WEBGIORNALE   13-26   APRILE  2015

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Ue Immigrazione. Il piano italiano per uscire dall’empasse  1

2.       A 70 anni dalla liberazione. Cattolici e Resistenza. Non è più tempo di "memoria grigia"  1

3.       Riccardi: l’italiano ambasciatore di simpatia. Intervista al neo presidente della Dante Alighieri 2

4.       Germanwings, la Ue aveva chiesto a Germania più controlli 2

5.       Pegida, paura del futuro. Ma la Germania reagisce  2

6.       Italiani in Germania. I primi risultati di una ricerca sui nuovi arrivi 3

7.       Aperto un Consolato onorario a Norimberga. Con quali competenze?  3

8.       Giuseppe Scigliano rinominato consultore per l'integrazione nella Bassa Sassonia  4

9.       Conferenza di Rörig su Cristina Trivulzio di Belgiojoso il 15 aprile all’IIC di Colonia  4

10.   I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia  4

11.   Alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintor ni 5

12.   Fiera della Musica di Francoforte 2015. Concerto del maestro Mirko Satto  6

13.   Amburgo. “Vedi Capri e poi vivi”, una conferenza sull’isola amata da italiani e stranieri 6

14.   All’IIC di Colonia conferenza su Cristina Trivulzio di Belgiojoso  6

15.   “Fokus Puglia” all’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo  6

16.   A Colonia Convegno per celebrare i 70 anni della Liberazione  7

17.   Rappresentazioni italiane a Mülheim/Ruhr 7

18.   Silvia Careddu, da dieci anni primo flauto della Konzerthaus Orchester Berlin  7

19.   Danni di guerra, la Grecia fa i conti esatti: «La Germania deve restituirci 279 miliardi di euro»  7

20.   Elezioni Comites. Lo spoglio delle schede sabato 18 aprile. Solo poco più di 20 mila votanti in Germania  8

21.   La circolare di Laura Garavini ai democratici in Europa, 8

22.   Passaporti per posta? Il sottosegretario Mario Giro risponde all’on. Garavini 8

23.   Riunito il Comitato per le questioni degli italiani all’estero  9

24.   Nuovo Cgie. La risoluzione approvata dal Comitato del Senato  9

25.   Iran, nucleare. Una vittoria della comunità internazionale  9

26.   Le ombre sull’accordo che cambierà il mondo  10

27.   Da Hanoi un grido di pericolo. Preservare le risorse mondiali al servizio dell’umanità. 10

28.   Yemen, la polveriera. La Nato araba scende in campo  11

29.   Cuba-Usa. Dopo la lunga frattura. Ma il traguardo degli Usa è riavvicinare l’America Latina  11

30.   La sensazione  12

31.   Strage a Milano. Le amnesie su giustizia e sicurezza  12

32.   Iniziative dei cittadini: online la relazione della Commissione Europea  12

33.   G8 Genova, Corte Strasburgo condanna l'Italia per l'irruzione alla Diaz: fu tortura  12

34.   La solitudine di Matteo Renzi 13

35.   Docenti italiani all’estero. Sbagliata l’eliminazione di 57 lettorati nel mondo  13

36.   I mesi che verranno  14

37.   Approvato al Senato il ddl anticorruzione: torna il falso in bilancio  14

38.   Ottimismo e realtà. Lo slancio perduto del premier 14

39.   Dalle università parta la risposta alle stragi di cristiani nel mondo  15

40.   Il nuovo Cgie. Dino Nardi: Su 43 seggi, solo 18 all’Europa di cui 3 alla Svizzera. A dispetto della matematica e del buon senso! 15

41.   I problemi 16

42.   Tagli alle spese, privatizzazioni, clausola riforme. Ecco il Def 16

43.   Etichettatura. Provenienza obbligatoria per tutte le carni 16

44.   Tra coop e grande impresa, ecco chi finanzia Italianieuropei 17

45.   Il balcone  17

46.   Senza appoggio popolare la sinistra diventa un inutile club  17

47.   L’Aquila. Desolazione e speranza  18

48.   Nuovi flussi migratori. Un Convegno a Bruxelles  18

49.   Il Forum degli Stati Generali dell’associazionismo degli italiani nel mondo si svolgerà a Roma il 3-4 luglio 2015  19

50.   Il futuro incerto  19

51.   L'ultima carta di Forza Italia nell'arena pugliese  19

52.   Boom di richieste per l’accesso al nuovo 730  19

53.   Borse di studio per italiani all’estero: domande entro il 13 maggio  20

54.   Governo impegnato a predisporre una normativa per l’associazionismo italiano nel mondo  20

55.   Per ricordare  20

56.   La lingua italiana. Prefissi e suffissi: auto e tele  20

57.   Il 16 maggio a Bologna la manifestazione nazionale di rom e sinti "contro un nuovo olocausto"  21

58.   Accolto dal Governo ordine del giorno in favore delle associazioni operanti per le comunità italiane all’estero  21

 

 

1.       EU. Avramopoulos fordert Änderungen bei Flüchtlingspolitik  21

2.       Abschottungspolitik. Die EU schafft sich ab  21

3.       Demografie Studie. Deutschland braucht Einwanderung auch aus Nicht-EU-Staaten  21

4.       Tröglitz überall. Anschläge auf Asylunterkünfte gibt es bundesweit 22

5.       Die Rechtsradikalen können nicht gewinnen. Tröglitz als Vorbild für Zivilcourage  22

6.       Rotes Kreuz: "Flüchtlingshilfe ein Gebot der Menschlichkeit"  23

7.       Jemen: Tausende von afrikanische Flüchtlingen sitzen fest 23

8.       Ein großer Schritt nach vorn  23

9.       Österreich/EU: Mehr Einsatz für Syrien-Flüchtlinge nötig  24

10.   'Asiatische Werte' und andere Märchen  24

11.   EU: Integration der Roma liegt noch in weiter Ferne  25

12.   Deutsch-Französischer Ministerrat. Frankreich und Deutschland stehen zusammen  25

13.   Studie. Einwanderung von Fachkräften aus Nicht-EU-Staaten überschaubar 26

14.   Lateinamerikas Löcher im Rechtsstaat. Die politische und bürgerrechtliche Ungleichheit muss aufhören. 26

15.   Startschuss für Euro-Drohne noch in diesem Jahr 27

16.   Merkel: Wir sind bereit für eine Kampfdrohne  27

17.   Berufsanerkennung in der EU. Antragsverfahren künftig online  27

18.   Kolumne ohne Migrationshintergrund  28

19.   „Ohne die richtige Ernährung ist ein gesundes Leben nicht möglich“  29

20.   Tröglitz. Es brennt, warum?  30

21.   Tröglitz: „Wir sind kein brauner Ort, wir sind bunt“  30

22.   Studie belegt alarmierende Umweltschäden durch konventionelle Landwirtschaft 30

23.   Vornamen 2014. Jeder fünfte Vorname mit ausländischer Herkunft 31

24.   CDU-Generalsekretär Tauber: Flüchtlinge sind bei uns willkommen  31

25.   Koalition streitet über Mindestlohn-Korrekturen  31

26.   Musikmesse Frankfurt 2015: Konzert mit Maestro Mirko Satto  31

27.   IIC-Köln. Vortrag und Podiumsdiskussion  32

28.   Italienische Gastspiele in Mülheim/Ruhr 32

 

 

 

Ue Immigrazione. Il piano italiano per uscire dall’empasse

 

Non sarà ancora una svolta, ma il cambio di passo c’è ed è già un buon inizio. Sul tavolo dell’ultimo Consiglio Affari Interni dell’Unione, è arrivato il piano italiano per fronteggiare l’aumento dei flussi migratori dalla sponda Sud del Mediterraneo.

 

Un traguardo raggiunto con il sostegno diplomatico del capo della diplomazia Ue Federica Mogherini e del commissario agli Affari interni DimitrisAvramopoulos, autori di una lettera indirizzata ai ministri degli Affari esteri europei, per sollecitare “una forte azione politica e una risposta operativa” al numero crescente di persone che continuano a partire dalle coste libiche in condizioni di estrema vulnerabilità.

 

Un monito raccolto senza indugi dal governo italiano, consapevole che i 9 mila migranti sbarcati sulle coste meridionali dall’inizio dell’anno - circa il 43% in più rispetto allo stesso periodo 2014 - potrebbero aumentare con la primavera, esponendo i migranti a rischi crescenti.

 

I dati parlano chiaro. Dall’inizio dell’anno, ha documentato l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati, circa 470 migranti hanno perso la vita nel Mar Mediterraneo, rispetto ai 15 scomparsi nello stesso periodo dello scorso anno. Un’ ecatombe annunciata che ha spinto il ministro dell’Interno Alfano ad accelerare la diffusione del piano italiano o per uscire dall’empasse. “La nostra idea è di costituire dei campi in Africa, sull'altra sponda del Mediterraneo, in modo tale che lì si facciano le richieste d'asilo e che lì si dica sì o no. Coloro a cui si dice no restano lì, gli altri ovviamente devono essere ripartiti e divisi in modo equo fra tutti i Paesi europei”.

 

Una gestione europea, ripensando Dublino

Linea che espressa con altre parole implicherebbe una gestione europea del dossier immigrazione che poggi allo stesso tempo sulla condivisione degli oneri connessi alla concessione della protezione umanitaria e sul rafforzamento della cooperazione con i paesi di provenienza e transito.

 

Obiettivi ambiziosi, già lanciati dal recente processo di Karthoum, che l’Italia punta a portare avanti in sinergia con organizzazioni umanitarie multilaterali, come l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (Unhcr) e l’Organizzazione Mondiale per le migrazioni (Oim), organizzazioni storicamente impegnate in missioni umanitarie e non di polizia.

 

La priorità è evitare altre morti nel Canale di Sicilia. Per fare questo la proposta italiana punta ad offrire ai migranti un canale di ingresso in Europa regolare e alternativo basato su un sistema di “safeharbours”: centri di raccolta localizzati in Niger, Sudan e Tunisia da cui i richiedenti asilo potrebbero inoltrare la loro domanda al paese Ue prescelto, dove verrebbero poi trasferiti se la loro richiesta venisse accolta.

 

Se approvato, il piano italiano implicherebbe un radicale ripensamento del sistema di Dublino e darebbe sostanza alla stringente necessità di potenziare il burdensharing, l’equa distribuzione dei titolari di protezione umanitaria tra tutti i 28 Stati membri dell’Ue.

 

L’ipotesi italiana, dettagli e criticità

Nell’ipotesi italiana, i centri potrebbero essere realizzati sulla base dei programmi di protezione regionale, iniziative di assistenza comunitaria lanciate nel 2005 per potenziare le capacità di protezione offerte dai paesi terzi che fungono da paesi di provenienza e transito verso l’Unione.

 

Già nel 2010 la Commissione aveva esteso questo tipo di intervento ai paesi del Corno d’Africa e del Maghreb con l’obiettivo di “migliorare la protezione dei rifugiati attraverso soluzioni durature, come il ritorno, l'integrazione locale e il re-insediamento”.

 

Ambizioni che hanno vacillato sia per la fragilità degli interlocutori istituzionali delle due regioni, sia per l’assenza di coerenza tra il livello d’intervento locale, nazionale e regionale, con i programmi e le iniziative sviluppate dall’Ue per garantire protezione ai migranti ospitati nei paesi terzi.

 

Adesso l’Italia ci riprova, integrando la marcata esternalizzazione delle politiche migratorie di quel programma, con la possibilità di richiedere la protezione direttamente dai paesi di transito. Da qui i migranti dovrebbero essere ridistribuiti in Europa con ricollocamenti su base volontaria o altri canali legali, compresi i visti umanitari.

 

Un cambio di strategia non da poco e che destabilizzerebbe alle radici il sistema d’asilo vigente ad oggi basato sul regolamento Dublino III del 2013. Atto che impone al primo stato europeo raggiunto dal migrante di farsi carico della responsabilità dell’esame della domanda d'asilo.

 

Per ora la proposta italiana avrebbe già incassato l'appoggio di Francia e Germania. Sostegni di peso, senza dubbio, ma che potrebbero non bastare per vincere lo scetticismo delle cancellerie capeggiate da molti dei paesi di recente ingresso nell’Ue.

 

L’appoggio franco-tedesco, le riottosità dell’Est

Riottosità sintetizzate perfettamente dal ministro lettone Rihard Koslovskis, presidente di turno del Consiglio dei Ministri dell’Ue che ha commentato la proposta italiana con un cauto “Le posizioni sono ancora divergenti”. Alfano ha rilanciato l’inderogabilità della questione. “E’dovere della comunità internazionale trovare una soluzione. La strada diplomatica resta quella principale. Se non si risolve la questione libica è inutile parlare di immigrazione con la speranza di bloccare le partenze”.

 

Valutazioni condivise in toto da Vincent Cochetel, direttore del Bureau UnHcr per l’Europa che ha ammonito:“Il mantenimento dello status quo non è un'opzione praticabile. Non agire di fronte a queste sfide comporta solamente la morte di altre persone”.

 

Una partita aperta, per ora, che con potrebbe restare aperta almeno fino al prossimo maggio, quando la Commissione europea dovrebbe varare la nuova Agenda per l’immigrazione, finalizzata a rendere più efficace l’asilo, gestire meglio l’immigrazione regolare, combattere quella irregolare e rafforzare la protezione delle frontiere esterne.

Enza Roberta Petrillo, ricercatrice presso l’Università “Sapienza” AffInt.

 

 

 

 

 

A 70 anni dalla liberazione. Cattolici e Resistenza. Non è più tempo di "memoria grigia"

 

Per molti credenti "l'adesione alle bande partigiane fu l'esito di un percorso di consapevolezza morale e politica"; "spesso furono ragioni religiose a motivare la lotta al fascismo": la storica Marta Margotti anticipa alcuni elementi di una ricerca sui cattolici e l'impegno contro il regime. Un convegno nazionale l'11 aprile a Bozzolo, paese che ricorda don Mazzolari - Gianni Borsa

 

Sono trascorsi settant’anni dalla Liberazione e in questo periodo si svolgono in tutta Italia eventi per commemorare la lotta partigiana e il 25 aprile 1945. Numerose anche le iniziative volte a far luce sul ruolo dei cattolici e della Chiesa in questo tornate della vicenda nazionale. Sabato 11 aprile a Bozzolo (Mantova) è previsto un convegno, promosso dalla Fondazione Don Primo Mazzolari, che si concentrerà sull’eredità e, al contempo, sull’attualità della Resistenza. A Marta Margotti, docente di Storia contemporanea all’Università di Torino e componente del Comitato scientifico della Fondazione, è affidata una relazione dal titolo “I cattolici italiani e la memoria della Resistenza”. In questa intervista ne anticipa alcuni punti essenziali.

 

Professoressa, anzitutto quali sono i principali esiti della sua ricerca?

“Nel dopoguerra, nel cattolicesimo italiano si definirono modi diversi di ricordare ciò che era accaduto sotto il regime fascista e durante la Resistenza. L’obiettivo non era soltanto mettere in ombra gli aspetti più problematici della convivenza della Chiesa con il regime di Mussolini e sottolineare la partecipazione cattolica alla guerra di liberazione, ma inserirsi attivamente nel confronto politico dell’Italia uscita dal conflitto. Più che al passato si guardava al futuro e, ancor più, al presente: nel dopoguerra, offrire un’immagine positiva del ruolo svolto dalla Chiesa nel ventennio fascista e, soprattutto, nei momenti più tragici del conflitto mondiale permetteva ai cattolici di presentarsi sulla scena pubblica come autorevoli protagonisti della costruzione della nuova Italia”.

 

Come fu ricordata nel cattolicesimo italiano la partecipazione di preti, religiosi e laici alla Resistenza?

“Solitamente non fu rimarcata la presenza dei cattolici nelle formazioni partigiane, ma, piuttosto, l’opera di assistenza della Chiesa ai perseguitati e in difesa della popolazione. Soprattutto dopo il 1947, prevalse tra i cattolici una sorta di ‘memoria grigia’ della Resistenza, condizionata dalla situazione politica italiana e dal clima di guerra fredda internazionale. In particolare, rievocare con troppa enfasi l’opposizione di alcuni cattolici al regime o la partecipazione di credenti alla Resistenza rischiava di avvicinare eccessivamente la Chiesa al fronte antifascista considerato saldamente guidato dal Partito comunista. Per questo motivo, i cattolici scelsero spesso di rappresentare la lotta resistenziale attraverso l’atto eroico individuale oppure il martirio del singolo sacerdote o militante dell’Azione cattolica, tralasciando di dare risalto alla dimensione collettiva di quella partecipazione, anche quando questa era stata ben presente”.

 

Quali furono le motivazioni che spinsero tanti giovani credenti a scegliere la strada della resistenza al nazifascismo?

