihren Gemeinden die Arbeitsplätze und denjenigen in den emissionsintensivsten Sektoren die Existenzgrundlage zu sichern.

Welche Haltung nimmt der Internationale Gewerkschaftsbund (IGB) in den Verhandlungen ein? Gibt es innerhalb der verschiedenen angeschlossenen Gewerkschaften unterschiedliche Positionen?

Die vergangenen Konferenzen der Vertragsparteien (COP) des Rahmenübereinkommens der Vereinten Nationen über Klimaänderungen (UNFCCC) haben dunkle Schatten auf die Pariser Konferenz geworfen. In Warschau verließen zivilgesellschaftliche und andere soziale Bewegungen sowie Gewerkschaften zu Hauf aus Protest die Konferenz, nachdem eindeutige Versuche unternommen worden waren, in Bezug auf die drei oben genannten Grundsätze von früheren Verhandlungsergebnissen abzurücken. In Lima im letzten Dezember erlebten wir, wie dem »kleinsten gemeinsamen Nenner« der Vorzug gegeben wurde, um überhaupt eine Vereinbarung zu erreichen – wobei es keine Rolle spielte, wie abträglich diese Vereinbarung für den Klimaschutz war.

Die Gewerkschaften sind sich in Bezug auf ihre Forderungen an die COP21 einig und auch hinsichtlich der weitergefassten Positionen zum Klimaschutz. Aber wir müssen daran arbeiten, unsere Mitglieder zu der Thematik besser zu mobilisieren. Gelingt uns das nicht in diesem und den kommenden kritischen Jahren, in denen wir noch die Chance haben, den Trend umzukehren, der uns in die Klimakatastrophe führen wird, besteht kaum Hoffnung, dass die Regierungen sich ändern und entschiedener vorgehen werden. Sie werden einfach weiterhin Konferenzen abhalten.

Es gibt zu viele Mächte, die von dem gegenwärtigen Stand der Dinge profitieren. Die reiche Konzernlobby mit ihrem überholten Geschäftsmodell verhindert weiterhin Fortschritte auf der innenpolitischen Ebene. Die Arbeitnehmer und ihre Gewerkschaften müssen sich mehr engagieren, um diesem Einfluss entgegenzuwirken.

Was wäre für den IGB ein erfolgreiches Ergebnis von COP21?

Ein Erfolg in Paris geht weit darüber hinaus, was als UNFCCC-Ergebnis zu erreichen ist oder im Text eines Abkommens steht.

Ein Erfolg in Paris ist an unserer gemeinsamen Fähigkeit zu messen, den Klimawandel zu jedermanns Anliegen zu machen und ihn mit einem alternativen Wirtschaftssystem zu verknüpfen, das nicht nur die Rechte aller respektiert und Wohlstand für jeden Einzelnen fördert, sondern gleichzeitig einen sicheren und gesunden Planeten für die zukünftigen Generationen garantiert. Wir müssen deutlich machen, dass es beim Kampf gegen den Klimawandel nicht um Schadensbegrenzung geht, sondern um die Forderung nach Arbeitnehmerrechten, sozialer Absicherung, Gleichstellung der Geschlechter, nachhaltigem industriellen Wandel und um andere wichtige Auseinandersetzungen, für die sich die Gewerkschaftsbewegung von Anbeginn an engagiert hat. Die an den Klimaverhandlungen beteiligten Politiker werden streng danach beurteilt, ob es ihnen gelingt, die Wirtschaft in den Dienst des sozialen Fortschritts zu stellen – und niedrige klimapolitische Ambitionen vernichten den sozialen Fortschritt.

Für die Gewerkschaftsbewegung ist der Klimawandel eine Herausforderung, die alles, wofür sie je gekämpft hat und kämpft, nämlich Gleichberechtigung, Rechte und Wohlstand, in Gefahr bringt. Es ist eine Herausforderung, in die wir uns einbringen müssen, um an einer Umgestaltung mitzuwirken, bei der die Arbeitnehmer selbst über ihre Zukunft entscheiden können.

Wie begegnet der IGB der Angst, aufgrund der globalen Energiewende Arbeitsplätze in den traditionellen Energiesektoren zu verlieren?

Der IGB und die gesamte Gewerkschaftsbewegung werden dafür kämpfen, niemanden zurückzulassen. Trotz der Gelegenheiten, neue Arbeitsplätze zu schaffen, wird es für einige Arbeitnehmer und ihre Gemeinden sehr schwer. Der IGB ist fest davon überzeugt, dass die Energiewende von Maßnahmen zu einem »gerechten Wandel« unterstützt werden muss. Und es ist die Aufgabe der Gewerkschaften, für diesen gerechten Wandel zu kämpfen. In den Sektoren, in denen der Abbau von Arbeitsplätzen nicht zu vermeiden ist, müssen die Sozialpartner (Gewerkschaften und Arbeitgeber) weit im Voraus verbindliche Übergangsstrategien entwickeln, die neue Möglichkeiten für Arbeitnehmer eröffnen und aktiv einen strukturellen Wandel gestalten. Die Gewerkschaften vertreten die Arbeitnehmer im Energiesektor und in der Industrie fossiler Brennstoffe sowie in anderen betroffenen Bereichen.

Und während die Unternehmen Maßnahmen einleiten, um auch in einer grünen Wirtschaft wettbewerbsfähig zu bleiben, müssen wir die Ängste der Menschen wahrnehmen, die damit rechnen, ihren Arbeitsplatz zu verlieren. Diese Arbeitnehmer sind das Rückgrat vieler Gemeinden und ihnen muss eine Zukunft garantiert werden. Zu einem integrierten Garantiepaket gehören Versetzungen und Weiterbildungen, um in neuen Sektoren Beschäftigung zu finden, und natürlich die Sicherung der Renten.

Die Gewerkschaften müssen dafür sorgen, an dem Dialog beteiligt zu werden, bei dem über Investitionen entschieden wird, bei dem die Industrien für die Nachhaltigkeit umgerüstet und mit dem menschenwürdige Arbeitsplätze gesichert werden. Sozialer Dialog, Konsultation und Kollektivverhandlungen – die Arbeitnehmer haben ein Recht darauf, an der Gestaltung ihrer Zukunft mitzuwirken.

Wie können die Gewerkschaften zur Energiewende beitragen?

Zur Stabilisierung des Klimas müssen die Energiesysteme grundlegend verändert werden – und damit auch alle Wirtschaftssektoren. Unsere Mitglieder sind an allen Dimensionen dieser Herausforderung beteiligt, von den Aktivisten, die sich für den Klimaschutz einsetzen, über Arbeitnehmer, die sich in neuen Industrien organisieren, bis hin zu Beschäftigten in der Erzeugung fossiler Brennstoffe. Für den IGB bedeutet das, für einen sozialen Dialog zu kämpfen, der sicherstellt, dass es auf nationaler, Industrie- und Betriebsebene Pläne für einen »gerechten Wandel« geben wird.

Es bedeutet auch, dass wir dafür sorgen müssen, dass die Arbeitnehmer ihre Interessen nicht zwangsläufig mit denen ihrer Unternehmen gleichsetzen. Die Beschäftigten haben ein Recht darauf, über die Pläne ihrer Regierungen zur Dekarbonisierung der Wirtschaft und zur Sicherung ihrer Arbeitsplätze und Renten informiert zu werden. Genauso steht ihnen das Recht zu, über die Pläne ihrer Arbeitgeber zur Dekarbonisierung der Betriebe und zur Beschäftigungssicherung Bescheid zu wissen. Und nicht zuletzt haben sie auch das Recht zu erfahren, wie ihre Rentenfonds angelegt werden.

Nur die Gewerkschaften können den Arbeitnehmern zu diesen Rechten verhelfen. Deshalb müssen wir als Gewerkschaften unbedingt im Kern dieser Wende aktiv werden, um noch in diesem Jahrhundert menschenwürdige Arbeitsplätze und sozialen Fortschritt durchzusetzen. Sharan Burrow  IPG 7

 

 

 

 

Gastarbeiterinnen und Gastarbeiter haben unsere Geschichte geprägt und ihre Leistungen sind zu würdigen

 

Am 20. Dezember 1955 wurde das erste Anwerbeabkommen mit Italien unterzeichnet. Anlässlich des 60. Jahrestags hat die Beauftragte der Bundesregierung für Migration, Flüchtlinge und Integration, Staatsministerin Aydan Özoguz, am 7. Dezember zu einer Feierstunde ins Kanzleramt eingeladen. Dazu erklärte die Staatsministerin:

 

„Mit der Veranstaltung heute wollen wir die Lebensleistung von Gastarbeiterinnen und Gastarbeitern in Deutschland würdigen. Viel zu lange haben wir nicht anerkannt, dass sie einen Teil unserer Geschichte geprägt und am deutschen Wirtschaftswunder mitgearbeitet haben. Als am 20. Dezember 1955

das Anwerbeabkommen mit Italien unterzeichnet wurde, war das der Beginn einer Einwanderung, die keine sein sollte. Die deutsche Politik, die Gesellschaft und auch die Gastarbeiter gingen von einem Provisorium aus. Man würde den Arbeitskräftemangel überbrücken und dann würden die Menschen wieder gehen. Aber wie Max Frisch es treffend formulierte: Wir riefen Arbeitskräfte und es kamen Menschen. Insgesamt waren es 14 Millionen Gastarbeiter, drei Millionen von ihnen blieben dauerhaft in Deutschland, sie gründete Familien und fanden hier ihre Heimat.

Unser Land verdankt seinen Wohlstand auch der Tatkraft der Menschen, die damals aus ihrer Heimat aufgebrochen sind, um hier zu arbeiten. Nach dem Abkommen mit Italien folgten Verträge mit Griechenland, Spanien, Türkei, Marokko, Portugal, Tunesien und Jugoslawien. In der DDR wurden Vertragsarbeiter ab den 1960er Jahren aus Polen, Ungarn, später dann aus Vietnam, Kuba, Angola oder Mosambik angeworben.

Für die meisten Einwanderer in den 1950er, 1960er und 1970er Jahren war es eine harte und entbehrungsreiche Zeit. Sie lebten anfangs in Sammelunterkünften, abgeschnitten von der deutschen Bevölkerung, arbeiteten in Zechen, in Fabriken, an Fließbändern. Viele wollten Geld verdienen, sparen und nach ein paar Jahren wieder zurück in ihre Heimat, um dort ein besseres Leben als vor der Ausreise zu führen. Doch bei Millionen Menschen kam es anders als geplant. Als 1973 als

Reaktion auf die weltweite Ölkrise auch in Deutschland die Arbeitslosigkeit stieg und der Anwerbestopp für weitere Arbeitsmigranten verhängt wurde, führte das zur gegenteiligen Wirkung: Viele Einwanderer holten nun ihre Familien aus dem Ausland nach Deutschland.

Doch obwohl die Einwanderer zum Teil seit vielen Jahren in Deutschland lebten, gab es nur wenige Maßnahmen zur Integration. Mancherorts wurden Schüler nach ihrer Staatsangehörigkeit in Ausländerklassen sortiert. Es ist eines der größten Versäumnisse der Nachkriegsgeschichte, dass wir damals weder auf Sprachkurse, Migrationsberatung noch auf eine vorausschauende Integrationspolitik gesetzt haben. Viele Jahre ignorierte die Politik die Realität und verhielt sich so, als ob

Deutschland kein Einwanderungsland wäre. Es dauerte 50 Jahre, bis wir 2005 mit dem Zuwanderungsgesetz den Anspruch auf Integrationskurse mit dem Deutschunterricht als wichtiges Instrument zur Integration einführten.

