WEBGIORNALE   27   aprile  - 3 MAGGIO  2015

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Rinnovati i Comites. Tutti gli eletti degli 11 Comitati della Germania  1

2.       Il dramma  1

3.       L’accordo EU sui migranti. Grande passo in avanti per Renzi, passettino per la Migrantes. Occasione persa?  1

4.       Renzi, i migranti e l’Ue. Il balbettio degli egoisti d’Europa  2

5.       Il salvataggio all’europea bloccherà i migranti in Italia  2

6.       Mare mostrum   2

7.       Quelle stragi che non hanno mai fine  3

8.       La tragedia dei migranti. Le prime pagine dei giornali diocesani 3

9.       Amnesty: la carta geografica della disperazione  4

10.   Comites addio?  5

11.   Expo Milano  2015  5

12.   Europa, cresce l’antisemitismo nel 2014. Quale futuro per gli ebrei nel Vecchio Continente?  5

13.   Oltre 700 migranti morti in un naufragio. È la tragedia più grande di sempre  6

14.   Migranti e soccorsi. Un Paese che deve fare da solo  6

15.   Gli Stati Generali dell’Associazionismo: verso il Forum delle associazioni degli italiani nel mondo  6

16.   E' morto il premio Nobel Günter Grass  7

17.   Günter Grass, l’intellettuale che ha sferzato la Germania  7

18.   Apre a Stoccarda il Centro Informazioni ACLI Nuova Emigrazione (Ciane) 7

19.   Berlino. Ambasciata e  associazione culturale Peninsula presentano "Embodied Resilience"  8

20.   I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia  8

21.   Le Acli Baviera sul 25 aprile. Inestinguibile Resistenza  9

22.   “Stile di vita, memoria e longevità”: conferenza di Maria Cristina Polidori all'Istituto Italiano di Cultura di Colonia  9

23.   Alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorni 9

24.   Novità al “Mitte” di Berlino  11

25.   70° anniversario della Liberazione all’Istituto Italiano di Cultura di Colonia  11

26.   Monaco di Baviera. Migrazioni, il mio 25 Aprile  11

27.   Aperta fino 12 giugno alla Ammann Gallery di Colonia la terza personale con nuovi lavori del gruppo artistico Nucleo  11

28.   Lettera di un iscritto al PD di Monaco di Baviera  11

29.   All’Istituto Italiano di Cultura di Colonia  12

30.   Ribaltone al vertice in Volkswagen. Piëch e la moglie se ne vanno  12

31.   Alla nona edizione il Forum Economico Italo-Tedesco della Camera di Commercio Italo-Germanica  12

32.   Grecia, Berlino prepara il piano B  12

33.   Elezioni Comites. “La rappresentanza degli italiani all'estero ne è uscita perdente”  13

34.   Alessio Tacconi, deputato eletto nella ripartizione Europa, aderisce al gruppo Pd  13

35.   Un settimanale per tutti 13

36.   Migrazioni: il naufragio dell'Europa. Subito "Mare Nostrum" europea  14

37.   Immigrazione. Lasciamo in pace l’Unione Europea  14

38.   Terremoto in Nepal. "Si scava con le mani tra le macerie. Ora il mondo ci aiuti..."  14

39.   Politica di difesa. Francia e Italia a confronto  15

40.   Hillary Clinton ci riprova  16

41.   Immigrati, smantellata rete di trafficanti: oltre 20 arresti 16

42.   Politica con i piedi per terra  16

43.   L’Expo interroga l’Europa. Senza diritto al cibo la pace è in pericolo  17

44.   Non è possibile ignorare i principi fondativi dell’Humanitas e di un’etica solidale  17

45.   “Salvaguardare la vita nel Mediterraneo”  17

46.   Ecatombe: la coscienza sporca dell’Ue, andiamocene, se serve  17

47.   Le profezie  18

48.   Francia e Italia. Opportunità e rischi a Sud  18

49.   Il Paese smantellò la patria, la Resistenza la ricostruì 19

50.   Parere favorevole della Commissione Esteri alla riforma della legge elettorale  20

51.   I vincitori del Premio Roland Berger. La consegna il 29 aprile a Berlino  20

52.   Interrogativi e speranze  20

53.   Giustizia e Sicurezza. Militari a guardia dei tribunali?  21

54.   Italicum, commissione approva la riforma, lunedì ddl in aula alla Camera  21

55.   Fiscalità sulla casa, assicurazione malattia, blocco conti bancari. La palla all’Agenzia delle Entrate  22

56.   Intanto pagare  22

57.   Strage migranti, l'appello di Mattarella alla Ue: "Stop a ignobile traffico di esseri umani"  22

58.   Migranti e norme. Come punire i nuovi schiavisti 22

59.   Il 28 aprile la presentazione del libro “Nel solco degli emigranti. I vitigni italiani alla conquista del mondo”  23

60.   Imu 2015  23

61.   Pagamento dell’Imu dei residenti all’estero. “Il governo chiarisce ma non convince, ora la legge deve essere modificata”  23

62.   Cinque borse di studio per giovani discendenti di emigrati trentini. Domande entro il 18 maggio 2015  23

63.   Alla Dante il 29 aprile presentazione del Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo  24

 

 

1.       Flüchtlinge: EU verdreifacht Mittel für Seenotrettung  24

2.       Kein Weg in die EU. Wie Europa Flüchtlinge auf das Mittelmeer drängt 24

3.       Flüchtlinge: Das Scheitern der Politik Afrikas  25

4.       Hintergrund. Woher die Mittelmeerflüchtlinge kommen  25

5.       Flüchtlinge: EU will Maßnahmen zur Seenotrettung verdoppeln  26

6.       EU 10-Punkte-Plan. Mehr Geld für Seenotrettung und Kampf gegen Schlepper 26

7.       Flüchtlingstragödie - Fluchtursachen bekämpfen  26

8.       Fachbereich Migration. Deutschland und Europa diskutieren über mögliche Maßnahmen  26

9.       Im Mai landet die europäische Poesie in Frankfurt 27

10.   Nach Flüchtlingsunglück. EU beruft Krisensitzung  27

11.   Flüchtlingsdrama im Mittelmeer „Eine Schande für Europa und uns alle“  27

12.   Italien: Flüchtlingsdrama war „vorhersehbar"  28

13.   Unglück im Mittelmeer. Entsetzen über Flüchtlingsdrama  28

14.   Zorn auf EU nach jüngster Flüchtlingstragödie im Mittelmeer 28

15.   Flüchtlingsdrama vor Italien: „Das geht ganz Europa an“  29

16.   Flüchtlingsunglück. Was ist uns ein Menschenleben wert?  29

17.   Kooperation in Zeiten der Krise. Kriterien eines Stabilitätsrahmens für Europa. 29

18.   Steinmeier befürchtet Ansehensverlust durch Fremdenhass  30

19.   Flüchtlingsdrama im Mittelmeer. Merkel: "Weitere Opfer verhindern"  30

20.   Vertragsverletzungsverfahren. EU-Kommission mahnt Deutschland wegen Sprachtests im Ausland  31

21.   Was ist eigentlich noch sozial an der EU? Die soziale Dimension ist abgehängt: Drei Schritte zur Abhilfe. 31

22.   Parlamentswahl am 7. Mai: Noch ist alles möglich in Großbritannien  31

23.   Für eine Europäisierung der Verteidigungspolitik. Aber nicht zu Lasten nationaler Parlamente. 32

24.   Bekämpfung des Extremismus: EU fordert mehr Zusammenarbeit der Mittelmeer-Länder 32

25.   Ein Genozid ist ein Genozid ist ein Genozid  32

26.   So bringt Deutschland Flüchtlinge in Arbeit - und profitiert davon  33

27.   Ausländerfeindlichkeit. Familienministerin Schwesig und Integrationsbeauftragte Özoguz warnen  34

28.   Migration: Deutschlands Gezerre um ein neues Einwanderungsgesetz  34

29.   Berufsbildungsbericht 2015. Betriebe und Bewerber zusammenbringen  35

30.   Merkel setzt Massaker an Armeniern mit Völkermord gleich  35

31.   Migrationspolitik. Innenminister de Maizière will Bündnis für Migration  35

32.   Finanzmarktregulierung muss auch Flüchtlingen und Migranten helfen  36

33.   Manifest der Vielfalt. Von importierten Billiglöhnern zu qualifizierter Einwanderung  36

34.   Rainer Wieland: Europa ist keine Festung sondern eine Wertegemeinschaft 37

35.   Willkommenskultur schon im Kreißsaal. Grüne wollen deutschen Pass für jeden in Deutschland Geborenen  37

36.   SPD-Parteivorstand: Der gesetzliche Mindestlohn ist ein historischer Erfolg  37

37.   Studie. Zahl der Deutschlerner erstmals wieder gestiegen  38

38.   Asylbewerber im Systemstau  38

39.   Konfliktforscher. Bürger besser über Flüchtlinge informieren  38

40.   Ausschreibung. Sommerakademie für Übersetzer deutscher Literatur im Literarischen Colloquium   38

41.   NRW. Der LVR ist Wegbereiter für die interkulturelle Öffnung der Verwaltung  39

42.   Willkommenskultur. Bundesamt wirbt für Kulturwandel in Ausländerbehörden  39

43.   Ausschreibung. Autorenwerkstatt Prosa 2015  39

44.   Im IIC-Köln  39

 

 

 

Rinnovati i Comites. Tutti gli eletti degli 11 Comitati della Germania

 

Si sono concluse venerdì 17 aprile le votazioni per Comitati degli Italiani all’Estero (Comites). Lo spoglio delle schede nelle 11 Circoscrizioni consolari della Germania ha dato i seguenti risultati

 

A Monaco di Baviera su 58.178 aventi diritto al voto per il Comites sono risultati iscritti all’albo degli elettori in 2.045 (3,5%). Il numero di buste pervenute è stato 1.178 (57,6%). Per la lista civica Mosaico (unica lista candidate) risultano eletti: Daniela Di Benedetto con 534 voti, Riccardo Fontana (347), Silvia Alicandro (346), Lara Galli (310), Dario Del Bianco (236), Valeria Milani (217), Silvana Sciacca (177), Alessandra Santonocito (168), Elettra Fimiani (162), Rolando Madonna (157), Paolo Tatafiore (141), Sara-Luisa Maccarrone (125). Non eletti Nadia Sotiriou (120 voti), Lara Sonza (113), Vladimira Vodopivec (54).

 

Per il Comites di Norimberga si sono iscritti all’albo degli elettori 650 connazionali sui 16.080 aventi diritto (il 4%). Le buste pervenute sono state 347 (53,4%). Per la lista Comitato Tricolore Italiani nel Mondo (unica in lizza) sono stati eletti: Angela Ciliberto con 172 voti, Lucio Albanese (139), Romeo Catanese (105), Pasquale Marolda (86), Domenico Capasso (75), Michelangelo Blandizzi (73), Angela La Regina (68), Michele Vizzani (60), Antonia Rocco (41), Carmine Auletta (34), Antonio Capasso (33), Giovanni Russo (28).

 

A Friburgo il nuovo Comites risulta così composto: eletti con la Lista "Area Cristiano-Sociale" Di Leo Michele, Cristalli Daniela, Pinna Luigina, Orlando Sara, De Giacomo Angelo, D'Eusanio Massimo; con la Lista "Rinnovamento Partecipazione Trasparenza" risultano eletti: Baronchelli Teresa, Mattivi Ernesto, Zucconi Laura; e con la Lista Uim-Unione degli Italiani nel Mondo: Spinello Lucia, Maggio Giuseppe e Valla Antonio.  

 

A Dortmund sono stati eletti con "Noi in Europa", unica lista ammessa al voto nella città, i consiglieri: Rossi Marilena, Di Cataldo Antonella, Rossi Luigi, Mazzarisi Giuseppe, Grassi Manuela, Caravante Gennaro, Morotti Loredana, Gallinella Rita, Tota Giuseppe, Francalanza Maria, Silvestro Massimo, Canal Chaira  Martina Barbara.

 

A Saarbrucken eletto per "Italiani in Europa", unica lista ammessa al voto, il presidente uscente Di Rosa Giovanni. Con lui fanno parte del nuovo Comites: Grillo Maria Consolata, Vitello Patric, Calcagno Rosina, Maci P. Nicola, Cirino Francesco, Tornabene Pietro, Arcella Antonella, Russello Filippo, Agnello Calogero, Cumbo Carmela, D’Auria Giuseppe.

 

Finita 13 a 5 la battaglia elettorale per il Comites di Colonia, città che ha visto l’affermazione della lista “Insieme-Miglioriamo i servizi per gli italiani all’estero” contro la “Lista indipendente 1997”, che si è aggiudicata gli altri 5. Dei 2451 elettori iscritti alle elezioni, solo 1474 hanno effettivamente votato. Il numero delle schede valide è stato di 1131. Di questi, 801 sono andati alla lista “Insieme” e 330 a “Lista indipendente”. Gli eletti della lista Insieme sono: Pacifico Gino 335, Bartolotta Giuseppe 299, Vallecoccia Silvio 253, Benati Rosella 250, Stortoni Luciana 246, Del Favero Simonetta 201, Laudani Giuseppe 138, Sorrentino Francesca 107, Contu Luisa 102, Marotta Francesca 96, La Cara Antonia 90, Di Marzio Tommaso 74, Pautasso Enrica Maria 69. Gli eletti per la Lista Indipendente sono: Pediglieri Giorgio 168, Paternò Pietro 146, Milanese Maria Chiara 82, Tonetta Paola 82, Mandarino Maria Teresa 76.

 

A Francoforte con l’unica lista ammessa "Un Comites forte e democratico" sono stati eletti: Mancuso Vincenzo, Ferro Calogero, Tagliaretti Luca, Manoti Carmelo, Perrini Giovanni, Tallarico Giulio Susheel, Letizia Katia, La Giglia Valeria, Magnano Francesco, Schiavano Anna Stefanina, Dinice Maria Carmela, Piccionello Giusto, Baranelli Giovanni, Vargiu Rosella, Priolo Antonio Vincenzo, Marchetti Sabatino, Damascato Marianeve, Romita Roberto Antonio. Fa sensazione a Francoforte la mancata elezione di Paolo Esposito, primo dei non eletti, presidente di Piazza Francoforte. La recente spaccatura dell’associazione e la sua storia personale, fino a molto recentemente del tutto avulsa dalle attività delle organizzazioni italiane della città, spiegano probabilmente la bocciatura.

 

Dieci consiglieri su dodici a Berlino sono andati alla lista “Insieme” della presidente uscente Simonetta Donà, due consiglieri invece della lista “Italiani a Berlino”. Gli eletti sono (Lista Insieme): Donà Simonetta, Pichler Edith, Degano Lucina, Foti Beatrice, De Salvo Elettra, Novati Massimilana Gaia, Canali Tatiana, Grassi Mauro, Gianforte Fulvia, Grasso Salvatore Favio; e, per la lista Italiani a Berlino: Orlandini Simone e Moscatiello Teresina. 

 

Questi i 12 consiglieri eletti a Wolfsburg per la lista U.I.W., unica in lizza: Paolo Brullo (con 488 voti), Luigi Cavallo (161), Gaetano Stazzone Manazza (132), Ines Cinefra (129), Antonino Cimino (121), Barbara Giansante (105), Salvatore Marcinnò (101), Mario Alizzi (86), Rosaria Di Pietro Iannella (81), Biagio La Rizza (78), Daniela Nieddu (73), Maria Grazia Gulli Bontempo Ventre (69).

La prima seduta del nuovo Comites ha luogo il 29 aprile alle ore 17,00 presso i locali dell’Agenzia consolare, presieduta dal consigliere eletto con il maggior numero di voti; segretario sarà il membro più giovane.

 

A Stoccarda i consiglieri eletti nelle 4 liste risultano così distribuiti: 8 per la lista “Associazione genitori” (Conte Tommaso, Di Filippo Rocco, Santaniello Giovanna, Basile Vincenzo, Bria Michele, Silvano Maria, Fustilla Mario, Anastasi Provvidenza Patrizia); 3 a Forza Italia (Pignataro Carmelo, Pignataro Diego, Pignataro Giuseppe); 3 a “Rinnovamento e partecipazione” (Privitera Roberto, Sciurba Maurizio, Bertoldi Daniele); 4 a “Lista civica-Popolari in Europa” (Auricchio Camillo, Di Tullo Giuseppe, Gesa Rocco, Bottazzo Michele). 

 

La lista civica Ortica ha vinto le elezioni ad Hannover, aggiudicandosi 7 consiglieri su 12. Sono: Giuseppe Scigliano, Elena Sanfilippo, Claudio Provenzano, Isabella Parisi, Angelo Raffaele De Mitri, Francesco Bonsigore e Lucia Bucchieri. Per la lista Deutsche Vita al Nord sono stati eletti: Eleonora Cucina, Fiammetta Santucci, Marco Osvaldo Bertazzi, Ignazio Pecorino, Costa Maria.

 

La redazione del Webgiornale augura a tutti gli eletti un buon lavoro. Anche se sono stati votati solo da quattro gatti, per legge rappresentano tutti i connazionali delle 11 Circoscrizioni consolari della Germania. La collettività ha diritto da ogni consigliere una prestazione impegnata e di qualità. Red

 

 

 

 

Il dramma

 

I fatti che capitano nel Mediterraneo implicano seguiti internazionali che, almeno per il passato, sono stati sottovalutati. Soprattutto a livello UE. La posizione geografica dell’Italia, e una nostra politica non proprio “coerente”, s’è rivelata una delle concause che hanno determinato i luttuosi eventi correlati alle fughe dall’altra sponda del mediterraneo.

 Il principio dell’accoglienza dovrebbe essere regolato da norme d’interesse comunitario. Il nostro Paese non è nelle condizioni d’assistere una fitta umanità che chiede asilo per tentare di riprendere una vita normale che, nelle terre d’origine, è stata spazzata via. L’Europa s’è dimostrata impreparata a un’emergenza che, invece, doveva essere meglio monitorata.

 L’Africa, non solo del nord, e i Paesi del Medio Oriente hanno delle democrazie non solo instabili, ma anche gestite impropriamente. Quando, per una serie d’eventi storico/politici, ”cade” la testa del Capo di uno di questi Stati, il seme delle rivendicazioni represse e delle avventure speculative ha facile spazio.

 Ora, dovrebbe essere, fisicamente l’Europa, ma moralmente ed economicamente tutto il mondo, a farsi carico di una realtà drammatica che non può essere gestita, pur con la migliore buona volontà, dal nostro Paese che, tra l’altro, già si dibatte in una crisi economica che non ha da trasformarsi in una “guerra” tra i poveri.

 Il diritto alla sopravvivenza non conosce confini; ci vuole, però, l’esigenza di un coinvolgimento più organizzato e coeso e non solo del Vecchio Continente. L’emergenza umanitaria, che non è possibile disconoscere, non può, però, essere mezzo per incrementare polemiche che hanno lasciato, e ancora lasceranno, parecchia amarezza. Il dramma dei profughi, indipendentemente dall’origine, ha da essere affrontato concretamente; ma anche disciplinato da normative comunitarie. Diversamente, non se ne esce. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

L’accordo EU sui migranti. Grande passo in avanti per Renzi, passettino per la Migrantes. Occasione persa? 

 

Bruxelles- Con il Consiglio europeo straordinario della scorsa settimana, "per la prima volta viene messa nero su bianco una strategia, non una reazione emotiva o fiori gettati in mare. I quattro punti del documento finale corrispondono a quelli che ho espresso in Parlamento, si rafforza la presenza sul mare triplicando le risorse finanziarie per Triton e Poseidon". Ad annunciarlo lo stesso Matteo Renzi, che a Bruxelles ha incontrato gli altri leader europei.

Un grande passo in avanti: per la prima volta c'è un approccio strategico dell'Europa sull'immigrazione. Il premier Matteo Renzi, al termine della lunga giornata brussellese è chiaramente soddisfatto. "Abbiamo fatto bene a chiedere il vertice", dice in conferenza stampa. Ed elenca i punti di un documento finale che, assicura, non corre il rischio di arenarsi in corso d'opera come è accaduto in altre occasioni in passato perché "c'è per la prima volta un approccio sistematico, un risultato fatto di punti concreti che saranno verificati a giugno".

Dal triplicamento dei fondi di Triton e Poseidon, alla cooperazione internazionale con i Paesi di partenza e transito, fino al mandato esplorativo all'alto rappresentante Ue Federica Mogherini ad una missione europea per identificare catturare e distruggere i barconi prima che siano usati dai trafficanti, il premier si dice più che soddisfatto dei risultati ottenuti. E del riconoscimento del ruolo di leader svolto dall'Italia. Tema che sarebbe finito sul tavolo del vertice anche in chiave di ruolo guida dell'eventuale missione Ue.

"Ci sono in vigore una serie di trattati - ha commentato Renzi – che consentono ai singoli Stati membri di decidere se accogliere o meno altre persone, nessuno può costringerli". Molti Paesi però si sarebbero detti "disponibili" a farlo e quelli che come la Gran Bretagna lo hanno escluso metterebbero a disposizione denari e mezzi.

“Piccoli passi di un'Europa incerta e timorosa ad affrontare il dramma delle morti, il flusso di 200.000 migranti dal Nord Africa, le centinaia di migliaia di persone in fuga da guerra e terrorismo”. E' questo invece il commento di mons. Gian Carlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, alla dichiarazione seguita al vertice straordinario del Consiglio d'Europa. Una dichiarazione in quattro punti, in cui “L'Europa  ha scelto di investire  più soldi - le stesse risorse che l'Italia aveva da sola garantito a Mare nostrum - in Frontex, per controllare le frontiere del Mediterraneo, per controllare le coste del Nord Africa e per combattere il traffico degli esseri umani, anche ipotizzando un'azione - da tutti gli esperti sconsigliata - di distruzione delle barche dei trafficanti nei porti”.

“Dei migranti - aggiunge Perego - l'Europa si è preoccupata di velocizzare  i controlli, le schedature per un rimpatrio veloce dei non aventi diritto  alla protezione internazionale, con un rischio anche di una semplificazione delle procedure di riconoscimento dei richiedenti asilo, ma non si è  impegnata in un rafforzamento del piano di accoglienza dei rifugiati in tutti i Paesi  europei. Solo annunciate anche le azioni puntuali e precise  per una cooperazione internazionale e per un'azione di pace. Le azioni che l'ONU aveva chiesto all'Europa  - rafforzamento del salvataggio in mare, canali umanitari, l'accoglienza di un numero sensibilmente più alto di rifugiati  - sono state rimandate. Si è discusso solo dell'accoglienza e del trasferimento in altri Paesi europei di 5.000/10.000 rifugiati, nello stesso giorno in cui l'ANCI  in Italia si è resa disponibile ad accogliere 40.000 rifugiati. Dal vertice europeo esce l'Europa dei nazionalismi. E' rimandata la costruzione dell'Europa sociale e solidale”.

"Immigrazione? Da Unione Europea solo annunci. Vertice Bruxelles occasione persa, Italia non ha ottenuto nulla". Sono le parole dell’ambasciatore ed ex ministro degli Esteri Giulio Terzi (FDI) ai microfoni della trasmissione “Il mondo e’ piccolo”, condotta da Fabio Stefanelli, su Radio Cusano Campus.

"Questa continua politica di annunci dell'Unione europea sui grandi risultati che si otterranno dopo i vertici come quello di giovedì è completamente falsa -ha affermato Terzi-. Tutta la narrativa che viene data prima e dopo queste riunioni non corrisponde alla realtà. Concrretamente non ci sono stati risultati, non è stato deciso nulla. Ci saranno le navi per salvare le persone, ma non è stato stabilito dove saranno portati i migranti salvati. Questo significa che saranno portati nel Paese più vicino, quindi l'Italia. La previsione di afflussi nei prossimi mesi non solo non diminuirà, ma sarà in forte crescita. E' stata persa una grande occasione durante questo vertice dell'Ue. Le soluzioni concrete sono rimaste tra le cose da fare prossimamente, in attesa che l'attenzione diminuisca e con la tecnica che noi abbiamo di lasciar decantare le situazioni. E' una mentalità burocratica tipicamente italiana di un cattivo senso dell'amministrazione: non preveniamo, non affrontiamo con decisione, ma lasciamo decantare". De.it.press

 

 

 

 

Renzi, i migranti e l’Ue. Il balbettio degli egoisti d’Europa

 

Si può immaginare una prova di egoismo e di miope inettitudine più clamorosa di quella mostrata dall’Unione europea riunita giovedì a Bruxelles per discutere il da farsi rispetto all’ondata migratoria che sta rovesciandosi sulle coste meridionali del nostro continente? Posta davanti a una sfida geopolitica di carattere epocale, davanti alle sciagure e ai problemi di ogni tipo che questa produce, la sola cosa, infatti, che l’Unione si è saputa inventare è stata quella di mandare qualche altra nave nel Mediterraneo e di destinare una manciata in più di quattrini all’operazione Triton. Cioè di far finta di fare qualcosa allo scopo di non fare nulla.

Nel suo balbettio e nel suo riuscire a mancare regolarmente tutti gli appuntamenti decisivi che potrebbero farle fare un salto di qualità verso un’esistenza di soggetto politico, l’Europa è ormai diventata qualcosa d’imbarazzante. La mancanza di leadership e di visione minaccia di renderla un organismo sempre più ingombrante per le cose facili e sempre più inutile per quelle difficili. Un vuoto ammasso di egoismi nazionali che dura finché questi non vengono disturbati.

Del resto è apparso non meno insufficiente nei giorni scorsi anche il comportamento del governo italiano. Il presidente Renzi, recatosi a Bruxelles sperando verosimilmente grandi cose (anche se non si sa di preciso che cosa), ha dovuto accontentarsi di quasi nulla. Il fatto è che per ottenere seppure in parte da un sinedrio come quello di Bruxelles ciò che si desiderava, bisognava battere i pugni sul tavolo. Tutto il Paese avrebbe seguito un presidente del Consiglio che avesse tenuto un discorso del tipo: «Cari signori, l’Italia non intende vedere annegare centinaia di persone in mare senza muovere un dito. Noi quindi faremo di tutto per cercare di salvare il maggior numero possibile di migranti. Ma tutto questo costa, costa molto. Siccome però non siamo il Paese di Bengodi, e le nostre risorse sono limitate, sappiate che se voi non fate nulla di più del quasi niente che vi proponete di fare, allora alle prossime scadenze l’Italia si vedrà costretta con molto rammarico a sospendere qualsiasi tipo di finanziamento, anche quello ordinario, all’Unione e alle sue attività». E invece, ahimè, nulla di simile si è sentito. Evidentemente un conto è bacchettare Civati o tirare le orecchie alla Camusso, un altro affrontare a brutto muso Cameron o la Merkel (oltre, immagino, il mugugno sussiegoso della Farnesina). E così abbiamo dovuto accontentarci di una mancia accompagnata da un’amichevole pacca sulla spalla.

Giorni molto difficili si annunciano dunque nell’immediato per l’Italia. Ma per l’intera Europa si avvicina a più o meno lunga scadenza l’appuntamento con una catastrofe annunciata, quella di un’insostenibile pressione demografica del Sud del mondo la quale, proprio in quanto continua ad essere pervicacemente rimossa, tanto più minaccia inevitabilmente di assumere i tratti di un vero e proprio collasso geopolitico.

Non è vero che non ci sia nulla da fare. Se l’Europa esistesse, se avesse una vera guida politica dotata di autorità e di visione, potrebbe fare molto, specie per le migrazioni mosse da ragioni economiche. Previo un accordo quadro con l’Organizzazione dell’Unione africana, ogni Paese europeo (da solo o insieme a un altro) potrebbe ad esempio stabilire con uno Stato di quel continente una sorta di vero e proprio gemellaggio: rapporti speciali di aiuto e cooperazione per favorirne lo sviluppo; essere autorizzato a destinarvi investimenti privilegiati in campo economico e turistico; stabilire con esso accordi doganali speciali per favorirne le produzioni e le esportazioni; aprirvi centri culturali, inviarvi «missioni» di ogni tipo specie per migliorarne gli apparati scolastici, sanitari, giudiziari e di polizia; accoglierne gli studenti migliori con borse di studio; e anche, magari, aprirvi dei «campi di addestramento» lavorativo, linguistico e «antropologico-culturale», destinati a coloro che comunque intendessero abbandonare il loro Paese.

Costerebbe e non sarebbe facile, certo. Avrebbe anche dei rischi, forse. Ma sono per l’appunto queste le cose che fa la politica, che solo la politica sa fare. Perlomeno la politica che non gioca a scaricabarile, ma quella che immagina, che osa, che agisce. Ernesto Galli della Loggia, CdS 26

 

 

 

 

Il salvataggio all’europea bloccherà i migranti in Italia

 

Le navi Ue ci aiuteranno nelle procedure di identificazione degli stranieri. Chi arriva, però, dovrà restare dove è sbarcato: ovvero nei nostri confine – di MARCO ZATTERIN

 

Bruxelles. Tempo qualche settimana, e nel Canale di Sicilia ci saranno trenta e passa navi europee con la bandiera di Triton pronte - nel caso più che probabile di necessità - a intervenire per ripescare le vittime delle carrette messe in mare dai trafficanti di disperati. La missione coordinata da Frontex, l’agenzia Ue per la vigilanza sulle frontiere comuni, avrà un budget mensile di 9 milioni, proprio come la «Mare Nostrum» italiana che ha sostituito da novembre. E’ sensazione comune che, col vertice di giovedì, l’Unione abbia attrezzato una sua versione di «Mare Nostrum», informale per aggirare i veti e le lungaggini, così da ridurre il prezzo da pagare in vite umane. Il risultato è che il numero di migranti che arriveranno nei nostri porti è destinato a crescere. E che, a quel punto, scoppierà il bubbone vero: perché l’Europa non ha deciso come comportarsi con coloro che riesce a strappare alla morte. 

 

Cosa deve fare Triton?  

Non il «search and rescue», ola ricerca e il salvataggio, non direttamente. Deve vegliare sulla sicurezza della frontiera dell’Unione, col vincolo di non allontanarsi oltre le 30 miglia dalla terra ferma (il mandato di “Mare Nostrum” finiva a 50). Ma la soglia può essere superata per rispondere ad un «sos», cosa che accade regolarmente. La legge del mare che obbliga a intervenire in caso di naufragio è più forte. È così che, in cinque mesi, Triton ha salvato più di 30 mila persone. 

 

Chi accoglie i migranti?  

Comanda il Regolamento di Dublino: lo stato competente all’esame della domanda d’asilo è quello in cui richiedente mette piede per la prima volta. Triton si basa poi sul concetto di «stato ospite», che offre «il più vicino porto sicuro». I disperati del Mediterraneo finiscono pertanto da noi: 171 sui 270 mila entrati in Europa nel 2014 sono passati di qui. La «Mare Nostrum» Ue sarà coerente. «Dublino è finito», ha ammesso una fonte Ue. 

 

Cosa succede nei porti?  

Una volta sbarcati, i migranti sono indirizzati nei centri d’accoglienza, dove si procede all’identificazione attraverso la fotosegnalazione e le impronte (in teoria entro 72 ore, ma è un tempo spesso troppo stretto). Il riconoscimento è un lavoro difficile, al termine del quale i richiedenti asilo vengono confinati nell’attesa che l’iter si concluda. E’ in questa fase che una parte di loro prende il volo. Almeno la metà, grazie anche alle gang criminali che li attendono per continuare il viaggio. La Germania accusa Italia e Grecia di non controllarli per liberarsi degli ospiti indesiderati.  

 

Per questo Berlino chiede quote obbligatorie?  

I tedeschi sono stati sinora generosi nell’offrire ospitalità. Nel 2014 le richieste di asilo sono state 202 mila, il 32% di quelle arrivate in Europa. La Svezia è a 81 mila, l’Itala a 64 mila, la Francia a 62 mila. I tedeschi accusano Atene di barare, bocciandone oltre il 90%. I tecnici di Angela Merkel spingono per quote calcolate in funzione della ricchezza dei paesi (pil) e della popolazione. 

 

Cosa succede adesso?  

Il leader europei hanno incaricato la Commissione Ue di predisporre opzioni per assicurare la ricollocazione (“riallocation”, meccanismo da definire) dei migranti una volta giunti da noi, capitolo che riguarda chi arriva senza diritti. In un secondo momento ci si occuperà del reinsediamento (“resettlement”), ovvero di chi ha diritto di asilo ma non si trova in Europa. Nella bozza del vertice di giovedì c’era la proposta di creare un progetto pilota per reinsediare su base volontaria di almeno 5000 siriani. Il presidente della Commissione, Jean Claude Juncker, voleva togliere il concetto di volontarietà. Non l’ha spuntata. 

 

Chi frena sull’accoglienza?  

Molte capitali non vogliono vincoli. «Il senso del vertice è che tutti aprono alla possibilità di un ruolo nella distribuzione dei migranti», assicurano al consiglio. Però «ci saranno tensioni e non sono ottimista sul fatto che si arrivi al ricevimento obbligatorio». A giugno i leader rifaranno il punto sui progressi. Allora i Ventotto potrebbero scoprire che salvare i disperati in alto mare, alla fine, è il capitolo più digeribile dell’intero volume che si trovano scrivere.  LS 25

 

 

 

 

Mare mostrum

 

I morti si aggiungono ai morti nella tragedia senza fine dei migranti che stavolta aggiunge alla lista infinita altri 700 nomi, 700 persone in cerca di scampo e speranza, finite in fondo ad un mare che è ormai un cimitero liquido ed uno scandalo per tutti.

“Morti inaccettabili” dice Federica  Mogherini, alto rappresentante della Ue, mentre il Papa, durante l'Angelus di domenica 19 aprile, ha rivolto un “accorato appello affinché la comunità internazionale agisca con decisione e prontezza, onde evitare che simili tragedie abbiano a ripetersi”.

Matteo Salvini addebita queste morti alla ipocrisia di Renzi ed Alfano ed auspica “un blocco navale”, ricevendo su Twitter, la risposta del vicesegretario del Pd  Lorenzo Guerini: "Mentre i nostri uomini raccolgono i cadaveri e salvano vite nel Mediterraneo, gli sciacalli speculano in diretta tv. Nauseante".

Sullo stesso tenore la reazione di  Fabrizio Cicchitto, presidente della commissione Esteri alla Camera. "Rispetto a fenomeni di questa portata Salvini con la sua polemica dimostra purtroppo di essere soltanto uno sciacallo".

 

"Uccisi dall'indifferenza", ha scritto  Cècile Kyenge, europarlamentare Pd ed ex ministro per l'Integrazione. "Non c'è blocco navale che tenga, come prospettato da alcune forze politiche populiste, di fronte all'ondata di disperati in fuga dalla guerra: mentono sapendo di mentire. Archiviamo Triton, ed attiviamo subito una nuova operazione europea all'altezza della gravità della situazione e della dignità di ogni vita umana: Europa Nostra".

Accorate le parole del Presidente Mattarella che sta seguendo con allarme la vicenda del naufragio, mentre il premier  Matteo Renzi  è intervenuto da Mantova, dove oggi si apre la campagna elettorale: "Il cuore batte forte, come si fa a restare insensibili quando nel Mar Mediterraneo tutti i giorni c'è una strage? Le notizie di quel che è accaduto a nord della Libia, anche stanotte, sono ancora frammentate e i numeri ancora provvisori, ma destinati a salire: al momento i morti recuperati sono 28, ma sembrano destinati ad aumentare". L'accaduto impone, secondo Renzi, una riflessione a più ampio raggio: "Come si fa a restare insensibili di fronte a quelle ragazze che in Nigeria sono state rapite un anno fa da Boko Haram? Come si fa a restare insensibili al dolore di intere generazioni che muoiono, in un tempo in cui la comunicazione globale ci impone di sapere tutto? Ma è qui - ha osservato il capo del governo - che si gioca il dramma e la bellezza della politica". Poi il presidente del Consiglio ha sospeso il tour elettorale e ha fatto ritorno a Roma per seguire la vicenda.

Ma se la destra specula e la sinistra si duole, restano le morti accatastate ed ininterrotte, resta l’indifferenza dell’Europa e l’insipienza del nostro Paese.

Noi siamo con “Libera” che, commentando la tragedia, scrive: "Sono morti che devono pesare sulle coscienze di tutti. E devono farci dire basta, basta ai trafficanti di morte, basta ai venditori di illusioni, basta a chi anche su queste morti fa propaganda, basta a chi cerca scorciatoie con leggi che negano diritti, alimentano illegalità e disperazione".

“Il fenomeno delle migrazioni fa quasi spavento in questo periodo”, afferma il cardinal Vegliò,   presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, aggiungendo che è  assurdo criminalizzare gli immigrati”.

Gentiloni richiama l’Ue alle sue responsabilità, ma lo fa in modo poco convinto e balbettante, senza richiami precisi e richieste ferme indirizzate anche all’Onu.

L'Unhcr (https://www.unhcr.it/dona?gclid=Cj0KEQjwpM2pBRChsZCzm_CU0t4BEiQAxDVFmlDCrvzWTQXQxdcCst7z8X4ZV3w2WP5U8qX5EGE-V7gaAmxm8P8HAQ),  parlando  del naufragio  della notte scorsa nel Canale di Sicilia ricorda che il bilancio delle vittime dall'inizio di quest'anno è arrivato a  1500.

Negli ultimi sette giorni 11 mila i migranti sono stati soccorsi dalla Guardia Costiera e del dispositivo Frontex e nella sola giornata di  giovedì sono stati raggiunti a ridosso delle acque libiche 4 gommoni e un barcone carichi di persone, con  interventi, ai quali hanno partecipato anche la Marina Militare e la Guardia di Finanza e due mercantili, che hanno consentito di portare in salvo 574 persone.

Ma non basta, perché l’Europa ci ha lasciato soli girandosi dall’altra parte, non trovando soluzioni alternative "all'intervento armato" o alle "braccia allargate": "un modo elegante per lavarsi le mani di fronte ad una dramma che sarà sempre più insopportabile dall'Italia", come ha detto  il segretario generale Cei, mons. Nunzio Galantino, parlando d’immigrazione su Radio Vaticana.

Nel frattempo  il Mediterraneo continua a essere luogo di morte ed i nostri politici si accontentano  di approvare alla Camera la proposta di legge che istituisce la Giornata della memoria e dell'accoglienza il 3 ottobre, giorno del naufragio di Lampedusa nel quale persero la vita 368 persone. Carlo Di Stanislao, de.it.press

 

 

 

 

Quelle stragi che non hanno mai fine

 

Suscitano indignazione le continue morti di chi cerca riparo e lavoro in Europa. Ma si fa poco o nulla per evitarle. L’Europa deve agire subito

 

Orrendo il naufragio che il 19 aprile, secondo uno dei salvati, ha provocato oltre 900 morti. La Guardia costiera ha confermato la cifra, dato che il barcone poteva portare “diverse centinaia di persone” e che era “sovraccarico”. A detta del succitato migrante, sul peschereccio proveniente dalla Libia si trovavano 950 persone, tra le quali 200 donne e 50 bambini, la maggior parte di loro chiusi nella stiva, quindi impossibilitati a mettersi in salvo. E’ la più grave sciagura del mare dal dopoguerra, peggiore anche di quella di Lampedusa del 3 ottobre 2013 che registrò 366 morti e 20 dispersi. Al momento in cui scriviamo sono solo 24 i corpi recuperati e 28 le persone messe in salvo. Un dramma al quale, il giorno dopo, si è aggiunto quello dell’isola di Rodi ove una barca ha sbattuto contro le rocce ed ha cominciato ad affondare. Dei 200 migranti a bordo, forse provenienti dalla Turchia, ne sono stati salvati 83, una ventina dei quali portati poi in ospedale; un uomo, una donna e un bambino sono stati trovati morti, degli altri non si sono ancora trovati i corpi.

  Una tragedia senza precedenti, cui si dovrebbe in qualche modo porre riparo, bloccando il traffico infame di esseri umani che sperano, emigrando, di sfuggire alla fame ed alle uccisioni per motivi politici o religiosi. Sta di fatto che, in 4 mesi, sulle nostre coste ne sono sbarcati 11mila, molti di più degli anni precedenti, tra i quali alcuni esponenti del terrorismo islamico. Una crescita del traffico criminale, gestito in combutta con alcuni estremisti musulmani, che ha comportato un costo enorme allo Stato, quindi agli Italiani, soprattutto ai 12 milioni che subiscono ancora gli effetti disastrosi della crisi economica. Il che ha spinto il ministro degli Esteri spagnolo, Josè Manuel Garcia Margallo, a definirla “questione sufficientemente seria, grave e globale” che dovrebbe stimolare “gli organi competenti delle Nazioni Unite ad affrontare il fenomeno che sta mettendo a rischio la pace e la stabilità nel Mediterraneo". Ne è convinto anche il nostro Primo Ministro, Matteo Renzi, che ha chiesto d’urgenza una riunione ministeriale del colleghi Ue, in quanto le attuali circostanze “necessitano di un approccio globale”, degli Stati Europei e dell’ONU.

  Confederazioni che, secondo l’ex ministro degli Esteri francese, Kouchner, dovrebbero vergognarsi perché “sorpresa ed indignazione non bastano più. Non facciamo finta di sorprenderci, era da un anno e mezzo che sapevamo delle migliaia di morti nel Mediterraneo... Da troppo tempo abbiamo lasciato soli gli Italiani a gestire questo problema ed accogliere tutti questi naufraghi. Possiamo dir loro grazie. Ma in questa vicenda l’Europa è colpevole di mancato soccorso a persona in pericolo, ci fa vergogna". Al che si è unito il Ministro degli esteri danese, Martin Lidegaard, sostenendo la necessità di “affrontare i crescenti conflitti in Libia, Africa e Medio Oriente”, che, a quanto pare, spingono un milione di fuggiaschi a cercare di arrivare in Europa.

  Come? Domanda, questa, su cui non c’è, finora, un accordo. Qualcuno suggerisce di organizzare il rimpatrio delle migliaia di profughi negli Stati di origine, tramite accordi con i governi locali: ma se sono fuggiti per paura di essere ammazzati o per fame, ciò significherebbe rimandarli a morire per motivi religiosi o per denutrizione. Altri consigliano di affondare i barconi dei naufraghi, trasmettendo la distruzione per televisione nelle TV africane. Essi però trascurano il fatto che, chi scappa, sa di rischiare la vita pur di non subire più fame, torture, violenze. Oppure preferisce che una figlia o la moglie muoiano in mare, piuttosto che vederle violentate ed uccise, come oggi accade in tante parti del Medio Oriente e dell’Africa dove ogni assassinio si accompagna al grido Inshallah (Così sia per Allah!). La stessa noncuranza di chi pensa di chiudere i centri di accoglienza e di espellere quanti sbarcano in Italia, perché ritenuti corresponsabili degli scafisti ai quali pagano somme che oscillano tra i mille e i 10mila dollari a testa, convincendoli a continuare il loro macabro traffico.

  Certo, qualcosa va fatta, soprattutto dalla Magistratura italiana che, dei 1002 scafisti arrestai, solo il 10% dei condannati sconta la pena e la maggior parte di essi è assolta “per mancanza di prove”. Ma anche con l’aiuto di un’Europa meno indifferente di fronte a tragedie che diventano sempre più imponenti. Drammi che spingono alla doverosa necessità di salvare gli affamati o chi cerca di sfuggire alle violenze dei fondamentalisti islamici: disperati che sperano di trovare quella sicurezza che i loro Paesi d’origine non garantiscono. L’Italia però, non può accogliere milioni di persone né gestire da sola una situazione gravissima. Occorre che il vertice straordinario dell’UE, voluto da Renzi, trovi una strategia capace di fronteggiare lo spostamento immane di popoli in fuga dai massacri di guerre atroci e spietate o dalla fame. L’Europa deve provvedere subito, mettendo fine allo sterminio dell’Isis e dando ai più poveri i soldi spesi per accogliere e mantenere gli immigrati. Altrimenti rischia il collasso.

Egidio Todeschini, de.it.press 24

   

 

 

 

 

La tragedia dei migranti. Le prime pagine dei giornali diocesani

 

I settimanali cattolici, in uscita in questi giorni, disapprovano l’immobilismo che si registra di fronte al dramma dei barconi. "Chissà se l’ultima grande tragedia nel Mediterraneo - rilevano le testate Fisc - scuoterà le coscienze"

Gigliola Alfaro

 

“Non possiamo restare a guardare”. I giornali aderenti alla Fisc (Federazione italiana settimanali cattolici), in uscita in questi giorni, disapprovano l’immobilismo che si registra di fronte al dramma dei barconi. “Chissà se l’ultima grande tragedia nel Mediterraneo - rilevano le testate Fisc - scuoterà le coscienze della politica europea e mondiale e se il Mediterraneo potrà mai tornare ad essere il Mare nostrum, da Mare Monstrum qual è ora”. Tra gli altri argomenti affrontati dai settimanali: la festa della Liberazione, il convegno della Fisc all’Aquila, cronaca e vita delle diocesi. Proponiamo una rassegna degli editoriali giunti ad oggi in redazione.

 

Immigrati morti nel Mediterraneo. “Un’ecatombe di vite umane”. Lo sgomento per l’ultima strage dei migranti nel Canale di Sicilia accomuna molte riflessioni. Vincenzo Rini, direttore della Vita Cattolica (Mantova) dichiara: “L’Europa ha saputo offrire di sé il lato peggiore, quello dell’indifferenza e, anche, del cinismo; in pratica ha detto all’Italia: arrangiati; se i migranti vengono da te tieniteli. Archiviato il ‘Mare nostrum’ della solidarietà, lo ha sostituito con il ‘Triton’ dell’autodifesa. La strage dei giorni scorsi mette però a nudo quanto è immorale e inumano un tale atteggiamento”. Bruno Cescon, direttore del Popolo (Concordia-Pordenone), avverte: “Non si possono abbandonare in balia delle onde e degli scafisti, come qualche chiacchiera d’osteria, anche politica, talvolta osa dire. Sono persone umane. Uomini, donne, bambini, che fuggono dal dolore, dalla persecuzione, dalla miseria. La nostra coscienza non può cedere neppure col pretesto degli infiltrati. Non possiamo rinunciare ai principi umani, ai valori neppure dinanzi al problema dell’accoglienza”. L’Araldo Abruzzese Teramo-Atri) concorda: “Il Mediterraneo, culla della nostra civiltà, si tinge sempre più di rosso. Ogni giorno si assiste a decine di persone che perdono la vita in mare nel tentativo di sbarcare sulle nostre coste e sperare in un futuro migliore, dopo essere fuggite dalle guerre e dalla fame”. Alberto Margoni, direttore di Verona Fedele (Verona), argomenta: “Per fermare le morti in mare occorre bloccare i trafficanti di uomini. Operazione non certo facile in un paese, com’è oggi la Libia, di fatto in una situazione di anarchia. La questione più urgente per le istituzioni internazionali sarà dunque quella di ricomporre il puzzle per poi prendere accordi (che di certo non saranno a costo zero) con un governo legittimo e riconosciuto”. Per la Guida (Cuneo), “adesso diventa urgente, oltre che salvare i disperati che annegano a centinaia nel Mediterraneo, salvare dal naufragio anche l’Europa. E per riuscirci le parole non bastano”. A Notizie (Carpi) sottolinea: “Il timore che tra la folla anonima possa nascondersi un nemico, ci impedisce di riconoscere i fratelli in umanità. Ma l’unica risposta possibile a chi, a queste notizie, oppone la distanza e il distacco, è che provare dolore, compassione, e questo senza lasciarsi andare all’emotività fine a se stessa, è l’unica via che ci mantiene, noi per primi, umani”. Guglielmo Frezza, direttore della Difesa del Popolo (Padova), ammette: “La politica ha oggi un compito alto e arduo di fronte: bisogna spingere l’Europa a cambiare le sue leggi sul diritto d’asilo, prendendo coscienza della gravità del problema”. Per Elio Bromuri, direttore della Voce (Umbria), “Qui non si progetta; si afferma, si declama, si asserisce, si accusa, ci si scaglia contro, si alzano i toni... e tutto ricade nel vuoto. La politica rischia l’insignificanza, quando dovrebbe riscoprire la sua alta vocazione di perseguire con professionalità e coscienza il bene comune anche quando questo non s’incrocia con il proprio interesse”. Vincenzo Tosello, direttore di Nuova Scintilla (Chioggia), denuncia: “Scafisti-schiavisti, stati africani allo sbando, minacce terroristiche, miraggi di vita migliore anche a rischio di morte...: un insieme di fattori che rendono il fenomeno migratorio pressoché ingovernabile”. Il continente africano, infatti, è “una polveriera. È là dunque che occorre intervenire - sanando i contrasti, debellando interessi, promuovendo governi saggi... - per dare qualche speranza di futuro ai milioni di fuggitivi. Questo è un problema ancora più grande e i maldestri tentativi di risposta finora hanno creato più danni”. Stefano Fontana, direttore di Vita Nuova (Trieste), sostiene: “Qui ormai si tratta di intervenire con una forza internazionale. Si tratta di controllare le coste africane, si tratta di fare operazioni di polizia e colpire gli scafisti. Ci sono molti aggressori in attività, bisogna fermarli”. Luca Sogno, direttore del Corriere Eusebiano (Vercelli), afferma: “L’approccio europeo non brilla per lungimiranza: davvero si pensa di risolvere il problema con nuove ‘regole di ingaggio’? L’ultima volta che abbiamo sentito evocare questi termini è stato in occasione dei provvedimenti contro la pirateria navale. Due nostri militari sono ancora in carcere in India per aver applicato le ‘regole d’ingaggio’ che erano state stabilite… Forse le istituzioni internazionali dovrebbero almeno iniziare a imparare dai propri errori…”. La Valsusa (Susa) punta il dito: “Meno soldi. Non più soccorso, ma solo controllo della frontiera. E così sempre più il Mediterraneo diventa una tomba, fino a quest’ultimo episodio con centinaia di morti sepolti in mare”. La Voce dei Berici (Vicenza) riprende un editoriale del Sir: “La storia davvero non si dimostra ‘maestra di vita’ in automatico, richiede che facciamo nostro il monito e usciamo da una tragedia che, per sempre, ci avrà segnati. Lo sterco del diavolo copre e inquina ormai le coscienze. Speriamo solo di essere capaci di liberarci dalla sua lordura”.

 

Festa della Liberazione. Molti editoriali sono dedicati alla festa della Liberazione. Adriano Bianchi, direttore della Voce del Popolo (Brescia), evidenzia: “Gli italiani si lasciavano allora alle spalle anni di sofferenza, guerra, dittatura e ritrovavano la speranza, il gusto della libertà e la gioia di poter migliorare la propria vita. Ecco perché per chi si sente italiano la Liberazione non può essere un optional”. Walter Lamberti, direttore della Fedeltà (Fossano), ricorda che ieri è risuonata “per un minuto la sirena dell’allarme antiaereo”: “Sarà un minuto interminabile. Non solo un’esperienza emozionale e neppure retorica spicciola, ma un allarme che deve tenerci svegli, farci aprire gli occhi. Perché ciò che è stato, non sia mai più”. Il Nuovo Diario Messaggero (Imola) scrive: “La ricorrenza viene celebrata anche in ambito ecclesiale, perché le nostre parrocchie e la diocesi nel suo insieme parteciparono al travaglio della guerra e della resistenza, fino all’effusione del sangue, offrendo numerose testimonianze di carità che vanno conservate e trasmesse alle nuove generazioni”. Per Luciano Sedioli, direttore del Momento (Forlì-Bertinoro), “fare memoria della Liberazione, avvenuta 70 anni fa, significa impegnarsi nelle tante ‘liberazioni’ che richiedono oggi il nostro intervento”. A settant’anni dalla Liberazione, ammette Amanzio Possenti, direttore del Popolo Cattolico (Treviglio), “non tutto funziona nel Paese come i nostri genitori e le anime più nobili avevano posto nei desideri e nelle speranze, ma qual è il luogo dove tutto procede in modo perfetto? L’Italia è un grande Paese, è perno portante dell’Europa Unita, possiede talenti, requisiti e possibilità enormi, difende e promuove i valori della convivenza civile, è punto di riferimento per la genialità e la laboriosità creativa degli abitanti, è una democrazia forte proprio perché nata sulle rovine lasciate da una guerra catastrofica che l’ha dilaniata, ma dalla quale ha tratto lo spirito nuovo e moderno di un Paese da amare per le qualità morali della sua gente e per la bellezza e lo stile altrove irripetibili”. Secondo Paolo Lomellini, direttore della Cittadella (Mantova), “è da ripensare e rivisitare, in profondità, la spinta innovatrice che ha mosso la società italiana nei primi decenni dopo la Liberazione. Un’ansia di futuro, una voglia di riscatto e una tensione etica che sono state un carburante formidabile e che poi si è andato perdendo. È un passato” che “può dirci molto per il nostro futuro”. Il Corriere Apuano (Massa Carrara-Pontremoli) sostiene: “A settanta anni di distanza, sono da ricordare i passi che hanno regalato all’Italia un lunghissimo, quasi insperato, periodo di pace. La Costituzione nata dal confronto duro ed aperto fra culture e ideologie diverse, la ricostruzione non solo materiale del Paese, l’estensione del diritto di voto, la ritrovata libertà, il cammino, fortemente voluto dagli stessi governanti italiani, verso un’Europa che, unita, non fosse più focolaio di scontri sanguinosi, la rinascita dell’industria e la trasformazione economica del Paese”. La Voce Alessandrina (Alessandria) evidenzi che “ogni anno la memoria si arricchisce di nuovi contenuti e al tempo stesso sedimenta temi e argomenti che questi settant’anni hanno portato alla luce”. La Vita Casalese (Casale Monferrato) rammenta che “a settant’anni dalla Liberazione Odalengo Piccolo ricorderà i fatti di allora che hanno segnato in maniera indelebile la vita delle nostre comunità monferrine. L’idea è partita dal riconoscimento del valore culturale ed etico delle memorie di monsignor Angrisani che, all’epoca vescovo di Casale, aveva vissuto in prima persona quei tragici fatti, poi trascritti nel volume ‘La Croce sul Monferrato durante la bufera’. Il pensiero dell’amministrazione comunale di Odalengo Piccolo è stato quello di contribuire a diffondere questo prezioso documento, ora ristampato da ‘La Vita Casalese’, che in maniera semplice e diretta testimonia i tragici fatti di allora, descrivendo con lucida fermezza sentimenti di alto valore morale”. Il Ticino (Pavia) ricorda che per la ricorrenza sarà presentato il 29 aprile il libro “Fra Italia, Svizzera e Francia. Nelle reti dell’’Intelligence’ americana. 1944-1945”.

 

Il convegno della Fisc. Spazio anche all’ultimo convegno della Fisc. Adolfo Putignano, direttore dell’Ora del Salento (Lecce), osserva: “Accanto all’enorme sviluppo della comunicazione digitale, la carta stampata ha, tuttavia, un suo specifico ruolo, da sostenere e incrementare. Come dimostra l’attenzione di tanta gente, che, oltre all’uso del web, fa riferimento quotidiano ai giornali, alle riviste e ai testi cartacei. La questione fondamentale rimane, piuttosto, quella di essere informatori ‘con la schiena dritta’”. Il convegno della Fisc, sottolinea il Popolo (Tortona), “ci ha radunati a L’Aquila per riflettere cosa ci sia da ricostruire: nel centro abruzzese, in Italia, ma anche nella nostra società, nella nostra scala dei valori”. “Ovviamente - rilancia Giorgio Zucchelli, direttore del Nuovo Torrazzo (Crema) - non tocca a noi suggerire come rifare L’Aquila: vogliamo cogliere da questo evento storico uno stimolo per tutti noi e per i nostri giornali, come raccontare i drammi e come contribuire a costruire il futuro”. Marino Cesaroni, direttore di Presenza (Ancona-Osimo), evidenzia: “L’informazione ha svolto un ruolo importante sin dalle prime ore e che ha giocato il suo ruolo destando interesse in un largo settore dell’opinione pubblica nazionale e internazionale con una protezione civile attenta e capace, con un Governo presente fino a portarvi il G8 ed un ruolo non secondario del mondo dello spettacolo”. Per Mario Barbarisi, direttore del Ponte (Avellino), “quella dei giornalisti cattolici” è “una missione a cui la Chiesa, i vescovi, devono dedicare sempre maggiori energie e risorse. La Chiesa ha bisogno, in un’epoca di crisi di valori e difficoltà economiche legate al mondo del lavoro, con conseguenti tensioni sociali, di comunicare con forza i valori autentici della vita e di rappresentare la realtà dei territori senza prestare il fianco a chi continua a promettere ‘fantastiche’ soluzioni solo in prossimità delle infinite campagne elettorali”.

 

Cronaca. Qualche spunto dalla cronaca. In occasione delle prossime elezioni regionali, Luigi Sparapano, direttore di Luce e Vita (Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi), rilancia l’appello di don Tonino ai politici: “Siate uomini capaci di misericordia”. Su “questo programma umano, prima ancora che cristiano”, “chiediamo ad ogni candidato di verificarsi, di darsi un personale codice etico che sia visibile nella ordinarietà delle scelte e dello stile politico”. Pier Giovanni Trossero, direttore dell’Eco del Chisone (Pinerolo), prende spunto dai “dati sorprendenti” emersi da un questionario nelle scuole del Milanese sulla percezione degli studenti in merito a cosa è lecito oppure no: “Quasi la metà ha detto che ritiene la legalità un’imposizione, anche se sono in maggioranza coloro che sostengono invece che la legge va sempre rispettata. Una percezione un po’ ondivaga della legalità. Infatti, se ne vedono i risultati che sono sotto gli occhi di tutti”.

 

Attualità ecclesiale. Non manca l’attualità ecclesiale. Vincenzo Finocchio, direttore dell’Appennino Camerte (Camerino-Sanseverino Marche), dedica il suo editoriale all’ostensione della sindone: “‘Andare a vedere’ la sindone non è un pellegrinaggio come gli altri ma è un lasciarsi scrutare dallo sguardo di Gesù fino in fondo dove si annida il peccato, che troppo spesso giustifichiamo con quel: ‘Che male c’è? Bisogna essere moderni’. Quello sguardo è misericordia, ma anche verità, che ripete a ciascuno come a s. Angela da Foligno: ‘Io ti ho amato non per scherzo’”. Sulla Giornata delle vocazioni riflette, sulle pagine del Nuovo Giornale (Piacenza-Bobbio) il vescovo, monsignor Gianni Ambrosio: “Alla radice di ogni vocazione cristiana c’è questo movimento fondamentale dell’esperienza di fede: ascoltare, uscire da se stessi, ‘andare senza borsa, né sacca, né sandali’, seguire Cristo Buon Pastore e continuare la sua stessa missione. L’uscire da sé non vuole dire disprezzare la propria vita, ma fare della vita un’esperienza di amore e di dono”. Stesso argomento per il Corriere Cesenate (Cesena-Sarsina): “Dire sì al Signore è anche dire sì all’altro che ci vive accanto come fratello, come figlio. Vuol dire accorgersi di lui e del suo bisogno”. Nella domenica del Buon Pastore, Giordano Frosini, direttore della Vita (Pistoia), afferma: “Lungi dall’essere un concorrente con tutti gli altri membri della comunità, il ministro ordinato è invece per radicale chiamata, al loro servizio e al servizio dell’unità, lontano da ogni forma di clericalismo e di usurpazione degli altrui diritti, che non sono affatto pochi e di poco conto”. La Gazzetta d’Asti (Asti) osserva: “Il sentiero tracciato dal Maestro di Nazareth cresciuto nella bottega di Giuseppe il falegname, può diventare la strada maestra per riscattare umiliazioni, pianti, lutti e sofferenze”. Emmaus (Macerata-Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia) scrive: “L’universalismo del cristianesimo è ciò che contribuisce alla genesi dell’universalismo moderno, quello dei diritti umani e della dignità umana incondizionata. Ogni esperienza identitaria di dolore o ingiustizia diventa insegnamento quando si eleva oltre la propria storia, per diventare di esempio alla storia degli esseri umani”. Sir 25

 

 

 

 

Amnesty: la carta geografica della disperazione

 

Esce con una settimana d'anticipo il Rapporto sui Migranti: inevitabile la fuga via mare - di MARTA RIZZO

 

ROMA -  Il Rapporto di Amnesty International sui Migranti, sin dal titolo, esprime la generale indignazione per la mancata e vergognosa salvaguardia delle vite dei migranti da parte dell'Europa. In quasi 4 mesi, da inizio 2015, sono morte oltre 1.750 persone, in viaggio verso l'Italia. Amnesty accusa un'Europa che ha avuto l'illusoria speranza che la chiusura  dell'operazione Mare Nostrum potesse avere un effetto deterrente sui viaggi disperati di civili in fuga da guerra, fame, violenza, morte, terrorismo. Illusione ipocrita, più che ingenua, perché accompagnata anche da una indisponibilità a concedere varchi di fuga via terra.  

 

Una valanga di morti ed è solo Aprile. Leggendo il Rapporto di Amnesty International sui Migranti, si può ragionevolmente ammettere che dalla chiusura di Mare Nostrum (31 ottobre 2014), non soltanto le partenze dalle coste africane non sono diminuite, ma anzi, mentre nel 2014 hanno perso la vita nel Mediterraneo 3.500 persone, in soli 4 mesi del 2015 ne sono morte oltre 1.750. Ed è soltanto l'inizio della bella stagione. E bisogna considerare che il rapporto prevede mutamenti negativi, ma si ferma al 15 aprile 2015. Mentre nel periodo gennaio-aprile 2014 attraversavano il mare 20.899 persone, quest'anno, fino a questi giorni, hanno raggiunto l'Italia 21.385 esseri umani; e mentre al 21 aprile 2014 sono stati 56 i morti, quest'anno, fino a oggi, hanno perso la vita oltre 1.750 migranti (questi ultimi i dati Oim Organizzazione Intermazionale Migrazioni).

 

Il senso dei numeri. Sono numeri, e troppi numeri, elencati in questi giorni in maniera tanto rapida e nevrotica, perdono di senso, di umanità.  Ma questi numeri non sono ingestibili, per redistribuire le persone che vi corrispondono in ciascun Stato dell'Ue; e non sono ingestibili se paragonati a quei 4 milioni di profughi siriani che hanno trovato rifugio nei paesi confinanti; perché chi scappa dalle guerre di casa propria, non vuole allontanarsi troppo, da casa propria.