“Per molti cattolici l’adesione alle bande partigiane fu l’esito di un percorso di consapevolezza morale e politica, maturato sovente in tempi rapidissimi e in solitudine. Spesso furono ragioni religiose a motivare la lotta contro il fascismo, in nome della solidarietà cristiana e dell’aspirazione alla pace. Meno frequenti furono le scelte dettate da una convinta maturazione politica. Era mancata infatti un’opera di educazione dei credenti - e soprattutto dei giovani - che puntasse sul valore della coscienza: l’insistenza sul dovere dell’obbedienza alle autorità religiose e civili e il tentativo di ‘cattolicizzare’ il fascismo dall’interno, alla fine, avevano favorito il regime di Mussolini che era collassato soltanto di fronte alla conduzione disastrosa della guerra”.

 

Lei ha ripercorso diverse biografie di partigiani. È possibile identificare una sorta di “identità cattolica” della lotta di Liberazione, che si accosterebbe ad altre, fra cui quella socialcomunista, azionista oppure monarchica?

“Non è possibile tracciare un profilo unico per i resistenti cattolici, perché, come si è detto, diverse furono le circostanze e le motivazioni che accompagnarono la scelta di opposizione al fascismo. Vi fu chi imbracciò le armi e chi aiutò ebrei e perseguitati politici a fuggire; vi fu chi organizzò le formazioni partigiane e chi cercò di mediare tra fascisti e partigiani per evitare rappresaglie e distruzione di paesi. Fra i partigiani cattolici, tratti comuni furono, oltre la scarsa preparazione politica, certamente la volontà di giungere rapidamente alla pacificazione nazionale e la tendenziale moderazione, retaggio della cultura cattolica che predicava la temperanza e la prudenza. Certamente l’insieme delle parrocchie, dei conventi e dei seminari fu un’importante rete che garantì protezione a moltissimi resistenti, anche se spesso non è rimasta traccia dei nomi e delle motivazioni di molti cattolici che, anche a rischio della propria vita, agirono a favore dei gruppi partigiani”.

 

Da storica, ritiene che la memoria del 25 aprile e l’eredità resistenziale - che hanno permeato la nascita della Repubblica - siano ancora oggi vive e condivise?

“Senza memoria non c’è futuro. Se si guarda alla storia dell’Italia repubblicana, le contese sull’eredità della Resistenza hanno attraversato le vicende politiche e sociali del Paese con una ricorrente manipolazione del passato. La storia è stata spesso usata per giustificare scelte politiche del presente, distorcendo la realtà dei fatti accaduti e, alla fine, non facendo un buon servizio né alla ricostruzione storica, né alla trasmissione di quei valori di libertà, giustizia e pace per i quali i resistenti combatterono e morirono”. Sir 10

 

 

 

 

 

Riccardi: l’italiano ambasciatore di simpatia. Intervista al neo presidente della Dante Alighieri

 

D. La Dante fu fondata nel 1889 da un gruppo di intellettuali guidato dal poeta Giosuè Carducci. Centoventisei anni dopo, è più facile o più difficile tutelare e diffondere la lingua italiana nel mondo?

R. La Dante è nata in un contesto in cui l’Italia affermava la sua prima identità unitaria attraverso la lingua e la cultura italiane. Oggi non è solo un problema di mantenere viva la lingua tra gli italiani nel mondo, ma anche di insegnarla agli immigrati nel nostro Paese. E poi c’è un altro aspetto importantissimo: l’enorme patrimonio di ital-simpatia.

D. Che tipo di simpatia intende?

R. È una simpatia per l’Italia, per la sua cultura, la lingua, la musica, il design, lo stile, il modo di vivere italiani. Come spiegare, altrimenti, il mistero del perché l’italiano sia la quarta lingua più studiata tra gli stranieri nel mondo? Succede per lo stile di vita. È il piacere della bellezza prima che dell’utilità. Un certo consumismo tende a sopprimere il valore della bellezza. Ma una vita senza bellezza diventa disumana e si spegne. È la bellezza delle città italiane, della nostra arte, del nostro modo di vivere. C’è un umanesimo italiano, un nostro genio. Non lo dico con retorica. Uso un tono basso. Parlo di un umanesimo pratico e vissuto. Un’opportunità per l’Italia, se saprà coglierla. Penso, per esempio, al prossimo Giubileo: che questa Roma sia all’altezza del suo nome evocativo nel mondo.

D. Ogni Paese ha una sua politica della lingua per valorizzare e diffondere il proprio idioma in patria e all’estero. Perché i governi e le istituzioni italiane sono invece così poco consapevoli del valore internazionale della lingua italiana, che quest’anno festeggia 1.055 anni di vita?

R. Non lo so, è qualcosa che mi stupisce. Ma la questione è molto giusta: non investire sulla lingua è non investire su tutta la ricchezza italiana. In un certo senso è come volere un Paesemuto.

D. Perché la Dante non si fa promotrice di una conferenza internazionale per l’italofonia, come fanno tutti i Paesi europei con le proprie lingue, mettendo insieme personalità e Stati interessati alla lingua italiana?

R. Mi sono appena insediato, trovando una Società dalle tradizioni antiche, ma vitale. Una delle mie proposte va proprio in questo senso e intendo approfondirla molto presto coi miei collaboratori: rafforzare lo spazio dell’italofonia.

D. L’italiano è l’inglese dei preti, come si suol dire. Papa Francesco non perde occasione per parlare in italiano anche all’estero. Bella lezione per chi rappresenta la Repubblica italiana a tutti i livelli, e magari scrive in pietoso inglese il logo del Comune di Roma…

R. Io credo che il Papa sia il più grande testimonial della lingua italiana nel mondo. La Chiesa cattolica è l’unica organizzazione internazionale in cui la lingua italiana è la lingua franca. Questo è un fenomeno molto interessante, che si connette con il valore universale di Roma.

D. Dove può portare l’amore degli altri per la lingua italiana?

R. L’italiano ha bisogno di nuovi ponti per la sua diffusione e il suo approfondimento nel mondo. Noi abbiamo la grande possibilità della Dante nel mondo: più di quattrocento sedi - alcune con strutture molto solide come a Buenos Aires - in una sessantina di Paesi. Sono i cardini della nostra vita nel mondo. Federico Guiglia, IM 9

 

 

 

Germanwings, la Ue aveva chiesto a Germania più controlli

 

L'Agenzia Easa aveva espresso in passato preoccupazione sulla situazione dei vettori nazionali e a novembre aveva chiesto un intervento

 

BERLINO - L'agenzia dell'Unione europea per la sicurezza aerea (Easa) aveva espresso già anni fa preoccupazioni sulla debolezza dei controlli - anche medici - da parte delle autorità tedesche sui vettori nazionali della Germanwings. Lo scorso novembre aveva formalmente chiesto a Berlino di porvi rimedio. E' quanto emerge da un articolo del Wall Street Journal, online confermato dalla Easa, in riferimento alla sicurezza dei voli della compagnia aerea low cost Germanwings. Il volo Barcellona-Duesseldorf della low cost è precipitato il 24 marzo scorso, dopo che il copilota dell'Airbus, il 27enne Andreas Lubitz, ha chiuso fuori dalla cabina il pilota e si è schiantato deliberatamente contro una montagna.

 

E' di oggi la notizia che l'autorità tedesca dell'aviazione civile (LBA) non fu informata dalla Lufhtansa della depressione di Lubitz. Lo riferisce l'edizione domenicale del quotidiano tedesco Die Welt, citando fonti dell'ente. Gli esperti della compagnia aerea Lufthansa che hanno esaminato Lubitz non hanno misero al corrente le autorità della sua "precedente fase di seria depressione", precisa l'ente, spiegando che le prime informazioni sui problemi di salute mentale del pilota sono state apprese tre giorni dopo lo schianto, il 27 marzo, quando i tecnici hanno avuto accesso ai file della Lufthansa Aeromedical Center.

 

Ieri si è tornato a parlare di Germanwings  quando, sulla rotta fra Colonia/Bonn e Venezia, è stato deviato a Stoccarda per una perdita di carburante. Intanto sono terminate le ricerche dei corpi delle 150 vittime del disastro aereo dell'Airbus A320 della compagnia Germanwings, precipitato sulle Alpi francesi. Questa settimana il procuratore di Marsiglia, Brice Robin, ha fatto sapere che sono stati isolati 150 profili di Dna dai più di duemila resti recuperati nel sito dello schianto. Tuttavia, ha aggiunto che non è sicuro che si tratti del Dna delle vittime e che ci vorranno "dalle tre alle cinque settimane" per procedere all'identificazione. LR 6

 

 

 

 

Pegida, paura del futuro. Ma la Germania reagisce

 

Il movimento anti-islamico e nazionalista nato a Dresda alcuni mesi fa ha portato in piazza migliaia di persone: eppure i seguaci sono già in evidente calo. I partiti politici (tranne l’Afd), le Chiese e l’opinione pubblica hanno isolato questa forma di deriva xenofoba: un segno del vasto consenso democratico e della stabilità politica della Repubblica Federale - Thomas Jansen

 

L’ininterrotta crisi ha generato in tutta Europa movimenti e partiti populisti che di Paese in Paese sono apparsi sotto forme diverse, operando con gradi differenti di successo. Provengono da sinistra e da destra, si oppongono all’establishment politico, sono contro l’Unione europea e gli immigrati. Indipendentemente dal fatto che si rendano riconoscibili per le loro ideologie di sinistra o di destra, lottano insieme su alcuni fronti, per esempio contro l’euro e contro Angela Merkel, ma a favore di Vladimir Putin.

Nel frattempo, quest’ondata ha raggiunto anche la Germania. Si chiama “Europei patriottici contro l’islamizzazione dell’Occidente” (Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes, sigla Pegida) un movimento che dall’ottobre dello scorso anno ha attirato molta attenzione attraverso manifestazioni a scadenza regolare a Dresda. Al culmine del successo, è riuscito a coinvolgere fino a 25mila persone nelle “passeggiate” del lunedì attraverso la città. Con il grido di battaglia “Noi siamo il popolo!” Pegida voleva riallacciarsi al movimento per i diritti civili, che con questo motto nel 1989 aveva portato al crollo del regime comunista nella Germania Est. Si tratta tuttavia di un’usurpazione, poiché lo spirito del movimento Pegida fin dall’inizio si è posto in netto contrasto con l’insurrezione democratica e liberale che ha animato il movimento per i diritti civili del 1989. Al contrario, le parole d’ordine dei seguaci di Pegida sono mosse dal risentimento; sono anti-democratiche, anti-liberali e xenofobe. Esse contengono un rifiuto all’amore verso il prossimo e alla solidarietà.

Si tratta in definitiva di un evento intollerante e anti-europeo, come già noto in altri Paesi. Chi sono gli organizzatori, i sostenitori e i seguaci di questo movimento? Tra loro ci sono molti “cittadini comuni” e brava gente, che vogliono esprimere le proprie preoccupazioni. Leggono i cambiamenti come imposizioni e coltivano la paura del futuro. A causa di una formazione politica limitata non riescono a capire alcuni processi della politica e della società; si sentono respinti dalla “politica” ed esclusi dai processi decisionali, e ritengono che nessuno li voglia ascoltare. A questo gruppo di seguaci frustrati e ansiosi si mescolano elementi della destra radicale e nazionalista che nella formulazione degli slogan del movimento ne determinano il tono.

Nessuno dei partiti rappresentati in Parlamento sostiene l’iniziativa di Dresda né mostra anche solo interesse ad avviare un dialogo con i suoi portavoce. Al contrario: con intensità diversa, il movimento è contrastato da tutti i partiti principali. Nella popolazione incontra un ampio rifiuto. Questo mostra il vasto consenso democratico e la stabilità politica della Repubblica Federale.

Solo “Alternativa per la Germania” (Afd), un giovane partito, per il momento rappresentato solo al Parlamento europeo e in alcuni consigli dei länder, ha indicato attraverso alcuni dei suoi leader che vi è una certa affinità con le idee e le preoccupazioni del movimento. Nato come partito di protesta contro la politica di salvataggio dell’euro, l’Afd è diventato nel frattempo il partito politico ricettacolo delle forze euroscettiche, anti-europee, dei nazionalisti e dei conservatori di destra e dei critici del sistema. Tuttavia, la sua posizione programmatica non è definita. Non ha ancora un programma concordato tra le diverse ali del partito e accettato dai suoi membri; dovrebbe essere elaborato nel corso di quest’anno. Non è escluso che l’Afd, che secondo i sondaggi attualmente ha il consenso di circa il 6% degli elettori, userà questo movimento in vista delle prossime elezioni.

A parte la generale opposizione politica, la propaganda xenofoba di Pegida ha generato risentimento e ostilità nella società civile. Ha suscitato disapprovazione anche l’auto-designazione di “patrioti europei”, percepita come prepotente e arrogante. Il fatto che nel corso delle manifestazioni una grande croce nera-rossa-oro sia stata portata come segno della motivazione cristiana e nazionale ha causato indignazione. E la presunta “islamizzazione dell’Occidente”, che non regge all’esame della realtà, ha certamente contribuito a far percepire come millanteria le pretese di Pegida. La mobilitazione delle forze della società civile, tra cui le Chiese e le comunità religiose, non si è fatta attendere. Il cardinale Marx, presidente della Conferenza episcopale tedesca, ha subito condannato Pegida.

Nel frattempo, la virulenza del movimento è diminuita. A gennaio c’è stata una spaccatura tra la parte radicale e quella moderata. Il numero dei partecipanti alle manifestazioni di Dresda è calato nettamente. Ci sono state altre città, in particolare Lipsia e Düsseldorf, che l’hanno imitato, ma - in base al numero di partecipanti - non sono state così efficaci come il modello di Dresda. Le loro “passeggiate” sono state sistematicamente accompagnate da dimostrazioni di oppositori di Pegida, che spesso avevano più partecipanti.

Il futuro di questo movimento populista in Germania, così come i fenomeni corrispondenti in altri Paesi dell’Unione europea, dipenderà dal futuro corso della crisi, per il cui superamento si avvertono segni di speranza già in questa primavera. Sir 10

 

 

 

 

 

Italiani in Germania. I primi risultati di una ricerca sui nuovi arrivi

 

BERLINO - “Dallo scoppio della crisi dell’Euro nel 2008 si è verificato un netto aumento dell’immigrazione dai paesi membri dell’Unione Europea verso la Germania. Questo è valido in particolare per la migrazione da quelle nazioni fortemente colpite dalla crisi economica. Riguardo a questo nuovo fenomeno, attualmente sono stati effettuati solo alcuni studi di ricerca. Per questa ragione, nel marzo del 2014, il Ministero Federale per i Movimenti Migratori e per i Rifugiati BAMF ha commissionato la “Analisi a lungo termine dei nuovi movimenti migratori a scopo lavorativo” (LaNA). Nell’ambito di questa ricerca Minor fa luce in maniera esemplare sulla situazione degli spagnoli e degli italiani che sono venuti in Germania dopo il 2008”. A riportare questi dati è “Il Mitte”, quotidiano online edito a Berlino. 

“Recentemente sono stati pubblicati i risultati della prima fase della ricerca: un campione di 778 italiani e spagnoli sono stati intervistati per avere informazioni sulle motivazioni che li hanno spinti ad emigrare, sulla loro situazione lavorativa e i loro problemi.

Il numero di spagnoli e italiani che negli ultimi anni arrivano copiosi in Germania continua a salire. Queste persone cercano una prospettiva per il loro futuro, un posto di lavoro a condizioni il più possibile eque. In aggiunta al sondaggio quantitativo, Minor ha condotto una serie di interviste qualitative e gruppi di discussione.

All’interno di una di queste discussioni una giovane ragazza spagnola spiega qual è la sua percezione di sè come immigrata: “Si tratta di una vera e propria fuga di cervelli. Un tempo c’erano i Gastarbeiter in Germania. Ma non erano ben qualificati. Noi siamo la generazione successiva ma siamo ben qualificati, molti hanno esperienza professionale e la maggior parte sono delle menti valide”.

La percentuale di laureati nel campione di italiani e spagnoli è molto alta ed in molti casi la loro formazione corrisponde perfettamente alla domanda del mercato del lavoro tedesco.

Solo una minoranza del campione parlava tedesco all’arrivo. I nuovi immigrati sono coscienti del fatto che la conoscenza del tedesco giochi un ruolo cruciale soprattuto nella ricerca di lavoro.

Alicia (33), che vive a Berlino già da tre anni, spiega: “La lingua è il maggior ostacolo nella ricerca di lavoro. Senza sapere il tedesco è molto difficile. Magari può andare per fare la cameriera o per un lavoretto, ma non appena vuoi un lavoro vero, devi saper il tedesco e anche bene. Lo devi anche a te stesso, perché ha anche un grande risvolto psicologico. Pensi che le persone ridano di te e questo affossa il morale”.

Le principali difficoltà che si incontrano sono: barriere linguistiche, la mancanza di reti sociali, un difficile mercato per case in affitto – il processo d’integrazione non è affatto semplice per questo gruppo di migranti altamente istruiti.