Heute haben wir aus den Fehlern von damals gelernt. Keiner bestreitet mehr die Notwendigkeit, dass die Menschen, die bei uns leben, in unsere Gesellschaft eingebunden werden müssen. 60 Jahre nach dem ersten Anwerbeabkommen muss klar sein: Herkunft darf kein Schicksal sein – erst recht nicht in der dritten oder vierten Generation!“ pib 7

 

 

 

 

SPD-Minister gegen Integrationspflicht

 

Justizminister Maas und Familienministerin Schwesig sind gegen eine von der CDU geforderte Integrationspflicht für Einwanderer. Die SPD-Minister halten die Forderung für „pure Symbolik“. Werte müsste nicht nur von Flüchtlingen respektiert werden, sondern auch Rassisten vor den Flüchtlingsunterkünften.

 

Die beiden SPD-Minister Heiko Maas und Manuela Schwesig haben sich gegen eine von der CDU diskutierte Integrationspflicht für Migranten ausgesprochen. „Ein zwanghaftes Formelbekenntnis bringt uns bei der Vermittlung unserer Werte keinen einzigen Schritt weiter“, sagte Bundesjustizminister Maas dem Tagesspiegel: „Das ist pure Symbolik.“

Bundesfamilienministerin Schwesig sagte den Zeitungen der Funke Mediengruppe, es komme nicht „auf eine Unterschrift auf einem Blatt Papier“ an und sprach sich stattdessen für einen „verpflichtenden Integrationskurs mit Sprach- und Wertevermittlung“ für alle Migranten aus.

Die SPD-Politiker reagierten auf einen Antrag der rheinland-pfälzischen CDU für den Bundesparteitag ab 13. Dezember in Karlsruhe, wonach sich jeder Migrant auf einen Grundwertekatalog verpflichten und eine Integrationsvereinbarung abschließen soll.

Niemand könne begründen, warum nur Flüchtlinge ein Bekenntnis zu den Grundwerten unterschreiben sollten und nicht auch manche schlecht integrierten deutschen Bürger, sagte Justizminister Maas. „Nicht nur die Menschen in den Flüchtlingsunterkünften müssen unsere Werte respektieren, sondern auch diejenigen, die vor diesen Heimen rassistische Parolen grölen“, sagte Maas und ergänzte: „Das Recht ist für alle gleich.“ (epd/mig 7)

 

 

 

 

Rechtsradikalismus: Verbot der NPD rückt näher

 

Wesenverwandt mit der NSDAP? Der erste Anlauf war 2003 gescheitert - nun wird ein Verbot der rechtsextremen NPD durch das Bundesverfassungsgericht wahrscheinlicher. Die zweite Hürde könnte jedoch der Europäische Gerichtshof sein.

Im NPD-Verbotsverfahren hat das Bundesverfassungsgericht am Montag die Eröffnung des Hauptsacheverfahrens mit drei Verhandlungsterminen Anfang März angekündigt. Die mündliche Verhandlung über den Verbotsantrag des Bundesrates setzte das Gericht in seinem Beschluss auf den 1., 2. und 3. März fest.

Mit der Einleitung des Hauptsacheverfahrens steigt die Wahrscheinlichkeit, dass die rechtsextreme Partei am Ende tatsächlich verboten wird. Denn das Verfassungsgericht hätte jetzt den Antrag des Bundesrates zurückweisen müssen, wenn es ihn als nicht ausreichend begründet oder unzulässig ansehen würde. Zuständig ist der Zweite Senat unter Vorsitz von Gerichtspräsident Andreas Voßkuhle. (Az. 2 BvB 1/13).

Der Bundesrat hatte den NPD-Verbotsantrag im Dezember 2013 eingereicht. Bundesregierung und Bundestag hatten diesmal auf einen eigenen Antrag verzichtet. Der erste Anlauf für ein NPD-Verbot war 2003 vor dem Bundesverfassungsgericht gescheitert, nachdem bekannt wurde, dass V-Leute an führender Stelle in der NPD tätig waren. Das Gericht sah damals kein rechtsstaatliches Verfahren mehr gewährleistet. Hintergrund war der Verdacht, die vom Staat bezahlten Spitzel könnten für das Handeln der rechtsextremen Partei mitverantwortlich sein.

Im jetzigen Verfahren hatte das Gericht im März ausdrücklich "Belege" dafür gefordert, dass V-Leute des Verfassungsschutzes aus NPD-Vorständen im Bund und den Ländern tatsächlich abgezogen wurden. Der Bundesrat reichte im Mai Informationen dazu nach, wie die "Abschaltung" der V-Leute auf der Führungsebene der NPD genau ablief.

Zahlreiche Bundespolitiker begüßten die Karlsruher Entscheidung. Bayerns Innenminister Joachim Herrmann (CSU) lobte die Bundesländer für ihre Vorbereitungen für ein Verbot gegenüber der "Frankfurter Rundschau". "Offensichtlich haben unsere Argumente Gewicht, sonst hätte das Bundesverfassungsgericht schon keine mündliche Verhandlung anberaumt“, sagte er der FR.

Sachsen-Anhalts Innenminister Holger Stahlknecht (CDU) sagte: "Das ist ein sehr gutes Ergebnis. Wir sind damit schon mal wesentlich weiter als beim ersten NPD-Verbotsverfahren." Der Vorsitzende des Bundestags-Innenausschusses, Ansgar Heveling (CDU), mahnte: "Angesichts der aktuellen Situation rund um die Flüchtlinge ist auch noch einmal deutlich geworden, dass die NPD eine aggressiv-kämpferische Haltung an den Tag legt. Allerdings muss man sagen: Mit einem Verbot der NPD allein hat man das Extremismus-Problem nicht gelöst."

Die Präsidentin der Israelitischen Kultusgemeinde München und Oberbayern, Charlotte Knobloch, forderte neben der NPD weitere Verbotsverfahren gegen rechte Parteien. "Das Verbot ist überfällig. Und es muss das Verbot von Parteien wie ,Die Rechte‘ und ,Der III. Weg‘ nach sich ziehen", sagte die frühere Präsidentin des Zentralrates der Juden in Deutschland.

Wesensverwandt mit der NSDAP?

Der Bundesrat versucht in seinem rund 270-seitigen Antrag, der NPD eine "Wesensverwandtschaft" mit der NSDAP nachzuweisen, insbesondere mit Blick auf Ausländerfeindlichkeit und Antisemitismus. Außerdem werden Äußerungen von führenden NPD-Mitgliedern angeführt, wonach das herrschende "System" - also die parlamentarische Demokratie - überwunden und "abgeschafft" werden müsse.

Nach Artikel 21 des Grundgesetzes sind Parteien verfassungswidrig, "die nach ihren Zielen oder dem Verhalten ihrer Anhänger darauf ausgehen, die freiheitlich demokratische Grundordnung zu beeinträchtigen oder zu beseitigen oder den Bestand der Bundesrepublik Deutschland zu gefährden". In den bisherigen Parteiverboten hatte das Verfassungsgericht zudem als Kriterium genannt, die Partei müsse eine "kämpferische, aggressive Haltung gegenüber der bestehenden Ordnung" zeigen.

Der Bundesrat hat auch argumentiert, dass die NPD vor allem in bestimmten Gegenden Ostdeutschlands eine "Atmosphäre der Angst" schaffe. Es gebe dort "Einschüchterungen und Bedrohungen von Bürgermeistern und anderen Lokalpolitikern". Personen, die sich gegen Rechtsextremismus engagieren, fühlten sich bedroht. Der Schriftsatz belege ferner, dass die NPD seit 2013 besonders aggressiv gegen Asylbewerber agiere, ihnen die Menschenwürde abspreche und vor Gewaltanwendung nicht zurückschrecke.

Ein Parteiverbot gilt als schärfste Waffe der Demokratie. Zweimal kam sie bislang zum Einsatz: Beim Verbot der rechtsextremen "Sozialistischen Reichspartei" (SRP) als Nachfolgeorganisation der NSDAP 1952 und der "Kommunistischen Partei Deutschlands" (KPD) 1956.

Eine weitere Hürde nach dem Verfassungsgericht dürfte der Europäische Gerichtshof werden, der ein Verbot nur dann als verhältnismäßig einstuft, wenn eine Partei auch wirklich Einfluss hat. EurActiv/nsa mit rtr, 7

 

 

 

 

 

Bekämpfung der Fluchtursachen. Flüchtlingspolitik

 

Nach Zahlen des UN-Flüchtlingswerks UNHCR sind weltweit 60 Millionen Menschen auf der Flucht, mehr als jemals zuvor. Ursache dieser Flüchtlingsströme sind vor allem die Krisen und Konflikte in Syrien und im Irak, aber auch in Afghanistan, Eritrea, Nigeria, Pakistan und der Ukraine. Die hohe Zahl der Flüchtlinge stellt auch Deutschland vor große Herausforderungen.

Deshalb beteiligt sich die Bundesregierung seit vielen Jahren an der Bekämpfung der Fluchtursachen.

Der Kampf gegen die Fluchtursachen findet auf vielen Ebenen statt. Deutschland hilft gemeinsam mit den anderen EU-Staaten und zusammen mit internationalen Organisationen. Diplomatie ist genauso gefragt wie humanitäre Hilfe, Entwicklungszusammenarbeit, Kooperation mit den Sicherheitsorganen oder Demokratisierungshilfe.  Es gilt einerseits, Lösungen zu finden, um

zerfallende Staaten zu stabilisieren und Gewalt, Verfolgung und Bürgerkriege einzudämmen. 

Gleichzeitig sind konzentrierte Anstrengungen notwendig, um wirtschaftliche Entwicklung vor Ort zu ermöglichen und echte wirtschaftliche und soziale Perspektiven für die Menschen in den Krisengebieten zu schaffen.

Nicht zuletzt durch deutsche Hilfe haben sich die Lebensperspektiven in vielen

Entwicklungsländern gebessert. Nicht wenige haben den Sprung vom Entwicklungsland zum Schwellenland geschafft, darunter Staaten wie Brasilien, Malaysia oder Südafrika. Der Fortschritt dieser Länder ist Beleg dafür, dass unser Engagement sich lohnt.

 

Deutschlands Beitrag

Die Bundesregierung investiert in dieser Legislaturperiode über 12 Milliarden Euro in die Bekämpfung struktureller Fluchtursachen. Mit diesen Mitteln werden unter anderem Herkunfts-, Erstaufnahme- und Transitländer mit Notunterkünften, Lebensmitteln, medizinischer Versorgung und Bildungsinitiativen unterstützt.

 

Deutschland gehört zu den weltweit größten Gebern internationaler Organisationen, die sich in der Flüchtlingskrise engagieren. Zur Unterstützung von UN-Hilfsorganisationen wie Flüchtlingswerk (UNHCR), Welternährungsprogramm (WFP) und Kinderhilfswerk (UNICEF) hat die

Bundesregierung seit 2012 bereits über 1,1 Milliarden Euro zur Verfügung gestellt.