 

Il tragitto più pericoloso del mondo. Finché i governi europei non offrono adeguati percorsi sicuri e regolari in Europa, la gente continuerà a scegliere la via del mare, denuncia il Rapporto Amnesty, dal momento che i corridoi di terra sostanzialmente impraticabili e troppo faticosi. E certo, con 1 elicottero, 1 aereo, 7  mezzi natanti di soccorso (queste le disponibilità di Triton) e la barbarie di trafficanti di uomini che mettono in mano a scafisti drogati e delinquenti centinaia di uomini, le cose non potranno che peggiorare: nel 2015 si rischia la morte di altre 30.000 persone.

 

L'appello dell'UNHCR. E così, le folle in fuga scelgono (o sono costrette a scegliere) il mare, per quanto profondo sia. Quando, nel febbraio 2015, l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati si è rivolto al Consiglio di Sicurezza Onu non poteva essere più chiaro: "L'operazione Mare Nostrum è finita, e Triton è limitata sia nel mandato che nelle risorse. L'Europa deve rafforzare la sua capacità di salvare vite, con ricerca e soccorso robusti nel Mediterraneo centrale, o migliaia di altri esseri umani moriranno ".

 

Lodevole lavoro di Italia e Malta. Dalla fine di Mare Nostrum, la Marina italiana ha mostrato un notevole impegno per salvare vite umane in mare e anche le Forze Armate di Malta hanno contribuito con i loro mezzi. Ma è necessario molto di più. Dal 1° novembre 2014, l'operazione Triton (il cui compito è più di pattugliare i confini piuttosto che offrire soccorso), ha imbarcazioni più piccole di Mare Nostrum, un minor numero di aerei e meno personale. Le sue attività possono si sono svolte per le operazioni di ricerca e soccorso, come richiesto dalle competenti Maritime Rescue Coordination Center (MRCCs), in conformità con il diritto internazionale del mare. Ma il contributo di Triton a potenziare la capacità di soccorso nel Mediterraneo centrale, anche se non trascurabile, resta del tutto insufficiente per far fronte alla domanda attuale come a quella delle prossime settimane e mesi.

 

Rotte terrestri negate in Europa. Più del 43% di coloro che hanno viaggiato attraverso il Mediterraneo nel 2014 erano siriani, eritrei, somali secondo le fonti dell'agenzia Frontex, e rappresentavano il 46% degli oltre 170.000 persone che hanno raggiunto l'Italia via mare. Dopo di loro, scappano verso l'Italia i cittadini di Sudan, Afghanistan e Iraq. L'Europa non ha fatto abbastanza per queste popolazioni. I governi europei, dice il rapporto di Amnesty,  hanno chiuso le rotte terrestri; i respingimenti sono stati spesso accompagnati da abusi e violenze, soprattutto in Turchia, Bulgaria e Grecia, su persone bisognose di protezione internazionale; in Serbia, la richiesta di protezione implica trafile lunghissime, per poi essere spesso negata; entrare in Spagna dal Marocco, attraverso i punti di controllo di frontiera ufficiali a Ceuta e Melilla, è praticamente impossibile per gli africani. E allora, non si può che scegliere il mare, per quanto profondo sia.

 

Rifugi negati in Africa: non c'è alternativa al mare. Anche i paesi confinanti con le guerre dell'Africa rendono ora più difficile, dopo i 4 milioni di profughi siriani, l'accoglienza: l'Egitto, per esempio, ha chiuso i suoi valichi di frontiera a rifugiati e migranti, permettendo l'ingresso solo a cittadini libici;  anche in Tunisia, mentre i civili della Libia possono entrare liberamente,  altri profughi devono avere documenti validi per potervi entrare, e sono costretti a partire dalla Tunisia dopo pochissimi giorni perché i permessi sono limitati e brevi. In questa disperazione senza alternative, rifugiati e migranti, in particolare quelli senza documenti di identità validi, sono effettivamente intrappolati e non hanno altra scelta che prendere la via del mare, per quanto profondo sia.

 

Il richiamo all'UE: rotte terrestri certe. Amnesty International ha 3 richieste di base da fare all'Europa, per dare una forma a qualcosa che forma non ha: la migrazione di centinaia di migliaia di persone. I governi europei dovrebbero lanciare urgentemente un'operazione umanitaria multinazionale per salvare vite nel Mediterraneo; fino a quando questa operazione umanitaria non sarà attiva, i governi europei dovrebbero fornire a Italia e Malta un sostegno finanziario e logistico consentendo loro di rafforzare la ricerca e il soccorso dei migranti in mare; l'agenda europea sulle migrazioni, che sarà lanciata a maggio 2015, deve includere e prevedere percorsi terrestri sicuri e regolari per i rifugiati.

 

Che Itala ed Europa si assumano le loro responsabilità. "Le tragedie di questi giorni parlano chiaro - afferma Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia - Basta con sotterfugi e false dichiarazioni d'impotenza. Le morti di questi giorni discendono da due errori, o forse scelte consapevoli motivate dall'opportunismo politico, dall'ignoranza del fenomeno e dall'incapacità di affrontare responsabilmente una crisi di questa natura. Il primo errore è stato quello, del Governo italiano, di porre termine a Mare Nostrum senza che fosse sostituito da un'operazione altrettanto ampia e finalizzata al salvataggio, nonostante gli espliciti impegni presi dal Presidente del Consiglio Renzi.

 

L'unica scelta giusta dell'Europa. Il secondo errore, commesso dall'Unione Europea, è stato quello di sperare che, chiusa la missione italiana, gli attraversamenti sarebbero cessati. Una teoria che ha qualcosa di scaramantico e che si è scontrata con la realtà. L'Europa è oggi chiamata a fare l'unica scelta giusta, umana e responsabile: quella di far ripartire subito un'operazione di salvataggio simile a Mare Nostrum. Ci sarà tempo, dopo, per ragionare sulle possibili soluzioni di lungo termine, basandosi -si spera- su analisi e programmi seri e non su teorie di politici troppo spesso incompetenti". LR 22

 

 

 

 

Comites addio?

 

Mentre andiamo in stampa, sono in corso le votazioni per il rinnovo dei Comitati degli Italiani all’Estero, i cosidetti Comites, organismi consultivi presenti in ogni Circoscrizione Consolare con almeno 3 mila connazionali. Il termine ultimo per l’invio della scheda votata è venerdì 17 aprile 2015. Sabato 18, nelle sedi consolari, avrà luogo lo spoglio delle schede, e la proclamazione dei risultati. Il modo di votazione è quello noto: per posta, tramite una busta preindirizzata al consolato di appartenenza, dove vanno inseriti la busta bianca con la scheda votata ed il tagliando elettorale.

Senza aspettare l’esito della consultazione, per quanto riguarda la partecipazione al voto sappiamo già come andrà a finire: per gli 11 Comites della Germania (come è noto sono stati soppressi quelli di Amburgo e di Mannheim) non voteranno più di  20.207 persone, cioè il 3,67% dei potenziali elettori (che sono oltre mezzo milione, per la precisione 546.498). A tanto ammontano infatti coloro che si sono iscritti nelle liste elettorali, la condizione previa (che scadeva il 18 marzo) per ricevere lo schede e partecipare così al voto. Se pensiamo che all’ultima votazione, dieci anni fà, nel 2004, la partecipazione era stata dieci volte tanto (sul 30%), la catastrofe è evidente e non resterà senza innocue conseguenze.

A Berlino, Dortmund, Norimberga e Saarbrücken, che assieme hanno 94.790 potenziali elettori, i votanti non arrivano neanche a mille per città. La percentuale più bassa di iscrizioni, e quindi di votanti, si registra a Dortmund (2,14%), mentre la più alta si trova a Wolfsburg (14,68%), che comunque possiede il più basso numero di potenziali elettori (sono 7.485).

Non è poi detto che tutti gli iscritti votino. Dal momento che diverse liste non sono state accolte per insufficienza delle firme raccolte, è ipotizzabile che i rispettivi sostenitori boicottino le urne, per protestare contro il legislatore che non ha riaperto i termini per la presentazione di nuove liste, come invece ha fatto per l’iscrizione negli elenchi elettorali.

Le elezioni per i Comites, previste in un primo momento per il 19 dicembre 2014, sono poi slittate alla data attuale, per permettere una maggiore informazione e raggiungere un numero più consistente di iscrizioni. Nonostante gli spot elettorali della Rai e altri 4 mesi a disposizione, nessuna Circoscrizione consolare della Germania è riuscita a raddoppiare gli iscritti di dicembre. Un fiasco totale. Da addebitare in primo luogo a coloro – partiti, Cgie, Parlamentari dell’estero – che hanno voluto e votato la norma della preiscrizione. Pronti ad intervenire ed a dire la loro su tutto, ora si guardano bene dal fare dichiarazioni al riguardo.

Con questi risultati, estremamente deludenti, ma del resto facilmente prevedibili da chiunque ha un minimo di contatto con connazionali, c’è sicuramente da chiedersi se valeva la pena rinviare le elezioni. Ma il vero colossale errore, è stata la norma della preiscrizione, assolutamente estranea al nostro sistema elettorale. Una “domocrazia su domanda”, titolavamo l’editoriale di dicembre 2014, in cui ponevamo anche seri dubbi  sulla stessa costituzionalità della nuova normativa elettorale. Questa procedura, segnalata all’Asgi, una associazione di esperti di diritto, al momento è sotto esame e non è detto che lo superi.

In ogni caso è stata bruciata anche la scusa del poco tempo a disposizione per organizzare la partecipazione. Una comoda foglia di fico, buona per tutte le stagioni, caduta anche quella. Non ci sono attenuanti. Le cifre parlano chiaro: i Comites non interessano a nessuno, se non ad una bassissima ed insignificante minoranza. Con questo scarso numero di votanti alle spalle, riconducibili per lo più alle parentele ed alle clientele dei candidati, i Comites perdono ulteriormente peso politico, del resto già molto limitato, sia perchè organismi consultivi, sia perchè spesso alla mercè della discrezionalità del console. Questo non toglie che molti di loro hanno lavorato bene, come documentano diversi bilanci di fine legislatura.

Che fine faranno ora questi Comitati, più simili a club privati che a organismi istituzionali? In tempi di tagli e di risparmi, difficile che possano resistere a lungo, nonostate la loro importante ed insostituibile funzione di rappresentanza. Una rappresentanza del resto non più trasferibile neanche alle Associazioni (come era prima della istituzione dei Comites), nel frattempo quasi tutte sparite o in cronica crisi.

Ma, a preoccupare di più, dovrebbe essere la sorte del voto all’estero, che l’inversione dell’opzione (ora vota all’estero chi lo chiede, come per i Comites), ha praticamente già cancellato. A votare in Italia, infatti, andranno i soliti quattro gatti. Il voto politico stimolerà forse qualche iscrizione in più negli elenchi elettorali dei Consolati, ma con l’attuale alta sfiducia nei partiti non sono prevedibili grandi cambiamenti. Ci auguriamo che in Parlamento, e tra i rappresentanti e gli eletti dell’estero, torni a prevalere il buon senso, e venga ripristinata la vecchia legge Tremaglia con il rispettivo regolamento applicativo, con tutti i miglioramenti possibili, ma senza affossarne la sostanza, e cioè: la possibilità di esercitare il diritto di voto all’estero, senza domande, senza preiscrizioni, ma per la semplice naturale appartenenza al corpo elettorale.

Tobia Bassanelli, CdI aprile

 

 

 

 

Expo Milano  2015

 

Dal 1 maggio al 31 ottobre 2015 Milano ospita l'Esposizione Universale (Expo Milano 2015) con il tema "Nutrire il pianeta, energia per la vita". Sarà il più grande evento mai realizzato sull'alimentazione e la nutrizione.

Per sei mesi Milano diventerà una vetrina mondiale in cui i Paesi mostreranno il meglio delle proprie tecnologie per dare una risposta concreta a un'esigenza vitale: riuscire a garantire cibo sano, sicuro e sufficiente per tutti i popoli, nel rispetto del pianeta e dei suoi equilibri.

Una sfida, quella che lancia Expo Milano 2015, che vuol dire innanzitutto aprire un dialogo e una cooperazione tra nazioni, organizzazioni e aziende per arrivare a strategie comuni per migliorare la qualità della vita e sostenere l'ambiente.

Expo Milano 2015 è un evento di dimensioni planetarie che torna in Italia per la prima volta dopo l'edizione - sempre a Milano - del 1906.

Alcuni numeri sono già impressionanti. Un'area espositiva di 1,1 milioni di metri quadri, 145 Paesi (tra cui 19 dell'UE) che partecipano all'evento (vale a dire, il 94% della popolazione mondiale), due organizzazioni internazionali  e 14 organizzazioni della società civile coinvolte, oltre 20 milioni di visitatori attesi.

Il Padiglione Italia mette in mostra le eccellenze italiane: la cultura e le tradizioni nazionali legate al cibo e all'alimentazione, caratterizzate dall'alta qualità delle materie prime e dei prodotti finali.

Il Padiglione Italia si compone del Palazzo Italia, dei quattro edifici sul Cardo e della Lake Arena, per un totale di 14.000 metri quadri.

Racconta le quattro 'Potenze Italiane' con l’aiuto delle 21 Regioni e Province autonome:

* La Potenza del Saper Fare: 21 personaggi raccontano storie di professionalità applicata degli italiani, in arte e manualità, che hanno trovato soluzioni facendo impresa;

* La Potenza della Bellezza: ci sono 21 panorami e 21 capolavori architettonici che raccontano la bellezza dell'Italia;

* La Potenza del Limite: qui ci sono 21 storie di impresa agricola, agroalimentare, artigianale che racconteranno la più specifica delle grandezze italiane, la capacità di esprimere il meglio di noi nelle circostanze più proibitive, di coltivare vigneti di eccellenza su cucuzzoli aridi e non meccanizzabili, la potenza più vicina alla virtù del limite.

* La Potenza del Futuro, raccontata attraverso un Vivaio di 21 piante rappresentative delle Regioni: la Piazza del Campidoglio a Roma, dove Michelangelo creò il mosaico dell’armonia rinascimentale. Dal mosaico si leva un grande Albero, l'Albero della Vita  (nella foto sotto), una struttura di acciaio e legno, alta 37 metri, con 25 metri di apertura, pensata dal designer e creativo Marco Balich e collocata al centro della Lake Arena.

Dentro al Palazzo Italia il visitatore trova la mostra dei mercati, un sistema interattivo che permette il dialogo con i più grandi mercati ortofrutticoli d'Italia a Firenze, Roma e Palermo. Oltre 750 scuole, con 11.000 studenti, presentano le loro esperienze didattiche nello spirito di Expo Milano 2015. In uno spazio lungo cento metri di buio totale, gestito dall’Unione Italiana Ciechi, i visitatori possono vivere l'esperienza irripetibile della privazione (la “vista” che non c’è), prima di uscire nel trionfo di luci della Vucciria di Guttuso. Nell’atrio, un’opera romana (la Demetra) e un artista contemporaneo si confrontano nel solco della bellezza e dell'arte.

Nel cardo Nord Est, l'Unione Europea, che ha voluto essere ospite dell’Italia,  offre la visione e la degustazione dell'alimento comune a tutti i cittadini europei, il pane, attraverso un affascinante racconto di due giovani europei, Alex, un agricoltore, e Sylvia, una ricercatrice. La loro storia fa capire l'importanza della collaborazione tra tradizione e innovazione, tra culture ed esperienze diverse, tra agricoltura, amore per l'ambiente e scienza.

Expo Milano 2015 cade in un anno cruciale: è l'anno conclusivo degli obiettivi di sviluppo del millennio delle Nazioni Unite; è l'Anno europeo dello sviluppo, un appuntamento che offre l'opportunità di dialogare con i cittadini dell’UE e illustrare il forte impegno dell'Unione a debellare la povertà in tutto il mondo; è l'anno del giro di boa dell'attuazione della strategia Europa 2020 per la crescita e l’occupazione.

Expo Milano 2015 è quindi una straordinaria opportunità di visibilità della tradizione, alla creatività e dell'innovazione nel settore dell'alimentazione, ma è anche un appuntamento straordinario per discutere e avvicinare tutti i visitatori al tema centrale, il diritto a un’alimentazione sana, sicura e sufficiente.

Expo Milano 2015: http://www.expo2015.org/it/index.html

Padiglione Italia: http://www.padiglioneitaliaexpo2015.com/it/

L’UE ad Expo 2015: http://europa.eu/expo2015/it/  (dip)

 

 

 

 

Europa, cresce l’antisemitismo nel 2014. Quale futuro per gli ebrei nel Vecchio Continente?

 

Alla vigilia del giorno in cui Israele ricorda le sei milioni di persone trucidate dai nazisti, pubblicato il rapporto dell’Università di Tel Aviv. Crescono gli episodi violenti: +40% - di MAURIZIO MOLINARI

 

Gerusalemme - L’antisemitismo in Europa è aumentato del 40 per cento nel 2014, con il risultato di spingere un crescente numero di ebrei a interrogarsi sul proprio futuro nel Vecchio Continente: ad affermarlo è il rapporto annuale del Kantor Center sullo studio dell’ebraismo contemporaneo all’Università di Tel Aviv. 

 

Le cifre sono eloquenti: nell’anno appena passato vi sono stati 766 «episodi di violenza» rispetto ai 554 del 2013 e di conseguenza «molte strade d’Europa sono divenute il teatro di una caccia all’ebreo» ha affermato Moshe Kantor, presidente del Congresso ebraico europeo, illustrando i risultati di un’indagine da cui emerge che «alcuni ebrei sono oggi obbligati a non frequentare le loro istituzioni e sinagoghe per motivi di sicurezza». «Sono questi i motivi che li spingono ad abbandonare l’Europa - ha aggiunto - perché molti hanno paura perfino di camminare per strada e si ritirano dietro alte mura e fili spinati. Questa è la nuova realtà della vita ebraica in Europa». In particolare, ad essere aumentati sono gli «atti violenti, con armi o meno, come incendi e vandalismo». Vi sono stati 68 atti «violenti con armi» contro gli ebrei e loro proprietà nel 2014, inclusi gli attacchi al Museo ebraico di Bruxelles, la sinagoga di Copenhagen e il supermarket HyperCacher di Parigi, raddoppiando il dato rispetto al 2013.  

 

Gli episodi di «violenza senza armi» sono stati invece 101. Per effetto di questi attacchi 306 persone sono state in qualche maniera colpite, con un balzo in avanti del 66 per cento, mentre gli attacchi contro le sinagoghe sono stati 114 ovvero un aumento del 70 per cento. Gli incendi dolosi sono triplicati. «L’atmosfera in Europa è cambiata - ha spiegato Dina Porat, direttore del Kantor Center - e di conseguenza un crescente numero di ebrei europei si chiede che futuro hanno, come singoli e come Comunità, nei Paesi dove sono nati e risiedono». 

 

L’antisemitismo in Europa è in crescita costante dagli anni Ottanta ed ha avuto una forte accelerazione a seguito della Seconda Intifada e dei conflitti militari Israele-Hamas combattuti nel 2009 e lo scorso anno. Gran parte degli attacchi contro gli ebrei europei avvengono da parte di gruppi o singoli ostili ad Israele. Il rapporto del Kantor Center è stato pubblicato alla vigilia di Yom Ha-Shoà, il giorno in cui Israele ricorda i sei milioni di ebrei trucidati dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale.  LS 15

 

 

 

 

Oltre 700 migranti morti in un naufragio. È la tragedia più grande di sempre

 

Un peschereccio di 30 metri si è capovolto a nord della costa libica mentre un mercantile si avvicinava per i soccorsi. Polemica politica, Salvini attacca. Il cordoglio del Papa. Mogherini: "L'Ue affronti questi drammi senza indugio". Finora 24 le salme recuperate - di ROMINA MARCECA, FRANCESCO VIVIANO e ALESSANDRA ZINITI

 

PALERMO - Centinaia di persone, oltre 700 secondo i testimoni, sono morte in un naufragio nel canale di Sicilia (mappa), in quello che rischia di essere la peggior tragedia di migranti di sempre. I migranti erano su un peschereccio partito da est di Tripoli. Stipati come animali in una barca lunga 20 metri. Intorno a mezzanotte l'allarme, lanciato da bordo, quando la barca si trovava a circa 70 miglia (circa 130 chilometri) dalle coste libiche, è stato raccolto dal Centro Nazionale di Soccorso della Guardia Costiera.

 

Il tono di voce dell'interlocutore non era concitato: "siamo in navigazione, aiutateci", ha detto un uomo. La telefonata è apparsa simile a tante altre richieste di soccorso. Gli operatori, grazie al sistema satellitare di chiamata, hanno potuto rapidamente individuare le coordinate del punto dal quale è partita la chiamata e organizzare i soccorsi inviando sul posto il   mercantile portoghese King Jacob. Quando l'imbarcazione si stava avvicinando al peschereccio, i migranti si sono spostati sul lato della nave, per essere salvati. Ma spostando il peso - su una nave già stracolma - questa si è ribaltata. Stando alle testimonianze dei primi superstiti i morti sarebbero almeno settecento. Finora sono stati recuperati 24 cadaveri.

 

Sul luogo del naufragio è in corso un'operazione di soccorso imponente, con almeno 17 mezzi. Le persone vive recuperate sono 49, ma i soccorsi continuano. Nonostante i migranti di solito non sappiano nuotare, vista l'alta temperatura dell'acqua (17 gradi), i soccorritori sperano di recuperare altri profughi ancora in vita.

 

La Guardia Costiera, che questa mattina ha fornito un primo bilancio del naufragio, intende verificare ed eventualmente rideterminare il numero delle vittime del naufragio. E' stato un migrante eritreo, superstite della tragedia, a riferire delle circa 700 persone che erano a bordo del barcone. Su tale cifra verranno sentiti anche gli altri superstiti, secondo le procedure previste. Il barcone che si è capovolto, di 20 metri - ha riferito la Guardia Costiera in una nota - è in grado di portare "diverse centinaia di persone" ed era "sovraccarico di migranti".

 

I superstiti e i corpi saranno portati a Catania. La procura del capoluogo etneo ha aperto un fascicolo sulla tragedia. Matteo Renzi ha convocato a Palazzo Chigi alle ore 17 i ministri Gentiloni, Alfano, Pinotti, Delrio e il sottosegretario Minniti per un incontro di emergenza. Il premier ha anche chiamato il presidente francese François Hollande. La Francia ha chiesto una riunione d'emergenza dei ministri degli esteri degli Interi e degli Esteri. "L'Unione europea deve rafforzare il numero di navi nell'operazione Triton, un nome forse che non è adatto", ha detto in diretta alla tv Canal Plus il presidente francese.

 

"La Commissione europea è profondamente frustrata dagli ultimi sviluppi nel Mediterraneo", una situazione "dura che richiede un'azione decisa": così l'esecutivo Ue in un comunicato, precisando che il problema va affrontato "alla radice", cioè con i Paesi di origine e transito.

 

Quanto accaduto "è inaccettabile": ora "è il momento per l'Ue di affrontare queste tragedie senza indugio", serve la condivisione della responsabilità tra tutti i 28 che "per troppo tempo è stata lasciata solo ai Paesi del sud". Lo sottolinea l'alto rappresentante per la politica estera Ue, Federica Mogherini, in una nota sul naufragio nel Canale di Sicilia. "Ho deciso     aggiunge - di mettere la questione delle migrazioni come un punto formale all'ordine del giorno del Consiglio Affari esteri convocato domani a Lussemburgo, dove andrò a presentare una serie di proposte per la Libia, una delle principali vie di traffico illegale di migranti".

 

Le reazioni della politica. Immediata la reazione di Salvini, che ha attaccato le politiche del governo e ha chiesto un blocco navale. Critiche da Pd e Fi, con Guerini che definisce il segretario leghista "sciacallo". Anche il Papa, durante l'angelus ha parlato della tragedia: "Comunità internazionale agisca con decisione". Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella "segue con allarme" la vicenda del barcone naufragato ed è in stretto contatto con Palazzo Chigi e il governo.

 

Le operazioni di salvataggio. Mare nostrum e Triton sono le due operazioni di intervento e soccorso ai migranti messe in piedi da Italia e dall'Europa. E sono continuamente al centro delle polemiche.

 

Mare Nostrum è l'operazione italiana è partita il 18 ottobre 2013, in seguito al tragico naufragio di Lampedusa del 3 ottobre con 366 morti accertati, ed è stata sostituita il primo novembre 2014 da Triton. Triton è stata dispiegata da Frontex, l'Agenzia europea delle frontiere. Il mandato, in questo caso, come è stato più volte sottolineato dai vertici dell'Agenzia, non è salvare le vite in mare, ma operare il controllo delle frontiere, che è la mission istituzionale dell'Agenzia. Anche se, in caso di necessità, si operano

anche interventi di ricerca e soccorso (Sar). Per rispondere al mandato, le navi di Frontex si mantengono in un'area entro 30 miglia dalle coste italiane, senza spingersi a Sud verso le coste libiche come accadeva con i pattugliamenti di Mare Nostrum. Il budget mensile è di 2,9 milioni di euro. I mezzi impiegati sono due aerei, un elicottero, tre navi d'altura, quattro motovedette.

Le operazioni di recupero dei cadaveri procedono: sinora sono 24 le salme recuperate. LR 19

 

 

 

 

 

Migranti e soccorsi. Un Paese che deve fare da solo

 

L’Italia davanti all’emergenza degli sbarchi e il ruolo dell’Europa - di Fiorenza Sarzanini

 

Le parole del prefetto di Bologna riassumono bene quanto sta accadendo, in questi giorni, nel nostro Paese. «Noi salviamo vite», ha risposto il rappresentante del governo a chi mostrava preoccupazione per l’arrivo di centinaia di migranti in Emilia-Romagna. È vero. Salviamo vite e assistiamo donne, uomini e bambini approdati in Italia per sfuggire alla guerra e alla miseria. Accogliamo migliaia di disperati pur non avendo le strutture adatte per farlo, né un piano strutturale adeguato, visto che bisogna fare i conti con le resistenze di alcuni governatori regionali e numerosi sindaci determinati a respingere l’arrivo degli stranieri sul proprio territorio.

 

La temuta invasione sembra essere cominciata. I diecimila stranieri giunti in Italia negli ultimi sette giorni sono il segnale di una situazione che, entro poche settimane, rischia di diventare difficilmente gestibile. Anche perché è salito in maniera pericolosa il livello di aggressività degli scafisti, fino a trasformare il Mediterraneo in un teatro di battaglia. I colpi sparati lunedì scorso da quattro uomini a bordo di una motovedetta libica, che così sono riusciti ad ottenere dal comandante del rimorchiatore «Asso 21» la restituzione del barcone utilizzato per traghettare centinaia di persone, sono stati il primo, gravissimo, segnale di allarme. La rissa scoppiata a bordo di un gommone con alcuni giovani cristiani che hanno raccontato di aver visto i loro amici picchiati e poi gettati in mare dai musulmani mostra la ferocia che può scatenarsi quando si vive in condizioni disumane. L’ assalto di ieri al peschereccio siciliano trainato fino alle acque libiche è la conferma che ormai nulla si può escludere, perché i gruppi criminali sono disposti a tutto pur di incrementare il traffico di esseri umani.

Molto altro può accadere: la determinazione di questi scafisti rischia di avere conseguenze ancora peggiori. Eppure nulla si muove. L’Italia rimane sola a fronteggiare la minaccia e soprattutto l’emergenza. Qualche giorno fa, di fronte all’ultima ondata di sbarchi, un portavoce dell’Onu ha riconosciuto al nostro Paese il merito di affrontare questi eventi portando interamente il peso dell’Europa. Poteva essere l’occasione per uno sforzo comune che coinvolgesse tutti gli Stati membri di fronte a un’emergenza umanitaria ormai innegabile. È accaduto esattamente il contrario. Da Bruxelles si sono affrettati a precisare che nessuna iniziativa sarà presa. Anzi, è stato specificato che «non c’è alcuna volontà di rafforzare l’operazione marittima, pur nella consapevolezza dei limiti della missione Triton». Quella nota ufficiale dei ministri degli Affari europei di Fra ncia, Germania, Italia e Slovacchia per sollecitare «una reazione forte e comune dell’Europa, una risposta risoluta e una politica migratoria comune e coerente di fronte agli ultimi tragici eventi nel Mediterraneo» appare tanto retorica quanto inutile. Soprattutto incoerente, visto che proviene da coloro che dovrebbero essere parte attiva di questa «politica», promotori di iniziative concrete e urgenti.

Il nostro rappresentante non avrebbe dovuto neanche firmarla, proprio perché non ha alcun valore effettivo, anzi rappresenta la prova che ogni tentativo di ottenere collaborazione dagli altri Paesi è ormai miseramente fallito. Come fallita è la speranza di poter fermare gli arrivi dei migranti mettendo qualche decina di mezzi navali a trenta miglia dalle coste siciliane. A questo punto è necessario varare nuove regole che proteggano gli uomini impegnati nelle operazioni di soccorso e salvataggio in mare. E l’Italia deve farlo in piena autonomia, per prevenire conseguenze che possono essere drammatiche. La Libia è ormai fuori controllo, siamo esposti a un pericolo sempre più tangibile. Restare inerti e isolati rischia di avere esiti tragici. È inutile illudersi di riuscire a trovare collaborazione internazionale. Bisogna agire da soli e farlo prima che sia troppo tardi. CdS 18

 

 

 

 

Gli Stati Generali dell’Associazionismo: verso il Forum delle associazioni degli italiani nel mondo

 

Intervista al vice segretario generale del CGIE di nomina governativa Roberto Volpini

 

ROMA-   Nei primi giorni di luglio (3-4) si svolgerà a Roma l’Assemblea degli Stati generali dell’associazionismo degli italiani nel mondo. Un importante momento che vedrà la partecipazione dei rappresentanti di numerose associazioni presenti all’estero. Scopo principale dell’evento sarà   la costituzione del Forum, come luogo di rappresentanza   delle tante e variegate esperienze associative dell’emigrazione italiana.

A pochi giorni dalle elezioni dei Comites per saperne di più su questa iniziativa in continuo divenire, che è stata discussa anche nel corso dell’ultimo Comitato di Presidenza del Cgie, abbiamo rivolto alcune domande a Roberto Volpini, vice segretario generale di nomina governativa del Cgie.        

Nel corso dell’ultimo Comitato di Presidenza del Cgie si è parlato anche degli Stati Generali dell’associazionismo degli italiani nel   mondo. Cosa può dirci in proposito?

Mi sono sempre preoccupato di portare e far conoscere , nell’ambito degli organismi del Cgie,   l’iniziativa degli Stati Generali dell’associazionismo degli italiani nel mondo. Questo non solo a scopo informativo ma soprattutto per il ruolo assunto dal Consiglio Generale con l’approvazione del documento sull’Associazionismo già nel lontano   2007. Dal quel documento tanta strada si è fatta con la fattiva operosità della Consulta Nazionale dell’Emigrazione. Quindi nel corso del recente Comitato di Presidenza ho avuto modo di aggiornare i consiglieri, così come ho fatto in occasione dell’ultima Assemblea Plenaria, sullo “stato di avanzamento” dei lavori degli Stati Generali.

Quando avrà luogo l’Assemblea e quale percorso ha portato alla convocazione di questo importante appuntamento?

L’Assemblea degli Stati Generali si terrà a Roma dal 3 al 4 luglio .Sarà una prima tappa di arrivo e partenza verso la costituzione del Forum delle associazioni per gli italiani nel mondo. A questo incontro saranno invitati tutti i rappresentanti delle associazioni che hanno aderito al documento base. Un   Manifesto che abbiamo lanciato nel luglio del 2014, ed abbiamo approfondito in un Seminario lo scorso dicembre con il Comitato promotore e organizzatore. E’necessario leggere quei documenti. Si è trattato di un cammino che ha visto coinvolti, ma mano, molti interlocutori e che   ci consentirà di mutare la forma di rappresentanza del   variegato mondo dell’associazionismo che opera all’estero. Si contano infatti , per difetto, circa 3.500 realtà. Una rete che deve essere riconosciuta e quindi ritrovare un luogo in cui confrontarsi e discutere.

Ma cosa vi aspettate da questa Assemblea e quali saranno le caratteristiche e gli obiettivi del Forum?

Dall’Assemblea ci aspettiamo innanzi tutto la partecipazione delle realtà che hanno aderito al Manifesto. Ovvero tutte le associazioni nazionali, le federazioni del mondo associativo, le associazioni regionali   e le singole associazioni   presenti nei Paesi. Per quanto riguarda il Forum, esso   sarà   sostenuto da un Patto Associativo contenente anche delle regole (statuto) per stare insieme. Sottoscritto e condiviso nel rispetto dell’autonomia e pluralismo delle associazioni. Quindi una variegata realtà che esprimerà anche le nuove forme associative emergenti dai nuovi processi di mobilità, unite da un patto associativo e da uno statuto e con alla base regole democratiche. Lo scopo è anche quello di dar vita ad un soggetto che rappresenti le istanze delle politiche associative degli italiani nel mondo e quindi di un loro riconoscimento anche nell’ambito del mondo associativo che opera in Italia..

Il rinnovo dei Comites è ormai alle porte, come si inquadra questo percorso intrapreso dall’associazionismo rispetto all’importante appuntamento elettorale del 17 aprile?

Io credo che in questa occasione l’associazionismo riacquisterà centralità nei luoghi di rappresentanza quali i Comites e il Cgie. Noi tutti ci auguriamo una forte partecipazione al voto del prossimo 17 aprile dei connazionali che hanno effettuato l’opzione.   Queste elezioni porranno la parola fine al travaglio che abbiamo vissuto e subito in questi ultimi cinque anni   Né conosciamo le cause più volte denunciate. Quindi io credo e penso che il binomio elezioni dei Comites e Stati Generali dell’associazionismo   segneranno   positivamente questa stagione nuova del 2015. Poi in autunno si completerà il tutto con l’elezione del Cgie e con il nuovo luogo di rappresentanza del Forum delle associazioni degli italiane nel mondo.

Ma questa evoluzione dell’associazionismo potrà avere ricadute positive anche su eventuali future riforme dei Comites e del voto per la circoscrizione Estero?

In proposito sono ottimista ma è necessario che si tenga separata in maniera chiara la distinzione fra i luoghi di rappresentanza civile, quale i Comites,   e quella politica – parlamentare   della circoscrizione Estero. Oggi abbiamo bisogno di ridare vita alle forme di partecipazione e rappresentanza civile e politica della società. L’Associazionismo in questo contesto svolge un importante ruolo anche fuori dai confini del nostro Paese, se è vero ,come è vero, che questo patrimonio associativo può rappresentare nel mondo non solo una rete economico sociale, ma soprattutto anche una rete di solidarietà e partecipazione favorendo   i processi di integrazione sociale e politica che interessano popoli e Paesi . Quindi credo che questo cammino dell’associazionismo, che si sviluppa nel tempo in tutte le sue variegate finalità, sarà   linfa vitale anche per quanto riguarda le forme di rappresentanza istituzionali. Goffredo Morgia, Inform 14

 

 

 

 

E' morto il premio Nobel Günter Grass

 

Lo scrittore tedesco Günter Grass, premio Nobel per la letteratura, è morto a Lubecca all'età di 87 anni. A renderlo noto la casa editrice Steidl.

 

DARIO FO - Il premio Nobel Dario Fo ha commentato così, all'Adnkronos, la notizia: "Sono davvero dispiaciuto, lo conoscevo abbastanza bene e ci siamo incontrati più di una volta. Era un autore che ha scritto poco, ma di successo, ha meritato il Nobel, lo meritava soprattutto per 'Il tamburo di latta', opera con la quale esordì. E' un libro eccezionale in cui c'è disperazione, forza, ironia, davvero un bel libro. Quando ci incontravamo ci raccontavamo spesso aneddoti, ma niente di trascendentale. Un uomo che è riuscito a scrivere un libro del genere aveva una grinta e una forza straordinarie".

INGE FELTRINELLI - Per l'editrice Inge Feltrinelli, "Grass è stato ed è un gigante. L'ho conosciuto da giovane, agli esordi, e poi ho seguito tutta la sua carriera. Con il passare del tempo è diventato un classico della letteratura moderna", ricorda con l'AdnKronos.

 

"Sono profondamente commossa, perché ho perso un caro amico", ha aggiunto Inge Schonthal, 84 anni, moglie dell'editore Giangiacomo Feltrinelli che pubblicò per primo in Italia "Il tamburo di latta" (1959), primo romanzo della "Trilogia di Danzica", che comprende anche "Gatto e topo" (1961) e "Anni di cani" (1963). Poi, a testimonianza della classicità moderna di Grass, ricorda come i libri della "Trilogia di Danzica" siano continuamente ristampati dalla casa editrice milanese. La signora Inge, che ha anche fotografato Grass, conobbe il futuro scrittore negli anni '50 a Parigi.

MONI OVADIA - "Con la morte di Grass se ne va un altro importante pezzo del Novecento. Con i suoi testi e con la sua storia aveva bene incarnato la nodalità della Germania nel secolo scorso, le sue tragedie e poi il suo proiettarsi verso il futuro", afferma all'Adnkronos Moni Ovadia, drammaturgo, scrittore e compositore, più volte intervenuto sulle polemiche che hanno visto protagonista lo scrittore tedesco.

"Più di ogni altro scrittore ha rappresentato la nuova Germania, la sua problematica rinascita dalla catastrofe del nazismo, un travaglio non facile che ha portato quella nazione alla sua attuale affidabilità democratica. Grass venne messo sulla graticola delle polemiche per il suo denunciare le forniture di armi dalla Germania a Israele. Gli israeliani gli 'spararono' contro ad 'alzo zero'. Io ho sempre pensato che ciascuno ha il pieno diritto di muovere le sue critiche", aggiunge Ovadia.

LA CONFESSIONE CHOC - Nell'agosto del 2006 Grass, all'epoca 78enne, intellettuale simbolo della sinistra tedesca, fece una rivelazione choc: "Da giovanissimo sono stato nazista". Il premio Nobel per la letteratura, alla vigilia dell'uscita dell'autobiografia dal titolo "Sbucciando la cipolla" (pubblicata da Einaudi nel 2007), confessò di essere stato arruolato nelle Waffen SS poco prima della fine della seconda guerra mondiale, rilasciando un'intervista al quotidiano 'Frankfurter Allgemeine Zeitung'. Un'intervista che fu una bomba letteraria e politica, con polemiche e dibattiti in Germania e all'estero che durarono mesi.

Fin ad allora le biografie di Grass facevano riferimento genericamente al suo passato di militare nella divisione della contraerea della Wermacht, l'esercito tedesco. Nelle sue memorie Grass rivelò che all'età di 15 anni cercò di arruolarsi nella marina del Terzo Reich perché voleva diventare sommergibilista, ma fu respinto perché troppo giovane. Lo scrittore rivelò poi di essere stato arruolato dalle famigerate Waffen SS, i reparti militari d'elite guidati da Heinrich Himmler.

Il libro autobiografico innescò una violenta polemica in Germania e all'estero, a causa della tardiva confessione di Grass. Molte le voci di importanti intellettuali che incolparono l'autore di "Il tamburo di latta" di aver taciuto per troppo tempo un particolare non irrilevante della sua biografia. Ma grazie al clamore suscitato dalle polemiche, il libro in Germania uscì due settimane prima della data inizialmente prevista, vendendo in un mese oltre 250.000 copie. "Sbucciando la cipolla" è stato tradotto in 33 lingue. Adnkronos 13

 

 

 

 

Günter Grass, l’intellettuale che ha sferzato la Germania

 

«Il tamburo di latta», oltre che un grande romanzo, è stato il manifesto di una nazione prigioniera della sua ipocrisia - di Pierluigi Battista

 

Günter Grass è stato la coscienza critica della Germania almeno fino all’abbattimento del muro di Berlino, da lui sciaguratamente criticato. E stato l’intellettuale che ha sferzato la Germania incapace di fare spietatamente i conti con il passato nazista. Perciò la sua tardiva confessione di essersi arruolato giovanissimo im in reparto delle SS è stato un trauma per l’intera comunità tedesca e un handicap morale quando Grass ha criticato duramente lo Stato di Israele.

«Il tamburo di latta», oltre che un grande romanzo, è stato il manifesto di una nazione prigioniera della sua ipocrisia, di um mondo adulto intriso di doppiezza, cattiva coscienza, menzogna. Grass è stato lo scrittore che con il suo carisma, le sue giacche stazzonate, la sua pipa perennemente accesa, ha rappresentato il simbolo dell’intellettuale che non vuole rinunciare al suo impegno. Ha fatto politica attivamente ma senza mai lasciarsi tacitare dalle autocensure dell’appartenenza.

I suoi ultimi anni, specialmente dopo le rivelazioni sulla sua adolescenziale infatuazione hitleriana, sono apparsi più meditabondi, meno segnati da un atteggiamento manicheo. Le sue stesse riflessioni sulla Germania e sulle sue colpe incancellabili hanno preso un ritmo meno concitato, meno di denuncia. Con Grass se ne va uno scrittore con cui i tedeschi dovevano sempre confrontarsi. E il mondo perde un magnifico narratore, un pilastro della letteratura e della cultura europea. Il tamburo di latta non cesserà di far sentire i suoi colpi. CdS 13

 

 

 

 

Apre a Stoccarda il Centro Informazioni ACLI Nuova Emigrazione (Ciane)

 

Stoccarda - Da tempo le Acli Germania assistono all'arrivo a Stoccarda - e in tutta la Germania - di tanti connazionali in cerca di lavoro e di una sistemazione che dia loro una certezza di vita.

 

La tipologia di chi arriva a Stoccarda è molto diversificata: c'é chi arriva un progetto che intende realizzare e porta con se qualifiche e conoscenza del tedesco, c'é chi arriva sperando di riuscire a trovare in un qualche modo un lavoro. In entrambi i casi quello che accomuna è la necessità di avere alcune informazioni certe che possano permettere loro di muoversi nella nuova realtà di Stoccarda.

 

Le ACLI Baden-Württemberg e il Patronato ACLI di Stoccarda hanno ritenuto importante e necessario creare una struttura che potesse rispondere a queste necessità. È nato così il Centro Informazioni ACLI Nuova Emigrazione (CIANE). Il centro è operativo da lunedi 20 aprile.

 

Il ciane fa servizio due volte la settimana: il lunedi e il mercoledi dalle ore 14,30 alla ore 17,30. La sede del ciane si trova nella Rotebühlstrasse 84/1, 70170 Stuttgart, tel. 01575 2977602. Il servizio d'informazione e consulenza è gratuito.

 

Il Ciane fa pervenire a chi lo desidera il volantino in formato cartaceo, da poter diffondere tra i connazionali o appendere nelle sedi delle Associazioni e degli Enti. Inoltre – informa Giuseppe Tabbì delle Acli BW - si sta provvedendo alla stampa di un opuscolo in lingua italiana contenente informazioni utili per chi arriva per la prima volta a Stoccarda. De.it.press 17

 

 

 

 

 

Berlino. Ambasciata e  associazione culturale Peninsula presentano "Embodied Resilience"

 

Berlino - Martedì 28 aprile alle 19 l’Ambasciata d’Italia a Berlino e l’associazione culturale Peninsula invitano all’evento performativo "Embodied Resilience", curato da Eleonora Farina e Nico Lippolis.

In linea con il pensiero che sin dal suo esordio ha caratterizzato "Peninsula", piattaforma interdisciplinare costituita da artisti, curatori, musicisti e designer italiani trasferitisi a Berlino nell’ultima decade e dedicata allo sviluppo di un dialogo con la scena artistica e culturale internazionale berlinese, i curatori dell’evento affrontano il tema della Resilienza invitando per "Embodied Resilience" presso l’Ambasciata d’Italia dieci artisti, tra italiani ed internazionali.

"Il progetto mi sta molto a cuore – dichiara l’Ambasciatore d’Italia Pietro Benassi – perché valorizza la creatività giovanile e il genio italiano, che insieme con altri partner tedeschi ed internazionali ha saputo associare tante personalità e tante idee culturali diverse all’interno di un percorso originale e dinamico; e tutto ciò in linea con le tendenze artistiche che caratterizzano sempre di più questa capitale. Da anni l’Ambasciata apre le sue porte alle contaminazioni e provocazioni artistiche e intende continuare ad offrirsi quale vetrina di eccellenza promuovendo simili progetti".

In quanto capacità di adattamento ai cambiamenti esterni, la Resilienza vede nel processo creativo, nella pratica performativa e quindi nell’utilizzo del corpo quale medium d’azione, il punto di massima espressione.

Corpi in relazione, quelli dell’americana Kate Gilmore e della tedesca Lisa Stertz, che entrano in contatto, si confrontano e si scontrano, si aprono a sforzi e a sfide personali e collettive, che vivono nella loro stessa essenza del formarsi, del modificarsi, del ri-crearsi. Corpi per i quali il cibo e la sua produzione fanno integralmente parte di dinamiche sociali di potere, di equilibrio allargato, di presa di posizione personale, di produttività sostenibile, sono quelli degli italiani Filippo Berta e Diego Cibelli.

Corpi, ancora, che si adattano all’architettura, in una città resiliente in costante cambiamento quale Berlino di fatto è; mutamenti, variazioni vissute ed esperite in prima persona, quelli dell’italiano Cristian Chironi e della tedesca Ulrike Mohr, per mezzo di movimenti essenziali e continui nello spazio e nel tempo ai quali il visitatore è chiamato a prender parte attivamente.

E infine, corpi che indagano la Storia, vicina e remota, personale e universale, quella che ci accomuna come popolo e quella che ci differenzia in quanto identità singole, che circola nella _uidità del resiliente nei casi dell’italiano Davide Anni e dell’argentino Márcio Carvalho, o che invece reclama oggi, dopo il crollo delle vecchie ideologie, la sua perenne attualità nei casi dei romeni Anca Benera and Arnold Estefan e degli italiani Mocellin e Pellegrini.

L’evento "Embodied Resilience" realizzato da Peninsula si svolge in collaborazione con e negli spazi dell’Ambasciata d’Italia a Berlino grazie anche al sostegno o_erto dall’Istituto Italiano di Cultura di Berlino, da Natulis Group AG e Berlin Quarterly media partner. (aise 20) 

 

 

 

 

I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia

 

Expo - Conto alla rovescia per l'esposizione universale che aprirà le porte il primo maggio e sarà aperta fino al 31 ottobre 2015, a Milano. Corruzione, scandali, ma anche uno sguardo sul tema dell'evento: "Nutrire il pianeta. Energia per la vita". I nostri approfondimenti.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/expo122.html

 

Responsabilità morale (23.04.15)

È stata ammessa dall'ex SS Oskar Gröning durante il processo a suo carico a Lüneburg. Vide migliaia di ebrei morire nel Lager di Auschwitz.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/prozessnazi100.html

 

Precari e senza diritti (23.04.15) - Presunti casi di sfruttamento in alcune trattorie italiane di Berlino. La denuncia di alcuni lavoratori colpisce duro. Soprattutto perché i locali hanno fama ed estetica di sinistra.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/gastronomie136.html

 

Dai libri al palcoscenico (23.04.15) - Monica Marotta, traduttrice letteraria, è responsabile di produzione allo "Studio ?" del Maxim-Gorki-Theater di Berlino.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/a_tu_per_tu/marotta100.html

 

Ricordare e raccontare (22.04.15) - Ai nostri microfoni la scrittrice italo-armena Antonia Arslan, autrice de "La masseria delle allodole", in cui ha raccontato il genocidio armeno consumatosi nel 1915

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/armeni100.html

 

La Terra fonte di vita (22.04.15)

È il motto dell'Earth Day che oggi si celebra in tutto il mondo. Ai nostri microfoni Jacopo Fo uno dei pionieri dell'ecologismo in Italia.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/earthday100.html

 

Figlio del Mediterraneo (22.04.15) - "Le Monde" ha appena dedicato una pagina intera a Colapesce, al secolo Lorenzo Urciullo, definito dal quotidiano francese: “L'unico erede tardivo di Lucio Dalla e Franco Battiato".

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/quelli_sul_palco/colapesce100.html

 

Associazioni 2.0 (22.04.15) - Grazie alla rete la comunità italiana di Francoforte sta trovando nuovi modi per organizzarsi. Social network e voglia d'integrarsi sono alla base di questo rinnovamneto.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/little_italy/vereine102.html

 

"Io ce l'ho fatta" (21.04.15) - Ai nostri microfoni Ahmed Abdullahi, somalo 27 anni, ci racconta il suo viaggio della speranza nel 2008. Oggi lavora come mediatore culturale, aiuta chi fugge dalle guerre come lui.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/abdullahi100.html

 

Un Paese che non esiste più (21.04.15)

Non è possibile riflettere sulle tragedie del mare di questi mesi senza parlare della Libia e del suo tessuto politico e sociale in avanzato grado di decomposizione.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/lybien110.html

 

I nuovi Comites (21.04.15) - In tutto il mondo gli italiani hanno votato per rinnovare 100 Comitati che li rappresenteranno nei paesi dove vivono. Ma la partecipazione al voto è stata bassa ovunque. Tutti gli approfondimenti.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/speciale/dossiercomites100.html

 

Diamante (21.04.15)

Una canzone contro la guerra, ritenuta un vero gioiello musicale.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/terramia/diamante100.html

 

L'inevitabile ecatombe (20.04.15)

Ancora una strage di profughi nel canale di Sicilia. Si temono oltre 900 vittime. Si tratta si una tragedia senza precedenti. E l'emergenza continua.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/tragodie100.html

 

A porte chiuse (17.04.15)

La mancanza di trasparenza nei negoziati sul trattato di libero commercio fra Usa e Unione europea solleva molti dubbi sui supposti benefici per i cittadini europei.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/ttip222.html

 

Wolfsburg azzurra (17.04.15)

Risultato da sogno per il Napoli in Bassa Sassonia. Il 4 a 1 inflitto ai tedeschi nei quarti di Europa League esalta un'intera comunità.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/little_italy/neapelfans100.html

 

Eventi, incontri, spettacoli - In onda ogni lunedì e venerdì fra le 19 e le 20

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalenderfreitag100.html

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalendermontag100.html

 

Il buio oltre gli Opg (16.04.15) - Dopo anni di battaglie lo scorso primo aprile sono stati chiusi i sei ospedali psichiatrici giudiziari italiani dove erano reclusi gli autori di reati per incapacità di intendere e volere.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/psychiatrisch100.html#

 

Uso e abuso dei droni (16.04.15) - A Berlino si apre un convegno di due giorni sui droni. Il loro uso sta rivoluzionando il modo di fare guerra sfruttando una zona grigia del diritto internazionale. http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/dronen102.html

 

Annie Féolde (16.04.15)

Originaria di Nizza, Annie Féolde arriva in Italia per imparare l'italiano. Ma ci resta per amore e diventa così una cuoca pluristellata.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/a_tavola/kochin100.html

 

Un museo per tutti (15.04.15) - Il primo museo sull'immigrazione in Germania in cerca di finanziamenti e appoggio politico.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/migrationsmuseum100.html

 

Manarola (15.04.15) - L'antico borgo della Riviera ligure di Levante, in provincia di La Spezia, è anche una delle più piccole delle Cinque Terre. http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/scopri_l_italia/manarola100.html

 

Oltre le emergenze (15.04.15)

L’Europa alla ricerca di una politica dell’immigrazione più attiva e responsabile. Ai nostri microfoni Cécile Kyenge (Pd) e Lara Comi (FI). http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/migration160.html

 

Avere il bernoccolo (15.04.15)

Per gli affari o per la matematica, ma anche per la metafisica. È il nostro modo per alludere ad una particolare predisposizione delle capacità intellettive. http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/parole_in_liberta/kopfbeule100.html

 

Lo sguardo degli italiani su Pegida (14.04.15)

Cala la partecipazione alle "Montagsdemos", ma il malessere resta. Viaggio tra gli italiani di Dresda nel giorno della visita di Geert Wilders. http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/pegida380.html

 

Le mani sull'isola (14.04.15)

Budelli, nell'arcipelago della Maddalena, resta di proprietà di un miliardario neozelandese. Lo stabilisce una sentenza del Consiglio di stato. http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/budelli100.html

 

Nuove prospettive (14.04.15)

Secondo un recente studio della Freie Universität di Berlino, la bassa integrazione degli italiani nel sistema scolastico tedesco sarebbe un mito da sfatare.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/schule238.html

 

Il Tesoro della Basilica di San Marco (14.04.15) –

Una raccolta di oggetti che raccontano la storia della città lagunare e diversi secoli di storia dell'arte in generale.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/terramia/sanmarco102.html

 

Sbucciando la cipolla (13.04.15) - Si è spento Günter Grass, nobel per la letteratura. Coscienza critica fra luci e qualche ombra.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/grass152.html

 

L'ultima chance di Hillary (13.04.15)

Ex segretario di Stato ed ex first lady, Hillary Clinton si candida alle primarie democratiche per le presidenziali USA del 2016.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/clinton108.html

 

Il senso di (in)giustizia (10.04.15)

Gli italiani vivono il sistema giudiziario come una fatalità governata da ingranaggi oscuri che sentono ostili. Di chi è la responsabilità? Gli ex magistrati Gherardo Colombo e Bruno Tinti ai nostri microfoni.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/justiz112.html

 

Il museo di Totò (10.04.15)

Sono ormai vent'anni che Napoli aspetta l'apertura di un museo dedicato al suo cittadino più famoso. A che punto è il progetto?

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/la_nostra_storia/neapel124.html

 

Viaggiare in auto con meno rischi (10.04.15)

Dopo l'incidente Germanwings, cresce la paura di volare, ma è la strada la più pericolosa. Usare le cinture di sicurezza posteriori può salvare la vita.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/flugangst110.html

 

Eventi, incontri, spettacoli - In onda ogni lunedì e venerdì fra le 19 e le 20

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalenderfreitag100.html

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalendermontag100.html  RC/De.it.press

 

 

 

 

Le Acli Baviera sul 25 aprile. Inestinguibile Resistenza

 

Le Acli Baviera, espressione della societá civile, nella ricorrenza del 25 Aprile, Festa nazionale della Liberazione in Italia, riaffermano i valori della Resistenza partigiana, fondamentale nel recupero di una dignità nazionale antifascista, imprescindibile per la riaffermazione della libertà  e democrazia in un Paese, allora, segnato dalla dittatura, guerra, sopruso e violenza.

Proprio le notizie di rinnovate tragedie del mare, nel canale di Sicilia, nelle scorse ore, con centinaia di profughi ammassati su barconi, vittime di carnefici e trafficanti di morte annunciata, impongono non solo una generale riflessione ma un efficace coordinamento internazionale in grado di creare prospettive di vita, solidarietá e giustizia. Valori che la Resistenza ha cucito sin dall’inizio sul petto e sui vessilli di frontiera.

Le ACLI Baviera desiderano contribuire a rendere questa memoria storica responsabilità comune, diffusa e popolare, radicata negli uomini e donne di buona volontà, perché costituiscono  il fondamento e i valori della Costituzione attuale della Repubblica italiana, che senza quell’esperienza  di sacrificio ed abnegazione non sarebbe fiorita dalle ceneri della guerra e del fascismo. Esso non  produsse singoli responsabili di episodi efferati; dietro ai sicari, una moltitudine che quei delitti ha coperto con il silenzio e una codarda rassegnazione, una classe dirigente sospinta dall’inettitudine e dalla colpa verso la totale rovina. La Resistenza rappresenta la risposta di coraggio ed opposizione al regime fascista persecutorio e soggiogante.

Se gelosamente conservata, la memoria, ancora oggi, in Italia, in Europa sarà capace di generare nuova passione umana e civile per nutrire una speranza condivisibile per il futuro. Ma il ricordo interpella anche il ruolo delle Istituzioni, perché ad esse è affidato precipuamente il compito di sostenere e forse anticipare la coscienza collettiva di una Comunità, nei  loro gesti vi è una valenza pedagogica fondamentale. La memoria costituisce il debito inestinguibile da pagare verso questi Eroi e Martiri della democrazia, avversari, a costo della propria vita, di tutte le forme di dittatura, razzismo e  genocidio. Essa non ci rende prigionieri del passato, se riappropriarsi del ricordo del patire e delle speranze spinge ad impegnarsi per una nuova stagione di libertà e liberazione. Acli-Baviera

 

 

 

 

 

“Stile di vita, memoria e longevità”: conferenza di Maria Cristina Polidori all'Istituto Italiano di Cultura di Colonia

 

Colonia - “Stile di vita, memoria e longevità” è il tema della conferenza che Maria Cristina Polidori terrà il 28 aprile, dalle 19.00, all'Istituto Italiano di Cultura di Colonia.

La conferenza è organizzata in collaborazione con il Forum di dialogo per scienziati e ricercatori italiani nel Nordreno Vestfalia, di cui Polidori fa parte.

Ippocrate nel quinto secolo a.C. scriveva “il tuo cibo sia la tua medicina” e da sempre le nostre madri ci dicono di mangiare frutta e verdura.

Il seminario su “Stile di vita, memoria e longevità” ripercorre la storia dello stile di vita dell'umanità, in particolare nell'ultimo secolo, e ci farà scoprire come e perchè ci dobbiamo proteggere dalle malattie del nostro tempo. I pilastri di tale prevenzione verranno presentati nel quadro della transizione demografica senza precedenti che la nostra società sta vivendo.

Maria Cristina Polidori è nata a Perugia, dove ha studiato Medicina e Filosofia. Già Fellow dell'Università di Harvard (1995-1997), Fellow “Marie- Curie” dell'Unione Europea (2000-2002), Fellow della Fondazione “Robert- Bosch” per la Geriatria (2008-2012) e del Royal College of Physicians (2014), è attualmente Professore e capo del Centro di Ricerca Clinica sull'Invecchiamento del Dipartimento di Medicina Interna II del Policlinico dell'Università di Colonia. (aise) 

 

 

 

Alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorni

 

* fino al 7 giugno 2015, c/o Staatliche Antikensammlungen (Königsplatz 1, München) Mostra archeologica "Die Griechen in Italien"

Organizza: Staatliche Antikensammlungen

 

* fino al 4 ottombre, di domenica, alle ore 12:00, c/o Asamkirche Maria de Viktoria (Neubaustr. 1 1/2, Ingolstadt) Rassegna: "Orgelmatinee um Zwölf"

Ingresso libero. Il programma è disponibile all'indirizzo: www.ingolstadt.de (sotto "Kultur&Freizeit", "Konzerte & Musik", "Orgelmusik")

Organizza: Kulturamt der Stadt Ingolstadt in collaborazione con Istituto Italiano di Cultura e Sparkasse Ingolstadt

 

* martedì 28 aprile, ore 20:00, c/o Pasinger Fabrik GmbH (August-Exter-Str. 1, München) Concerto del gruppo "Piazza Grande". Per maggiori informazioni: www.piazza-grande.com. Organizza: Piazza Grande

 

* mercoledì 29 aprile, c/o binario11 (Inderstorferstr. 5, München)

In occasione del "Internationaler Tag gegen den Lärm "

o Ore 17:00: Vortrag: "Das Akkordeon und die menschliche Stimme", della Dott.ssa Barbara Wolf

o Ore 20:00: Workshop: "Das Akkordeon und die menschliche Stimme", della Dr. Pia Quaet-Faslem. Ingresso: € 15,- / 12,-. Per maggiori informazioni: binario11.de/galeria/kursprogramm/. Organizza: Binario XI

 

* giovedì 30 aprile, ore 19:00, c/o Memoriale dell'ex Campo di Concentramento di Dachau, Kinosaal (Alte Römerstr. 75, Dachau)

"Ich habe geschaut, geschaut, geschaut. Und war einfach froh"

Szenische Lesung zum 70. Jahrestag der Befreiung des KZ-Dachau

o Begrüßung: Dr. Gabriele Hammermann, Leiterin der KZ-Gedenkstätte Dachau

o Einführung: Julia Rosche, Stidienreferendarin, Adam-Kraft-Gymnasium Schwabach

o Lesung: Befreiung, Heimkehr und Blick auf Deutschland, Umgang mit den Überlebenden in der Heimat, Umgang mit Häftlingsgruppen in Deutschland

Es lesen Schülerinnen und Schüler des Gymnasiums Herzogenaurach. 

Die Lesung findet auf Deustch, Englisch, Französisch, Italienisch, Polnisch und Russisch statt und wird auf Englisch und Deutsch untertitelt

Eintritt frei. Organizza: KZ-Gedenkstätte Dachau

 

* venerdì 1 maggio, ore 9:45-22:00, nel centro di Monaco di Baviera,

"1 maggio 2015"

9:45 - Gewerkschaftshaus (Schwanthalerstr. 64) - preparazione del corteo a ritmo di Samba

10:00 - partenza del corteo per dirigersi alla Marienplatz

11:00 - Marienplaz, manifestazione

Intervengono: Simone Burger (Segretaria del DGB München), Detlef Wetzel (Segretario del IG Metall), DGB-Jugend Aktion

12:00-17:00 - in Marienplatz, Rosenstr. e Kaufingerstr., "Familienfest"

17:30-22:00 - in Marienplatz, "laut.stark 15", open-air a cura del DGB-Jugend

Il programma completo delle manifestazioni è disponibile all'indirizzo www.dgb-muenchen.de. Organizza: DGB-München

 

* domenica 3 maggio, ore 10:30, c/o Memoriale dell'ex Campo di Concentramento di Dachau (Alte Römerstr. 75, Dachau)

70o anniversario della liberazione del Campo

alla presenza del Canceliere tedesco, Angela Merkel e del Primo Ministro bavarese Horst Seehofer. Organizza: Comité International de Dachau

 

* dal 7 al 17 maggio "30. Internationales Dokumentarfilmfestival München"

In visione anche quattro produzioni italiane (Fragmente - Alto Fragile, Il Gesto delle Mani, Saslonch Suite, Un Fin del Mundo)

Per informazioni e programma: www.dokfest-muenchen.de

Organizza: Internationales Dokumentarfilmfestival München e.V.