In particolare le donne sia italiane che spagnole sono svantaggiate nella ricerca di lavoro. Molte di loro sono costrette ad accettare occupazioni ben al di sotto delle loro qualifiche. Inoltre sono retribuite meno dei loro corrispettivi maschili.

Eppure molti dei migranti vedono nella permanenza in Germania un’opportunità.

La loro situazione è migliorata rispetto a quella nel loro Paese d’origine. La trentunenne infermiera Paula ha sentimenti ambivalenti: “non mi sento valorizzata perché non posso svolgere il lavoro per cui ho studiato. Lavoro come ausiliaria, ma ne vale la pena: in Spagna preparavo hamburger”.

Affinché i nuovi immigrati possano cominciare col piede giusto in Germania e riescano a costruirsi una vita stabile e trovare un lavoro che corrisponda alle loro qualifiche, sono necessarie informazioni guida affidabili e spesso una consulenza personalizzata”. (aise 30) 

 

 

 

 

Aperto un Consolato onorario a Norimberga. Con quali competenze?

 

Dopo un lungo e travagliato periodo che ha visto la chiusura del nostro efficace ufficio consolare, il 3 marzo 2015 è stato inaugurato il Consolato onorario di Norimberga alla presenza del Console Generale di Monaco di Baviera Filippo Scammacca, dell' Ambasciatore d' Italia  a Berlino Pietro Benassi, dei parlamentari On.li L. Garavini (PD) e M. Caruso (Gruppo Misto), del Segretario Generale CTIM On.le R. Menia, di esponenti delle autorità locali , così come del  nuovo Console Onorario Avvocato Günther Kreuzer.  Nonostante la posizione critica della maggioranza dei componenti della lista CTIM, auguriamo al Console onorario Kreuzer un buon lavoro ed un esito positivo per la nostra comunità qui residente. Noi saremo di certo i primi a dare un contributo perché questo si realizzi, sempre nel rispetto dei ruoli.   

Non  nascondiamo tuttavia di ritenere  che il consolato onorario  non sia la soluzione auspicata e voluta, sia dalle associazioni che dal Comites,  per far fronte nel modo migliore le esigenze della comunità italiana residente nella Alta e Media Franconia. Si tratta di oltre 20 000 italiani che hanno diritto di avere dei servizi  raggiungibili, completi e competenti. Esprimiamo la nostra perplessità  nel constatare come questa vicenda  è stata  affrontata in modo ben poco razionale e fattivo in quanto, con il pretesto di una revisione di spesa, sono stati limitati i nostri sacrosanti diritti. La collettività era addirittura riuscita ad avere conferma da parte del Comune di Norimberga di potere usufruire di locali gratuiti per lo Stato Italiano. Nonostante questo hanno prevalso altre strategie ed interessi.  Di fatto sulla “operazione”  Consolato Onorario a Norimberga il Comites non è stato consultato, bensì informato solo a  fatto compiuto e a decisione presa. 

Ma oggi cerchiamo di guardare avanti e mettiamo alla prova il Consolato onorario, soprattutto sulla questione di quali e come verranno erogati i servizi consolari ai nostri connazionali. Il primo chiarimento dovrebbe riguardare l’ampiezza delle funzioni del Console onorario, le modalità di erogazione dei servizi (quale personale) e  gli orari di accoglienza del pubblico. Da quello a noi noto al momento della redazione di questo comunicato, questi servizi sarebbero limitati all’autentica di firme (solo in alcuni casi)  e al ritiro delle carte d'identità solo per alcune “categorie” di italiani (malati, anziani, donne con bambini piccoli). Mi chiedo sinceramente come sia possibile rifiutare agli altri italiani gli stessi servizi. A mio avviso la Costituzione italiana parla chiaro!

Nemmeno l’autentica di firma, come abbiamo appreso alcuni giorni fa, sui certificati di esistenza in vita sarebbe un servizio offerto dal nuovo Consolato onorario. Da quello che ci è noto, proprio questo servizio è tuttavia “erogabile” anche dai Consoli onorari. Perché no a Norimberga?

Ricordo e ricordiamo che, in base al relativo Decreto  Ministeriale a firma Belloni, il Console Onorario di Norimberga esercita le funzioni consolari limitatamente a:

a) autentiche di firme su atti amministrativi a cittadini italiani, nei casi previsti dalla legge.

b) consegna di certificazioni, rilasciate dal Consolato Gen. d' Italia in Monaco di Baviera.

c) autentiche di firme apposte in calce a scritture private, redazione di atti di notorietà e rilascio di procure speciali riguardanti persone fisiche a cittadini italiani, nei casi previsti dalla legge.

d) ricezione e trasmissione al Consolato Gen. d'Italia in Monaco Baviera della documentazione relativa alle richieste di rilascio delle carte d`identità, diretta consegna ai titolari delle carte d'identità, emesse dal Consolato Gen. d' Italia in Monaco di Baviera …

e) assistenza ai connazionali bisognosi od temporanea difficoltà .

Questi compiti non sono facoltativi, ma devono essere esercitati ed ogni cittadino italiano ne ha diritto.

Altra cosa che non può saltare all’occhio (fino al momento) è che a Norimberga i servizi del Consolato Onorario vengono offerti da personale “volontario” secondo la disponibilità di tempo e impegno delle persone coinvolte. A nostro avviso,  tuttavia, non si può risolvere il problema avvalendosi di personale volontario che non offre alcuna garanzia di continuità e competenza (specie in casi complicati).

 

Altro punto da chiarire è l'orario di apertura  del Consolato Onorario. Secondo le affermazioni degli incaricati esso sarebbe aperto al pubblico un giorno alla settimana per 3 ore, il venerdì dalle ore 14.00 alle ore 17.00. Si tratta del numero più modesto di ore di tutti i Consolati onorari in Germania di fronte ad una delle collettività più numerose (oltre 20.000 connazionali).  Ad esempio il Consolato Onorario di Amburgo è aperto 3 giorni alla settimana  per un numero complessivo 12 ore ed il Consolato onorario della Francia a Norimberga (fatto emblematico) è aperto 4 giorni alla settimana per 13 ore di fronte ad una comunità di circa 3.000 persone.

In internet l’orario del Consolato onorario italiano a Norimberga viene indicato come ogni venerdì dalle ore 14.00 alle ore 19.00 (in tutti i portali di ricerca). Anche questa è una questione da chiarire. Gli orari effettuati e quelli indicati ufficialmente non corrispondono (a discapito dei connazionali). Non sarebbe troppo poi  avere una targa al portone del Consolato indicante gli orari per il pubblico.  Si tratta di una questione di  trasparenza.

La lista CTIM porta queste riflessioni e proposte (critiche) all`Ambasciatore Benassi ed al Console Generale di Monaco Scammacca, affinché si trovi una mediazione e compromesso per riuscire a fare di questo Consolato Onorario un punto di riferimento utile per la ns. comunità qui residente.  Se  così non fosse l'opzione della permanenza consolare come ad Saarbrücken sarebbe francamente più utile e sensata anche per Norimberga.

                                                        

 

Ultimo punto di riflessione è stata la nostra sorpresa e perplessità per l'entusiasmo espresso dalla On.le  Garavini, nel suo comunicato riguardo il Consolato Onorario di Norimberga. Proprio lei dovrebbe essere al corrente dei servizi limitatissimi a titolo onorifico e con un orario molto ristretto. Se è contenta l'On.le Garavini, noi non lo siamo!  Ma non è solo questo a irritarci, ci ricordiamo che il primo nel 2009 a proporre un Consolato Onorario a Norimbrega nel periodo Frattini e Mantica, fu l'On.le Razzi.  A suo tempo la cosa fu respinta in modo netto ed energico. Allora c’era anche più compattezza, grinta e forza nel contraddire il Governo Berlusconi, mentre oggi la protesta contro il Governo Renzi, con eccezioni, e molta più ovattata e sottovoce. Purtroppo il tempo ha dato ragione al l`on Razzi e questo, secondo noi, la dice lunga sulla serietà di questa soluzione che va bene dove risiede un ristretta cerchia di concittadini all`estero, ma non qui. Adesso, con tristezza, costatiamo la sintonia dei due parlamentari su Norimberga, mi viene da dire il gatto e la volpe. Le opinioni si sono incontrati e poveri noi!

La lista CTIM  in questa difficile e in tratti surreale campagna elettorale cerca di  convincere la nostra gente ad iscriversi e votare,  nonostante la  frustrazione, delusione e rabbia, anche per i fatti sopra citati, sia grande. Per amore di verità bisogna dire che tutti i Governi,  dal Centodestra al Centrosinistra,  non hanno mostrato interesse per la questione degli italiani all' estero. Siamo stati trattati da mendicanti e scocciatori. Associazioni, Comites, Intercomites, CGIE e parlamentari eletti all' estero, si sono mostrati imponenti. Né lettere aperte, né ordini del giorno o mozioni hanno potuto cambiare la nostra situazione. Chi decide, sono altri e questo molti connazionali l' hanno percepito e il risultato si tocca con la mano, vedi iscritti votanti! Speriamo fortemente in un cambio, ma siamo molto scettici.

Lucio Albanese, Portavoce lista CTIM, Segretario Comites Norimberga

 

 

 

 

Giuseppe Scigliano rinominato consultore per l'integrazione nella Bassa Sassonia

 

Il Presidente dei Ministri della Bassa Sassonia Stephan Weil ha nominato il 23 marzo la Consulta regionale per l'integrazione. Tra i nominati anche Giuseppe Scigliano (sciglianopeppe@aol.com). Questa consulta, presieduta dallo stesso Weil,ha la funzione di dare consigli nell'ambito dell'emigrazione e della partecipazione sociale al Governo regionale.Tra le altre cose deve aiutare a stilare un programma interministeriale che favorisca la partecipazione sociale dei cittadini con passato migratorio. Obbiettivo di questo organismo è di continuare a sviluppare programmi che facilitano l'integrazione in loco. Questa consulta sostituisce quella precedente, dove già Scigliano era membro . Durerà in carica per tutta la diciassettemima legislatura e verrà assistita dalla Cancelleria di Stato.

La prima riunione è stata convocata per il 20 maggio alle 17,30. GS, de.it.press

 

 

 

 

 

Conferenza di Rörig su Cristina Trivulzio di Belgiojoso il 15 aprile all’IIC di Colonia

 

Colonia - “Cristina Trivulzio di Belgiojoso (1808-1871). Storiografia e politica durante il Risorgimento. Una biografia” è il titolo della conferenza che Caroline Rörig terrà il prossimo 15 aprile, dalle 19.00, all'Istituto Italiano di Cultura di Colonia.

Cristina Trivulzio di Belgiojoso è stata una dei protagonisti del movimento nazionale, impegnandosi tutta la vita per ottenere l’unità e l’indipendenza italiana. Dotata di una personalità forte e originale, le sue convinzioni politiche sono state spesso controverse.

Tuttavia, nonostante le critiche, è riuscita a superare in modo positivo i modelli risorgimentali convenzionali con un pensiero autonomo e un’azione sempre decisa. La sua vita, molto movimentata, e la sua notevole opera pubblicistica sono testimonianze di un destino femminile straordinario nell’avvincente periodo di fondazione dello Stato nazionale italiano.

Di questo parlerà Karoline Rörig, storica, che lavora come consulente per la comunicazione e le relazioni pubbliche. Nel 2007 ha fondato il “Fachbüro für den deutsch-italienischen Dialog”.  La conferenza, che si terrà in lingua tedesca, è una manifestazione dell'Associazione degli Amici dell’Istituto. dip 

 

 

 

 

I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia

 

Expo - Conto alla rovescia per l'esposizione universale che aprirà le porte il primo maggio e sarà aperta fino al 31 ottobre 2015, a Milano. Corruzione, scandali, ma anche uno sguardo sul tema dell'evento: "Nutrire il pianeta. Energia per la vita". I nostri approfondimenti.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/expo122.html

 

Comites, tempo scaduto  - Per votare in occasione del rinnovo dei Comites il 17 aprile, era necessario iscriversi nelle degli organi di rappresentanza degli italiani all'estero è tormentata e ricca di colpi di scena. Prima del voto vale la pena riascoltare tutti i nostri servizi sul tema.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/speciale/dossiercomites100.html

 

Scioperi degli asili (09.04.15)

Ancora nulla di fatto sul rinnovo contrattuale degli educatori in Germania. Ma quanto è difficile oggi lavorare negli asili? Ai nostri microfoni gli esperti.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/kitastreik146.html

 

Il voto degli altri (09.04.15)

Africani per il Pd, est europei per la destra, così voterebbero gli stranieri immigrati in Italia. E la stragrande maggioranza apprezza il presidente Mattarella.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/auslaenderwahl100.html

 

Muoviti svelto (09.04.15)

È il titolo del nuovo album di Zibba, al secolo Sergio Vallarino, una delle più interessanti realtà emergenti della scena musicale italiana.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/quelli_sul_palco/zibba100.html

 

Due solitudini (08.04.15)

Grande il risalto mediatico per l'incontro a Mosca tra il premier greco Tsipras e il presidente russo Putin. Pochi invece gli impegni concreti.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/tsiprasmoskau100.html

 

Allarme campi rom (08.04.15)

L'Opera Nomadi di Milano denuncia il degrado degli insedimenti e l'aumento della criminalità che vede protagoniste le giovani generazioni rom.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/romainmailand100.html

 

La ripartenza di Erica Mou (08.04.15) - A due anni di distanza dall’ultimo lavoro, dalla separazione consensuale dalla Sugar e da un problema alla voce, la talentuosa cantate pugliese è pronta ad un nuovo inizio.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/quelli_sul_palco/ericamou102.html

 

Sulla buona strada (08.04.15) - Esplorare le città con i suoni e le voci raccolte nelle strade, oppure farsi guidare da una mappa dettagliata costruita dalla comunità. Ecco cosa sono le mappe collaborative.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/in_rete/mappecollaborative100.html

 

Un problema di tutti (07.04.15)

L’incendio doloso della casa che avrebbe dovuto accogliere 40 profughi è l’ultimo capitolo di una vicenda che riporta la Germania indietro di 25 anni. http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/fremdenhass102.html

 

Soprano in fuga (07.04.15)

Vive a Monaco di Baviera da dieci anni, dopo aver abbandonato Bari per realizzare il suo sogno. La storia del soprano Maria Anelli

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/sopranomariaanelli100.html

 

Il gorgonzola (07.04.15) - Il formaggio inconfondibile per le sue muffe pregiate, che regalano le tipiche striature blu-verdi e un aroma intenso. Sessant'anni fa riceveva la denominazione DOC.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/terramia/gorgonzola102.html

 

Una vita sospesa (06.04.15) - A 6 anni dal terremoto che ha colpito l‘Abruzzo e L’Aquila, si ricordano le 309 vittime e si fa il punto sulla ricostruzione che procede a rilento. Il racconto di Ilaria Carosi, sorella di una delle vittime.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/laquila108.html

 

Il sogno di Don Vinicio (06.04.15) - Un prete di strada ambisce a una trasformazione radicale della chiesa, sperando nello spirito riformatore di Papa Francesco.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/donvinicio102.html

 

Jihadisti d'Africa (03.04.15) - Dall'attacco terroristico del gruppo somalo Al Shabaab nel college keniano di Garissa, al nuovo governo nigeriano chiamato a fermare Boko Haram. L'analisi di Lucia Ferrari.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/afrika212.html

 

La tradizione della Passione Vivente (03.04.15)

La Passione Vivente della Missione Cattolica Italiana di Wuppertal, arrivata ormai alla sua trentacinquesima edizione.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/little_italy/karfreitag138.html

 

Eventi, incontri, spettacoli - In onda ogni lunedì e venerdì fra le 19 e le 20

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalenderfreitag100.html

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalendermontag100.html

 

Turchia sotto attacco (02.04.15) - Ancora altissima la tensione in Turchia. Una serie di attentati sta paralizzando Istanbul ed è costata la vita ad un magistrato, ai suoi sequestratori e ad una donna kamikaze.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/tuerkei356.html

 

Universo autismo (02.04.15) - Si è celebrata oggi l’ottava Giornata mondiale della consapevolezza sull'autismo, istituita dall’Onu. Perché un figlio autistico cambia la vita, come ci racconta Franco Antonello.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/autismus134.html

 

Storia della bambina perduta (02.04.15) - Si chiude il grande romanzo dell'amicizia "L'amica geniale" di Elena Ferrante, fenomeno letterario e mediatico. Vi presentiamo l'ultimo volume della saga che vede come protagoniste Elena e Lila.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/pagine_scelte/elenaferrante100.html

 

Quote latte addio (01.04.15) - Da oggi, le quote latte nell'Unione Europea non esistono più. Finisce così un'era, iniziata nel lontano 1984 e che ha segnato un'intera generazione di produttori caseari e allevatori europei.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/milchquote128.html

 

Milano in trasformazione (01.04.15) - Manca un mese all’inaugurazione dell’Expo siamo andati a fare un giro per Milano, tra cantieri, nuove costruzioni e opere che hanno trasformato il volto della città.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/expo120.html

 

Giurista al (tele)lavoro (01.04.15) - Lavorare da casa come analista giuridica non è facile, c’è bisogno di concentrazione e molta attenzione. Il telelavoro, poi, viene spesso sottovalutato da famiglia e amici.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/al_lavoro/paoladedonato100.html

 

Se il killer è un alleato (01.04.15)

Imparare l’italiano leggendo un giallo? Si può. Ce lo racconta Massimo Marano, autore de "L’ultimo applauso. Der letzte Applaus" pubblicato in Germania.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/a_tu_per_tu/massimomarano100.html

 

Una settimana dopo (31.03.15)

Ad una settimana dalla catastrofe aerea della Germanwings, la Lufthansa ammette di essere stata a conoscenza dei disturbi psichici di Andreas Lubitz.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/flugzeugabsturzundmedien100.html

 

"Io sono un ulivo" (31.03.15)

Cosa sarebbe il Salento senza i suoi ulivi? Nando Popu, voce storica dei Sud Sound System, sulla campagna #Salviamogliulivi.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/olivenbaeume100.html

 

Italiano, quo vadis? (31.03.15) - Chiude il dipartimento di Romanistica ad Aachen. Andrà così perso l'insegnamento delle lingue romanze, ma anche un laboratorio di traduzione specialistica della lingua italiana.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/keineromanistikmehr100.html

 

Il Castello di Santena (31.03.15)

È la residenza familiare alla quale il conte Camillo Benso di Cavour era più legato. Ed è qui che sono custodite le sue spoglie e i suoi ricordi.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/terramia/santena100.html

 

Un’altra morte sospetta (30.03.15)

È morta per un’embolia polmonare la giovane donna, che, all’inizio di marzo, aveva deposto come testimone al processo NSU. È davvero tutto?