 

Außerdem fördert die Bundesregierung die Infrastruktur in den Flüchtlingsgebieten im Nahen Osten, Nordafrika, Westafrika und der Ukraine. Dort werden Wohnungen, Schulen und Krankenhäuser gebaut und die Strom- und Wasserversorgung sichergestellt.

Die Bundesregierung setzt sich dafür ein, dass auch die Europäische Union die Fluchtursachen stärker bekämpft. Ebenso müssen die Afrikanische Union und ihre Mitgliedsstaaten ihren Teil der Verantwortung tragen. Auf dem Gipfel zwischen Europäischer und Afrikanischer Union im November 2015 auf Malta einigten sich die Staats- und Regierungschefs Afrikas und der EU deshalb auf einen gemeinsamen Aktionsplan.

Aufklärungsarbeit in den Herkunftsländern. Über die deutschen Botschaften vor Ort leistet die Bundesregierung außerdem Aufklärungsarbeit. Damit soll die Bevölkerung über deutsche Asyl- und Migrationspolitik aufgeklärt und davon abgehalten werden, ihr Leben Schleusern anzuvertrauen. Pib 12

 

 

 

Schulz wirft de Maizière Versagen bei Asylanträgen vor

 

EU-Parlamentspräsident Martin Schulz (SPD) wirft Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) angesichts von mehr als 300.000 unbearbeiteten Asylanträgen Versagen vor.

Dieser habe es "seit Jahren trotz der Klagen aus Ländern und Kommunen nicht geschafft, dafür zu sorgen, dass die Verwaltungsvorschriften umgesetzt und die Asylanträge zügig bearbeitet werden", sagte Schulz der "Welt" laut Vorabbericht.

"Der Minister muss endlich das umsetzen, was die Bundesregierung beschlossen hat, dann laufen die Dinge auch besser", sagte Schulz, der auch Mitglied des SPD-Parteivorstands ist.

Schulz forderte die EU-Mitgliedsländer zudem auf, mehr zu tun für die Bekämpfung von Fluchtursachen: "Jedem ist doch klar, dass wir die Flüchtlingskrise nicht lösen können, wenn wir die Fluchtursachen nicht endlich bekämpfen". Die Mittel dazu seien vorhanden.

"2016 sinken die Beiträge der Mitgliedstaaten für die EU um 9,4 Milliarden Euro, das heißt Geld ist da. Und was tun die Mitgliedstaaten? Anstatt einen Teil davon etwa für die Betreuung von Flüchtlingen in den Nachbarländern Syriens zu verwenden, verplanen sie es in den nationalen Haushalten", so Schulz.

Der EU-Parlamentspräsident verlangte auch, die Beschlüsse der EU-Staats- und Regierungschefs umzusetzen: "Wir sehen hier leider immer das gleiche Muster: Es werden Gipfeltreffen abgehalten, Beschlüsse gefasst und Gelder versprochen und am Ende hält sich niemand daran oder überweist kein Geld. Das ist ein unwürdiges Schauspiel, mit dem schleunigst Schluss sein muss." Ea/rtr, 7

 

 

 

 

NSU-Prozess: Beate Zschäpe will zu allen Anklagepunkten Stellung nehmen

 

Die Hauptangeklagte Beate Zschäpe wird im NSU-Prozess Angaben zu allen Anklagepunkten machen. Das sagte ihr Verteidiger Mathias Grasel im Interview mit dem Bayerischen Rundfunk. Er werde im Namen seiner Mandantin eine umfangreiche Erklärung verlesen. Konkret werde es darum gehen, was Zschäpe gewusst habe und worin sie involviert gewesen sei, erklärte Grasel.

 

Die Verlesung der Erklärung werde zwischen einer und eineinhalb Stunden dauern. "Diese Erklärung wird sich mit allen angeklagten Punkten beschäftigen, und wir werden da auf jeden einzelnen Punkt eingehen", betonte Grasel.

 

Im Anschluss daran bekomme das Gericht die Möglichkeit, Fragen zu stellen, die aber voraussichtlich nicht von Zschäpe selbst, sondern von ihm und seinem Kollegen Herrmann Borchert beantwortet werden würden, so Grasel im Interview mit dem BR-Hörfunk.

 

Er sei zu der Überzeugung gelangt, dass "Schweigen hier nicht mehr die richtige Strategie ist, sondern dringend eine Erklärung geboten ist", sagte der Zschäpe-Verteidiger und ergänzte: "Das entspricht im Übrigen auch dem ursprünglichen Wunsch von Frau Zschäpe, der bereits seit ihrer Verhaftung im Jahr 2011 so existierte."

 

Mathias Grasel vertritt Beate Zschäpe erst seit Juli dieses Jahres. Die anderen drei Pflichtverteidiger Wolfgang Heer, Wolfgang Stahl und Anja Sturm hatten die Auffassung vertreten, es sei besser, wenn Beate Zschäpe im Prozess keine Angaben mache. Die 40-Jährige ist unter anderem der Mittäterschaft an allen zehn Morden angeklagt, die dem NSU zur Last gelegt werden.

 

Wann genau die Zschäpe-Erklärung im Prozess verlesen wird, ist noch unklar. Das Gericht hat für die nächsten drei Verhandlungstage vom Dienstag, 8., bis Donnerstag, 10. Dezember nur einen Zeugen für Dienstag Vormittag geladen.

BR 7

 

 

 

 

Antragsstau wird größer. De Maizière für mehr Schichtarbeit im Asyl-Bundesamt

 

Die Zahl der beim BAMF angestauten Asylanträge liegt inzwischen bei 356.000. Entsprechend lauter wird die Kritik, die Asylverfahren zu beschleunigen. Innenminister de Maizière verspricht Besserung.

 

Zur Bewältigung des Antragsstaus im Bundesamt für Migration und Flüchtlinge hat sich Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) für eine Ausweitung der Schichtarbeit in der Behörde ausgesprochen. Es gebe Gespräche darüber, sagte de Maizière am Montag in Berlin und ergänzte: „Ich unterstütze das.“ Die Details hingen an Gesprächen mit den Personalvertretungen. Forderungen nach Schichtarbeit waren zuvor aus den Ländern gekommen. Die neue Asylstatistik macht den Bedarf im Bundesamt deutlich. Demnach ist die von der Bundesregierung prognostizierte Zahl von 800.000 Flüchtlingen für dieses Jahr bereits Ende November überschritten worden.

Bis zum Ende des Vormonats waren der Statistik zufolge 965.000 Menschen als Asylsuchende über das Erfassungssystem der Länder (Easy) registriert worden, 206.000 allein im November. Die Easy-Zahlen geben einen realistischeren Blick auf die Flüchtlingssituation in Deutschland als die Asylantragszahlen, die Ende November lediglich bei 425.000 lagen, weil zwischen Registrierung und Antragstellung sehr viel Zeit vergeht.

Zahl neuer Flüchtlinge rückläufig

Die 965.000 seien dagegen zu hoch gegriffen, sagte de Maizière und verwies auf Doppelregistrierungen und Weiterreisen in andere Länder, die derzeit nicht erfasst würden. Wie viel von der Zahl dadurch abgezogen werden muss, konnte der Minister nicht sagen. Auch eine neue Prognose will er nicht mehr aufstellen. Vertreter der Bundesländer operieren seit längerem mit einer Schätzung von einer Million Flüchtlinge im Gesamtjahr 2015. Nach den aktuellen Zahlen bleibt aber weiter fraglich, ob diese Marke tatsächlich durchbrochen wird.

Immerhin geht die Zahl neu ankommender Flüchtlinge aktuell zurück. Über das Wochenende seien am Tag 2.000 bis 3.000 statt zuvor 8.000 bis 10.000 neue Asylsuchende gekommen, sagte de Maizière. Als einen möglichen Grund nannte er das Wetter, das verhindere, dass sich Menschen auf den gefährlichen Weg über das Meer machten. Den Rückgang beurteilte er als positiv.

Antragsstau beim BAMF

Dennoch bleibt im Bundesamt zunächst ein gewaltiger Antragsstau. Ende November lag die Zahl noch nicht entschiedener Asylanträge der Statistik zufolge bei knapp 356.000. Auch die Bearbeitungsdauer liegt noch bei durchschnittlich über fünf Monaten, obwohl die Politik seit längerem das Ziel verfolgt, sie auf drei Monate zu begrenzen.

Die Kritik an der Arbeit des Bundesamts und seines obersten Dienstherrn de Maizière reißt daher nicht ab. EU-Parlamentspräsident Martin Schulz (SPD) sagte der Die Welt, der Bundesinnenminister habe „es seit Jahren trotz der Klagen aus Ländern und Kommunen nicht geschafft, dafür zu sorgen, dass die Verwaltungsvorschriften umgesetzt und die Asylanträge zügig bearbeitet werden“.

De Maizière verspricht Besserung

Nordrhein-Westfalens Innenminister Ralf Jäger (SPD) forderte im ZDF-Morgenmagazin, dass der Bund Personal aus anderen Behörden abberuft und im Bundesamt zusammenzieht. Der Bund müsse mit der „gleichen Flexibilität und Energie“ an den Abbau des Antragsstaus herangehen, wie die Länder in den vergangenen Monaten eine Million Menschen untergebracht hätten.

De Maizière entgegnete, es seien bereits 600 Mitarbeiter aus anderen Behörden einschließlich Ruheständlern im Asyl-Bundesamt im Einsatz. Das Bundesamt hat darüber hinaus im Haushalt 2016 4.000 neue Stellen bewilligt bekommen. De Maizière versprach eine Besserung der Lage im Bundesamt für das nächste Jahr. Er vermute, dass der große Antragsberg im zweiten Quartal 2016 abgearbeitet werden könne, sagte er. (epd/mig 8)

 

 

 

 

Coaching gegen Rechts: Staatsministerin Özoguz eröffnet Fachtagung zum Umgang mit rechtsextremen Anfeindungen

 

Viele Menschen, die sich ehrenamtlich oder in ihrer beruflichen Tätigkeit für Flüchtlinge einsetzen, sind Anfeindungen oder Bedrohungen bis hin zu tätlicher Gewalt von Rechten ausgesetzt.

Die Beauftragte der Bundesregierung für Migration, Flüchtlinge und Integration, Staatsministerin Aydan Özoguz, unterstützt deshalb in Zusammenarbeit mit der Amadeu Antonio Stiftung ein Coaching-Programm, um Haupt- und Ehrenamtliche im Umgang mit rechten Populisten zu stärken.

Den Auftakt der dreiteiligen Fachtagungsreihe „Rechtspopulistischen und rechtsextremen Mobilisierungen entgegentreten, Willkommenskultur für Flüchtlinge und Asylsuchende etablieren“ bildete am 8. Dezember 2015 die Veranstaltung in Hamburg. Dazu erklärt Staatsministerin Özoguz:

„Wer Flüchtlingen hilft, bekommt leider immer häufiger Gegenwind: Sei es subtil aus dem direkten Umfeld oder von rechten Gruppen, die ganz offen Hassparolen verbreiten, Ehrenamtliche wie Hauptamtliche bedrohen oder sogar angreifen. Das Ziel solcher Anfeindungen ist klar: Helfer sollen eingeschüchtert werden. Mir ist deshalb wichtig, dass wir Menschen besser darin unterstützen, wie sie Rechtspopulisten Paroli bieten können. Das Engagement der vielen Freiwilligen oder hauptamtlichen Mitarbeiter in der Verwaltung ist das Rückgrat unserer Demokratie, sie brauchen unsere ganze Unterstützung. Konkret fehlt es aber häufig an Ansprechpartnern und Fachwissen, an Kenntnissen der Rechtslage oder Wissen über Mediations-, Kooperations- und Schutzmöglichkeiten. Mit

dem Coaching wollen wir deshalb wichtige Akteure der Kommunalpolitik zusammenbringen und ihnen Möglichkeiten zum gemeinsamen Austausch und zur Fortbildung bieten.