 

* venerdì 8 maggio, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura, aula 21 (Hermann-Schmid-Str. 8, München) "Incontri di letteratura spontanea"

"Se hai una poesia, un piccolo racconto o anche un pensiero, un sogno o un'idea, che vuoi leggere o raccontare, vieni che sarai la/il benvenuta/o. Le testimonianze e le storie di tutti sono importanti e hanno dignità. Esprimersi, ascoltare e conoscersi fa comunque bene. Dopo tutti in pizzeria"

Ingresso gratuito. Per informazioni: Giulio Bailetti, Tel/Fax 089-988491

Organizza: www.letteratura-spontanea.de

 

* venerdì 8 maggio, ore:19:30, c/o VHS Augsburg, stanza 104 (Willy-Brandt-Platz 3a, Augsburg) "Die Anfänge der Jesuiten in Rom und ihre Bildungsoffensive in Bayern" Conferenza del teologo Alois Uhl

Ingresso: € 3,00 (soci) - 6,00 (non soci)

Organizza: Società Dante Alighieri - Comitato di Augsburg

 

* venerdì 8 e sabato 9 maggio, ore:19:30, c/o Anton Fingerle-Zentrum (Schlierseestr. 57, München) Teatro: "Filumena Marturano" (di Eduardo De Filippo) del Gruppo Teatrale I-talia, regia di Luigi Tortora

Organizza: Gruppo Teatrale I-talia

 

* domenica 10 maggio, ore:17:00, c/o Pepper Theater (Thomas-Dehler Str. 12, München) Teatro: "Filumena Marturano" (di Eduardo De Filippo)

del Gruppo Teatrale I-talia, regia di Luigi Tortora

Organizza: Gruppo Teatrale I-talia

 

* lunedì 11 maggio, ore 13:00-22:00, c/o Münchner Künstlerhaus (Lenbachplatz 8 , München) "Gourmet's Italia 2015: food and wine"

Evento dedicato a promuovere le eccellenze delle produzioni vinicole ed alimentari di tutta l'Italia presso il trade tedesco ed austriaco

Per informazioni: www.gourmetsitalia.de

Organizza: EuroTour - Exclusive section Merano WineFestival München

 

* mercoledì 13 maggio, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) "I poemi cavallereschi della letteratura italiana del 1500: Gerusalemme Liberata" col Prof. Dr. Florian Mehltretter (LMU)

Ingresso: € 15,-. Minimo 6 partecipanti

Per informazioni e iscrizioni: corsi.iicmonaco@esteri.it

Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura, Forum Italia e.V., Institut für Italienische Philologie der LMU München

 

* mercoledì 13 maggio, ore 19:30, c/o Kino Breitwand Starnberg (Wittelsbacherstr. 10, Starnberg, www.breitwand.com) nell'ambito della rassegna "il Cinema Italiano introdotto e commentato da Ambra Sorrentino"

Film: "La mafia uccide solo d'estate" (Regia: Piff con Piff, Cristina Capotondi, 2013, 90 min.)

 

* venerdì 15 maggio, ore 16:00, c/o Sammlung Schack (Prinzregentenstr. 9, München) Visita guidata in italiano con la dott.ssa Miranda Alberti

Costo: € 10,- (non è compreso il biglietto d'ingresso). Minimo 8 partecipanti

Per informazioni e iscrizioni: corsi.iicmonaco@esteri.it

Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura e Forum Italia e.V.

 

* sabato 16 maggio, ore 11:00-13:00, c/o Bürgerhaus Pfersee (Stadtberger Str. 17, Augsburg) "Facciamo due chiacchiere". Tema: Cantautori e canzonettisti: due mondi diversi? Conduce: Filippo Romeo

Organizza: Società Dante Alighieri - Comitato di Augsburg

 

* sabato 16 maggio, ore 15:00, c/o Libreria ItalLIBRI (Nordendstr. 19, München)

Per la rassegna "Pomeriggi per bambini dagli 8-11 anni" "L'avventura di Orlando"

"Un cavaliere coraggioso, una dama bellissima, spade e armature, un cavallo alato e un rivale in amore. Seguiremo le avventure di Orlando e Angelica, di Astolfo e del cavallo alato Ippogrifo, di Ruggero e dei paladini del re di Francia"

Testo: "Orlando furioso e innamorato" di Idalfonso Fei, La nuova frontiera 2014

Ingresso libero - si pregha di prenotare allo 089/ 27299441, oppure itallibri@t-online.de. Organizza: Libreria ItalLIBRI

 

* martedì 19 maggio, ore 16:00-17:00, c/o StadtBücherei (Hallstr. 2-4, Ingolstadt)

Laboratori di italiano per bambini. Organizza: Spazio Italia Ingolstad

C. Cumani, de.it.press

 

 

 

 

 

Novità al “Mitte” di Berlino

 

Berlino - "In una staffetta, che questa sia sportiva o lavorativa, la parte più difficile è il passaggio del testimone. È un momento di transito delicato dove ogni cosa va pesata minuziosamente, valutata attentamente". Come spiegano Filippo Erizzo e Dario Mosconi in un editoriale pubblicato ieri da Il Mitte, "negli ultimi mesi abbiamo lavorato sodo in modo che il gioiello lasciatoci da Valerio Bassan ed Elena Brenna (fondatori del giornale di Berlino, ndr) non perdesse il suo bagliore. Ci siamo presi il nostro tempo per decidere ed organizzare ed ora è arrivato il momento di incamminarci per la strada da soli.

Abbiamo scelto d’imbarcarci su questa nave perché sappiamo che può arrivare lontano. Conosciamo il potenziale de Il Mitte e sappiamo cosa ci lasciamo alle spalle; ora starà a voi lettori scoprire che cosa nascerà da oggi in avanti.

Per costruire il futuro ci siamo circondati da collaboratori validi; vecchie conoscenze e nuovi arrivati, talenti che ci stanno aiutando a vestire e a far camminare nella nostra città il giornale degli italiani a Berlino. Donne e uomini che lavorano bene, molto bene; ma non è mai stata una novità.

Molte saranno invece le innovazioni nel prossimo futuro alle quali stiamo lavorando con entusiasmo, in termini di collaborazioni e di contenuti.

Notizia fresca, invece, è che sale a bordo anche Mattia Grigolo; da oggi sarà il nuovo caporedattore de Il Mitte.

Giornalista che ormai da un decennio collabora con riviste di musica e cultura italiane, fondatore de Le Balene Possono Volare – il primo progetto di laboratori di scrittura creativa per italiani a Berlino –, insegnante di scrittura creativa e blogger e vincitore del Premio Italiano dell’anno 2014 a Berlino.

Raccogliamo una realtà solida che ha saputo trasformare, in qualche modo, parte dei confini di ciò che era sempre stata l’immigrazione italiana, sapendo essere, con enorme serietà, un punto di riferimento culturale indispensabile. Di questo ringraziamo ancora una volta Valerio e Elena per il lavoro svolto, per averci affidato questo tesoro e regalato la possibilità di fare informazione. Non possiamo che esserne orgogliosi". (aise) 

 

 

 

 

70° anniversario della Liberazione all’Istituto Italiano di Cultura di Colonia 

 

Colonia -  Presso l'Istituto Italiano di Cultura di Colonia celebrazioni del 70° anniversario della Liberazione organizzate dall’Anpi Germania. Alle celebrazioni, alle quali hanno contribuito anche gli studenti dell'Istituto Italo Svevo con i loro interventi, hanno partecipato il console generale d’Italia a Colonia Emilio Lolli, il direttore dell'Istituto Italiano di Cultura Lucio Izzo, il presidente dell'Anpi Lombardia, Tullio Montagna, Lucia Beccarelli, Alfredo Vernazzani del Direttivo dell'Anpi Germania, il professor Filippo Focardi ,docente di Storia Contemporanea all’Università di Padova, e la deputata Pd eletta nella circoscrizione Europa Laura Garavini.

“E’ importante che l'Anpi si sia costituita anche in Germania. E’ il segnale di una forte volontà di trasmettere ai cittadini italiani, anche quelli qui residenti, i valori democratici, la memoria della Resistenza, e anche un rinnovato impegno a favore della libertà e della pace”, ha detto l’on.  Garavini, componente dell’Ufficio di Presidenza del Gruppo Pd alla Camera. “La democrazia – ha proseguito Garavini -  non è qualcosa che si possa dare per acquisito una volta per tutte. Il fascismo dopo la guerra è tutt’altro che sparito dal dibattito pubblico del nostro Paese. C’è sempre il rischio che la sua ideologia violenta e antidemocratica abbia modo di attecchire nuovamente, magari in forme diverse e più subdole. Ad esempio sfruttando mezzi di comunicazione molto diffusi tra le giovani generazioni, come i social network. Attualmente, ad esempio, esistono pagine Facebook inneggianti al fascismo, che vengono seguite ed alimentate da centinaia di migliaia di fans. Questi fenomeni, sempre più preoccupanti, vanno contrastati con determinazione, per arginare la diffusione dell’intolleranza e dell’odio. Il (neo)fascismo, il razzismo, l’antisemitisimo, le discriminazioni religiose, di genere e di orientamento sessuale non devono trovare spazio nella nostra democrazia”, ha concluso Laura Garavini. (Inform)

 

 

 

 

 

Monaco di Baviera. Migrazioni, il mio 25 Aprile

 

Mentre Sabato scorso venivano comunicati i risultati delle elezioni Comites 2015 a Monaco di Baviera, ci raggiungeva la notizia e la dimensione dell’ennesimo, più grande orrore del Mediterrano.

Ho accolto i risultati elettorali in uno stato d’animo difficile: sopraffatta dall’orrore, sconfortata dall’ineguatezza dell’Europa rispetto alla situazione mediterranea, inseguita dallo sgomento per l’elevato numero di vite e sogni spezzati. Quegli uomini avevano investito tutto quello che avevano in quel viaggio e hanno perso tutto.

 

Uomini, migranti come noi. Uomini non uomini per i loro aguzzini. Migranti in fuga mai giunti a destinazione.

 

Ecco, forse per questa commistione di emozioni non sono riuscita davvero a gioire per il buon risultato ottenuto personalmente all'interno della mia lista e per la fiducia dimostrata a tutti i componenti della lista stessa degli elettori. Un esito però odombrato dai troppo pochi votanti. Un dato che, a Monaco di Baviera come nelle altre  Circoscrizioni Consolari sparse nel mondo, è stato sotto le aspettative e le speranze e sul quale tutti, noi italiani all'estero e i nostri rappresentanti al Parlamento in Italia, dovremmo aprire una profonda, immediata e diretta riflessione, per valutarne le  moltelpici cause. Emozioni  dunque che si intrecciano con la scarsa consapevolezza dei nostri potenziali elettori e la loro mancata volontà di partecipazione democratica.

 

Ma quanta sete di libertà, partecipazione e democrazia giace in fondo al Mediterraneo.

Arriva il 70° anniversario del nostro 25 Aprile e ripenseremo al sangue versato per guadagnarci il diritto ad uno straccio di voto oggi bistrattato. Ma quale 25 Aprile arriverà per il Nord Africa?

Noi Europei, noi cittadini delle così dette democrazie mature dobbiamo tornare a votare per evitare che gli estremismi dominino, per assicurare che Istituzioni di qualunque livello e di ogni Paese Europeo sappia dialogare e condividere responsabilità, anche quella di ciò che accade tra Sicilia e Africa, di ciò che accade in Africa, di ciò che il mondo “occidentale” e “democratico” impone a quei Paesi una volta pacifici oggi crogiuoli di violenza e miseria.

 

Solo pochi giorni fa il presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz ha parlato di maggiore condivisione delle responsabilità del Mediterrano, di maggiore intervento in mare per aiutare i profughi e in Africa per soccorrere i cittadini.

 

Il Ministro Bavarese per lo sviluppo, Gerd Müller ha sottolineato che Mare Nostrum deve riprendere ma non a spese dell’Italia sola ma piuttosto dell’intera Europa.

 

Mare Nostrum ha salvato 170.000 vite. Forse da questa condivisione possiamo ripartire per cercare altre soluzioni nel Mediterraneo, maggiore presenza e protezione in Africa, piú partecipazione e accoglienza negli stati Europei. Daniela Di Benedetto

Lista Civica Mosaico / Monaco di Baviera (de.it.press 24)

 

 

 

 

 

Aperta fino 12 giugno alla Ammann Gallery di Colonia la terza personale con nuovi lavori del gruppo artistico Nucleo

 

Colonia - Sarà aperta fino 12 giugno alla Ammann Gallery, a Colonia, la terza personale con nuovi lavori di Nucleo, gruppo artistico italiano noto ormai a livello internazionale.

Oltre ai classici lavori giovanili, tra cui le sculture da mobilio tratte da "Primitive series" (dal 2010), saranno in mostra nuovi oggetti d’arte creati in esclusiva per la Galleria, così come dipinti e foto realistiche di Stefania Fersini, esponente di Nucleo, opere presentate per la prima volta in Germania.

La Ammann Gallery collabora con Nucleo dal 2010 ed ha presentato le sue opere in personali e mostre di gruppo sia nella Galleria che in numerose fiere d’arte e design in tutto il mondo.

Nucleo è un gruppo di artisti e designer diretti da Piergiorgio Robino con sede a Torino, Italia. Il gruppo è attivo nel campo dell’arte contemporanea, del design e dell’architettura.

Le opera di design di Nucleo sono state in mostra in tutto il mondo per anni: in Italia (Fondazione Re Rebaudengo, Torino, 2009), in Francia (Centre Georges Pompidou, Parigi 2004), in Belgio (Pierre Berge and Associates, Bruxelles, 2008), Spagna (Marco Museum of Contemporary Art, Vigo, 2005 ), Germania (Ammann Gallery, Colonia, 2013), Brasile (Museu Nacional do Conjunto Cultural da República, Brasilia, 2008), Danimarca (ID Forum, Horsens, 2006) e negli stati Uniti (Carnegie Museum of Art, Carnegie 2004; Chelsea Art Museum, New York, 2004; Walker Art Center, Minneapolis, 2003), e nelle più important fiere dell’arte e del design: Design Miami Basel, PAD Paris, PAD London, PAD New York.

Fanno parte di Nucleo: Piergiorgio Robino, Stefania Fersini, Alice Carlotta Occleppo, Alexandra Denton. (aise 21)  

 

 

 

 

Lettera di un iscritto al PD di Monaco di Baviera

 

Carissimi del PD di Monaco, ci tengo a venire alla riunione di Lunedi 27 sia per il programma generale che discuteremo che per il tema COMITES. Riguardo a quest’ultimo vorrei anticipare il mio pensiero e la mia analisi su ciò che é accaduto, lo faccio in anticipo perchè degli impegni in sospeso non garantiscono la mia presenza, sarò ben felice se non combaciassero. È carino vedere/leggere le manifestazioni di approvazione per l’elezione delle candidate appartenenti alla ns sezione, detto questo mi attendo un’analisi politica di questo risultato di Monaco (come della Germania). Non ero presente quando la sezione decise di  essere coinvolta in questa scelta (I presenti di quella riunione probabilmente non sapevano che ben 10 anni prima ci si pose la stessa domanda)  e fu proprio Giulia a ricordarcelo, per disciplina di Partito (pur disapprovando la scelta) fui tra quelli che sottoscrissero la lista.

 

Nella precedente elezione si ebbero un totale di  7249 voti validi. Alcuni numeri: Cumani prese 912 voti Mattia Marino 875, Carmine Macaluso 852, Cena 610, Sotgiu 482. Invece dei 5 anni soliti (causa la disorganizzazione del ns Stato) il Comites eletto e presieduto da Cumani  è rimasto in carica ben 10 anni (una vera anomalia). Fu un’elezione democratica dove si confrontarono ben 5 liste. Oggi era presente una sola lista  (altra anomalia), già questa situazione avrebbe dovuto mettere in guardia chi fa politica. Nessuno puó negare la capacitá e l’impegno messo da Cumani nel dirigere l’ultimo Comites. E se avessimo avuto un pessimo Presidente e un malandato Comites, quale risultato avremmo ottenuto?

 

Davanti a questi dati (vedi lista sotto) non si puó affermare che con l’1, qualcosa % si é rappresentativi della ns comunità, sicuramente l’attuale Comites di oggi è meno rappresentativo (sia per i numeri che per la mancanza di liste alternative)del Comites precedente. A Monaco il Mosaico si puó considerare di Sinistra,  a Norimberga l’unica lista presente (altra anomalia) é addirittura di destra, se fossi a Norimberga mi rifiuterei di riconoscerla come rappresentativa della ns comunità proprio per l’assenza di liste alternative. Forse un Comites pensato per una generazione in via d’estinzione non è l’Organismo piú adatto a rappresentare la ns comunità oggi. I nuovi emigrati in gran parte di buon livello se non di alto livello culturale tratta direttamente con le istuzioni tedesche ed é proprio a queste istituzioni che dovremmo guardare e puntare, i ns sforzi dovrebbero concentrarsi sulle elezioni dei vari consigli comunali, quello dovrebbe essere il ns obiettivo.

 

Le mie attuali posizioni furono già proposte allora (ossia 10 anni fa) forse sono mature per essere approvate.  Buona giornata di sole gt Tannino, tannino@tannino.de

 

 

 

 

All’Istituto Italiano di Cultura di Colonia

 

Mercoledì 29 aprile 2015, ore 18.30, Alessandro Tenaglia: In dir ist Freude

un viaggio teologico-pianistico nei corali luterani all'ombra di Bach

 

Alessandro Tenaglia (pianoforte) esegue opere di Johann Sebastian Bach nelle trascrizioni di Ferruccio Busoni, Stefan Heucke, Jeff Manookian, Max Reger e Alberto Schiavo. Introduzione al concerto (in lingua tedesca): Benno Schnatz.

 

Alessandro Tenaglia propone, in questo concerto, il repertorio bachiano nelle trascrizioni, alcune ormai storiche, altre recentissime, di celebri compositori contemporanei.

Tale scelta gli permette di coniugare la classicità dell'opera del compositore tedesco con la modernità dell'approccio di Busoni, Reger, Heuke e Manookian (che, come Alberto Schiavo, ha trascritto la composizione qui presentata espressamente per il M° Tenaglia) e, al tempo stesso, di fondere le sue due vocazioni: la musica e la spiritualità della sua formazione teologica valdese. Un accostarsi a Bach ed alle sue cantate doppiamente sentito, dunque, che certamente renderà unica l'esperienza di ascolto. Il programma è reperibile sul nostro sito. Ingresso gratuito.

 

Martedì 5 maggio 2015, ore 19.00, incontro con Antonio Scurati, che presenta il suo nuovo libro „Il tempo migliore della nostra vita“ (Bompiani, 2015).

Leone Ginzburg fu un eroe della Resistenza che non imbracciò mai le armi. Il romanzo "Il tempo migliore della nostra vita" narra la sua storia vera accanto a quella dei nonni dell'autore, Antonio e Peppino, Ida e Angela, persone comuni, ma nate anche loro all'inizio del secolo e vissute sotto il fascismo e le bombe della Seconda guerra mondiale.

Antonio Scurati (Napoli 1969) è ricercatore allo IULM di Milano e membro del Centro studi sui linguaggi della guerra e della violenza. Editorialista de „La Stampa”, ha scritto numerosi saggi tra cui „Guerra. Narrazioni e culture nella tradizione occidentale“ (2003, finalista al Premio Viareggio).

 

Oltre a diversi saggi, Bompiani ha pubblicato la versione aggiornata del suo romanzo d'esordio „Il rumore sordo della battaglia“ (2006, Premio Fregene, Premio Chianciano) e i romanzi „Il sopravvissuto“ (XLIII Premio Campiello), „Una storia romantica“ (2007, Premio SuperMondello), „Il Bambino che sognava la fine del mondo“, finalista al Premio Strega 2009, „La seconda mezzanotte“ (2011) e „Il padre infedele“ (2013), ancora finalista al Premio Strega. In tedesco sono stati tradotti „Das Kind, das vom Ende der Welt träumte“ (Rowohlt, 2010) e „Eine romantische Geschichte” (Rowohlt, 2012). Ingresso gratuito.  IIC/De.it.press

 

 

 

 

Ribaltone al vertice in Volkswagen. Piëch e la moglie se ne vanno

 

Il presidente lascia dopo lo scontro con il capo azienda Winterkorn. Ora più potere ai sindacati e al governo della Bassa Sassonia, sostenitori dell’ad -

di Danilo Taino

 

BERLINO - Lo scontro famigliare, di potere, di management al vertice della Volkswagen è arrivato al momento di rottura. Ieri, il presidente del Consiglio di Sorveglianza, grande azionista, fino a pochi giorni fa intoccabile nel gruppo e «patriarca di controllo», Ferdinand Piëch, si è dimesso, con effetto immediato. Oltre che da presidente, dal Consiglio e da tutte le posizioni occupate nel gruppo. Il vicepresidente Berthold Huber lo sostituirà temporaneamente. Del board di Sorveglianza faceva parte anche la moglie Ursula: lei pure ha rassegnato le dimissioni.

Come si è consumata la rottura

Si tratta di una rottura a 360 gradi, insomma. Tra i due rami della famiglia erede di Ferdinand Porsche, appunto i Piëch e i Porsche. Tra il potente uomo di potere che finora non aveva perso alcuna battaglia importante e gli altri azionisti del gruppo: oltre ai cugini, in particolare il governo della Bassa Sassonia che in genere si muove assieme ai sindacati, questi ultimi presenti nel Consiglio di Sorveglianza con dieci seggi su venti. E naturalmente con Martin Winterkorn, l’amministratore delegato dal gruppo del quale Piëch aveva detto di essersi «allontanato» due settimane fa con ciò aprendo la crisi di vertice. Che lo scontro sia risolto in via definitiva non è detto: il nipote dell’inventore del Maggiolino Volkswagen, 78 anni, non è uomo che accetta facilmente le sconfitte. Certo, questa lo è: nel momento in cui ha chiesto la testa di Winterkorn, si è trovato isolato nel comitato esecutivo del Consiglio, composto da sei membri, e alla fine ha dovuto dimettersi. In un comunicato, la società ha sostenuto che tra le parti non c’era più «la fiducia necessaria».

Il peso del governo di un Land

Nei prossimi giorni e mesi si tratterà di vedere il significato pieno del passo indietro di uno degli uomini più potenti dell’industria tedesca (lui è austriaco, risiede a Salisburgo). Sicuramente, le onde scenderanno dal vertice per i rami del gruppo Volkswagen. Senza Piëch, avranno più potere non tanto i cugini del ramo Porsche, guidati da Wolfgang, quanto i sindacati e il governo della Bassa Sassonia che sono stati decisivi nell’appoggio a Winterkorn. Questo potrebbe diventare una questione politica: il primo gruppo automobilistico europeo e secondo al mondo in cui il ruolo del governo di un Land e dei sindacati è decisivo.

Un potere ancora maggiore finisce poi sulle spalle di Winterkorn. E questo potrebbe creare rotture tra l’amministratore delegato e gli uomini più legati a Piëch, a cominciare dal numero uno della Porsche - parte del gruppo - Matthias Müller, al quale nei giorni scorsi pare che Piëch avesse offerto il posto di Winterkorn. Un periodo di instabilità non è quello in cui la Volkswagen probabilmente sperava, impegnata in una riduzione dei costi e alle prese con risultati non brillanti in America e in alcuni marchi europei.

Sullo sfondo, si tratterà di vedere come evolveranno i rapporti tra gli azionisti privati. Innanzitutto, tra i Piëch e i Porsche, che finora hanno controllato il gruppo con il 51% dei diritti di voto. Ma poi anche con la Qatar Holding, che alla fine del 2014 deteneva il 15,6% delle azioni e che aveva espresso alcune insoddisfazioni sull’andamento del gruppo. Difficile che la vicenda si chiuda così, con Ferdinand Piëch in pensione. Il mondo dell’industria tedesca non ci può credere. CdS 25

 

 

 

 

Alla nona edizione il Forum Economico Italo-Tedesco della Camera di Commercio Italo-Germanica

 

Milano. Si è svolta la nona edizione del Forum Economico Italo-Tedesco promosso dalla Camera di Commercio Italo-Germanica. L'evento "Società 4.0: Prospettive e rischi del nuovo volto dell'economia europea", è stato tenuto mercoledì 22 aprile, a Milano.

"Il Forum Economico Italo-Tedesco – dichiara il presidente Erwin Rauhe - dal 2007 propone un focus annuale sui temi di attualità, economica e politica. La nostra missione è quella di creare un think thank di personalità di spicco del mondo imprenditoriale, istituzionale e della ricerca che possano dare un contributo attivo per le aziende che investono nel mercato italiano. Un interscambio di esperienze e best practice in grado di rafforzare ulteriormente anche il dialogo tra Italia e Germania, realtà di riferimento nell'attuale contesto europeo".

Dopo le energie rinnovabili, la re-industrializzazione dell'Eurozona, il rapporto tra regionalismo politico e globalizzazione economica, il Forum Economico Italo-Tedesco dedica l'edizione del 2015 alla "società 4.0".

Il tema riprende il concetto di "Industria 4.0": un termine coniato nel 2011 alla Fiera di Hannover ed entrato nella prassi a definire la crescente integrazione delle nuove tecnologie nella produzione industriale e nella catena del valore.

Si tratta di un modus operandi virtuoso, che ha portato l'industria tedesca ad eccellere in Europa e che gradualmente si sta affermando anche in Italia, mostrando potenzialità che lo rendono un vero e proprio volano di crescita per il sistema economico del Paese.

A delineare il quadro di questo fenomeno nel Forum Economico Italo - Tedesco sono stati chiamati ad intervenire alcuni tra i più importanti rappresentanti del mondo imprenditoriale e della ricerca, tra cui: Riccardo Rosa, Vicepresidente di UCIMU (Associazione dei costruttori italiani di macchine utensili, robot, automazione), Dominik Matt, Direttore del centro di ricerca applicata Fraunhofer di Bolzano e Maurizio Gattiglio, Chairmain di EFFRA (European Factories of the Future Research Association) nonché Executive Vice-President di Prima Industrie, Fabio Vaccarono, Managing Director di Google Italy.  (aise/dip) 

 

 

 

 

 

Grecia, Berlino prepara il piano B

 

Cambiamento di passo nelle trattative tra Atene ed Eurozona - di Danilo Taino, corrispondente da Berlino

 

Tra venerdì e ieri, le trattative tra il governo greco e i ministri finanziari dell’eurozona hanno avuto un cambiamento di passo. Per il peggio. Invece di avvicinarsi, le posizioni sembrano allontanarsi. È difficile, dalle dichiarazioni ufficiali, separare nettamente le convinzioni dalle affermazioni fatte per posizionarsi meglio nel negoziato. E questo vale anche per quel che ha detto il politico tedesco più potente dopo Angela Merkel, il ministro Wolfgang Schäuble, il quale ha lasciato intendere che Berlino prepara il famoso piano B: un cordone di sicurezza attorno a un possibile default di Atene, prima ancora che una rete di sicurezza per l’uscita della Grecia dall’euro.

Schäuble ha evocato la riunificazione tedesca del 1990, per dire come allora lui e Helmut Kohl tennero le loro carte ben coperte fino all’ultimo, prima di fare annunci. Questa volta, però, è diverso: la scelta politica di lasciare andare la Grecia non è stata fatta, la cancelliera Merkel la accetterebbe solo se fosse inevitabile e l’intenzione venisse da Atene. E come lei praticamente tutti i governi europei. Il piano B a cui fa riferimento il ministro delle Finanze tedesco, dunque, sta nella preparazione di un piano nel caso Atene non riuscisse a pagare una rata del debito che ha con i creditori: il governo guidato da Syriza ha le casse pressoché vuote. Se questa rata fosse dovuta al Fondo monetario internazionale, resterebbe ai greci un mese di «grazia» per pagare (se la rata fosse della Bce è meno automatico cosa succederebbe). Da subito, però, dovrebbe essere pronto un piano di emergenza, che a Berlino e non solo è già in preparazione. Eventuale chiusura delle banche greche per evitare la corsa agli sportelli e introduzione di controlli sui movimenti di capitale. Anche l’eventualità dell’emissione di una forma di pagamento greca parallela all’euro, momentanea, per uso interno è presa in considerazione.

A quel punto tutto si drammatizzerebbe e il governo di Alexis Tsipras dovrebbe fare scelte di emergenza politica, oltre che finanziaria. Probabilmente ricorrerebbe a nuove elezioni o a un referendum. I greci dovrebbero scegliere tra Syriza e l’euro. CdS 26

 

 

 

 

Elezioni Comites. “La rappresentanza degli italiani all'estero ne è uscita perdente”

 

BERNA - Il 10 novembre scorso il Consiglio dei Ministri aveva approvato il decreto sul rinvio delle elezioni dei Comitati degli Italiani all'estero. “Si va ai tempi supplementari” aveva annunciato il Sottosegretario Giro in una nota stampa dell'11 novembre scorso. Dopo le operazioni di spoglio, che in alcuni Consolati sono state “laboriose” (per usare un eufemismo), terminate nella notte di domenica 19 aprile, la partita delle elezioni dei Comitati degli italiani all'estero è finalmente terminata! Il risultato?

La rappresentanza degli italiani all'estero ne è uscita perdente. Davvero non riesco a capire perché ci si ostini a parlare di grande successo. Ma quale successo? Come vogliamo chiamarlo il risultato finale se non un vero e proprio fallimento? Di base sono ottimista, ma questa volta non riesco a non pensare che l'esito di questa tornata elettorale ha decretato, probabilmente, la fine dei Comitati degli italiani all'estero per dare inizio ad un “torneo”, ancora più importante, che riguarda l'abolizione della Circoscrizione estero.

Se si pensa al ruolo dei Comites, organi elettivi che rappresentano le esigenze dei cittadini italiani residenti all'estero per individuare le necessità di natura sociale, culturale e civile della collettività italiana, possiamo dire che il risultato è, a dir poco, imbarazzante? Su 3.747.341 aventi diritto al voto si sono espressi soltanto in 243.162 (pari al 6,5%). Il lungo “torneo politico”, con le sue divisioni interne e le polemiche tra i parlamentari, specialmente quelli eletti all'estero, che hanno preceduto questa tornata elettorale, non hanno certo contribuito a motivare e stimolare la partecipazione al voto dei connazionali.

Tra una “partita” e l'altra, quello che avrebbe dovuto essere il compito ed il fine del Governo e del Parlamento, e cioè una vera riforma dei Comites, è caduto nel dimenticatoio dando vita ad una disputa tutta interna sulle date per l'indizione delle elezioni, sulle modalità di voto e sui rinvii che a nulla sono serviti se non a peggiorare ulteriormente la già critica situazione. Nemmeno l'ultimo rinvio è servito a molto, anzi, visto il risultato, direi che ha demotivato ulteriormente coloro che si erano iscritti all'Albo degli elettori, ai quali, dopo ben sei mesi di attesa, sarà passata la voglia di votare o se ne sono completamente dimenticati. In questo scenario si sono aperte le elezioni con, in aggiunta, una nuova normativa che ha complicato ulteriormente le operazioni di voto.

Nonostante il molto lavoro e la molta generosità sociale che i membri ed i presidenti dei Comites hanno speso in questi anni sul territorio, la maggior parte degli italiani li ignorava e continuerà ad ignorarli. I pochi restanti, invece, si sono posti e continueranno a porsi la fatidica domanda: a cosa servono? Ci si è ostinati a far finta di non capire che dal lontano 2004 ad oggi le cose sono cambiate, che la vecchia generazione guarda sempre meno all’Italia, che le nuove ondate migratorie, con un alto livello di scolarizzazione e più consapevoli, hanno nuove esigenze, non hanno grossi problemi ad integrarsi, hanno mezzi di comunicazione veloci e moderni e che una legge basata sui valori dell'associazionismo non li interessa affatto: ed ecco il risultato!

E, come se tutto ciò non bastasse, in alcune circoscrizioni, cito quella di Zurigo, visto che la conosco bene, dove vi erano più liste, ci hanno pensato alcuni degli stessi candidati a peggiorare ulteriormente le cose improntando la loro campagna elettorale sulla denigrazione, la calunnia, la disinformazione sistematica e le provocazioni nei confronti di alcuni membri uscenti. Gli attacchi denigratori e privi di contenuti nei confronti degli “avversari” hanno portato unicamente a stizzire ulteriormente l'opinione pubblica: su 7009 iscritti hanno votato soltanto 4480 elettori. Alcuni candidati di queste liste “sfascite” sono stati eletti ed ora fanno parte di quel Comites che vede, loro malgrado, riconfermate quelle persone che a gran voce e pubblicamente avevano accusato di scorrettezza, di opportunismo e di malversazioni con i quali, ora, dovranno confrontarsi; il tempo ci dirà se loro sapranno fare meglio dei loro predecessori!

In conclusione, penso che le cause della scarsa partecipazione non vanno ricercate soltanto nelle “partite” mal giocate. Va fatta una seria analisi sul profondo cambiamento che nel corso degli anni ha avuto il flusso migratorio. Le comunità di italiani all’estero, oggi, sono espressione di nuovi bisogni e nuove prospettive alle quali occorre adeguarsi. Sarebbe dunque giunta l'ora (se non è già troppo tardi!), soprattutto guardando al risultato di questa “partita”, sedersi intorno ad un tavolo e, con grande serietà, aggiornare la visione delle politiche per gli italiani all'estero abbandonando ogni tipo di interesse di parte per trovare nuove forme di rappresentanza che siano davvero utili ai connazionali.

Maria Bernasconi, Presidente Pd Svizzera 

 

 

 

 

Alessio Tacconi, deputato eletto nella ripartizione Europa, aderisce al gruppo Pd

 

“Una scelta che deriva dal mandato che mi hanno conferito gli elettori di rappresentare le loro istanze di cittadini italiani residenti all’estero”

 

ROMA – Alessio Tacconi, deputato eletto nella ripartizione Europa con il Movimento 5 Stelle e poi passato al gruppo Misto, ha annunciato nel corso di una conferenza stampa la sua adesione al gruppo del Partito democratico.

Una scelta effettuata rivendicandone la coerenza, “che deriva – ha detto Tacconi - dal mandato che mi hanno conferito gli elettori di rappresentare le loro istanze di cittadini italiani residenti all’estero, temi – sottolinea - purtroppo estranei al Movimento e che invece trovano ascolto ed appoggio nei miei interlocutori del Pd”. “Sono queste esigenze di rappresentanza e di obbligo morale verso i miei elettori – rileva - che hanno dettato le ragioni della mia scelta”.

Tacconi ribadisce la scarsa considerazione data dal Movimento 5 Stelle alle istanze dei connazionali residenti all’estero, carenza testimoniata a suo avviso da varie iniziative come ad esempio il tentativo “di abrogazione dei Comites” e “della circoscrizione Estero in occasione del recente passaggio alla Camera dei Deputati della riforma costituzionale”, soluzione che avrebbe privato “gli italiani all’estero dei propri rappresentanti in Parlamento”.

Sul fronte opposto riconosce come “l’attuale maggioranza e l’attuale governo abbiano dimostrato attenzione verso le nostro comunità, nonostante i tagli nel budget che il Maeci ha dovuto operare per le note esigenze di spending review”, attenzione testimoniata in primis dalla “difesa della circoscrizione Estero e quindi della possibilità per gli italiani all’estero di eleggere i propri rappresentanti”, dall’introduzione dell’esenzione del pagamento dell’Imu sulla prima casa per i pensionati italiani residenti all’estero, dall’indizione di nuove elezioni per i Comites e dalla riduzione del taglio ai contributi dei patronati.

“Tutto il mio percorso politico è stato guidato dalla volontà di contribuire al processo riformatore del Paese e, nello specifico, di promuovere e difendere gli interessi degli italiani all’estero – sottolinea Tacconi, sostenendo di essere certo che la sua scelta di aderire oggi al Pd, avvenuta “dopo un lungo periodo di analisi del panorama politico italiano e un progressivo avvicinamento”, rispetti “le aspettative di chi mi ha votato”. “In questo modo – prosegue Tacconi - ho scelto di prendermi la responsabilità di contribuire personalmente al processo riformatore della politica e della società italiana, mantenendo sempre vivo l’impegno verso le comunità italiane all’estero. Questo, di fatto, è quello che mi è stato chiesto dagli elettori nel momento della mia elezione – conclude Tacconi - e che, in questi due anni, hanno continuato a chiedermi tutte le persone, giovani e meno giovani, con cui ho avuto la fortuna di potermi confrontare nei frequenti incontri in tutta Europa”.

Benvenuto e auguri   di buon lavoro dei deputati Pd della circoscrizione Estero ad Alessio Tacconi.  “ Gli diamo il benvenuto ed esprimiamo la nostra sincera soddisfazione per il fatto che un collega serio ed impegnato come Tacconi, con il quale in numerose occasioni abbiamo condiviso posizioni politiche ed iniziative, da oggi partecipi a pieno titolo alla vita del nostro Gruppo parlamentare e si confronti direttamente con noi per proporre e sostenere soluzioni a favore delle comunità italiane nel mondo” , sottolineano in una nota i deputati Pd della circoscrizione Estero Gianni Farina, Marco Fedi, Laura Garavini, Francesca La Marca e Fabio   Porta.

La nota prosegue: “L’adesione del collega Tacconi al Gruppo Pd è un positivo segnale che ci sembra giusto sottolineare. Lo è sotto un profilo generale perché, pur tra mille e persistenti difficoltà, dimostra che se si esce dalle ridotte dello sterile propagandismo pregiudiziale è possibile individuare nel Partito Democratico, pur tra non poche difficoltà, una guida credibile per il superamento della difficile transizione che il Paese attraversa e per la realizzazione di un Paese più sano, più efficiente e più autorevole a livello internazionale.

È, inoltre, un positivo per il mondo degli italiani all’estero perché da il senso del superamento di una nociva frammentazione politica e di personalismi che lasciano il tempo che trovano, creando solo distacco e delusione. È tempo di aggregare le forze e lasciarsi alle spalle meccaniche contrapposizioni e opportunismi personali. Per questo ringraziamo il collega e amico Alessio Tacconi e gli auguriamo buon lavoro nella sua nuova e nostra casa politica e parlamentare”, concludono Farina, Fedi, Garavini, La Marca e Porta. (Inform/dip 13)

 

 

 

 

 

Un settimanale per tutti

 

Il Webgiornale si avvia al suo sedicesimo anno di vita. E’ nato, infatti, nel novembre del 1999. S’è dimostrato un settimanale internazionale completo con Lettori che ne seguono i contenuti. La varietà dei suoi articoli consente di trovare occasioni d’interesse per tutti.

 

 Noi siamo per un’informazione disgiunta da contenuti politici di parte che, di fatto, non andrebbero a modificare il senso dell’evento che ha destato il nostro interesse o, meglio, quello della Redazione. Lasciamo a chi ci segue l’opportunità di farsi un’idea; mai subordinata alla nostra.

 

 Fare dei “distinguo”, con i tempi nei quali viviamo, può apparire difficile. Lo sappiamo. Eppure, portiamo avanti le nostre tesi senza privilegi di parte. La cronaca è cronaca. In politica, abbiamo mantenuto, da subito, una posizione che non è stata, volutamente, “partigiana”. Siamo liberi pensatori e così intendiamo rimanere.

 

 Le notizie, perciò, sono da interpretare da parte dei Lettori. A noi preme solo renderle pubbliche. Siamo, però, sempre disponibili ad accogliere le opinioni di chi le legge. Anche i suggerimenti, se non le critiche, sono preziosi e sono una prova d’essere, in qualche modo, seguiti. Abbiamo cominciato in questo modo e desideriamo continuare.

 

I prossimi mesi saranno importanti per il varo di una nuova realtà nazionale. Il concetto d’informazione, ” svincolata” da particolari prese di posizione “pro" o “contro”, resta un nostro primario intendimento. Non per caso, abbiamo fatto una scelta. Riportare note e riflessioni è anche un impegno per rammentarci di rimanere sempre noi stessi.

 

 Se è credibile che far politica significa interessarsi ai problemi degli altri, preferiamo portare alla ribalta i problemi della gente, dei nostri Lettori; lasciando i tentativi d’analisi a chi della politica ha fatto una professione. Per quanto ci riguarda, tenteremo di fare ancora meglio. Già da ora, però, riconosciamo la lungimiranza del nostro Direttore che ci ha consentito di mantenere la stessa rotta che seguiamo, da trentotto anni, sul “Corriere d’Italia”.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Migrazioni: il naufragio dell'Europa. Subito "Mare Nostrum" europea     

 

Roma – “Per una nuova tragedia di così vaste proporzioni valgono le dure parole pronunciate dal Capo dello Stato Mattarella nella sua visita al Papa sul dramma dei profughi che tentano di approdare sulle nostre coste. Con quelle vite spezzate ‘si compromette la dignità della comunità internazionale’”. Ad affermarlo è stato il presidente delle Acli, Gianni Bottalico, dopo il naufragio di ieri. In particolare “insieme a questi nostri circa 700 fratelli e sorelle periti la notte scorsa nelle acque del Canale di Sicilia – aggiunge - c'è il naufragio anche dell'Europa che è doppiamente colpevole: primo per non aver assunto il programma Mare Nostrum a livello di Unione Europea, come da noi chiesto alla scadenza di questo programma. E secondo: per non aver agito con fermezza e chiarezza nel combattere la destabilizzazione di vaste zone dell'Africa, a cominciare dalla Libia, e del Medio Oriente”. “Non aspettiamo – conclude il presidente delle Acli - che sia il resto del mondo a giudicarci, l'Europa riconosca i suoi gravi errori, avvii immediatamente un programma europeo di soccorso per i migranti nel Mediterraneo e si dimostri ferma, autonoma ed inflessibile verso quegli stati che fomentano la destabilizzazione e che nella lotta al terrorismo non appaiono privi di ambiguità, perché tragedie come questa non abbiano mai più a ripetersi”.

"Serve iniziativa umanitaria straordinaria"     

“Ci troviamo davanti a una tragedia immane che deve scuotere la comunità internazionale e richiama all'impegno i Paesi dell'Unione Europea”. Lo ha detto il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella dopo il naufragio a 60 miglia dalle coste libiche con centinaia di migranti morti. Il Capo dello Stato ringrazia e “rivolge pubblicamente un elogio” alle donne e agli uomini dei corpi militari italiani e a tutti i soccorritori che “si stanno prodigando, in acque internazionali, con generosa disponibilità e grande professionalità”.

“Non si può assistere – ha poi aggiunto -   senza reagire all'indegna tratta di esseri umani di cui sono vittime i profughi spesso condotti a morire in mare dai trafficanti assassini. La morte di centinaia di profughi manifesta la totale insufficienza delle iniziative assunte fin qui dalla comunità internazionale rispetto alla conseguenze delle guerre, delle persecuzioni, delle carestie che flagellano tanta parte dell'Africa e del Medio Oriente”. Il governo italiano – ha sottolineato - sta compiendo, con “tempestività, passi importanti a livello europeo e internazionale. Occorre una iniziativa umanitaria straordinaria che coinvolga, oltre all'Unione Europea, gli organismi internazionali e le agenzie dell'ONU per politiche che affrontino l'emergenza sin dai Paesi di origine. Mi auguro – ha concluso Mattarella - che la sensibilità ai diritti umani prevalga sull'indifferenza che spesso sconfina nel cinismo”. 

Non ci sono parole     

La Presidenza nazionale dell’Azione Cattolica Italiana esprime “profondo dolore” per la tragedia avvenuta nel Canale di Sicilia. “In queste ore di grande tristezza, l’associazione tutta si stringe in preghiera per affidare al Padre il destino terribile di questi nostri fratelli, le speranze frustrate, l’angoscia delle famiglie”, si legge in una nota: “non ci sono parole davanti alla sciagura che ha colpito centinaia di migranti. Ma ormai le parole sono finite da tempo. Questo disastro, dalle proporzioni tanto drammatiche, è solo l’ultimo di un elenco senza fine che non può non suscitare vergogna e indignazione. Ogni vita umana ha un valore irripetibile, e ogni vita spezzata tra le acque del Mediterraneo scuote noi, cittadini europei, come il monito di Dio a Caino: ‘Dov’è tuo fratello?’”. I socie di Azione Cattolica desiderano “fare proprio” l’appello di Papa Francesco, affinché “la comunità internazionale possa intervenire con decisione e prontezza. In modo particolare rivolgiamo un pensiero – si legge ancora nella nota - ai governanti della nostra Europa: possa cadere ogni forma di resistenza, e siano adottate senza indugio le misure necessarie a prevenire che simili disastri possano ripetersi”. L’AC ricorda la nota “Insieme in Europa”, emanata dal Consiglio Nazionale dell’associazione in occasione delle Elezioni europee, nella quale è tempo di rilanciare il sogno europeo: un sogno fatto di “pace, solidarietà, promozione dei diritti fondamentali, creazione di un benessere diffuso, valorizzazione delle specificità nazionali in un quadro continentale, aperture al mondo”. Quel sogno “non può realizzarsi, se ci dimostriamo insensibili al dramma dei fratelli più bisognosi che bussano alle porte del nostro Continente. Significherebbe farci complici di chi li spinge ad andare incontro alla morte per cercare una vita migliore”.

Ancora dichiarazioni scontate e inconcludenti     

“Ancora una tragedia del mare, forse la più grave, per centinaia di migranti, per le loro famiglie e per tutti noi! È difficile unirsi alle innumerevoli dichiarazioni emesse in queste ore da personalità e organismi nazionali e internazionali le quali hanno la responsabilità di intervenire e di garantire la sicurezza di chi fugge dalla guerra e violenza. Queste morti sono, infatti, il risultato di politiche internazionali sbagliate e finché non si affronteranno i problemi economici e politici di tutta l'Africa continueremo ad assistere a queste tragedie e a scandalizzarci quando succedono”. Questo il commento di p. Gianni Borin, superiore della Regione Europea e Africana dei padri Scalabriniani che, accennando alle cause prime di questi eventi, aggiunge: “Il chiasso del ‘senno di poi’ sembra voler zittire il grido di una tragedia annunciata; è un vicolo cieco d’interessi di parte, di affermazioni populistiche, del grave squilibrio economico mondiale che continua a non turbare le coscienze dei più ricchi”.

Gli fa eco P. Gabriele Bentoglio, sotto-segretario del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, che ribadisce sull’Osservatore Romano l’impegno della Chiesa “impegnata da sempre sul versante dell’accoglienza di migranti e profughi, soprattutto per favorire il migliore inserimento degli stranieri nelle comunità di arrivo, anche contrastando gli stereotipi e i pregiudizi negativi. Crediamo che l’accoglienza sia un dovere di tutti, un elemento essenziale per costruire una società più giusta, un Paese più solidale. Accogliere significa aiutare, rispettare, amare chi cerca protezione. Per questo è importante vigilare affinché l’elemento umano dell’ospitalità non sia mai oscurato da interessi economici e privati”.

Come “missionari” al fianco dei migranti gli Scalabrini dicono   “Basta!”: “Non ci si può più tappare le orecchie di fronte al grido di milioni di ‘sorelle e fratelli. Siamo una sola famiglia, dalle coste del Mediterraneo a quelli che superficialmente consideriamo ‘estremi confini del pianeta! Chiediamo ai migranti e ai rifugiati già presenti tra noi di essere ‘mediatori culturali’ di una nuova fraternità e scoprire, forse, con stupore una nuova Paternità”. MO, de.it.press 20

 

 

 

 

 

Immigrazione. Lasciamo in pace l’Unione Europea

 

BRUXELLES - “La tragedia di domenica nelle acque libiche, che è solo l’ultima di una terribile serie, porta con se, come sempre, le proteste verso un’Unione europea che non fa abbastanza. Anzi, si può dire che fa praticamente niente”. Inizia così l’editoriale che Lorenzo Robustelli ha scritto per “Eunews”, quotidiano online che dirige a Bruxelles.

“Però è anche ora di smetterla di gridare alla luna, di dire che le colpe sono tutte “lassù” a Bruxelles, dove cinici funzionari e grigi commissari si limitano a qualche comunicato stampa di condoglianze ma non agiscono. La verità è che “Bruxelles”, questa volta come tante altre nelle quali governi per primi la accusano, non ha colpe. Non è che non ne ha perché ha fatto tutto il necessario e l’evento invece è catastrofico, non ne ha perché non ha i poteri per intervenire. Se facesse di più, ad esempio inviando sua sponte altre navi oltre a quelle dispiegate ora in un’operazione obiettivamente di scarso successo, violerebbe il suo mandato, si esporrebbe a ricorsi degli Stati. Forse, più semplicemente si può dire che non ha modo di fare altro.

La Ue ha le mani legate perché così hanno deciso gli Stati. Le responsabilità delle tragedie, che l’Italia, i suoi operatori professionali, i suoi volontari, i cittadini coinvolti, stanno affrontando in maniera eroica, ha nomi e cognomi precisi, e sono quelli dei capi degli Stati e dei governi dell’Europa del Nord (in particolare) che semplicemente girano la testa dall’altra parte e non intervengono in quella che non è una tragedia locale, ma bensì umanitaria di proporzioni per lo meno continentali.

È vero, ci sono le regole di “Dublino III” il regolamento Ue che accoglie l’accordo fra gli Stati in base al quale, in estrema sintesi, i richiedenti asilo devono avanzare le loro richieste nel primo paese dove giungono. E’ vero anche che l’Italia in realtà accoglie molti meno richiedenti di altri Stati Ue, anche più piccoli. Questa è una responsabilità dell’Italia, senza dubbio.

Nel caso dei migranti che arrivano sui barconi è giusto difendersi dietro alle regole della richiesta di asilo? Quei neonati che nascono nei barconi o nelle navi che li soccorrono sono tecnicamente dei richiedenti asilo o piuttosto essere umani che hanno bisogno di protezione, qualunque sia il motivo per cui conoscono questo mondo duro e ingiusto in quei luoghi? E come loro le loro mamme, i loro papà, i compagni di viaggio.

I problemi delle migrazioni, dei loro perché, di come contenerle, sono a monte. Fanno parte della questione, ovviamente, vanno risolti, ovviamente, ma sono a monte. A mare ci sono vite da salvare ed è dovere di tutti farlo. Confusamente, senza forse molta convinzione, il ministro degli Interni Angelino Alfano tempo fa tentò di sostenere che la questione riguarda l’Onu, che le tragedie del mare, in queste dimensioni, non sono questioni locali. Aveva ragione, ma la questione è morta lì. Come migliaia di migranti.

È dunque il momento che dato che i barconi navigano in mari europei, dato che è evidente che l’Italia non ha i mezzi per garantire l’assistenza, possibilmente la sopravvivenza, di tutte queste persone, i partner europei mettano in pratica quella “solidarietà” sbandierata in trattati e parole e aiutino non l’Italia, ma quelle persone, quei disperati a non morire. Li aiutino in mare, li aiutino poi in terra accogliendone (e anche Dublino III lo permette) o aiutando concretamente ad accogliere. Li aiutino lavorando a eradicare le ragioni per le quali sono costretti a tentare questi viaggi che spesso sono senza speranza (basta con l’ipocrisia di chiamarli invece “viaggi della speranza”).

Vorrei sentire Matteo Renzi dire che il premier finlandese, o quello olandese, o la cancelliera tedesca devono mettere mano al portafogli e aiutare a salvare queste persone. E vorrei anche sentirlo dire che è ora di missioni congiunte, magari coordinate da Federica Mogherini, negli Stati di provenienza e transito per fare quello che si deve per non dare più a queste persone il disperato bisogno dio fuggire lontano”. (aise 20) 

 

 

 

 

 

Terremoto in Nepal. "Si scava con le mani tra le macerie. Ora il mondo ci aiuti..."

 

La testimonianza di padre Pius Perimana, vicario per il Nepal e direttore Caritas: "L’aeroporto internazionale Tribhuvan è rimasto danneggiato ma è stato riaperto per consentire l’arrivo dei soccorsi. Dall’India il governo ha inviato i primi aiuti". E ancora: "In queste ore con molti fedeli stiamo cercando di organizzarci per prestare i primi aiuti e portare tende e generi di prima necessità nelle zone più colpite" – di Daniele Rocchi

 

“Si scava con le mani tra le macerie per salvare la vita a chi è rimasto intrappolato e recuperare i dispersi. I soccorsi sono difficili perché molte strade sono interrotte. La torre Dharahara, uno dei simboli di Kathmandu, patrimonio Unesco, è crollata. Sotto sarebbero rimaste oltre 200 persone, molte delle quali potrebbero essere morte. Si parla di almeno tremila vittime e per i feriti è impossibile fare una stima”. Dalla capitale del Nepal, colpito oggi da un violento terremoto di magnitudo 7.9, con epicentro a metà strada tra Kathmandu e la città di Pokhara, a parlare è padre Pius Perimana, vicario delegato per il Nepal e direttore della Caritas locale, raggiunto telefonicamente dal Sir.

 

“Al momento, qui nella capitale, non abbiamo energia elettrica e linee telefoniche sono interrotte anche se si cerca di ristabilire i contatti così da favorire le comunicazioni. La situazione è grave e in queste ore non è possibile fare stime sui danni e sulle vittime. Le strade sono interrotte e molte case e palazzi, spesso fatiscenti, sono crollati sotto le scosse di un sisma che si è rivelato molto forte e che è stato avvertito fino a New Delhi, in India. Ci sono vittime in mezzo alle strade”.

 

Questo rallenta l’arrivo dei soccorsi…

“Certamente, e come dicevo poco fa, molti stanno scavando con le mani e con attrezzi di fortuna per tirare fuori le persone che sono rimaste sotto. L’aeroporto internazionale Tribhuvan di Kathmandu è rimasto danneggiato ma è stato riaperto per consentire l’arrivo dei soccorsi. Dall’India il governo ha inviato i primi aiuti. Ne aspettiamo altri nelle prossime ore. Fra due giorni avremo qui 10 persone del Catholic Relief service, l’organizzazione umanitaria della Conferenza episcopale degli Usa, ed è operativa una squadra di volontari australiani che era già qui per progetti di cooperazione con la popolazione locale”.

 

La popolazione come sta reagendo?

“Grazie al cielo il terremoto si è verificato di giorno e durante una festività, cogliendo quindi molte delle persone all’aperto. Nella capitale i negozi sono chiusi, non è possibile acquistare nulla, almeno adesso, e questo aggrava la situazione in vista della notte. Le previsioni mettono pioggia e la gente si è riversata nelle strade e per la paura non vuole rientrare nelle abitazioni che sono rimaste in piedi. Gli ospedali stanno cercando di fronteggiare l’emergenza feriti che arrivano in continuazione ma che non vogliono essere ricoverati all’interno sempre per paura di nuove scosse. Per questo affollano le zone esterne dei nosocomi in attesa di essere curati. Molte persone, soprattutto vecchi e bambini sono scioccati da quanto accaduto”.

 

Ha avuto modo di verificare anche le condizioni dei suoi fedeli?

“Da quel che so, ma non è facile avere conferme, ci sono feriti, anche gravi. In queste ore con molti fedeli stiamo cercando di organizzarci per prestare i primi aiuti e portare tende e generi di prima necessità nelle zone più colpite. La chiesa è stata colpita così anche un convento vicino. Sappiamo che la Caritas italiana si è già mossa per portare i primi soccorsi e domani, comunicazioni permettendo, cercheremo di fare il punto con Caritas Internationalis. I danni del sisma vanno anche oltre la distruzione delle case e delle strutture”.

 

Che intende dire?

“Che il terremoto è arrivato in un periodo favorevole per il turismo, questa è la stagione del trekking e delle camminate in montagna, una grande fonte di reddito per molta parte della popolazione. Ora la stagione rischia seriamente di saltare con forti danni all’economia. Confidiamo negli aiuti internazionali per rialzarci quanto prima. Adesso la priorità è salvare le persone e dare un rifugio e beni di prima necessità a coloro - e sono tanti - che hanno perso la loro casa. Ora serve l’aiuto e la solidarietà del mondo”. Sir 25

 

 

 

Politica di difesa. Francia e Italia a confronto

 

Francia e Italia si trovano in una fase di divergenza per quanto riguarda le rispettive politiche di difesa, dopo anni di evoluzioni parallele e collaborazione. Ne discute il prossimo 14 aprile un seminario organizzato dallo IAI a Roma nell’ambito del Forum Strategico Francia-Italia.

 

Parallelismi e divergenze tra Parigi e Roma

Dagli anni ‘80 agli anni 2000, entrambi i Paesi sono stati caratterizzati dalla professionalizzazione delle Forze Armate e da un importante impegno in missioni internazionali all’estero.

 

Abbiamo potuto quindi osservare un’evoluzione parallela e spesso congiunta dello strumento militare e del suo uso. L’intervento del 2006 in Libano (Unifil II) rappresenta in un certo senso l’apice di questo paradigma comune, con un forte impegno militare e politico-diplomatico dei due Paesi nel quadro della stessa missione Onu.

 

Dal 2010 in poi possiamo invece osservare alcune divergenze. Da un lato la Francia ha proseguito ad utilizzare lo strumento militare anche per missioni di combattimento, sia all’interno di coalizioni sia su iniziative sostanzialmente nazionali (Libia, Repubblica centrafricana, Mali, Ciad, Iraq).

 

Dall’altro l’Italia si è mostrata molto più prudente nel suo coinvolgimento quando un intervento militare multinazionale era considerato non prioritario per la propria politica estera, ad esempio nell’Africa sub sahariana, o addirittura dannoso per gli interessi nazionali, come nel caso del 2011 in Libia.

 

A ciò corrispondono due trend differenti nella politica interna: da un lato la forte continuità della politica di difesa francese con una tendenza intervenzionista dei presidenti Jacques Chirac, Nicolas Sarkozy e Francois Hollande; dall’altro, in Italia, dal 2010 in poi l’indebolimento del centro-destra e la successione di governi di coalizione che hanno espresso - finora - tendenze nettamente meno interventiste che nel passato.

 

Il dibattito sulle spese militari, e in modo specifico sul programma F-35, ha illustrato nel 2013 e 2014 questa pressione sulla difesa italiana per ridurre gli impegni in un contesto di crisi economica.

 

Charlie Hebdo e Libro Bianco

Oggi i due Paesi si trovano ad un punto importante. Nel recente incontro bilaterale di Caen tra i ministri di esteri e difesa, Francia e Italia hanno riaffermato una comune volontà di trattare il problema della sicurezza nel Mediterraneo, anche visto l’evolversi della situazione in Libia e in Tunisia.

 

Gli attacchi terroristici del gennaio 2015 a Parigi hanno provocato una presa di coscienza in Francia della gravità della minaccia, e un rafforzamento dei dispositivi militari per la tutela della sicurezza interna.

 

Non a caso il governo ha scelto di tornare sui suoi passi rispetto ai tagli previsti alle risorse per fronteggiare le esigenze di sicurezza esterne e interne.

 

Dal lato italiano, l’elaborazione del Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa rappresenta un’occasione importante per riaffermare le priorità strategiche dell’Italia e definire le linee guida per l’adeguamento dello strumento militare.

 

Va tenuto poi in considerazione un’ulteriore fattore che rappresenta un handicap per l’Italia. La difesa si trova alle prese con una difficile riforma del personale per recuperare margini finanziari e di efficienza. La Francia non ha lo stesso problema, o per lo meno non nella stessa misura.

 

Questo però crea una discrepanza nella disponibilità delle forze: se entrambi i Paesi debbono muoversi in un quadro finanziario logorato dalla crisi, l’Italia deve superare l’ulteriore ostacolo di una spesa per la difesa completamente sbilanciata dal lato del personale, e quindi inefficiente.

 

Nel 2012 la legge Di Paola ha iniziato ad affrontare questo problema, ma manca ancora la sua piena attuazione. Si tratta di un problema grave perché, anche aldilà della volontà politica di uso o meno della forza militare in una determinata circostanza, limita fortemente le opzioni militari italiane, anche nella collaborazione bilaterale.

 

Le possibilità di cooperazione industriale

Anche in campo industriale si può costatare una relativa continuità dei programmi di cooperazione bilaterale, ma con delle criticità importanti. Esiste un quadro di cooperazione sia per quanto riguarda i programmi Ue (in particolare Horizon 2020) sia per quanto riguarda alcune industrie della difesa (Mbda, Space Alliance Tas).

 

Vi sono anche possibili ambiti di cooperazione da attivare ora in chiave futura, quali osservazione e telecomunicazioni spaziali, velivoli a pilotaggio remoto (Remotely Piloted Aircraft Systems, Rpas) armati e non. Tuttavia, non sono stati lanciati nuovi programmi significativi a livello bilaterale né multilaterale, che potrebbero anche portare ad un maggiore sforzo a livello europeo.

 

La questione del futuro Rpas europeo da combattimento rimane infatti aperta: la firma nel 2014 di un accordo franco-britannico per uno studio al riguardo prolunga la logica del trattato di Lancaster House, ovvero di un rapporto privilegiato fra Francia e Regno Unito per programmi futuri che coinvolgano le rispettive industrie delle difesa. Una cooperazione che viene percepita a Roma come un’esclusione di altri partner europei a partire dall’Italia.

 

In un contesto europeo dove cambiano le politiche di difesa, con un Regno Unito in relativa frenata, mentre la Germania sembra voler tornare ad investire, la Francia si configura come un perno essenziale per il futuro della difesa europea. Anche il rapporto fra Francia e Italia rappresenta un tassello importante che potrebbe portare a maggiori collaborazioni e sinergie.

Jean-Pierre Darnis e Alessandro Marrone, AffInt 13

 

 

 

                                                                          

Hillary Clinton ci riprova                                                                                                                                               

 

Sette anni dopo, volgendo al termine istituzionale la presidenza Obama, con anticipo rispetto all’ inizio delle votazioni primarie che eleggeranno i candidati alla presidenza USA per 2016, Hillary Rodham Clinton si mette di nuovo in gara. Vuole, fortissimamente vuole, essere lei la prima donna ad arrivare alla Casa Bianca. Già nel 2008 partecipò alle primarie per la scelta del candidato del Partito Democratico, fu sconfitta da Barack Obama dopo una serrata competizione, non priva di forti punte polemiche. Ricordo che ci fu qualche lacrimuccia per le impreviste sconfitte in un paio di stati ma, dopo il ritiro, durante la Convention del partito tenuta ad agosto, fu proprio lei che, con acuta lungimiranza politica, riconobbe e propose la leadership di B. Obama per acclamazione anziché per votazione a scrutinio segreto.

Sappiamo come è andata. Il Presidente eletto ebbe la maggioranza nei due rami del parlamento solo nei primi due anni di mandato, nelle elezioni di mezzo termine del 2010 perse la maggioranza al Congresso. Poi fu rieletto, ma ebbe solo la maggioranza al senato, poi ha perso anche quella. Insomma, gli americani si sono fidati di lui solo in parte, si sono sentiti rappresentati da quest’uomo portatore di una sentita etica sociale, oratore brillante dotato di una straordinaria sintassi mentale e verbale, ma gli hanno tolto le maggioranze parlamentari necessarie a governare. Come volessero limitare la sua opera, hanno dato vita ad un periodo di laboriosi compromessi. In questa atmosfera Hillary Rodham Clinton si lancia nella competizione politica.