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/nsu380.html

 

Femminicidi: come ne parla la stampa (30.03.15)

Donne uccise per "raptus" o per "gelosia". I passi falsi della stampa nel racconto dei femminicidi. L'analisi in una tesi di laurea.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/frauenmord100.html

 

Nelle mani di uno sconosciuto (27.03.15)

All'indomani delle rivelazioni sulla premeditazione della catastrofe aerea dello scorso 24 marzo, si mettono in dubbio i criteri ed i parametri di scelta dei piloti.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/piloten112.html

 

Piccole donne crescono (27.03.15) - Si definisce determinata e testarda. Ha preso delle decisioni contrarie a quelle volute dai genitori, ma Daria Proietto è felice così. E, fra Italia e Germania, ora ha scelto.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/largo_ai_giovani/dariaproietto100.html

 

Eventi, incontri, spettacoli - In onda ogni lunedì e venerdì fra le 19 e le 20

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Alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintor ni

 

* fino al 7 giugno 2015, c/o Staatliche Antikensammlungen (Königsplatz 1, München) Mostra archeologica "Die Griechen in Italien"

Organizza: Staatliche Antikensammlungen

 

* martedì 14 aprile, ore 19:30, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) Per la rassegna "L'Italia nel mondo - l'opera italiana"

Cinema/musica: "L'Orfeo" (Claudio Monteverdi, 103 min.). Ingresso libero. Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura, Forum Italia e.V., UNITEL Classica e Rossini Opera Festival

 

* mercoledì 15 aprile, ore 19:30, c/o Kino Breitwand Starnberg (Wittelsbacherstr.10, Starnberg, www.breitwand.com) nell'ambito della rassegna "il Cinema Italiano introdotto e commentato da Ambra Sorrentino"

Film: "Le fate ignoranti" (Regia: Ferzan Özpetek, Italia 2001, 105 min.)

 

* giovedì 16 aprile, ore 19:30, c/o Algovenhaus (Heinrich-von-Buz-Str. 2 1/2, Augsburg) "Barolo Boys: storia di una rivoluzione" scene sclete dal documentario omonimo e piccola degustazione di Barolo. Ingresso: € 16,00

Organizza: Società Dante Alighieri - Comitato di Augsburg in collaborazione con "Vino - Ihr Weinmarkt" Augsburg

 

* venerdì 17 aprile, ore 16:00, c/o Sammlung Schack (Prinzregentenstr. 9, München) Visita guidata in italiano con la dott.ssa Miranda Alberti

Costo: € 10,- (non è compreso il biglietto d'ingresso). Minimo 8 partecipanti

Per informazioni e iscrizioni: corsi.iicmonaco@esteri.it

Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura e Forum Italia e.V.

 

* venerdì 17 aprile, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura, aula 21 (Hermann-Schmid-Str. 8, München) "Incontri di letteratura spontanea"

"Se hai una poesia, un piccolo racconto o anche un pensiero, un sogno o un'idea, che vuoi leggere o raccontare, vieni che sarai la/il benvenuta/o. Le testimonianze e le storie di tutti sono importanti e hanno dignità. Esprimersi, ascoltare e conoscersi fa comunque bene. Dopo tutti in pizzeria". Ingresso gratuito.

Per informazioni: Giulio Bailetti, Tel/Fax 089-988491

Organizza: www.letteratura-spontanea.de

 

* venerdì 17 aprile, ore 18:00, c/o Ristorante Antica Italia (Waldeysenstr. 48, Ingolstadt) Conversazione in lingua italiana. Organizza: Italclub Ingolstadt e.V.

 

* sabato 18 aprile, ore 11:00-13:00, c/o Bürgerhaus Pfersee (Stadtberger Str. 17, Augsburg) "Facciamo due chiacchiere". Tema: L'influsso di Dante sui modi di dire degli italiani e i paralleli nella lingua tedesca. Conduce: Filippo Romeo

Organizza: Società Dante Alighieri - Comitato di Augsburg

 

* dal 19 aprile al 4 ottombre, di domenica, alle ore 12:00, c/o Asamkirche Maria de Viktoria (Neubaustr. 1 1/2, Ingolstadt). Rassegna: "Orgelmatinee um Zwölf"

Ingresso libero. Il programma è disponibile all'indirizzo: www.ingolstadt.de (sotto "Kultur&Freizeit", "Konzerte & Musik", "Orgelmusik"). Organizza: Kulturamt di Ingolstadt in collaborazione con Istituto Italiano di Cultura e Sparkasse Ingolstadt

 

* domenica 19 aprile, ore 15:30, c/o Caritas Zentrum Innenstadt (Landwehrstr. 26, München) Cinema italiano per bambini, una sorpresa per grandi e piccini!!

Ingresso libero. Si prega di riservare lucianna.filidoro@gmx.de

Organizzatrici: Lucianna Filidoro e Azzurra Meucci

 

* domenica 19 aprile, ore 17:00 (ingresso dalle ore 16:00), c/o Prinzregenten-Garten (Benedikterstr. 35, München-Pasing) "Italienischer Flair" musica classica e folklorica con Del Duca (tenore), Nevio Casanova (chitarra). Ingresso: € 10,-

Per prenotazioni: 089-85793989. Organizza: Prinzregenten-Garten

 

* martedì 21 aprile, ore 14:00-16:00, c/o Rathaus (Ingolstadt)

Consulenza per i connazionali. Anna Benini sarà a disposizione per aiutare gratuitamente a svolgere pratiche burocratiche e per consulenze nel nuovo municipio. Organizza: Italclub Ingolstadt e.V.

 

* martedì 21 aprile, ore 19:30, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) Per la rassegna "L'Italia nel mondo - l'opera italiana"

Cinema/musica: "Lo frate 'nnamorato" (Giovanni Battista Pergolesi, 169 min.)

Ingresso libero. Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura, Forum Italia e.V., UNITEL Classica e Rossini Opera Festival

 

* giovedì 23 aprile, ore 19:30, c/o Algovenhaus (Heinrich-von-Buz-Str. 2 1/2, Augsburg) Cinema italiano: "Tutti contro tutti" (Regia: Rolando Ravello, Italia, 2012) Ingresso: € 3,00 (soci) - 6,00 (non soci)

Organizza: Società Dante Alighieri - Comitato di Augsburg

 

* venerdì 24 aprile, ore 19:30, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) "Geheimes Rom - was nicht in Reiseführern steht (Teil II)"

con Gerhard Kotschenreuther. Ingresso libero

Organizza: Società Dante Alighieri Monaco di Baviera e.V.

 

* domenica 26 aprile, ore 9:30-19:00, c/o Bayerische Staatsbibliothek, Lesesaal für Musik, Karten und Bilder (Ludwigstr. 16, München)

In occasione della 750 anni Dante Alighieri - Maratona Dantesca

Maratona dantesca nella Bayerische Staatsbibliothek. Lettura dei canti del Purgatorio, tratti dalla Divina Commedia di Dante Alighieri

1. blocco: ore 9.30-11 / 2. blocco: ore 11.30-13 / 3. blocco 3: ore 13.30-15 / 4. blocco: ore 15.30-17 / 5. blocco: ore 17.30-19 in lingua italiana e tedesca

Maratona di letture dei suoi canti, suddivisi in capitoli e con l'accompagnamento musicale della pianista Serena Chillemi, che suonerà estratti tratti dalla sinfonia dantesca di Liszt arrangiati per pianoforte e altri brani di Chopin, Scriabin e Debussy e Schubert. Ingresso libero. Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura, Forum Italia e.V., Bayerische Staatsbibliothek, Institut fü Italienische Philologie der Ludwig-Maximilians-Universität München, Lyrik Kabinett

 

* martedì 28 aprile, ore 19:30, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) Per la rassegna "L'Italia nel mondo - l'opera italiana"

Cinema/musica: "La fuga in maschera" (Gaspare Spontini, 149 min.)

Ingresso libero. Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura, Forum Italia e.V., UNITEL Classica e Rossini Opera Festival   (Claudio Cumani, de.it.press)

 

 

 

 

 

Fiera della Musica di Francoforte 2015. Concerto del maestro Mirko Satto

 

Francoforte - Promosso da Consolato Generale d’Italia Francoforte e IIC Colonia in collaborazione con  Instituto Cervantes e “Italiani n Deutschland - Freunde des italienischen Kulturinstituts e.V. – Frankfurt”. Giovedí 16 aprile 2015, ore 19.15 (accesso in sala dalle ore 18.30), presso Sala Eventi Instituto Cervantes, Staufenstr.1, Francoforte (U 6/7 fermata metro: Alte Oper)  ha lauogo il concerto del maestro Mirko Satto “Da Vivaldi a Piazzolla: i due volti della fisarmonica”. Entrata libera per i possessori Carta Amicizia e Carnet de lektor (4,00 Euro per i non possessori delle due CARTE ). Conferma a: francoforte.culturale@esteri.it

 

La fisarmonica,  strumento che unisce aria ed energia, dalle infinite possibilità espressive, accarezza con il suo suono tutti i generi musicali. Ha un'anima, il più delle volte struggente e profonda, troppo spesso relegata nell'immaginario ad un ruolo "leggero", ma che suonata ed impersonata da Mirko Satto riserverà grandi sorprese e scoperte con un programma che spazierà da Antonio Vivaldi al “tango nuevo” di Astor Piazzolla.

Biografia breve di Mirko Satto

Fisarmonicista e bandoneonista, ha studiato fisarmonica presso il Conservatorio “A. Steffani” di Castelfranco Veneto (TV) diplomandosi con il massimo dei voti, lode e ''menzione d`onore'' e meritando due borse di studio come miglior allievo. Si e`perfezionato e ha studiato con i Maestri Scappini, Noth, Zubitsky  e con Salvatore di Gesualdo meritando il “Premio Speciale del Docente”  e  la borsa di studio. Inoltre si è diplomato in oboe sotto la guida del prof. Paolo Brunello.Ha vinto i più importanti Concorsi Nazionali ed Internazionali di Fisarmonica meritando in tutti il primo premio assoluto.Ha suonato in oltre quattrocento importanti Festivals e Rassegne concertistiche esibendosi nei più prestigiosi teatri di tutta Europa, Australia, Giappone, Africa e Sud America( Opera City di Tokyio, Shymphony Hall di Osaka, Yokohama Minato Mirai Hall Giappone, Teatro Amazon di Manaus Brasile, International Summer Music Festival e Moreland Festival di Melbourne, The Organ of Ballarat Festival, Bendigo Festival, Murray River International Music Festival Australia)

Fisarmonicista eclettico Mirko Satto spazia con disinvoltura dalla musica barocca a quella  contemporanea, dal varietèe francese al tango argentino; suona da solista, in gruppi cameristici e collabora sia come fisarmonicista che come bandoneonista con importanti Orchestre. E' docente di fisarmonica al Liceo Musicale “Giorgione” di Castelfranco Veneto (TV) IIC/De.it.press

 

 

 

 

Amburgo. “Vedi Capri e poi vivi”, una conferenza sull’isola amata da italiani e stranieri

 

Amburgo – La Società Dante Alighieri in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo organizza per il 16 aprile una conferenza su “Capri, una ‘grande’ piccola isola. Capitale dell'Impero Romano per undici anni”. A parlare dell’isola che ha incantato italiani e stranieri di ogni epoca lo scrittore e studioso tedesco Almut Mey . L’incontro si terrà a partire dalle ore 19, 30  nella sede dell’IIC (Hansastraße 6). 

“Vedi Capri e poi vivi”. Sull’isola campana si usa ripetere questa frase al posto del ben noto “Vedi Napoli e poi muori” e non a torto. L’isola ha sempre suscitato una grande passione nel cuore degli uomini e avuto nel corso dei secoli tantissimi ammiratori anche tra i personaggi storici. Tra questi l’imperatore Augusto, il primo che riconobbe la bellezza, ma anche il valore strategico di quell’isola rocciosa. Il suo successore, Tiberio, vi costruì la Villa Iovis e dall’isola governò l'Impero Romano per undici anni.

Prima dei romani già i Greci avevano popolato l'isola per 500 anni e ne avevano lasciato tracce. Da allora il flusso dei visitatori non si è mai interrotto. Soprattutto nel diciannovesimo secolo vi è stata una vera e propria invasione di poeti, pittori, scienziati e altre celebrità.

La Grotta azzurra fu “scoperta” nel 1826 dal pittore e poeta tedesco August Kopisch, anche se era già conosciuta dai pescatori locali. A parlare dell’isola che ha incantato italiani e stranieri di ogni epoca, come si diceva sopra sarà Almut Mey, scrittore e studioso. dip

 

 

 

 

All’IIC di Colonia conferenza su Cristina Trivulzio di Belgiojoso

 

Mercoledì 15 aprile 2015, alle ore 19.00, presso l’Istituto Italiano di Cultura di Colonia ha luogo una Conferenza di Dr. Caroline Rörig (Bonn) su “Cristina Trivulzio di Belgiojoso (1808-1871) Storiografia e politica durante il Risorgimento. Una biografia“, in lingua tedesca

 

Cristina Trivulzio di Belgiojoso è stata una dei protagonisti del movimento nazionale, impegnandosi tutta la vita per ottenere l’unità e l’indipendenza italiana. Dotata di una personalità forte e originale, le sue convinzioni politiche sono state spesso controverse.

Tuttavia, nonostante le critiche, è riuscita a superare in modo positivo i modelli risorgimentali convenzionali con un pensiero autonomo e un’azione sempre decisa. La sua vita, molto movimentata, e la sua notevole opera pubblicistica sono testimonianze di un destino femminile straordinario nell’avvincente periodo di fondazione dello Stato nazionale italiano.

Karoline Rörig, storica, lavora come consulente per la comunicazione e le relazioni pubbliche. Nel 2007 ha fondato il »Fachbüro für den deutsch-italienischen Dialog«.

È una manifestazione dell'Associazione degli Amici dell’Istituto, con ingresso gratuito. IIC/De.it.press

 

 

 

 

 

“Fokus Puglia” all’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo

 

Amburgo - Dopo “Fokus Calabria” riprende all’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo il ciclo sulle Regioni d’Italia, in cui si mostra l’aspetto culturale,   cinematografico e artistico delle singole regioni. “Fokus Puglia”, iniziato il 17 marzo con il film di Ferzan Ozpetek “Mine vaganti”, ha ripreso il 10 aprile alle ore 19 con il film “Mio cognato” di Sergio Rubini (2002), proiettato nella biblioteca dell'Istituto.

Il pubblico per novanta minuti è stato coinvolto in un viaggio per le strade di Bari, in cui si svolge la vicenda tra Toni (Sergio Rubini), un piccolo imprenditore spensierato e suo cognato Vito (Luigi Lo Cascio), un impiegato con una vita ordinaria, con il quale Toni non va per niente d’accordo. A causa del furto della macchina di Vito, inizia per i due parenti acquisiti un viaggio allucinante attraverso i codici non scritti della malavita della città.