Für die Menschen, die sich engagieren, ist diese Unterstützung auf mehreren Ebenen wichtig: Sie können sich nicht nur vernetzen und austauschen, sondern erfahren von anderen Experten aus Verwaltung, Partnerschaften für Demokratie, Zivilgesellschaft und Beratungsnetzwerken, welche Wege es vom Willkommen zum Ankommen gibt, wie einzelne Akteure noch stärker auf kommunaler und

Landesebene gegen rechte Bedrohungen handeln können und wie mit Anwohnern richtig kommuniziert wird.

Experten aus der Verwaltung und Aktive aus Vereinen und Verbänden und anderen bürgerschaftlichen Bündnissen kommen hier zusammen, um sich in Workshops über die Strategien von Kollegen zu informieren. Das kann ganz konkret die Frage sein, welche Sicherheitskonzepte wirksam sind oder

auch wie lokale Aktionspläne durchgesetzt werden können.

Unser Signal muss sein: Keiner muss sich alleine gegen Rechte stellen. Es gibt Mittel und Wege, wie man sich auch als Ehrenamtlicher gegen rechte Hetze und Schikane wehren kann. Ich bin deshalb froh, dass wir die heutige Fachtagung Anfang des kommenden Jahres an zwei weiteren Orten abhalten können,

um dort die Menschen zu stärken.“

Die nächsten beiden Veranstaltungen finden am 15. Januar 2016 in Weinheim (Baden-Württemberg) und am 18. Januar in Erfurt (Thüringen) statt. Pib 8

 

 

 

 

 

 

Flüchtlingskinder. Philologenverband warnt vor Lehrermangel

 

Für Mitte 2016 prognostiziert der Philologenverband einen Lehermangel an den Schulen. Im Zuge der Flüchtlingsbewegungen kämen viele schulpflichtige Kinder nach Deutschland. Benötigt würden 20.000 zusätzliche Lehrer.

Wegen der steigenden Zahl von Flüchtlingskindern an deutschen Schulen warnt der Deutsche Philologenverband vor einem Lehrermangel ab Mitte 2016. „Allein für die Flüchtlingskinder, die in diesem Jahr in Deutschland angekommen sind, benötigen wir mindestens 20.000 Lehrer zusätzlich“, sagte der Vorsitzende der Lehrergewerkschaft, Heinz-Peter Meidinger, der in Düsseldorf erscheinenden Rheinischen Post.

Die große Zahl der neuen Schüler werde erst 2016 oder 2017 in den Schulen ankommen. Spätestens Mitte kommenden Jahres werde sich der Lehrermangel bemerkbar machen, erwartet Meidinger. Sollten im kommenden Jahr abermals 150.000 Flüchtlingskinder nach Deutschland kommen, müssten weitere 10.000 Lehrer zusätzlich eingestellt werden, um das Lehrer-Schüler-Verhältnis von 1 zu 15 beizubehalten.

Schätzungen, die auf der Altersstruktur der Flüchtlinge beruhen, gehen für dieses Jahr von insgesamt 300.000 schulpflichtigen Kindern aus. Meidinger hält diese Zahl für zu niedrig angesetzt. „Sie war auf der Basis berechnet, dass in diesem Jahr 850.000 Flüchtlinge kommen“, sagte er. Bei einer Million Flüchtlingen in diesem Jahr müsse von 350.000 Kindern ausgegangen werden, die in Deutschland eine Schule besuchen werden. (epd/mig 9)

 

 

 

 

Flüchtlinge: 700 Kinder bisher Mittelmeer ertrunken

 

Seit Januar sind mindestens 700 Kinder im Mittelmeer ertrunken, die aus ihrer Heimat geflüchtet sind. Das teilt das UNO-Kinderhilfswerk Unicef und die katholische Stiftung Migrantes mit. Allein in den vergangenen Stunden sind 11 Leichen von Kindern an den türkischen Küsten angespült worden. Die Flüchtlingshilfe-Organisationen gehen davon aus, dass von den über 750.000 Flüchtlingen etwa ein Viertel Minderjährige seien. Die EU müsse mehr für diese Kinder tun, fordert der Leiter des Hilfswerkes Habshia und katholischer Priester Mussi Zerai im Gespräch mit Radio Vatikan. „Es ist kein solidarisches Handeln, wenn man zwar Staaten wie Italien bestraft, weil sie zu wenig für Flüchtlinge unternimmt und auf der anderen Seite europäische Staaten hat, die weiterhin den Zugang für Flüchtlinge verhindern“, stellt Zerai klar. Damit keine Kinder mehr auf der Überfahrt sterben würden, gebe es nur eine Lösung, so der Priester, der sich seit Jahren um die Mittelmeer-Flüchtlinge kümmert: „Der Flüchtlingsstrom wird nie enden, solange die Machthaber dieser Welt nicht die Menschen in den Mittelpunkt rücken. Es geht um ihre Bedürfnisse und ihre Rechte. Man kann Mauern bauen, aber das wird dennoch niemanden daran hindern, nach Europa zu kommen und deshalb müssen wir uns konkret um das Wohl dieser Kindern kümmern.“

Im September hatte das Bild des ertrunkenen, dreijährigen Buben Ailan Kurdi weltweit Bestürzung ausgelöst. Ailan, sein fünfjähriger Bruder Galip und ihre 27-jährige Mutter Rihana waren im Mittelmeer ertrunken, als die syrische Familie aus der Türkei nach Griechenland flüchten wollte. Als Symbol der Flüchtlingskrise in Europa ging das Bild von der an der türkischen Küste angeschwemmten Leiche Ailans um die Welt. (rv 10.12.)

 

 

 

 

Studie: In jeder zweiten Familie ist Pflege Tabu-Thema

 

Dabei haben viele Deutsche schon konkrete Vorstellungen vom Leben im Alter, vor allem Frauen - Gutes Personal, Gesellschaft und Beschäftigung sind Top-Kriterien für Pflegeeinrichtungen - Senioren legen besonderen Wert auf moderne Therapie und eine schöne Einrichtung

 

Bremen. Für 95 Prozent der Deutschen ist es das

Ideal, in den eigenen vier Wänden alt zu werden. De facto verbringen

jedoch zwei von fünf Senioren ihren Lebensabend in einer

Pflegeeinrichtung - Tendenz steigend. Trotzdem wird in 44 Prozent der

deutschen Familien nicht offen über das Thema Pflege gesprochen. Das

sind Ergebnisse einer repräsentativen Umfrage unter 1.000

Bundesbürgern der Residenz-Gruppe Bremen.

 

Fast jeder Deutsche möchte auch im Alter noch im eigenen Zuhause

bleiben können. Da viele Häuser und Wohnungen jedoch nicht

altersgerecht gebaut sind und sich Krankheiten wie Demenz zunehmend

verbreiten, ist dies für viele Senioren nicht bis zum Lebensabend

möglich. Was passiert, wenn ein Familienangehöriger pflegebedürftig

wird, wird jedoch in vielen Familien so lange wie möglich

ausgeblendet. Wie die Studie zeigt, haben vier von zehn Deutschen mit

ihren Angehörigen noch nie über dieses Thema gesprochen. "Pflege ist

nach wie vor ein gesellschaftlich unbeliebtes Thema. Trotzdem müssen

sich Deutsche rechtzeitig mit einer möglichen Pflegebedürftigkeit im

Alter beschäftigen und potenzielle Einrichtungen begutachten", sagt

Rolf Specht, geschäftsführender Gesellschafter der Residenz-Gruppe

Bremen.

 

Deutsche haben konkrete Vorstellungen vom Leben in einer

Senioreneinrichtung

 

Persönlich haben die Bundesbürger konkrete Vorstellungen, wie ihr

Leben in einer Seniorenresidenz aussehen sollte, wenn sie später

nicht mehr allein leben können. Qualifiziertes Personal, angenehme

Gesellschaft und Beschäftigungsmöglichkeiten sind den Deutschen bei

einer Pflegeinrichtung besonders wichtig, vor allem Frauen. "Frauen

leben im Durchschnitt 4,5 Jahre länger als Männer. Sie verbringen

ihren Lebensabend häufiger ohne Partner und können auch nicht von

ihren Kindern Zuhause gepflegt werden. Dessen sind sich viele Frauen

bewusst und haben deshalb schon konkretere Vorstellungen als Männer",

sagt Rolf Specht von der Residenz-Gruppe Bremen. Da die Deutschen

genau wissen, wie sie im Alter leben möchten, sollten sie ihre

Wünsche auch ihren Angehörigen mitteilen. Denn wie die Studie zeigt,

verändern sich die Bedürfnisse im Alter noch einmal stark.

 

Senioren legen besonderen Wert auf moderne Therapien und eine schöne

Einrichtung

 

Während den Bundesbürgern altersübergreifend gut ausgebildetes

Personal, geeignete Gesellschaft und Beschäftigungsmöglichkeiten am

wichtigsten sind, stehen bei den Senioren moderne Therapiemaßnahmen

und eine schöne Einrichtung auf Platz zwei und drei. "Es lohnt sich,

mit den Familienangehörigen über die individuellen Bedürfnisse zu

sprechen solange es möglich ist, da sich die Vorstellungen in

verschiedenen Altersabschnitten nicht unbedingt decken", meint

Specht.

 

Top-Kriterien an eine Pflegeeinrichtung bei Senioren ab 65 Jahren:

1.  Qualifiziertes Pflegepersonal (81%)

2.  Moderne Therapiemaßnahmen (59%)

3.  Moderne, ansprechende Einrichtung (58%)

4.  Gute Gesellschaft (54%)

5.  Hobbys / Beschäftigungen (54%)

6.  Gute Infrastruktur (53%)

7.  Mögliche Partnerpflege (51%)

8.  Individuelle, spezialisierte Therapien, z.B. bei Demenz (50%)

9.  Kontaktmöglichkeiten außerhalb der Einrichtung (48%)

10. Gute Erreichbarkeit der Einrichtung für die Familie (47%)

 

Die Residenz-Gruppe Bremen plant, baut und betreibt bundesweit

moderne Pflegeeinrichtungen in Regionen mit hohem Bedarf. Private

Anleger können Einzelappartements erwerben und profitieren von einer

renditestarken Geldanlage und bevorzugtem Belegungsrecht bei

Eigenbedarf. "Die Eigentümer müssen sich um die Vermietung nicht

kümmern, denn diese wird auf zwanzig Jahre garantiert. Somit ist

dieses Investment auch eine optimale Altersvorsorge", unterstreicht

Specht.