  Uno sguardo ai primi slogan ed alla comunicazione. Non sono particolarmente nuovi o brillanti, siamo all’appello per la mobilitazione dei militanti del partito e delle tifoserie femministe.  Da sottolineare che lei si presenta non con il proprio nome, ma con quello dell’illustre consorte, semplicemente lei è Hillary Clinton. Si presenta con un nome già usato che per molti è una garanzia, ricordiamo che la presidenza Clinton fu un periodo di crescita economica. Durante il primo quadriennio lei, in qualità di First Lady, si adoperò per garantire l’assicurazione malattie al maggior numero di americani possibile. Dovette desistere dai suoi propositi. Poi è arrivato Barack Obama con l’Affordable Healthcare Act che finora ha esteso a quindici milioni di americani l’assicurazione malattia. Legge combattutissima dai repubblicani, per loro il libero mercato è dogma e considerano quella legge un dannosissimo elemento di   socialismo statalista nell’economia americana. Niente stato nel libero mercato, neppure per quanto riguarda la salute.

Visto che una signora, moglie di ex-presidente, non più giovanissima, nonna da parecchio tempo, navigatissima in politica, vuole correre per la presidenza, ecco subito un altro nome notissimo in gara dall’altra parte, è Jeb Bush, figlio e fratello di presidenti.

 L’ America produce dinastie. Quella dei Bush è la dinastia dei petro-dollari del Texas, e trova la sua espressione politica nel Partito Repubblicano. La dinastia Clinton, peraltro ancora in fieri, invece, è più recente. Nacque negli anni ’60 sull’onda del movimento femminista e pacifista che dalla California si estese a tutti gli stati, e divenne una parte del Partito Democratico. Se vincesse lei, sarebbe una rivincita non solo di tutte le donne, ma anche della terza età. Gli ultra sessantenni non sono proprio da rottamare, vero Matteo?  Emanuela Medoro De.it.press 16

 

 

 

 

Immigrati, smantellata rete di trafficanti: oltre 20 arresti

 

Una vera e propria organizzazione criminale transnazionale di trafficanti di esseri umani è stata scoperta dalla polizia di Palermo che sta eseguendo dall’alba di oggi 24 fermi per associazione a delinquere e favoreggiamento di immigrazione e permanenza clandestina, aggravati dal carattere transnazionale del sodalizio malavitoso.

I provvedimenti dell’operazione ‘Glauco 2? sono stati emessi dalla Dda di Palermo. In carcere eritrei, etiopi, ivoriani e ghanesi accusati di avere favorito l’immigrazione illegale di migliaia di connazionali. Ma l’operazione è ancora in corso. Secondo gli investigatori la banda criminale organizzava il traffico di uomini tra l’Africa e l’Europa. Le indagini, partite dopo la strage di Lampedusa, in cui persero la vita 366 immigrati tra cui molti bambini e numerose donne, hanno permesso di ricostruire le attività dell’organizzazione criminale che avrebbe favorito, con notevoli profitti economici, l’immigrazione illegale di centinaia di migranti.

Secondo gli inquirenti tra i principali responsabili del traffico di essere umani ci sarebbero due uomini, Ghermay Ermias, etiope, e Redae Medhane Yehdego, eritreo. Ermias è latitante dal luglio 2014 quando nei suoi confronti fu emesso un provvedimento cautelare, esteso anche in campo internazionale, dopo il naufragio avvenuto il 3 ottobre 2013 davanti alle coste di Lampedusa. L’etiope è ritenuto dagli investigatori l’organizzatore e responsabile.

Ma ci sarebbe anche una vera e propria ‘cellula’ italiana che opera sul territorio nazionale, composta da eritrei che vivono nelle province di Palermo, Agrigento, Catania e Milano e che favorisono la permanenza illegale di migranti clandestini in Italia agevolandone poi l’espatrio illegale verso altri paesi Ue tra cui Norvegia, Germania, e Svezia. L’indagine ha svelato, inoltre, transazione di denaro, prevalentemente movimentato tramite canali illegali, per centinaia di migliaia di eur. A coordinare l’inchiesta è il Procuratore Francesco Lo Voi, insieme con l’aggiunto Maurizio Scalia e i pm Geri Ferrara e Claudio Camilleri. I particolari dell’operazione saranno forniti nel corso di una conferenza stampa in programma alle 11 al Palazzo di giustizia.

I due trafficanti, coinvolti nell’ambito dell’operazione della polizia di Palermo che ha smantellato un’organizzazione criminale transnazionale dedita al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, si sarebbero occupati della partenza dei clandestini dagli stati africani.

Entrambi, secondo quanto accertato dagli investigatori, sarebbero stati garanti della “rotta terrestre”, dei viaggi cioe’ che dai singoli stati africani di appartenenza, attraverso vari passaggi, portano i migranti in territorio libico, pronti ad imbarcarsi per l’Italia. Ermias Ghermay, cittadino etiope, e Medhane Yehdego Redae, cittadino eritreo, secondo una stima degli agenti della polizia di Stato, in occasione di ogni partenza di migranti, guadagnerebbero, mediamente, la somma di 80 mila dollari.

La caratura dei due personaggi, in tema di organizzazione di viaggi clandestini, emergerebbe anche, secondo quanto e’ emerso nel corso delle indagini della polizia di Palermo, dalle tante accortezze adottate per sfuggire ad eventuali controlli e catture, come quella di spegnere il cellulare, subito dopo la partenza di imbarcazioni dalla Libia, per evitare di essere intercettati.

Gli investigatori si sono imbattuti in un altro cittadino eritreo, che svolgerebbe un ruolo “omologo” sulle coste siciliane con il compito di contattare i migranti sbarcati in Sicilia ed organizzare il loro trasferimento fuori dai confini italiani, in direzione di altri paesi europei, naturalmente ottenendone somme di denaro, tra i 500 ei 1500 euro a persona.

Il costo del viaggio varia notevolmente, alla luce di diversi fattori, quali, ad esempio, la meta finale, il numero di soste, l’eventuale vitto e alloggio o, in alcuni casi, anche l’acquisto di vestiti e telefoni cellulari, il mezzo di trasporto utilizzato, e, infine, in relazione alla scelta del migrante di essere semplicemente accompagnato oltre il confine o esattamente sino alla destinazione finale.

La condizione per garantire l’effettiva partenza sarebbe il pagamento anticipato dell’intera somma, in nessun caso dilazionabile. Nel lasso di tempo necessario all’organizzazione del viaggio, i migranti, anche fino a 100 persone, verrebbero tenuti stipati in abitazioni anche di piccole dimensioni.

Le indagini della Polizia di Stato hanno accertato anche numerosi contatti “intercontinentali”, avvenuti tra i componenti dell’organizzazione, presenti sulle opposte rive del Mediterraneo, tramite programmi che usano protocolli Voip, come Skype, Whatsapp o Viber; cio’ al fine di rendere rendere piu’ difficile la captazione delle comunicazioni o conversazioni.

Attraverso una di queste intercettazioni i trafficanti non avrebbero esitato a raddoppiare il numero dei passeggeri da far salire sui barconi rispetto alla effettiva loro capienza, pur di incrementare i lucrosi introiti rendendo sempre piu’ rischiose le traversate.

Nel corso delle indagini sono emerse, inoltre, transazioni di denaro, prevalentemente movimentato tramite canali illegali, per centinaia di migliaia di euro. Il circuito illegale privilegiato per i trasferimenti di denaro e’ quello, cosiddetto “hawala”.

Esso e’ strutturato in modo semplice, fondandosi essenzialmente su un rapporto fiduciario al trasferimento di denaro e, naturalmente, consente di evitare la tracciabilita’ di circuiti bancari e finanziari leciti. I cittadini stranieri, spesso clandestini, hanno infatti necessita’ di inviare parte del denaro alla famiglia nel paese d’origine, senza ricorrere ai normali circuiti bancari che impongono procedure di identificazione.

La forza dell’organizzazione e’, inoltre, testimoniata da alcune intercettazioni dalle quali emerge come uno degli organizzatori sia stato in grado di fare scarcerare, a fronte di un compenso corruttivo versato a non meglio precisati personaggi libici, i migranti trattenuti in quel paese ed in attesa di imbarcarsi per l’Europa. SicInf 20

 

 

 

 

Politica con i piedi per terra

 

Le strategie di Renzi potrebbero ancora modificare il fronte delle alleanze parlamentari. Soprattutto se le stesse si dovessero reggere su l’applicazione di una nuova legge elettorale. Questo lo scriviamo da subito; proprio per evitare eccessivi errori. Del resto, i fatti hanno evidenziato lo scollamento delle alleanze alle quali c’eravamo assuefatti. Tutto ciò era prevedibile. Solo che i tempi sono stati più rapidi dei pronostici. Resta che il futuro degli italiani è ipotecato. Da come stanno andando le cose, questo Esecutivo non è la panacea di tutti i nostri mali peggiori. Era prevedibile, ma si è preferito andare oltre in modo irriflessivo. Mentre il quadro istituzionale continua il suo irreversibile logoramento, sul fronte politico c’è ancora tanta “nebbia” da non consentirci di ben vedere oltre i limiti del presente.

 

 Quello che è venuto a mancare, e se ne sono accorti tutti, è stato un polo di riferimento sul quale, con buona approssimazione, avrebbero potuto confluire tutti quegli elementi che non credono nel “bipolarismo”. Tra costoro, ci permettiamo d’inserire anche noi. Dati i tempi incerti, potrebbe altresì trovare spazio vitale un Partito nuovo capace di presentare un programma meglio articolato rispetto a quelli che ci vorrebbero propinare i “volponi” della politica nazionale. Basterebbe, almeno in prima battuta, riuscire a dar corpo ad un movimento d’opinione. Perché siamo convinti che solo con questa formulazione si possa favorire l’unione d’elementi che, pur avendo differenti matrici politiche, intendano offrire la loro esperienza per il bene dell’Italia e degli italiani.

 

 Sarebbe inutile proporre altri compromessi in un sistema allo sfascio. Riteniamo, invece, che il muoversi a piccoli passi sia l’unica via per la primaria tutela dei diritti del Popolo italiano. Le idee, almeno quelle per iniziare, non ci mancano. Siamo alla ricerca degli uomini disposti a condividere l’impegno per la presentazione di un programma operativo percorribile. Per questo motivo, pronti al dibattito e alla critica costruttiva, siamo convinti che questo quotidiano internazionale possa essere importante veicolo per offrire scambi d’idee e di contatti con tutti quelli che non hanno fatto della politica una missione “pro domo loro”. Del resto, il “bipolarismo” ha ampliato la voragine d’incomprensione tra i partiti in Parlamento.

 

 Se è vero che cambiare non è facile, riteniamo, in ogni caso, che non sia impossibile. Basta volerlo veramente. Quello che manca, a ben osservare, è l’originalità dei programmi. La difficoltà d’apparire dissomigliante dagli altri. Il 2016 potrebbe essere l’anno giusto per dare nuova linfa alla politica nazionale. Prima di tutto, però, si vari la nuova legge elettorale. Tornare alla politica della concretezza resta una via percorribile. Chi non intende intraprenderla si faccia da parte. Ogni indugio andrebbe ad ostacolare la voglia di riscatto.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

 

L’Expo interroga l’Europa. Senza diritto al cibo la pace è in pericolo

 

Riflettere su un tema "laico" come il diritto al cibo pone l'Unione europea al bivio tra la "europeizzazione" dell'indifferenza e la "europeizzazione" della solidarietà. Ed è a questo bivio che il percorso comunitario gioca il suo futuro. Quella solidarietà di fatto che nella "Dichiarazione Schuman" è scritta a caratteri cubitali

Paolo Bustaffa

 

Come sarà vissuta a Expo 2015 la “Festa dell’Europa” che si celebra il 9 maggio? Cosa dirà a un meeting mondiale questa giornata europea che, a 65 anni di distanza, intende essere memoria attiva della “Dichiarazione Schuman”? Come si inseriranno la memoria e il progetto nel susseguirsi di parole, immagini, suoni attorno al tema “Nutrire il Pianeta, energia per la vita”? Le domande richiamano le grandi visioni che nel 1950 furono riassunte da Robert Schuman nella dichiarazione che, ispirata anche da altri, fra cui Jean Monnet, porta il suo nome. Nel testo si legge questo pensiero: “La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionati ai pericoli che la minacciano”.

Tra i pericoli più gravi che incombono sulla pace, sulla vita umana, in molte aree del mondo - oggi come nell’immediato dopoguerra - c’è il venir meno del diritto al cibo. Un venir meno che si trasforma nei volti angosciati e spenti di oltre 800 milioni di persone aggredite dalla fame. Le cronache stanno raccontando di una parte di questo popolo di disperati scomparsa in fondo a un mare o coperta dalla sabbia di un deserto. Un’ombra si spinge dunque sull’Expo, che aprirà i battenti il 1° maggio a Milano, e sulla stessa Unione europea, quasi a richiamare a entrambe il dovere di non aggiungere all’acqua e alla sabbia che coprono tanti morti l’indifferenza e l’egoismo di Paesi benestanti. È confortante allora leggere che “Costruire il futuro dell’Europa insieme, per un mondo migliore”, è il tema scelto per l’Expo da una ventina di Paesi membri e dalle istituzioni Ue. Ed è altrettanto bello scoprire che lo spazio espositivo dell’Unione europea è collocato a pochi metri dall’Albero della vita, uno dei simboli di questa edizione dell’esposizione universale. Una scelta che è stata pensata e voluta riflettendo, in particolare, sulla parola “insieme”.

Ed è significativo che il grano e il pane siano il filo conduttore della narrazione europea. Con “The Golden Ear” (“La spiga d’oro”; www.europa.eu/expo2015), un cortometraggio d’animazione pensato per dare un’immagine innovativa dell’Europa, il Padiglione Ue raccoglierà la sfida lanciata da Expo Milano 2015 sulla nutrizione del Pianeta e aprirà il confronto sui temi dell’alimentazione e della sostenibilità ambientale.

Qui l’Europa non dovrà perdere l’occasione per ritrovare se stessa, per ripristinare nel mondo il suo ruolo di costruttrice di pace, di giustizia, di speranza. Un ruolo fortemente voluto dai “padri” della comunità europea ma spesso accantonato da coloro che hanno successivamente guidato i lavori di consolidamento e ampliamento della “casa comune”. Gli errori ci sono stati, vanno riconosciuti e corretti ma, prima che sia troppo tardi, occorre riprendere, aggiornandolo, il cammino europeo nella direzione indicata dai “padri” di ieri e di oggi.

L’Expo, nella grandezza e nei limiti di un’esposizione, potrà essere l’inizio di un risveglio della coscienza europea? La risposta verrà, ma il messaggio che già prende sostanza è quello di “essere” più Europa e non meno Europa. È un passo irrinunciabile per difendere e promuovere i diritti umani, compresi quelli della custodia dell’ambiente.

Potrà apparire un’attesa fuori dalle righe, ma un evento mondiale come quello di Milano può diventare un ponte perché l’Europa passi dall’inconsistenza della politica estera comunitaria all’assunzione di responsabilità politiche condivise di fronte a tragedie e sfide che non hanno frontiere.

Ecco allora che riflettere su un tema “laico” come il diritto al cibo pone l’Unione europea al bivio tra la “europeizzazione” dell’indifferenza e la “europeizzazione” della solidarietà. Ed è a questo bivio che il percorso comunitario gioca il suo futuro. Quella solidarietà di fatto che nella “Dichiarazione Schuman” è scritta a caratteri cubitali non può essere cancellata o lasciata alla retorica. L’Europa cesserebbe di vivere.

Ben vengano poi all’Expo le manifestazioni simpatiche e gradevoli delle tradizioni e delle innovazioni alimentari europee: una tavola imbandita è un segno semplice e bello di fraternità e condivisione. Purché sia una tavola lunga e larga come il mondo. Allora è urgente e necessario che un nuovo pensiero sociale e politico europeo prenda forma e sostanza sul diritto al cibo. Il mondo dei senza pane è attorno a quella tavola imbandita e chiede di non essere deluso e tradito proprio dalla cultura europea che da sempre e non a caso pone la dignità della persona in cima ai suoi pensieri, ai suoi progetti, ai suoi atti politici.

Sul rischio di perdere il valore immenso della persona, che non vive di solo pane, Papa Francesco ha richiamato l’anno scorso il Parlamento Ue e il Consiglio d’Europa. Risuonerà quel monito negli spazi di Expo, dal 1° maggio al 31 ottobre 2015? Sir 25

 

 

 

Non è possibile ignorare i principi fondativi dell’Humanitas e di un’etica solidale

 

L’INMP (Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti e il contrasto alle malattie della Povertà) esprime vicinanza e solidarietà per le vittime e i sopravvissuti all’ennesima tragedia nel Mediterraneo.

Il Direttore Generale dell’INMP, dott.ssa Concetta Mirisola, insieme a tutto l’Istituto, esprime profonda solidarietà per le vittime e i sopravvissuti alla nuova tragedia che in queste ore ha colpito centinaia di migranti nel canale di Sicilia.

Una partecipazione dettata dalla consapevolezza che, in quanto rappresentanti istituzionali, medici, ma soprattutto uomini e donne della società civile, non è possibile ignorare i principi fondativi dell’Humanitas e di un’etica solidale. Nel rispetto della persona, è necessario dare dunque risposte operative e immediate che vedano uniti tutti i soggetti a vario titolo coinvolti.

L’Istituto, vigilato dal Ministero della Salute, con i suoi ambulatori polispecialistici, è da sempre impegnato nell’assistenza socio-sanitaria alle persone migranti e alle fasce fragili della popolazione, attraverso un modello di accoglienza basato su un’équipe composta da medici, psicologi, antropologi e mediatori transculturali. Dal 2007 al 2014 ha preso in cura 75.239 persone, di cui il 69% di origine straniera, per un totale di 262.606 accessi. Non si tratta quindi di un intervento e di un’assistenza dettati dalla grave emergenza in corso, quanto di un impegno quotidiano che tutto l’INMP porta avanti con dedizione presso gli ambulatori di Roma e in collaborazione con le Regioni, le Aziende sanitarie e le associazioni del terzo settore, su tutto il territorio nazionale, con particolare attenzione alle aree coinvolte nell’emergenza sbarchi.

In un contesto internazionale segnato dall’acuirsi della crisi nell’area mediterranea, il fenomeno degli sbarchi ha assunto nell’ultimo anno i tratti di un’emergenza umanitaria: 170 mila persone arrivate via mare solo nel 2014, di cui oltre 26 mila minorenni (13 mila dei quali non accompagnati da un adulto). Al contrario di quanto comunemente si ritiene, la maggior parte di queste persone non vuole restare in Italia, lo dimostra la differenza tra il numero degli sbarchi e quello delle richieste di protezione internazionale: 63.041 sempre nel 2014. Più di 100 mila persone tra donne, uomini e minori hanno dunque attraversato il Paese diretti altrove. Nel periodo compreso tra il 18 giugno e il 6 novembre 2014 il personale sanitario dell’INMP, attraverso il suo ambulatorio mobile, insieme alla ASL RMB, alla Croce rossa e ad altre organizzazioni del privato sociale, ha infatti effettuato oltre 3.800 visite su migranti in transito nel nostro Paese, presso tre insediamenti spontanei nella periferia romana; persone che poi hanno proseguito il proprio percorso migratorio verso l’Europa.

A conferma che le persone migranti in arrivo sulle nostre coste, in fuga da situazioni di particolare gravità nei Paesi di provenienza, in cui vengono violati i diritti umani fondamentali, necessitano di sguardi inclusivi verso una più matura cultura dell’accoglienza. Per informazioni: www.inmp.it. dip

 

 

 

 

 

“Salvaguardare la vita nel Mediterraneo”

 

ROMA - “Gli sbarchi di questi giorni dicono quanto sia necessaria un’azione generale per l’accompagnamento delle persone che attraversano il Mediterraneo. Sempre più profughi fuggono a causa della guerra, del terrorismo e della sofferenza. A fronte di questa situazione bisogna fare in modo che il Mediterraneo sia presidiato non solo da forze italiane ma anche europee, nella logica della salvaguardia della vita”. E’ quanto dice oggi mons. Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, commentando le notizie di circa 6.000 persone soccorse in tre giorni nel Mediterraneo, con un barcone capovolto e già 9 cadaveri recuperati. “Questi ultimi fatti – commenta all’agenzia Sir - dimostrano la necessità di ripristinare l’operazione ‘Mare nostrum’, non semplicemente presidiando le frontiere. Triton sta facendo i salvataggi, ma non dimentichiamo che altri salvataggi sono avvenuti anche tramite altre navi, pescherecci e altre realtà. Questo indica come sia assolutamente necessario rafforzare con nuove unità navali. Ricordiamo che Mare nostrum, oltre a salvare vite, ha potuto colpire anche 700 trafficanti”. “Il Mediterraneo - sottolinea - non può essere un muro. Deve permettere alle persone di ritrovare una sicurezza e questo può avvenire solo attraverso un coinvolgimento europeo ed internazionale”.

A chi parla di “invasione” mons. Perego ribatte: “Sono numeri ancora insignificanti. Diventano significativi per noi solo perché dal 2011 non è stato messo in atto il rafforzamento di una rete di prima e seconda accoglienza, così come si sarebbe dovuto e non si è proceduto ad una riformulazione dell’accordo di Dublino, tenendo presente non solo i cinque Paesi che oggi accolgono oltre il 75% dei richiedenti asilo in Europa, ma tutti i 28 Paesi. Questi numeri riportano l’attenzione su una legislazione e una pianificazione europea in ordine ai richiedenti asilo che porti a superare anche Dublino III, per riuscire a creare una realtà ed una esperienza di accoglienza e di ospitalità a tutela del diritto d’asilo”. E anche se i posti dello Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) da 3.000 sono diventati quest’anno oltre 20.000, “sono assolutamente insufficienti - ribadisce il direttore della Migrantes -. Come sono insufficienti i posti di prima accoglienza, pressoché improvvisati nonostante siano diventati circa 30-35.000, accanto ai 10.000 dei Cara (Centri di accoglienza richiedenti asilo)”.

Per mons. Perego sarebbe “fondamentale, anche per le emergenze ambientali e altre occasioni, avere un sistema di prima e seconda accoglienza molto più strutturato, e che dai 450 comuni attuali si estenda a tutti gli 8000 comuni italiani”. “Non si può tollerare - sottolinea - che un comune possa decidere di accogliere o non accogliere un richiedente asilo: sarebbe come decidere di sostenere o meno un anziano non autosufficiente o un minore non accompagnato. Il dovere della tutela del diritto d’asilo deve far parte del nostro welfare”. Da parte sua la Chiesa italiana ha accolto oltre 20.000 richiedenti asilo nelle sue comunità attraverso Caritas, associazionismo, Migrantes, istituti religiosi. “Questi ultimi hanno dato disponibilità di altre centinaia di posti - precisa - e le richieste sono state già presentate al ministero. La realtà ecclesiale ha    fatto  sentire la necessità dell’ospitalità ma soprattutto ritiene il diritto d’asilo capace di strutturare la vita delle nostre città”. (Migrantes online 13)

 

 

 

 

Ecatombe: la coscienza sporca dell’Ue, andiamocene, se serve

 

“Stiamo rischiando di smarrire la nostra umanità”, aveva detto Sergio Mattarella nel corso della visita a Papa Francesco. Poche ore dopo si sarebbe verificato sul Canale di Sicilia una nuova immane tragedia, il naufragio di un natante con 700 migranti a bordo, poche decine i sopravvissuti. L’Europa ha la coscienza sporca. È sorda, cupa, indifferente. Non esce dalla sua tana, vive una sorta di apartheid alla rovescia, un ghetto “dorato” che dovrebbe preservarla dalle sofferenze e dalle sventure del Mediterraneo. Se potesse, alzerebbe il filo spinato. Perciò si ostina a non vedere e non sentire. Ciò che accade nel Canale di Sicilia non è affare che la riguarda.

Mare Nostrum, italiana in tutto e per tutto – dieci milioni di euro il costo – è stata sostituita da Triton, guidata da Frontex, con un budget inferiore della metà e con il compito di controllare le coste europee entro le trenta miglia marine.

Per l’Italia è cambiato poco: la guardia costiera italiana è impegnata allo spasimo, quasi in solitudine. Gli approdi dei migranti sono solo italiani, come le navi. Un fardello pesante, che non serve nemmeno a placare la coscienza, perché i mercanti di esseri umani spingono in mare migliaia di uomini e donne e ne muoiono più di prima.

Gli appelli all’Europa rimangono inascoltati, da qualunque parte vengano: dalle Nazioni Unite, dal Vaticano, dal Quirinale, da Palazzo Chigi. La risposta è sempre la stessa: sulla questione dell’immigrazione l’Europa non ha una politica condivisa. Traduzione: non sono affari nostri.

Lasciando le cose come stanno, le navi militari italiane e la guardia costiera sul Canale salvano migliaia di migranti e aiutano il business dei mercanti. Il problema, irrisolto, è la Libia, da dove parte la quasi totalità dei migranti. I barconi foraggiano le bande di miliziani in guerra fra loro e del terrorismo jihadista. Per fermare l’ecatombe, è necessario stabilizzare la Libia, ma l’Italia non può farcela da sola.

L’ultima sciagura, quasi 700 morti, interroga tutti. Gli appelli non bastano più. La questione è di tale rilevanza – umanitaria, politica, sociale, economica – che richiede qualcosa di più che le giaculatorie sulle inadempienze dell’Ue, gli appelli alla solidarietà, gli inviti al buonsenso, i cauti rimproveri rivolti alle cancellerie nordeuropee.

Non c’è in ballo la sorte del Pil, delle leggi di stabilità, del Basilea dei bancari, ma la civiltà. Non si può derogare a principi e valori su cui si fonda la comunità europea. Non ci si può sentire parte di questa Europa cinica, cieca, che custodisce il benessere dei più forti. Che senso ha dirsi europei in un’Europa che tradisce le ragioni della sua esistenza? Altro che appelli, minacciamo di andarcene e, se necessario, andiamocene sul serio. Almeno non ci sentiremo corresponsabili di ciò che succede davanti ai nostri occhi. Salvatore Parlagreco, SicInf 20

 

 

 

 

Le profezie

 

Più di quattordici anni di questo nuovo Secolo sono stati marcati da eventi che lasceranno, per sempre, il segno nel tessuto socio/politico nazionale. In altri termini, il tempo che è passato ha “invecchiato”, oltre ogni ragionevole profilo fisiologico, la nostra Italia. Invecchiata nelle Istituzioni, nelle leggi non varate, nelle ingiustizie, che hanno cambiato nome, ma che sono rimaste tali. Ora, però, fare delle analisi proprio non ci sembra il caso. Anche perché ci hanno pensato, o ci penseranno, uomini più qualificati. In Italia, nel bene e nel male, i fatti non sempre rispettano la cronologia di quando sono maturati. Anche noi n’abbiamo preso atto. Quando sono le previsioni a contare, allora ci sentiamo d’esprimere qualche nostra considerazione. Parecchi problemi dell’anno che ci siamo lasciati alle spalle, ce li siamo trovati anche in questo 2015. Perché lo scorso anno è servito solo in parte a “tamponare” le questioni d’Italia. Le “soluzioni” della crisi sono ancora ben lontane. Quello che, almeno, auspichiamo è la stabilità. Del resto, non ci sono razionali premesse capaci di farci sperare per il meglio. Anche se la fiducia è un sentimento tanto umano proprio perché, non necessariamente, può garantire tempi migliori.

 Sopra ogni altra considerazione, resta il depauperamento di un Paese che non riesce ad avere l’Esecutivo che meriterebbe. Dopo tante, troppe, privazioni, una classe sociale è in via d’estinzione. Tra “ricchi” e “poveri”, non ci sono più classi intermedie. Senza dubbio, non c’è italiano che non abbia chiaro il concetto che abbiamo espresso. Certo è che la speranza, per qualcuno, resta l’ultima spiaggia da poter, in ogni modo, mettere in campo. Sbagliando da subito, ma non rinunciando a seminare illusioni là dove servirebbero certezze. Affermare che siamo uno dei Paesi più industrializzati del mondo suona come un eufemismo. Nonostante le assicurazioni d’illuminati economisti, anche nel Vecchio Continente è tornato il pungolo della concorrenza e noi non siamo più in grado d’imporci come Paese idoneo alla trasformazione delle materie prime che non sono presenti sul nostro territorio.

Il Parlamento dovrà affrontare problemi di sopravvivenza ancora impensabili al tramonto del secolo scorso. La prima impressione, che è la più vera, è che ci troviamo a pagare per un “passo più lungo della gamba” che c’è stato imposto in tempi troppo rapidi per poterlo ponderare. Purtroppo, ci sono ancora esagerati pesi e troppe misure da considerare.  La filosofia del salvare “capre e cavoli” è finita ed ha fatto tante vittime. Nel nostro futuro mancano precisi riferimenti a quello che non si potrà, in ogni caso, realizzare resta parecchio. Per questo motivo, ci chiediamo perché formulare delle promesse che già hanno l’inconsistenza delle illusioni. Riformare, costi quel che costi, non è bastato per il passato e non basterà per il futuro. Più che la grinta di Renzi ci servirebbe una maggiore coerenza nelle decisioni comuni. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Francia e Italia. Opportunità e rischi a Sud

 

I tragici eventi del canale di Sicilia stanno richiamando l’attenzione sulle politiche per la gestione delle ondate migratorie.

 

Francia e Italia condividono l’interesse per una maggiore stabilità al sud dell’Europa, dal Maghreb all’Africa sub-sahariana, ma spesso le proiezioni dei due paesi nella zona divergono. Se ne discuterà il prossimo 29 aprile in un seminario organizzato dallo IAI a Roma nell’ambito del Forum Strategico Francia-Italia.

 

Una zona di grande interesse per entrambi i Paesi

La zona che va dal Maghreb all’Africa sub-sahariana comprende una grande diversità di Stati, che hanno spesso avuto destini separati. Oggi la crescita del fenomeno del terrorismo di matrice islamista radicale costituisce uno dei principali fattori di instabilità nell’intera area, con interconnessioni transnazionali.

 

Esiste dunque per due Paesi con una tradizionale proiezione a Sud come la Francia e l’Italia una comune preoccupazione per la sicurezza della regione, un elemento che tra l’altro è stato ribadito nel vertice bilaterale di Caen di marzo scorso.

 

Questa preoccupazione poggia anche sull’allarme destato dai flussi migratori che raggiungono le sponde meridionali dell’Europa attraverso i paesi del Nord Africa. Le migrazioni attraverso il Canale di Sicilia costituiscono un problema oggettivo per l’Italia e probabilmente soggettivo per la Francia. Però in entrambi i Paesi esse hanno grande rilevanza nell’agenda politica e nel dibattito pubblico.

 

Parigi più attenta di Roma

Storicamente, possiamo osservare un modello di proiezione con forti aspetti realisti: la zona a Sud dell’Europa è spesso apparsa come un terreno di giochi di potenza con una dimensione fondamentalmente bilaterale. La proiezione verso il continente africano di Italia e Francia ha seguito filoni culturali, economici, politici, ma anche religiosi, significativi e spesso divergenti.

 

Per la Francia, il passato coloniale e l’evoluzione dei rapporti tra i vari stati che è emersa nel periodo post-coloniale rappresentano questioni importanti e molto analizzate.

 

Per l’Italia, possiamo rilevare una presenza meno omogenea e un’elaborazione meno attenta delle strategie di proiezione nella zona, ma si registrano comunque una serie di azioni di politica estera notevoli nei confronti di paesi come Libia, Tunisia, Algeria, Somalia e Mozambico.

 

Tra l’altro, per l’Italia spesso la politica commerciale ed energetica, quella dell’Eni, è apparsa come un driver importante.

 

La cosiddetta “primavera araba” è stata un forte indicatore delle spinte alla democratizzazione dei popoli nel Nord Africa. La richiesta di maggiore trasparenza e serietà da parte dei governi è un fenomeno planetario, ma interpella in particolare gli Stati del Nord del Mediterraneo, tradizionali difensori della cultura della democrazia liberale.

 

Questo tipo di riflessione richiede adattamenti spesso difficili e pericolosi, con Paesi come Francia e Italia spesso inclini a giocare la stabilità del sistema senza applicare a Sud le regole di governo che esistono all’interno dell’Unione.

 

Nell’area sub-sahariana, le crisi legate a fattori locali come la povertà, le disuguaglianze sociali e le istituzioni statuali troppo fragili si intrecciano progressivamente a dinamiche globali, dalla radicalizzazione terroristica fino ai cambiamenti climatici e alla sfida demografica.

 

L’arco di instabilità che unisce il Corno d’Africa alla zona del Sahel e al Mediterraneo attraverso la Libia rappresenta una priorità per i due Paesi.

 

Spinte bilaterali e opportunità di cooperazione

Francia e Italia hanno reagito con strumenti e approcci diversi alle nuove sfide provenienti dal sud. L’azione francese nella zona si è riformata, con un’accentuazione della preoccupazione securitaria che ha animato un forte interventismo in Libia, Mali e Repubblica centrafricana e ha spinto il paese a diventare il guardiano militare del deserto sahariano con l’operazione Barkhane.

 

Dal lato italiano, possiamo constatare un approccio securitario più prudente e più legato al Nord Africa - stabilità della Libia ma anche della Tunisia - e alla regione del Corno, ma anche la crescita di un interesse politico che accompagna le visioni di sviluppo economico e sociale della zona sub-sahariana come ad esempio nel Niger.

 

L’attuale governo italiano sta infatti dimostrando un rinnovato interesse per la zona. Le visite di Matteo Renzi in qualità di presidente del Consiglio in Mozambico, Congo-Brazaville, Angola e più di recente in Tunisia sono state salutate da molti come “un ritorno dell’Italia in Africa”.

 

Questo nuovo attivismo trova conferma anche nell’adozione della nuova legge sulla cooperazione allo sviluppo e nella crescente attenzione verso le opportunità di investimento per le aziende italiane nei paesi africani, saldandosi con la tradizionale presenza nel continente di una rete capillare di Ong cattoliche e di missionari.

 

Certamente, non è realistico ipotizzare che questo approccio bilaterale sparisca e che le differenze in termini di proiezione si ricompongano del tutto. Esistono però alcuni fattori che favoriscono aperture verso un approccio multilaterale o per lo meno comune, anche nel contesto dell’Unione europea.

 

La forte interconnessione delle situazioni politiche attuali della zona e le ricadute sul territorio europeo richiedono infatti un approccio complessivo che non può essere svolto da un unico Paese.

 

Francia e Italia sono tra i più attivi nelle missioni civili e militari in Africa sub-sahariana gestite da Ue, Nato e Nazioni Unite. Manca invece un disegno politico condiviso e una gestione comune delle sfide aperte nel Nord Africa e nell’area mediterranea.

 

Da un punto di vista operativo, il partenariato tra Italia e Francia dovrebbe concentrarsi sul rafforzamento delle iniziative multilaterali in corso. Questo significa potenziare in termini di mandato e di risorse della missione Triton nel Mediterraneo, ma anche dare un nuovo impulso ai processi di Rabat e di Karthoum, che forniscono una cornice multinazionale efficace per affrontare le cause prime dei fenomeni migratori, dall’Africa occidentale al Corno.

 

A livello politico, un obiettivo di breve termine per un’intesa italo-francese sarebbe quello di mantenere alta l’attenzione europea sulla dimensione meridionale della politica di vicinato, ma potrebbe portare anche ad una sua ambiziosa ridefinizione e segnare il rilancio del ruolo dell’Ue come attore regionale.

 

L’emergenza rappresenta anche un’opportunità che i governi e le diplomazie dei due paesi dovrebbero sapere cogliere.

Jean-Pierre Darnis e Nicoletta Pirozzi, AffInt 20

 

 

 

 

 

Il Paese smantellò la patria, la Resistenza la ricostruì

 

L'articolo che ora comincerete a leggere l'ho scritto ovviamente ieri, sabato 25 aprile. L'anniversario ricorda ciò che avvenne settant'anni fa: la liberazione dell'Italia dal giogo nazista ad opera delle armate angloamericane ma con il contributo importante della resistenza partigiana ed anche dei reparti dell'esercito regolare italiano inquadrati nell'VIII Armata a comando inglese.

 

Le brigate partigiane entrarono per prime a Milano, Torino, Genova dopo 18 mesi di resistenza sulle montagne alpine, prealpine e appenniniche e lo spirito che le unificò fu l'antifascismo. Nelle varie brigate c'era quello spirito comune a tutti e molto variamente rappresentato: le brigate Garibaldi erano comuniste ed erano le più numerose, ma c'erano anche quelle di Giustizia e Libertà del Partito d'Azione, quelle Matteotti socialiste, quelle cattoliche, quelle monarchiche ed anche repubblicane e liberali. Complessivamente erano alcune migliaia di giovani e c'erano anche donne con loro, ma il grosso che comprendeva una parte considerevole della popolazione italiana da Firenze in tutta la valle del Po e all'arco alpino era fatto dalle famiglie che abitavano quei luoghi e che rifornivano di cibo i partigiani e li ospitavano nelle notti in cui scendevano a valle per procurarsi quanto era loro necessario, comprese armi e munizioni.

 

Fu questo un movimento di popolo che diede vita alla Resistenza e mise la base etica e politica di quell'Italia democratica delle istituzioni repubblicane e della Costituzione che abbiamo votato con le elezioni e il referendum del 2 giugno del 1946.

 

Venerdì scorso il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha rilasciato un'ampia intervista su queste pagine al direttore Ezio Mauro, chiarendo il significato di quel periodo, mettendone anche in evidenza alcune ombre che non hanno però alterato né indebolito la nascita dell'Italia repubblicana e democratica, la ricostruzione sociale ed economica che ne seguì e i martiri che persero la vita nelle camere di tortura fasciste durante quei mesi terribili e tormentati. Ma l'inizio di tutti quei moti popolari avvenne prima d'ogni altro a Napoli con quattro giornate di rivoluzione; le truppe alleate erano ancora a Salerno e arrivarono nella città partenopea a rivoluzione già avvenuta che aveva messo i tedeschi in fuga.

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Sulla Resistenza bisognerebbe ora raccontare i numerosi episodi già oggetto di libri, articoli, narrazioni di diverso orientamento perché diversi erano i sentimenti degli autori, ma questo lavoro è già stato fatto da altri colleghi sulle nostre pagine. Giorgio Bocca, tra i tanti, dette testimonianze di cose viste e fatte e il suo è un racconto irripetibile. Piuttosto c'è da spiegare perché la Resistenza è considerata da molti storici e politici come il secondo atto del movimento risorgimentale. Questa tesi è stata compiuta dalla Costituzione e approfondita e diffusa da Carlo Azeglio Ciampi e da Giorgio Napolitano.

 

Gli esponenti principali di quel glorioso movimento risorgimentale furono Mazzini, Cavour, Garibaldi ed anche i Cairoli, Manara, Berchet, Mameli, Bixio, Pisacane e molti altri segregati nelle carceri austriache.

 

Anche il Risorgimento ebbe le sue ombre che segnarono profondamente il movimento e in parte ancora si protraggono con il dualismo economico tra Nord e Sud che proprio allora ebbe inizio. Proprio in quegli anni si manifestò anche il fenomeno mafioso che è andato via via crescendo fino a diventare un'organizzazione delinquenziale le cui radici restano al Sud ma le cui propaggini sono ormai arrivate fino a Roma, all'Emilia, alla Lombardia, al Piemonte, al Veneto e addirittura a Marsiglia e ad Amburgo.

 

La storia è sempre e ovunque molto complessa, il che non toglie che nel periodo di cui stiamo ora parlando il contenuto eticopolitico e sociale sia stato comunque positivo. Ma il nostro Paese è arrivato alla sua unità e alla trasformazione economica e sociale con grande ritardo rispetto al resto d'Europa. Questo sfasamento temporale ha avuto effetti profondamente negativi sulla democrazia italiana che è stata fin dall'inizio dello Stato unitario fragilissima. La causa è evidente: molti italiani hanno considerato e tuttora considerano lo Stato come un'entità estranea o addirittura nemica, oppure come strumento da utilizzare per i propri particolari interessi anziché a tutela degli interessi generale e del bene comune.

 

La diffusione non solo della mafia ma delle clientele e della corruzione così radicata sono fenomeni che hanno come causa prima il ritardo di secoli della nascita dello Stato unitario, sorto centocinquanta anni fa mentre in Francia, in Inghilterra, in Austria, in Spagna era nato quattro secoli prima e con esso economie molto più avanzate rispetto alla nostra.

 

Ogni tanto ci sono in Italia ventate di patriottismo, ma sono fenomeni passeggeri e non a caso avvengono quando al vertice dello Stato si insedia  -  col favore di popolo  -  un dittatore.

Le istituzioni per molti italiani sono estranee rispetto ai loro interessi ed è questa la causa della fragilità democratica che anche ora è tutt'altro che cessata.

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I malanni di un Paese fortemente in ritardo rispetto all'orologio della storia dovrebbero tuttavia produrre degli anticorpi. È così che avviene in ogni organismo. Se vive ma ha batteri e virus che lo minacciano, gli anticorpi cercano di migliorare la situazione e di guarire la malattia. Ma accade qualche volta un fenomeno assai singolare: gli anticorpi invece di aggredire virus, batteri e corpi estranei che minacciano la vita, si rivolgono contro se stessi e finiscono per distruggersi lasciando campo libero al male ed anzi aggravandolo con la loro autodistruzione.

 

Se guardiamo alla storia dell'Italia moderna questo fenomeno è largamente diffuso. Gli anticorpi dovrebbero mettere riparo alla fragilità della nostra democrazia e dovrebbe essere il Partito democratico a produrli, specialmente ora che alla sua guida c'è un personaggio coraggioso, eloquente, dotato di molte capacità di convincere amici e avversari. Ma il fatto strano degli anticorpi che distruggono se stessi si sta invece verificando con preoccupante intensità ed è proprio Matteo Renzi, che adottando lo slogan del cambiamento, sta cambiando la democrazia italiana non rafforzandola ma rendendola ancora più fragile sì da consentirgli di decidere e comandare da solo. Renzi sta smontando la democrazia parlamentare col rischio di trasformarla in democrazia autoritaria. Forse non ne è consapevole, è possibile, ma quella è la strada che sta battendo e sia la legge elettorale sia la riforma costituzionale del Senato rendono quel pericolo ancora più concreto.

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Prima di esaminare l'altro tema di grande attualità che è quello degli migranti, mi piace ricordare come passai la giornata del 25 aprile del 1945.

 

Ero a Sanremo dove avevo frequentato il liceo e dove risiedevo con i miei genitori. Nel '41 andai all'Università di Roma ma per le vacanze estive tornavo a Sanremo dove ritrovato tutti i miei amici, Calvino, Roero, Pigati, Donzella, Cossu, Maiga, Turco e insomma quella che noi stessi chiamavano la banda, e con i quali avevamo vissuto il passaggio dall'adolescenza alla giovinezza.

Quella storia e quella giornata l'ho raccontata nel mio libro "L'uomo che non credeva in Dio" edito da Einaudi nel 2008.

 

Lo cito qui di seguito, è un piccolo spaccato che rende l'atmosfera di un Paese allo sfascio, in fuga davanti a se stesso, dal quale la Resistenza l'ha riscattato. L'8 settembre ci furono due fenomeni contemporanei: gli italiani distrussero il loro Paese e contemporaneamente una parte di essi lo ricostruì su basi nuove, moderne e democratiche.

 

Voglio raccontarla quella storia e spero che interessi i lettori.

"Fu una tristissima giornata che per noi arrivò quasi d'improvviso dopo la caduta del fascismo avvenuta nel luglio precedente e la precaria euforia che essa aveva suscitato di una riconquistata libertà.

 

Dall'inizio di agosto avevamo visto con crescente sgomento le colonne motorizzate tedesche che scendevano sull'Aurelia verso sud e lunghi convogli ferroviari che trasportavano nella stessa direzione i carri armati con la croce uncinata sulle fiancate.

 

Finché arrivò l'8 settembre e ancora una volta, come tutte i giorni dall'inizio della guerra, ascoltammo la voce che leggeva le notizie del giornale radio dagli altoparlanti di piazza Colombo.

Quella voce la risento ancora quando ci ripenso: leggeva il comunicato di Badoglio con la notizia dell'armistizio e ordinava alle truppe di collaborare con gli angloamericani opponendosi a chiunque volesse impedirlo.

 

All'annuncio del capovolgimento di fronte, peraltro atteso e già avvenuto nella coscienza di gran parte degli italiani, l'intera nazione visse un attimo di silenzio sospeso. Poi cominciò lo sfascio che in poche ore abbatté lo Stato in tutte le sue simboliche presenze: l'esercito prima di tutto, l'autorità del governo, le leggi, la monarchia.

 

Il sentimento comune fu la fuga. Disperdersi. Pensare a sé e alla propria famiglia.

 

Anche il nostro piccolo gruppo di amici si scompose e i nostri destini si separarono. Ma prima facemmo ancora una cosa insieme: ci demmo appuntamento per la mattina dopo e andammo al deposito della Marina, un piccolo edificio di poche stanze, sopra gli scogli sulla strada litoranea per Bordighera. C'erano soltanto quattro marinai che stavano preparando i loro sacchi per andarsene. Noi dicemmo di esser lì per conto del Comune. Loro non sapevano evidentemente nulla dei poteri e delle competenze, ma soprattutto avevano soltanto voglia di lasciare quel luogo al più presto e andarsene a casa propria.

 

Domandammo se c'erano esplosivi. Risposero: "Esplosivi no, ci sono soltanto proiettili per i cannoni costieri". "Ci sono anche i cannoni?". Risposero di no. "I cannoni sono nelle postazioni della guardia costiera. Qui ci sono le munizioni di riserva". Noi dicemmo che le prendevamo in consegna per conto del Comune e ci offrimmo di fare ricevuta dopo l'inventario. Loro risposero che se ne andavano, della ricevuta non avrebbero saputo che farsene. Ci dettero la chiave del deposito e quella del portone. E via. Lavorammo per tre ore a portar su i proiettili e gettarli sugli scogli. Pesavano un bel po' e ne buttammo a mare la metà. Non sapevamo perché stessimo facendo quella fatica assolutamente inutile e priva di senso. Probabilmente fu il nostro modo di esprimere smarrimento e rabbia. Alla fine, stanchi e sudati, decidemmo di piantarla lì. Ci salutammo alla svelta e senza abbracci. Io dissi che appena possibile sarei partito per Roma con mio padre e mia madre.

 

Due giorni dopo telefonai a Italo, gli dissi che partivo col treno delle sei del pomeriggio. Ci salutammo ancora al telefono, ma poi me lo vidi alla stazione. Ero già salito e affacciato al finestrino. Lo ringraziai d'essere venuto. "Ci vedremo presto", gli dissi. "Non credo" rispose lui. Il treno si mosse. Lui disse "ciau" con la u".

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Dovrò ora dire qualche parola sulle decisioni dell'Europa (28 capi di Stati e di governo riuniti giovedì a Bruxelles) sul tema posto da Renzi dell'emergenza dell'emigrazione dalla Libia.

 

Avevano dinanzi, i 28, un problema enorme che doveva e dovrebbe affrontare almeno quattro questioni: portare in salvo i migranti che tentano di raggiungere il Sud d'Europa (praticamente la costa italiana) sfuggendo ad un inferno di povertà, schiavitù, stragi, nell'Africa subequatoriale; sgominare l'organizzazione delinquenziale degli scafisti-schiavisti che organizza i viaggi della morte; stabilizzare la Libia perché fin quando quel Paese non torni ad avere una struttura di governo è impossibile vincere la guerra del mare; infine intervenire a monte dell'emergenza nelle terre del Centroafrica dove milioni di persone sono in condizioni di stentata sopravvivenza e alimentano la fuga verso il benessere che diventa purtroppo una fuga verso la morte.

 

Ebbene, questi essendo i problemi intrecciati l'uno con l'altro, l'incontro a Bruxelles ha partorito un topolino: hanno deciso di portare l'assegno mensile europeo alla politica dell'immigrazione da 3 a 9 milioni al mese. Sul resto di fatto è silenzio. La Mogherini è stata incaricata di preparare un memorandum che sarà esaminato dal Consiglio d'Europa, con molti Stati membri che hanno però già detto che più di quanto è stato deciso non faranno. Si tratta di Germania, Gran Bretagna, Paesi baltici, Olanda e via numerando.

 

Renzi è contento. Noi no. Ma non solo noi: basta leggere su il "Sole 24 Ore" di ieri l'articolo di Vittorio Emanuele Parsi che comincia dicendo che "la montagna ha partorito il topolino" e lo dimostra con una lucida analisi di quanto (non) è accaduto a Bruxelles. Lo stesso giorno è uscito l'articolo di Prodi sul "Messaggero" dove si spiega che per stabilizzare la Libia bisogna far intervenire le grandi potenze arabe (l'Egitto, l'Arabia Saudita e gli Emirati) e la Turchia e il Qatar, i soli che possono assicurare in Libia un'autorità senza la quale ogni altra azione è impossibile.

 

Concludo tornando al tema della Resistenza.

Mi dicono che a Renzi non è simpatica la canzone "Bella Ciao" che è proprio quella dei partigiani. Sarebbe stato bello se l'avesse intonata anche lui alla manifestazione dell'Anpi. Non vorrei che invece di "Bella Ciao" dicesse "Ciao Bella". È un cambiamento ma non andrebbe affatto bene. LR 26

 

 

 

 

 

Parere favorevole della Commissione Esteri alla riforma della legge elettorale

 

Nel provvedimento l’estensione del voto per corrispondenza ai cittadini temporaneamente all’estero per motivi di lavoro, studio o cure mediche e una disciplina speciale per l’espressione del suffragio degli appartenenti alle nostre forze armate e di polizia operanti nel mondo

 

ROMA – La Commissione Esteri della Camera ha approvato un parere favorevole sulla riforma della legge elettorale per le parti di propria competenza. Nel parere, inviato alla I Commissione, si ricorda come il provvedimento in esame si iscriva “nel quadro di ridisegno complessivo dell’assetto costituzionale della Repubblica italiana, che contribuisce a consolidare il ruolo internazionale, la credibilità e l’affidabilità del nostro Paese, promuovendone la percezione come partner stabile che sta finalmente affrontando i suoi problemi strutturali e che si pone in modo autorevole nel consesso delle democrazie mature e responsabili”.

Nel testo, approvato dalla III Commissione, si sottolinea inoltre come “la nuova legge elettorale si renda necessaria non solo per uniformare le modalità di selezione dei rappresentanti del popolo alle rinnovate caratteristiche delle Assemblee legislative e dell’iter di formazione delle norme a seguito della revisione del bicameralismo perfetto, ma anche per colmare il vuoto che si è creato a partire dalla sentenza n.?1 del 2014 della Corte Costituzionale, che ha dichiarato l’illegittimità della legge n.?270 del 2005”. Nel parere viene altresì ricordato come la riforma elettorale consenta di estendere il voto per corrispondenza, attualmente previsto per i cittadini residenti all’estero, anche ai connazionali che vi si trovino temporaneamente fuori dai confini nazionali, purché assenti dall’Italia per motivi di lavoro, studio o cure mediche. In questo ambito si rileva anche come questa norma sia “particolarmente attesa soprattutto dagli studenti italiani impegnati all’estero nell'ambito di programmi formativi come Erasmus, che da oggi potranno votare per corrispondenza previa opzione valida per un’unica consultazione, con l’auspicabile effetto di avvicinare alle istituzioni e alla politica le migliaia di giovani che ogni anno si impegnano in percorsi formativi ad alto livello”. Nel provvedimento esaminato dalla Commissione Esteri anche una disciplina speciale per l’espressione del diritto di voto da parte degli appartenenti alle Forze Armate e alle Forze di Polizia temporaneamente all’estero nello svolgimento di missioni internazionali, nonché per il personale diplomatico. Intese che regolano l’esercizio del diritto di voto anche nel caso che i predetti elettori si trovino in Paesi in cui è escluso il diritto di voto per corrispondenza dei cittadini all'estero in quanto ritenuti “insicuri”.

Nel parere viene infine rilevato come il provvedimento intervenga sulla disciplina a tutela della correttezza del voto all’estero, ed in particolare sulle misure volte a garantire la libertà e la segretezza del voto, abolendo l’attuale sistema basato sulle intese semplificate stipulate fra l’Italia e i governi dei Paesi ove risiedono i cittadini italiani, ed introducendo in suo luogo un sistema unilaterale che prevede l’esclusione dal diritto di voto per corrispondenza dei cittadini all’estero in particolari circostanze. (Inform 24)

        

 

 

 

 

I vincitori del Premio Roland Berger. La consegna il 29 aprile a Berlino

 

La Fondazione Roland Berger rende noto il nome dei vincitori del Premio Roland Berger del 2014/2015 per meriti acquisiti in difesa della dignità umana. Vengono premiate Dr. Katrine Camilleri, avvocato maltese e direttrice del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati di Malta, Dr. Alganesc Fessaha, italo eritrea attivista per i diritti umani, e l’istituto scolastico congolese Petite Flamme. L’assegnazione dei premi ha luogo il 29 aprile 2015 alle ore 18:00 nel Museo Ebraico di Berlino. Il Ministro federale degli affari esteri Frank-Walter Steinmeier terrà la laudatio.

           

Monaco/Berlino - Il 29 aprile 2015 la Fondazione Roland Berger assegna per la sesta volta il Premio per la dignità umana. Al centro della premiazione di quest’anno c’è il tema dei profughi. 

 

Dr. Katrine Camilleri, avvocato maltese e direttrice del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati di Malta, riceve il Premio Roland Berger per la dignità umana 2014/15 per il suo pluriennale e impegnativo lavoro a favore dei diritti dei profughi. Da quasi vent’anni offre assistenza giuridica a singoli profughi e sostegno morale a molte migliaia di persone che arrivano su barconi dopo essere sopravvissute alla pericolosa traversata del Mediterraneo e sono ospitate in campi profughi maltesi. Dal 2011 Dr. Camilleri dirige l’Ufficio di Malta dell’Organizzazione Internazionale dei Rifugiati. „Jesuit Refugee Service“ (Servzio dei Gesuiti per i Rifugiati). Nel 2002 questa organizzazione fu la prima ad offrire regolare assistenza legale ai profughi nei campi di accoglienza di Malta. Da allora Dr. Camilleri e i suoi 18 collaboratori hanno prestato assistenza legale a migliaia di profughi, organizzato incontri, fornito aiuto psicologico e facilitato l’accesso all’assistenza sanitaria.

 

Un’altra persona premiata è Alganesc Fessaha, dottoressa italo eritrea che presta assistenza umanitaria ai profughi africani nell’Africa del Nord, liberandoli dalle mani di trafficanti di uomini e richiamando l’attenzione di tutto il mondo sul destino dei profughi nel Sinai egiziano, vittime di terribili torture da parte di organizzazioni criminali che praticano la tratta di esseri umani. Dr. Fessaha si reca regolarmente nel Sinai e in Libia dove, con rischio personale e avvalendosi dell’aiuto di autorità locali, cerca le persone sequestrate, e, senza aver pagato alcun riscatto, le libera dai luoghi di tortura e le consegna al UNHCR o ad altre organizzazioni. Negli ultimi cinque anni Dr. Fessaha è riuscita a liberare 550 profughi dalle mani di trafficanti di esseri umani e 2300 detenuti dalle prigioni del Sinai. Per poter assicurare un aiuto a lungo termine ai sopravvissuti alle torture e agli altri profughi Dr. Fessaha ha fondato nel 2003, insieme a medici e amici, la ong „Gandhi“, che si occupa in 12 paesi africani di profughi e orfani e organizza programmi di alimentazione e assistenza sanitaria nei campi profughi. 

 

Il progetto scolastico congolese Petite Flamme, diretto da Dada Adeline Diambu Mbinda e Odon Makela Dhombazi Basosa, viene premiato per il suo pluriennale e fortunato sforzo di dare una prospettiva a bambini provenienti dagli slums della Repubblica Democratica del Congo affinché non debbano lasciare il proprio paese. Petite Flamme è stato iniziato nel 1996 a Kinshasa dal Movimento cristiano dei Focolari, una comunità cattolica sorta in Italia nella prima metà del XX secolo, sotto la direzione della teologa tedesca Dr. Monika-Maria Wolff e gestisce oggi 12 scuole per 2.200 bambini provenienti da famiglie poverissime. Petite Flamme è l’unica organizzazione scolastica della Repubblica Democratica del Congo in cui gli alunni ricevono materiale scolastico, uniformi, pasti e una completa assistenza sanitaria. Viene premiato l’eccezionale lavoro della fondatrice Dr. Monika-Maria Wolff, ma anche quello dell’ammiraglio di flottiglia a.D. Henning Bess e di sua moglie Jule Müller, che dal 2006 garantiscono il permanente sostegno del progetto dalla Germania. 

Nel 2006, come capo del contingente tedesco della missione EUFOR a salvaguardia delle prime elezioni democratiche nel Congo, Henning Bess e i suoi 780 soldati visitarono le scuole di Petite Flamme. Molti soldati decisero allora spontaneamente di assumere una, tuttora esistente, paternità per i bambini.

 

Sulla scelta dei premiati di quest’anno il fondatore Prof. Dr. h.c. Roland Berger ha dichiarato: „Il tema dei profughi è indubbiamente uno dei problemi più urgenti del nostro tempo: solo nello scorso anno i tragici naufragi del Mediterraneo sono costati oltre 3.500 vittime. Secondo le informazioni del Servizio profughi delle Nazioni Unite in tutto il mondo ci sono 51,2 milioni di persone in fuga. Per molte di loro le mete desiderate sono l’Europa e la Germania. Con il Premio Roland Berger per la dignità umana onoriamo quest’anno due donne coraggiose impegnate senza sosta per la tutela dei diritti dei profughi nonché un’organizzazione che si occupa dell’educazione e delll’assistenza sanitaria dei bambini in una delle più povere regioni del mondo per dare loro migliori possibilità nel loro paese e prevenire così una eventuale fuga.“

 

La premiazione avrà luogo mercoledì 29 aprile 2015 alle ore 18.00 nel Museo Ebraico di Berlino. Il Ministro federale degli affari esteri Frank-Walter Steinmeiner terrà la Laudatio, l’ex Presidente della Commissione Europea Prof. Dr. Romano Prodi, membro del comitato per l’assegnazione dei premi della Fondazione Roland Berger, e il fondatore Prof. Dr. h.c. Roland Berger assegneranno i premi.  Barbara Kachelmann, de.it.press

 

 

 

 

 

Interrogativi e speranze

 

I pronostici su l’Italia che sarà li lasciamo fare ad altri. La nostra panoramica interesserà, quindi, solo problemi politici, sociali e strutturali che, tra loro, sono profondamente connessi. Il prossimo anno saluterà una nuova legge elettorale, ma anche un nuovo Presidente del Consiglio. Quindi, ci sarà un altro Governo, una maggioranza parlamentare qualificata ed una differente rappresentatività. Facendo riferimento al complesso gioco politico che già abbiamo avuto l’opportunità di intravedere, le elezioni del prossimo anno, che riteniamo probabili, saranno gestite in modo nuovo. Il “come”non lo sappiamo ancora. Ma, almeno, dovrebbe essere più consono ai tempi di questa Terza Repubblica che ha già dato segni di”cedimento”.

 Non sappiamo se questa Legislatura durerà sino al 2018. Di certo, però, dovrebbe essere di maggiore apertura in un’ottica di disponibilità per la maggioranza degli italiani. Senza essere profeti, questo 2015 resta un anno complesso, di controllo delle regole; ma di transizione. Ci saranno delle alleanze da concordare, degli equilibri da non vanificare ed un’economia tutta da sanare. Anche se ci vorrà tempo.

 Pure in seno all’UE l’Italia dovrà fare la sua parte. Recuperando la posizione che le compete; anche se in Europa c’è chi rema contro. La politica dei numeri dovrà, almeno, dare segni in controtendenza. Se calerà il numero dei disoccupati e licenziati, allora potremmo anche essere più probabilisti. L’era dei “tecnici”è tramontata definitivamente. Ora, è la volta dei “politici”. Forse, con nomi nuovi e con programmi più consoni al Bel Paese. Il prossimo anno sarà quello di una rivisitazione della nostra Costituzione. Perché d’intoccabile, almeno da noi, non c’è nulla.

 L’interrogativo principale è, e resterà, la reazione del Popolo italiano a tutto quel complesso d’innovazioni che dovrebbero traghettare il Paese tra quelli di serie”A” nel Vecchio Continente. Rimangono, in ogni caso, anche gli interrogativi dei contenuti programmatici degli aspiranti politici di “lungo corso” e i relativi effetti sulla politica interna. Solo dopo aver ben chiaro il meccanismo della nuova legge elettorale, potremo tentare d’essere meno generici su questo che è uno dei punti focali della questione governabilità. Per ora, interrogativi e speranze si sovrappongono. Dopo, speranze ed interrogativi potrebbero lasciar posto alle certezze. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Giustizia e Sicurezza. Militari a guardia dei tribunali?

 

Impiegare i militari nella sorveglianza dei tribunali è la proposta avanzata dal procuratore della Repubblica di Torino all'indomani della strage al Palazzo di Giustizia di Milano. La soluzione ipotizzata sull'onda di una possibile emergenza sembra in linea con una prassi consolidata. Ma va vista in una prospettiva più ampia, in termini di opportunità e di costo/efficacia.

 

Un tabù per le democrazie occidentali

L'impiego dei militari in servizi di ordine pubblico costituisce un tabù per le democrazie occidentali, a meno di casi particolari. In Gran Bretagna è in teoria previsto che forze di sicurezza militari sostengano le autorità civili in situazioni come quelle verificatesi in passato nell'Ulster.

 

Negli Stati Uniti una specifica legge proibisce espressamente che l'Esercito sia adibito a compiti di polizia locale (c.d. "Posse Comitatus"), a meno di contraria decisione presidenziale in caso di emergenza nazionale.

 

L'esistenza di eccezionali esigenze è prevista dall'ordinamento italiano (art. 93 del Codice ordinamento militare) come condizione per giustificare l'impiego, da parte dei prefetti, di personale delle Forze armate in funzioni di "sorveglianza e controllo di obiettivi fissi" e di centri per immigrati.