“Fokus Puglia” continuerà il giorno 15 aprile 2015 con il concerto della giovane cantante pugliese, Erica Mou, che si esibirà al Nochtspeicher, Berhnard- Nocht-Str. 69 - 20359 Amburgo, dove presenterà il suo nuovo album. Per i soci dell’Istituto Italiano di Cultura e dell’Associazione “Amici dell’Istituto Italiano di Cultura” il biglietto costa 8 €, mentre per i non soci 12€ alla cassa del locale o in prevendita su www.ticketmaster.de.  De.it.press

 

 

 

 

 

A Colonia Convegno per celebrare i 70 anni della Liberazione

 

Colonia. A 70 anni dalla fine della lotta di Liberazione dal nazifascismo, il Consolato Generale d'Italia e l'Istituto Italiano di Cultura di Colonia, insieme all'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia e al Liceo Italo Svevo di Colonia, organizzano un convegno di studi commemorativi con la partecipazione di Dott. Tullio Montagna dell'ANPI, del Prof. Filippo Focardi, del Prof. Rudolf Lill e dell'On. Laura Garavini.

Il Convegno ha luogo a Colonia venerdì 17 aprile 2015, alle ore 18.00, nell’Istituto Italiano di Cultura, con questo programma: 

- 18.00 Saluti del Console Generale Emilio Lolli, del Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura Lucio Izzo e dell’On. Laura Garavini

- 18.30 Intervento del Dott. Tullio Montagna

- 18.50 Intervento del Prof. Rudolf Lill

- 19.10 Intervento del Prof. Filippo Focardi

- 19.30 Domande dal pubblico

- 20.00 Tavola rotonda conclusive. Ingresso libero. dip

 

 

 

 

Rappresentazioni italiane a Mülheim/Ruhr

 

Il Theater an der Ruhr a Mülheim/R., con il suo rinomato direttore Roberto Ciulli, presenta in aprile tre importanti rappresentazioni italiane, presso: Theater an der Ruhr, Akazienallee 61, 45478 Mülheim an der Ruhr

 

Sabato, 18 aprile 2015, ore 20.00 concerto: Canzoniere Grecanico Salentino

Info: www.theater-an-der-ruhr.de/repertoire/canzoniere-grecanico-salentino/

 

Mercoledì, 29 aprile 2015, ore 19.30 Le sorelle Macaluso

teatro di Emma Dante, Compagnia Sud Costa Occidentale, Palermo

Info: www.theater-an-der-ruhr.de/repertoire/le-sorelle-macaluso-die-schwestern-macaluso/

 

Giovedi, 30 aprile 2015, ore 19.30 Rumore di Acque

teatro di Marco Martinelli, Teatro delle Albe, Ravenna

Info: www.theater-an-der-ruhr.de/repertoire/rumore-di-acque-wassergeraeusch/

 

Ingresso: per volta 20,- Euro, ridotto 8,- Euro. Prenotazione: www.theater-an-der-ruhr.de/karten+service/ IIC-Köln

 

 

 

 

 

Silvia Careddu, da dieci anni primo flauto della Konzerthaus Orchester Berlin

 

Racconta Silvia Careddu: «A 24 anni, nel 2001, ho vinto all’unanimità uno dei più importanti premi di musica classica al mondo: il Concorso internazionale di musica di Ginevra. Non viene assegnato tutti gli anni e alcune volte, anche se viene bandito, la giuria può decidere di non assegnarlo, come successe due anni fa. Come pianisti, Maurizio Pollini una volta arrivò secondo, Arturo Benedetti Michelangeli terzo. Del mio risultato in Italia non parlò nessuno, o quasi, mentre fui invitata ad esibirmi all’estero, in Francia, Germania, Svizzera. Nel 2004 ebbi la possibilità di tornare. Lorin Maazel fu messo a capo dell’Orchestra Filarmonica Arturo Toscanini di Parma, per due anni suonai con lui, ma i fondi finirono presto e così ecco il nuovo viaggio, stavolta a Berlino».

Silvia Careddu, 38 anni di Cagliari, è una delle più apprezzate musiciste di flauto in Europa. È timida e così, per farle confessare tutti i suoi successi bisogna convincerla che non sembrerà una che si vuole vantare o fare la parte del genio incompreso che guarda con rimprovero l’Italia. «Fino a qualche anno fa – dice – ero più arrabbiata con il mio Paese e non solo perché mi aveva costretto a cercare all’estero la mia strada, ma anche perché non fa nulla per cambiare la situazione. E non parlo di eventuali fondi da destinare alla classica, ma del modo in cui preparano o meglio, spesso impreparano, i giovani musicisti al mondo del lavoro. All’estero già durante la preparazione accademica si viene inseriti in giovani orchestre dove fare esperienza e guadagnarsi anche qualcosa. E così che si cresce. Ma non è l’unico problema. In Italia chi insegna non può far parte di un’orchestra. Come può allora dare i giusti consigli a chi sta dedicando la vita a quell’obiettivo? Oggi guardo tutto con più distacco, anche se rimane la malinconia».

La carriera di Silvia nel frattempo va avanti. «Da circa dieci anni sono primo flauto della Konzerthaus Orchester Berlin, l’orchestra di punta della Germania dell’Est ai tempi del muro, ma adesso sono in aspettativa, fino alla prossima estate, per suonare, sempre come primo flauto, con la Wiener Symphoniker. Vienna è splendida, ma prima di un nuovo trasferimento voglio pensarci bene. Al di là di questo, nelle pause continuo anche a tenere concerti da camera, masterclass e corsi estivi di eccellenza in diverse scuole europee; purtroppo quasi mai in Italia, anche se nelle ultime settimane qualcosa si sta muovendo, ma è meglio non dire nulla e rimanere scaramantici: ho già avuto delusioni in passato». L’italianità, al di là di tutto, è sempre con lei: «Quando suono, suono da italiana così come succede per qualsiasi musicista. È una sensibilità che nessuno ci può togliere e che ci portiamo ovunque ci troviamo, anche dall’altra parte del mondo».  Andrea D’Addio - Messaggero di sant’Antonio per l’estero

 

 

 

 

 

 

Danni di guerra, la Grecia fa i conti esatti: «La Germania deve restituirci 279 miliardi di euro»

 

Il calcolo ufficiale comprende anche i risarcimenti per saccheggi, crimini e il «prestito forzato» imposto da Hitler. Il vice cancelliere Gabriel: dibattito «francamente stupido»

 

La Grecia ha stimato che la Germania deve un risarcimento di 279 miliardi di euro per l’occupazione nazista durante la Seconda guerra mondiale. Lo riporta martedì la Bbc, citando il vice ministro delle Finanze Dmitris Mardas. È la prima volta che la Grecia calcola «ufficialmente» ciò che la Germania deve per le atrocità naziste e i saccheggi effettuati negli anni ‘40. Il primo ministro greco Alexis Tsipras aveva già sollevato la questione con la cancelliera tedesca Angela Merkel a Berlino il mese scorso. Ma ora quella che arriva a mezzo stampa è una specie di «parcella» ufficiale.

Crimini e saccheggi

Secondo il governo tedesco il problema è stato risolto legalmente anni fa. Berlino, scrive ancora la Bbc, aveva pagato un risarcimento di 115 milioni di marchi tedeschi ad Atene nel 1960. Una cifra che secondo la Grecia, però, non ha coperto le spese per le infrastrutture danneggiate, i crimini di guerra e un prestito forzoso che i nazisti avrebbero imposto alla Banca di Grecia durante l’occupazione. Una cifra pari ad attuali 10,3 miliardi di euro. Ma la Germania insiste che la questione è stata risolta legalmente e politicamente nel 1990. E «contrattata» da quella che una volta era la «vecchia» Germania Ovest.

Le richieste di Tsipras

La Grecia, peraltro, aveva già da tempo chiesto risarcimenti alla Germania. Il mese scorso, riferisce The Indipendent, il primo ministro greco Tsipras aveva detto: «Il governo greco lavorerà per onorare pienamente i suoi obblighi. Ma, allo stesso tempo, lavorerà affinché tutti gli obblighi non assolti nei confronti della Grecia e del popolo greco siano soddisfatti». Tsipras adesso sta anche cercando di rinegoziare i 240 miliardi di euro del salvataggio che hanno evitato alla Grecia la bancarotta. E la Grecia dovrà versare 448 milioni di euro al Fondo Monetario Internazionale entro giovedì. Il ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis ha detto che la Grecia «intende rispettare tutti i suoi obblighi verso tutti i suoi creditori, all’infinito».

Il vicecancelliere: dibattito «francamente stupido»

Il vicecancelliere tedesco Sigmar Gabriel liquida le rinnovate richieste di Atene sulle riparazioni di guerra: «Francamente lo trovo stupido» ha detto a proposito del dibattito in cui le rivendicazioni per il passato vengono collegate agli aiuti finanziari per la crisi. Le due cose non hanno nulla a che fare l’una con l’altro, ha aggiunto il ministro dell’Economia. Questo dibattito non porta «la stabilizzazione della Grecia di un millimetro avanti» secondo Gabriel.

Fonti Ue: «La Grecia va in direzione sbagliata»

Intanto, stando a fonti Ue, le misure della lista di Atene stanno andando «nella direzione sbagliata» in quanto «non sono abbastanza mirate ai più vulnerabili» e così «aprono la porta anche ad altri beneficiari». Da Bruxelles sottolineano che «non ci sono stati molti sviluppi sulla lista in queste settimane» e che ci sono «molte domande senza risposta». CdS 7

 

 

 

 

Elezioni Comites. Lo spoglio delle schede sabato 18 aprile. Solo poco più di 20 mila votanti in Germania

 

Ultimi giorni disponibili per far arrivare in Consolato il plico con il proprio voto. Scade infatti alla mezzanotte del 17 aprile il termine per queste travagliate elezioni dei Comites.

Quest’anno, come noto, i connazionali hanno dovuto iscriversi in un elenco degli elettori, esercitando il cosiddetto diritto d’opzione. Solo agli iscritti il Consolato ha inviato il plico con il materiale elettorale che dovrà tornare al mittente, come detto, entro la mezzanotte di venerdì 17 aprile.

Lo spoglio dei voti sarà svolto in ogni Consolato competente per circoscrizione. Con apposito decreto, tutte le sedi hanno istituito uno o più seggi nella giornata di sabato 18 aprile.

Lo spoglio delle schede verrà eseguito senza interruzioni dal mattino fino a sera, se non tarda serata nei casi delle circoscrizioni con più iscritti.

I primi risultati, dunque, saranno disponibili – anche tenendo presente i diversi fusi orari – tra domenica 19 e lunedì 20 aprile.

Quasi 243mila i votanti, pari al 6,5% degli aventi diritto al voto. Chi non avesse ancora ricevuto il plico elettorale al proprio indirizzo, potrà chiedere un duplicato in Consolato. 

In Germania gli iscritti a votare sono 20.207, pari al 3,67 dei potenziali elettori, che ammontano a 546.498. In alcune città, come per esempio a Berlino, i votanti non arrivano neanche a mille. Dip

 

 

 

 

La circolare di Laura Garavini ai democratici in Europa,

 

Stiamo approvando leggi, in Italia, che per decenni erano tabù. Ad esempio contro la corruzione, un problema gravissimo, di cui mi sto occupando sin dal mio ingresso in Parlamento. Con i Governi di destra in Italia, la corruzione è stata tollerata e addirittura favorita dal punto di vista normativo. Berlusconi, appena andato al Governo, abolì il reato di falso in bilancio e dimezzò i termini per la prescrizione del reato di corruzione, provocando la morte di numerosi processi. Oggi siamo in dirittura d'arrivo con due leggi fondamentali per la lotta alla corruzione. Abbiamo appena votato il ripristino del reato di falso in bilancio, che è lo stratagemma inventato dai corruttori per creare fondi neri nei bilanci aziendali, da usare per le mazzette. Inoltre abbiamo allungato i tempi di prescrizione dei processi, soprattutto quelli per corruzione. Significa che un reato, una volta commesso, non resta impunito solo perchè è passato troppo tempo. Sono leggi strategiche per un contrasto serio alla corruzione. Leggi che per anni sono state volutamente cancellate ed impedite dai Governi di destra. E che oggi invece diventano realtà.

 

Anche a Belgrado, in prima fila per la legalità

La corruzione non è un problema solo italiano. È un male molto diffuso, che trova terreno fertile in molti paesi, anche là dove si  realizzano appalti internazionali. Ne ho parlato a Belgrado, nel corso di un convegno organizzato dall’Osce (l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa), in cui ho sostenuto che la corruzione è un vero e proprio attentato alla democrazia di un paese. Altera la libera concorrenza, riduce la qualità dei servizi, provoca la lievitazione del costo delle opere pubbliche, frena sviluppo ed occupazione. E' come un furto, in cui vengono favoriti pochi, a svantaggio dell'intera società. Ecco perchè è necessario dotarsi di strumenti idonei a sradicarla, in Italia, in Europa, ma anche in paesi di prossima adesione, come la Serbia.

 

Nuove emigrazioni in Europa: al convegno del Pd di Bruxelles

Andare all'estero non è un problema. E' una risorsa, sia per i singoli che per il paese, di arrivo o di partenza. Ma solo se è frutto di una scelta e se si realizza una circolazione dei cervelli. Diventa invece un problema se si tratta di una fuga definitiva, per mancanza di opportunità e di prospettive. Ne ho parlato il fine settimana a Bruxelles, ospite del locale Pd e di Francesco Cerasani insieme a tanti altri circoli del Pd in Europa. Per arginare la fuga dei cervelli non bastano gli incentivi a favore del rientro, messi in campo con la Legge Controesodo e appena prorogati fino al 2017. Bisogna rendere più attraente il nostro Paese, in modo che chi se ne va all'estero, per raccogliere utili esperienze, sia allettato a tornare e a restare. Ed è ciò che stiamo riuscendo a fare con il Governo Renzi. Si vedono infatti i primi segnali di ripresa, frutto delle misure messe in atto dal Governo: 76.000 aziende tra gennaio e febbraio 2015 hanno inoltrato le pratiche amministrative per assunzioni a tempo indeterminato. E gli ordinativi nel settore industriale sono schizzati al +5,6%. Mentre l'Istat rileva la ripresa dei consumi da parte delle famiglie. Sono segnali ancora piccoli, ma molto incoraggianti, che dimostrano che stiamo andando nella direzione giusta.

 

Italiani all'estero: valore aggiunto nel mondo globale di oggi

Ho parlato del ruolo dei concittadini nel mondo anche ad una altra iniziativa tenutasi a Cattolica Eraclea, in provincia di Agrigento, ospite del collega Tonino Moscatt, del Sindaco, Nicola Termine e del Consigliere, Giuseppe Vizzi. I connazionali residenti all'estero possono contribuire all'internazionalizzazione delle loro terre di origine. In un mondo globalizzato, alla ricerca di profili professionali capaci di muoversi a livello internazionale, potere contare su concittadini emigrati ed abituati a vivere in più culture può rappresentare un valore aggiunto prezioso per un determinato territorio. Bisogna però sbarazzarsi dell'idea che l'emigrazione sia un qualcosa di negativo. Al contrario: può trasformarsi in un volano di crescita e sviluppo. Lo dimostrano persone come Antonio Priolo, Baldo Martorana e tanti altri connazionali originari di Cattolica Eraclea, che hanno seguito in diretta l'iniziativa da Ludwigshafen. O persone come Liborio Ciccarello, intervenuto egli stesso alla serata. Adesso a livello territoriale la sfida consiste nel proseguire con la messa in rete di aziende, scuole, operatori turistici, professionalità - locali ed emigrate. I concittadini all'estero, integrati nei paesi di residenza e conoscitori di almeno due culture, possono dare un importante contributo alla ripresa economica, sociale e culturale del nostro Paese.

 

Una vittoria per le donne italiane

È un risultato importante e affatto scontato. Anzi, strada facendo, sembrava impossibile da raggiungere. Invece alla fine abbiamo avuto la meglio: anche in Italia le donne potranno acquistare la 'pillola dei cinque giorni dopo' come in tutto il resto d'Europa, senza dovere presentare nè una ricetta, nè un test di gravidanza. Solo alle minorenni sarà richiesta la ricetta medica, allo scopo di evitare il rischio di un uso frequente e ripetuto della pillola stessa.

E' una buona notizia per le donne italiane, che non saranno costrette a recarsi all'estero per esercitare quei diritti che l'Europa garantisce loro. Sono molto grata a tutte quelle colleghe che hanno sostenuto e condiviso la mia battaglia, ad esempio Elena Carnevali, Donata Lenzi, Silvia Fregolent, Cinzia Fontana, Giuditta Pina e Roberta Agostini.

 

L’Europa non sia una fortezza blindata, contro i migranti

Nel novembre del 2014 sono sbarcati in Europa un numero di richiedenti asilo cinque volte più grande rispetto allo stesso periodo di un anno prima. Le guerre scoppiate in Medio Oriente e la minaccia rappresentata dal terrorismo islamico stanno provocando massicce ondate migratorie verso l'Europa. I rifugiati arrivano soprattutto via mare, sui barconi della morte, gestiti da criminali senza scrupoli. Ne ho parlato in aula, intervenendo sulle linee di politica estera presentate dal Ministro agli Esteri, Paolo Gentiloni.