Zur Studie. Für die Studie "Pflegeimmobilien 2015" wurden 1.000 Deutsche ab 18 Jahren sowie zusätzlich 200 Deutsche ab 45 Jahren befragt. Die Ergebnisse sind bevölkerungsrepräsentativ. Frauke Meyenberg, dip 8

 

 

 

 

"Time"-Ehrung für Merkel: Obama gratuliert, Trump schmollt

 

Das US-Magazin "Time" hat Bundeskanzlerin Angela Merkel wegen ihrer Rolle als unverzichtbare Krisenmanagerin in der Europäischen Union zur "Persönlichkeit des Jahres" gekürt. Foto: dpa

US-Präsident Barack Obama hat Bundeskanzlerin Angela Merkel zur Auszeichnung als "Persönlichkeit des Jahres" durch das US-Magazin "Time" gratuliert. Obamas Widersacher Donald Trump kritisiert hingegen, dass mit Merkel jene Politikerin ausgewählt wurde, "die Deutschland ruiniert".

"Herzlichen Glückwunsch" – US-Präsident Barack Obama hat Bundeskanzlerin Angela Merkel für die Auszeichnung als "Persönlichkeit des Jahres" durch das US-Magazin "Time" via Twitter gratuliert. Der Präsident danke seiner "Freundin" Merkel für ihre "moralische Führungsstärke" und die "starke Partnerschaft", schrieb Obama am Mittwoch.

Die "Time" hat Bundeskanzlerin Angela Merkel wegen ihrer Rolle als unverzichtbare Krisenmanagerin in der Europäischen Union zur "Persönlichkeit des Jahres" gekürt. Im griechischen Schuldendrama und beim Umgang mit dem historischen Flüchtlingsandrang habe Merkel Führungsstärke bewiesen, begründete das US-Magazin am Mittwoch die Wahl. Auf seiner Titelseite bezeichnete das Magazin Merkel als "Kanzlerin der freien Welt".

"Man kann ihr zustimmen oder auch nicht. Aber sie geht nicht den einfachen Weg", schrieb Chefredakteurin Nancy Gibbs. "Dafür, dass sie ihrem Land mehr abverlangt, als es die meisten Politiker wagen würden, für ihren Einsatz gegen Tyrannei und Opportunismus und für ihre standhafte moralische Führung in einer Welt, in der es an einer solchen mangelt, kürt 'Time' Angela Merkel zur Persönlichkeit des Jahres."

Merkel habe in den vergangenen Jahren bereits eine entscheidende Rolle in der Griechenlandkrise gespielt und mit den diplomatischen Bemühungen im Ukraine-Konflikt an internationaler Statur gewonnen. In diesem Jahr sei die Kanzlerin aber endgültig zu "Europas mächtigster Anführerin" geworden. Die Eskalation der Schuldenkrise habe die Existenz der Eurozone bedroht, die Flüchtlingskrise das Modell der offenen Grenzen in Frage gestellt. "Jedes Mal hat Merkel eingegriffen", schrieb Gibbs.

Die "Time"-Chefredakteurin würdigte auch die Entscheidung von Merkels Regierung, nach den Anschlägen von Paris deutsche Soldaten am Kampf gegen die Dschihadistenmiliz Islamischer Staat (IS) zu beteiligen. "Deutschland hat die letzten 70 Jahre damit verbracht, Gegenmittel zu seiner giftigen Vergangenheit aus Nationalismus, Militarismus und Völkermord zu testen. Merkel vertritt eine andere Werteordnung - Menschlichkeit, Großzügigkeit, Toleranz - um zu zeigen, wie Deutschlands große Stärke genutzt werden könnte, um zu retten anstatt zu zerstören."

Regierungssprecher Steffen Seibert sagte zu der Auszeichnung am Mittwoch in Berlin, er sei "sicher, die Bundeskanzlerin empfindet das als Ansporn für ihre politische Arbeit für eine gute Zukunft für Deutschland wie auch für Europa". Das US-Magazin "Time" kürt seit 1927 die "Persönlichkeit des Jahres" - ganz gleich, ob diese die Welt im Guten oder im Schlechten beeinflusst hat. So rangiert in diesem Jahr der Anführer der IS-Miliz, Abu Bakr al-Baghdadi, gleich hinter Merkel auf dem zweiten Platz. Dahinter folgen der umstrittene republikanische US-Präsidentschaftsanwärter Donald Trump, die Aktivisten der US-Kampagne Black Lives Matter sowie Irans Präsident Hassan Ruhani.

Trump reagierte beleidigt darauf, dass er es nicht auf die Titelseite des Magazins schaffte. "Ich habe Euch gesagt, dass mich das 'Time'-Magazin nie zur Persönlichkeit des Jahres ernennen würde, obwohl ich der große Favorit war", schrieb der schillernde Milliardär auf dem Internet-Kurzbotschaftendienst Twitter. Stattdessen habe die Redaktion jene Politikerin ausgewählt, "die Deutschland ruiniert".

Merkel ist die dritte Bundeskanzlerin nach Willy Brandt (1970) und Konrad Adenauer (1953), die als "Persönlichkeit des Jahres" auf der "Time"-Titelseite landete. Auch ein vierter Deutscher findet sich auf der Liste: Im Jahr 1938 verlieh das Magazin den Titel an Adolf Hitler. EurActiv|AFP, 10

 

 

 

 

Tag der Menschenrechte: Das Menschenrecht auf Bildung für Flüchtlinge stärken!

 

Über 1 Millionen Flüchtlinge sind in diesem Jahr nach Deutschland gekommen, und weltweit sind knapp 60 Millionen Menschen auf der Flucht. Dies ist die höchste Zahl, die jemals verzeichnet wurde. All diese Menschen fliehen aus ihren Herkunftsländern, da ihre Menschenrechte verletzt und ihnen der Zugang zu Menschenrechten verwehrt wird. Sie machen sich auf den Weg auf der Suche nach Frieden, Sicherheit und einem neuen Leben und kommen mit der Hoffnung auf Bildungschancen für ihre Kinder und für sich.

„Im Jahre 67 nach der Verabschiedung der Allgemeinen Erklärung der Menschenrechte durch die Generalversammlung der Vereinten Nationen am  10. Dezember 1948 stehen wir alle in der Verpflichtung, das Menschenrecht auf Bildung konkret umzusetzen“, so Dr. Kambiz Ghawami, Vorsitzender des WUS. Denn nicht nur humanitäre Hilfe, sondern vor allem Bildung versetzt Menschen in unsicheren Lebenssituationen langfristig in die Lage, sich in das neue Umfeld zu integrieren und mehr Sicherheit zu entwickeln. Mehr noch, Bildung spendet Hoffnung auf eine bessere Zukunft, es ist ein „Ermächtigungsrecht“[1]! Dies gilt umso mehr für die Menschen, die oft jahrelang unter prekären Bedingungen in den zahlreichen Flüchtlingscamps in den Nachbarländern der Krisengebiete leben müssen. Hier ist es umso wichtiger, das Menschenrecht auf Bildung zu unterstützen, da die Bildungssysteme der Aufnahmeländer selbst zumeist unterfinanziert und daher nicht annähernd in der Lage sind, den Bildungsauftrag für die geflohenen und oftmals traumatisierten jungen Menschen angemessen zu erfüllen. „Wir begrüßen, dass die 16 Deutschen Länder und der Bund umfangreiche Maßnahmenpakete auf den Weg gebracht haben, um in Kindergärten, Schulen, Hochschulen und Sprachschulen Angebote für Flüchtlinge zu schaffen, aber genauso wichtig ist es, in den Krisenregionen dieser Welt Bildungseinrichtungen zu finanzieren, damit auch in den Flüchtlingscamps in afrikanischen Staaten und im Nahen Osten Bildungschancen ermöglicht werden. Die Flüchtlinge von heute sind die Entwicklungshelfer von morgen, und sie werden den Wiederaufbau ihrer Länder zu verantworten haben. Eine gute Bildung ist der Schlüssel hierfür“, so Dr. Ghawami.

Die Informationsstelle Bildungsauftrag Nord-Süd, angesiedelt beim WUS, widmet sich mit ihren Publikationen sowie mit ihrem Internetportal der entwicklungspolitischen Informations- und Bildungsarbeit. Als eine Schnittstelle zwischen Bund, Ländern, Europäischer Union, Bildungseinrichtungen und Nichtregierungsorganisationen stärkt und unterstützt sie die Vernetzung von Akteuren in der Informations- und Bildungsarbeit. WUS ist Mitglied der Globalen Bildungskampagne. Diese Kampagne wird im Jahr 2016 mit einer Schulaktionswoche unter dem Motto „Weltklasse! Zuflucht Bildung“ ein Zeichen für die Millionen junger Menschen setzen, die ihr Recht auf Bildung nicht wahrnehmen können, weil sie vor kriegerischer Gewalt oder politischer Verfolgung fliehen müssen.

Mehr zur Arbeit der Informationsstelle Bildungsauftrag Nord-Süd erfahren Sie unter: www.informationsstelle-nord-sued.de. De.it.press  

 

 

 

 

 

NPD-Verbotsverfahren

 

Bundesländer begrüßen Ankündigung des Bundesverfassungsgerichts

Die Länder haben mit ihrem Antrag auf ein NPD-Verbot eine wichtige Hürde genommen. Das Bundesverfassungsgericht hat das Verfahren eröffnet. Ländervertreter sind erleichtert: Damit sei man bereits jetzt weiter als beim ersten Versuch 2003.

Das Bundesverfassungsgericht eröffnet das Verbotsverfahren gegen die rechtsextreme NPD. Das höchste deutsche Gericht wird Anfang März 2016 an drei Tagen über das vom Bundesrat beantragte NPD-Verbot verhandeln, wie das Gericht am Montag in Karlsruhe mitteilte. Nach einer ersten Vorprüfung hat der Antrag alle für das Hauptverfahren erforderlichen Formalien erfüllt (AZ: 2 BvB 1/13). Vertreter der Länder, die das erneute Verbotsverfahren angestoßen haben, zeigten sich erleichtert.

Die Länder hatten im Dezember 2013 ihren Antrag auf ein Verbot der NPD beim Bundesverfassungsgericht eingereicht. Ein erstes NPD-Verbotsverfahren war 2003 am Einsatz von V-Leuten in Führungsgremien der Partei gescheitert.

Konkret will der Bundesrat die Verfassungswidrigkeit der NPD und ihrer Teilorganisationen „Junge Nationaldemokraten“, „Ring Nationaler Frauen“ und der „Kommunalpolitischen Vereinigung“ feststellen lassen. Die Organisationen sollen aufgelöst und deren Vermögen zugunsten gemeinnütziger Zwecke eingezogen werden. Das Verbot soll auch die Gründung von Ersatzorganisationen umfassen.

Ländervertreter begrüßten die Eröffnung des NPD-Verbotsverfahrens. „Mit der Festsetzung der Verhandlung durch das Bundesverfassungsgericht haben die Bundesländer eine wichtige Hürde in Richtung NPD-Verbot genommen“, erklärten die rheinland-pälzische Ministerpräsidentin Malu Dreyer und Innenminister Roger Lewentz (beide SPD). Damit sei man heute „schon weiter als noch vor zehn Jahren“, sagte Niedersachsens Innenminister Boris Pistorius (SPD). Auch Mecklenburg-Vorpommerns Innenminister Lorenz Caffier (CDU) zeigte sich erleichtert, „dass das Verfahren nicht schon vor dem ersten Verhandlungstag an Formalien gescheitert ist“. „Der Wolf im Schafspelz steht kurz vor seiner Enttarnung“, sagte er in Schwerin.