 

Ad essi è attribuita, secondo un modulo sperimentato sin dall'operazione "Vespri siciliani" del 1992 (la prima di tale tipo), la qualifica di agenti di pubblica sicurezza per identificare e perquisire persone e mezzi di trasporto.

 

Marina militare ‘polizia in mare’

Diverso lo status del personale della Marina militare: i comandanti delle navi da guerra, quando in alto mare, sono infatti ufficiali di polizia giudiziaria per lo svolgimento delle funzioni di polizia marittima.

 

Questo spiega come la Marina abbia potuto svolgere importanti operazioni di contrasto del traffico illecito di migranti, nell'ambito dell'operazione "Mare nostrum", arrestando scafisti e sequestrando navi madre su direttiva dell'Autorità giudiziaria.

 

Funzioni di polizia giudiziaria erano anche state attribuite al personale dei "Nuclei militari di protezione" (Nmp) imbarcati sui mercantili per protezione antipirateria, il cui impiego è terminato a marzo, dopo che un emendamento legislativo ha riservato le attività di protezione alle sole guardie giurate di società private.

 

Contrordine ‘Strade sicure’

A inizio 2015 il Governo era intenzionato, per contenere la spesa pubblica, a porre termine all'operazione ‘Strade sicure’ che prevede anche pattuglie miste di personale delle Forze armate e delle forze di polizia.

 

Poi gli attentati di Parigi ed il crescere di minacce terroristiche hanno consigliato un ripensamento. Ecco dunque che con la legislazione antiterrorismo del D.L. 7/2015 il contingente di ‘Strade sicure’ è stato elevato a 4.800 operatori delle Forze armate da adibire ai servizi di vigilanza a siti ed obiettivi sensibili.

 

Critiche erano state espresse sull'operazione dai sindacati delle forze di polizia, con riguardo alle compatibilità finanziarie ed alle interazioni tra il comparto difesa e quello sicurezza.

 

Anche la Corte dei Conti ha nel 2013 esaminato questi aspetti mettendo in rilievo l'onerosità per la Difesa (spese eccedenti quelle finanziate per 73 milioni annui) e l'incertezza dei risultati ottenuti sul mantenimento dell'ordine e sulla sicurezza pubblica.

 

Possibili alternative

Operazioni come ‘Strade sicure’ hanno avvicinato le Forze armate alla gente. Continuare, dopo anni, a vedere militari per le strade con le armi spianate rischia tuttavia di compromettere l'immagine del Paese a livelli balcanici o sudamericani.

 

L'impiego delle Forze armate in "funzioni duali" è un eccellente modo di impiegare le risorse come dimostra il ruolo svolto dalla Marina nella sorveglianza dell'alto mare. Altro è però immaginare un uso esclusivo dei militari in compiti tutto sommato impropri, quali la sorveglianza dei tribunali.

 

Meglio allora pensare a un uso appropriato delle guardie giurate: la sospensione del servizio dei Nmp della Marina è avvenuto dopo che il ministero dell'Interno ha disciplinato con rigore attività, requisiti e responsabilità delle società di sicurezza private a bordo dei mercantili.

 

Questa è forse la via da seguire per i Palazzi di Giustizia, senza distogliere ulteriormente le Forze armate dai loro compiti d'istituto.

Fabio Caffio, AffInt 15

 

 

 

 

Italicum, commissione approva la riforma, lunedì ddl in aula alla Camera

 

Dopo le polemiche e le barricate delle opposizioni e della minoranza dem sulla nuova legge elettorale, il ministro Boschi: "Spero che i partiti non chiedano il voto segreto"

 

ROMA - La commissione Affari costituzionali della Camera ha approvato la riforma elettorale che da lunedì prossimo sarà all'attenzione dell'aula. In commissione erano presenti solo gli esponenti della maggioranza che hanno quindi approvato all'unanimità il testo. Nove dei 10 esponenti della minoranza interna del Pd erano sostituiti da altrettanti colleghi del loro gruppo.

 

"Io mi auguro che i partiti decidano tutti insieme di discutere questo provvedimento senza bisogno di ricorrere ai voti segreti che è una possibilità concessa dal regolamento e quindi chiaramente è una facoltà dei gruppi chiederlo, su questo non c'è dubbio. Ma penso che le battaglie si possano giocare a viso aperto". Lo dice il ministro alle Riforme, Maria Elena Boschi, a chi le chiede se in aula sulla legge elettorale si possa trovare un'intesa tra maggioranza e minoranze che leghi il no al voto segreto al fatto che il governo non metta la fiducia: "Vediamo quello che succede - aggiunge Boschi - mi sembra però che Forza Italia abbia già annunciato la richiesta di voto segreto in maniera ufficiale".

 

Non a casa in serata Rentao Brunetta commenterà:  "Evidentemente il governo ha paura del voto segreto sull'Italicum, e per questo noi lo chiediamo. Noi pensiamo che i parlamentari debbano esprimersi su un provvedimento così delicato nella pienezza delle loro coscienze. Quindi chiederemo il voto segreto".

 

Intanto, sempre in casa Forza Italia - ieri il partito ha scelto l'Aventino per non partecipare ai lavori della commissione - Silvio Berlusconi riunisce i suoi parlamentari e definisce il premier Matteo Renzi "malato di bulimia di potere". E aggiunge: "Questo governo ha fallito su tutto: economia, politica estera, disoccupazione e immigrazione. Avevamo ragione noi su tutto". Quanto all'Italicum, il leader di Fi chiosa: "E' una legge autoritaria, dà tutto il potere a Renzi. Non la voteremo".

 

A parlare di Italicum è anche l'ex premier Enrico Letta che parlando a Mix24 di Giovanni Minoli su Radio24 ha detto: "Se sarò in parlamento voterò l'Italicum oppure no? Bisogna vedere come sarà l'Italicum. Lo vedremo. Penso che una legge elettorale approvata a maggioranza stretta in Italia ce n'è stata solo una, è stata il Porcellum, è stato un disastro. Le altre, il Mattarellum e quelle della prima Repubblica, sono state approvate a maggioranze larghe perché, come ha detto Renzi stesso, le regole del gioco si fanno tutte insieme. C'è bisogno di una maggioranza larga". LR 22

 

 

 

 

Fiscalità sulla casa, assicurazione malattia, blocco conti bancari. La palla all’Agenzia delle Entrate

 

“Da alcuni mesi gli emigrati italiani in Svizzera, come pure tanti ex emigrati rientrati in Italia, sono confrontati con tre questioni che tolgono loro il sonno”

 

ZURIGO  - Da alcuni mesi gli emigrati italiani in Svizzera, come pure tanti ex emigrati rientrati in Italia, sono confrontati con tre questioni che tolgono loro il sonno e la cui soluzione sembra essere di competenza del Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), ovvero dell’Agenzia delle Entrate. Questo è quanto emerge sia nelle conferenze che tengono in Svizzera gli esperti della UIM e dell’ITAL UIL, che dalle telefonate preoccupate di decine di emigrati ed ex emigrati che giungono ormai giornalmente negli uffici di queste due organizzazioni per avere maggiori informazioni.

Una prima questione che, peraltro, interessa l’intero mondo dell’emigrazione italiana e non solo quella in Svizzera, riguarda l’articolo 9 bis della Legge 47 del 28 marzo 2014 concernente i benefici fiscali per IMU-TASI-TARI a decorrere dal corrente anno (2015) per l’abitazione (ovviamente sfitta e tenuta a propria disposizione) posseduta in Italia dai pensionati italiani iscritti all’AIRE: ritenuta finalmente anch’essa “prima casa” quindi niente più IMU, e tassa ridotta ad un terzo per la TASI e la TARI. Il primo problema che sta emergendo a questo proposito è che, ad oggi, questa norma è praticamente sconosciuta alla stragrande maggioranza dei Comuni italiani e quindi dei rispettivi Uffici Tributi che lamentano di non aver ancora ricevuto informazioni né dall’ANCI né dall’Agenzia delle Entrate. Il secondo problema - che pure si pone e che, come ci è stato riferito, dovrà essere risolto dall’Agenzia delle Entrate - è conoscere il tipo di documentazione che devono produrre i pensionati agli Uffici Tributi per dimostrare il loro “status”, soprattutto da parte di coloro che sono titolari di una sola pensione estera e non italiana.

Una seconda questione riguarda gli emigrati pensionati che rimpatriano dalla Svizzera e devono assicurarsi contro le malattie con il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) italiano. Ci risulta che ultimamente in alcune ASL del territorio italiano, contrariamente a quanto avveniva in passato, si creino difficoltà a consentire l’iscrizione al SSN a queste persone che rientrano dalla Confederazione Elvetica cancellandosi dall’AIRE: in alcuni casi si chiede loro di continuare a mantenere l’assicurazione in Svizzera (pagandone i relativi premi, ovviamente) per aver diritto alle prestazioni sanitarie in Italia da parte del SSN; in altri casi, ritenendola una iscrizione volontaria, si chiede loro di pagare una quota di iscrizione annuale, pari al 7,50% del reddito complessivo, applicando la stessa normativa valida per i cittadini comunitari (sic! Anzi doppio sic! Perché dovrebbe esserci questa discriminazione per un cittadino italiano che comunque paga le sue tasse in Italia sulla sua pensione svizzera?). Per trovare una soluzione a queste situazioni il Ministero della Sanità, interpellato in merito - come ci è stato comunicato personalmente e pure rispondendo ad una interrogazione parlamentare - ha posto il quesito all’Agenzia delle Entrate.

Una terza questione è, invece, legata al recente Protocollo fiscale firmato dall’Italia e dalla Svizzera lo scorso 23 febbraio 2015 che ha modificato la Convenzione bilaterale per evitare le doppie imposizioni fiscali del 1976. Un Protocollo con il quale si è posto termine al segreto bancario tra i due Paesi con scambio di informazioni consentendo, altresì, ai contribuenti italiani di potersi mettere in regola con il fisco italiano dichiarando i loro conti bancari/postali nascosti in Svizzera attraverso un provvedimento oneroso (Voluntary disclosure) da fare entro la scadenza del prossimo 30 settembre per poter beneficiare di condizioni migliori in termini di anni retroattivi da sanare e di oneri da pagare. In conseguenza di questo nuovo accordo i conti bancari/postali in Svizzera intestati a cittadini italiani non residenti in Svizzera sono stati tutti bloccati in attesa che gli stessi regolarizzino la loro posizione con il fisco italiano. Tra questi conti bloccati figurano anche quelli intestati ad ex emigrati italiani pensionati, con i loro risparmi di una vita di sacrifici, non avendoli chiusi dopo il loro rimpatrio pensando, magari, di utilizzarli quando ritornano in Svizzera in visita ai figli, che sono rimasti in questo Paese con le loro famiglie, se non addirittura in previsione di un loro successivo e definitivo rientro in terra elvetica quando la vecchiaia incomincerà a farsi sentire e sorge il bisogno di riavvicinarsi ai figli. In altri casi questi ex emigrati italiani sono, invece, obbligati a mantenere in Svizzera un loro conto per riscuoterci la rendita del Secondo Pilastro (Cassa pensione aziendale) che gli Istituti di Previdenza non sempre versano all’estero. Il denaro depositato in questi conti, quindi, non è frutto di esportazione illecita di capitali dall’Italia e neppure di dubbia provenienza per cui bene ha fatto il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero ad intervenire nei confronti del MEF affinché l’Agenzia delle Entrate individui una norma ed una modalità più semplice e meno onerosa per la regolarizzazione di questa tipologia di conti bancari/postali. Nell’attesa suggeriamo comunque a tutti gli ex emigrati, titolari di questi conti bancari/postali in Svizzera, di rivolgersi al più presto ad un CAF UIL più vicino per una consulenza su come avvalersi del provvedimento oneroso (Voluntary disclosure) per regolarizzare la propria situazione nel confronti del fisco italiano.

Adesso non resta altro da sperare che la burocrazia italiana, nella fattispecie quella dell’Agenzia delle Entrate, dia al più presto una risposta ai tre quesiti ricordati per consentire agli emigrati ed ex emigrati italiani, coinvolti da questi problemi, di poter dormire sonni più tranquilli! Dino Nardi, Coordinatore Uim per l’Europa

 

 

 

 

 

Intanto pagare

 

Preso, prestissimo, la stampa nazionale sarà invasa d’opinioni sul tracollo della politica nazionale. Lasciamo agli editorialisti il loro mestiere. Noi preferiamo attenerci a quello che è, lasciando agli altri i giudizi di quello che sarà. Renzi è in difficoltà. Il Segretario del PD lo aveva mosso, da subito, in conto. Forse, sbagliando nei tempi. L’anno, Il 2015 continua a rivelare problemi e altri ce ne saranno. Intanto, rimanere coerenti in una Maggioranza sempre più rabberciata resta complessa. Anche le Forze Sociali hanno manifestato il loro disappunto su quanto era stato preventivato ma non è stato fatto. All’Opposizione la linea non è più coesa. I partiti non riescono a trovare una linea che possa essere confrontata con quella renziana. Le ipotesi su come si andrà a evolvere la situazione Socio/Politica nazionale non si contano più. Hanno, però, in comune la scarsa adattabilità a una realtà che non ha motivo per essere differente. La stessa posizione del Primo Ministro è delicata anche all’interno del Partito che lo vede alla guida di una Sinistra che, sotto il profilo parlamentare, è ancora indefinibile. Gli Alleati non fanno storia. Anche perché ci sono state “migrazioni” e chi è rimasto chiede di più di quanto potrà ottenere. L’anomalia è palese. L’ex Sindaco di Firenze non è neppure un parlamentare eletto e il suo Esecutivo potrebbe dover rendere conto al Colle. Forse, anche entro l’anno. Insomma, dopo poco più di un anno di governo, Renzi dovrà fare un primo bilancio di un mandato che, da subito, abbiamo considerato atipico. E’ anche lapalissiano che non sia possibile immaginare altre scelte alla situazione in essere; però il varo della nova legge elettorale potrebbe risolvere la questione alla radice. Invece, si continua a trattare altre questioni la cui importanza non giustifica il “blocco” d’elezioni alla nuova maniera. Per ora, tanto per restare in tema, è sempre il Popolo italiano a pagare per una situazione nella quale s’è venuto a trovare senza nessuna manifestazione di volontà. Ma sino a quando? Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Strage migranti, l'appello di Mattarella alla Ue: "Stop a ignobile traffico di esseri umani"

 

"Questa situazione drammatica chiama l'Europa alle sue responsabilità". Bisogna ''porre fine allo sfruttamento ignobile" di ''gente disperata'' da parte dei trafficanti. Oggi in visita ufficiale a Lubiana, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, torna a parlare dell'emergenza immigrati in una conferenza stampa con l'omologo sloveno Borut Pahor, trasmessa in diretta da Rainew24. Dopo la tragedia nel Canale di Sicilia, il presidente della Repubblica invita l'Europa e la comunità internazionale al pugno di ferro contro il traffico di esseri umani alla vigilia del vertice europeo di domani.

"Domani -ricorda Mattarella- c'e' un Consiglio europeo straordinario convocato dopo il tragico evento di domenica davanti alle coste della Libia", che "ha manifestato in maniera crudelmente evidente quanto sia grave il fenomeno di tante persone che fuggono da condizioni disperate e sfruttate da indegni mercanti di esseri umani e che finiscono a morire nel Mediterraneo dopo essere stati depredati". Si tratta, spiega Mattarella, "di un condizione che chiama l'Unione europea alle sue responsabilita'", affinchè "nei luoghi dove si originano questi fenomeni si rimuovano queste condizioni" e poi "si ponga fine a questo sfruttamento ignobile di essere umani".

Mattarella mette in guardia dal rischio terrorismo in Libia e ancora una volta si appella alla Ue: "l'Europa si faccia carico con la comunità internazionale della situazione drammatica in cui versa la Libia, aiutando l'Onu perchè si trovi una soluzione che faccia uscire quel paese dalla guerra civile. I libici hanno diritto a vivere in un paese senza guerra civile e insediamenti di terrorismo". Un disordine, avverte il presidente della Repubblica, che "sta consentendo l'inserimento di formazioni terroristiche che sono un pericolo per la Libia, i paesi confinanti e l'intera Europa. Sara' cosi possibile porre un freno a un fenomeno di sfruttamento di gente disperata". Adnkronos 22

 

 

 

 

Migranti e norme. Come punire i nuovi schiavisti

 

U n egiziano non è tutti gli egiziani. E nemmeno un somalo, un tunisino, un libico. Noi però, fin troppo spesso, facciamo di tutta l’erba un fascio. Li consideriamo uguali, e ugualmente minacciosi, solo perché hanno la pelle un po’ più scura e gli occhi sgranati dei bambini. Invece no, nessuno di loro è uguale all’altro. In quella truppa marciano colpevoli e innocenti, vittime e carnefici. E terroristi, certo. Ma sono di più i terrorizzati.

Dinanzi all’onda biblica dell’immigrazione, la prima esigenza è quindi di distinguere. La seconda, di reprimere. Perché c’è un delitto che non verrà punito mai abbastanza, in questa tragedia collettiva: quello degli scafisti, o degli schiavisti, se vogliamo chiamarli per nome e cognome. In Europa ci vorrebbe un altro Lincoln, per dichiarargli guerra. Sennonché gli europei non sanno più imbastire cariche, al di là dello scaricabarile. E il barile finisce regolarmente addosso a noi italiani. Ma l’Italia, il suo ordinamento normativo, quanto sa essere capace di castighi? E in che misura sa distinguere nel popolo che bussa alle sue porte?

A frugare nella nostra sartoria legislativa, scopriamo che ogni immigrato ha un abito diverso. Ma il sarto, ahimè, avrebbe bisogno degli occhiali. In primo luogo ci sono i rifugiati: quanti subiscono persecuzioni nello Stato d’origine, ai quali spetta il permesso di soggiorno. Ma il riconoscimento di tale condizione può avvenire solo dopo lo sbarco in terraferma: chi farfuglia di respingimenti in mare non sa di cosa parla. Poi c’è lo status di protezione sussidiaria o temporanea, e c’è infine il diritto d’asilo, garantito dall’articolo 10 della Costituzione allo straniero cui nel proprio Paese venga impedito l’esercizio delle libertà. Il diritto ad avere diritti, così lo definiva Hannah Arendt. Diritto di carta, tuttavia: dopo quasi settant’anni, non è mai stata licenziata una legge che ne stabilisca le condizioni d’esercizio.

In compenso la legge italiana nega il voto amministrativo agli immigrati regolari e nega la cittadinanza ai loro figli, anche se parlano in dialetto lombardo o calabrese. C’è quindi urgenza d’un tagliando normativo, per dividere Abele da Caino.

E c’è bisogno del pugno di ferro, rispetto a chi traffica con le persone come se fossero arance o saponette. La legge Turco-Napolitano contempla il reato di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, punendolo con la reclusione fino a 5 anni; i topi d’appartamento rischiano 6 anni. È un errore: non si può essere garantisti con chi frusta questo carico umano per costringerlo all’obbedienza cieca, oppure lo scaraventa in mare. Poi, certo, esistono varie circostanze aggravanti. Tuttavia - per dirne una - l’anno scorso il Tribunale di Catania escluse l’omicidio volontario per due scafisti che avevano provocato la morte di 17 persone, contestando solo il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. E no, in questi casi i reati sono ben più gravi: sequestro di persona, riduzione in schiavitù, tratta di esseri umani. Applichiamoli, rendiamoli operanti. E magari chiediamo al Parlamento di spicciarsi ad approvare il reato di tortura. Per loro, ma dopotutto anche per noi: questo spettacolo di morte è una tortura collettiva. Michele Ainis, CdS 22

 

 

 

 

 

Il 28 aprile la presentazione del libro “Nel solco degli emigranti. I vitigni italiani alla conquista del mondo”

 

La pubblicazione della Mondadori è curata da Flavia Cristaldi e Delfina Licata. Fra gli oratori il direttore generale della Migrantes Gian Carlo Perego, il presidente della Società geografica italiana Sergio Conti, il deputato del Pd Fabio Porta e il direttore generale del Maeci per gli Italiani all’Estero Cristina Ravaglia

 

ROMA - “Nel solco degli emigranti. I vitigni italiani alla conquista del mondo”. Questo il titolo del volume, curato da Flavia Cristaldi e Delfina Licata ed edito da Bruno Mondadori – che sarà presentato a Roma martedì 28 aprile 2015 alle ore 17 presso il Museo dell’Emigrazione Italiana del Vittoriano.  

Il volume, promosso dalla Fondazione Migrantes, dalla Società geografica italiana e dalla sezione di Geografia del dipartimento di Scienze documentarie linguistico, filologiche e geografiche dell’Università “La Sapienza”, racconta il legame tra gli italiani all’estero e il vino. Un legame che ha radici profonde. In questo libro ventisei autori di diverse discipline, inseguendo i migranti italiani e i loro discendenti in 19 Paesi, hanno raccolto storie e testimonianze di famiglie e territori segnati dal vino, per restituire loro il ruolo di eccellenza che meritano nella storia di un Paese che troppo spesso li relega alle pagine sbiadite della memoria. L’appuntamento sarà aperto dai saluti di Mons. Gian Carlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, di Sergio Conti, presidente della Società geografica italiana e di Paolo Di Giovine, direttore del dipartimento di Scienze documentarie linguistico, filologiche e geografiche dell’Università “La Sapienza” di Roma. A commentare il volume saranno Roberto Cipresso, winemaker di fama mondiale, Luigi Sbarra della Fondazione Fai-Cisl e Fabio Porta, presidente del Comitato permanente Italiani nel mondo e Promozione del sistema paese della Camera dei Deputati. Coordina i lavori Paolo Valentini, editorialista del Corriere della Sera. Interverranno le curatrici Flavia Cristaldi e Delfina Licata. Le conclusioni saranno affidate all’ambasciatrice Cristina Ravaglia della direzione generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie del ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Per l’occasione sarà allestita la mostra fotografica “L’emigrazione italiana in un bicchier di vino. Tra viti, vini e culture”, che sarà illustrata ai presenti dalla curatrice dell’Università “La Sapienza”, Sandra Leonardi.

“Molte volte le storie dei nostri connazionali – spiega la nota - si intrecciano con quelle di terre lontane, spesso poco conosciute, dove piantare una vite significa seminare una parte del luogo natio e ricostruire il senso di casa, protezione, appartenenza. Negli anni gli italiani hanno raggiunto ogni angolo del pianeta riempiendo le valigie di barbatelle e talee con cui iniziare una nuova vita e, combattendo contro l’aridità del suoli e la durezza del clima, hanno addomesticato paesaggi e prodotto vini di eccellente qualità, oggi famosi in tutto il mondo. ‘Nel solco degli emigranti: I vitigni italiani alla conquista del mondo’ evidenzia le vicende di uomini e donne che hanno contribuito non solo allo sviluppo dei paesi di arrivo, dando vita a paesaggi nuovi, coltivabili e produttivi, ma anche al mantenimento dei sapori e delle tradizioni del paese e della regione d’origine”. (Inform 22)

 

 

 

 

 

Imu 2015

 

Pur se con un certo ritardo, rispondiamo a Lettori che ci hanno inviato fax dalla Germania e dalla Svizzera circa il calcolo dell’Imposta Municipale Unica (IMU) su proprietà immobiliari in Patria di Connazionali residenti all’estero.

 

Ricordando che ogni questione è da inviare a: segreteriaOEIM@corrierepl.it, diamo risposta, facendo una necessaria premessa.

 

La succiata imposta è discrezionale e compete ai comuni. Ciò premesso, la Legge 80/2014 prevede che i cittadini italiani residenti all’estero (AIRE) e pensionati, proprietari di un’unica abitazione in Patria siano equiparati, ai fini IMU 2015, ai contribuenti che abitano la loro abitazione in Italia. Quindi, solo i pensionati, possono “sperare” in un’IMU ridotta (prima casa) sempre che l’alloggio di loro proprietà (o usufrutto) nel Bel Paese non sia locato. Neppure a titolo di comodato d’uso. Abbiamo scritto “sperare”, perché non tutti i comuni della Penisola si sono adeguati alla normativa in questione essendo ancora applicabile, a pieno titolo, il principio della discrezionalità.

 

Questo è quanto. Nell’attesa di un chiarimento normativo che elimini palesi discordanze per un’imposta immobiliare rilevante, ci chiediamo perché, tuttavia, il provvedimento sia limitato ai Connazionali pensionati all’estero. Per quale ragione chi lavora all’estero, pur essendo in Patria nelle stesse condizioni del Connazionale pensionato, non può aver riconosciuta la stessa agevolazione?

Anche quest’interrogativo sarà inserito tra gli argomenti d’interesse fiscale generarle che intendiamo chiarire.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Pagamento dell’Imu dei residenti all’estero. “Il governo chiarisce ma non convince, ora la legge deve essere modificata”

 

ROMA - La titolarità di una pensione estera è il requisito indispensabile per avere diritto all’esenzione dall’IMU (esclusi quindi dall’agevolazione i titolari di sola pensione italiana)  e i comuni non hanno più la facoltà di equiparare ad abitazione principale l’immobile posseduto dai residenti all’estero. Il Governo ha finalmente risposto alla mia interrogazione in Commissione Finanze (presentata insieme al nostro capogruppo Causi e sottoscritta dai miei colleghi deputati del PD eletti all’estero) con la quale chiedevo chiarimenti sull’IMU applicabile agli italiani all’estero. E’ stato il sottosegretario alle Finanze Zanetti ad illustrare con un documento scritto  l’interpretazione del Governo dei contenuti della legge n. 80 del maggio 2014 che aveva appunto previsto – in maniera tuttavia poco chiara - da un lato l’esclusione dei pensionati residenti all’estero dal pagamento dell’IMU e dall’altro l’eliminazione della norma statuale che attribuiva ai comuni la facoltà di equiparare l’immobile posseduto dai cittadini italiani residenti all’estero ad abitazione principale con conseguente esenzione dall’IMU (tale legge prevede inoltre l’applicazione agevolata di Tari e Tasi).

Nella nostra interrogazione si chiedeva di definire in maniera inequivocabile la qualifica di “pensionato” (la legge infatti fa riferimento ai cittadini “già pensionati nei Paesi di residenza” lasciando adito a interpretazioni diversificate) e di spiegare le implicazioni pratiche dell’eliminazione con una legge statuale della facoltà dei comuni di deliberare l’assimilazione ad abitazione principale delle case dei nostri connazionali (sebbene vada sottolineato che erano stati pochi i comuni che finora si erano avvalsi di tale facoltà).

Ora il Governo ha definitivamente chiarito gli aspetti più controversi ed opinabili della legge, ma lo fatto in maniera quantomeno  discutibile sia dal punto di vista giuridico che da quello umano-solidaristico, perché l’interpretazione del Governo esclude inaspettatamente dall’esenzione dall’IMU i residenti all’estero titolari di sola pensione italiana. Limitare l’equiparazione ad abitazione principale dell’unità immobiliare posseduta dai cittadini italiani non residenti nel territorio dello Stato e iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (AIRE)  ai soli pensionati titolari di pensione estera, escludendo i titolari di sola pensione italiana, deve essere considerato un equivoco giuridico-legislativo e una evidente disparità di trattamento tra soggetti aventi invece simili requisiti, e cioè la cittadinanza italiana e la condizione di pensionato. Infatti – a mio avviso - il legislatore, con la legge summenzionata, ha inteso estendere l’esenzione dall’IMU concessa ai cittadini italiani residenti in Italia anche ai cittadini italiani residenti all’estero che fossero titolari di pensione e quindi cittadini anziani con redditi probabilmente bassi considerati per questo  meritevoli di una agevolazione fiscale, senza voler distinguere tra tipo di pensione e tra Paese erogatore della stessa. Avremmo preferito che il provvedimento legislativo in discussione fosse stato interpretato dal Governo  nel senso che la sola condizione richiesta dal legislatore per l’agevolazione IMU fosse la condizione di pensionato a prescindere dall’ente erogatore (italiano o estero). Ma non è stato così. Viene inoltre confermata la norma statuale (legge n. 80 del maggio 2014) che ha eliminato la facoltà dei comuni di deliberare l’equiparazione ad abitazione principale dell’immobile posseduto dagli italiani residenti all’estero. Riteniamo che l’eliminazione di tale facoltà oltre che ad essere ingiustamente punitiva per i nostri cittadini emigrati, possa essere in contrasto con il principio costituzionale che assegna ai comuni  la possibilità di disciplinare i propri tributi in armonia con la Costituzione  e secondo i principi di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario. Infatti i comuni con i propri regolamenti regolano l’esercizio dell’autonomia impositiva e le tariffe dei servizi. Non si capisce infatti perché un comune che nel tempo abbia stabilito un particolare rapporto di solidarietà sociale ed umana con gli emigrati, i quali continuano a contribuire in vari modi ai bilanci degli stessi comuni – pagando tasse ed imposte, investendo le proprie risorse e le proprie rimesse – non possa autonomamente introdurre delle agevolazioni fiscali a favore dei propri cittadini emigrati. Riteniamo perciò che sia stato un errore eliminare con una legge statuale la facoltà dei comuni di equiparare con una propria delibera ad abitazione principale l’immobile posseduto da cittadini italiani residenti all’estero e ci adopereremo affinché tale norma sia modificata.

Cosa fare ora?  I deputati del PD eletti all’estero dovranno attivarsi su vari fronti. Innanzitutto va verificata, anche con l’ANCI, la legittimità di una norma che sottrae ai comuni autonomia in materia di potestà tributaria. Solleciteremo  il Ministero delle Finanze ad emanare una circolare esplicativa e applicativa. Inoltre, anche con una proposta di legge sulla quale stiamo lavorando,  cercheremo di estendere l’esenzione dall’IMU anche ai soli titolari di pensione italiana attualmente esclusi. Infine nell’ambito  delle prospettive di  riforma dell’imposizione comunale sugli immobili che si prevede sarà realizzata prima della fine dell’anno, dovremo adoperarci per venire incontro alle richieste di maggiore equità e funzionalità che ci vengono sollecitate dai nostri connazionali residenti all’estero e proprietari di immobili in Italia per estendere l’esenzione dall’IMU al maggior numero possibile di persone.

Fabio Porta, Deputato eletto all’estero per il Pd

 

 

 

 

Cinque borse di studio per giovani discendenti di emigrati trentini. Domande entro il 18 maggio 2015

 

TRENTO - Consolidare i legami fra i giovani oriundi trentini e la terra d'origine dei loro avi, per promuovere rapporti culturali, economici e accademici con i rispettivi Paesi di residenza: questo l'obiettivo del bando per l'assegnazione di 5 borse di studio a favore di discendenti di emigrati trentini all'estero per la frequenza di corsi dell'Università degli Studi di Trento nell'anno accademico 2015-2016. A darne notizia è la Giunta provinciale che, su proposta del presidente, ha provveduto ad approvare l'iniziativa, che si inserisce nel progetto "Università a colori", promosso da Università, Opera universitaria e Provincia, finalizzato a favorire l'accesso degli studenti stranieri all'alta formazione e alla ricerca presso l'Università di Trento.

Due delle cinque borse di studio sono riservate a studenti che intendono frequentare i corsi di laurea e di laurea "magistrale a ciclo unico" mentre le altre tre borse sono riservate ai corsi di laurea magistrale.

Questi i requisiti richiesti: origini trentine; buona conoscenza della lingua italiana; residenza all'estero; - età massima: 25 anni per i corsi di laurea e laurea “magistrale a ciclo unico”, 28 anni per i corsi di laurea magistrale. La scadenza per presentare le domande è il 18 maggio 2015.

La presenza nell’Ateneo di Trento dei partecipanti al programma costituisce per loro e per il Trentino un'occasione di studio e di ricerca sull'identità dei trentini che nel passato sono emigrati, così come ora giovani trentini cercano nuove prospettive all'estero. I giovani laureati che terminano il percorso di studi si propongono come "ponti" fra il Trentino e le loro comunità di appartenenza, svolgendo un ruolo attivo di "antenne".

Nell'ambito del progetto, nell'anno accademico 2014/2015, hanno frequentato i corsi di laurea dell'Ateneo trentino 18 studenti provenienti da Argentina, Bosnia Erzegovina, Brasile, Cile, Messico, Paraguay e Uruguay.  L'impegno di spesa previsto è di 20.000 euro per il 2015 e 40.000 per l'anno successivo. Bando http://www.uffstampa.provincia.tn.it/csw/c_stampa.nsf/RSSview/175A0BEC0C4DD9E3C1257E2A004C12CA?opendocument.   (c.z. /Inform 22)

 

 

 

 

Alla Dante il 29 aprile presentazione del Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo

 

In occasione della presentazione saranno esposti i documenti originali conservati nell’Archivio Storico della Società Dante Alighieri

 

Sarà presentato mercoledì 29 aprile – presso la sede della Società Dante Alighieri, (Palazzo Firenze, P.zza Firenze, 27 – Roma) alle 18 - il Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo (DEMIM 2014).

Il volume si articola in 1.500 pagine con circa 700 lemmi-articoli e oltre 160 box di approfondimento, 17 appendici monotematiche, 500 illustrazioni a colori e in bianco e nero ed è il frutto del lavoro di 168 autori, nella maggior parte dei casi docenti universitari e rappresentanti di istituzioni, Missioni Cattoliche Italiane, comunità religiose impegnate nell’ambito delle migrazioni italiane all’estero e associazioni - tra cui la Società Dante Alighieri, che ha concesso il patrocinio morale alla pubblicazione e reso disponibili agli studiosi i propri documenti d’archivio, che in occasione della presentazione verranno esposti al pubblico-  supervisionati da un consiglio scientifico di 50 esperti che rappresentano l’Italia e numerose altre nazioni.

Il Dizionario racconta una pagina fondativa della storia italiana quale è stata la Grande Emigrazione tra Otto e Novecento e che giunge fino ai nostri giorni con migliaia di italiani che continuano a muoversi verso altre terre. Una pagina fatta di coraggio, sacrifici, sogni, conquiste e che ha visto partire oltre 27 milioni di connazionali, che oggi esprimono un portato di circa 80 milioni di oriundi (gli “italiani col trattino” sparsi nel mondo).

Alla presentazione interverranno Enzo Caffarelli, Direttore editoriale Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo e onomasta, Giammarco Cardillo, Responsabile Certificazione PLIDA, tra gli autori dei lemmi del Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo, Tiziana Grassi, Giornalista - Direttore Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo, Alessandro Masi, Segretario Generale della Società Dante Alighieri e componente del Comitato Scientifico Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo. Modera Massimo Arcangeli, Direttore editoriale madrelingua, componente del Comitato Scientifico del Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo. Emanuela Gregori, dip

 

 

 

 

 

 

Flüchtlinge: EU verdreifacht Mittel für Seenotrettung

 

Die EU verdreifacht nach den Flüchtlingsdramen die Gelder für Rettungsmissionen im Mittelmeer. Menschenrechtsorganisationen kritisieren die Beschlüsse hingegen als völlig unzureichend und fordern die Ausweitung von Einsatzgebieten bei Seemissionen. Auch die Aufnahme weiterer Flüchtlinge in der EU bleibt unklar.

 

Die EU verdreifacht die Mittel für ihr Grenzschutz- und Seenotrettungsprogramm "Triton" vor der italienischen Küste. Das gab Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) am Donnerstagabend in Brüssel nach einem Sondergipfel zur Flüchtlingskrise im Mittelmeer bekannt. Europa wolle schnell handeln und die finanziellen Ressourcen verdreifachen. Das Einsatzgebiet der Mission werde aber nicht ausgeweitet. Auch auf die Aufnahme von tausenden Flüchtlingen konnte sich der Gipfel nicht einigen.

EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker sagte, es sollten 120 Millionen Euro pro Jahr für "Triton" bereitgestellt werden. Bisher hat die EU dafür pro Monat knapp drei Millionen Euro ausgegeben. Künftig werde "Triton" genau so gut finanziell ausgestattet wie die im Herbst eingestellte italienische Rettungsmission "Mare Nostrum". Der Auftrag von "Triton", der Grenzschutz vor der italienischen Küste, wurde aber nicht erweitert. Dies sei allerdings auch nicht notwendig, um auf hoher See Menschen zu retten, betonte Juncker.

Merkel: An Flüchtlingsfrage entscheidet sich Akzeptanz der EU

Merkel sagte, angesichts der hunderten Toten, die in den vergangenen Tagen vor der libyschen Küste zu beklagen waren, dürfe Geld "keine Rolle spielen". Die Lösung der Flüchtlingsfrage im Mittelmeer sei ein Thema von "allergrößter Wichtigkeit". "Es geht um die Akzeptanz der EU, ihrer Werte weltweit", sagte Merkel. Am wichtigsten sei die Rettung von Menschenleben. Europa habe die Tragödie nicht verursacht, "aber wir müssen handeln", sagte EU-Ratspräsident Donald Tusk. Neben der Aufstockung der Grenzschutzprogramms "Triton" solle vor allem auch der Kampf gegen den Menschenschmuggel verstärkt werden.

Ein geplantes Pilotprojekt für die Aufnahme von 5.000 Flüchtlingen vor allem aus Syrien, die unter den 28 EU-Staaten aufgeteilt werden sollten, wurde am Donnerstag noch nicht gestartet. Allerdings solle an dem Vorhaben "auf freiwilliger Basis" festgehalten werden, sagte Juncker. Zusagen der Mitgliedsstaaten zur Aufnahme der Schutzbedürftigen erwarte er in den kommenden Wochen. Merkel sagte dazu: "Wir haben keine Zahl dazu festgelegt heute, weil wir der Meinung waren, das 5000 nicht ausreicht."

Scharfe Kritik an Entscheidung

Das Treffen am Donnerstag in Brüssel sei "eine Gesichtwahrungs-, keine Lebensrettungsoperation" gewesen, erklärte unterdessen die Menschenrechtsorganisation Amnesty International. Die Hilfsorganisation Oxfam sprach von einer vertanen Chance.

Besonders kritisiert wurde, dass das Einsatzgebiet der EU-Überwachungsmissionen auf See nicht ausgedehnt wurde, worüber Merkel (CDU) erneut beraten will. "All die Worte und Ressourcen, die auf dieses Problem verwendet werden, legen nahe, dass die EU-Oberhäupter es ernst meinen mit dem Retten von Leben auf hoher See", erklärte der Europa-Chef von Amnesty, John Dalhuisen. Wenn das Einsatzgebiet der EU-Seemissionen nicht ausgeweitet werde, "werden Migranten und Flüchtlinge weiter ertrinken".

Kein fairer Beitrag der EU

Oxfam erklärte, die Gipfelbeschlüsse seien "vollkommen unzureichend". Die Seemissionen müssten "ein klares Mandat, als oberste Priorität Leben zu retten", bekommen, forderte der Leiter der Oxfam-Programme in Italien, Alessandro Bechini. Außerdem dürfe es keine geografischen Beschränkungen für die Seenotrettung geben. Oxfam kritisierte, vor allem arme Länder müssten die Flüchtlingskrise bewältigen, während die EU keinen fairen Beitrag leiste.

Im Mittelmeer kamen nach Angaben der Internationalen Organisation für Migration seit Jahresbeginn bereits mehr als 1.750 Flüchtlinge ums Leben. Der Sondergipfel war angesetzt worden, nachdem allein in der Nacht zum Sonntag vor der libyschen Küste rund 800 Flüchtlinge ertrunken waren. Libyen ist nicht nur ein wichtiges Transitland für Flüchtlinge aus Afrika und dem Nahen Osten, es kämpft auch selbst mit einer Massenflucht. "Die Eskalation des bewaffneten Konflikts in Libyen hat mehr als eine halbe Million Menschen aus ihren Häusern vertrieben", heißt es in einem Bericht der Hilfsorganisation Roter Halbmond, der sich auf die Zeit von Mitte Mai 2014 bis Anfang April 2015 bezieht.

Die EU will den Menschenschmuggel nun stärker bekämpfen. Die EU-Außenbeauftragte Federica Mogherini soll dazu Pläne erarbeiten. Frankreichs Präsident François Hollande kündigte an, sein Land werde eine Resolution beim UN-Sicherheitsrat einbringen, damit die Schiffszerstörung mit militärischen Mitteln autorisiert werde. Dazu wollte er am Freitag ein Gespräch mit Russlands Präsident Wladimir Putin führen.  AFP/rtr/nsa 24

 

 

 

 

Kein Weg in die EU. Wie Europa Flüchtlinge auf das Mittelmeer drängt

 

Die europäischen Staaten sind verantwortlich dafür, dass es keine legalen Fluchtwege nach Europa gibt. Deshalb müssen Menschen auf die gefährlichen Routen über das Mittelmeer ausweichen. Jonas Seufert gibt einen Überblick über mehrfach verschlossene EU-Türen. Von Jonas Seufert

 

Bis zu 700 Menschen sind am Wochenende im Mittelmeer ertrunken, so schätzt die UN. Damit würde die Zahl der Toten allein im Jahr 2015 auf 1500 steigen. Politiker*innen in Europa und auch der UN-Sicherheitsrat haben die Schuldigen schnell ausgemacht: Das skrupellose Schlepperwesen, das scheinbar nicht davor zurückschreckt, Schutzsuchende zu Hunderten auf seeuntüchtige Kähne zu pferchen.

 

Diese Schleuser*innen gibt es, ohne Frage. Und es ist verwerflich, dass sie aus der Notsituation von Geflüchteten horrende Profite schlagen. Doch übersehen De Maizière, Hollande und Co. eines bei ihrer Analyse: Die europäischen Staaten sind verantwortlich dafür, dass es keine legalen Fluchtwege nach Europa gibt. Deshalb müssen Menschen auf die gefährlichen Routen über das Mittelmeer ausweichen.

Schengen: der Start der Abschottung

Mit dem Beginn des Schengen- Abkommens 1985 beginnt auch die Geschichte des Aufbaus der “Festung Europa”. Die Grundidee: Freizügigkeit nach innen, Absicherung nach außen. So wurde der Grenzschutz an den Außengrenzen verstärkt, Visabestimmungen verschärft. Ziel war die Kontrolle über möglichst alle Migrationswege: über Land, Wasser und Luft.

Frontex in der Kritik

Ein Ausdruck dieser politischen Haltung ist die europäische Grenzschutzagentur Frontex. Gegründet im Jahr 2004 mit einem Etat von wenigen Millionen Euro wird sie im Jahr 2015 mit über 114 Mio. Euro von den EU- Ländern ausgestattet. Entgegen häufiger Annahmen ist Frontex selbst keine Grenzpolizei, koordiniert aber sehr wohl die Arbeit der Grenzpolizeien der EU- Mitgliedstaaten. Seit Dezember 2013 steht der Agentur dafür das satellitengestützte Überwachungssystem Eurosur zur Verfügung, das in Echtzeit Bilder von menschlichen Bewegungen im Mittelmeerraum und in Osteuropa liefert. Offiziell soll das Programm die Sicherheit der Geflüchteten gewährleisten und die Seenotrettung unterstützen. Durch das System kann aber zum Beispiel das Ablegen der Boote an der afrikanischen Nordküste verhindert bzw. Boote auf offene See zurückgedrängt werden.

Solche “Push-Backs” hat es in der Vergangenheit immer wieder gegeben, immer wieder ist auch der Name Frontex gefallen. Dokumentiert sind Vorfälle in der griechischen Ägäis und vor der Küste Italiens, aber auch auf dem Landweg in Bulgarien oder Spanien. Nach der europäischen Menschenrechtskonvention hat jede Person das Recht, einen Asylantrag zu stellen. Im Jahr 2012 erklärte der Europäische Gerichtshof für Menschenrechte deshalb Push-Backs für unrechtmäßig. Trotzdem finden sie nach Angaben von Menschenrechtsorganisationen weiter statt.

Von “Mare Nostrum” zu “Triton”

Infolge der gestiegenen Todeszahlen von Geflüchteten auf hoher See hat die italienische Küstenwache vergangenes Jahr das Seenotrettungsprogramm “Mare Nostrum” ins Leben gerufen. 140 000 Menschen sind dadurch nach Angaben des European Council on Refugees and Exiles in einem Jahr gerettet worden. Mehrfach hat die italienische Regierung die EU-Mitgliedstaaten aufgefordert, sich an den Kosten und der Durchführung zu beteiligen, vergebens: Auch auf Drängen von Innenminister De Maizière wurde das Programm eingestellt und im Herbst 2014 durch die Operation Triton unter der Leitung von Frontex ersetzt. Nicht nur ist der Einsatzbereich der Patrouillenboote auf dem Mittelmeer geringer, auch dient sie vornehmlich der Abwehr von Flüchtlingen und nicht der Seenotrettung, wie Frontex-Chef Gil Arias-Fernandez im Interview bestätigt.

Zäune an den Grenzen

Nicht nur auf dem Mittelmeer, auch an Land hat die EU effektive Mechanismen zur Abwehr von Geflüchteten entwickelt. Meterhohe und mehrstufige Zäune sichern die Grenzen der spanischen Exklaven Ceuta und Melilla zu Marokko und die griechische Landgrenze zur Türkei. Beides sind beliebte Fluchtrouten nach Europa. Berichte über Push-Backs gibt es auch hier. Erst im Februar letzten Jahres sind 15 Menschen an der Grenze zu Ceuta ums Leben gekommen, da die spanische Polizei Gummigeschosse und Tränengas gegen die Geflüchteten einsetzte.

Die Auslagerung der Grenze

Doch die EU scheint nicht nur auf die Abwehr an der Grenze selbst zu setzen, sondern bezieht Nachbarstaaten in ihre Migrationspolitik mit ein. In Libyen sperren die Behörden Geflüchtete regelmäßig in Gefängnisse – finanziert von der EU. Vor einigen Wochen wurde bekannt, dass auch in der Ukraine solche Einrichtungen existieren, in die Asylsuchende ohne Anklage für bis zu ein Jahr eingesperrt werden. Ihr einziges “Vergehen”: Das Durchqueren der Ukraine auf dem Weg in die EU. In diesen Tagen auch so kein ungefährliches Unterfangen.

Die “Externalisierung” der Grenze, d.h. das Abfangen der Geflüchteten schon bevor sie das Territorium von EU-Staaten betreten ist auch offizieller Teil der EU- Politik. Dabei spielen so genannte “Rücknahmeabkommen” eine zentrale Rolle. Hierbei verpflichten sich EU- Nachbarstaaten, Geflüchtete aus der EU aufzunehmen, die über ihr Territorium eingereist sind. Das Problem: In den betroffenen Staaten besteht häufig kein funktionierendes Asylsystem, die Geflüchteten landen in der Illegalität oder werden direkt weitergeschoben. Die EU hat mit der Türkei Ende 2013 das 14. Rücknahmeabkommen unterzeichnet, auch mit der Ukraine besteht ein solches Abkommen. Darüber hinaus gibt es bilaterale Verträge zwischen einzelnen Staaten der EU und Anrainerstaaten, so z.B. zwischen Libyen und Italien. Das Prinzip ist immer ähnlich: Für das Unterzeichnen eines solchen Abkommens gibt es im Gegenzug etwas von der EU. Es kann eine Beitrittsperspektive sein, ebenso Visaerleichterungen (so im Fall Türkei) oder die Verbesserung der Handelsbeziehungen.

Die EU unterstützt auch selbst Grenzkontrollen in umliegenden Staaten aktiv oder schickt Ausbilder*innen, um die Polizeieinheiten vor Ort zu schulen. Im Rahmen der EU Border Assistance Mission bestehen solche Programme in der Ukraine, in Moldawien und in Libyen. Vor allem in Libyen gibt es nach wie vor keine rechtstaatlichen Strukturen, die die Maßnahmen des Grenzschutzes kontrollieren könnten.

Passkontrollen auf dem Luftweg

Die EU- Außengrenzen selbst werden stark kontrolliert. Zudem hat die EU in Kooperation mit den Anrainerstaaten ein “Pufferzone” errichtet, um Schutzsuchende schon vorher abfangen, oder sie möglichst schnell ausweisen zu können. Bleibt noch die Möglichkeit, mit dem Flugzeug einzureisen. Doch auch hier greifen die Prinzipien der Externalisierung. Eine EU- Richtlinie besagt, dass Beförderungsunternehmen, die Personen ohne gültige Dokumente transportieren, die Kosten für deren Rückflug tragen und Geldstrafen von mehreren tausend Euro zahlen. (Council Directive 2001/51/EC vom 28. Juni 2001) Auf dieser Grundlage hat die Bundesregierung im Jahr 2012 knapp 1500 Zwangsgelder in Höhe von insgesamt 2,35 Mio. Euro gegen Flugunternehmen verhängt. Viel bedenklicher ist jedoch, dass private Flugfirmen dazu angehalten werden, eigenständig Passkontrollen durchzuführen, um den Strafen zu entgehen. Die hoheitliche Aufgabe der Grenzkontrolle wird so auf private Firmen übertragen. Wer flieht hat häufig nicht die passenden Dokumente und kann so auch per Flugzeug die EU nicht erreichen.

In Deutschland: Flughafenverfahren

Zudem gilt in Deutschland für all diejenigen, die am Flughafen keine Dokumente vorweisen können oder aus einem per Gesetz ernannten “sicheren Herkunftsstaat” kommen, das Flughafenverfahren. Hierbei bleiben die Menschen für die Zeit des Verfahrens im Transitbereich des Flughafens, eine Entscheidung über den Antrag wird in wenigen Tagen gefällt. Menschenrechtsorganisation kritisieren die gefängnisähnlichen Zustände und die mangelnden rechtlichen Widerspruchsmöglichkeiten. Der EGMR hat das Flughafenverfahren in Frankreich bereits gerügt. Fraglich ist, ob diese Entscheidung auf das deutsche System übertragbar ist. Das Bundesverfassungsgericht hat das Flughafenverfahren 1996 als verfassungskonform eingestuft.

Die Fortsetzung der Logik: Asylzentren in Nordafrika

Die Logik der Auslagerung greift auch bei dem jüngsten Vorschlag der EU- Innenminister*innen, in EU- Nachbarstaaten so genannte “Willkommenszentren” zu errichten. Dort sollen Asylanträge direkt geprüft werden, ohne dass die Betroffenen in die EU einreisen müssen. Vor 10 Jahren vom heutigen Finanzminister Schäuble noch als “Internierungslager am Rande der Sahara” diffamiert ist heute Bundesinnenminister de Maizière einer der größten Befürworter dieser Asylzentren.

Sicherlich, Schutzsuchende müssten so zunächst nicht den gefährlichen Weg in die EU antreten. Doch was, wenn deren Anträge in den Lagern abgelehnt werden? Es ist nachvollziehbar, dass Menschen sich dann trotzdem auf den Weg in die EU machen.

Auf dem Territorium der EU- Staaten steht den Geflüchteten ein effektiver Rechtsschutz zu, um gegen die Entscheidungen der Behörden zu klagen – im Notfall bis zum EGMR in Straßburg. Dieser Schutz wäre ihnen jedoch in einem Zentrum in Nordafrika versagt. Durch die Auslagerung der Asylprüfung würde die EU ein rechtsstaatliches Asylverfahren nicht mehr garantieren können.

Das Flüchtlingslager in Choucha, Tunesien zeigt, wie wahrscheinlich es ist, dass die EU darauf setzt, dass Geflüchtete EU- Boden nicht mal mehr erreichen. Tausende Menschen saßen dort ab 2012 über 18 Monate fest – trotz internationaler Zusagen. Deutschland hat schließlich 195 Betroffene aufgenommen.

Das Schlepperwesen ist eine unmittelbare Folge der EU- Asylpolitik. Ein Sammelsurium an Strategien verhindert, dass es legale Fluchtwege in die EU gibt. Entscheidungsträger*innen müssen hier nun selbstkritisch ansetzen. Sonst ist es nur eine Frage der Zeit bis sich Katastrophen wie die des vergangenen Wochenendes wiederholen. MiG 24

 

 

 

 

Flüchtlinge: Das Scheitern der Politik Afrikas

 

Die Tragödie der mehr als 800 auf dem Mittelmeer ertrunkenen Flüchtlinge wiegt auch in Afrika schwer, eine senegalesische Zeitung titelt „Untergang der Verantwortungsträger Afrikas“. Sie beklagt die Untätigkeit Europas, aber auch die der Politiker Afrikas, die sich unfähig zeigten, die Probleme der Wirtschaft und sozialen Sicherheit zu lösen. Der Afrikaspezialist Vincenzo Giradina arbeitet für die Nachrichtenagentur Misna und betont, dass das nicht nur für wenige Zeitungen gelte: Die Kritik an der politischen Klasse sei in Afrika und seinen Medien weit verbreitet. „Absolut. Die Medien kritisieren, dass die Führer Afrikas sich die Hände in Unschuld waschen - das ist einer der Ausdrücke, die bei dieser Tragödie benutzt werden. Präsident Denis Sassou Nguesso von der Republik Kongo hat darauf aufmerksam gemacht, dass es in Europa dauernd Gipfeltreffen zu wichtigen Themen gibt, während die Afrikanische Union so einen Gipfel bisher noch nicht abgehalten hat - und auch nicht abzuhalten gedenkt. Es fehlt also eine koordinierte und starke Antwort von Seiten der Vertreter der Politik Afrikas.“

Ein Grund dafür liege darin, dass die meisten Flüchtlinge aus Ländern kämen, die kein Interesse an freiem Meinungsaustausch hätten: Eritrea zum Beispiel habe mit die strengsten Zensurbestimmungen auf der Welt. Ein weiterer Grund liege in der Instabilität einiger Länder. „Das gilt für das Horn von Afrika, also Somalia und Eritrea. Ein weiteres Land ist Libyen, wo es fast keine Struktur von Politik oder Regierung gibt. Diese beiden ergänzen sich, denn viele Flüchtlinge aus Somalia oder Eritrea kommen nach Libyen. Das braucht ein internationales Eingreifen und eine Zusammenarbeit für die Entwicklung, die das Problem der Flüchtlinge in den Blick nimmt.“

Der Blick Afrikas auf die Krise weist auch auf das Fehlen einer mittel- oder gar längerfristigen Perspektive zum Beispiel bei den Interventionen in Libyen hin. Man vergisst in den Medien des Kontinents aber auch nicht, dass die Auswirkungen des Problems nicht nur in den Tragödien auf dem Mittelmeer zu spüren sind. „Es ist vielleicht interessant, sich daran zu erinnern, dass in Afrika derzeit über zwei Flüchtlingsprobleme gesprochen wird. Zum einen über das der Menschen, die über das Mittelmeer nach Europa fliehen. Dann aber auch über die Unruhen dieser Wochen in Südafrika. Dort werden in Afrika Flüchtlinge, die auch aus Eritrea kommen oder aus dem Kongo, als „Arbeits-Diebe“ bezeichnet, Diebe der wenigen Mittel und Ressourcen, welche die Menschen in den Slums zur Verfügung haben.“  (rv 23.04.)

 

 

 

 

Hintergrund. Woher die Mittelmeerflüchtlinge kommen

 

Die Flüchtlinge, die die lebensgefährliche Überfahrt nach Europa wagen, kommen aus unterschiedlichen Ländern. 2014 kamen nach Angaben des UN-Flüchtlingshilfswerks etwa 220.000 Menschen über das Mittelmeer, davon 170.000 nach Italien. Andere Routen führen nach Spanien, Malta und Griechenland. In diesem Jahr kamen bis Mitte April bereits 36.400 Bootsflüchtlinge in Europa an. Die wichtigsten Herkunftsländer sind Syrien, Eritrea, Somalia, Afghanistan und Nigeria. Ein Überblick

 

Syrien

Der seit vier Jahren währende Bürgerkrieg hat fast vier Millionen Syrer in die Flucht getrieben. Die meisten harren in Lagern in Nachbarländern aus. Die Syrer stellen jedoch auch bei den Flüchtlingen, die nach Europa kommen, die größte Gruppe. Etwa jeder fünfte Asylsuchende stammte im vergangenen Jahr aus Syrien.

Fast 150.000 Asylanträge von Syrern registrierten die Vereinten Nationen 2014 in den Industriestaaten, mehr als doppelt so viele wie im Jahr zuvor. Die meisten kamen nach Deutschland und Schweden. Deutschland hat ein Sonderkontingent von 20.000 syrischen Flüchtlingen aufgenommen. Zudem stellten im vergangenen Jahr fast 40.000 Syrer Asylanträge in der Bundesrepublik. Insgesamt wurden seit Beginn des Bürgerkriegs im März 2011 rund 70.000 Anträge von Syrern erfasst.

Ihren Weg nach Europa finden die Flüchtenden sowohl über das Mittelmeer als auch über den Balkan. In ihrer Heimat ist unterdessen kein Ende der Gewalt in Sicht. Laut UN wurden bei den Kämpfen zwischen der syrischen Regierung, Rebellen und Terrororganisationen bislang weit mehr als 220.000 Menschen getötet.

Eritrea

Die Regierung des ostafrikanischen Eritrea am Roten Meer gilt als schlimmste Diktatur Afrikas. Die Vereinten Nationen schätzen, dass jeden Monat 2.000 bis 3.000 Menschen fliehen, zumeist auf dem Landweg in den Sudan und weiter nach Libyen. Manche versuchen es auch per Boot. In Eritrea ist nur eine Partei zugelassen, jegliche Kritik wird im Keim erstickt.

Präsident Isayas Afewerki ist seit der Unabhängigkeit des sechs Millionen Einwohner zählenden Landes im Jahr 1993 an der Macht. Nach Informationen von Amnesty International sind etwa 10.000 Menschen aus politischen Gründen inhaftiert. Folter und Misshandlungen sind an der Tagesordnung. Erlaubt sind nur fünf Religionsgemeinschaften. Angehörige anderer Glaubensrichtungen, etwa Zeugen Jehovas, werden verfolgt.

Besonders gefürchtet ist der Militärdienst, der oft auf unbestimmte Zeit verlängert wird. Wehrpflichtige werden zu Zwangsarbeit eingesetzt, etwa in Minen. Über die humanitäre Situation gibt es wenig Informationen, da die Regierung das Land abschottet. Es werden aber immer wieder Hungersnöte vermutet. Das Regime wird von den UN beschuldigt, Terrororganisationen in Nachbarländern zu unterstützen. Auch am Menschenhandel über den Sinai und den Sudan sollen eritreische Beamte beteiligt sein.

Somalia

Das Land am Horn von Afrika mit etwa zehn Millionen Einwohnern ist nach drei Jahrzehnten Chaos, Anarchie und Bürgerkrieg weiter verarmt. Erst langsam kommt der Wiederaufbau voran. Zwar hat Somalia mit Präsident Hassan Sheikh Mohamud seit September 2012 wieder eine legitime Regierung, aber die Kämpfe mit Islamisten halten in etlichen Landesteilen an, trotz einer afrikanischen Eingreiftruppe. Auch Zivilisten werden gezielt oder willkürlich angegriffen, getötet oder gefoltert.

Mehr als eine Million Menschen sind Flüchtlinge im eigenen Land. In der Hauptstadt Mogadischu hat sich die Lage etwas stabilisiert, Gewalt ist dennoch allgegenwärtig. Mitte April verübte die Terrormiliz Al-Shabaab einen blutigen Anschlag auf das Bildungsministerium. Aus Angst vor solchen Angriffen hausen Zehntausende Familien in Zelten aus Stoffresten, Säcken und Planen. Gegen Kriminelle, Warlords und Vergewaltiger haben sie keinerlei Schutz.

Hilfswerke haben oft keinen Zugang zu Bedürftigen. Menschenrechtsorganisationen beklagen, dass bewaffnete Gruppen Männer und Kinder zwangsrekrutierten. Auch Journalisten und UN-Mitarbeiter werden immer das Opfer von Anschlägen. Die Gewalt verschlimmerte die schwere Hungersnot 2011. Weil kaum öffentliche Strukturen existieren, wird Somalia zu den zerfallenden Staaten gezählt. Zudem haben sich mehrere Landesteile für unabhängig erklärt, darunter Somaliland 1991 und Puntland 1998.

Afghanistan

Aus Afghanistan kommt seit drei Jahrzehnten eine große Zahl von Flüchtlingen. Rund 2,6 Millionen Menschen sind bei den Vereinten Nationen registriert. Der allergrößte Teil lebt in Pakistan und im Iran, in ständiger Angst, abgeschoben zu werden. Die wirkliche Zahl dürfte höher liegen. Wenn sich Afghanen von der Türkei aus per Boot über das Mittelmeer auf den Weg nach Griechenland machen, haben sie meist eine monatelange Odyssee hinter sich.

Der Exodus aus Afghanistan begann mit dem Einmarsch sowjetischer Truppen in Afghanistan 1979. Doch die Fluchtwelle ging nach Ende der sowjetischen Besatzung weiter, als ein Bürgerkrieg tobte. Auch das radikal-islamische Taliban-Regime in den 90er Jahren zwang Tausende Menschen, ihre Heimat zu verlassen.

In Afghanistan mit seinen 30 Millionen Einwohnern herrschen weiter politisches Chaos und wirtschaftliche Unsicherheit. Nach der chaotischen Präsidentenwahl im vergangenen Jahr war die Bildung einer Koalition zäh, erst jetzt wurde das Kabinett von Präsident Aschraf Ghani vereidigt. Die aufständischen Taliban kontrollieren wieder große Teile des Landes.

Nachdem die Nato Ende 2014 ihren Kampfeinsatz am Hindukusch beendet hat, verschlechtert sich die Sicherheitslage. Aus Angst vor der Rache der Taliban zogen Tausende Afghanen in die Hauptstadt Kabul, wo sie in Camps hausen. Nach offiziellen Angaben sind fast 700.000 Afghanen Flüchtlinge im eigenen Land. Doch die Dunkelziffer dürfte hoch sein.

Nigeria

Das bevölkerungsreichste Land Afrikas mit 170 Millionen Ländern kämpft mit der Gewalt der islamistischen Boko-Haram-Miliz, mit Lebensmittelknappheit und weitverbreiteter Armut. Boko Haram kämpft im Norden Nigerias für einen islamistischen Gottesstaat, überfällt Dörfer, entführt und versklavt Schülerinnen, ermordet ganze Familien. Seit 2009 wurden nach UN-Schätzungen rund 13.000 Menschen getötet. Die Zahl der Anschläge und Toten nahm im vergangenen Jahr stark zu. Hunderttausende Menschen flüchteten in andere Landesteile oder über die Grenze, etwa nach Kamerun.