E ne ho parlato anche a Wolfsburg, ospite di Franco Garippo e del sindacato IG Metall, ribadendo quanto sia necessario e urgente che l’Unione Europea adotti una politica migratoria comune. Una politica europea che garantisca la possibilità di richiedere asilo già nei Paesi di partenza, che potenzi le operazioni umanitarie di salvataggio navale e che si impegni maggiormente nei paesi di origine per il contrasto alla povertà, e per il ripristino di condizioni di pace e di sviluppo. Non possiamo lasciare che il Mediterraneo si trasformi in un enorme cimitero a cielo aperto. E' prezioso constatare che, anche su temi così controversi, c'é piena sintonia con i colleghi tedeschi, sia della Spd, che del Sindacato. Negli interventi di Achim Bachmann, deputato al Bundestag, Tina Glosemeyer, consigliere regionale e Hartwig Erb, presidente dell'IGM di Wolfsburg, sono emersi analisi ed intenti del tutto convergenti a quelli che portiamo avanti come Partito Democratico, come Governo e come Parlamento. Buon segno per l'Europa.

 

Una nuova era in materia di gioco d’azzardo

L’epoca di eccessiva liberalizzazione e di selvaggio far west in materia di gioco d’azzardo ha finalmente le ore contate. Negli ultimi anni il fenomeno ha conosciuto una crescita abnorme, provocando l'esplosione del numero delle persone dipendenti da gioco d'azzardo. Adesso il Governo sta per presentare un decreto col quale va a regolamentare la materia. Lo ha confermato il Sottosegretario Baretta, accogliendo la mozione del Pd, a mia prima firma, discussa in aula la settimana scorsa.

Il decreto recepisce numerose delle richieste da me sostenute da anni, ad esempio: il divieto di accesso ai minori nelle sale in cui si pratica il gioco d’azzardo, limiti alla pubblicità, misure di contrasto al riciclaggio e tutta una serie di interventi volti a contrastare le infiltrazioni della criminalità organizzata nel gioco. E’ molto importante che si favorisca la legalizzazione del gioco d’azzardo  e che si prevedano criteri nazionali per la concessione di autorizzazioni. Numerose inchieste negli ultimi anni hanno infatti dimostrato come le mafie siano riuscite ad infiltrarsi nel settore, traendone enormi profitti. La realizzazione di queste misure è un ulteriore significativo segnale di svolta per il nostro Paese.

 

Pd ed Spd uniti, per dare voce ai cittadini d’Europa

Per ritrovare fiducia nel progetto europeo bisogna individuare risposte politiche comuni ai numerosi problemi con cui l'Europa si trova a doversi confrontare. Contemporaneamente bisogna far sì che i cittadini si sentano parte integrante di queste scelte, così che non le subiscano come qualcosa di imposto dall'alto, ma se ne sentano protagonisti e si riavvicinino all'Europa. In questa duplice sfida i Parlamenti nazionali possono giocare un ruolo importante, contribuendo ad una maggiore democratizzazione e trasparenza dei processi decisionali. Ne abbiamo parlato alla Camera dei Deputati, al convegno 'Più integrazione Europea. La sfida dei Parlamenti nazionali'. Insieme al Capogruppo della Spd al Bundestag, Thomas Oppermann e al nostro Presidente del Gruppo Pd, Roberto Speranza, sono intervenuti anche il Sottosegretario Gozi, ed il responsabile Affari Esteri del Pd, Enzo Amendola. Da tutti i nostri interventi è uscito chiaramente come SPD e Pd siano sulla stessa lunghezza d'onda e vogliano lavorare insieme per realizzare un’Europa più solidale, più democratica e più vicina ai problemi della gente. Anche questo è motivo di grande ottimismo. Laura Garavini, de.it.press

 

 

 

 

 

 

Passaporti per posta? Il sottosegretario Mario Giro risponde all’on. Garavini

 

ROMA - Nell’ottobre del 2014, Laura Garavini (Pd) chiedeva all’allora Ministro Mogherini se non si potesse estendere all’estero la nuova convenzione stipulata tra il Ministero dell’Interno e Poste italiane, in base alla quale il passaporto sarà spedito direttamente nelle case degli italiani che ne fanno richiesta. La parlamentare eletta in Europa, più in generale, chiedeva anche di “predisporre al più presto un piano di semplificazione e di accelerazione delle procedure di richiesta e consegna dei passaporti agli italiani all'estero iscritti all'AIRE”.

A risponderle è stato il sottosegretario Mario Giro che, con l’occasione, sintetizza le innovazioni introdotte dalla Farnesina negli ultimi mesi, non prima di ricordare che “il Ministero dell'interno, per il tramite delle questure, è delegato dal Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale (MAECI) al rilascio del passaporto elettronico sul territorio nazionale mentre il MAECI conserva la competenza esclusiva al rilascio del medesimo documento all'estero. La Questura concede il nulla osta e la delega al rilascio del passaporto ai soli cittadini italiani residenti in Italia che per svariati motivi si trovino a richiedere il passaporto presso un'ambasciata o un consolato all'estero”.

Il Viminale, continua Giro, “ha istituito una procedura informatica che snellisce le verifiche presso la questura competente dei requisiti ostativi all'emissione del passaporto; è al contempo allo studio una procedura che preveda il collegamento informatico al casellario giudiziale per ridurre ulteriormente i tempi di verifica”. La Farnesina, dal canto suo, “nel corso degli ultimi anni ha intrapreso un processo di rinnovamento investendo sull'uso della tecnologia per semplificare le pratiche burocratiche e ridurre il più possibile i tempi di attesa per la fornitura dei servizi consolari”.

“Per quanto attiene al settore passaporti, ha avviato alcuni progetti che stanno producendo i risultati attesi”, rileva il sottosegretario. “È questo il caso del funzionario itinerante, un'iniziativa avviata nella seconda metà del 2010 con l'introduzione dell'utilizzo di una postazione mobile per la raccolta dei dati biometrici ai fini del rilascio del passaporto. Il servizio, pensato per alleviare il disagio dei connazionali che risiedono in Paesi caratterizzati da notevoli distanze, ha dato prova di rappresentare un utile strumento a disposizione del Ministero per garantire i consueti servizi nell'ambito della riorganizzazione della rete diplomatico-consolare attualmente in corso”.

“Un altro progetto – aggiunge Giro – riguarda l'estensione ai consoli onorari della facoltà di captazione dei dati biometrici dei connazionali richiedenti il passaporto, per il successivo rilascio dei libretti da parte dei consolati di prima categoria della circoscrizione consolare di competenza. A tale proposito la Farnesina ha deciso di sperimentare una nuova modalità operativa in Regno Unito e in Spagna, due paesi caratterizzati dalla presenza di forti comunità italiane anche in zone lontane dagli uffici diplomatico-consolari di riferimento. Di concerto con le sedi interessate, coinvolte nel percorso di individuazione di consoli onorari di assoluta affidabilità, la sperimentazione in questione è stata avviata per un periodo di due mesi, procedendo all'invio di otto postazioni mobili per la raccolta dei dati biometrici, così ripartite: due all'ambasciata d'Italia a Madrid; due al consolato generale d'Italia a Barcellona; quattro al consolato generale d'Italia a Londra. Una volta conclusa questa prima fase sarà possibile analizzare i costi e i benefici dell'iniziativa, tenendo conto anche delle imprescindibili difficoltà tecniche e normative connesse con il corretto uso delle postazioni mobili e con le prescrizioni di sicurezza e custodia delle stesse. Alla luce di tale analisi si potrà valutare se ed in quale misura estendere la nuova modalità operativa al resto della rete diplomatico-consolare, compatibilmente con le risorse umane e finanziarie a disposizione”.

Quanto alla consegna a domicilio dei passaporti per posta “tale modalità risulta già avviata presso diverse sedi estere. Tuttavia – precisa Giro – al riguardo è necessario sottolineare le particolarità che caratterizzano l'erogazione dei servizi ai connazionali all'estero. Nel caso specifico, il recapito a domicilio del passaporto non può prescindere dalla qualità del servizio postale dei singoli paesi, da cui dipende per l'appunto l'adozione di tale procedura. In particolare, - sottolinea – l'invio dei libretti può avvenire esclusivamente in paesi che garantiscano un elevato livello di sicurezza e di affidabilità a tutela non solo della privacy dei connazionali, ma anche dell'integrità di documenti di viaggio che rispondono a precise e rigorose disposizioni normative adottate a livello nazionale e internazionale, il cui deterioramento o smarrimento potrebbe ingenerare pericolose conseguenze anche dal punto di vista della sicurezza”. (aise 10) 

 

 

 

 

 

Riunito il Comitato per le questioni degli italiani all’estero

 

Il dibattito sulla nuova ripartizione geografica dei componenti del Cgie e sulle elezioni dei Comites - Micheloni: “Un così esiguo numero di partecipanti alle elezioni del 17 aprile comporterà senza dubbio un risultato elettorale disastroso e darà spazio a chi da tempo insiste sulla non rappresentatività dei Comites”

 

ROMA – Nella riunione odierna del Comitato del Senato per le questioni degli italiani all’estero si è parlato della riduzione del numero dei componenti del Cgie.  In apertura di seduta il presidente del Comitato Claudio Micheloni ha riferito le sollecitazioni ricevute la scorsa settimana dal Comitato di Presidenza del Consiglio Generale sulla questione della nuova ripartizione geografica dei membri del Cgie. Un cambiamento disposto dal Maeci in attuazione delle norme di riduzione delle spese per il Consiglio generale degli italiani all’estero, previste all’art 19-bis della legge 23 giugno 2014 n. 89, di conversione in legge, con modificazioni, del dl 66/2014. Su questo punto Micheloni ha evidenziato come la ripartizioni territoriali adottate, che tengono in considerazione il numero degli iscritti all’AIRE, determineranno uno squilibrio nella rappresentanza delle comunità presenti in America latina, Stati Uniti e Sud Africa e addirittura la scomparsa della rappresentanza in alcune significative aree come il nord Africa. 

Il presidente del Comitato, che definisce ‘un errore’ il parere favorevole espresso dal Cgie sul provvedimento,  segnala inoltre la  bassa percentuale di adesioni, pari al 6,5%, dei connazionali all’estero alle prossime elezioni dei Comites. “Un così esiguo numero di partecipanti – spiega il presidente del Comitato - comporterà senza dubbio un risultato elettorale disastroso e darà spazio a chi, già da tempo, insiste sulla non rappresentatività dei Comites per le collettività all’estero”. Micheloni ha poi evidenziato come la scarsa partecipazione alla vita associativa e la mancanza d’interesse da parte delle collettività di italiane all’estero, siano state prevalentemente determinate dalla mancata riforma degli stessi organismi di rappresentanza. “Una riforma – ha ricordato Micheloni - su cui il Senato si è molto impegnato nella scorsa legislatura, arrivando ad approvare un testo, fermato per volontà politica presso l’altro ramo del Parlamento”. Alla luce di queste riflessioni il presidente del Comitato ritiene quindi, urgente prevedere delle linee guida per una riforma complessiva della rappresentanza e il ripristino del numero dei componenti del Cgie.

Anche il senatore Carlo Pegorer (Pd) ha ricordato il dibattito svolto nella scorsa legislatura sulla riforma dei meccanismi di rappresentanza e il fatto che quell'’iniziativa legislativa fu interrotta per motivazioni di natura politica. Per Pegorer inoltre le valutazioni che hanno portato la scorsa primavera ad una riduzione dei componenti del Cgie sono state motivate, oltre che dalla necessità di ridurre le spese, dall’obiettivo di contenere il ruolo svolto dagli organismi di rappresentanza. Pegorer ha anche segnalato le difficoltà ad intervenire su questo provvedimento, volto alla riduzione dei componenti del Cgie, in quanto già approvato dal Parlamento. Alla luce di ciò il senatore del Pd ha quindi suggerito di prevedere una diversa articolazione territoriale dei 43 posti del Cgie rimasti. Secondo Pegorer infine spetterà proprio a chi vincerà le elezioni dei Comites del 18 aprile, la responsabilità di affrontare insieme al  Parlamento la riforma della rappresentanza degli italiani all’estero. Dopo l’intervento del vice presidente del Comitato Mario Dalla Tor (AP), che ha ricordato come il decreto sulla riduzione dei componenti del Cgie sia stato discusso solo alla Camera dei deputati lasciando al Senato soltanto il voto di fiducia, il senatore del Pd Francesco Giacobbe, eletto nella ripartizione Africa – Asia – Oceania- Antartide, ha sottolineato la necessità di avviare una riflessione su questa materia  dopo i risultati delle elezioni del 18 aprile. Giacobbe ha anche ricordato come alcune delle indicazioni avanzate dal Senato in merito alla presentazione delle liste elettorali avrebbero sicuramente contribuito ad aumentare il numero dei partecipanti al voto per i Comites. In merito alla nuova composizione del Cgie Giacobbe ha poi evidenziato l’esigenza di garantire i principi di consistenza e proporzionalità ed ha auspicato il ripristino del numero dei componenti del Cgie o, qualora non fosse possibile, l’applicazione di una divisione territoriale strettamente proporzionale all’interno delle singole aree. Dopo le parole del vice presidente del Comitato Claudio Zin (Maie), che ha segnalato come nel nuovo prospetto di divisione territoriale dei componenti Cgie non sia rappresentato il Paraguay, il senatore della Lega Nord Paolo Arrigoni ha chiesto ulteriori informazioni sulle percentuali che hanno determinato il numero dei componenti del Cgie per le singole aree e i motivi per cui alcune di esse non siano state prese in considerazione. Il presidente Micheloni, in chiusura di seduta, ha posto in evidenza il sentimento di abbandono che le collettività degli italiani all’estero esprimono nei confronti delle istituzioni del paese in ogni occasione d’incontro ed ha proposto l’avvio di una riflessione sui servizi per le collettività nel mondo che sono stati progressivamente eliminati dal 2006 ad oggi. Micheloni ha anche annunciato che esprimerà a titolo personale una sua valutazione sulle disposizioni di riduzione dei componenti del Cgie, sulle responsabilità politiche del fallimento delle prossime elezioni del 18 maggio e sulla riforma degli organismi di rappresentanza. La seduta è stata poi rinviata a domani. (Inform 1)

 

 

 

 

Nuovo Cgie. La risoluzione approvata dal Comitato del Senato

 

ROMA  - Nella seduta di questa mattina, il Comitato per le Questioni degli Italiani all’Estero del Senato ha approvato all’unanimità una risoluzione sulla composizione del nuovo Cgie.

Dopo la seduta di ieri, il Comitato è stato convocato dal presidente Claudio Micheloni (Pd) questa mattina a seguito dell’assegnazione dell’Affare “Composizione del Consiglio generale degli italiani all'estero”.

Dopo un breve dibattito, il Cqie ha approvato all’unanimità lo schema di risoluzione in cui, tra l’altro, si impegna il Governo a “emanare, in attesa della riforma, un decreto volto a ripristinare il CGIE con i precedenti criteri numerici e di rappresentatività”.

Di seguito il testo della risoluzione.

“Il Comitato per le questioni degli italiani all'estero,

premesso che in assenza di una necessaria e urgente riforma del Consiglio generale degli italiani all'estero e dei COMITES la decisione di ridurre il numero dei componenti del CGIE risulta incomprensibile;

considerato che nel 2011 il Senato ha approvato un disegno di legge di riforma della rappresentanza degli italiani all'estero che non è stato esaminato presso l'altro ramo del Parlamento;

rilevato che il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale ha previsto una revisione della spesa per il CGIE dimenticando numerosi altri capitoli di spesa dello stesso Dicastero;

tenuto conto del fatto che il decreto che prevedeva la riduzione del numero dei componenti del CGIE è stato approvato in Senato con voto di fiducia, senza alcuna possibilità di emendare e migliorare il testo;

preso atto che il ridotto numero di iscritti alle liste di elettori per il rinnovo dei COMITES, dal quale deriverà una ridotta e non adeguata partecipazione alla consultazione elettorale del prossimo 17 aprile, è dovuto alla mancata riforma della rappresentanza nella scorsa legislatura e al mancato accoglimento delle proposte avanzate da numerosi senatori;

impegna il Governo a:

- prevedere con urgenza le linee guida per la riforma della rappresentanza degli italiani all'estero;

- emanare, in attesa della riforma, un decreto volto a ripristinare il CGIE con i precedenti criteri numerici e di rappresentatività;

- assicurare la ripartizione geografica dei membri del CGIE in tutte le aree territoriali per garantire la rappresentatività di tutti i paesi dove sono presenti i Comites”. (aise 2) 

 

 

 

 

 

 

Iran, nucleare. Una vittoria della comunità internazionale

 

A Losanna, il gruppo E3+3 e l'Iran hanno raggiunto un'intesa sui principali parametri d’una sistemazione definitiva della questione nucleare iraniana. Si tratta di un'ulteriore tappa del processo che partendo dal Piano di Azione del novembre 2013 dovrebbe sfociare, nel mese di giugno, in un ‘Joint Comprehensive Plan of Action’ (Jcpoa) definitivo.