Der nordrhein-westfälische Innenminister Ralf Jäger (SPD) sieht gute Chancen für ein NPD-Verbot. Bund und Länder hätten sehr sorgfältig Belege zusammengetragen, um zu beweisen, dass die NPD eine verfassungswidrige Partei sei, sagte Jäger in Düsseldorf. Bayerns Innenminister Joachim Herrmann (CSU) sagte dem Kölner Stadt-Anzeiger, offensichtlich hätten die Argumente der Länder Gewicht, sonst hätte das Bundesverfassungsgericht keine mündliche Verhandlung anberaumt.

2003 hatte das Bundesverfassungsgericht den Antrag inhaltlich nicht geprüft, sondern das Verfahren schon zuvor wegen eines „nicht behebbaren Verfahrenshindernisses“ eingestellt (AZ: 2 BvB 1/01). Grund waren V-Leute des Verfassungsschutzes bis in die Führungsebene der rechtsextremen Partei. Für das neuerliche Verfahren waren die Länder aufgefordert, Beweise für den Abzug der V-Leute vorzulegen. Da das Bundesverfassungsgericht nun ein Hauptverfahren eröffnet hat, gehen die Karlsruher Richter offenbar davon aus, dass die nötige Staatsferne zur NPD vorliegt.

Auch Vertreter der SPD im Bundestag begrüßten die Verfahrenseröffnung. „Gerade in Zeiten wachsender Übergriffe auf Ausländer und Flüchtlinge ist es zwingend notwendig, sich dieser gewalttätigen und menschenverachtenden Ideologie entgegenzustellen“, sagte die Parlamentarische Geschäftsführerin der SPD-Bundestagsfraktion, Christine Lambrecht.

Der SPD-Fraktionsvorsitzende Thomas Oppermann forderte, der Bund solle das Verfahren mit voller Kraft unterstützen. Die Länder sind anders als 2003 alleiniger Antragsteller vor dem Gericht in Karlsruhe. Bundestag und Bundesregierung hatten sich diesmal dem Verbotsantrag nicht angeschlossen.

Der Bundesgeschäftsführer der Linken, Matthias Höhn, bezeichnete das Verbotsverfahren als „deutliches Stopp-Zeichen für die Feinde der Demokratie, warnte aber zugleich, mit dem Verbot wäre der „braune Dreck in den Köpfen nicht automatisch mit verboten“. Der Zentralrat der Juden erklärte, ein Verbot wäre ein wichtiger Schritt im Kampf gegen Rechtsextremismus. Präsident Josef Schuster verwies ebenfalls auf die Flüchtlingsdebatte: In den vergangenen Monaten habe man beobachten können, „wie die NPD die Stimmung gegen Asylbewerber aufheizt“, sagte er. (epd/mig 9)

 

 

 

 

 

Zur Diskussion gestellt. Solidarpakt Ost in der Kritik: Sollte die Wirtschaftsförderung Ost beendet werden?

 

Ende 2019 läuft der Solidarpakt II aus. Sollte im Kontext der Neuordnung der Bund-Länder-Finanzbeziehungen die Wirtschaftsförderung Ost beendet und in ein umfassendes Fördersystem für strukturschwache Regionen in Ost- und Westdeutschland integriert werden? Nach Ansicht von Reiner Haseloff, Ministerpräsident von Sachsen-Anhalt, ist der Solidarpakt nicht gescheitert, auch wenn nicht alle der mit ihm verbundenen Ziele bis 2020 erreicht werden. Es habe sich gezeigt, dass der Länderfinanzausgleich allein nicht in der Lage ist, die regionalen Differenzen in Deutschland auszugleichen. Daher bedürfe es einer Sonderförderung wie den Solidarpakt. Für Thomas Lenk und Philipp Glinka, Universität Leipzig, sind die Sonderbedarfe, die im Rahmen von Korb I des Solidarpakts berücksichtigt werden, nicht mehr pauschal im Osten Deutschlands zu verorten. Spezielle Fördermaßnahmen dagegen, wie sie derzeit u.a. mit Hilfe der Mittel aus Korb II des Solidarpakts durchgeführt werden, seien in den ostdeutschen Ländern weiterhin zwingend erforderlich, um diese langfristig in die ökonomische Lage zu versetzen, ihr Allokationsergebnis zu verbessern. Diese Maßnahmen müssten jedoch nicht im Rahmen eines Solidarpakts konstituiert werden. Berthold U. Wigger, Karlsruher Institut für Technologie (KIT), sieht in den noch bestehenden Unterschieden in der Wirtschafts- und Finanzkraft zwischen Ost- und Westdeutschland keinen Grund für gesonderte Transfers für die ostdeutschen Länder. Dem Solidarpakt II sollte deshalb nach seinem Auslaufen kein weiterer folgen, sondern den Unterschieden Ost- und Westdeutschlands sollte mit den Instrumenten der Regionalpolitik begegnet werden. Michael Thöne, Universität zu Köln, schlägt eine »Solidarität 4.0 statt einem Solidarpakt III« vor. Ein Bund-Länder-Finanzausgleich nach dem Muster der Solidarität 4.0, der wegen seiner besseren Bedarfsorientierung in der Lage sei, die Mittelverteilung so anzupassen, dass eine gleichmäßige Finanzierung der öffentlichen Leistungen nach Maßgabe der objektiven Unterschiede erfolgt, sei auch der beste Nachfolger für den Solidarpakt II.

 

Die Lebenserwartung steigt in Deutschland von Jahr zu Jahr. Dies gilt gleichermaßen für die Lebenserwartung im Renteneintrittsalter, und damit nimmt auch die Rentenbezugszeit zu, ohne dass der Rentenversicherung auf der Einnahmenseite zusätzliche Zahlungen zugutekommen. In der kapitalgedeckten privaten Rentenversicherung wird dieser Effekt durch niedrigere Rentenzahlungen oder höhere Beiträge kompensiert, in der umlagefinanzierten gesetzlichen Rentenversicherung bleibt dieses Phänomen bisher weitgehend unberücksichtigt. Eine steigende Lebenserwartung kann sich, nach Ansicht von Eckhart Bomsdorf, Universität zu Köln, jedoch nicht allein in einer immer weiter zunehmenden Rentenbezugszeit bemerkbar machen, sie sollte auch Auswirkungen auf die Lebensarbeitszeit haben. Die auch als gesetzliches Renteneintrittsalter bezeichnete Regelaltersgrenze in der gesetzlichen Rentenversicherung sollte daher langfristig angepasst werden. Sie könnte dauerhaft an die Entwicklung der Lebenserwartung gekoppelt werden; eine Erhöhung der Regelaltersgrenze auf 69 oder 70 Jahre wäre langfristig gesehen dann die Folge. Vorausgehen müssten bereits kurz- bis mittelfristig eine gegenüber heute stärkere Flexibilisierung des faktischen Renteneintrittsalters und eine Anpassung der Hinzuverdienstgrenzen.

 

Der ifo Migrationsmonitor, der vom Ifo Center of Excellence for Migration and Integration Research (CEMIR) herausgegeben und vierteljährlich erscheinen wird, stellt aktuelle Informationen zur regulären Einwanderung und zu den Asylsuchenden in der Europäischen Union bereit. Der erste Artikel in der neuen Reihe beschreibt die Einwandererströme sowie die in Deutschland lebenden Einwanderer und geht insbesondere auf die in letzter Zeit nach Deutschland kommenden Asylbewerber ein. Es zeigt sich, dass die Einwanderer im Durchschnitt weniger gut ausgebildet sind als der Durchschnitt der deutschen Bevölkerung. Ein hoher Anteil der Flüchtlinge verfügt über eine sehr geringe oder gar keine Bildung. Dies stellt eine große Herausforderung für die Integration derjenigen dar, die in Deutschland bleiben dürfen.

 

Am 28. Oktober 2015 fand der diesjährige ifo Branchen-Dialog statt, wiederum unterstützt vom Bayerischen Staatsministerium für Wirtschaft und Medien, Energie und Technologie sowie der Industrie- und Handelskammer für München und Oberbayern. Nach der Begrüßung durch den Präsidenten der Industrie- und Handelskammer für München und Oberbayern, Eberhard Sasse, trug Hans-Werner Sinn, Präsident des ifo Instituts, zum Thema »Die wirtschaftliche Lage in Deutschland und der Welt« vor. An den Vortrag schlossen sich die vier Branchenforen an. Zum Abschluss der Veranstaltung diskutierte Oliver Falck, Leiter des ifo Zentrums für Industrieökonomik und neue Technologien, die Frage »Innovation und technologischer Wandel in einer digitalisierten Welt«. Der Beitrag fasst die Tagung zusammen.

 

Das Leasing insgesamt hat 2014, mit einem kräftigen Zuwachs von 8,3%, wesentlich besser abgeschnitten als die gesamtwirtschaftlichen Investitionsausgaben, wie der neueste ifo Investitionstest bei den deutschen Leasinggesellschaften zeigt. Im Jahresdurchschnitt von 2015 dürfte im Neugeschäft ein Wachstum von 3% auf 52,2 Mrd. Euro erreicht werden. Auch für 2016 ist nach derzeitigem Prognosestand mit steigenden Ausgaben für Ausrüstungsgüter, von nominal wie real knapp 4%, zu rechnen. Ifo 10

 

 

 

 

Mehr Datenaustausch. Flüchtlinge sollen einheitlichen Ausweis erhalten

 

Einheitliche Ausweise für Flüchtlinge soll den Datenaustausch zwischen den Behörden erleichtern. Damit erhofft sich das Innenministerium eine Verfahrensbeschleunigung. Die Opposition und Flüchtingsorganisationen kritisieren das Vorhaben.

 

In Deutschland registrierte Flüchtlinge sollen künftig einen einheitlichen Ausweis erhalten. Das Dokument, das zentrale Angaben zur Person, den Fingerabdruck und Gesundheitsangaben enthält, soll ab Anfang des Jahres verteilt werden, wie Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) und der Leiter des Bundesamts für Migration und Flüchtlinge, Frank-Jürgen Weise, am Mittwoch nach einem entsprechenden Kabinettsbeschluss in Berlin mitteilten. Der Ausweis solle dafür sorgen, Abläufe besser zu ordnen, zu steuern, auf lange Sicht aber auch zu beschleunigen, sagte de Maizière.

Dieses Ziel verfolgt auch die im Gesetz enthaltene Regelung, wonach Flüchtlinge künftig einheitlich erfasst und die Daten unter den verschiedenen Behörden und Stellen intensiver ausgetauscht werden sollen. Das soll Doppelarbeit und Mehrfacherfassungen vermeiden, die es bislang noch gibt.

Keine Leistungen ohne Ausweis

Zur Erhebung der Daten, darunter Name, Geburtsdatum, Staatsangehörigkeit und auch Religionszugehörigkeit, werden nach dem Gesetz neben dem Bundesamt für Migration und Flüchtlinge auch die Grenzbehörden, die Polizei, die Aufnahmeeinrichtungen und die Ausländerbehörden verpflichtet. Die Daten der Asylsuchenden sollen direkt mit der Registrierung und nicht erst mit der Antragstellung in einem zentralen System erfasst werden. Zugriff auf die Daten sollen dann auch die Bundesagentur für Arbeit sowie die Asylbewerberleistungsgesetz- und Meldebehörden bekommen.