Auch Nigerias Sicherheitskräften begehen im Kampf gegen die Aufständischen schwere Menschenrechtsverletzungen. Amnesty International wirft Militär und Polizei die rechtswidrige Tötung von vermeintlichen Verdächtigen vor. Die mehrfach verschobene Präsidentenwahl im März sorgte für weitere Instabilität. Allerdings zeichnet sich nun ein friedlicher Machtwechsel ab, wenn Muhammadu Buhari Ende Mai sein Amt antreten wird. Trotz reicher Öl- und anderer Rohstoffvorkommen lebt fast jeder zweite Nigerianer in Armut. MiG 23

 

 

 

 

Flüchtlinge: EU will Maßnahmen zur Seenotrettung verdoppeln

 

Mehr Schiffe und mehr Geld für den seit November laufenden EU-Einsatz Triton: Die EU-Kommission will Bundesinnenminister Thomas de Maiziere zufolge ihre Maßnahmen zur Seenotrettung von Flüchtlingen verdoppeln. Bundesentwicklungsminister Gerd Müller forderte zudem ein zehn Milliarden schweres Flüchtlings-Sofortprogramm.

Die EU-Kommission schlägt nach Angaben von Bundesinnenminister Thomas de Maiziere eine Verdopplung der Maßnahmen zur Seenotrettung vor, um Flüchtlingskatastrophen im Mittelmeer zu verhindern.

"Wir würden das unterstützen", sagte de Maiziere am Montag nach Beratungen der EU-Außen- und Innenminister in Luxemburg. Bei dem Treffen legte die Kommission nach Angaben demnach einen Zehn-Punkte-Plan vor. Die Aufstockung betreffe sowohl die Zahl der Schiffe als auch Geld für den seit November laufenden EU-Einsatz Triton, der seinen Schwerpunkt vor der italienischen Küste hat.

Zudem regte die Brüsseler Behörde nach Angaben de Maizieres an, aus dem Einsatz der EU vor der somalischen Küste im Kampf gegen Piraten zu lernen. So könnten Boote zerstört werden, die zur Überfahrt von Flüchtlingen über das Mittelmeer genutzt würden. Eine solche Maßnahme müsse schnell, aber sorgsam überlegt werden, sagte der Minister. Die EU-Kommission wolle zudem in einem Pilotprojekt 5.000 Flüchtlinge über die EU verteilen. Daran werde sich Deutschland beteiligen, auch wenn das Projekt auf 10.000 Menschen ausgedehnt werden sollte. De Maiziere sagte zudem, dass er im Namen der Bundesregierung Italien und Griechenland Hilfe bei der Erstaufnahme von Flüchtlingen angeboten habe.

EU-Ratspräsident Donald Tusk rief für Donnerstag einen Sondergipfel der EU-Staats- und Regierungschefs zu dem Thema in Brüssel ein. Am Sonntag hatte sich erneut eine Flüchtlingskatastrophe im Mittelmeer ereignet. Dabei starben nach Angaben der Bundesregierung beim Untergang eines Bootes vor der libyschen Küste bis zu 950 Menschen.

Gerd Müller will Wirtschafts- und Stabilisierungsprogramm auflegen

Bundesentwicklungsminister Gerd Müller forderte vor dem EU-Sondergipfel zur Flüchtlingskatastrophe im Mittelmeer von der EU ein Sofortprogramm im Volumen von zehn Milliarden Euro.

Mit dem Geld müsse in den Fluchtländern ein Wirtschafts- und Stabilisierungsprogramm aufgelegt werden, sagte der CSU-Politiker der "Saarbrücker Zeitung" laut Vorab-Bericht aus der Dienstag-Ausgabe. Besonders Libyen müsse man im Blick haben. Die EU müsse einen Sondergesandten schicken zur Unterstützung der US-Initiative vor Ort. Zudem müsse es in der Europäischen Union (EU) ein Gesamtkonzept zur Rettung, Aufnahme und Verteilung der Flüchtlinge geben.  AFP / rtr / nsa 21

 

 

 

 

EU 10-Punkte-Plan. Mehr Geld für Seenotrettung und Kampf gegen Schlepper

 

Nach der vermutlich schlimmsten Tragödie mit Flüchtlingen im Mittelmeer vereinbarten EU Außen- und Innenminister einen 10-Punkte-Plan. Danach sollen die EU Grenzüberwachung mehr Geld bekommen. Den Schleppern sagten die Minister den Kampf an.

 

Dem UN-Flüchtlingshilfswerk UNHCR zufolge waren die jüngsten Flüchtlingsunglücke vermutlich bislang schlimmste registrierte Tragödie mit Flüchtlingen im Mittelmeer. Das hat den Druck auf Europa erhöht, Maßnahmen zu ergreifen. Entsprechend kamen am Montag die Außen- und Innenminister der EU-Länder in Luxemburg zu einer Sondersitzung zusammen. Am Ende des Treffens präsentierten die Minister einen 10-Punkte-Plan, der sich auf zwei wesentliche Kernthemen zusammenfassen lässt.

Zum einen sollen die Grenzüberwachungsprojekte “Triton” und “Poseidon” mehr Geld bekommen und mit mehr Schiffen ausgestattet werden. Medienberichten zufolge war von einer Verdopplung der Mittel die Rede. Ein zweites Schwergewicht des 10-Punkte-Plans ist eine Kampfansage gegen Schlepperbanden. Vereinbart wurde die Zerstörung von Schlepperbooten.

Außerdem vereinbarten die Minister schnellere Bearbeitung von Asylanträgen in Italien und Griechenland sowie ein zügigere Rücküberführung von “illegalen” Einwanderern in ihre Heimatländer. Auch eine Zusammenarbeit mit Ländern rund um Libyen – dem Transitland für viele Flüchtlinge – soll nach Auffassung der EU-Innen- und Außenminister dazu führen, Flüchtlinge von einer Überfahrt abzuhalten. Ob diese Maßnahmen in erster Linie weitere Tote verhindern oder ob sie Flüchtlinge weiterhin von den Küsten Europas fernhalten sollen, ist unklar.

Schulz: Nichts bewegt sich

EU-Parlamentspräsident Martin Schulz (SPD) hatte im Vorfeld des Ministertreffens eine neue Flüchtlingspolitik in Europa gefordert. “Wir können nicht an dem Symptom weiter herumdoktern, sondern müssen erkennen, dass wir ein Einwanderungsgebiet sind und eine legale, geordnete Einwanderungspolitik benötigen”, sagte er am Montag dem Kölner Stadt-Anzeiger.

Schulz äußerte zugleich scharfe Kritik vor allem an den EU-Mitgliedsstaaten: “Nichts bewegt sich. Und das liegt nicht an der EU, sondern am Unwillen der Hauptstädte der EU-Mitgliedsstaaten. Nicht aller, aber einiger”, fügte er hinzu. “Wie viel muss eigentlich noch passieren, damit es dort endlich begriffen wird?” Man müsse außerdem an die Ursachen der Flüchtlingskatastrophen heran und dies bedeute auch, dass den gescheiterten Staaten in Afrika Mittel zur Verfügung gestellt würden, damit die Menschen nicht das Land verlassen müssten.

Merkel: Flüchtlingskatastrophe Europas nicht würdig

Die Bundesregierung zeigte sich erschüttert über das Bootsunglück. “Dass dies mit trauriger Regelmäßigkeit im Mittelmeer stattfindet, das ist ein Zustand, der Europas nicht würdig ist”, sagte der Sprecher von Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU), Steffen Seibert, am Montag in Berlin. Ein Kontinent, der sich der Humanität verpflichtet fühle, müsse Antworten darauf suchen, “auch wenn es keine einfachen Antworten gibt”, sagte Seibert. Bei konkreten Forderungen blieb der Regierungssprecher im Hinblick auf das geplante Treffen der EU-Innen- und Außenminister aber zurückhaltend.

Bundesaußenminister Frank-Walter Steinmeier (SPD) sagte: “Mit Rücksicht auf den Tod von bis zu 950 Menschen gestern im Mittelmeer können wir nicht zur Tagesordnung übergehen.” Das Bemühen um die Rettung von Menschenleben müsse an vorderster Stelle stehen. Steinmeier verlangte, den Blick stärker auf Afrika zu richten. Die EU müsse im zerfallenden Transitland Libyen die Bildung einer Regierung der nationalen Einheit unterstützen.

Grüne: Humanität oder Ideologie

Die Grünen-Fraktionschefin im Bundestag, Katrin Göring-Eckardt, forderte eine Neuauflage des Seenotrettungsprogramms. Sie werde diesbezüglich Druck auf Bundesinnenminister de Maizière ausüben, sagte Göring-Eckardt am Montag dem Hörfunksender NDR Info: “Er muss sich fragen lassen, ob er Humanität walten lassen will oder Ideologie.” Jeder Flüchtling müsse ein ehrliches und faires Asyl-Verfahren erhalten, forderte die Oppositionspolitikerin. (epd/mig 21)

 

 

 

Flüchtlingstragödie - Fluchtursachen bekämpfen

 

Wieder sind hunderte von Flüchtlingen im  Mittelmeer ertrunken. Viel Betroffenheit und Erschütterung werden geäußert. Seerettungsprogramme stehen ebenso im Mittelpunkt.

Weniger gesprochen wird stattdessen  über die Ursachen der Flucht. Diese haben nämlich viel mit der Politik der westlichen Länder zu tun. Kriege die den Zerfall früher stabiler Staaten verursacht haben sind von der NATO  durchgeführt oder provoziert worden, so zum Beispiel in Lybien, Afghanistan und Irak. Zudem ist der Waffenhandel ein enormes  Geschäft und wandelt Kriege in gewinnträchtigen Profitmaschinen.

Weiterhin zwingen die Strukturprogramme von Weltbank und Internationalen Währungsfonds (IFM) afrikanische Länder zu drastischen Sparprogrammen – Entlassungen, Privatisierungen, Kürzungen -  die statt die Armut zu bekämpfen, diese geradezu herbeiführen.

Auch die Liberalisierung der  Märkte führt zu paradoxalen Folgen, in dem  zum Beispiel europäische Länder mit  ihren billigen  Waren Märkte  in Afrika überschwemmen und die Lokalproduktion vernichten. Gleichzeitig  haben Produkte aus Entwicklungsländern kaum Chancen auf den abgeschotteten EU-Märkten. Die Pharmaindustrie mit ihrer Patentenregelung  ist ein weiteres Beispiel, wie arme Länder daran verhindert werden, an die Fortschritte  der Medizin teilzuhaben.

Immer mehr Staaten zerfallen als Folge dieser Politik. Das Elend ist so groß, dass die Menschen ihren Tod in Kauf nehmen, um überhaupt  zu fliehen. Im übrigen nehmen nicht unbedingt die reichsten Länder die meisten Flüchtlinge auf:  1,6 Millionen in Pakistan, 1,1 Million in Libanon, 982.00 in Iran; 824.00 in der Türkei; 737.000 in Jordanien; 588.000 in Äthiopien.

Die Abschiebung von Flüchtlingen ist keine Lösung; die Seenotrettung ist willkommen; erforderlich ist jedoch die Ursachen von Flucht zu erkennen und diese zu bekämpfen. Norma Mattarei, Caritas München

 

 

 

 

 

Fachbereich Migration. Deutschland und Europa diskutieren über mögliche Maßnahmen

 

Nach der jüngsten Bootskatastrophe mit mehr als 800 toten Flüchtlingen geht die Diskussion über mögliche Maßnahmen weiter. Debattiert wird über eine mögliche Ausweitung der Seenotrettung, die Verfolgung von Schleppern, legale Einreisemöglichkeiten für Flüchtlinge sowie über Aufnahmezentren in Nordafrika.

 

Nach der jüngsten Bootskatastrophe mit mehr als 800 Toten suchen Bundesregierung, EU und die internationale Staatengemeinschaft nach Wegen, ein weiteres Flüchtlingssterben im Mittelmeer zu verhindern. Entwicklungsminister Gerd Müller (CSU) forderte am Mittwoch in Berlin eine sofortige Wiederaufnahme des Seenotrettungsprogramms. Der UN-Sicherheitsrat dringt auf eine verstärkte internationale Zusammenarbeit und die strafrechtliche Verfolgung der Schlepper.

“Es war ein Fehler, ‘Mare Nostrum’ einzustellen”, sagte Entwicklungsminister Müller im ARD-Morgenmagazin mit Blick auf das Ende 2014 ausgelaufene Seenotrettungsprogramm Italiens. Deutschland sei bereit, sich an einer Wiederaufnahme des Programms zu beteiligen. Dies müsse “sofort effektiv” umgesetzt werden.

Seenotrettung gefordert

Der Fraktionschef der Europäischen Volkspartei (EVP), Manfred Weber, sprach sich für eine Ausweitung des “Triton”-Einsatzes der EU zu einer umfassenden Grenz- und Seenotrettungsmission aus. Dies unterstützte auch die Vorsitzende des Entwicklungsausschusses im Bundestag, Dagmar Wöhrl (CSU).

Eine konsequentere Seenotrettung forderten auch “Pro Asyl” und die Göttinger Migrationsforscherin Sabine Hess. Die EU erwäge zwar eine Verdoppelung ihrer Gelder für ihre derzeitige “Triton”-Mission, das sei aber “völlig unzureichend”, sagte Hess dem Evangelischen Pressedienst. Die Hilfen müssten “mindestens den Umfang von Mare Nostrum” erreichen.

Verfolgung von Schleppern

Für eine stärkere Verfolgung der Schlepper, die den Tod der Flüchtlinge auf maroden Kähnen in Kauf nehmen, sprach sich am Dienstag (Ortszeit) der UN-Sicherheitsrat in New York aus. Die Schlepper müssten zur Rechenschaft gezogen werden. Alle illegalen Wege für Migranten müssen geschlossen werden.

Der EU-Parlamentarier Elmar Brok (CDU) forderte im Kampf gegen Schleuser den Einsatz der Nachrichtendienste. Bundesnachrichtendienst und der US-amerikanische NSA etwa sollten die Hintermänner ausfindig machen. “Wichtig wäre es, die Chefs der Schlepperbanden festzusetzen”, sagte Brok in der Neuen Westfälischen.

Legale Wege nach Europa

Nach Ansicht von “Pro Asyl” geht es indes darum, “ernsthaft legale Wege nach Europa zu schaffen”. Die Bekämpfung der “Schlepper-Industrie” werde der menschlichen Dramatik im Mittelmeer nicht gerecht, unterstrich der Europareferent der Flüchtlingshilfe-Organisation in einem epd-Gespräch. Die Schlepper seien erst mit einer auf Abschottung setzenden EU-Politik aufgetreten.

Ähnlich argumentieren die Grünen: Das Geschäft der Schlepper könne nur durch geregelte Überfahrten nach Europa auf sicheren Fähren und ein “humanitäres Visum” gestoppt werden, sagte Fraktionschefin Katrin Göring-Eckardt der Rheinischen Post. Nicht jeder Flüchtlinge werde bleiben könne, aber jeder solle das Recht haben, einen Asylantrag zu stellen.

Migrationsforscherin Hess sprach sich sogar für eine weitgehende Aufhebung des Visumszwangs aus. Dies müsse zumindest für Länder gelten, in denen Kriege oder Bürgerkriege die Menschen in die Flucht trieben, sagte sie, etwa für Syrien, Afghanistan, Somalia und Eritrea. Den Vorschlag von Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU), Aufnahmezentren für Flüchtlinge in Nordafrika aufzubauen, kritisierte sie als “Unverschämtheit”.

Aufnahmezentren in Nordafrika

Die Idee der Aufnahmezentren in Nordafrika ist auch innerhalb der Regierung umstritten. Nach Meinung des Menschenrechtsbeauftragten Christoph Strässer (SPD) stellen sie keinen geeigneten Weg dar. In einer Sendung des BR begründete er dies mit zu vielen offenen Fragen. Rechtsstaatliche Asylverfahren seien Aufgabe der EU-Länder und könnten nicht auf andere – etwa in Libyen – übertragen werden.

Die Flüchtlingsbeauftragte der Bundesregierung, Aydan Özuguz (SPD), unterstützt dagegen das Vorhaben von “Willkommenszentren” in Nordafrika. In den Herkunftsländern müsse es mehr Informationen über die Asyl- und Einwanderungsmöglichkeiten geben, unterstrich sie in der Oldenburger Nordwest-Zeitung. (epd/mig 23)

 

 

 

 

Im Mai landet die europäische Poesie in Frankfurt 

 

Von Valeria Marzoli. Übersetzung von Barbara Zeizinger

 

Eine Besetzung mit Dichtern aus verschiedenen europäischen Nationen landet in Frankfurt am Main zum traditionellen Treffen der Europäischen Poesie. Die achte Auflage des Festivals findet vom 22. bis zum 25 Mai statt und hat folgende Dichter zu Gast: Franco Buffoni, Willem van Toorn, Carsten Renè Nielsen, Igor Rems, Jean Portante, Miriam van Hee, Eric Giebel, Barbara Zeizinger, Ute Dietl, Iris Welker-Sturm, Ataol Behramoglu e Tuncer Cücenoclu. 

Das Universum ihrer Gedanken, Tradizionen und Emotionen werden sie in ihren Lesungen, in Foren, in den im Programm zahlreich vorgesehenen Treffen offenbaren. 

Es beginnt am Freitag, den 22. Mai um 19.00 Uhr im Sitz der Goethe-Universität Raum 1. 802 mit einer Diskussion zu dem aktuellen Thema „ Europa heute. Wie die Dichter davon erzählen“. Es folgt eine Lesung der Dichter Miriam van Hee, Franco Buffoni, Barbara Zeizinger und Willem van Toorn. Durch den Abend führt Laurette Artois, Dozentin der Goethe-Universität, Abteilung Neu-Niederländisch. Sie wird die Werke der Autorin Gabi Rohowski lesen. 

Ein anderes interessantes Forum ist der runde Tisch der Übersetzungen, der am 23. Mai  um 15.00 Uhr stattfindet. Dichter wie Willem van Toorn, Jean Portante, Franco Buffoni und Carsten Renè Nielsen werden über ihre Arbeit als Übersetzer sprechen und wie sie die Werke von anderen Autoren verstehen und bearbeiten. 

Am 23. Mai, um 18.00 Uhr findet im Gewölbekeller des Historischen Museums eine Lesung von Jean Portante, Carsten Renè Nielsen, Igor Rems und der deutschen Dichterinnen Ute Dietl und Iris Welker-Sturm statt. Jeder Dichter liest in seiner eigenen Sprache und als Zeichen der Achtung werden die Texte auf Deutsch von zwei deutschen Poeten vorgetragen, die bereits Gäste des 7. Festivals waren: Eric Giebel und Barbara Zeizinger. Christina Giaimo (Goethe-Universität) wird moderieren. Dazwischen wird es Musik geben. 

Eine besondere Hommage, innovativ (aber es gab immer eine Hommage, erinnern wir uns an die an Eduardo De Filippo, früher als sie ihm vom Senat gewährt worden war) ist die an Goethe, Quelle der Poesie in Frankfurt. Im Garten des Goethe-Hauses, am 24. um 11 Uhr lesen die Gäste des Festivals einen Text von Goethe und dann wird Marcella Continanza, künstlerische Leiterin des Festivals, die sich diese Hommage gewünscht hat, eines ihrer Gedichte präsentieren, das Goethe gewidmet ist.

Die Poesie, übersetzt in 15 Sprachen, von Dichtern, die Gäste des Festivals sind oder gewesen sind, wie beispielsweise „eine Arbeit des Nachempfindens des kreativen Prozesses“ wird von den anwesenden Dichtern des Festivals gelesen werden, um Goethe im kultivierten Rahmen seines Hauses, seiner Geschichte zu feiern. Die Dichtung und ihre Versionen in anderen Sprachen werden in einem kleinen Buch von „Toscana Carte Pregiat“ gedruckt, ein Made in Italy, um das uns alle beneiden und das „Kartos“ uns schenken möchte. 

Es gibt noch andere Dichter, andere Momente des Zusammentreffens mit der Presse und der Öffentlichkeit, andere Momente der Analyse, worunter auch die Diskussion mit den Dichtern Ataol Behramoglu und Tuncer Cücenoglu über die „Rolle der türkischen Poesie in Europa“ gehört, ferner ein Spaziergang im Botanischen Garten, wo die Schönheit der Natur mit der der Poesie verschmilzt, um suggestive Emotionen zu entwickeln, wie im vergangenen Jahr die Dichterin Donatella Bisutti sagte, „Allein deswegen lohnt sich das Festival“; die Performance von Eric Giebel und Barbara Zeizinger, schließlich das „Schiff der Poesie“, wo vor dem faszinierenden Szenario des Mains zwischen Hochhäusern, historischen Palästen und bezaubernden Abschnitten des Panoramas die Lesungen der Dichter auf dem Boot im süßen Rhythmus des fließenden Wassers aufeinanderfolgen. 

Acht Jahre nach seinem Debüt beabsichtigt das Festival Schmelztiegel der Gemeinschaft der europäischen Poesie zu sein und es versteht sich auch als Ort der großen Atempause, wo die modernen Dichter der heutigen Gesellschaft aufgerufen sind, „Stimme“ unserer tiefen Empfindungen zu sein, weil die Poesie ein nicht spürbares Geheimnis birgt, das in unseren Geist eindringt und ihn für immer gefangen hält. 

Das Festival wird unterstützt von der Stadt Frankfurt am Main unter Oberbürgermeister Peter Feldmann, und veranstaltet von der Vereinigung „Donne e Poesia Isabella Morra“, und von dem Journal „Clic Donne 2000“ e vom Komitee des Festivals unter dem Vorsitz des berühmten griechischen Dichters Titos Patrikios. De.it.press

 

 

 

 

Nach Flüchtlingsunglück. EU beruft Krisensitzung

 

Die Rettungsmission „Mare Nostrum“ war an fehlender Unterstützung gescheitert. Nun wollen die Mitgliedstaaten wieder beraten. Nach der neuerlichen Flüchtlingskatastrophe im Mittelmeer hat die Europäische Union eine Krisensitzung einberufen.

 

Die EU-Kommission äußerte sich am Sonntag in Brüssel „zutiefst betroffen“ von dem Unglück mit vermutlich Hunderten Toten und kündigte eine Dringlichkeitssitzung der Innen- und Außenminister der Mitgliedstaaten an. Dabei solle es vor allem darum gehen, mit den Herkunfts- und Transitländern daran zu arbeiten, die Flüchtlinge von der gefährlichen Reise über das Mittelmeer abzuhalten.

„Der einzige Weg, die Realität zu verändern, ist, die Situation an den Wurzeln anzugehen“, teilte die EU-Kommission weiter mit. Solange es Krieg und Armut in der europäischen Nachbarschaft gebe, würden Menschen einen sicheren Zufluchtsort in Europa suchen. Deshalb sei es wichtig, mit den Drittländern zusammenzuarbeiten. Mitte Mai will die Kommission ein Strategiepapier zur Migrationspolitik vorlegen.

„Wir haben zu oft gesagt: nie wieder“

Die EU-Außenbeauftragte Federica Mogherini sagte am Sonntag: „Wir haben zu oft schon gesagt: nie wieder.“ Die EU als Ganzes müsse das Problem nun zügig angehen. Die Mittelmeer-Staaten seien zu lange auf sich allein gestellt gewesen.

Frankreichs Präsident François Hollande rief dazu auf, die EU-Mission „Triton“ zu verstärken. Es seien mehr Boote und mehr Überflüge des Mittelmeeres nötig, um gegen den Menschenhandel vorzugehen, sagte Hollande im französischen Fernsehsender „Canal+“.

Kritiker werfen der EU seit langem Tatenlosigkeit angesichts des Massensterbens im Mittelmeer vor. Italien hatte im vergangenen Herbst die Rettungsmission „Mare Nostrum“ eingestellt, weil sich die EU-Partner nicht an der Finanzierung des Marineeinsatzes beteiligen wollten. Seitdem läuft unter Führung der EU-Grenzschutzagentur Frontex die deutlich kleinere Mission „Triton“, die aber vorwiegend der Sicherung der EU-Außengrenzen und nicht der Rettung der Flüchtlinge dient. Einige EU-Staaten hatten Italien vorgehalten, mit „Mare Nostrum“ die Flüchtlinge zu der gefährlichen Überfahrt erst ermutigt zu haben. In Deutschland richtet sich die Kritik von Grünen und Linkspartei sowie von SPD-Politikern gegen Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU).

Im Gegensatz dazu werfen Kritiker der EU nun aber vor, mit „Triton“ den Tod von Flüchtlingen in Kauf zu nehmen. Bei dem neuen Schiffsunglück vor der libyschen Küste kamen in der Nacht zum Sonntag bis zu 700 Menschen ums Leben. Das UN-Flüchtlingshilfswerk UNHCR geht davon aus, dass es außen den bislang 28 Geretteten keine weiteren Überlebende gibt. Der Fischkutter war wie viele andere Flüchtlingsboote auf dem Weg zur italienischen Insel Lampedusa.  AFP/dpa/Reuters 19

 

 

 

 

Flüchtlingsdrama im Mittelmeer „Eine Schande für Europa und uns alle“

 

Nach dem vermutlich schwersten Flüchtlingsdrama im Mittelmeer seit langer Zeit gerät Bundesinnenminister De Maizière unter Druck. Er hatte eine Seenotrettungsmission abgelehnt. Die Grünen sprechen von einer „Katastrophe mit Ansage“.

 

Jede Woche kommen Flüchtlinge über das Mittelmeer nach Italien. Aufnahme von Migranten am 18. April im Hafen von Messina auf Sizilien.

Nach dem neuerlichen Flüchtlingsunglück im Mittelmeer mit Hunderten Toten in der Nacht zum Sonntag sind bei Grünen, SPD und Linkspartei Forderungen nach einer neuen Seenotrettungsmission laut geworden. „Was wir dieser Tage erleben, ist eine Katastrophe mit Ansage“, so die Grünen-Vorsitzende Simone Peter. Sie sprach von einer „Schande für Europa und uns alle“. Es sei „ein tödlicher Fehler“ gewesen, im Herbst vergangenen Jahres das Seenotrettungsprogramm „Mare Nostrum“ einzustellen.

Bundestagsvizepräsidentin Claudia Roth (Grüne) griff Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) frontal an. „Das Grauen wird einfach weiter hingenommen“, sagte Roth. Dass nun wieder Hunderte Flüchtlinge ertrunken seien, liege auch daran, dass „europäische Politiker wie unser Innenminister Thomas de Maizière sie nicht retten wollen, um nicht noch mehr Anreize für Flüchtlinge zu schaffen“. Für diese „zynische, unmenschliche, ja schändliche Politik“ habe die EU „keinen Friedensnobelpreis verdient, er sollte ihr aberkannt werden“.

„Unterlassene Hilfeleistung“

Roth forderte eine „gemeinsame, robuste“ europäische Seenotrettungsmission und sichere Zugangswege nach Europa. „Wir haben die Schiffe dafür, wir haben gemeinsam auch die finanziellen Mittel.“ De Maizière hatte ein neues Seenotrettungsprogramm erst vor Kurzem abgelehnt.

Der SPD-Menschenrechtsfachmann Frank Schwabe sagte: „Wer jetzt nicht handelt, macht sich unterlassener Hilfeleistung schuldig.“ Das „Schwarze-Peter-Spiel“ müsse schnell beendet werden. Eine Nachfolgemission von „Mare Nostrum“ wäre keineswegs ein Anreiz für weitere Flüchtlinge, sich nach Europa aufzumachen, „sondern ein Gebot der Menschlichkeit“.

Auch die Flüchtlingsbeauftragte der Bundesregierung, Aydan Özoguz (SPD), sprach sich nun für die Wiedereinsetzung einer Seenotrettungsmission aus. „Dass wieder so viele Menschen auf dem Weg nach Europa ihr Leben verloren haben, ist ein Armutszeugnis für uns alle“, sagte die Staatsministerin am Sonntag. „Es war eine Illusion zu glauben, dass die Einstellung von Mare Nostrum Verzweifelte davon abhalten wird, die lebensgefährliche Fahrt über das Mittelmeer zu wagen.“

Der stellvertretende Vorsitzende der Linksfraktion Jan Korte forderte: „Es ist an der Zeit, dass Deutschland seine restriktive Abwarte- und Abwehrhaltung aufgibt und sich in Europa an die Spitze setzt, um umfangreiche Hilfsmaßnahmen schnell und unbürokratisch zu organisieren.“ Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) müsse in Europa „einen Gipfel der Mitmenschlichkeit initiieren, der dieses massenhafte Sterben stoppt“.

„Tatenlosigkeit nicht mehr hinnehmbar“

Vor der libyschen Küste hatte sich zuvor das bislang anscheinend schlimmste Flüchtlingsunglück im Mittelmeer ereignet. Nach Angaben des UN-Flüchtlingshilfswerks UNHCR kenterte in der Nacht zum Sonntag ein Trawler mit etwa 700 Menschen an Bord. Lediglich 28 Flüchtlinge konnten demnach gerettet werden. Sollten sich die Vermutungen bestätigen, würde die Tragödie das Ausmaß der Katastrophe von Lampedusa   im Jahr 2013 noch übertreffen. Im Oktober 2013 waren vor der italienischen Mittelmeerinsel mindestens 366 vor allem aus Somalia und Eritrea stammende Flüchtlinge ertrunken, als ihr Boot Feuer fing und kenterte. Anschließend hatte Italien das Rettungsprogramm „Mare Nostrum“ ins Leben gerufen. Es wurde jedoch im Dezember 2014 wieder eingestellt. Das EU-Programm Triton konzentriert sich hingegen auf Überwachung und Patrouillen.

Barbara Lochbihler, stellvertretende Vorsitzende des Menschenrechtsausschusses im Europäischen Parlament sowie außen- und menschenrechtspolitische Sprecherin der Grünen-Fraktion, nannte die „Tatenlosigkeit“ der EU und ihrer Mitgliedstaaten „längst nicht mehr hinnehmbar“. Wer vor Krieg und Zerstörung fliehe, den „dürfen wir nicht weiter kriminellen Schleppern und den Launen des Mittelmeers überlassen“.  FAZ.NET 19

 

 

 

 

Italien: Flüchtlingsdrama war „vorhersehbar"

 

Es war die bisher wohl bisher schlimmste Flüchtlingskatastrophe auf dem Mittelmeer. In der Nacht auf Sonntag ertranken wohl an die 700 Menschen beim Versuch, in einem überfüllten Boot Italien zu erreichen. Papst Franziskus und zahlreiche andere Persönlichkeiten des öffentlichen Lebens zeigten sich bestürzt. An diesem Montag reden Minister der EU-Staaten erneut über die für viele tödliche EU-Flüchtlingspolitik. Anne Preckel sprach darüber mit dem Direktor des Italienischen Flüchtlingsrates (CIR), dem Deutschen Christopher Hein.

„Betroffenheit zeigt sich jedes Mal, wenn ein solches Schiffsunglück im Mittelmeerraum passiert, aber hinterher geschieht dann wenig oder gar nichts. Das muss man mit Bitterkeit feststellen. War es vorhersehbar? Ja, es war vorhersehbar! Wenn die Zahlen (der Flüchtlinge, Anm. d. Red.) ansteigen und gleichzeitig die Anstrengungen für Seenothilfe runtergehen, die Schmuggler zudem immer seeuntüchtigere Boote zur Verfügung stellen, die nicht mal zehn Seemeilen, geschweige denn über das ganze Meer von Nordafrika bis nach Sizilien fahren können – diese Faktoren spielen zusammen. Und darüber müssen wir sofort nachdenken, nicht einfach stehenbleiben in der Betroffenheit und der Trauer über die Opfer – sondern sofort darüber nachdenken, wie man schnellstens Maßnahmen ergreift! Sonst kann eine ähnliche Tragödie auch nächste Woche, in einem oder zwei Monaten wieder passieren.“

Von der aktuellen Sitzung des Ministerrates der EU-Außenminister erhofft sich Hein deshalb, dass endlich ein Richtungswechsel in der EU-Flüchtlingspolitik eingeleitet wird. Der Kampf gegen die Menschenhändler sei ein Mittel, um weitere Tote auf dem Mittelmeer zu verhindern, noch wichtiger seien aber legale Wege der Einwanderung nach Europa, um dem schmutzigen Geschäft mit den Flüchtlingen den Saft abzudrehen. „Es muss entschieden werden, dass das Schlepperwesen an der Basis bekämpft wird! Das Schlepperwesen ist der Ausdruck einer Situation, in der es für Flüchtlinge und Migranten keine Möglichkeit gibt, auf normale legale Weise nach Europa reinzukommen, das muss man endlich mal konstatieren. Es gäbe gar keinen Markt für die Schmuggler, wenn man in 28 Konsulate der Mitgliedsstaaten in einem afrikanischen oder asiatischen Land gehen könnte und sagen könnte, unter den und den Bedingungen möchte ich gern ein humanitäres Visum beantragen, ein Rechtschutzvisum. Diese Möglichkeit gibt es nicht, die haben wir nicht! Und das ist die Business-Grundlage der Schmuggler, nicht die Schmuggler selbst!“

EU-Parlamentspräsident Martin Schulz hatte sich vor ein paar Tagen erneut für eine „legale, geordnete Einwanderungspolitik“ in Europa stark gemacht und dabei kritisiert, dass sich einige EU-Mitgliedsstaaten immer wieder quer dagegen stellen. Hein geht im Interview mit Radio Vatikan auf Gründe für diese Haltung ein: „Wo jegliche Überlegung dieser Art blockiert wird, ist in einzelnen Regierungen der Mitgliedsstaaten; nicht so sehr in Brüssel, nicht so sehr im Europa-Parlament oder der Kommission, sondern von Mitgliedsstaaten, die fürchten, dass es damit eine unkontrollierte oder unkontrollierbare Einwanderung geben würde. Was ich für absolut falsch halte – die unkontrollierte Einwanderung haben wir jetzt! Was wir vorschlagen, ist genau eine kontrollierte Einwanderung. Wir sprechen mit vielen Journalisten in vielen Mitgliedsstaaten und sehen, dass die öffentliche Meinung häufig eine ganz andere Orientierung hat als die Regierung der entsprechenden Länder. Und ich denke mir, dass diese letzte Tragödie von Sonntagmorgen vielleicht auch endlich dazu führt, dass der Druck auch von Seiten der Zivilgesellschaften in den Mitgliedsstaaten groß genug ist, um die Regierungen zu einem Umschwenken zu bewegen: Wo man sagt, jetzt ist endlich Schluss, jetzt könnt ihr nicht einfach weiterhin sagen, wie traurig ihr seid, sondern jetzt sollt ihr handeln!“

Für den Direktor des Italienischen Flüchtlingsdienstes hat das Geschäft mit den Flüchtlingen auch einen sicherheitspolitischen Aspekt: In Libyen, aus dem der Hauptteil der Flüchtlingsboote abfährt, treiben u.a. Terroristen des Islamischen Staates ihr Unwesen. „In der Weise, wie der IS in einigen Teilen des Landes Fuß gefasst hat… Ich würde nicht sagen, sie kontrollieren einen erheblichen Teil – aber es ist klar, dass es völlig unkontrolliert ist, wohin die Gelder fließen, die an die Schmuggler bezahlt werden, und das sind erhebliche Summen. Und da die im selben Gebiet operieren und miteinander vernetzt sind, halte ich das für eine große Gefahr und auch für eine Sicherheitsgefahr für uns alle: Es geht hier nicht nur um Migrations- und Asylpolitik, sondern auch um Sicherheitspolitik, denn die Gelder, die da fließen, das kann niemand in Abrede stellen, laufen die große Gefahr, in Hände von Terroristen zu fallen.“  (rv 20.04.)

 

 

  

 

 

Unglück im Mittelmeer. Entsetzen über Flüchtlingsdrama

 

Bestürzung über das Flüchtlingsunglück im Mittelmeer: Außenminister Steinmeier sprach von "unerträglichen Bildern." Das Unglück sei eine weitere Tragödie. Am Montag wollen die EU-Außenminister über das Flüchtlingsdrama sprechen.

 

"Keine Frage: Das, was wir heute erneut im Mittelmeer beobachtet haben, das ist eine weitere Tragödie. Die Bilder sind unerträglich." Mit diesen Worten reagierte Außenminister Frank-Walter Steinmeier am Sonntag (19.04.2015) in der ARD-Sendung "Bericht aus Berlin" auf das Flüchtlingsdrama, das sich offenbar vor der libyschen Küste abgespielt hat. Nach Angaben des UN-Flüchtlingshilfswerks UNHCR kenterte ein Trawler mit etwa 700 Menschen an Bord.

"Zutiefst erschüttert" zeigte sich auch die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung, Aydan Özoguz. Auf ihrer Facebook-Seite schrieb sie: "Dass wieder so viele Menschen auf dem Weg nach Europa ihr Leben verloren haben, ist ein Armutszeugnis für uns alle. Wir dürfen deshalb keine Zeit mehr verlieren." Es sei zu befürchten, dass mit den wärmeren Temperaturen in den kommenden Wochen und Monaten noch mehr Schutzsuchende über das Meer kommen würden. "Deshalb müssen wir endlich die Seenotrettung wieder auflegen", so die Integrationsbeauftragte.

Kaum vorstellbares Risiko

Außenminister Steinmeier hob das Leid hervor, dass die Menschen schon vor dem Gang auf das Schiff aushalten müssten. Das Risiko, sich mit Schiffen schlechtester Qualität auf die Reise zu begeben, sei kaum vorstellbar.

Nach Ansicht Steinmeiers sind zwei Dinge jetzt besonders wichtig. "Wir müssen versuchen, mehr Stabilität nach Libyen zu bringen." Ziel sei eine Regierung der nationalen Einheit. Nur mit stabilen Verhältnissen sei die Flüchtlingssituation zu verbessern. Als zweites müsse gegen Schlepper vorgegangen und Schlepperorganisationen das Handwerk gelegt werden, erklärte Steinmeier.

Ähnlich äußerte sich Bundesinnenminister Thomas de Maizière. Bei der Bekämpfung von Schlepperbanden müsste international vorgegangen werden. Auf "eine internationale Kooperation" in dieser Frage setzt auch Außenminister Steinmeier.

Am Montag wollen die EU-Außenminister in Luxemburg über das Flüchtlingsdrama und mögliche Konsequenzen beraten. Pib 19

 

 

 

 

Zorn auf EU nach jüngster Flüchtlingstragödie im Mittelmeer

 

Nach der jüngsten Flüchtlingstragödie vor der libyschen Küste mit mutmaßlich 400 Toten sieht sich die EU dem Zorn von humanitären und Menschenrechtsorganisationen ausgesetzt.

Amnesty International beschuldigte die EU am Mittwoch, das Leben tausender Flüchtlinge zu gefährden, indem sie 2014 die italienische Seenotrettungsoperation "Mare Nostrum" auslaufen ließ. Auch die G7-Außenminister erörterten das Thema bei ihrem Treffen in Lübeck.

Jean-François Dubost, bei Amnesty in Paris zuständig für Flüchtlingsfragen, erklärte, "Mare Nostrum" habe die Rettung von 170.000 Menschen ermöglicht. Indem die EU gefordert habe, dass die Mission beendet und durch eine Überwachungsmission ersetzt werde, habe sie sich von ihrer Verantwortung losgesagt und den Tod tausender Menschen in Kauf genommen.

Der Nachfolgeeinsatz "Triton" steht unter der Leitung der EU-Grenzschutzagentur Frontex. Anders als "Mare Nostrum" dient er weniger der Rettung von Flüchtlingen, sondern dem Schutz der EU-Außengrenze. "Triton" wurde zuletzt heftig kritisiert, als Mitte Februar 300 Migranten im Meer vermisst gemeldet wurden.

Das Kampagnenbündnis Gemeinsam für Afrika sprach sich für ein "Umdenken in der deutschen und europäischen Flüchtlingspolitik" aus. Die "Abschottung und Verriegelung der Grenzen" verletzten "massiv" die Menschenrechte. Eine "gemeinsame europäische Mission zur Seenotrettung" wäre der "erste Schritt in die richtige Richtung".

Bundesaußenminister Frank-Walter Steinmeier (SPD) sagte beim Treffen der G-7-Außenminister in Lübeck, in den Herkunftsländern der Flüchtlinge müssten "stabilere Verhältnisse" geschaffen werden, damit "nicht noch mehr Menschen zur Flucht gezwungen" würden. Die EU-Außenbeauftragte Federica Mogherini sprach sich während des Treffens für eine "neue Herangehensweise der EU an die Migration" aus.

Manfred Weber, der Vorsitzende der konservativen EVP-Fraktion im Europaparlament, forderte zusätzliche finanzielle Mittel für Frontex. Der CSU-Politiker forderte im "Tagesspiegel" die EU-Kommission zudem auf, "in absehbarer Zeit entschlossene Vorschläge zur Migrationspolitik" vorzulegen. Der für die Migration zuständige EU-Kommissar Dimitris Avramopoulos will im Mai eine neue Strategie für die europäische Flüchtlingspolitik präsentieren.

Ein Boot mit etwa 550 Flüchtlingen war am Sonntag auf dem Weg von Libyen nach Italien gekentert. Sie habe 145 Menschen gerettet und neun Leichen geborgen. Es wird befürchtet, dass die anderen Flüchtlinge im Mittelmeer ertrunken sind. Die Suchaktionen wurden am Mittwoch fortgesetzt. Nach Angaben der Küstenwache gab es jedoch kaum Hoffnungen, "noch weitere Opfer oder Überlebende zu finden".

Barbara Lochbihler, stellvertretende Vorsitzende des Menschenrechtsausschusses im Europäischen Parlament sowie außen- und menschenrechtspolitische Sprecherin der Grünen-Fraktion, erklärte angesichts der Tragödie: "Die erste, zweite und dritte Priorität der EU-Grenzpolitik muss lauten: Seenotrettung, und zwar sofort. Dann folgen legale Einreisemöglichkeiten, faire Asylverfahren und eine gerechtere Verteilung innerhalb der EU."

Frank Schwabe, Menschenrechtspolitiker der SPD-Bundestagsfraktion, forderte die Bundesregierung auf, "umgehend eine Initiative für eine europäische Fortsetzung von 'Mare Nostrum' zu starten." Nach den Worten der innenpolitischen Sprecherin der Fraktion Die Linke, Ulla Jelpke, "zeigt sich jetzt, welche tödlichen Konsequenzen die Einstellung von 'Mare Nostrum' hat". Wenn die EU weiterhin auf "reine Abschreckungsmaßnahmen" setze, müsse sie sich den Vorwurf der "unterlassenen Hilfeleistung" gefallen lassen.

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AFP/EA 16

 

 

 

Flüchtlingsdrama vor Italien: „Das geht ganz Europa an“

 

Stadtverwaltungen, überholte Strukturen und der fehlende Wille Europas: Das sind die größten Hindernisse bei der Hilfe für Flüchtlinge, die über das Mittelmeer nach Europa kommen. Das sagt im Interview mit Radio Vatikan Kardinal Francesco Montenegro, der Erzbischof von Agrigent, zu dem Lampedusa gehört.  Afrika sei ein leidender Kontinent, man könne nicht erwarten, dass die Flüchtlingsströme bald aufhörten, so Montenegro. Aber um die Ursachen für die Tragödien zu sehen, dürfe man nicht nur über das Meer schauen: „Wir hier sind auch verantwortlich für das Drama, wenn die Politiker Italiens und vor allem Europas sich entscheiden, das Problem nicht so anzugehen, wie man es müsste! Dann weinen wir weiter und sehen immer wieder die Toten, während wir aber passive Zuschauer bleiben.“

Vor einigen Tagen war ein Flüchtlingsboot auf der Überfahrt gekentert; über 140 Flüchtlinge konnten gerettet werden, aber 400 werden noch vermisst. Der Strom der Flüchtlinge reißt nicht ab, und auch nicht die Katastrophen, bei denen immer mehr Menschen ums Leben kommen.

Natürlich seien die Menschen in Sizilien über die vielen Flüchtlinge nicht begeistert, aber sie nähmen sie dennoch auf. Er verstehe allerdings nicht, warum einige Beamte Widerstand leisteten. „Wir können doch nicht einfach die Türen schließen und ihnen sagen ‚Geht weg!’ Wir müssen die Augen öffnen und wahrnehmen, dass hier eine neue Situation entstanden ist, der wir mit einer Struktur begegnen müssen. Einfach ‚Nein’ zu sagen ist der falscheste Umgang mit diesem Problem!“

Die Regionen im Süden Italiens bräuchten dringend Hilfe, so der Flüchtlingsbeauftragte der Caritas Italiens, Olivero Forti. „Die Lage ist sehr schwerwiegend, es ist genau das eingetreten, was die Regierung und auch viele Organisationen vorausgesagt haben. Wir nehmen viele Menschen auf, aber die Kapazitäten sind erschöpft, weil immer noch die Menschen da sind, die schon 2014 hierher gekommen sind. Unsere Verfahren zur Anerkennung von Flüchtlingen sind zu langsam! Wir müssen dafür sorgen, dass die Menschen einen legalen Status bekommen.“ Auch Forti beklagt sich über die mangelnde Kooperation einiger Teile Italiens, so nehme der Norden im Vergleich zum Süden des Landes viel zu wenig Flüchtlinge auf. Ein Beispiel unter vielen: Das Aostatal liess am Donnerstag wissen, es habe derzeit die Kapazität zur Aufnahme nur eines einzigen Flüchtlings.

Der Umgang mit den Flüchtlingen auf dem Meer habe sich sehr verschlimmert, seit Europa die Aktion „Mare Nostrum“ in „Triton“ verwandelt habe und diese damit von einer Hilfsaktion zum Küstenschutz geworden sei. „Wir verlangen, dass wir wieder zu einer Aktion wie „Mare Nostrum“ zurückkehren, die wenigstens besser dafür sorgen kann, dass die Menschen hier ankommen und nicht auf dem Meer sterben.“

Die Flüchtlingsfrage sei ein Ergebnis einer Kultur, die Geld und Wirtschaft und nicht den Menschen ins Zentrum stelle, so Kardinal Montenegro. Und auch er weist auf den Kern des Problems: Italien alleine sei überfordert. „Wir müssen dieses Problem gemeinsam angehen. Aber wenn Europa nicht das Seine tut, dann kann Italien alleine diese Notlage nicht beheben. Die Menschen, die hierher kommen, wollen ja nicht hier bleiben, das sind Menschen, die in andere Teile Europas wollen. Das geht ganz Europa an!“  (rv 17.04.)

 

 

 

 

Flüchtlingsunglück. Was ist uns ein Menschenleben wert?

 

Wir brauchen neue Antworten auf die grausamen Tode, die die Menschen im Mittelmeer gestorben sind! Die Welt erwartet zu Recht neue Lösungen. Die monotone und unvorbereitete Politik ist nicht hinnehmbar. Von Josip Juratovic, seit 2014 Integrationsbeauftragter der SPD Bundestagsfraktion.

 

Empathie ist eine zentrale Emotion und eine besondere Fähigkeit von uns Menschen. Erst indem wir uns in die Lage unseren Gegenübers hineinversetzen, können wir zu mehr fähig sein als zu reinem Egoismus.

Empathie ist aber auch ein subjektives Gefühl. Denn wir fühlen nicht in gleichem Maße mit allen Menschen mit. Je näher und uns ähnlicher die Menschen sind, desto mehr können wir uns in sie hineinversetzen. Diese Ungerechtigkeit ist, genauso wie das Mitgefühl selbst, nur allzu menschlich.

Daher muss man es erst einmal so hinnehmen, wenn das Mitgefühl der Menschen in Deutschland gegenüber den Verunglückten der Germanwings-Maschine viel stärker scheint, als gegenüber den Menschen, die diese Woche in zwei hintereinander erfolgten Schiffkatastrophen umgekommen sind.

Was man nicht hinnehmen muss, ist wie monoton und teilweise unvorbereitet die Politik europaweit nach diesen Katastrophen alte Antworten hinunter leiert.

Wir brauchen wahrhaft neue Antworten auf die grausamen Tode, die die Menschen im Mittelmeer gestorben sind! Die Welt erwartet zu Recht von der europäischen Politik, dass sie uns neue Lösungen aufzeigen.

Manche Vorschläge nach dem Treffen der Außenminister klingen vielversprechend. Dass die EU endlich doch die Mittel für die Seenotrettungsmissionen verdoppeln will, ist wichtig und längst überfällig – auch wenn die verdoppelten Mittel immer noch nicht die alte Förderhöhe erreichen. Dass aber bezüglich der Flüchtlingsverteilung der Vorschlag des Innenministers De Maizière nur ein vages Unterstützungsangebot an die südlichen EU-Länder enthält, grenzt an Hohn. Wir brauchen ein gesamteuropäisches Verteilungskonzept für Flüchtlinge, das endlich die Verantwortung gerecht auf den Schultern der Mitgliedsländer verteilt.

Den Fokus hingegen auf die Bekämpfung der Schlepperbanden zu lenken wird nicht allein den erwünschten Erfolg mit sich bringen.

Um den Schlepperbanden tatsächlich erfolgreich das Wasser abzugraben muss man an genau zwei Schrauben drehen:

* Die Situation in den Herkunftsländern muss stabilisiert werden. Das betrifft die Stabilisierung der Situation in Libyen und anderen Krisenherden der Welt. Dass die Bundesregierung sich hierfür stark machen wird, ist wichtig und richtig.

* Einwanderung muss aber auch auf legalem Wege möglich sein. Denn nur die legale Einwanderung wird auch kurzfristig die Menschen davon abhalten sich in Nussschalen in die Hände von Schleusern zu begeben.

Deutschland hat diesbezüglich innerhalb der Europäischen Union eine Vorreiterrolle. Die bevorstehende Debatte um die Modernisierung des Einwanderungsrechts bietet aus meiner Sicht eine großartige Chance, die Möglichkeiten der legalen Einwanderung zu erweitern. Denn ja, wir wollen qualifizierten Einwanderern die Einreise nach Deutschland schmackhaft machen. Einer starken Demokratie wie Deutschland wird es jedoch sehr gut stehen, wenn wir neben der qualifizierten Einwanderung auch ergänzende, von der Qualifikation unabhängige, Kontingente einführen würden, gerade für Länder mit hohem Auswanderungsdruck.

Das können wir uns leisten und es ist auch unsere Pflicht! MiG 22

 

 

 

 

Kooperation in Zeiten der Krise. Kriterien eines Stabilitätsrahmens für Europa.

 

Fast zweieinhalb Jahrzehnte haben wir in dem Bewusstsein gelebt, mit Russland durch ein Regime kooperativer Sicherheit verbunden zu sein. Dieses Regime war nie perfekt. Doch zugleich existierte es nicht nur auf dem Papier. Im Gegenteil: Das Anfang der 1990er Jahre geschaffene Netz europäischer Rüstungskontrollabkommen war weltweit einmalig, auch wenn der Vertrag über konventionelle Streitkräfte in Europe (KSE) zunehmend verfiel. Im NATO-Russland-Rat und in den amerikanisch-russischen Presidential Commissions wurde eine Vielzahl sicherheitspolitischer Fragen besprochen. Auf europäischer Ebene wurden florierende Wirtschaftsbeziehungen ergänzt durch das Angebot einer „Modernisierungspartnerschaft“. Und auf globaler Ebene war Russland in das exklusive Format der G8 eingebunden. Das alles basierte auf Interessen, wurde aber auch durch ein gemeinsames normatives Verständnis zusammengehalten, am deutlichsten formuliert in den Dokumenten der weithin unterschätzten OSZE.

Heute ist relativ offensichtlich, dass dieses kooperative Sicherheitsumfeld an der russischen Annexion der Krim und dem von Russland beförderten Krieg in der Ostukraine zerbrochen ist. Bereits in den Jahren zuvor war es durch eine Reihe von Streitfragen von der NATO-Erweiterung bis zum Georgienkrieg 2008 beschädigt worden. Wesentlich schwerer zu umreißen ist hingegen eine positive Bestimmung der heutigen Situation. Ein neuer Kalter Krieg ist es nicht. Denn seine drei wesentlichen Merkmale – antagonistischer Systemgegensatz, globaler Charakter und geordnete Lager – sind nicht gegeben. Zwischen Russland und dem Westen herrscht heute vielmehr ein dominant konfrontatives Verhältnis, mit Einsprengseln paralleler Interessen. In Bezug auf den Iran, Syrien oder Afghanistan ist Kooperation denkbar.

Kompliziert wird diese Konstellation dadurch, dass die Russland-West-Konfrontation von der sozioökonomischen Nord-Süd-Spaltung der EU überlagert wird. Der fromme Wunsch, dass beides nichts miteinander zu tun hätte, wird auch durch Appelle an den europäischen Einigkeitssinn nicht realistischer. Vielmehr erleben wir gerade, wie beide Elemente sich strukturell verbinden. In dieser neuen Konfliktkonstellation wird Politik komplexer, volatiler und ergebnisoffener sein als im Kalten Krieg. So erscheint eine allmähliche Beruhigung der Lage derzeit ebenso möglich wie eine weitere scharfe Eskalation.

 

Der Weg ist verstellt

Unter diesen Bedingungen sollte an dem Ziel einer „euro-atlantischen und eurasischen Sicherheitsgemeinschaft“ auf Basis gemeinsamer Werte festgehalten werden, das auf dem OSZE-Gipfeltreffen von Astana 2010 verkündet wurde. Zugleich aber muss eingeräumt werden, dass dieses Ziel mittelfristig kaum erreichbar ist und deshalb nicht als Kriterium für operative Politik dienen kann. Es reicht nicht aus, einfach eine neue Dialogrunde mit Russland zu starten oder gemeinsame Werte zu bekräftigen, um zu einem kooperativen Sicherheitsumfeld zurückzukehren. Dieser Weg erscheint auf absehbare Zeit verstellt. Vielmehr geht es darum, eine neue, realistische Politik für Europa und gegenüber Russland zu formulieren.

Die Ziele der russischen Politik gegenüber der Ukraine und darüber hinaus sind immer noch unklar, zumindest in ihrer Reichweite. Deutlich aber ist in Georgien und der Ukraine geworden, dass Russland zu militärischer Gewaltanwendung und Völkerrechtsbruch bereit ist, um außenpolitische Ziele zu erreichen. Daher muss die NATO fähig sein, ihr Beistandsversprechen gegenüber allen Mitgliedsstaaten auch tatsächlich einzulösen. Entsprechende Schritte, insbesondere die Schaffung kleiner, aber schnell verlegbarer Verbände und entsprechender Stützpunkte in den östlichen NATO-Staaten sind auf dem Gipfel in Wales 2014 beschlossen worden. Zum anderen sollten die NATO-Staaten Russland nach wie vor Kooperation anbieten. Diese wird sich primär auf gemeinsame oder parallele Interessen stützen. Das heißt nicht, dass die OSZE-Normen und -Verpflichtungen aufgegeben würden – ganz im Gegenteil. Aber es bedeutet, dass eine primär normenbasierte Politik im Verhältnis zu Russland in absehbarer Zukunft nicht realisierbar ist. Beide Elemente zusammen bedeuten im Grunde genommen eine Neuauflage der Harmel-Strategie von 1967: so viel Verteidigung wie nötig, so viel Kooperation wie möglich. Dass dieser Ansatz 50 Jahre später wieder notwendig werden würde, mag traurig stimmen. Es zeigt aber, wo wir stehen.

 

Die Rückkehr des Harmel-Ansatzes

Schwierig an dem Harmel-Ansatz ist, dass er politisch nur dann trägt, wenn die mögliche Kooperation mit Russland im Vordergrund steht – und nicht Abschreckung oder gar Containment. Es wird deshalb zum einen darum gehen, die richtige Austarierung dieser Doppelstrategie zu finden. Kernpunkt dabei: In der NATO zu verhindern, dass der Ansatz in simple militärische Eindämmung verwandelt wird. Zum anderen wird man in Russland, dessen Regierung im Grunde nicht mehr weiter weiß, zäh um Kooperation werben müssen.

Eine solche Kooperationspolitik eines Stabilitätsrahmens für Europa, muss folgenden Kriterien genügen: Erstens muss sie einen Beitrag zur sicherheitspolitischen Stabilität in ganz Europa leisten. Zweitens muss sie europäischen und westlichen Interessen dienen – auch Wirtschaftsinteressen. Drittens muss sie russische Interessen aufgreifen. Viertens muss sie den Interessen dritter Länder dienen. Fünftens dient sie auch dazu, die EU zusammen zu halten. Und schließlich sollte sie, so weit wie möglich, normative Elemente ansprechen. Offensichtlich sind einige dieser Kriterien widersprüchlich – sie müssen es auch sein.

Ein solcher Stabilitätsrahmen für Europa sollte dabei Fragen aus den Bereichen Sicherheit, Wirtschaft sowie Fragen von Menschenrechten, Dialog und Versöhnung aufnehmen. Die folgenden Themen stellen nur eine erste Skizze dar:

Im Bereich der Sicherheit ist angesichts der gesteigerten militärischen Übungstätigkeit und zahlreicher (Beinahe-)Verletzungen des Luftraums die Gefahr von Zwischenfällen und sogar eines ungewollten Krieges gestiegen. Offensichtlich bestehen die Kommunikationsmittel und „roten Telefone“ des Kalten Krieges nicht mehr. Deshalb ist es wichtig, wieder ein System strategischer Warnung und Krisenkommunikation auf der Ebene der politischen Führungen einzurichten. Im Bereich der konventionellen Rüstungskontrolle einschließlich Vertrauens- und Sicherheitsbildender Maßnahmen sollte mit einiger Geduld ausgetestet werden, ob und ggf. an welchen Schritten Moskau interessiert ist. Dasselbe gilt für die westlichen Staaten.

Ein zweiter Schwerpunkt betrifft die Stärkung der Krisenreaktionsfähigkeit nicht nur, aber insbesondere der OSZE. Dazu gehört ein ganzes Bündel von Maßnahmen: Von der Einführung einer Rechtspersönlichkeit der OSZE, der Verbesserung ihrer Finanzkraft und ihrer personellen Rekrutierungsmöglichkeiten bis hin zur Option eines OSZE-Peacekeeping. Wichtig wäre auch, mit Russland zumindest einen modus vivendi in den ungelösten Konflikten in Georgien, Berg-Karabach und Moldau zu finden. Hinzu kommen parallele Interessen und Kooperationschancen im Nahen und Mittleren Osten und darüber hinaus von Syrien bis Afghanistan.

Im Bereich Wirtschaft und Energie wäre es wichtig, die Kooperation zwischen EU, der Ukraine und Russland zu vertiefen. Und zwar so, wie dies in der gemeinsamen Minsker Erklärung vom Februar 2015 unterstrichen wurde: „Fortsetzung der trilateralen Gespräche über Energiefragen mit dem Ziel, nach dem Gas-Paket für den Winter weitere Fortschritte zu vereinbaren.“ Und: „trilaterale Gespräche, um praktisch Lösungen für Bedenken zu erreichen, die Russland mit Blick auf die Umsetzung des tiefgreifenden und umfassenden Freihandelsabkommens zwischen der Ukraine und der EU geäußert hat.“ Löst man diese beiden Gesprächsansätze von ihrem konkreten Anlass und verallgemeinert sie, dann könnten sie die Koordinaten künftiger wirtschafts- und energiepolitischer Zusammenarbeit zwischen der EU und Russland umreißen.

Auf normativer Ebene, schließlich, sollte über Dialoge auf verschiedenen Ebenen zumindest versucht werden zu begreifen, weshalb es zu diesem fundamentalen Rückfall in Konfrontation gekommen ist. Gleichzeitig sollte ausgelotet werden, wo nach wie vor gegebene oder neu zu erarbeitende normative Anknüpfungspunkte liegen. All dies wird sicherlich als „punktuelle Kooperation“ (Karsten Voigt) beginnen. Darüber hinaus aber sollte eine europäische Stabilitätspolitik umfassender angelegt werden. Nämlich als ein längerfristiger Versuch, die euro-atlantische und eurasische Region auf der Grundlage einer interessenorientierten, pragmatischen Politik zu befrieden. Aber schon der Einstieg in eine solche Politik bleibt an den Verzicht auf weitere militärische Offensiven in der Ukraine und anderswo gebunden. Wolfgang Zellner  IPG 21

 

 

 

 

Steinmeier befürchtet Ansehensverlust durch Fremdenhass

 

Bei den Partnern in der Welt werde "mit großer Sorge registriert (...), wenn in Deutschland Flüchtlingsunterkünfte brennen", sagte der SPD-Politiker der "Welt am Sonntag". Im Streit von Bund und Ländern über die steigenden Kosten der Flüchtlingsunterbringung forderte Niedersachsens Ministerpräsident Stephan Weil (SPD) ein Spitzentreffen. Auch Städtetags-Präsident Ulrich Maly plädierte für einen Flüchtlingsgipfel, auf dem die Finanzierung neu verteilt werden müsse. Die Grünen wollen den SPD-Vorschlag aufgreifen, dass der Bund die Flüchtlingskosten voll übernimmt.

"Die Ereignisse von Tröglitz sind eine Schande", sagte Steinmeier. Im Ausland werde genau verfolgt, wie die deutsche Gesellschaft darauf reagiere. "Ich bin froh, dass ich sagen kann: Eine breite Mehrheit in unserem Land lehnt Fremdenfeindlichkeit klar ab", erklärte der Außenminister. Die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung, Aydan Özoguz, sagte der "Welt am Sonntag", auch unter den Demonstrationen der "Patriotischen Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes" (Pegida) leide der Ruf Deutschlands. "Mich überrascht seit Pegida auch nicht, dass weniger ausländische Wissenschaftler nach Sachsen kommen wollen", sagte Özoguz.

Auf ein Mehrfamilienhaus in Tröglitz, in das 40 Flüchtlinge einziehen sollen, war über Ostern ein Brandanschlag verübt worden. Für bundesweite Schlagzeilen hatte zuvor gesorgt, dass der Bürgermeister des Ortes wegen rechtsextremer Anfeindungen im März von seinem Amt zurückgetreten war.

Die Länder fordern vom Bund mehr Geld für die Unterbringung von Flüchtlingen. Er halte es für "zwingend erforderlich, dass wir noch im Sommer bei einem Flüchtlingsgipfel die veränderte Lage analysieren und Entscheidungen treffen müssen", sagte Weil dem Berliner "Tagesspiegel am Sonntag". Es deute sich eine Verdoppelung der Asylbewerberzahlen an. Damit ändere sich die Geschäftsgrundlage, auf der die Zahlungen des Bundes von je 500 Millionen Euro für 2015 und 2016 vereinbart worden seien.