 

Il risultato di Losanna è riportato in una dichiarazione congiunta dell'Alto Rappresentante dell'Ue Federica Mogherini e del ministro degli Esteri iraniano Zarif. Il Dipartimento di Stato ha pubblicato sul proprio sito e con maggiori dettagli i "key parameters" dell’intesa.

 

Riduzione scorte e numero centrifughe

Visto sotto il profilo della Non proliferazione, un aspetto molto significativo è la forte riduzione del numero delle centrifughe che Teheran potrà utilizzare nei prossimi 10 anni (da 19.000 a meno di 6.000).

 

Ancora più rilevante è la riduzione delle scorte che da 10.000 Kg passerebbero a soli 300 Kg per un periodo di 15 anni. Le centrifughe più moderne e con maggiore capacità di arricchimento verranno sottoposte a ulteriori limitazioni.

 

Tali riduzioni e limitazioni costituiscono il principale obiettivo di partenza dei negoziatori americani e mirano a prolungare i tempi per fabbricare il materiale fissile per un eventuale primo ordigno iraniano.

 

La produzione di uranio arricchito potrà essere svolta nell'unico impianto di Natanz. Quello sotterraneo di Fordow potrà svolgere solo attività di ricerca.

 

Saranno più rigorose le ispezioni internazionali in base all'applicazione da parte dell'Iran del Protocollo addizionale dell'Aiea, che prevede verifiche intrusive anche nei siti non espressamente dichiarati. Gli ispettori dovrebbero quindi avere anche accesso all'impianto di Parchin che si sospetta potesse avere natura armamentistica.

 

Ispezioni, rinunce, limitazioni

Un'altra disposizione chiave è la rinuncia iraniana al riprocessamento del combustibile spento delle sue centrali. Si tratta della materia prima necessaria per la produzione del plutonio che, ancora più dell'uranio, è suscettibile di impiego militare. Si chiude quindi per l'Iran la possibilità di perseguire un percorso alternativo a quello dell'arricchimento.

 

L'insieme di tali disposizioni, che prevedono una serie di prestazioni unilaterali iraniane, potrebbe apparire come una capitolazione. Esso va tuttavia rapportato, soprattutto per quanto si riferisce al numero delle centrifughe e alle scorte, alle esigenze effettive dell'Iran e ai tempi previsti per gli adempimenti.

 

Nei prossimi 10/15 anni, l'Iran, se non intende costruire l'arma nucleare, non dovrebbe avere bisogno di grandi quantità di combustibile. L'unica centrale nucleare a scopi energetici (Busheher) che esso possiede viene infatti rifornita per contratto con combustibile russo.

 

Le esigenze potrebbero cambiare solo qualora l'Iran riuscisse a realizzare il suo ambizioso programma di costruire altre centrali che tuttavia non potranno vedere la luce prima di 15 anni.

 

Solo allora l'Iran potrebbe avere un effettivo bisogno di quantità molto maggiori di uranio leggermente arricchito. A quel punto però la maggiore produzione consentita dovrebbe essere rapidamente consumata nelle centrali, mantenendo sempre basse le scorte accumulate e quindi le possibilità di proliferazione.

 

Vantaggi anche per Teheran senza simmetrie

L'intesa ha inoltre il vantaggio, per l'Iran, di riporre il suo programma di arricchimento su un binario di legalità che ne consentirà il proseguimento. Il tutto verrebbe sancito da un'apposita risoluzione del Consiglio di Sicurezza. Ma la contropartita principale è evidentemente la sospensione delle sanzioni che verrebbe concessa dopo una verifica da parte dell'Aiea.

 

Non vi è, né vi poteva essere, una simmetria tra le prestazioni delle due parti negoziali che partono da posizioni di partenza asimmetriche. Si può sostenere però che vi sia una sostanziale equivalenza in termini di risultati raggiunti. Il clima di reciproco rispetto stabilitosi dovrebbe permettere ai negoziatori di "vendere" all'interno e all'esterno la validità del compromesso.

 

Chi emerge vincente è la comunità internazionale nel suo insieme poiché i risultati ottenuti in termini di contrasto alla proliferazione non erano mai stati raggiunti in precedenza con Paesi arrivati alla soglia nucleare.

 

L’esito di Losanna costituisce un indubbio progresso anche sul piano degli usi pacifici dell'energia nucleare e della disciplina del ciclo del combustibile nucleare, una materia che sinora è sfuggita alla codificazione internazionale.

 

L'arricchimento dell'uranio e la produzione del plutonio, anche se non espressamente autorizzati, non sono proibiti dalle norme internazionali. Con l'intesa raggiunta si sono stabiliti limiti e parametri che potrebbero costituire la base di una futura "regola d'oro" per disciplinare la complessa materia dell'arricchimento e del riprocessamento.

 

Si accrescono infine le possibilità che si apra sotto migliori auspici il vertice quinquennale del Trattato di Non proliferazione nucleare che si terrà a New York il prossimo mese di maggio e che vede come uno dei temi dominanti dell'agenda proprio la creazione di una zona priva di armi di distruzione di massa nel Medio Oriente.

 

Sono dunque molteplici gli argomenti che consentono di affermare, nonostante le critiche interne ed esterne prima e dopo l'accordo, che l'intesa di Losanna si pone come "a good deal".   Carlo Trezza, Ambasciatore, AffInt 7

 

 

 

 

Le ombre sull’accordo che cambierà il mondo

 

In tutti i grandi negoziati fermare l’orologio e continuare a trattare equivale a escludere la possibilità di un fallimento. Troppo gravi sarebbero le ricadute politiche per chi, volendo fare la storia, scopre invece di doversi arrendere alla sconfitta. Ma escludere il fallimento non significa garantire il successo, e il confronto nucleare di Losanna tra l’Iran e le potenze occidentali fiancheggiate da Russia e Cina ha sfiorato più volte il disastro prima di riuscire, ieri sera, a produrre un accordo-quadro che nelle limitazioni al programma nucleare di Teheran va al di là delle attese e incoraggia le parti a negoziare ancora per giungere all’intesa definitiva entro la fine di giugno.

Letta congiuntamente dal ministro degli Esteri iraniano Zarif e dalla responsabile europea per la Politica estera Mogherini (che nella circostanza rappresentava anche Usa, Russia e Cina), la dichiarazione messa a punto dopo otto giorni e sette notti di lavoro nasce da uno scambio di concessioni tra le due parti del tavolo: l’Iran accetta la volontà dei suoi interlocutori di impedirgli l’accesso all’armamento nucleare per un lungo periodo di tempo, in contropartita di una revoca sollecita e poco condizionata delle sanzioni economiche decise contro Teheran dagli Usa, dall’Europa e dall’Onu. Il numero delle centrifughe iraniane sarà ridotto di due terzi, le ispezioni con totale diritto di accesso dureranno dieci anni ma la «supervisione » resterà poi attiva per altri quindici, lo stock di uranio già arricchito sarà ampiamente neutralizzato e gli arricchimenti nuovi non andranno comunque oltre il 3,67 per cento (per l’atomica serve quota 90). In cambio, è stato previsto un sistema di ispezioni mirate per revocare man mano le sanzioni se i patti risulteranno rispettati da parte iraniana, il che consentirà sulla carta un sollecito ritorno dell’Iran nell’economia mondiale. Compresa l’esportazione di greggio, che potrebbe abbassarne ancora il prezzo.

Quanto basta per consentire a Obama di esaltare la strategia da lui scelta nei confronti di Teheran sul doppio binario delle sanzioni e del dialogo negoziale, una strategia che a suo avviso anche il Congresso dovrebbe ora apprezzare. Quanto basta, forse, anche per mandare in archivio trentasei anni di aspra ostilità tra America e Iran, e per modificare di conseguenza gli equilibri mediorientali già scossi dagli estremismi sunniti e dal timore di un allargamento delle ambizioni sciite.

Ma se Obama e il suo negoziatore Kerry parlano di un «grande giorno», un segnale di necessaria cautela giunge dalle parole dei delegati iraniani che ridimensionano di molto il contenuto effettivo delle loro concessioni. Anche all’ora dei sorrisi sono i fronti interni dei due protagonisti del negoziato a tenere banco. Il capo della Casa Bianca aveva bisogno di fatti concreti, di concessioni precise da parte dell’Iran per convincere il Congresso (che riapre tra dodici giorni) ad aspettare il nuovo round negoziale prima di adottare eventuali nuove sanzioni contro Teheran. E dall’altra parte, poteva Zarif superare le linee rosse indicate più volte dalla «Guida suprema» Khamenei in tema di sovranità e di diritto al nucleare (pacifico, afferma Teheran)? E poteva il presidente Rohani inviare a Losanna istruzioni ancor più flessibili, senza sapere se l’ambiguo Khamenei e dietro di lui i militari, i nazionalisti, gli avversari personali ne avrebbero approfittato per accusarlo di tradimento?

Questi condizionamenti non spariranno nei prossimi mesi. L’accordo preliminare di Losanna dovrà dimostrare davvero, davanti al Congresso e davanti a Khamenei, di essere stato l’annuncio di una svolta storica che cambierebbe il mondo. Dovrà dimostrare di poter garantire la sicurezza di Israele, dando torto alle preoccupazioni di Netanyahu che fino a prova contraria e definitiva conservano qualche fondamento. Dovrà dimostrare che l’opzione militare, evocata come possibilità in caso di rottura delle trattative, è destinata anch’essa all’archivio. E dovrà evitare, con una iniziativa politica dell’Occidente che deve partire subito, il diffondersi tra le monarchie del Golfo e oltre di una generica paura dell’Iran sciita foriera di nuove guerre e di nuovo terrore. Soltanto così Losanna oggi e l’accordo di fine giugno fra tre mesi risponderanno davvero all’entusiasmo del popolo iraniano, soprattutto a quello dei giovani che sperano in più benessere e più libertà. Franco Venturini CdS 3

 

 

 

 

 

Da Hanoi un grido di pericolo. Preservare le risorse mondiali al servizio dell’umanità.

 

Insieme ai parlamentari Pierferdinando Casini, Francesco Amoruso e ad alcuni funzionari ho partecipato alla 132esima Assemblea Interparlamentare che si è svolta al National Convention Centre di Hanoi, Vietnam (28 marzo – 1 aprile 2015). Quattro giorni di intensi lavori, durante i quali ho avuto modo di incontrare la Delegazione Siriana e di visitare Casa Italia di Hanoi, l’ex residenza dell’Ambasciatore trasformata in un Centro di diffusione della lingua, della cultura e del Made in Italy.

 

Nel millenovecentocinquanta, il tempo della nostra infanzia, gli abitanti della terra erano due miliardi e mezzo. Oggi sono triplicati. Sono oltre sette miliardi ed una quantità sempre maggiore di popolazione mondiale pretende migliore qualità di vita, che comporta accresciuti consumi energetici e alimentari. La terra è la stessa di 65 anni fa, e sarà la stessa anche fra 35 anni quando saremo dieci miliardi. La terra del terzo millennio - con i suoi nuovi meccanismi socio-economici, con le sue diverse dinamiche del lavoro e della definizione di modelli di sviluppo - ha bisogno di un profondo ripensamento, di un nuovo sforzo culturale che tenga conto di esigenze di sostenibilità ignorate sino a pochi anni fa. Oggi il superamento del concetto di inesauribilità è ormai un convincimento diffuso. Bisogna limitare il consumo di risorse naturali, produrre diversamente, recuperare e riciclare quanto più possibile i materiali, viaggiare con mezzi alimentati da energia autoprodotta e rinnovabile. Questi obiettivi devono essere alla base delle scelte dei legislatori in tutto il mondo.

Costruire e vivere sostenibile

Le assemblee nazionali rappresentano, quindi, gli attori principali del cambiamento sostenibile. L’esauribilità delle risorse energetiche e quella del territorio abbisognano di una risposta globale. Il terzo millennio impone questo cambio di prospettiva. Ripensare le attività umane in chiave di “costruire e vivere sostenibile” significa dunque imprimere un forte cambio di passo.La sfida affrontata ad Hanoi, nella capitale del moderno Vietnam, dalla vasta assemblea dei rappresentanti i parlamenti del mondo è proprio questa: passare dalle parole ai fatti. Rendere la sostenibilità ambientale e sociale come pre-condizione delle attività economiche e delle conseguenti scelte politiche. La sostenibilità ruota attorno a due elementi fondamentali, energia e cibo, che sono anche i temi di EXPO 2015 che si aprirà a Milano il primo maggio prossimo. Ma entrambi gli elementi sono condizionati da un terzo la cui gestione è importantissima e strategica per costruire un modello di sviluppo sostenibile: l’acqua, anch’essa oggetto delle nostre preoccupazioni e delle nostre proposte d’azione.

Energia, cibo e acqua

L’accesso all’acqua potabile è entrato a far parte dei diritti umani che noi siamo chiamati a tutelare. Trascurarne la salvaguardia avrebbe inimmaginabili ricadute sulla possibilità di nutrimento di ampie fasce di popolazione, innescando tensioni socio-economiche, guerre, così come è stato tante volte nel corso della storia - anche recentissima - e finendo persino per diventare mezzo non convenzionale di offesa bellica, come ad esempio in Irak ove gli attacchi infami dell’ ISIS puntano al controllo delle dighe perché dal controllo dell’acqua discende il potere in quella regione. Bisogna dunque difendere le risorse idriche esistenti, razionalizzarne l’uso, creare moderne infrastrutture per la loro distribuzione a fini irrigui e potabili e dall’altro proteggere le città costiere dall’innalzamento del livello dei mari e lungo i fiumi dagli eventi meteorologi estremi che causano alluvioni e inondazioni. Acqua ed energia: è su questi campi che si gioca la partita principale della sostenibilità ambientale perché il modello di sviluppo del pianeta dipende dal modo in cui nei prossimi anni gestiremo le risorse nell’interesse dell’umanità intera.

Negoziato internazionale a Parigi

Il negoziato internazionale sui cambiamenti climatici, che speriamo ci porti a Parigi nel dicembre prossimo alla firma di un accordo sottoscritto da tutti, sarà il luogo in cui si decide una buona parte di quello che sarà il futuro socio economico del pianeta. I governi hanno le proprie responsabilità e i parlamenti hanno il dovere di esercitare la propria funzione legislativa svolgendo un’azione di stimolo e indirizzo politico a garanzia e presidio dell’esercizio dei diritti dei cittadini e per armonizzare la produzione mondiale alla luce del concetto di sostenibilità.

Ad una così rapida intensificazione delle relazioni economiche internazionali prodotte dalla globalizzazione in atto deve corrispondere una linea di indirizzo che solo i parlamenti, in coordinamento tra loro, possono assicurare. Si tratta di un esercizio di responsabilità a cui non possiamo sottrarci perché chiama direttamente in causa la nostra responsabilità verso le generazioni che verranno. Gianni Farima, de.it.press 11

 

 

 

 

 

Yemen, la polveriera. La Nato araba scende in campo

 

Il primo seme fu piantato 70 anni fa, quando l’Egitto invitò i capi di governo di diversi paesi arabi ad Alessandria per discutere il progetto di una federazione araba.

 

Guidati dal Cairo, uno sparuto gruppo di Paesi arabi unì le forze creando il primo nucleo di quella che diventerà, nel 1945, la Lega Araba, un’istituzione che sin da subito si concentrò sulla cooperazione tra i Paesi membri, immaginando anche un’integrazione militare.

 

L’obiettivo di un esercito comune apparve da subito molto ambizioso e continua ad esserlo fino ai giorni nostri. Pur non essendo mai stato realizzato - soprattutto a causa delle divisioni interne alla Lega Araba che è oggi condizionata dall'alleanza saudita-egiziana, da quella turco-qatariota e dalla mezzaluna sciita - è rimasto sullo sfondo, conquistando poi la ribalta in occasione dell’ultimo vertice conclusosi domenica scorsa sulla costa di Sharm el-Sheikh.

 

Vertice della Lega Araba

Sfruttando il pretesto dell’escalation di violenza in Yemen, il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha infatti chiamato a raccolta i membri della Lega Araba chiedendo loro di accantonare i punti di divergenza e di unire una volta per tutte le forze contro le minacce destabilizzatrici della regione.

 

Anche se il pericolo presentato come più urgente è quello proveniente dallo Yemen, a spaventare l’Egitto sembra però soprattutto il confine con la Libia.