Den Ausweis bekommen Flüchtlinge erst, wenn sie in der für sie zuständigen Erstaufnahmeeinrichtung angekommen sind. De Maizière erklärte, damit solle der Zustand, dass Flüchtlinge sich selbst aussuchten, wohin sie gehen, beendet werden. Erst mit dem Ausweis bekämen sie auch Sozialleistungen, erklärte der Innenminister. Der Ausweis für Flüchtlinge sieht aus wie der Passersatz, der eingeführt wurde, um mutmaßliche Terrorkämpfer an der Ausreise nach Syrien zu hindern.

Registrierung wird länger dauern

Der Innenminister räumte ein, die Registrierung werde künftig zunächst länger dauern, langfristig werde das neue System aber zu einer Beschleunigung führen. Pro Asyl hat daran Zweifel. Die Vermeidung von Doppelarbeit sei nachvollziehbar, sagte der Geschäftsführer der Flüchtlingsorganisation, Günter Burkhardt, dem Evangelischen Pressedienst. Unter Verweis auf den Plan, für Syrer wieder Einzelfallprüfungen einzuführen, kritisierte er aber Entscheidungen der Politik, die Verfahren eher in die Länge ziehen. „Die Hauptbremse für schnellere Verfahren ist der Bundesinnenminister“, sagte Burkhardt. (hier ausführlicher)

Auch die Linkspartei äußerte Kritik. Zentralisierte Datenberge im Ausländerzentralregister machten Flüchtlinge zwar leichter verwaltbar, sagte die Innenpolitikerin Ulla Jelpke. An der schleppenden Registrierung und Einleitung der Asylverfahren ändere dies aber nichts. In einigen Regionen müssen Flüchtlinge bis zu einem Jahr auf die Stellung des Asylantrags warten.

BAMF-Leiter: Lage objektiv nicht gut

Wegen mangelnder Fortschritte in diesem Bereich wurde in den vergangenen Tagen die Kritik am Bundesamt für Migration und Flüchtlinge wieder besonders laut. Amtsleiter Weise verteidigte sich am Mittwoch. Die Lage sei „objektiv nicht gut“ und er befürchte, dass der Rückstand noch eine Weile andauern werde, sagte er. Es gebe aber ein „gutes Programm“ zur Verbesserung der Abläufe, das kontinuierlich abgearbeitet werde. Weise kündigte an, zum Jahresende konkrete Zahlen vorzulegen, die die Veränderungen zeigen sollen. Derzeit liegen beim Bundesamt rund 356.000 unbearbeitete Asylanträge.

Täglich kommen neue hinzu, auch wenn die Zahl neu eingereister Flüchtlinge zuletzt gesunken war. De Maizière sagte am Mittwoch, „wir wissen, dass wir rund eine Million Flüchtlinge haben werden“. Bayern meldete bereits am Dienstag die Registrierung des einmillionsten Asylsuchenden im Erfassungssystem der Länder (Easy). Das schließt aber Doppelerfassungen nicht aus und erkennt Weiterreisen in andere Länder nicht. (epd/mig 10)

 

 

 

 

 

Massimo Mannozzi schließt sein Restaurant Bacco in Berlin. Ende einer Legende

 

Ein wenig Wehmut ist Massimo Mannozzi schon anzumerken. "Aber es war lange genug", sagt er. Nun nach fast 50 Jahren in Berlin, verabschiedet er sich vom Berliner Gastronomiegeschäft. In diesen Jahren war er vielleicht einer der wichtigsten Botschafter Italiens. Seit 1968 betreibt er sein Restaurant Bacco.

 

Der aus der Toskana stammende Koch hat seitdem viel zum deutsch-italienischen Verständnis beigetragen, wofür er sogar mit dem Bundesverdienstkreuz geehrt wurde. Sein Ristorante ist eines der ältesten italienischer Prägung in Berlin. Rustikal, zeitlos - so lässt sich wohl das Ambiente beschreiben.

An den Wänden unzählige Fotos von berühmten Gästen: Sophia Loren, Mario Adorf oder auch Romy Schneider. Sie lies sich einst ihre Pasta nur vom Chef machen. "Einmal hat sie mich nachts um 2 Uhr angerufen und wollte dass ich für sie koche", erinnert sich Mannozzi. Er tats. Spaghetti arrabiata war ihr Leibgericht im Bacco.

Die vielen Schauspieler in seinem Restaurant inspirierten ihn auch zu einer Traditionsveranstaltung. 1993 zelebrierte Mannozzi die erste Notte Delle Stelle bei der er den Premio Bacco an Schauspieler vergibt, die in irgendeiner Form mit Italien zu tun haben.

Volker Schlöndorff war Preisträger, ebenso wie Wim Wenders, Jan Josef Liefers, Marie Bäumer, Henry Hübchen, Claudia Cardinale, Bruno Ganz, Armin Müller-Stahl, Franco Nero und Ornella Muti.

 

Ende März ist nun Schluss. "Ich will ein bisschen ruhiger treten und mich mehr um mein Hotel Bacco im toskanischen Lido die Camaiore kümmern", erzählt er. Einen Nachfolger für die Räume des Bacco an der Marburger Straße gibt es bereits. "Es wird arabisch", verrät er.

Nicht traurig sein - sein Sohn Alessandro hat schließlich weiterhin sein ebenfalls berühmtes Bocca di Bacco an der Friedrichstraße.

Die Notte Delle Stelle wird es indes weiterhin geben. Schließlich gehört die Veranstaltung zu den schönsten Bällen der Hauptstadt. 2016 wird am 19. Februar wieder im Hotel Maritim gefeiert. Natürlich auch wieder mit dem Premio Bacco. Die Preisträger sind allerdings noch geheim.  WW 9

 

 

 

 

Hilfsorganisationen fordern Gesundheitsversorgung von Migranten ohne Papiere oder Versicherung

 

Berlin - Gesundheit ist ein Menschenrecht / Ausschluss von Behandlung führt zu schweren Krankheiten wie Aids / Versorgungsmodell ethisch, epidemiologisch und ökonomisch überfällig

Anlässlich des heutigen Tages der Menschenrechte fordert die Bundesinitiative HIV und Migration:

Menschen, die ohne Aufenthaltspapiere in Deutschland leben, müssen dringend Zugang zu medizinischer Versorgung erhalten. Auch EU-Bürgern ohne Krankenversicherung muss der Weg zur Gesundheitsversorgung geebnet werden.

Bei einer Tagung der Deutschen AIDS-Hilfe und der Bundesinitiative HIV und Migration unter dem Titel „Gesundheit ist kein Luxus!“ erörtern heute in Berlin 120 Fachleute aus mehreren Ländern, wie der Zugang zu medizinischer Behandlung in Deutschland für diese Gruppen sichergestellt werden könnte. Die Weichen muss jedoch die Bundesregierung stellen.

Gesundheit ist ein Menschenrecht

Dazu erklärt Sylvia Urban vom Vorstand der Deutschen AIDS-Hilfe:

„Ein Versorgungsmodell für Menschen ohne Papiere oder Versicherung ist überfällig. Ein Zugang zur regulären Gesundheitsversorgung ist ethisch, epidemiologisch und ökonomisch geboten. Die Politik steht in der Pflicht, die Praktiker im Gesundheitswesen mit diesem Problem nicht länger allein zu lassen. Gesundheit ist kein Luxus, sondern ein Menschenrecht!“

Der Ausschluss von medizinischer Behandlung führt nicht selten zu vermeidbaren schweren Erkrankungen wie Aids – teilweise mit tödlichen Folgen. Er trägt zugleich zur Verbreitung von Infektionen wie HIV bei.

„Hier untätig zu bleiben, widerspricht aller Vernunft und Menschlichkeit“, sagt Sylvia Urban.

Die Organisation Ärzte der Welt erklärt:

„Die Tatsache, dass Nicht-Regierungsorganisationen versuchen müssen, die Versorgungsdefizite über die Einrichtung von Ambulanzen und Praxen zu schließen, ist weder gesundheitsökonomisch noch menschenrechtlich vertretbar. Die Bundesregierung hat die Pflicht sicherzustellen, dass alle Menschen in Deutschland Zugang zur Gesundheitsversorgung gemäß der UN-Menschrechtscharta erhalten.“

Bisher sind viele Menschen ohne Papiere oder Versicherung auf die besondere Unterstützung von Ärzten und Hilfsorganisationen angewiesen. Länder wie England und Spanien zeigen mit ihren Versorgungsmodellen längst, dass es auch anders geht.

Angst vor Abschiebung verhindert Behandlung

Menschen ohne Papiere haben in Deutschland zwar formal Anspruch auf eine eingeschränkte medizinische Behandlung nach dem Asylbewerberleistungsgesetz. Viele begeben sich jedoch aus Angst vor Abschiebung nicht in Behandlung. Denn wer zum Arzt oder in die Notaufnahme geht, zeigt sich quasi selbst an.

Behandelnde Einrichtungen müssen sich zur Kostenerstattung an das Sozialamt wenden, das gemäß Aufenthaltsgesetz zur Weiterleitung der Daten an die Ausländerbehörde verpflichtet ist. (Eine nicht verbindliche Ausnahmeregelung gibt es lediglich für Notfallbehandlungen.) Geltendes Recht verhindert eine wirkungsvolle Behandlung kranker Menschen.

Auch EU-Bürger von Versorgung ausgeschlossen

Zugangshindernisse bestehen auch für manche EU-Bürger in prekären Lebenssituationen, zum Beispiel aus osteuropäischen Ländern wie Bulgarien und Rumänien. Eine reguläre Krankenversicherung ist für sie oft unerreichbar, teilweise greifen im Heimatland bestehende Versicherungen nur im Notfall oder können nicht nachgewiesen werden.

Frühe reguläre Versorgung ist effektiver und billiger

Oft landen Menschen aufgrund dieser Zugangsvoraussetzungen am Ende mit weit fortgeschrittenen Krankheiten und irreparablen Gesundheitsschäden in der Notaufnahme, manche sind nicht mehr zu retten. Die Behandlung ist dann in der Regel aufwändig und teuer.

Zugleich zeigen Studien, dass die Aufnahme aller Migranten in die reguläre Versorgung wirtschaftlich günstiger ist als aufwändige Parallelsysteme mit weniger Leistungen.

Die Bundesinitiative HIV und Gesundheit fordert daher:

• Zugang aller in Deutschland lebenden Menschen zur Regelversorgung, wie sie durch die gesetzliche Krankenversicherung zur Verfügung steht

• Ein erster unverzichtbarer Schritt: Die Inanspruchnahme medizinischer Leistungen darf nicht länger zur Weitergabe der persönlichen Daten an die Ausländerbehörde führen.

• Eine kontinuierliche Gesundheitsversorgung auch für Menschen, die ihre Identität aus persönlichen Gründen nicht preisgeben können oder wollen

• Eine frühzeitige Therapie der HIV-Infektion gemäß den Empfehlungen der Welt-Gesundheitsorganisation – sie verbessert den Gesundheitszustand erheblich und beugt einer Übertragung von HIV vor.