Den Vorschlag von SPD-Chef Sigmar Gabriel, die Flüchtlingskosten in die Bund-Länder-Gespräche über die Finanzbeziehungen einzubringen, wies Weil zurück. Das sei "keine gute Idee". Gabriel hatte am Freitag per Facebook vorgeschlagen, in einer Arbeitsgruppe der laufenden Verhandlungen zur Neuordnung der Finanzbeziehungen von Bund und Ländern nach Wegen zu suchen, um "den Städten, Gemeinden und Landkreisen die Last der Kosten der Flüchtlingsunterbringung abzunehmen".

Gabriels Bereitschaft zu einer höheren Bundesbeteiligung stößt bei anderen Mitgliedern der Bundesregierung auf Vorbehalte. Das Bundesinnenministerium etwa beruft sich auf die Vereinbarung von Bund und Ländern vom 28. November 2014. Darin heißt es, dass mit der Finanzhilfe von je 500 Millionen Euro "eine ausgewogene und abschließende Regelung für die Jahre 2015 und 2016 gefunden" worden sei. Dort heißt es aber auch: "Darüber hinaus gehende Fragen werden im Rahmen der Gespräche über die Bund-Länder-Finanzbeziehungen vor dem Hintergrund der weiteren Entwicklung der Asylbewerberzahlen erörtert."

Städtetags-Präsident Maly sagte der "Bild am Sonntag", die Kommunen bräuchten "mehr Geld vom Bund für die Integrationsaufgabe, mehr Personal für die Betreuung der Flüchtlinge, Bündnisse mit Vereinen und gesellschaftlichen Organisationen, um die Akzeptanz vor Ort zu stärken". Grünen-Fraktionschefin Katrin Göring-Eckardt kündigte in dem Blatt an, ihre Partei werde im Bundestag einen Antrag zur Übernahme der Flüchtlingskosten durch den Bund einbringen.

Bundesfamilienministerin Manuela Schwesig kündigte ein Unterstützungsprogramm für die Kommunen unter dem Motto "Willkommen bei Freunden" an, das vom Frühsommer an für drei Jahre mit zwölf Millionen Euro ausgestattet werden soll. Junge Menschen mit Fluchtgeschichte sollten in den Kommunen so aufgenommen und willkommen geheißen werden, "dass sie ihr Grundrecht auf Bildung und Teilhabe wahrnehmen können, und die Möglichkeit bekommen, sich aktiv ins Gemeinwesen einzubringen", sagte die SPD-Politikerin der "Bild am Sonntag".

Der Umgang mit dem Thema Flucht und Asyl "ist ohne Zweifel in diesem Jahr die größte innenpolitische Herausforderung für Deutschland", sagte Weil. In den ersten drei Monaten 2015 hat sich die Zahl der Asylbewerber mit 85.400 im Vergleich zum selben Vorjahreszeitraum mehr als verdoppelt. Bislang geht das Bundesamt für Migration von 300.000 Asylanträgen für das Gesamtjahr aus. 2014 waren es rund 202.800. Das war die vierthöchste Zahl seit Bestehen der Bundesrepublik. Rtr/EA 13

 

 

 

 

Flüchtlingsdrama im Mittelmeer. Merkel: "Weitere Opfer verhindern"

 

Bundesregierung und EU-Kommission wollen weiteres Sterben im Mittelmeer verhindern. Es gehe um den Kampf gegen Schlepper, aber auch um die Fluchtursachen, sagte die Kanzlerin in Berlin. Die EU-Außen- und Innenminister haben dazu einen Zehn-Punkte-Plan verabschiedet.

 

"Wir werden alles tun, um zu verhindern, dass weitere Opfer im Mittelmeer auf quälendste Art und Weise umkommen", betonte Bundeskanzlerin Merkel in Berlin. Vor dem G7-Dialogforum in Berlin sagte Merkel, sie sei sehr bewegt über das Schiffsunglück. Zugleich kündigte sie Maßnahmen an, um das weitere Sterben von Menschen im Mittelmeer zu verhindern.

Bei einem Schiffsunglück im Mittelmeer sind in der Nacht zum Sonntag offenbar mehrere hundert Menschen - darunter Frauen und Kinder - ertrunken. Bereits in der Vorwoche waren hunderte Flüchtlinge auf der Route von Libyen nach Italien ums Leben gekommen. Weitere Boote waren am Montag in Seenot. Eines sank vor der griechischen Insel Rhodos. Jedes Jahr machen sich Tausende über das

Mittelmeer auf den Weg nach Europa. Allein 2014 zählten Behörden 3.500 Schiffstote.

Anstrengungen verstärken

Zunächst müsse der Kampf gegen Schleuser und Schlepper aufgenommen werden, die auf unmenschliche Art und Weise Menschen in Gefahr und in den Tod brächten, erklärte die Kanzlerin vor Vertreterinnen und Vertretern von Nichtregierungsorganisationen.

"Wir werden zweitens intensiv an der Überwindung der Fluchtursachen arbeiten", so Merkel weiter. Das Allerwichtigste sei dann, alles zu tun, um zu verhindern, dass weitere Opfer im Mittelmeer umkommen. Das sei nicht mit unseren Werten vereinbar. Um ihnen zu entsprechen, müssten "die Anstrengungen verstärkt werden", betonte die Kanzlerin.

Zehn-Punkte-Plan und Sondergipfel

Unterdessen haben die Außen- und Innenminister in Luxemburg Maßnahmen verabschiedet, um weitere Schiffsunglücke zu verhindern:  Verstärkung der gemeinsamen Operationen Triton und Poseidon im Mittelmeer durch Aufstockung der finanziellen und operativen Mittel. Gleichzeitig wird das Einsatzgebiet ausgeweitet, um im Rahmen des Frontex-Mandats in einem größeren Radius intervenieren zu können.

Systematische Beschlagnahme und Zerstörung der Boote von Schleusern im Mittelmeer. Die EU-Kommission erhofft sich davon ähnliche Erfolge wie bei der Operation Atalanta. Europol, Frontex, EASO und Eurojust werden regelmäßig zusammenkommen und eng zusammenarbeiten, um Informationen über die Vorgehensweisen der Schleuser zu sammeln, Finanzströme zu verfolgen und bei

den Ermittlungen zu helfen.

EASO soll in Italien und Griechenland Teams für die gemeinsame Bearbeitung von Asylanträgen aufstellen. Die Mitgliedstaaten sollen sicherstellen, dass die Fingerabdrücke aller Migranten erfasst werden. Es sollen Optionen für ein Verfahren zur Verteilung der Flüchtlinge in Notfallsituationen geprüft

werden.

Einführung eines EU-weiten freiwilligen Pilotprojekts zur Neuansiedlung von Flüchtlingen, in dessen Rahmen Plätze für schutzbedürftige Personen angeboten werden sollen. Einführung eines neuen Rückkehrprogramms unter der Koordination von Frontex für die zügige Rückkehr irregulärer Migranten aus exponierten Mitgliedstaaten.

Gemeinsame Bemühungen der Kommission und des EAD um Zusammenarbeit mit den Nachbarländern Libyens. Die Initiativen in der Republik Niger müssen verstärkt werden. Einsatz von Verbindungsbeamten für Immigrationsfragen in wichtigen Drittstaaten, die Informationen zu Flüchtlingsbewegungen sammeln und die EU-Delegationen unterstützen.

 

EU-Ratspräsident Donald Tusk berief für Donnerstag einen EU-Sondergipfel ein.

Bestürzte Reaktionen"Jeder Tote ist einer zu viel. Jeder einzelne Fall ein schreckliches Schicksal", hatte Bundesinnenminister Thomas de Maizière am Sonntag (19.04.2015) nach Bekanntwerden des Schiffbruchs gesagt. "Solch grausame Verbrechen erfordern eine europäische Antwort. Es geht um die Rettung von Menschenleben, die Bekämpfung organisierter Schlepperbanden und die Stabilisierung der Region.

Einfache Antworten gibt es nicht", so de Maizière.

"Keine Frage: Das, was wir heute erneut im Mittelmeer beobachtet haben, das ist eine weitere Tragödie. Die Bilder sind unerträglich", äußerte Außenminister Frank-Walter Steinmeier in der ARD-Sendung "Bericht aus Berlin".

Steinmeier für Stabilität in Libyen Außenminister Steinmeier hob das Leid hervor, das die Menschen schon vor dem Gang auf das Schiff aushalten müssten. Das Risiko, sich mit schlechten Schiffen auf die Reise zu begeben, sei kaum

erträglich.

Nach Ansicht Steinmeiers sind zwei Dinge jetzt besonders wichtig. Erstens: "Wir müssen versuchen, mehr Stabilität nach Libyen zu bringen." Ziel sei eine Regierung der nationalen Einheit. Nur mit stabilen Verhältnissen sei die Flüchtlingssituation zu verbessern. Als zweites müsse gegen Schlepper vorgegangen und Schlepperorganisationen das Handwerk gelegt werden, erklärte Steinmeier.

Bekämpfung der Schlepperbanden

Für Bundesinnenminister de Maizière ist ebenfalls die "Bekämpfung der Schlepperbanden ein zentraler Punkt." In Libyen gebe es kaum noch staatliche Strukturen, das nutzten Schlepper aus. Verbrecherische Schlepperbanden verdienten viel Geld mit der Reise bis zum und über das Mittelmeer.

Die Menschen an Bord würden ihrem Schicksal überlassen.

De Maizière setzt auf eine verstärkte internationale Zusammenarbeit: "Bei Europol haben wir eine eigene Ermittlungsgruppe eingerichtet, wo wir erste Erfolge sehen. Wir dürfen und werden es nicht dulden, dass diese Verbrecher aus bloßer Profitgier massenhaft Menschenleben opfern."

Kein Land könne die Flüchtlingsproblematik alleine lösen. Notwendig sei nicht nur eine gemeinsame europäische Strategie, sondern auch eine bessere Verzahnung der Außen-, Innen- und Entwicklungspolitik in und zwischen den Mitgliedsstaaten ebenso wie mit den Herkunfts- und Transitstaaten, sagte de Maizière.

Müller will "Mare Nostrum"

Entwicklungsminister Gerd Müller forderte unterdessen in "Bild" eine Wiederaufnahme des ursprünglich italienischen Seenotrettungsprogrammes "Mare Nostrum" und ein EU-weites Gesamtkonzept zur Verteilung von Flüchtlingen in alle 28 EU-Staaten.

Integrationsbeauftragte mahnt zur Eile

"Zutiefst erschüttert" zeigte sich auch die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung, Aydan Özoguz. Auf ihrer Facebook-Seite schrieb sie: "Dass wieder so viele Menschen auf dem Weg nach Europa ihr Leben verloren haben, ist ein Armutszeugnis für uns alle. Wir dürfen deshalb keine Zeit mehr verlieren." Es sei zu befürchten, dass mit den wärmeren Temperaturen in den kommenden Wochen und Monaten noch mehr Schutzsuchende über das Meer kommen würden", so die Integrationsbeauftragte. Pib 21

 

 

 

 

Vertragsverletzungsverfahren. EU-Kommission mahnt Deutschland wegen Sprachtests im Ausland

 

Das Festhalten Deutschlands an den Sprachtest im Ausland vor einem Ehegattennachzug hat Folgen. Die EU-Kommission hat ein Vertragsverletzungsverfahren gegen eingeleitet. Die Linkspartei kritisiert die Haltung der Regierung als “inakzeptabel”.

 

Die EU-Kommission hat ein Vertragsverletzungsverfahren gegen Deutschland eingeleitet wegen den umstrittenen Sprachtests im Ausland vor einem Ehegattennachzug. Das teilt die Bundesregierung auf eine parlamentarische Anfrage der Linksfraktion im Bundestag (BT-Drs. 18/4598) mit, die dem MiGAZIN vorliegt.

Hintergrund des Verfahrens gegen Deutschland ist der Do?an-Urteil des Europäischen Gerichtshofs (EuGH) vom Sommer letzten Jahres. Darin hatte der EuGH die Sprachtests im Ausland vor dem Ehegattennachzug als unzulässig eingestuft. Den Luxemburger Richtern zufolge verstößt die Einschränkung gegen das Verschlechterungsverbot des EU-Türkei-Assoziationsabkommens.

Dieses Urteil wartet in Deutschland bis heute auf seine Umsetzung. Für die migrationspolitische Sprecherin der Linkspartei, Sevim Da?delen; ist das “inakzeptabel” angesichts hoher Fallzahlen. Allein im vergangenen Jahr wurde etwa jeder dritte Deutsch-Test im Ausland nicht bestanden, das betraf über 12.000 Menschen. Die nach dem Do?an-Urteil eingeführte Härtefallklausel hingegen griff nur “im niedrigen zweistelligen Bereich”.

Bundesregierung sieht alles anders

Nach Darstellung der Bundesregierung hört sich das ganz anders an. Sie ist der Auffassung, dass allen denkbaren Härtefallkonstellationen Rechnung getragen wird. “Die Praxis belegt das glatte Gegenteil”, erklärt Da?delen. “Ich möchte die EU-Kommission darin bestärken, sich nicht von irreführenden Aussagen der Bundesregierung täuschen zu lassen und das Vertragsverletzungsverfahren schnell und konsequent weiter zu betreiben”, so die Linkspolitikerin weiter.

Statt letztlich unwirksame Härtefallregelungen einzuführen, müsse die Regelung der Sprachanforderungen im Ausland zurückgenommen werden, fordert Da?delen. Bei Nachzug zu türkischen Staatsangehörigen folge dies zwingend aus dem Do?an-Urteil. “Dass die Bundesregierung dieses höchstrichterliche Urteil ignoriert, setzt dem ideologisch motivierten Treiben die Krone auf. Das Gerede von Willkommenskultur, offener Einwanderungsgesellschaft und vom angeblichen Schutz der Familien können sich CDU, CSU und SPD sparen, wenn sie das Recht auf Familienzusammenleben beim Ehegattennachzug derart mit Füßen treten”, kritisiert die Linkspolitikerin. (bk 20)

 

 

 

 

Was ist eigentlich noch sozial an der EU? Die soziale Dimension ist abgehängt: Drei Schritte zur Abhilfe.

 

Die soziale Dimension der EU steht am Rande der Bedeutungslosigkeit. Auf praktisch allen Ebenen hat eine systematische Schwächung des sozialen Europas stattgefunden: Ziele, Programme und Instrumente wurden reduziert – und zwar in allen Feldern: von der Beschäftigungspolitik über das Arbeitsrecht bis zu den Arbeitsbeziehungen. Damit fällt die EU hinter bereits erreichte Errungenschaften zurück. Verlierer dieser Entwicklung sind die Arbeitnehmer und die Gewerkschaften in den Mitgliedstaaten. Das wird in drei Bereichen besonders deutlich:

Erstens: In der Eurokrise wurde die europäische Beschäftigungsstrategie und die „Offene Methode der Koordinierung“   wirtschaftspolitischen Zielen systematisch untergeordnet. Im Europäischen Semester, dem jährlichen Koordinierungsprozess der Wirtschaftspolitik der EU-Mitgliedstaaten, halten die Wirtschafts- und Finanzminister das Steuer fest in der Hand. Die Hälfte aller arbeitsmarkt- und sozialpolitischen Empfehlungen für die Mitgliedstaaten stützen sich auf rechtliche Bestimmungen des Stabilitäts- und Wachstumspakts bzw. des makroökonomischen Ungleichgewichtsverfahrens. Damit fallen sie in den Zuständigkeitsbereich der Finanzminister. Die Arbeits- und Sozialminister stehen bei ihren eigenen Hausthemen als Statisten am Rand. Das führt zu Empfehlungen, die nationale Arbeitsmärkte deregulieren, Lohnsysteme dezentralisieren und die Sozialversicherungen nach finanzpolitischen Kriterien umstrukturieren sollen. Die Sozialpartner haben meist nur schwache Anhörungsrechte. Gewerkschaften können so zum Beispiel in Fragen der Lohnpolitik, die eigentlich aus dem EU-Kompetenzbereich ausgeschlossen ist, umgangen werden.  

Die tatsächlichen arbeitsmarkt- und sozialpolitischen Ma?nahmen der EU entsprechen längst einer umfassenden „Arbeitsmarktstrategie“. Die Benennung dieser Realität wäre für sozialpolitische Akteure ein erster Schritt hin zu mehr Mitspracherechten. Anstatt die thematische Einschränkung der europäischen Beschäftigungsstrategie immer weiter hinzunehmen, sollten die zuständigen Minister auf eine mindestens gleichberechtigte Rolle bei arbeitsmarkt- und sozialpolitischen Themen bestehen. Die wirtschafts- und sozialpolitischen Arbeitsgruppen des Rats müssen nach formaler Absprache mit den Sozialpartnern gleichberechtigt beteiligt werden.

Zweitens: Der soziale Dialog führte in den neunziger Jahren aus der Krise, heute dient er vornehmlich Legitimationszwecken. Mit dem Vertrag von Maastricht 1992 erlangten die europäischen Sozialpartner de facto Gesetzgebungskompetenz. Diese wurde mit drei Vereinbarungen zu Elternurlaub (1996), Teilzeitarbeit (1997) und befristeten Arbeitsverträgen (1999) erfolgreich getestet. Auch die Mitbestimmung hatte Fortschritte gemacht: Entgegen aller Erwartungen wurden 1994 Europäische Betriebsräte eingeführt. Die sind im Vergleich zum deutschen Modell zwar mit schwachen Rechten ausgestattet, aber gelten mit Recht als wichtiger Schritt für eine effektive Interessenvertretung der Arbeitnehmer auf EU-Ebene.

Seit der Jahrtausendwende steht der soziale Dialog in wichtigen Bereichen still. Die Sozialpartner werden meist nur pro forma eingebunden. Verbindliche Rahmenabkommen werden nicht mehr geschlossen. Dies liegt auch an der EU-Kommission, die insbesondere die Arbeitgeber nicht mehr zur Kooperation anhält.

Auch die Unternehmensmitbestimmung könnte auf europäischer Ebene viel weiter sein. Nach jahrelangem Streit, haben sich alle großen Gewerkschaften auf die Forderung nach europäischen Mindeststandards geeinigt. Hier kann die EU-Kommission den entsprechenden gesetzlichen Rahmen schaffen.  

Drittens: Das europäische Arbeitsrecht bleibt trotz ausgeweiteter Vertragsgrundlage unterentwickelt. Es hängt wesentlich von der politischen Dynamik ab. Ein wichtiger Teil stammt mit den drei Richtlinien über Massenentlassungen, den Schutz der Rechte bei Unternehmenstransfers sowie bei Zahlungsunfähigkeit des Arbeitgebers bereits aus den siebziger Jahren. Damals war die vertragliche Grundlage bekanntlich noch sehr dünn. Auch das sozialpolitische Aktionsprogramm (1989) des ehemaligen Kommissions-Präsidenten Jacques Delors hat zu vielen verbindlichen Maßnahmen geführt.

Es besteht eine Ironie darin, dass mit zunehmenden vertraglichen Kompetenzen, insbesondere durch den Vertrag von Maastricht, die rechtliche Regulierung ab- und nicht zunahm. Das hat weniger mit der Einführung der Währungsunion zu tun, als mit ideologischen Ansichten über die Effektivität flexibler Arbeitsmärkte nach angelsächsischem Vorbild.

Das europäische Arbeitsrecht soll nationale Standards nicht aushebeln – im Gegenteil. Doch es soll und muss diese vor den Auswüchsen des Binnenmarkts und der Währungsunion schützen. Insbesondere im individuellen Arbeitsrecht kann die Gemeinschaft aktiver werden. Hier werden die vertraglichen Kompetenzen längst nicht ausgeschöpft. Dies gilt für die während der Eurokrise verschlechterten Arbeitsbedingungen, zunehmende soziale Ausgrenzung und Arbeitsmigration.

Ob die politische Krise der Europäischen Union durch die soziale Dimension gelöst werden kann, ist sicherlich fraglich. Doch klar ist auch: Nur wenn sozialpolitische Akteure beteiligt werden, den harten wirtschaftspolitischen Vorgaben verbindliche Maßnahmen entgegengesetzt werden und die Interessenvertretung von Arbeitnehmern auf EU-Ebene weitervorangetrieben wird, kann die soziale Dimension einen Beitrag zum europäischen Sozialmodell leisten.

  Dieser Artikel beruht auf einer Studie, die in den kommenden Tagen als FES-Politikanalyse erscheinen wird. Alexander Schellinger  IPG 13

 

 

 

 

Parlamentswahl am 7. Mai: Noch ist alles möglich in Großbritannien

 

Knapp einen Monat vor den Parlamentswahlen scheint in Großbritannien alles möglich: Ob die in der jetzigen Koalition eher glücklose Liberaldemokratische Partei weiter mit den Tories regieren wird oder eine von Medien bereits als "Frankenstein"-Koalition geschmähte Labour-Minderheitsregierung mit Unterstützung der schottischen Nationalisten kommen wird - das alles steht vor dem Urnengang am 7. Mai noch in den Sternen.

Die regierenden Konservativen und die oppositionelle Labour-Partei liegen in Umfragen gleichauf, eine Regierungsbildung dürfte nur mit Hilfe einer kleineren Partei möglich sein. Nach Umfragen von Anfang April liegen die Konservativen von Ministerpräsident David Cameron bei 34 Prozent, die Labour-Partei von Ed Miliband bei 33 Prozent. Damit hätte keine der beiden Parteien die notwendige absolute Mehrheit von 326 Sitzen im britischen Unterhaus. Auf die Rolle des Königsmachers spekulieren im Wesentlichen drei kleinere Parteien: die rechtspopulistische und europakritische UK Independence Party (Ukip) von Nigel Farage mit derzeit 13 Prozent in den Umfragen, die Liberaldemokraten von Vizepremier Nick Clegg mit acht Prozent und die Grünen mit fünf Prozent.

Die Zeiten in Großbritannien, wo sich Labour und Konservative allein an der Spitze des Landes abwechselten, sind ohnehin vorbei. Bereits bei der Wahl 2010 kam es zum ersten Mal seit 1945 zu einer Koalitionsbildung im Vereinigten Königreich. Doch den Liberaldemokraten brachte die Regierungsbeteiligung als Juniorpartner - ähnlich wie der deutschen FDP - kein Glück. In den britischen Medien wird bereits spekuliert, dass Cleggs Partei nun ebenfalls den Koalitionspartner wechseln und diesmal ein Bündnis mit der Labour-Partei anstreben könnte.

Deren Chef, der 45-jährige Miliband, geißelte die Politik der konservativ-liberaldemokratischen Regierung der vergangenen fünf Jahre als reine "Klientelpolitik" für Reiche und Mächtige. Die Ungleichheiten im Land hätten enorm zugenommen, die Einkünfte der Mittelklasse seien drastisch gesunken. Laut dem Direktor des Umfrageinstituts Ipsos Mori, Gideon Skinner, klagen 80 Prozent der Briten über gestiegene Lebenshaltungskosten. Dominiert wird der Wahlkampf von einer Debatte über Wirtschaftsdaten, die Krise des Gesundheitssystems, Einwanderung - und den Umgang mit Europa.

Den Europaskeptikern in seiner Partei hat Cameron für den Fall seiner Wiederwahl ein Referendum über den Verbleib in der ungeliebten Europäischen Union bis 2017 versprochen. Doch die Beliebtheit des 48-Jährigen hat in den vergangenen Jahren stark gelitten. Ihm haftet das Image des abgehobenen Snobs an, das er kürzlich nicht nur durch den Verzehr eines Hotdogs mit Messer und Gabel noch unterstrich. Auch kündigte der Absolvent des elitären Eton-Internats an, kein drittes Mal wieder zur Wahl antreten zu wollen - noch bevor er einen zweiten Sieg in der Tasche hat.

Eine vehemente Gegnerin hat Cameron in der Chefin der schottischen Nationalpartei (SNP), Nicola Sturgeon. "Ich möchte nicht, dass David Cameron Premierminister bleibt", sagte sie kürzlich bei einer Fernsehdebatte. Auch wenn die Konservativen stärkste Kraft würden, sei sie bereit, "mit der Labour-Partei zusammenzuarbeiten", um eine neue Amtszeit Camerons zu verhindern, sagte die schottische Regierungschefin.

Der SNP, die zuletzt trotz des verlorenen Referendums zur schottischen Unabhängigkeit enorm an Zulauf gewonnen hatte, könnte so eine Schlüsselrolle zukommen. Sie hatte bereits in der Vergangenheit ihre Bereitschaft geäußert, eine Minderheitsregierung unter der Führung Labours zu unterstützen. Die Frage, ob die SNP eine neue Abstimmung über die Unabhängigkeit anstrebe, ließ die Parteichefin offen - Experten gehen jedoch davon aus. Ziel der SNP sei mitnichten eine stabile Regierung in London, sondern vielmehr ein weiteres Referendum über die schottische Unabhängigkeit, warnt Tony Travers von der London School of Economics. EurActiv.de AFP 13

 

 

 

 

Für eine Europäisierung der Verteidigungspolitik. Aber nicht zu Lasten nationaler Parlamente.

 

Es brodelt in der deutschen Rüstungsexportpolitik. Seit Jahren liefern sich Gegner und Befürworter deutscher Waffenausfuhren einen Streit um Deutungshoheit und Ausrichtung der Exportpolitik. Dreh- und Angelpunkt ist die Behandlung von Drittstaaten, also von Ländern außerhalb von EU und NATO. Für die einen weicht der Export in Krisenregionen bestehende Kontrollnormen und humanitäre Werte auf. Die anderen sehen die deutsche Rüstungsindustrie in Gefahr, wenn der Handel stärker als zuvor eingeschränkt werden sollte.

Die Rüstungsindustrie steht vor gravierenden Veränderungen. Traditionelle Märkte brechen seit Beginn des Sparkurses im Zuge der Wirtschafts- und Finanzkrise seit 2009 zunehmend weg. Die Bundeswehr und Streitkräfte verbündeter Nationen beschaffen immer weniger und vollziehen einen Umbau, der eine Neuordnung der Fähigkeiten und Kapazitäten mit sich bringt.

Zwar gibt es durch die Ankündigung von Finanzminister Schäuble erste Anzeichen, den Kurs umzukehren und der Bundeswehr ab 2017 wieder mehr Geld zur Beschaffung neuer Waffen zur Verfügung zu stellen, aber allein zwischen 2009 und 2013 sind die Ausgaben für Beschaffungen und Instandhaltung innerhalb der europäischen NATO-Staaten um etwa neun Milliarden US-Dollar auf rund 50 Milliarden US-Dollar gefallen. Gleichzeitig eröffnen sich auf zahlreichen außereuropäischen Wachstumsmärkten neue Absatzmöglichkeiten, die Rüstungsunternehmen erschließen wollen. Gabriels Kritiker sehen deshalb eine Gefahr für die deutsche Rüstungsindustrie, für die Sicherheit Deutschlands und für den Erhalt der deutschen Schlüsseltechnologien, wenn Ausfuhren an Drittstaaten eingeschränkt werden.

Kritiker einer restriktiven Rüstungsexportpolitik argumentieren, dass die Bündnisfähigkeit nur über eine starke nationale Rüstungsindustrie gewährleistet werden könne. Doch dabei blenden sie aus, dass inzwischen ein überwiegender Anteil der Rüstungsproduktion in transnationale Strukturen eingebettet ist. Angesichts der Liberalisierung des europäischen Binnenmarktes, dem Versuch der EU-Kommission, immer mehr Kompetenzen zu erlangen, und einer immer engeren Kooperation europäischer Rüstungsunternehmen wäre etwas anderes wichtig: nämlich ein Nachdenken darüber, wie eine Europäisierung der Rüstungsindustrie zwischen den EU-Mitgliedsstaaten zukunftsweisend und positiv ausgestaltet werden kann.

So könnte ein Abbau der Überproduktionskapazitäten auf europäischer Ebene langfristig dazu führen, auch die Abhängigkeit von Rüstungsexporten an unsichere Drittstaaten zu beenden, die den Rüstungsunternehmen volle Auftragsbücher bescheren. Im Sinne einer Arbeitsteilung wäre es dann auch möglich, zu diskutieren, was Deutschland von anderen Staaten beschaffen könnte und welche Schlüsseltechnologien hierzulande erhalten werden sollen. Eine Europäisierung der Rüstungsindustrie ist jedoch ambitioniert und mit politischen und wirtschaftlichen Stolperfallen versehen.

Wenn dieser Tage über eine europäische Armee diskutiert wird, sollte auch über einen gemeinsamen europäischen Rüstungsmarkt nachgedacht werden. Denn auch ein solcher wäre Ausdruck einer glaubwürdigen europäischen Verteidigungspolitik. Zusätzlich ließe sich durch eine solche Ausrichtung das schon lange angedachte pooling und sharing in der EU besser umsetzen.

Eine solche Entwicklung stößt jedoch nicht nur auf nationale Vorbehalte, sondern wirft auch neue Fragen auf. Etwa, wie die Kontrolle europäischer Unternehmen aussehen sollte. Bisher liegt die Rüstungsexportkontrolle nach Artikel 346 des EU-Vertrages in nationaler Verantwortung. Wenn die Europäisierung der Rüstungsindustrie zum erklärten politischen Ziel werden sollte, müsste mittel- bis langfristig auch die Exportkontrolle neu gestaltet werden. Die durchaus nicht wünschenswerte Alternative wäre ein poröses Regelwerk der EU, das den Unternehmen durch eine Liberalisierung des Binnenmarkts zahlreiche Grauzonen und Schlupflöcher bietet.

Eine Neuregelung sollte sowohl die Aufweichung bestehender restriktiver Kontrollsysteme verhindern als auch das Europaparlament mit entsprechenden Kontrollmöglichkeiten ausstatten. Eine Europäisierung der Rüstungsindustrie und der Exportkontrolle darf nicht zu Lasten der Kontrollaufgaben und -möglichkeiten nationaler Parlamente umgesetzt werden. Jan Grebe IPG 12

 

 

 

 

Bekämpfung des Extremismus: EU fordert mehr Zusammenarbeit der Mittelmeer-Länder

 

Die EU-Außenbeauftragte Federica Mogherini will künftig mit einem jährlichen Außenministertreffen der Mittelmeerunion mehr Zusammenarbeit zwischen Europa und den Mittelmeerstaaten im Kampf gegen den Extremismus fördern. Spanien schlug unterdessen ein UN-Tribunal für Extremismusfälle vor.

Die EU-Außenbeauftragte Federica Mogherini hat eine verstärkte Zusammenarbeit zwischen Europa und den Mittelmeeranrainerstaaten im Kampf gegen den Extremismus angemahnt. Notwendig sei eine engere Kooperation auf wirtschaftlicher, kultureller und politischer Ebene sowie in Sicherheitsfragen, sagte Mogherini am Montag beim Treffen der Außenminister der Mittelmeerunion in Barcelona. Spanien will der UNO derweil die Schaffung eines für Extremismus zuständigen Gerichts vorschlagen.

"Alle Länder in der Region sehen sich einer angespannten Sicherheitslage ausgesetzt, die sich durch mehrere bewaffnete Konflikte, vor allem in Syrien und Libyen, weiter verschlechtert hat", sagte Mogherini. Zugleich sei ein Anstieg der Radikalisierung unter Jugendlichen zu beobachten, die Dschihadisten am nördlichen und südlichen Mittelmeer folgten. Nach EU-Angaben haben sich bereits bis zu 6000 Freiwillige aus Europa den Dschihadisten in Syrien und im Irak angeschlossen.

Bundesaußenminister Frank-Walter Steinmeier (SPD) sagte in Barcelona, das Interesse bestehe darin, dass sich die Krisen in der Region nicht noch stärker in Richtung Europa entwickelten. Die südlichen Nachbarstaaten hätten ein Interesse an Hilfen bei der wirtschaftlichen Entwicklung. Geplant seien Aktionspläne mit den verschiedenen Ländern.

Spaniens Regierungschef Mariano Rajoy warnte, dass der Extremismus "eine Herausforderung für uns alle" sei. Auch die muslimische Welt sei ein Opfer. Der spanische Außenminister José Manuel García Margallo sprach am Rande des Treffens die Bildung eines UN-Tribunals für Extremismusfälle an. Sein Land habe dem UN-Sicherheitsrat einen entsprechenden Vorschlag unterbreitet. Die Idee zur Schaffung eines solchen Gerichts gehe ins Jahr 1937 zurück, sei jedoch aufgrund des Zweiten Weltkriegs nicht weiterverfolgt worden. "Sehr wichtige Länder" würden den Internationalen Strafgerichtshof nicht anerkennen, sagte der Minister mit Blick auf die USA, China und Israel. Ein Extremismusgericht könne dagegen von allen Ländern anerkannt werden. Spanien wolle dem UN-Sicherheitsrat in diesem Zusammenhang ein konkretes Projekt vorschlagen, sobald Spanien im Herbst den Vorsitz über das Gremium übernehme.

Margallo hatte das Thema bereits bei einem Treffen mit seinem italienischen Kollegen Paolo Gentiloni vergangene Woche angesprochen. Das Treffen in Barcelona war das erste ranghoher Vertreter der Mittelmeerunion seit ihrer Gründung im Jahr 2008. Ziel des Bündnisses ist es, den Dialog zwischen der wohlhabenden EU und den ärmeren Ländern entlang des Mittelmeers zu fördern. Dem Bündnis gehören 43 Staaten an. Mogherini kündigte an, künftig jährlich ein solches Außenministertreffen abhalten zu wollen. EA/AFP/nsa 14

 

 

 

 

Ein Genozid ist ein Genozid ist ein Genozid

 

Nicht nur Ankara, auch Berlin muss die Verantwortung für den armenischen Völkermord anerkennen.

 

In diesem Jahr gedenken wir zum hundertsten Mal der Verfolgung und Vernichtung der Armenier, Aramäer, Assyrer und Pontosgriechen durch die jungtürkische Regierung im Osmanischen Reich. An jenem Tag, den 24. April 1915, begann im Zuge des Ersten Weltkriegs die tragische Auslöschung armenischer Politiker und Intellektueller in Istanbul. Anschließend ließ das jungtürkische Regime hunderttausende osmanische Christen – Frauen, Kinder, Männer und Greise – in systematisch geplanter Weise ermorden. In die Wüste Anatoliens getrieben, starben die wehrlosen Menschen auf Todesmärschen an Unterernährung, körperlicher Erschöpfung, brutalen Misshandlungen und bei Hinrichtungen. Schätzungsweise 1,5 Millionen Armenier und bis zu 250.000 assyrisch-aramäische Christen fielen dieser geplanten physischen Vernichtung zum Opfer.

Um einer Deportation und schließlich Tötung zu entkommen, mussten hunderttausende Christen zwangsweise zum Islam konvertieren. Bereits im Juni 1915 erklärte der osmanische Innenminister Mehmet Talaat, seine Regierung wolle den Ersten Weltkrieg dazu nutzen, mit dem „inneren Feind“ abzurechnen, also mit den osmanischen Christen, denen die Jungtürken eine Kooperation mit dem Kriegsgegner Russland vorwarfen. Der Vollzug solle, so Talaat, durch keine internationalen Interventionen gestört werden. Und so geschah es: Das im Osmanischen Reich stationierte Militär des Deutschen Reichs wurde Augenzeuge dieser tragischen Vernichtung, ohne dagegen in irgendeiner Weise zu intervenieren. Historische Dokumente belegen zweifelsfrei, dass die grauenvollen Ereignisse auch der Führung des Deutschen Reichs von Anfang an bekannt waren. Doch um den wichtigsten militärischen Kriegspartner im Ersten Weltkrieg nicht zu verstimmen, nahm die deutsche Regierung den Völkermord durch die Jungtürken widerstandslos hin. Diese Mitschuld des Deutschen Reiches begründet unsere heutige Verantwortung.

 

In der Wissenschaft unbestritten: Der Völkermord

Es ist in der Geschichtswissenschaft unbestritten, dass im Osmanischen Reich von 1915 bis 1917 ein Völkermord verübt wurde, mit dem Ziel, ganze ethnische Gruppen auszulöschen. Aus diesem Grund wird die Vernichtung der Armenier im Sinne der UN-Konvention von 1948 als Genozid, als Völkermord, bezeichnet. Dennoch wird dieses Thema in der aktuellen Politik immer noch kontrovers diskutiert. Während Regierungen und Parlamente in Frankreich, Belgien Italien und Kanada oder auch das Europäische Parlament das Verbrechen als Genozid bezeichnet haben, wird dieser Völkermord weder von der türkischen noch von der Bundesregierung anerkannt. Die Türkei betreibt seit Jahrzehnten eine Politik des Schweigens und Negierens, mit der Begründung, im Ersten Weltkrieg habe es auf allen Seiten Opfer gegeben. Nachfahren der getöteten Armenier stehen diesem Umgang mit ihrer tragischen Geschichte mit Fassungslosigkeit, Schmerz und Empörung gegenüber.

Wie gefährlich das Verdrängen und Bagatellisieren eines Verbrechens gegen die Menschlichkeit sein kann, wissen wir Deutschen nur zu gut. Wo Verbrechen verschwiegen oder gar geleugnet werden, bleiben sie ungesühnt und unverarbeitet. So kann auch ein Nährboden für weitere schreckliche Gräueltaten entstehen. „Wer redet heute noch von der Vernichtung der Armenier?“, fragte Hitler im August 1939 in einer Geheimrede an die anwesenden Oberkommandierenden und hohen Offiziere, als er sie auf den Angriff auf Polen und die geplante Auslöschung der polnischen Bevölkerung, in erster Linie der Intelligenz, der politischen Elite und der Juden, einstimmen wollte. Kurz danach löste das nationalsozialistische Deutschland den Zweiten Weltkrieg aus.

                                              

Gegen das Vergessen

Vergessen und Verdrängen ist der Intention der damaligen Täter, eine bestimmte Gruppe ganz auszulöschen, bis in die Gegenwart hinein zuträglich. Damit Verbrechen wie der Völkermord an den Armeniern aber tatsächlich ins kollektive Bewusstsein gelangen, müssen wir uns weiterhin dafür einsetzen, dass die Erinnerungsarbeit gegen das Vergessen geleistet und fortgeführt wird. Papst Franziskus hat, wie viele wichtige Zeitgenossen vor ihm, jüngst einen Schritt in diese Richtung getan. Zu begrüßen sind auch die zahlreichen objektiven historischen Aufarbeitungen des Völkermords an den Armeniern sowie die weltweiten Initiativen, wissenschaftliche Konferenzen, Gedenkkonzerte, Ausstellungen und Theateraufführungen, die sich diesem tragischen Thema widmen und den Opfern ein Denkmal setzen. Besonders wichtig ist, dass es auch in der Türkei immer mehr Wissenschaftler, Intellektuelle, Kulturschaffende und Vertreter der Zivilgesellschaft gibt, die sich verantwortungsvoll und kritisch mit der Geschichte beschäftigen und den Völkermord an den Armeniern beim Namen nennen – teilweise immer noch unter dem Risiko, bestraft zu werden. Diesen mutigen Menschen müssen wir den Rücken stärken.

 

Die historische Verantwortung Deutschlands

Der 100. Jahrestag des Völkermordes muss für die politisch Verantwortlichen in Deutschland einmal mehr Anlass sein, auf die historische Verantwortung Deutschlands hinzuweisen und die Erinnerung an die Opfer aufrecht zu erhalten. In Gegenwart und Zukunft müssen wir die Aussöhnung und Normalisierung der Beziehungen zwischen der Türkei und Armenien unterstützen. Wenn wir den Völkermord als solchen benennen, können wir im gleichen Atemzug klarstellen: Die türkische Bevölkerung trägt ebenso wenig wie die aktuelle türkische Regierung Schuld an den Taten ihrer Vorfahren. Sie stehen jedoch in der Verantwortung, die Vergangenheit aufzuarbeiten und in Gegenwart und Zukunft die Chance zur Versöhnung entstehen zu lassen. Zu einer ehrlichen Aufarbeitung gehört es aber auch, den Völkermord anzuerkennen. In der Bundesregierung sind die Bedenken, den wichtigen Verbündeten Türkei zu brüskieren, offenbar groß. Doch ist die historische Wahrheit nicht einen Disput mit einem Verbündeten wert? Wenn alle NATO-Partner der Türkei erklären würden, dass von einem Mitglied in einem westlichen Bündnis, das sich westlichen demokratischen und zivilgesellschaftlichen Werten verpflichtet fühlt, erwartet wird, zur eigenen Geschichte zu stehen, würde der Diskurs in der Türkei vermutlich anders verlaufen.

In der Türkei wie auch in Armenien haben unvoreingenommene Forscher den Willen, die gemeinsame Geschichte objektiv und wertneutral aufzuarbeiten. Der offene historische, politische und zivilgesellschaftliche Dialog kann dazu führen, dass sich beide Länder nicht nur dem Tabu-Thema annähern, sondern auch die gemeinsame Geschichte vor 1915, das friedliche Zusammenleben beider Völker im Osmanischen Reich in ihre Geschichts- und Schulbücher aufnehmen. Denn künftige Generationen sollten nicht mit Vorurteilen, Feinbildern und Ängsten gegenüber dem jeweils anderen aufwachsen. Nur so kann es schließlich auch gelingen, sich konstruktiv mit den aktuellen Problemen in den bilateralen Beziehungen zwischen der Türkei und Armenien zu befassen.

Die Erinnerungskultur und geschichtliche Aufarbeitung jedes Landes braucht Zeit, um zu wachsen. Doch in Deutschland sollten wir so weit sein: Nach 100 Jahren ist es angemessen, die Vernichtung der Armenier als Genozid zu bezeichnen und sich für die unterlassene Hilfeleistung gegenüber den Armeniern im Ersten Weltkrieg bei deren Nachkommen zu entschuldigen. Dies ist Deutschland den armenischen Opfern und der eigenen Aufrichtigkeit schuldig.

Von: Dietmar Nietan, Josip Juratovic  IPG 20

 

 

 

 

So bringt Deutschland Flüchtlinge in Arbeit - und profitiert davon

 

- Politik sollte Arbeitsverbot für Asylbewerber lockern

- Fachkräfte aus dem Ausland schließen demografische Lücke

- Gesetzliche Erleichterungen auch bei regulärer Migration nötig

 

Eschborn, 22. April 2015 - Angesichts des verschärften

Fachkräftemangels fordert der Personaldienstleister ManpowerGroup die

deutsche Politik dringend auf, das Arbeitsverbot für Asylbewerber zu

lockern und Personaldienstleistern auch bei regulärer Migration

schneller Zugang zu Arbeitskräften zu verschaffen.

 

Der deutsche Arbeitsmarkt weist trotz fast drei Millionen arbeitslos

gemeldeten Bundesbürgern derzeit rund 542.000 offene Stellen aus.

Besonders gesucht sind Fachkräfte aus technischen Berufen, im

Verkauf, Verkehr, Logistik sowie der Gesundheitswirtschaft, etwa

Altenpflege. Die Hälfte aller deutschen Firmen gibt an, dass ihnen

aufgrund fehlender Fachkräfte bereits Aufträge entgehen. Verschärfend

kommt hinzu, dass Deutschland in den nächsten zehn Jahren pro Jahr

533.000 mehr Zu- als Abwanderer benötigt, um die Lücke zu füllen, die

durch das Ausscheiden der in den 50er und 60er Jahren geborenen

Babyboomer  entsteht. "Die Politik muss dringend die Gesetze

vereinfachen, um ausländischen Fachkräften Zugang zum deutschen

Arbeitsmarkt zu verschaffen", fordert Herwarth Brune, Vorsitzender

der Geschäftsführung der ManpowerGroup Deutschland. Dieser Ansicht

sind auch andere namhafte Experten wie etwa der Chef des Instituts

der Deutschen Wirtschaft, Michael Hüther.

 

Erste Initiativen entstehen - es fehlt aber klare politische Weichenstellung

 

Auf lokaler Ebene entstehen derzeit erste Initiativen. So haben

kürzlich Hamburger Gewerkschafter vom Senat der Hansestadt die

uneingeschränkte legale Arbeitserlaubnis für die sogenannten

Lampedusa-Flüchtlinge gefordert. "Das ist ein erster, guter Schritt.

Nun muss der Senat der Hansestadt Farbe bekennen", sagt Brune.

Positiv ist zudem, dass die Anerkennung von ausländischen

Berufsabschlüssen vereinfacht worden ist. Doch die Politik ist

stärker gefordert, Maßnahmen zu ergreifen, um die entstehende

Fachkräftelücke rechtzeitig zu schließen.

 

Die Ablehnung eines neuen Zuwanderungsgesetzes durch

Bundesinnenminister Thomas de Maizière ist aus Sicht des

Personaldienstleisters ManpowerGroup ein enttäuschendes Signal für

die deutsche Wirtschaft. "Bereits in der Prüfungsphase der

Asylanträge sollten Arbeitserlaubnisse erteilt werden, zumindest

temporär", sagt der Deutschland-Chef des Personaldienstleisters. Das

wird bisher nur in seltenen Ausnahmen erlaubt. "Selbst wenn sich

herausstellt, dass es sich bei einigen Antragstellern um

Wirtschaftsflüchtlinge handelt - Deutschland braucht dringend

Fachkräfte, es spricht also nichts gegen ihre Integration, wenn ihre

Fähigkeiten auf dem Arbeitsmarkt gebraucht werden." Die ManpowerGroup

Deutschland ist bereit, Flüchtlinge entsprechend ihrer Fähigkeiten

schnell in fair bezahlte Jobs zu bringen und sich an Qualifizierungen

zu beteiligen, etwa Sprachkursen. Der Personaldienstleister möchte

ein Pilotprojekt ins Leben rufen und benötigt dafür die Unterstützung

der Politik.

 

Auch die reguläre Migration aus dem EU-Ausland muss reformiert werden

 

Verbesserungen der Integration in den deutschen Arbeitsmarkt sind der

ManpowerGroup zufolge auch für die "reguläre" Migration aus dem

EU-Ausland nötig. So dürfen Nicht-EU-Bürger bei ihrem Eintritt in den

deutschen Arbeitsmarkt zunächst nicht bei Zeitarbeitsunternehmen

arbeiten, dabei haben sie dort die besten Vermittlungschancen. "Kaum

ein Unternehmen stellt Fachkräfte aus dem Ausland ein, die noch kein

Deutsch können und ihre Qualifikationen nicht wenigstens auf Englisch

schriftlich nachweisen können", so Brune. "Zeitarbeit ist ein

wesentlicher Integrationsfaktor. Wir organisieren in Zusammenarbeit

mit der Bundesagentur für Arbeit Weiterbildungen und setzen die

Mitarbeiter auf eigenes Risiko bei Kundenunternehmen ein, die die

Fachkräfte auch von uns übernehmen können." Aus Sicht der

ManpowerGroup ist es daher unverständlich, dass Migranten

ausgerechnet beim Einstieg in den Arbeitsmarkt nicht von

Personaldienstleistern angestellt werden dürfen. "Häufig landen

Fachkräfte dann in Jobs, für die sie überqualifiziert sind - oder sie

bekommen erst gar keinen", so Herwarth Brune. Die ManpowerGroup

Deutschland beschäftigt aktuell über 2.600 Mitarbeiter ausländischer

Herkunft.  ManpowerGroup

 

 

 

 

Ausländerfeindlichkeit. Familienministerin Schwesig und Integrationsbeauftragte Özoguz warnen

 

Tröglitz ist laut Bundesfamilienminister Schwesig kein Einzelfall oder ein ostdeutsches Phänomen. In ganz Deutschland gebe es eine Tendenz zu ausländerfeindlichen Haltungen. Auch Staatsministerin Özo?uz warnt. Wer jetzt noch zu Pegida gehe, schließe sich offen einer rechten Bewegung an.

Formularende

Bundesfamilienministerin Manuela Schwesig (SPD) hat davor gewarnt, den Brandanschlag auf eine Flüchtlingsunterkunft in Tröglitz als Einzelfall oder ein ostdeutsches Problem zu betrachten. “Wir haben mit Rechtsextremismus in ganz Deutschland zu tun”, betonte die Ministerin im Deutschlandfunk. Dabei verwies sie auf die NSU-Morde und die Ausschreitungen von Hooligans im Zusammenschluss mit der rechten Szene in westdeutschen Städten.

“Wir haben insgesamt in Deutschland eine Tendenz zu ausländerfeindlichen Haltungen.” Von 26 Demonstrationen der NPD hätten 14 in westdeutschen Städten stattgefunden. Wichtig sei, damit offen umzugehen.

In Tröglitz habe es diesbezüglich Versäumnisse gegeben, sagte Schwesig. Wenn ein ehrenamtlicher Bürgermeister vom Amt zurücktrete, weil er sich und seine Familie in Gefahr sehe und sich nicht genug unterstützt gefühlt habe, “dann kann ja nicht alles richtig gelaufen sein”. Es müssten alle zusammenstehen, um Fremdenfeindlichkeit zu bekämpfen, alle Parteien, die Kirchen, Gewerkschaften, Unternehmer, Verbände und Sportvereine, betonte die Ministerin.

Sie wolle in jedem Bundesland ein “Demokratiezentrum” einrichten, an das sich Menschen wenden könnten, die sich von Rechtsextremisten bedroht fühlten, sagte Schwesig. Man müsse davon abkommen, einzelne Projekte zu fördern. Seit Anfang des Jahres gebe es ein Bundesprogramm, das feste Strukturen im Kampf gegen Rechtsextremismus biete. Dazu sollen nach dem Ansinnen Schwesigs die lokalen Initiativen gestärkt werden. “Jeder Ort hat seine eigenen Probleme und Spezifiken”, deshalb sei es wichtig diese Netzwerke zu unterstützen.

Özoguz warnt vor Pegida-Kundgebung mit Wilders

Derweil warnt die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung, Aydan Özo?uz (SPD), eindringlich vor der islamfeindlichen Bewegung Pegida. “Wer jetzt noch hinter dieser Fahne herläuft, schließt sich einer offen rechten Bewegung an”, sagte Özo?uz der der Die Welt im Hinblick auf die Pegida-Kundgebung mit dem niederländischen Rechtspopulisten Geert Wilders am Montag in Dresden.

Inzwischen zeige sich ganz deutlich, wie weit rechts diese Bewegung tatsächlich stehe, betonte Özoguz: “Pegida als Organisation hat nichts damit zu tun, dass Menschen mit Sorgen und Nöten auf die Straßen gehen.” Die selbst ernannten “Patriotischen Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes” (Pegida) hatten bei der Kundgebung mit Wilders bis zu 30.000 Teilnehmer erwartet, gekommen sind hingegen etwa 10.000.

Özo?uz kritisierte zugleich Drohungen und Kampagnen auf Facebook gegen Politiker. In ihrem Büro gingen nahezu täglich Hassmails ein, sagte die Integrationsbeauftragte. Auch auf Facebook erhalte sie “regelmäßig wüste Beschimpfungen oder Drohungen”. Die Plattformen müssten in solchen Fällen stärker eingreifen, forderte Özoguz. Derzeit würden dort kaum Grenzen gesetzt. (epd/mig 14)

 

 

 

 

Migration: Deutschlands Gezerre um ein neues Einwanderungsgesetz

 

Bundesinnenminister de Maizière bleibt dabei: Deutschland braucht kein neues Einwanderungsgesetz. Doch  außerhalb der Union sprechen sich viele für neue, einfachere Regelungen  aus – auch, um den für den Arbeitsmarkt dringend nötigen Angehörigen von Drittländern den Weg in das Land leichter zu ebnen.

Bedarfsgerechte Steuerung – das ist das neue Schlagwort von Bundesinnenminister Thomas de Maizière, wenn es um das Thema Migration nach Deutschland geht.

Konkret bedeutet das für den CDU-Politiker: Mehr Zuwanderer sollen vor allem aus jenen Berufsgruppen kommen, in denen schon heute Fachkräftemangel herrscht. Denn Deutschlands Gesellschaft altert. Das führe schon jetzt dazu, dass in rund 70 Beschäftigtengruppen Fachkräfte fehlen, sagte de Maizière auf einem von seinem Ministerium veranstalteten Zuwanderungskongress in Berlin.

Recht gibt dem Innenminister eine Ende März von der Bertelsmann-Stiftung veröffentlichte Studie. Demnach wird es in Deutschland im Jahr 2050 nur noch unter 29 Millionen anstelle der heute 45 Millionen Menschen im erwerbsfähigen Alter geben. Ohne Zuwanderung sei diese Lücke "nicht zu schließen", heißt es darin.

Somit scheint klar: Will die deutsche Wirtschaft stark bleiben, sind Zuwanderer nötig. Oder, wie Demetrios Papademetriou vom Washingtoner Migration Policy Institute sagte: "Wir sind heute alle von Thema Migration betroffen, weil der Arbeitsmarkt uns alle angeht." Das heiße in diesem "neuen Migrationszeitalter für Europa und Deutschland", so der Migrationsforscher, Menschen nicht nur in das Land hineinzulassen, sondern sie auch zu fördern.

Herzen der Migranten müssen gewonnen werden

Doch hier besteht aus Sicht vieler Kritiker in Deutschland noch Nachholbedarf. Dies gilt unter anderem für die Integration von anderen Religionsgruppen wie Muslimen. "Was bei allen gesetzlichen und politischen Maßnahmen noch immer zu kurz kommt ist die Bemühung, die Herzen der Migranten zu gewinnen", sagte etwa Nihat Sorgeç vom Bildungswerk in Kreuzwerk. In einer Gesellschaft, in der es für muslimische Jugendliche noch immer schwerer sei, einen Ausbildungsplatz zu finden, müsse noch viel getan werden.

Das Problem, sich nicht recht willkommen, geschweige denn integriert und gefördert zu fühlen, betrifft auch zahlreiche Menschen, die aus sogenannten Drittstaaten ins Land kommen.

Das liegt, so sagen viele Experten, auch daran, dass ihre Einwanderung noch immer nach diversen, meist unübersichtlichen Vorgaben geregelt sei. Wie Familiennachzug, Aufenthalts- und Arbeitserlaubnis, Staatsbürgerschaft oder Gehaltsgrenze im Einzelfall funktionieren, bleibe unübersichtlich und zu kompliziert.

Deutschland braucht Hundrttausende Einwanderer aus Drittstaaten

Dabei ist Deutschland nach Berechnungen der Bertelsmann-Stiftung in den kommenden Jahrzehnten auf zwischen 276.000 und einer halben Million Einwanderer jährlich aus Drittstaaten angewiesen. Denn von den 1,23 Millionen Menschen, die 2013 einwanderten, kam mit rund 60 Prozent der Großteil aus europäischen Ländern. Doch sobald sich die wirtschaftliche Situation in Ländern wie Griechenland, Italien oder Spanien erholt hat, könnten sie in ihre Heimat zurückgehen.

Aktuell aber machen die Drittstaaten-Angehörigen den kleinsten Anteil der Einwanderer aus – der Bertelsmann-Studie zufolge waren es 2013 rund 140.000 Menschen.

Der SPD fordert darum die Schaffung eines neuen Einwanderungsgesetzes mit einfacheren und übersichtlichen Regeln – und gibt sich sicher: "Das Einwanderungsgesetz wird kommen. Spätestens in der nächsten Wahlperiode." Das zumindest betonte der SPD-Fraktionsvorsitzende Thomas Oppermann kürzlich.

"Gut ausgebildete Arbeitnehmer aus Drittstaaten sollen die Möglichkeit erhalten, auf legalem Weg einwandern zu können, statt kriminellen Schlepperbanden die Ersparnisse anzuvertrauen", so Oppermann. Dazu brauche es transparentere Regeln.

Ähnlich wie die SPD wollen auch die Grünen ein neues Gesetz zur Zuwanderung. Ausländische Studenten, Auszubildende, Asylbewerber und Geduldete sollen nach ihrer Idee ihren aufenthaltsrechtlichen Status künftig wechseln und sich frei auf dem Arbeitsmarkt bewegen können. Das solle auch bedeuten, dass Bildungsabschlüsse und Berufsqualifikationen unbürokratisch anerkannt werden sollen.

Statuswechsel für illegale Einwanderer nicht denkbar

Die Union jedoch hält davon bisher wenig. Sie argumentiert, allein mit rechtlichen Veränderungen oder Vereinfachungen werde es nicht gelingen, wesentlich mehr Fachkräfte ins Land zu locken.

Menschen, die illegal nach Deutschland gekommen sind und sich grundsätzlich ein langfristigeres Leben im Land vorstellen könnten, wären damit weiterhin ausgeschlossen von der Möglichkeit, mit zur Minderung des fachkräftemangels beizutragen. Denn die Möglichkeit eines Statuswechsels für solche Menschen lehne er prinzipiell ab, betonte de Maizière abermals.

Stattdessen sollten Staat und Wirtschaft im Ausland gezielt mehr "Zuwanderungsmarketing" betreiben. "Wir müssen da gezielt Werbung machen für unser Land, wo wir wollen, dass Menschen zu uns kommen", sagte der Bundesinnenminister. Wichtigere Maßnahmen sei es etwa, das Interesse an der deutschen Sprache im Ausland zu steigern und besser über Zuwanderungswege zu informieren.

Die Zukunft von Hunderttausenden Flüchtlingen und illegalen Einwanderern, die jährlich in Deutschland Zuflucht finden, bleibt damit weiter unsicher. Ebenso wie die Antwort auf die Frage, ob in wenigen Jahrzehnten genügend Migranten den Fachkräftemangel aufgelöst haben werden.

Links: 

Debatte um Einwanderungsgesetz: Merkel tritt auf die Bremse

Deutschland verzeichnet höchste Zuwanderung seit über 20 Jahren

Integration: Deutschlands Haltung gegenüber Zuwanderern ist gespalten

Nicole Sagener, EA 17

 

 

 

 

 

Berufsbildungsbericht 2015. Betriebe und Bewerber zusammenbringen

 

Die Bundesregierung will erreichen, dass alle ausbildungsinteressierten Jugendlichen frühestmöglich einen Berufsabschluss machen. Das hat das Bundeskabinett mit dem Berufsbildungsbericht beschlossen. 2014 haben 522.000 junge Menschen, über die Hälfte aller Schulabgänger, eine duale Ausbildung

begonnen.

 

Für Bewerber hat sich die Situation auf dem Ausbildungsmarkt im vergangenen Ausbildungsjahr leicht verbessert. Ihnen standen mehr Ausbildungsplätze zur Verfügung. Rund 522.000 neue Ausbildungsverträge wurden bis Ende September 2014 geschlossen. Das sind etwas weniger (minus 1,4 Prozent) als im Jahr 2013.

20.900 Bewerber fanden bis Ende September 2014 keinen Ausbildungsplatz. Weitere 60.300 begannen zunächst eine berufsvorbereitende Bildungsmaßnahme, ein Praktikum oder eine Einstiegsqualifizierung. Sie suchten gleichzeitig weiter nach einer Ausbildungsstelle.

 

Berufliche und akademische Bildung sind gleichwertig

Über die Hälfte der Schulabgänger beginnen eine Berufsausbildung. Das duale System der beruflichen Bildung ist unverzichtbar für den Wirtschaftsstandort Deutschland. Sie ist wesentlich dafür, dass die deutsche Wirtschaft ihren künftigen Fachkräftebedarf decken kann. Die berufliche Ausbildung

steht aber in zunehmendem Wettbewerb um Nachwuchskräfte mit den Hochschulen.

Ziel der Bundesregierung ist es, die Attraktivität der beruflichen Bildung zu steigern. Sie bietet - wie ein Studium - die Chance, bis zu fachlichen Führungspositionen zu kommen. Berufliche und akademische Bildungswege sollen zudem durchlässiger werden.

Der Berufsbildungsbericht 2015 liefert die wesentlichen Daten zu den Entwicklungen und zum Abschluss des Ausbildungsjahres 2013/2014. Mit dem Bericht beschließt die Bundesregierung gleichzeitig die Schwerpunkte für die Berufsbildungspolitik der nächsten Jahre.

Der Berufsbildungsbericht wird jährlich vom Bundesinstitut für Berufsbildung (BIBB) für das Bundesministerium für Bildung und Forschung herausgegeben. Das Ministerium übergibt den Berufsbildungsbericht nach dem Kabinettsbeschluss an Bundesrat und Bundestag.

Viele Ausbildungsplätze bleiben unbesetzt

Sehr viele Betriebe konnten ihre Ausbildungsstellen nicht besetzen. Rund 37.100 Stellen blieben unbesetzt. Das sind zehn Prozent mehr als im Jahr davor – ein neuer Höchststand. Besonders betroffen sind sowohl Industrie, als auch Handel und Handwerk.

Vor allem Ausbildungsplätze für Restaurantfachleute, Fachverkäufer im Lebensmittelhandwerk und in der Systemgastronomie, Klempner, Fleischer, Bäcker, Drogisten, Tierwirte, Köche und Gebäudereiniger blieben unbesetzt.

Nicht nur in ausgewählten Berufen auch in bestimmten Regionen wird es immer schwieriger, betriebliche Ausbildungsplätze und Jugendliche zusammenzubringen. Da mehr junge Menschen als in früheren Jahren studieren und gleichzeitig die Zahl der Schulabgänger sinkt, werden weniger

Ausbildungsverträge geschlossen.

Auch ziehen sich immer mehr kleine und Kleinstbetriebe aus der Ausbildung zurück. Sie können im Wettbewerb um Ausbildungsbewerber mit mittleren und großen Unternehmen oft nicht mithalten.

Viele müssen Schulabschlüsse nachholen

256.110 Jugendliche begannen eine Übergangsmaßnahme statt einer Ausbildung. Das sind 160.000 weniger als im Jahr 2005, aber noch immer zu viele. Fast die Hälfte von ihnen hat einen Hauptschulabschluss, rund 21 Prozent haben keinen Schulabschluss. Sie können in Lehrgängen ihren Haupt- oder Realschulabschluss nachholen, ein Berufsvorbereitungsjahr, eine Einstiegsqualifizierung oder Bildungsgänge an Berufsschulen absolvieren.

Nach Ende der Maßnahme begannen 42 Prozent der Teilnehmer innerhalb von sechs Monaten, über die Hälfte nach 14 Monaten und 70 Prozent nach 38 Monaten eine reguläre Ausbildung.

Mehr Jugendliche sollen einen Berufsabschluss machen

Betriebliches Angebot und Nachfrage der Jugendlichen zusammenzubringen wird schwieriger. Die Berufswünsche der Jugendlichen, das regional unterschiedliche Angebot und die Anforderungen an die Bewerber passen immer öfter nicht zusammen. Deshalb hat sich die "Allianz für Aus- und Weiterbildung" zur Aufgabe gemacht, Bewerber und Ausbildungsbetriebe besser zusammenzuführen.

Bundesregierung, Länder, Wirtschaft, Gewerkschaften und Bundesagentur für Arbeit   haben sich im Dezember 2014 zur "Allianz für Aus- und Weiterbildung 2015 - 2018" zusammengeschlossen. Sie wollen alle ausbildungsinteressierte junge Menschen frühestmöglich zu einem Berufsabschluss bringen. Die

betriebliche Ausbildung hat dabei Vorrang.

Auszubildende besser unterstützen

Die Wirtschaft will bereits ab diesem Jahr 20.000 zusätzliche Ausbildungsplätze, jährlich 500.000 Praktikumsplätze und 20.000 Plätze für Einstiegsqualifizierungen bereitstellen. Die Bundesagentur für Arbeit wird mit dem Ausbildungsjahr 2015/2016 zunächst bis zu 10.000 assistierte

Ausbildungsplätze anbieten. Mehr Auszubildende als bisher sollen ausbildungsbegleitende Hilfen in Anspruch nehmen können. Die Bundesregierung hat dazu die gesetzlichen Voraussetzungen geschaffen.

Leistungsschwächere Jugendliche sollen so besser von der Schule in die Ausbildung kommen und diese erfolgreich abschließen.

Abiturienten und Studienabbrecher für Ausbildung gewinnen

Die "Allianz für Aus- und Weiterbildung" hat auch zum Ziel, Jugendliche für die duale Berufsausbildung zu interessieren. Über sie soll deshalb künftig stärker an Gymnasien bei der Berufsorientierung informiert werden. Die duale Berufsausbildung bietet gute Einstiegschancen als künftige Fach- und Führungskräfte.

Die Bundesregierung unterstützt auch Initiativen, um Studienabbrecher für die duale Berufsausbildung zu gewinnen. Sie können sich nach einer verkürzten Ausbildung unmittelbar weiterqualifizieren. Das Programm "Jobstarter plus" fördert Projekte, die Studienabbrechern neue Chancen in der beruflichen Bildung eröffnen. Pib 14

 

 

 

 

Merkel setzt Massaker an Armeniern mit Völkermord gleich

 

Bislang hatte es Berlin vermieden, den Völkermord an den Armeniern beim Namen zu nennen. Nun machen auch Bundeskanzlerin Angela Merkel und die Bundesregierung sich die Gleichsetzung des Massakers an Armeniern mit einem Völkermord zu eigen.

Regierungssprecher Steffen Seibert sagte am Montag in Berlin, die Bundesregierung stehe hinter einem Resolutionsentwurf der Koalitionsfraktionen zum Gedenken an den Massenmord an Armeniern Anfang des vergangenen Jahrhunderts. Dort werde festgehalten, "dass das Schicksal der Armenier im Ersten Weltkrieg beispielhaft für die Geschichte der Massenvernichtungen, der ethnischen Säuberungen, der Vertreibung, ja der Völkermorde im 20. Jahrhundert steht", sagte Seibert.

Bislang hatte die Bundesregierung die Verwendung des Begriffs Völkermord vermieden. So hatte Außenminister Frank-Walter Steinmeier eine Verwendung noch am Sonntagnachmittag angesichts von Warnungen der türkischen Regierung umgangen. "Verantwortung heißt eben, Verantwortlichkeit nicht auf einen einzigen Begriff zu reduzieren", hatte er in der ARD auf die Frage geantwortet, ob es sich bei den Massakern um Völkermord gehandelt habe.

Der türkische Präsident Recep Tayyip Erdogan hat sich die Wertung des Massakers als Völkermord verbeten. "Wir werden es nicht zulassen, dass historische Vorfälle aus ihrem Zusammenhang gerissen werden und als Instrument für Kampagnen gegen unser Land verwendet werden", hatte er vergangenen Dienstag zu einer Rede von Papst Franziskus erklärt. "Ich verurteile den Papst und möchte ihn warnen, ähnliche Fehler nicht wieder zu begehen." Der Papst hatte vom "ersten Genozid des 20. Jahrhunderts" gesprochen. Die Türkei räumt ein, dass bei Massakern und Deportationen 1915 und 1916 armenische Christen durch osmanische Truppen getötet wurden. Sie bestreitet aber, dass es Hunderttausende waren und dass es ein Völkermord gewesen sei.

Seibert betonte, in dem Antragswurf werde auch darauf hingewiesen, dass sich Deutschland der Einzigartigkeit des Holocaust bewusst sei, für den es Schuld und Verantwortung trage.

Der Bundestag soll die Resolution am Freitag im Rahmen des Gedenkens an die Massaker verabschieden.

Das Europäische Parlament hatte am Mittwoch in einer von allen Fraktionen getragenen Entschließung der 1,5 Millionen Opfer des Völkermords an den Armeniern aus dem Jahr 1915 gedacht und die Türkei aufgerufen, sich dem Gedenken an den 100. Jahrestag anzuschließen und den Genozid anzuerkennen.

Das Parlament forderte Armenien und die Türkei auf, "sich Beispiele für eine erfolgreiche Aussöhnung europäischer Nationen zum Vorbild zu nehmen", indem sie ohne Vorbedingungen die Protokolle über die Aufnahme diplomatischer Beziehungen ratifizieren und umsetzen, die Grenze öffnen und ihre Beziehungen insbesondere im Hinblick auf die grenzüberschreitende Zusammenarbeit und die wirtschaftliche Integration "aktiv verbessern".  dto mit rtr 21

 

 

 

 

Migrationspolitik. Innenminister de Maizière will Bündnis für Migration

 

Ein nationales Bündnis für Migration soll Deutschland fit machen für Einwanderung. Auch Unternehmen sollen in die Pflicht genommen werden. So jedenfalls sind die Pläne von Bundesinnenminister de Maizière. Der Opposition hingegen fordert von ihm ein klares Willkommenssignal.

 

Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) will ein nationales Bündnis für Migration und Integration auf den Weg bringen. Vertreter aus allen gesellschaftlichen Bereichen sollen sich darin der Frage widmen, wie das Zusammenleben in Deutschland gestaltet werden könne, sagte de Maizière am Dienstag auf einer Fachtagung zur Asyl- und Zuwanderungspolitik in Berlin. Er wolle weg von ideologisch geprägten Diskussionen.

Im zweiten Halbjahr dieses Jahres will de Maizière zu einer ersten Gesprächsrunde einladen. Der Minister rief zugleich die Wirtschaft dazu auf, eine stärkere und aktivere Rolle bei der Anwerbung von ausländischen Fachkräften zu spielen.

Unter Verweis auf Forderungen nach einem Einwanderungsgesetz plädierte de Maizière dafür, die Debatte um Zuwanderung nicht nur an Gesetzen festzumachen. “Wir Deutschen reden zu viel über das Erlauben”, sagte er und ergänzte: “Über das, was wir wirklich besser machen müssen, über das Einladen und Ankommen reden wir wenig.” Besser gemacht werden müsse die Zuwanderung selbst: “die Werbung, die Haltung, die Aufnahme, die Integration und die Integrationsbereitschaft”, sagte der CDU-Politiker.

Er forderte, die Attraktivität Deutschlands im Ausland zu bewerben und das Interesse an der deutschen Sprache zu erhöhen. Das könne nicht vornehmlich Sache des Staates sein. “Hier sind vor allem die künftigen Arbeitgeber gefragt”, sagte de Maizière. Der Staat könne nicht die Einstellungsverfahren im Ausland machen.

De Maizière: Klima von Hass

Vor dem Hintergrund von Anschlägen gegen Asylbewerberunterkünfte, zuletzt im sachsen-anhaltischen Tröglitz, sagte de Maizière, dies seien verheerende Bilder. Er herrsche teilweise ein “Klima von Maßlosigkeit und von Hass” in der Debatte um Zuwanderung. “Dem müssen wir uns stellen”, sagte de Maizière.

In seiner Rede signalisierte de Maizière Offenheit in der Frage eines Bleiberechts für junge Flüchtlinge mit einem Ausbildungsplatz. Er betonte zwar, er lehne weiter einen Statuswechsel zwischen Asyl und dem Aufenthalt zum Zweck der Arbeit aus Prinzip ab. Zugleich ergänzte er: “Über Ausnahmen gerade für Minderjährige, die einen Beruf angefangen haben, kann man reden.” Flüchtlingsorganisationen, Sozialverbände und Wirtschaftsvertreter hatten wiederholt gefordert, jungen Flüchtlingen eine Bleibegarantie für die Zeit der Ausbildung zu geben.

Zu der Tagung in Berlin hatte de Maizière Vertreter von Gewerkschaften, Kirchen, Nichtregierungsorganisationen, Kommunen, Arbeitgeberverbänden sowie Wissenschaftler eingeladen.

Opposition fordert klares Willkommenssignal

Die Fraktionsvorsitzende der Grünen im Bundestag, Katrin Göring-Eckardt, warf der Tagung Stillstand vor. Zuwanderungsmarketing allein reiche nicht, um Deutschland als Einwanderungsland attraktiver zu machen, sagte sie in Berlin. Sie forderte erneut ein modernes Einwanderungsgesetz als “klares Willkommenssignal”. Dazu äußerte sich de Maizière auch auf der Tagung wieder skeptisch.

Die migrationspolitische Sprecherin der Linksfraktion, Sevim Dagdelen, sagte mit Verweis auf den Brandanschlag in Tröglitz, angesichts eines “ausufernden Rassismus ” müsse die Politik aufhören, Debatten darüber zu führen, wer für Deutschland angeblich nützlich oder unnütz sei. “Diese Debatten sind Wasser auf die Mühlen der extremen Rechten und ihrer Gefolgschaft”, sagte sie. (epd/mig 14)

 

 

 

 

Finanzmarktregulierung muss auch Flüchtlingen und Migranten helfen

 

Würden die Mitgliedsstaaten die Transaktionskosten für Rücküberweisungen senken, wäre vielen Migranten und Flüchtlingen geholfen, die ihre  Verwandten  finanziell unterstützen. Deutschland sollte  mit gutem Beispiel vorangehen, meinen Benjamin Schraven und Birgit Schmitz vom Deutsches Institut für Entwicklungspolitik.

Flucht und Vertreibung bleiben ein dominierendes Thema der öffentlichen Wahrnehmung und des politischen Diskurses in Deutschland und Europa. Das äußert sich unter anderem im andauernden Streit zwischen Bund und Ländern über vermeintlich unrealistische Flüchtlingszahl-Prognosen, der Fremdenhass-Debatte nach dem Brandanschlag auf eine designierte Flüchtlingsunterkunft in Sachsen-Anhalt oder in der Drohung des griechischen Verteidigungsministers, Flüchtlinge nach Deutschland "weiterzuleiten".

Auf den ersten Blick hat dies nur wenig mit den Bemühungen der EU zu tun, die Finanzmärkte neu zu regulieren. Aktuell berät der Europäische Wirtschafts- und Sozialausschuss über eine Neufassung und Erweiterung der Richtlinie zu Zahlungsdiensten und der Verordnung über grenzüberschreitende Zahlungen (Payment Settlements Directive II). Diese betrifft auch Rücküberweisungen, also Bargeldtransfers von Migranten und Flüchtlingen an ihre Familien in den jeweiligen Herkunftsländern. Eine Neufassung dieser Richtlinie, welche die teilweise sehr hohen Gebühren für Rücküberweisungen senken würde, könnte einen großen entwicklungspolitischen Beitrag leisten. Gerade Deutschland sollte hier eine Schlüsselrolle einnehmen.

Das Volumen von Rücküberweisungen in Entwicklungsländer wird 2015 geschätzte 450 Milliarden USD erreichen und übertrifft damit bei Weitem die internationale Entwicklungshilfe. Auch Flüchtlinge selbst tragen zu diesen Geldflüssen bei, indem sie Rücküberweisungen tätigen und ihre Verwandten sowohl in den Herkunftsländern als auch in Asyl gewährenden Nachbarländern unterstützen. Der Libanon, Jordanien und auch Syrien selbst weisen seit 2011 stark gestiegene Rücküberweisungen aufgrund des Bürgerkrieges in Syrien auf. Rücküberweisungen werden dabei nicht nur für den Erwerb von Lebensmitteln verwendet. Sie werden auch für Gesundheits- und Bildungsausgaben sowie für die Kompensation von Schäden und Verlusten, die durch Konflikte aber auch Wirtschaftskrisen oder Umweltkatastrophen entstanden sind, genutzt. Rücküberweisungen sind in der Regel antizyklisch: Sie steigen in Zeiten politischer und wirtschaftlicher Krisen, da Migranten gerade dann ihre Familien in den Herkunftsländern verstärkt unterstützen. In dauerhaft instabilen Ländern sind Rücküberweisungen geradezu überlebenswichtig. Wenn die rechtliche Situation oder die Arbeits- und Lebensbedingungen von Migranten und Flüchtlingen prekär sind, fällt es ihnen allerdings schwer, die Entwicklung in ihren Herkunftsländern mithilfe von Rücküberweisungen zu unterstützen.

Enormes Potential und weltweite Signalwirkung

In Deutschland liegen diese Kosten im Durchschnitt bei 9 Prozent, was nur leicht über dem Mittelwert aller G20-Länder von etwa 8 Prozent liegt. Allerdings sind die Gebühren für den Geldtransfer in bestimmte Länder deutlich höher. Für den Transfer von 140 Euro von Deutschland in den Libanon mussten beispielsweise Ende 2014 im Schnitt – gemessen an den Angeboten der verschiedenen Finanzdienstleister –rund 23 Euro an Gebühren ausgeben werden. Die oft ohnehin schon relativ niedrigen Bargeldtransfers werden so stark geschmälert.

Ein Großteil der Rücküberweisungen wird von Anbietern von Bargeldtransfers wie zum Beispiel Western Union durchgeführt. Zur Abwicklung der Zahlung müssen diese Institutionen Zugang zum inländischen Zahlungssystem haben. Dieser erfolgt entweder direkt oder indirekt über ein Konto bei einer Bank, die dem Zahlungssystem angehört. Daher könnten ein verbesserter Zugang der Anbieter von Bargeldtransfers zu den Zahlungssystemen, eine konsistente Regulierung aller Zahlungsdienstleister und ein damit verbundener stärkerer Wettbewerb zu einer weiteren Reduzierung der Kosten für Rücküberweisungen führen. Eine entsprechende Neufassung der Zahlungsdiensterichtlinie hätte hier enormes Potential und auch eine weltweite Signalwirkung.

Deutschland sollte dabei mit gutem Beispiel vorangehen. Denn Deutschland steht in der Liste der Länder, aus denen laut Angaben der Weltbank weltweit die meisten Gelder von Migranten in ihre Herkunftsländer fließen, auf einem beachtlichen fünften Platz mit über 20 Milliarden USD. Das beantwortet – ein weiteres Mal – die seit Jahren diskutierte Frage, ob Deutschland denn ein Einwanderungsland sei, mit einem eindeutigen "ja". Es zeigt aber auch, dass Zuwanderung ebenfalls eine enorme Bedeutung für die Herkunftsländer der Migranten und Flüchtlinge hat. Leider neigen gerade die Deutschen dazu, die Auswirkungen von Migration und Flucht auf die eigene Gesellschaft und Volkswirtschaft zu reduzieren. Die Transaktionskosten für Rücküberweisungen zu senken, wäre ein wichtiges entwicklungspolitisches Signal. Es würde unterstreichen, dass Deutschland sein Streben nach mehr globaler Verantwortung nicht nur militärisch interpretieren möchte. Und für Europa wäre es ein Schritt, der wegführt von einer Flüchtlingspolitik, die nur auf Abschreckung setzt.

Die Autoren

Benjamin Schraven ist Wissenschaftlicher Mitarbeiter, Birigt Schmitz Ökonomin am Deutschen Institut für Entwicklungspolitik (DIE). Das DIE mit Sitz in Bonn zählt weltweit zu den führenden Forschungsinstituten und Think Tanks zur internationalen Entwicklungspolitik. Der folgende Beitrag erschien in der Reihe "Die aktuelle Kolumne". EA 14

 

 

 

 

Manifest der Vielfalt. Von importierten Billiglöhnern zu qualifizierter Einwanderung

 

Die Geschichte der Gastarbeiter und ihr Weg bis in die Gegenwart wurden schon mehrfach erzählt, allerdings selten von denen, die heute einen sogenannten Migrationshintergrund haben. Cihan Sü?ür macht den Auftakt der neuen Kolumne “Manifest der Vielfalt” im MiGAZIN. Von Cihan Sügür

 

 

Das Manifest der Vielfalt ist eine deutschlandweite Initiative mit dem Ziel, Menschen zusammenzuführen. Die Initiative wurde von Fatih Köylüoglu und Cihan Sügür konzipiert und ins Leben gerufen. Sie ist gemeinwesen orientiert.

Formularende

Die Bundesrepublik Deutschland hat zwischen 1955 und 1968 mit neun Ländern aus drei Kontinenten Anwerbeabkommen abgeschlossen. Italien, Spanien, Griechenland, die Türkei, Marokko, Südkorea, Portugal, Tunesien sowie das damalige Jugoslawien stellten Arbeitnehmer bereit, die zum wirtschaftlichen Aufschwung ab 1955 maßgeblich beitragen würden. In Zeiten von Vollbeschäftigung, Absenkung des Rentenalters, hohen Lohnsteigerungen (bis zu 67%), Reduzierung der 48-Stunden-Woche auf 40 Stunden und Arbeitslosenquoten von 1% stand das politische Deutschland an einem Scheideweg:

Den Wirtschaftsboom aufgrund von Fachkräftemangel ersticken oder Fachkräfte anwerben und die Funktionsfähigkeit der Industrie sichern. Ich bin mir sicher, dass die damalige Bundesregierung diese Optionen genauestens durchleuchtet und die möglichen Konsequenzen zum Wohle der deutschen Bevölkerung abgewogen und bewertet hat. Es ist gekommen, wie es gekommen ist: Um die Funktionsfähigkeit der Industrie zu sichern wurde das Fundament für das Einwanderungsland Deutschland gelegt.

Damals wie heute war es die Industrie, die die Impulse für Einwanderung geliefert hat. Damals wie heute ist es aber nicht die Verantwortung der Industrie, gesamtgesellschaftlich Einwanderung zu gestalten. Es wurden Fachkräfte nach dem Rotationsprinzip gerufen, also: “Ali 1, Ali 2 und Ali 3, ihr seid jetzt zwei Jahre zum Malochen da, dann kommen neue Alis.”

Den Ford-Werken in Köln hat es gereicht, wenn der Fließbandarbeiter wusste was zu tun ist und das wurde notfalls mit Bilderbüchern erklärt. Es wurden Billiglöhner gebraucht, die schnell und hart schuften konnten ohne lange angelernt zu werden. Praktisch nicht-existent waren Konzepte, wie man diese Menschen in die Gesellschaft aufnehmen könnte, selbst wenn es nur für die zunächst angedachten zwei Jahre wäre. Man verfrachtete sie in Ghettos, wo sie unter sich gewohnt haben und schlägt heute die Hände über den Kopf und ruft “Parallelgesellschaft!”.

Man steckte ihre Kinder in Schulen in “Ausländerklassen” und brachte ihnen die deutsche Sprache nicht bei und ruft heute “Sprache ist der Schlüssel der Integration!”. Man erlaubte ihnen keine Moscheegebäude und wundert sich heute über “Hinterhofmoscheen”. Sie verstehen, worauf ich hinaus will? Während heutzutage manch ein Politiker immer noch von “importierten” Menschen spricht, kommen durch diese Risse die Architekturfehler der damaligen Politik zum Vorschein. Wir im 21. Jahrhundert der Bundesrepublik Deutschland sind es, die endlich die Fehler der Anwerbeabkommen erkennen und das Thema Einwanderung zeitgemäß aufsatteln müssen. Dazu gehört auch, mit Vergangenem abzuschließen.

Niemand sollte von meinen Großeltern, die seit mehr als 40 Jahren hier leben und nur gebrochen das typisch türkische Deutsch sprechen, erwarten, dass sie im Alter nachträglich Deutsch lernen. Der Zug ist abgefahren, lassen wir es einfach gut sein.

Was wir aber tun können und sollten, ist, die hochemotionale Debatte rund um Einwanderung in Deutschland zu entladen, um auf eine sachliche Ebene zu gelangen. Über 15 Millionen Menschen in Deutschland haben Einwanderungsgeschichte. Sie leben hier und gehören mit all ihren Eigenschaften und Gewohnheiten, ob wir sie mögen oder nicht, zur Gesellschaft. Auch wenn das Quell vieler Unstimmigkeiten zwischen Mehrheitsgesellschaft und Einwanderer die bereits erwähnten Architekturfehler sind, ist es nur bedingt möglich diese Fehler nachträglich zu korrigieren – zu mindestens nicht ohne Eingriff in Privatsphären oder Menschenrechtsverletzungen. Und die bisherigen Lösungsangebote waren auch nicht sonderlich hilfreich. Weder die Sozialdemokratie, die im größtenteils integrationspolitische Stigmata hervorgebracht hat, noch das rechtskonservative Leugnen der Realitäten, “Deutschland ist kein Einwanderungsland”, haben ein belastbares Konzept für Einwanderung geliefert.

Die gesellschaftliche Komponente von Einwanderung ist die Aufgabe einer realitäts- und zukunftsgeleiteten Politik, die aus den Fehlern der Vergangenheit die richtigen Konsequenzen für die Zukunft zieht.

Es heißt also, den Blick nach vorne zu richten und nach 60 Jahren Anwerbeabkommen und fehlgeleiteter Scheuklappen-Politik, die Realität als Seismograph unserer Tagesordnung zu verstehen. Ein gut durchdachtes Einwanderungsgesetz, das nicht nur pauschal “nach kanadischem Vorbild” gebaut wird, sondern auch und vor allem mit bundesrepublikanischen Erfahrungen aus Vergangenheit und Gegenwart angereichert ist, wird ein erster ausgezeichneter Aufschlag sein. Hier gilt es klar zu differenzieren:

Einwanderer, Zuwanderer, Asylsuchende, Flüchtlinge, Kriegsflüchtlinge, Wirtschaftsflüchtlinge, Fachkräfte, EU-Ausland, Drittländer, Migrationshintergrund, Einwanderungsgeschichte und viele weitere Begrifflichkeiten greifen ineinander und finden im politischen Diskurs oft synonyme Verwendung. Ein mögliches Einwanderungsgesetz muss dieses Potpourri an Vokabeln messerscharf differenzieren, definieren und entsprechend anwenden. Dem muss ein gesamtgesellschaftlicher Diskurs vorweggehen, angeleitet von den Politikern und Meinungsmachern Deutschlands. Und weil gut Ding Weile haben will, sehe ich auch keine Eile, die Sau durch das Dorf zu treiben.

Seit den ersten Anwerbeabkommen dauerte es nun fast 60 Jahre bis ein Einwanderungsgesetz diskutiert wird, da kommt es auf einen fixen Endspurt nicht mehr an. Es genügt schon, wenn am Ende dieser Debatte auch die Letzten in unserer Bundesrepublik erkennen, dass Einwanderung das Öl im Getriebe der Industrie und die Industrie das Rückgrat unserer Gesellschaft ist. MiG 23

 

 

 

 

 

Rainer Wieland: Europa ist keine Festung sondern eine Wertegemeinschaft

 

Der Präsident der Europa-Union Deutschland, Rainer Wieland, fordert eine gemeinsame europäische Flüchtlingspolitik und wirksame Seenotrettungsmaßnahmen im Mittelmeer. Dies gelte unbeschadet der Frage, wie viele der geretteten Menschen später tatsächlich im Rahmen des geltenden Asylrechts anerkannt werden. Kritik übt Wieland an der von den Mitgliedstaaten vereinbarten Mission Triton. Auch bei der Verteilung und der Aufnahme der schutzsuchenden Menschen gebe es Defizite. „Die einzelnen Nationalstaaten sind mit der Aufgabe überfordert. Die Herausforderung kann nur gemeinsam bewältigt werden. Sie zeigt den Mehrwert Europas.“

 

Zu den Ergebnissen des Europäischen Rates stellt Wieland fest, bei wesentlichen Punkten sei keine Einigung erzielt worden. „Eine Verdreifachung von Triton reicht angesichts der humanitären Katastrophe im Mittelmeer nicht aus“, so Wieland. „Gegen das schmutzige Geschäft der Schlepper muss entschieden vorgegangen werden, auch zu Lande, denn da sterben nach wie vor die meisten Menschen auf ihrem Weg nach Europa. Die Probleme lassen sich aber nicht allein mit polizeilichen oder militärischen Mitteln lösen.“ Die Piratenbekämpfung im Rahmen des Atalanta-Mandats könne nicht als Vorbild für den Umgang mit Flüchtlingsbooten dienen. „Auf den überfüllten, nicht hochseetauglichen Booten im Mittelmeer sind keine Piraten, sondern Menschen, die Schutz oder ein besseres Leben suchen. Die Hintermänner der Schlepper sind nicht auf diesen Seelenverkäufern.“

 

Eine effektive Seenotrettung müsse sichergestellt sein, eine Rückkehr zu Mare Nostrum, diesmal unter europäischer Flagge, sei geboten. „Die Mitgliedstaaten haben offensichtlich eine falsche Strategie gewählt, als sie die Reichweite von Triton definierten“, so Wieland. Dies gelte unbeschadet der Tatsache, dass abgelehnte Asylbewerber auch wieder zeitnah zurückgeführt werden müssten. „Die Frage, ob Asylschutz gewährt wird oder nicht, ist losgelöst zu betrachten von der Frage einer effektiven Seenotrettung. Letztere steht einer konsequenten Anwendung des Asylrechts nicht im Wege. Europa darf nicht zusehen, wie Menschen vor seinen Küsten ertrinken.“ Die Annahme, dass Mare Nostrum die Schlepper aufgrund einer effektiveren Seenotrettung motiviert habe, sei durch die Zunahme der Flüchtlingszahlen unter Triton widerlegt.

 

Die EU brauche eine gemeinsame Politik für Asyl, Flüchtlingsschutz, Einbürgerung und Einwanderung. In einem solchen vereinbarten Rahmen könne dann auch nicht mehr jeder Mitgliedstaat machen, was er will, und es gebe legale Wege, bereits in den Herkunftsländern Asyl zu beantragen. „Europa ist keine Festung sondern eine Wertegemeinschaft. Die Mitgliedstaaten müssen gemeinsame Regeln für legale Einwanderung festlegen und klare Vereinbarungen treffen in Bezug auf die Aufnahme von Flüchtlingen“, zeigt sich Wieland überzeugt. „Die bisherigen Dublin-Regeln reichen nicht mehr aus.“

 

Gemeinsame europäische Regeln könnten die Probleme lösen. Dies gelte nicht nur für Flüchtlinge, die über das Mittelmeer nach Europa kommen. „Auch die Ukraine-Krise hat das Potential, eine dramatische Flüchtlingsproblematik zu entwickeln.“ Die einzelnen Nationalstaaten seien mit dem Problem der Zuwanderung überfordert. „Europa muss seine Migrationspolitik vergemeinschaften und auch seine Außen- und Sicherheitspolitik entsprechend gemeinsam gestalten“, so der Europa-Union Präsident.

 

Die Asyl- und Flüchtlingspolitik ist eines der zentralen Themen des 60. Bundeskongresses der Europa-Union Deutschland, der mit 250 Delegierten und Gästen am Wochenende im bayrischen Memmingen stattfindet. Christian Moos EUD 24

 

 

 

 

Willkommenskultur schon im Kreißsaal. Grüne wollen deutschen Pass für jeden in Deutschland Geborenen

 

Nach dem Willen der Grünen sollen alle in Deutschland geborenen Kinder den deutschen Pass bekommen. Einen entsprechenden Gesetzesentwurf stellte Volker Beck vor. Die Willkommenskultur müsse schon im Kreißsaal beginnen.

 

Die Grünen lassen mit ihrer Forderung nach einem liberaleren Staatsangehörigkeitsrecht nicht locker. Der innenpolitische Sprecher der Bundestagsfraktion, Volker Beck, stellte am Mittwoch in Berlin einen Gesetzentwurf vor, der jedem in Deutschland geborenen Kind den deutschen Pass garantieren soll. Willkommenskultur beginne im Kreißsaal, sagte Beck. Das seit dem Jahr 2000 geltende Geburtsprinzip im Staatsangehörigkeitsrecht werde derzeit nicht weitreichend genug umgesetzt. Jedes zweite Kind von Ausländern werde momentan in der Bundesrepublik nicht als Deutscher geboren.

Nach geltender Rechtslage bekommt ein in Deutschland geborenes Kind ausländischer Eltern nur dann die deutsche Staatsangehörigkeit, wenn sich Mutter oder Vater seit mindestens acht Jahren in Deutschland aufhalten und eine unbefristete Aufenthaltserlaubnis haben. Die Grünen wollen eine wesentlich großzügigere Regelung: Demnach soll bei jedem rechtmäßigen Aufenthalt der Eltern in Deutschland das Kind den deutschen Pass bekommen. Davon würden also auch Inhaber befristeter Aufenthaltstitel profitieren, beispielsweise Kinder von anerkannten Flüchtlingen.

Die Grünen wollen auch den Entscheidungszwang für junge Menschen mit zwei Staatsbürgerschaften endgültig abschaffen. Im vergangenen Jahr verabschiedete der Bundestag eine Regelung, die die bis dahin geltende Optionspflicht einschränkte. Allerdings dürfen danach weiter nicht alle jungen Menschen automatisch den deutschen Pass und den ihrer Eltern behalten. Der Doppelpass ist an Bedingungen wie einen Mindestaufenthalt in Deutschland oder einen deutschen Schulabschluss geknüpft.

Der Gesetzentwurf der Grünen soll in der nächsten Woche erstmals im Bundestag beraten werden. Beck kündigte zudem einen weiteren Vorstoß noch vor der Sommerpause an. Dabei wollen sich die Grünen für Erleichterungen bei der Einbürgerung einsetzen. (epd/mig 16)

 

 

 

 

 

SPD-Parteivorstand: Der gesetzliche Mindestlohn ist ein historischer Erfolg

 

Der SPD-Parteivorstand hat in seiner heutigen Sitzung folgenden Beschluss gefasst:

Seit gut 100 Tagen gilt in Deutschland ein gesetzlicher Mindestlohn. Damit wird auch in unserem Land nachvollzogen, was in den meisten unserer europäischen Nachbarländer zum Teil schon seit Jahrzehnten eine Selbstverständlichkeit ist. Wir haben gehalten, was wir versprochen haben.

 

Der gesetzliche Mindestlohn war aus sozialen und ökonomischen Gründen lange überfällig. Millionen Menschen waren im Niedriglohnsektor beschäftigt. Selbst Vollzeitarbeit versetzte viele Menschen nicht in die Lage, ein Leben ohne ergänzende staatliche Fürsorgeleistungen zu führen. Viele Betriebe, die vorher schon faire Löhne gezahlt haben, sahen sich einer heftigen Konkurrenz durch Dumpinglöhne ausgesetzt.

 

Seit dem 1. Januar 2015 profitieren 3,7 Millionen Menschen vom gesetzlichen Mindestlohn in Höhe von 8,50 Euro. Das ist gut für jeden Einzelnen und es ist gut für unsere Wirtschaft insgesamt. Der Mindestlohn stärkt die Kaufkraft und Binnennachfrage und unterstützt damit   zusätzlich die hauptsächlich durch Exporterfolge getragene gute konjunkturelle Entwicklung in unserem Land.

 

Die meisten Betriebe setzen den gesetzlichen Mindestlohn reibungslos um. Sie profitieren genauso wie ihre Beschäftigten, denn sie können sich im Wettbewerb mit guten Produkten und Dienstleistungen durchsetzen und haben es nicht mehr mit Schmutzkonkurrenz über Lohndumping zu tun. Die im Vorfeld inszenierten Horrorszenarien mancher Wirtschaftsexperten und Institute über massive Beschäftigungsverluste haben sich als gegenstandslos erwiesen. Die aktuellen Daten der Arbeitsmarktstatistik weisen einen ungebrochenen Trend zu höherer Erwerbstätigkeit und einem höheren Anteil sozialversicherungspflichtiger Beschäftigung aus.

 

Ein neues Gesetz schafft immer Unsicherheiten. Das ist normal und war zu erwarten. Natürlich nehmen wir die Sorgen vieler Arbeitgeber ernst. Deshalb kommt es jetzt darauf an, zu informieren und wo nötig, Klarheit zu schaffen. Das Bundesarbeitsministerium hat dafür eine Hotline eingerichtet, die gut angenommen wird, von Arbeitgebern wie auch Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmern. Wo es nötig ist, Klarheit zu schaffen, machen wir das. Keiner verweigert sich einem aufklärenden Gespräch und es werden realitätsnahe Lösungen gefunden. So erfolgte in den letzten Wochen eine Reihe an Klarstellungen über die Anwendung des Mindestlohngesetzes. Praxisnahe Lösungen und Verabredungen wurden für ehrenamtliche Tätigkeiten, für Sportvereine oder auch im Schaustellergewerbe getroffen.

Manche Arbeitgeberfunktionäre und leider auch aus Kreisen der Union wird aber eine beispiellose Kampagne gegen den Mindestlohn geführt. Der Mindestlohn wird als „Bürokratiemonster“ diskreditiert, die Aufzeichnungspflicht der Arbeitszeit soll verändert oder gar abgeschafft werden, die Kontrolle des Mindestlohns eingeschränkt und weitere Beschäftigtengruppen vom Mindestlohn ausgenommen werden.

 

Dazu stellt der SPD-Parteivorstand fest:

Für die erfolgreiche Umsetzung des gesetzlichen Mindestlohns ist die effektive Kontrolle seiner Einhaltung unverzichtbar. Dies belegen alle Erfahrungen aus dem europäischen Ausland. Eine effektive Kontrolle der Einhaltung des Mindestlohns setzt voraus, dass besonders in Branchen, die schon bisher stark missbrauchsanfällig waren und in denen Niedriglöhne weit verbreitet sind, die Arbeitszeit dokumentiert wird. In vielen Branchen gilt die Dokumentationspflicht auch schon bisher nach dem Arbeitnehmer-Entsendegesetz. Die Arbeitszeitaufzeichnung unterliegt keinen besonderen Formvorschriften und kann unbürokratisch erledigt werden.

 

Der gesetzliche Mindestlohn von 8,50 Euro bezieht sich auf die Bezahlung pro Stunde. Daher ist nicht nur die absolute Lohnhöhe entscheidend, sondern auch der Umfang der Arbeitszeit. Bei der Aufzeichnungspflicht der Arbeitszeit geht es nicht um einen „Generalverdacht“ gegen Arbeitgeber, sondern um die Schaffung einer Datengrundlage, auf der die Einhaltung des Mindestlohns kontrolliert werden kann. Eine effektive Kontrolle hilft auch der großen Mehrheit der Betriebe, die sich an die Gesetze halten, gegen unlautere Konkurrenz über Lohndumping.

 

Gerade im Bereich der geringfügigen Beschäftigung war und ist Lohndumping weit verbreitet. Die große Mehrheit der Mini-Jobber verdiente bisher weniger als 8,50 Euro. Eine Abschaffung der Dokumentation der Arbeitszeit wäre gerade bei geringfügig Beschäftigten das Einfallstor zur Umgehung des Mindestlohns und ist mit der SPD deshalb nicht zu machen.

 

Die ebenso kritisierte Auftraggeberhaftung des Mindestlohngesetzes soll die Einhaltung des gesetzlichen Mindestlohns auch dort sicherstellen, wo ein beauftragter Unternehmer zur Erledigung seiner Aufgabe weitere Unternehmer einschaltet. Die Auftraggeberhaftung existiert im Arbeitnehmerentsendegesetz schon lange und hat sich bewährt. Sie stellt sicher, dass der gesetzliche Mindestlohn nicht im Wege sogenannter „Subunternehmerketten“ umgangen werden kann. Insofern ist die Auftraggeberhaftung unverzichtbar.

 

In den letzten Jahren müssen wir feststellen, dass junge Menschen nach Abschluss einer Berufsausbildung oder eines Studiums als „Praktikanten“ eingestellt und oft für wenig oder gar kein Entgelt als reguläre Arbeitskräfte eingesetzt werden. Diese häufig mit dem Begriff „Generation Praktikum“   bezeichnete Entwicklung wollen wir beenden. Deshalb sind die jetzt gefundenen Regeln im Mindestlohngesetz sachgerecht. Wir lehnen auch hier Änderungen über die bereits getroffenen Regeln hinaus ab.

 

Manche Kritik offenbart, dass der Vorwurf der Bürokratie vorgeschoben wird, wo Verstöße gegen das Arbeitszeitgesetz das wirkliche Problem sind.   Ein Mindestlohn auf Stundenlohnbasis erfordert zwingend die Dokumentation der Arbeitszeit. Mit der SPD wird es keine Aushöhlung des Mindestlohnes oder des Arbeitszeitgesetzes geben.

 

Der gesetzliche Mindestlohn ist ein Erfolg und ein wichtiger Schritt, in unserem Land die Würde und den Wert von Arbeit wieder herauszustellen. Spd 13

 

 

 

 

Studie. Zahl der Deutschlerner erstmals wieder gestiegen

 

Weltweit lernen aktuell rund 15,4 Millionen Menschen Deutsch. Damit ist die Zahl der Deutschlerner erstmals seit 15 Jahren wieder gestiegen. Das geht aus einer Erhebung des Auswärtigen Amtes hervor.

 

Die deutsche Sprache wird im Ausland laut einer Studie wieder beliebter: Weltweit lernen aktuell rund 15,4 Millionen Menschen Deutsch. Das geht aus einer Erhebung des Auswärtigen Amtes hervor, die am Dienstag in Berlin vorgestellt wurde. Damit ist die Zahl der Deutschlerner erstmals seit 15 Jahren wieder gestiegen. Nach 20,1 Millionen im Jahr 2000 und 16,7 Millionen 2005 hatten 2010 nur noch rund 14,7 Millionen Menschen auf der Welt Deutsch gelernt.

Der Studie zufolge sind 87 Prozent der Lerner Schüler. Zugleich wächst vor allem im europäischen Ausland der Trend, durch Deutschkenntnisse die Karrierechancen zu erhöhen. Die Präsidentin des Deutschen Akademischen Austauschdienstes, Margret Wintermantel, sagte bei der Vorstellung der Zahlen, das Interesse an Germanistik-Studiengängen habe an ausländischen Universitäten abgenommen. Dagegen seien wesentlich mehr Studierende an reinen Sprachkursen interessiert.

Spitzenreiter ist Polen

Der Generalsekretär des Goethe-Instituts, Johannes Ebert, ergänzte, viele Menschen lernten Deutsch, um in einem deutschsprachigen Land zu studieren oder zu arbeiten. So sei die Zahl der Lerner in Griechenland in den vergangenen fünf Jahren von 157.000 auf rund 269.000 (plus 71 Prozent) gestiegen, in Spanien um 20.000 auf rund 87.000. “Wir öffnen mit der Sprache Zugänge zum Bildungssystem und zum Arbeitsmarkt in Deutschland”, sagte Ebert.

Insgesamt blieb die Zahl der europäischen Deutschlerner laut Studie mit rund 9,4 Millionen (61 Prozent) konstant. Spitzenreiter ist Polen: Dort lernen aktuell rund 2,28 Millionen Menschen Deutsch. Der stärkste Rückgang wurde in Russland verzeichnet. Dort sank die Zahl der Lerner seit 2010 um rund 800.000 auf 1,5 Millionen.

Sorgenkind Frankreich

Die Staatsministerin im Auswärtigen Amt, Maria Böhmer (CDU), blickte mit Sorge nach Frankreich. Durch eine Reform an den Mittelschulen drohe dort ein Einbruch der Zahl der Deutschlerner. “Das ist eine schmerzhafte Nachricht”, sagte Böhmer. Die deutsch-französische Freundschaft lebe “gerade von der Begegnung der Menschen”. Das Auswärtige Amt bemühe sich, auf die französische Regierung einzuwirken. Aktuell lernen rund eine Million Franzosen Deutsch.

Einen besonders starken Anstieg verzeichneten der Studie zufolge die Schwellenländer. So hat sich die Zahl der Deutschlerner in China in den vergangenen fünf Jahren auf 117.000 mehr als verdoppelt. In Brasilien lernen rund 135.000 Menschen Deutsch – ein knappes Drittel (30 Prozent) mehr als noch 2010.

Die Studie “Deutsch als Fremdsprache weltweit” wird auf Initiative des Auswärtigen Amtes seit 1985 alle fünf Jahre erhoben. An der Umsetzung sind auch das Goethe-Institut, der Deutsche Akademische Austauschdienst und das Bundesverwaltungsamt beteiligt. (epd/mig 22)

 

 

 

 

 

Asylbewerber im Systemstau

 

Deutschland kann nach Ansicht von Unions-Fraktionschef Volker Kauder deutlich mehr Flüchtlinge aufnehmen. Die Industrie- und Handelskammer kritisiert, dass nach einer noch nicht veröffentlichten Studie der Bertelsmann Stiftung 200.000 Asylanträge unbearbeitet sind und sich Deutschland nicht leisten kann, “auf das Potenzial von Flüchtlingen zu verzichten.” Wo hakt es also?

Formularende

Die Frage erinnert mich an eine Tagung mittlerer und höherer Funktionäre der Arbeitsverwaltung Ende der 1990er Jahre. Es ging um die schleppende Vermittlung von Arbeitssuchenden durch die Arbeitsämter. Im inoffiziellen Teil vergaßen die Anwesenden wohl, dass sie mit mir einen Zuhörer von außen dabei hatten. Ein damaliger Amtsleiter sagte: Leute, seien wir doch ehrlich, darauf sind wir gar nicht ausgerichtet. Uns hat man beigebracht, Arbeitslosigkeit zu verwalten. Uns wurde eingeimpft, Arbeitslose immer mal wieder auf Fortbildung zu schicken – als Beschäftigungs-Therapie und weil das die Statistik schönt, nicht als Qualifikation für einen neuen Job. Ruhig stellen sollten wir Arbeitslose, nicht in neue Arbeit vermitteln. Jobvermittlung ist für unsere Behörde eine derart neue Aufgabe, die wir den meisten unserer Leute gar nicht beibringen können oder nur in Jahren.

Die Zuständigen in den deutschen Behörden haben nach den einschlägigen Vorschriften zu prüfen, ob die einzelnen Asylbewerber die Flüchtlingskriterien erfüllen. Im “Dublin-Verfahren” wird erst einmal festgestellt, welcher EU-Mitgliedsstaat für die Durchführung des “Asylverfahrens” überhaupt zuständig ist. Erst dann beginnt sich die Prüfungsmühle für den einzelnen tatsächlich zu drehen. Ich drücke das mal in Analogie zu meinem Arbeitsamtsleiter aus: Leute, seien wir doch ehrlich, wir sind darauf getrimmt, Asylbewerbern nachzuweisen, dass sie gar keine Flüchtlinge sind, damit möglichst viele abgeschoben werden können.

Im Bundesamt für Migration und Flüchtlinge ist niemand für die vorläufige Prüfung der Eignung von Flüchtlingen als dringend gesuchte Fachkräfte zuständig. Eine Behörde für die Identifizierung der Berufsqualifikationen von Asylbewerbern gibt es nicht. Eine staatliche Stelle, die zusammen mit Kammern und Unternehmen, Betriebsräten und Gewerkschaften schnell und unbürokratisch freie Jobs und Ausbildungsplätze für geeignete Asylbewerber findet, muss erst noch eingerichtet werden. Oder die existierenden Jobcenter müssen das übernehmen.

Es wird also noch Jahre dauern, bis Flüchtlinge nicht nur verbal willkommen geheißen werden, sondern ihnen durch Aufnahme von Arbeit und Ausbildung der natürliche Weg zur Integration eröffnet wird. Solange damit nicht begonnen wird, bleibt es beim Widerspruch zwischen öffentlichen Bekundungen und der nicht enden wollenden und für alle Seiten unbefriedigenden Unterbringung und Verwahrung von Menschen am sozialen Rand der Gesellschaft. Mit Abschiebung als wahrem Ziel. Solche Verwaltungswirklichkeit provoziert das negative Ausländerbild von der Einwanderung in die Sozialsysteme. Asylbewerber dürfen nicht arbeiten. Daraus wird schnell, sie wollen nicht arbeiten. Dabei würden so viele, die sofort arbeiten, den wenigen gegenüberstehen, die tatsächlich lieber von der Stütze leben. Wenn sie denn endlich arbeiten dürfen. Von Anfang an. Die Bürokratie kann auch parallel und nachträglich stattfinden. Und wer sich hier nützlich macht, dem sollte sie ganz erspart bleiben. dip

 

 

 

 

Konfliktforscher. Bürger besser über Flüchtlinge informieren

 

Wenn Bürger nicht in die Planungen für Flüchtlingsunterkünfte einbezogen würden, hätten Rechtspopulisten ein leichtes Spiel, warnt Konfliktforscher Andreas Zick. Das demokratische Bewusstsein ginge ebenso zurück wie das Wissen um Menschenrechte. Von Theo Körner

 

Vor dem Hintergrund des Brandanschlags auf eine geplante Flüchtlingsunterbringung in Tröglitz fordert der Bielefelder Konfliktforscher Andreas Zick, Bürger besser über das Leben und die Herkunft von Flüchtlingen zu informieren. “Oftmals wissen die Menschen viel zu wenig über die Neuankömmlinge in ihrer Stadt”, sagte Zick dem Evangelischen Pressedienst in Bielefeld. Wenn Bürger nicht frühzeitig in die Planungen für Flüchtlingsunterkünfte einbezogen würden, hätten Rechtspopulisten ein leichtes Spiel, Ressentiments gegenüber Einwanderern zu schüren.

In der Öffentlichkeit müssten mehr positive Modelle eines gelungenen Zusammenlebens von Menschen aus unterschiedlichen Herkunftsländern gezeigt werden, betonte der Leiter des Instituts für interdisziplinäre Konflikt- und Gewaltforschung an der Universität Bielefeld. In einer ganzen Reihe von Ruhrgebietsstädten gebe es ausreichend gute Beispiele. Die Ereignisse von Tröglitz in Sachsen-Anhalt sind für Zick zudem ein Argument dafür, Flüchtlinge möglichst in verschiedenen Wohnungen unterzubringen. Das wirke sich auch vorteilhaft auf die Integration der Menschen aus, wie es bisherige Erfahrungen belegten.

Rückgang des demokratischen Bewusstseins

Zick warnte angesichts von Straftaten gegen Flüchtlinge, dass nicht nur das demokratische Bewusstsein in der Bevölkerung nachlasse, sondern auch das Wissen um allgemein gültige Menschenrechte. “Daher ist es an der Zeit, dieses Problem in den Blick zu nehmen und verstärkt Projekte an den Start zu bringen, die demokratisches Verständnis fördern”, betonte der Konfliktforscher.

Mit demokratischer Bildung könne auch Bewegungen wie der islamfeindlichen “Pegida” der Boden entzogen werden, glaubt Zick. “Pegida” erstarke vor allem dort, wo eine “Kultur des Wegsehens” vorherrsche und antidemokratische Tendenzen toleriert würden. Auch wenn die Bewegung derzeit kaum in Erscheinung trete, handele es sich bundesweit noch immer um einen harten Kern von 2.000 bis 3.000 Anhängern. Die Zahl der Sympathisanten, die dies auch offen bekunden, beträgt nach Zicks Angaben fast das Zehnfache. “Die Gruppierung ist sehr stark vernetzt”, sagte der Forscher. (epd/mig 13)

 

 

 

 

Ausschreibung. Sommerakademie für Übersetzer deutscher Literatur im Literarischen Colloquium

 

Das Literarische Colloquium Berlin setzt sich seit vielen Jahren für die Verbreitung deutschsprachiger Literatur im Ausland ein. Mit der Sommerakademie wurde ein auf die Bedürfnisse professioneller Literaturübersetzer abgestimmtes Fortbildungsangebot geschaffen.

Zwölf Übersetzer erhalten vom 24. bis 30. August 2015 die Möglichkeit, mit Berliner Autoren, Verlegern und Kritikern zusammenzutreffen, das literarische Leben der Stadt kennen zu lernen mit dem Ziel, die aktuellen Entwicklungen der deutschen Literatur wahrzunehmen und zu diskutieren. Zielgruppe der Sommerakademie sind professionell arbeitende Literaturübersetzer aus dem Deutschen in ihre jeweilige Muttersprache, die mindestens ein Buch eines deutschsprachigen Autors bereits übersetzt und publiziert haben.

Bewerber können sich bis zum 15. Mai 2015 per mail mit biographischen Angaben, der Liste der publizierten Übersetzungen und Auskünften über die eigenen Interessensschwerpunkte an Jürgen Jakob Becker wenden: becker@lcb.de. Die Sommerakademie 2015 wird gefördert vom Auswärtigen Amt. www.lcb.de, www.uebersetzercolloquium.de.  dip 17

 

 

 

 

NRW. Der LVR ist Wegbereiter für die interkulturelle Öffnung der Verwaltung

 

Integrationsstaatssekretär Thorsten Klute und Ulrike Lubek, Direktorin des Landschaftsverbandes Rheinland (LVR), haben in Köln eine Vereinbarung zur Partnerinitiative des Landes „Vielfalt verbindet. Interkulturelle Öffnung als Erfolgsfaktor“ unterzeichnet. „Damit erklärt der Landschaftsverband seine Absicht, passgenaue Maßnahmen zur interkulturellen Öffnung umzusetzen“, sagte Staatssekretär Klute. „Mit dem LVR haben wir – allein schon wegen seiner vielen Beschäftigten – einen besonders gewichtigen Wegbereiter für unsere Initiative gefunden.“

 

Der Landschaftsverband Rheinland arbeitet als Kommunalverband mit rund 18.000 Beschäftigten für mehr als neun Millionen Menschen im Rheinland. Jeder Vierte von ihnen hat einen Migrationshintergrund. Der LVR unterhält unter anderem Schulen, Kliniken sowie Museen und Kultureinrichtungen. LVR-Direktorin Ulrike Lubek: „Als kommunaler Dienstleister wird die Qualität unserer Leistungen für die Menschen im Rheinland ganz entscheidend dadurch geprägt, dass unsere Beschäftigten sich in die Lebenswirklichkeit der Menschen hineinversetzen können, für die wir arbeiten. Insofern betrachten wir es als Qualitätsgewinn, Mitarbeitende mit Migrationshintergrund zu haben.“

 

Zu den konkreten Maßnahmen des Landschaftsverbandes im Rahmen der Partnervereinbarung sagte LVR-Direktorin Lubek: „Neben Fortbildungen zur Verbesserung der interkulturellen Kompetenz organisieren wir auch Werbemaßnahmen, um Jugendliche mit Migrationshintergrund für eine Ausbildung beim Landschaftsverband Rheinland zu gewinnen, und haben in den LVR-Kliniken Integrationsbeauftragte benannt.“

 

Als Schirmherr der Partnerinitiative „Vielfalt verbindet“ wirbt der Staatssekretär für die interkulturelle Öffnung von Behörden, Verbänden und Unternehmen: „Wir wollen gemeinsam dazu beitragen, die Chancen von Einwanderinnen und Einwanderern in der Arbeitswelt zu stärken und unsere Institutionen für die Realität der Einwanderungsgesellschaft zu öffnen.“

 

Der Landesinitiative „Vielfalt verbindet“ haben sich bereits zahlreiche Partner angeschlossen. Dazu gehören die Städte Duisburg, Gelsenkirchen und Solingen, die Städtekooperation „Integration Interkommunal“ (mit acht Ruhrgebietsstädten), die Kreisverwaltungen Soest und Lippe, das Jobcenter Duisburg, die Polizei Gelsenkirchen, die Bezirksregierung Arnsberg, der Westdeutsche Rundfunk Köln, der Landesverband der Volkshochschulen NRW, das Multikulturelle Forum in Lünen, der Caritas Verband für den Kreis Unna und der Paritätische Wohlfahrtsverband in NRW.

Mehr Informationen: www.interkulturell.nrw.de

Auf Wunsch senden wir Ihnen gerne ab ca. 16.00 Uhr ein Foto von der Unterzeichnung zu. Melden Sie sich dann bitte unter: 0211 / 855-3118. (dip)

 

 

 

 

Willkommenskultur. Bundesamt wirbt für Kulturwandel in Ausländerbehörden

 

Einen Kulturwandel fordert das Bundesamt für Migration und Flüchtlinge in den Ausländerämtern der Republik. Diese sollten zu Aushängeschildern werden. Ein Pilotprojekt läuft bereits, das Vorhaben ist aber nicht unumstritten. Es habe sich nichts geändert.

 

Ausländerämter sollen nach Wunsch des Bundesamtes für Migration und Flüchtlinge zu positiven Aushängeschildern ihrer Kommunen werden. Bei einem Besuch in Mainz warb Bundesamtspräsident Manfred Schmidt am Donnerstag für einen Kulturwandel in den Ämtern.

 

Die rheinland-pfälzische Landeshauptstadt beteiligt sich an einem Pilotprojekt des Bundes und will Migranten künftig mit einer neuen Willkommenskultur begegnen. Migranten- und Flüchtlingshilfeorganisationen bemängeln unterdessen, dass die Absichtserklärungen in der Praxis bislang keine nennenswerten Auswirkungen gehabt hätten.

Das 2013 gestartete, zweijährige Projekt in zehn deutschen Großstädten wird vom Bund mit 1,1 Millionen Euro gefördert. Detaillierte Vorgaben zur Weiterentwicklung der Ausländerämter mache der Bund nicht, sagte Schmidt. Die Ausländerbehörden in Deutschland sind für alle im Land lebenden Migranten zuständig, etwa für die Verlängerung von Aufenthaltsgenehmigungen, die Prüfung von Anträgen auf Langzeit- und Studentenvisa, Einbürgerungsanträge, aber auch für den Vollzug von Abschiebungen.

Freundlichere Räume und Infopoints

In Mainz ist unter anderem vorgesehen, die Räumlichkeiten der Ausländerbehörde freundlicher zu gestalten. Außerdem soll ein sogenannter Service Point eingerichtet werden, der Migranten eine erste Orientierungshilfe bietet. Der Internetauftritt der Behörde werde überarbeitet, und für die Mitarbeiter seien Englischkurse organisiert worden, erklärte Amtsleiter Dieter Hanspach: “Wir wollen flexibel sein und uns nicht darauf zurückziehen, dass Deutsch Amtssprache ist.”

Allerdings ist das Projekt zum Imagewandel der Ämter nicht unumstritten. “Nach unserer Auffassung hat sich bislang nichts geändert”, sagte Roland Graßhoff vom rheinland-pfälzischen Initiativausschuss für Migrationspolitik dem Evangelischen Pressedienst. Die strukturellen Probleme wie der Personalmangel würden nicht behoben. So müssten in Mainz beispielsweise Flüchtlinge, die eine Arbeitsgenehmigung beantragten wollen, noch immer drei Monate oder länger auf einen Termin zur Vorsprache warten.

Berliner Ausländerbehörde komplett überlastet

Der räumte der Berliner Innensenator Frank Henkel (CDU) am Mittwoch ein, dass die Ausländerbehörden komplett überlastet sind. Verantwortlich dafür seien die “steigenden Fallzahlen in allen Aufgabengebieten”. Henkel sprach von einer ernsten Situation und einer “enormen Herausforderung für alle Beteiligten”. Vertreter der Opposition machten den Innensenator persönlich für den “Quasi-Zusammenbruch” der Ausländerbehörde verantwortlich.

Henkel berichtete von bis zu 60 Personen, deren Fälle einzelne Mitarbeiter der Ausländerbehörde an einem Tag bearbeiten müssten. Zur Entlastung seien bereits 60 zusätzliche Mitarbeiter aus anderen Bereichen abgestellt worden. Weitere Personalverstärkungen würden fortlaufend geprüft. Wegen der vermutlichen anhaltend hohen Zahl an Asylsuchenden sei aber eine dauerhafte Lösung nötig, die über den Haushalt finanziert werden müsse. “Auf Grundlage dieser Prognosen halte ich eine deutliche Aufstockung für unumgänglich. Für den kommenden Doppelhaushalt hat mein Haus bereits eine dreistellige Zahl von Stellen in der Ausländerbehörde angemeldet”, sagte Henkel. (epd/mig 24)

 

 

 

 

 

Ausschreibung. Autorenwerkstatt Prosa 2015

 

Im Herbst 2015 wird das LCB erneut die Autorenwerkstatt Prosa ausrichten.

Ziel dieser Werkstatt ist es, jüngere deutschsprachige Autorinnen und Autoren, die noch keine eigenständige Buchpublikation vorgelegt haben, zu entdecken und zu fördern. Die Treffen unter der Leitung von Inka Parei und Thorsten Dönges finden am 18.-20. September, 23.-25. Oktober, 13.-15. November und 11.-13. Dezember im LCB statt und bieten die Möglichkeit, mit ausgewählten Referenten und den anderen Stipendiaten am eingereichten Text zu arbeiten.

Die Teilnahme ist mit einem Stipendium in Höhe von 1.500 € verbunden. Eingereicht werden können Prosatexte jeder Form (Roman, Erzählung, Novelle, Kurzprosa). Die Bewerbungsunterlagen (eine etwa dreißigseitige Arbeitsprobe des Prosaprojekts; Lebenslauf mit E-mail-Adresse; Exposé) sind bis zum 31. Mai 2015 in zweifacher Ausfertigung beim LCB, Stichwort Autorenwerkstatt, einzureichen.

Die Werkstatt wird von der Abteilung Kulturelle Angelegenheiten der Berliner Senatskanzlei sowie von der Schweizer Kulturstiftung Pro Helvetia gefördert.

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Im IIC-Köln

 

Dienstag, 28. April 2015, 19.00 Uhr, im Institut „Stile di vita, memoria e longevità“, Vortrag von Maria Cristina Polidori, Mitglied des Forums des Dialogs für die italienischen Wissenschaftler und Forscher in NRW. In italienischer Sprache.

 

Hippokrates schrieb im 5. Jahrhundert v. Chr. „Eure Lebensmittel sollen eure Heilmittel sein” und unsere Mütter lehrten uns schon immer, Obst und Gemüse zu essen. Der Vortrag Lebensstil, Erinnerungsvermögen und Langlebigkeit betrachtet die Geschichte des menschlichen Lebensstils vor allem im letzten Jahrhundert und zeigt auf, wie wir uns vor den Krankheiten unserer Zeit schützen können. Die Eckpfeiler dieser Vorsorge werden vor dem Hintergrund des beispiellosen demografischen Wandels vorgestellt, den unsere Gesellschaft erlebt.

Maria Cristina Polidori wurde in Perugia geboren, wo sie Medizin und Philosophie studierte. Sie war Fellow der Harvard Universität (1995-1997), der „Marie-Curie“ der Europäischen Union (2000-2002), Fellow der „Robert-Bosch“ Stiftung für Geriatrie (2008-2012) und des Royal College of Physicians (2014), zurzeit ist sie Professorin und Leiterin der Arbeitsgruppe Klinische Altersforschung an der Klinik II für Innere Medizin der Uniklinik Köln.

In Zusammenarbeit mit dem Forum des Dialogs für die italienischen Wissenschaftler und Forscher in Nordrhein-Westfalen. Eintritt frei. 

 

Mittwoch, 29. April 2015, 18.30 Uhr, im Institut, Alessandro Tenaglia: In dir ist Freude, eine theologisch-pianistische Reise in Bachs lutherische Choräle

Alessandro Tenaglia (Klavier) spielt Werke von Johann Sebastian Bach in der Transkription von Ferruccio Busoni, Stefan Heucke, Jeff Manookian, Max Reger und Alberto Schiavo. Erläuterungen zu dem Konzert (in deutscher Sprache): Benno Schnatz.

Alessandro Tenaglia spielt in diesem Konzert Transkriptionen aus dem Repertoire von Bach, von denen einige mittlerweile historisch sind, andere von bedeutenden zeitgenössischen Komponisten neu geschrieben wurden.

Dadurch gelingt es ihm, die Klassik des Werks des deutschen Komponisten mit der modernen Annäherung von Busoni, Reger, Heucke und Manookian (der, wie auch Alberto Schiavo, die hier gespielte Komposition ausdrücklich Maestro Tenaglia gewidmet hat) zu verbinden und zugleich seine beiden Bestimmungen zu vereinen: die Musik und die Spiritualität seiner waldensischen Theologieausbildung. Eine zweifache Herangehensweise an Bach und seine Kantaten, die so das Hörerlebnis einzigartig machen. Das Programm finden Sie auf unserer Internetseite. Eintritt frei. 

 

Dienstag, 5. Mai 2015, 19.00 Uhr, im Institut Begegnung mit Antonio Scurati

 Antonio Scurati stellt sein neues Buch „Il tempo migliore della nostra vita“ (Bompiani, 2015) vor.

Leone Ginzburg war ein Held der Widerstandsbewegung, der nie zu einer Waffe griff. In "Il tempo migliore della nostra vita" erzählt der Autor dessen wahre Geschichte, aber auch die seiner Großeltern Antonio und Peppino, Ida und Angela, einfache Menschen, die zu Beginn des Jahrhunderts geboren wurden und unter dem Faschismus und den Bomben des II. Weltkriegs gelebt haben.

Antonio Scurati (Neapel 1969) lehrt an dem IULM in Mailand und ist Mitglied des Forschungszentrums für Kriegs- und Gewaltsprachen. Er schreibt Leitartikel für „La Stampa” und hat zahlreiche Essays verfasst, darunter „Guerra. Narrazioni e culture nella tradizione occidentale“ (2003, Finalist des Premio Viareggio).

 

Neben verschiedenen Aufsätzen hat Bompiani die neu bearbeitete Version seines Debüt-Romans „Il rumore sordo della battaglia“ (2006, Premio Fregene, Premio Chianciano) herausgebracht sowie die Romane „Il sopravvissuto“ (XLIII Premio Campiello), „Una storia romantica“ (2007, Premio SuperMondello), „Il Bambino che sognava la fine del mondo“, Finalist des Premio Strega 2009, „La seconda mezzanotte“ (2011) und „Il padre infedele“ (2013), ebenfalls Finalist des Premio Strega. In deutscher Sprache sind „Das Kind, das vom Ende der Welt träumte“ (Rowohlt, 2010) und „Eine romantische Geschichte” (Rowohlt, 2012) erschienen.

 Eintritt frei. Wir bitten wir um unverbindliche Voranmeldung. IIC