Zum Netzwerk „HIV und Migration“ gehören:

• Deutschen AIDS-Hilfe

• Ärzte der Welt

• AIDS Action Europe

• Verband für Interkulturelle Arbeit (VIA), Berlin

• Medizinische Praktiker_innen aus HIV-Praxen und Kliniken

• Gesundheitszentren

• lokale Aidshilfen

• Projekten für Sexarbeiter_innen und drogengebrauchende Menschen

• weitere politische Initiativen  DAH 10

 

 

 

 

Theatertipp. Kreatives Engagement für Menschenrechte

 

In den dokumentarischen Theaterstücken der „Bühne für Menschenrechte“ werden Biografien und Erlebnisse von Asylsuchenden erzählt. Wie die erste Produktion „Asyl-Monologe“ wird das Stück „Asyl-Dialoge“ in ganz Deutschland aufgeführt. Von Delia Friesss

 

Am Freitag vergangener Woche erhielt die „Bühne für Menschenrechte“ für die dokumentarischen Theaterstücke „Asyl-Monologe“ und „Asyl-Dialoge“ den Amadeu Antonio Preis für kreatives Engagement für Menschenrechte – gegen Rassismus und Diskriminierung. Der mit 3.000 Euro dotierte Preis wird von der Amadeu Antonio Stiftung und der Stadt Eberswalde vergeben und 2015 zum ersten Mal verliehen. Der Preis ist nach Amadeu Antonio benannt, der vor 25 Jahren von Neonazis niedergeschlagen wurde und seinen Verletzungen erlag.

In den dokumentarischen Theaterstücken der „Bühne für Menschenrechte“ werden Biografien und Erlebnisse von Asylsuchenden erzählt. Wie die erste Produktion „Asyl-Monologe“ wird das Stück „Asyl-Dialoge“, das im Januar 2015 Premiere hatte, in ganz Deutschland aufgeführt. Über 350 Mal wurden die beiden Theaterstücke bereits gespielt. Gerade werden sie im Rahmen der Sachsen-Tour 2015 gezeigt.

„Ihr möget nie wissen, was ein Krieg ist.“ Die Zuschauer im Heimathafen Neukölln in Berlin hören die Erlebnisse von Rajana, die aus Tschetschenien nach Deutschland geflohen ist. Ihr Bericht wird gekürzt, aber wortgetreu vorgetragen. Regisseur Michael Ruf und sein Team interviewten Menschen, die aus ihrer Heimat fliehen mussten. Die Theaterstücke können ein Bewusstsein für die Situation von Asylsuchenden in Deutschland und Europa schaffen oder schärfen. Die Interviewten sagten, es mache für sie keinen Unterschied, welche Nationalität, Hautfarbe oder Religion die Schauspieler, die ihre Geschichte erzählen, haben, ergänzt der Regisseur.

Neben den unterschiedlichen Biografien sind Berichte über Lebensgefahr, Krieg, politische Verfolgung, Gefangenschaft und Flucht zu hören. Aber auch von Menschenrechtsverletzungen auf dem Boden der Europäischen Union wie Folter in einem bulgarischen Gefängnis. Von den Erfahrungen mit dem deutschen Asylsystem und mit deutschen Behörden. „Du fliehst aus deinem Land und du kommst in einem anderen Land an, und dann passiert sowas.“, sagt Ali aus Togo. Auch hoffnungsvolle Geschichten werden erzählt, zum Beispiel von Safiye, die nach 11 Jahren Haft in einem türkischen Gefängnis in Deutschland zwei Kinder bekommt.

Wie erreicht man Menschen in Europa, die auf Kosten ganzer Kontinente leben, in Zeiten, in denen rechte Parteien und populistische Bewegungen einen Aufschwung erleben und Zäune gebaut werden? Die „Bühne für Menschenrechte“ organisiert ein Netzwerk an Schauspielern und Musikern, um die Theaterstücke „Asyl-Monologe“ und „Asyl-Dialoge“ mit einem wechselnden Ensemble und regionalen Schauspielern an möglichst vielen Orten zu spielen. Dabei werden kein Bühnenbild und keine Requisiten eingesetzt. Die Schauspieler im Berliner Heimathafen Neukölln treten hinter den Texten zurück und das Gesprochene verwandelt sich gerade deshalb in bedrückende Bilder.

Vorbild der „Bühne für Menschenrechte“ ist die Organisation „Actors for Human Rights“ in Großbritannien, deren Aufführungen bereits über 10.000 Menschen gesehen haben. Laut Ruf sei das Feedback der Zuschauer enorm. Viele hätten sich nach der Aufführung dazu entschlossen, sich stärker mit Asyl-Themen zu beschäftigen und sich gegen Menschenrechtsverletzungen zu engagieren. MiG 11

 

 

 

 

„Reform“ der Pflegeberufe: Ein Skandal

 

Wiehl - Deutschland hat mit dem Altenpflegeberuf schon vor Jahren einen Beruf geschaffen, der aufgrund seiner speziellen Ausbildungsinhalte hervorragend auf die Pflege von Älteren, besonders auch demenzkranken Menschen, abgestimmt ist und inzwischen weltweit von Fachleuten als vorbildlich angesehen wird. Jetzt soll der Altenpflegeberuf und mit ihm die Gesundheits- und Krankenpflege sowie die Kinderkrankenpflege nach dem Willen der großen Koalition zu einem Beruf zusammengelegt werden. Die Minister Schwesig und Gröhe haben den Gesetzentwurf am 27.11.2015 vorgestellt.

„Die Neuordnung der Pflegeberufe wird die pflegerisch-medizinische Versorgung in der Bundesrepublik Deutschland nachhaltig verändern, das muss diskutiert werden! Die zuständigen Bundes- und Landesministerien sind seit Jahren dabei, dieses Gesetz zu erarbeiten. Jetzt die Experten und Fachgesellschaften mit einer Frist von 2 Wochen zu einer fundierten Stellungnahme eines 113 Seiten starken Gesetzestextes aufzufordern, ist ein Skandal. Wir können deshalb morgen in der kurzfristig angesetzten Anhörung unsere Position nicht vertreten – anderen geht es ähnlich“, so Prof. R.D. Hirsch, Präsident der Deutschen Akademie für Gerontopsychiatrie und –psychotherapie e.V. (DAGPP).

„Für die pflegerische Versorgung von psychisch-kranken Älteren, insbesondere Menschen mit Demenz, wird qualifiziertes Personal in ausreichendem Umfang insbesondere in den Heimen benötigt. AltenpflegerInnen sind durch ihre Ausbildung im besonderen Maße darauf vorbereitet.

Schon heute fehlen mehrere zehntausend AltenpflegerInnen in den Heimen, Einrichtungen und ambulanten Diensten. Aktuelle Studien zeigen, dass die geplante generalistische Ausbildung zu weniger Auszubildenden führen wird.

Zusätzlich kommen nach Einführung der Generalistik keine qualifiziert auf ihre Tätigkeit vorbereiteten Altenpflegerinnen und Altenpfleger mehr hinzu, um ihre jetzt schon hoch belasteten KollegInnen zu entlasten. Stattdessen werden die neuen Pflegefachfrauen und -männer weiter angeleitet werden müssen und so die Belastung für das Personal insgesamt erhöhen. Der Krankenstand in der Altenpflege ist derzeit schon hoch und wird weiter steigen.

Diese Situation wird durch die ständig weiter wachsende Zahl von Menschen mit Demenz verschärft.

Zu wenig und schlecht ausgebildetes Personal wird leicht überfordert und es kommt zu Fehlreaktionen, gerade gegenüber Menschen mit Demenz und herausforderndem Verhalten. In der Folge kommt es vermehrt zu psychischer und physischer Gewalt – auch von Patienten/Bewohnern gegenüber dem Pflegepersonal - die dann in Fixierungen und Einsatz von Neuroleptika bei den Patienten endet – das gilt es zu verhindern.

Zum Schutz der PflegerInnen in den Heimen und der ihnen anvertrauten Patienten lehnen die Deutsche Akademie für Gerontopsychiatrie und –psychotherapie e.V. (DAGPP) und Handeln statt Mißhandeln - Bonner Initiative gegen Gewalt im Alter e.V. (HsM) gemeinsam den vorgelegten Gesetzentwurf ab.“ GA 10

 

 

 

 

Erstmals kommen mehr als 10.000 Amerikanerinnen und Amerikaner zu Studienzwecken nach Deutschland

 

Bonn. Deutschland wird für Studierende aus den USA immer attraktiver. Im Vergleich zum Vorjahr stieg die Zahl der Amerikaner, die studienbezogen nach Deutschland kommen, um 9 Prozent. Damit wird ein neuer Höchststand erreicht: 10.377 Studierende aus den USA absolvierten im Jahr 2014 in Deutschland ein Auslandssemester, ein Praktikum, eine Sommerschule oder einen Sprachkurs. Das Interesse der deutschen Studierenden an den USA als Gastland geht weiter zurück. Dies geht aus dem diesjährigen „Open Doors“-Bericht des Institute of International Education (IIE) hervor.

„Die zunehmende Attraktivität Deutschlands als Studienziel für US-amerikanische Studierende unterstreicht die Leistungsfähigkeit und Reputation der deutschen Hochschulen“, sagt DAAD-Präsidentin Prof. Margret Wintermantel. „Gerade im Master-Bereich wurden in den letzten Jahren zahlreiche englischsprachige Studiengänge eingerichtet, die ausländischen Studierenden einen Studienaufenthalt in Deutschland zusätzlich erleichtern.“

Auch die Zahl der amerikanischen Studierenden, die einen Studienabschluss in Deutschland anstreben, steigt seit Jahren. Hier wurde im Wintersemester 2013/14 dem Statistischen Bundesamt zufolge mit 2.516 Studierenden ebenfalls ein neuer Höchststand erreicht. Dies entspricht einer Zunahme von 6 Prozent im Vergleich zum Vorjahr. Die beliebtesten Studienregionen amerikanischer Studierender in Deutschland sind Berlin (1.100 US-Studierende im Wintersemester 2013/14) und Baden-Württemberg (859). Hier finden sich fünf der sechs Hochschulen mit den meisten Studierenden aus den USA: die FU und die HU Berlin (496 bzw. 350 Studierende), sowie die Universitäten in Freiburg (185), Heidelberg (166) und Tübingen (152). Ebenfalls unter den sechs beliebtesten Hochschulen vertreten ist Bayern mit der LMU München (154).

Umgekehrt zieht es aber immer weniger deutsche Studierende in die USA. Im Studienjahr 2014/15 strebten 5.983 einen Abschluss an einer US-Hochschule an – und damit 20 Prozent weniger als noch im Studienjahr 2008/09. Bei den temporären studienbezogenen Auslandsaufenthalten in den USA zeigt sich eine ähnliche Entwicklung: Das IIE zählte 4.210 solcher Aufenthalte deutscher Studierender im Studienjahr 2014/15 – weniger als im Vorjahr (4.316). Mögliche Gründe hierfür sind die in den letzten Jahren stark gestiegenen Kosten für Studiengebühren und Lebenshaltung in den USA, sowie die zunehmende Attraktivität eines Auslandsstudiums im Europäischen Hochschulraum. Unter den beliebtesten Studienstandorten der Deutschen finden sich die Elite-Hochschulen Harvard, Columbia, Stanford sowie Yale und das Massachusetts Institute of Technology (MIT). Daad 10