 

Le parole con le quali Al-Sisi ha annunciato che gli stati della Lega araba hanno accettato di formare un fronte militare comune per affrontare le minacce securitarie suonano quindi come storiche alle orecchie di quanti ricordano che fu solo nel ’73 che i Paesi membri riuscirono a unirsi per combattere contro il nemico comune, Israele.

 

Da allora, il progetto dell’esercito arabo è rimasto accantonato nel cassetto. Per rispolverarlo una volta per tutte, evitando veti paralizzanti, è stata ora adottata la formula dell'adesione volontaria e indiscrezioni parlano di una dotazione di 40 mila uomini con aerei, navi e mezzi blindati leggeri con quartier generale in Egitto o Arabia Saudita.

 

Nei prossimi quattro mesi, una commissione di alto livello si metterà al lavoro per definire la struttura e i meccanismi di cui si servirà in futuro questo esercito comune.

 

Yemen, l’ex Vietnam egiziano

La questione yemenita ha quindi spinto i Paesi della Lega a riaprire un dossier che sembrava ormai sotterrato da una serie di questioni ritenute più urgenti.

 

Il tutto grazie all’iniziativa dell’Egitto, paese che non solo sostiene il presidente sunnita ad interim Abdu Rabu Mansur Hadi, ma che ha anche avuto uno ruolo importante nella storia dello Yemen.

 

Non solo l’allora raìs egiziano, Gamal Abdel Nasser, ispirò il colpo di stato degli Anni ’60 che portò alla deposizione della monarchia, ma il Cairo partecipò anche a quella che gli storici ricordano come la guerra del Vietnam egiziana, ovvero il conflitto civile tra sostenitori della repubblica e della monarchia.

 

L’attuale intervento armato dell’Egitto in Yemen riflette però le alleanze che al momento definiscono le dinamiche della regione.

 

Il Cairo, tenuto in vita dai generosissimi assegni delle petro-monarchie, è uno stretto alleato dei sauditi. L’ossigeno che tiene in vita l’Egitto ha però un prezzo. Ecco perché Al-Sisi non può dispensare il suo esercito - il più forte della regione - da un conflitto che Riad ritiene di vitale importanza.

 

Una battaglia decisiva nella Guerra Fredda mediorientale che vede sunniti e sciiti competere per la supremazia regionale.

 

Preoccupazioni egiziane: Suez e Libia

Guerra per procura a parte, schierando una dozzina di navi verso Babel-Mandeb, Il Cairo vuole anche controllare le acque del Golfo di Aden. L’Egitto teme infatti che i ribelli yemeniti possano condizionare questo snodo cruciale del commercio globale dal quale dipende la navigazione verso il Mar Rosso e attraverso il Canale di Suez. Aden è infatti l’ultimo feudo di Hadi.

 

Anche se a Sharm el Sheikh si è parlato soprattutto di Yemen, Golfo di Suez a parte, le preoccupazioni egiziane provengono soprattutto dal confine libico. È qui che Al-Sisi vorrebbe vedere all’opera il neonato esercito comune per sconfiggere quegli islamisti imparentanti con i suoi principali avversari interni.

 

Il “nuovo” regime egiziano vuole infatti ampliare il raggio della sua guerra contro l’Islam politico, eliminando anche i membri e i sostenitori libici della Fratellanza Musulmana, confraternita nuovamente bandita lungo il Nilo.

 

Dopo una serie di bombardamenti contro quelle che sono state descritte come “roccaforti jihadiste” in Libia, l’Egitto ha infatti chiesto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu “una risoluzione per un intervento internazionale in Libia”.

 

Il Palazzo di Vetro ha però preferito proseguire sul sentiero negoziale, scartando anche l’altra proposta egiziana di porre fine all’embargo delle armi sulla Libia.

 

Rispettando le decisioni Onu, l’Egitto sta ora aspettando i risultati dei negoziati. Tra gli strateghi egiziani c’è già chi, scommettendo sul fallimento della diplomazia, sta immaginando un’eventuale operazione di terra sotto la bandiera della Lega Araba.

 

La Libia non è però lo Yemen e non è detto che si trovino volontari sufficienti per fare scendere in campo questa nuova Nato araba.

Azzurra Meringolo, ricercatrice presso lo IAI, AffInt 2

 

 

 

 

 

Cuba-Usa. Dopo la lunga frattura. Ma il traguardo degli Usa è riavvicinare l’America Latina

 

I l presidente degli Stati Uniti ha fretta. Dopo avere impiegato buona parte del suo primo mandato nel tentativo, non sempre riuscito, di liberare il suo Paese dal fardello delle due guerre di George W. Bush, Obama è impegnato in operazioni che potrebbero modificare l’immagine e il ruolo internazionale degli Stati Uniti.

Come nel caso dell’Iran, anche in quello di Cuba il presidente sarà bersaglio di molte critiche, non solo dei suoi avversari politici. Gli verrà rimproverato di avere conferito legittimità internazionale a un regime tirannico, di non avere preteso da Raúl Castro impegni formali sul rispetto dei diritti umani e civili. Ma Obama può rispondere, non senza ragione, che la politica dell’embargo, dopo essere stata praticata per più di mezzo secolo, non ha dato alcun risultato.

I Castro sono sempre al potere e il cambiamento di regime, che gli Stati Uniti speravano di provocare con le sanzioni, non ha avuto luogo. È opportuno continuare ad adottare misure che hanno colpito la popolazione molto più di quanto abbiano ferito il regime? P er favorire i mutamenti con altri mezzi, Obama dispone ora di una carta che i suoi predecessori non avevano. Per parecchi decenni i cubani della Florida, ormai cittadini americani, condizionavano la politica degli Stati Uniti riservando i loro voti ai candidati che promettevano di non revocare l’embargo. Oggi, due generazioni dopo l’inizio dell’esilio, sembrano soprattutto desiderosi di visitare l’isola, di aiutare i parenti rimasti in patria, di sfruttare e allargare le modeste aperture del regime. Se la politica di Obama favorirà i viaggi e gli scambi, i cubani della Florida potrebbero avere, all’interno della società cubana, il ruolo di una provvidenziale quinta colonna.

 

È possibile che il quadro politico latino-americano favorisca Obama. Il fronte anti-yankee, che si era costituito durante i due mandati di George W. Bush, si sta logorando. In Venezuela Nicolás Maduro non sa come correggere la politica demagogica di Chávez e non ha il carisma con cui il suo predecessore incantava le folle. In Bolivia e in Ecuador, Evo Morales e Rafael Correa non esercitano più sul subcontinente l’influenza del passato. Nei due maggiori Paesi - Argentina e Brasile - l’economia è stagnante e l’immagine delle due donne al vertice dello Stato (Cristina Fernandez de Kirchner e Dilma Roussef) si è appannata.

Se eviterà lo stile di altri presidenti americani Obama troverà in America Latina nuovi spazi e nuove occasioni. Ma sarebbe stato più difficile coglierle se non si fosse sbarazzato della questione cubana. Per molti anni l’embargo è stato l’arma di cui i Castro potevano servirsi per mobilitare il patriottismo latino-americano contro l’arrogante impero del Nord.

Oggi, per merito di Obama, quell’arma è spuntata. Il presidente lo sa, ma occorre che anche una più larga area della società politica degli Stati Uniti ne sia consapevole. Sergio Romano CdS 12

 

 

 

 

 

La sensazione

 

La storia di questa nostra Repubblica è costellata d’eventi che, da imprevedibili, si sono resi attendibili cambiando, progressivamente, il profilo del Paese. Per il passato, le proposte andavano a buon fine perché c’era chi era in grado di decidere. Ovviamente, avendone la potestà politica. Però, questa è storia di ieri. Oggi la realtà è tanto differente e la Terza Repubblica è ancora tanto giovane. Apparentemente, non è cambiato nulla. I sussulti correlati al nostro Potere Legislativo ci hanno fatto intendere, anche se i segnali errano evidenti anche da prima, che per cambiare non basta più proporre e, quindi, avere progetti chiari, ma anche avere la forza politica per decidere gli emendamenti di cui la nostra Costituzione ha bisogno.

 Per la prima volta, almeno in modo tanto palese. Proporre e decidere viaggiano su binari che si stanno allontanando. Renzi, bontà sua, propone, il Parlamento, invece partorisce migliaia d’emendamenti che, di fatto, bloccano le premesse di quel cambiamento nel quale ancora crediamo. Quali sono i reali motivi di questo “freno”parlamentare? L’interrogativo è insito nelle premesse che potrebbero essere spunto per estrinsecare delle risposte. Invece, si preferisce girare “in tondo”, lasciando il sospetto che si consenta al Potere Esecutivo solo l’impegno propositivo. La volontà di decidere proprio ancora non la intravediamo.

Con la primavera, la crisi socio/politica è ancora in evoluzione. Perché, se così non fosse, il barcamenarsi degli eventi potrebbe essere anche un sistema per contrastare un’inerzia che non promette nulla di buono. Invece, la questione è troppo seria per sottovalutarne gli effetti prossimi e futuri. Se, entro l’anno, non saranno modificati alcuni articoli della nostra Costituzione c’è da credere che la legge elettorale, ovviamente quella “nuova”, resterà ancora nei cassetti delle commissioni parlamentari.

 Neppure Renzi, e il Partito che lo sostiene (PD), è riuscito a dare uno stimolo al sistema per determinare un effetto volano. Eravamo quasi sicuri che l’Esecutivo si sarebbe mosso a carte “scoperte”. Invece, tutto il gioco è ancora al “buio” di una partita che ha per posta il futuro della Penisola. Intanto le porte del Colle restano aperte. C’è da sperare che non s’accantonino opportunità che ancora si presenteranno. Sarebbe un errore assai grave e del quale Renzi e la sua Squadra dovrebbe dare delucidazione al Paese. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Strage a Milano. Le amnesie su giustizia e sicurezza

 

Va bene tutto, ma la meraviglia no. Non dopo che a Velletri parenti e amici di tre condannati per violenza sessuale avevano messo a ferro e a fuoco l’aula di tribunale, costringendo i giudici ad asserragliarsi per ore in una stanza ad aspettare i rinforzi come a un check-point di marines dispersi in Somalia. Non dopo che a Reggio Emilia in una causa di divorzio un uomo aveva ucciso la moglie e il cognato, sparato all’avvocato della donna e ferito un poliziotto prima di essere abbattuto da un altro agente casualmente in corridoio. Non dopo che a San Donato Milanese nel contesto di un’altra conflittuale separazione un padre aveva ucciso il figlio di 9 anni davanti agli assistenti sociali dell’Asl e si era suicidato. E nemmeno dopo che l’anno scorso a Nocera Inferiore - tribunale che come molti altri è senza metal detector, senza guardie agli ingressi, senza grate alle finestre dei giudici al primo piano e senza filtro interno perché dentro c’è persino un parcheggio comunale - un’udienza di sfratto era finita con il brutale pestaggio (braccio fratturato e denti rotti) del padrone di casa sottratto alla furia dell’inquilino solo dalla fortuita presenza di un magistrato cintura nera di arti marziali. La differenza con la strage di Milano è forse che questi eclatanti 13 proiettili sembrano di colpo risvegliare dall’amnesia sul congiunto bisogno di giustizia e sicurezza, e proiettare sull’ingigantita sanguinosa scala di 3 morti e 2 feriti l’ombra di quanto i tribunali siano oggi la prima e più esposta trincea, la calamita e al contempo la valvola di sfogo di sempre più rabbiose tensioni sociali, esasperate rivendicazioni economiche, aspre conflittualità familiari, represse frustrazioni personali.

 

Una miscela micidiale che, se trasforma in «nemici» simbolici i magistrati oggettivamente già bersaglio da parte di larghi strati della politica di quello «strisciante discredito» denunciato dal presidente della Repubblica, espone però al destino di capri espiatori anche gli avvocati che, proprio come nella commovente testimonianza della mamma del legale ucciso, tengono dritta la schiena deontologica e rifiutano di fare «la marionetta» del cliente.

Sul piano del contenimento dei rischi entro fisiologiche e mai del tutto eliminabili percentuali di imprevedibilità, non sarebbe difficile individuare utili correttivi, a patto però di fare seguire alle parole i soldi per le dotazioni tecnologiche e i fatti per rimediare alla disfunzionale sovrapposizione di competenze: quella che in molti casi, come sui 30.000 metri quadrati dei 7 piani di Milano, vede un ministero proprietario (Economia), un ministero utilizzatore (Giustizia), un ministero attore della manutenzione straordinaria (Infrastrutture), e un ente pubblico (il Comune) chiamato a pagare la manutenzione ordinaria con spese che poi un ministero (Giustizia) rimborsa non di rado in ritardo. Altrimenti resterà illusorio inseguire la singola risolutiva «falla» in un sistema di controlli nel quale la «falla» si riveli uno dei buchi di un sistematico groviera: traforato negli anni dalla riduzione dei budget e dal conseguente subappalto a società di vigilanza privata (peraltro non sempre di cristallina affidabilità) o persino ad agenzie di semplice portierato, della responsabilità di un potere tipicamente pubblico come il controllo della sicurezza nei luoghi dove si amministra giustizia.

 

Contenere l’eventuale paranoico tracimare della palude dell’odio dilagante e della rabbiosa rivalsa contro chi per conto dello Stato deve far pagare le tasse (come all’epoca dei pacchi bomba a Equitalia) o far rispettare le regole della convivenza (come nei tribunali), non basta però a bonificare questa palude. A togliere alibi alle esasperazioni e a bagnare le polveri della paranoia può forse in parte giovare anche rilegittimare lo strumento del processo (quello civile ancor più di quello penale) adeguandolo all’obiettivo per il quale ha senso: non solo distribuire torti e ragioni, ma (nel farlo) risolvere un problema in tempi accettabili e con percorsi comprensibili alle parti. Prima che a risolverlo fuori dalla giurisdizione sia il dispiegarsi dei rapporti di forza. Luigi Ferrarella  CdS 11

 

 

 

Iniziative dei cittadini: online la relazione della Commissione Europea

 

BRUXELLES/ROMA  - Negli ultimi tre anni, circa sei milioni di europei hanno sostenuto le iniziative dei cittadini europei (ICE) e hanno fatto sentire la loro voce per sottoporre direttamente all'attenzione dei responsabili politici europei cause di grande importanza. La Commissione ha pubblicato ieri  una relazione che analizza l'applicazione di questo nuovo strumento dalla data della sua entrata in vigore, il 1º aprile 2012.

Da quando è stato istituito il regolamento che istituisce l'iniziativa dei cittadini europei, due proposte dei cittadini hanno completato l'iter, questo dimostra che il regolamento è stato pienamente attuato, si sottolinea dalla Rappresentanza in Italia della Commissione Ue. La relazione riconosce tuttavia che la procedura può essere ancora migliorata e individua una serie di questioni sulle quali si dovrebbe aprire un dibattito con le parti interessate e le istituzioni.

Il primo vicepresidente Frans Timmermans ha dichiarato al riguardo: “'ICE contribuisce a rafforzare la fiducia nelle istituzioni europee e promuove la partecipazione attiva dei cittadini all'elaborazione delle politiche dell'UE. Dobbiamo riflettere su come utilizzare maggiormente e in modo più efficace questo importante strumento e assicurare che ne siano sfruttate appieno le potenzialità”.

A norma del trattato di Lisbona, se un'iniziativa dei cittadini raccoglie oltre un milione di dichiarazioni di sostegno (firme) per un settore nel quale la Commissione dispone della competenza per presentare una proposta legislativa, la Commissione deve discutere ufficialmente la questione e pubblicare una risposta sotto forma di comunicazione.

La relazione rivela che negli ultimi tre anni la Commissione ha ricevuto 51 richieste di lanciare un'iniziativa, 31 delle quali sono state registrate in quanto riguardavano settori di sua competenza. Sono 3 le iniziative che hanno finora raggiunto la soglia del milione di firme, mentre 12 sono giunte al termine del loro periodo di raccolta senza raggiungere tale soglia; per 3 iniziative si stanno ancora raccogliendo le dichiarazioni di sostegno e 10 sono state ritirate dagli organizzatori.

Sono state raccolte dichiarazioni di sostegno di cittadini in tutti i 28 Stati membri dell'UE. Si sono tuttavia verificate situazioni  in cui alcuni cittadini - spiegano dalla Rappresentanza in Italia -  non sono stati in grado di sostenere un'iniziativa a causa di requisiti differenti applicati nei diversi Stati membri. La Commissione sta conducendo discussioni costruttive con gli Stati membri interessati per affrontare tali questioni e ha adottato oggi misure per agevolare una soluzione del problema.

Anche la creazione di sistemi di raccolta delle firme per via elettronica è stata fonte di difficoltà per gli organizzatori, riducendo in alcuni casi il tempo a disposizione per raccogliere le dichiarazioni di sostegno. La Commissione ha offerto servizi temporanei di hosting per gli organizzatori e di recente ha commissionato uno studio sull'impatto delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione in relazione all'ICE, per cercare una soluzione duratura al problema.

L'iniziativa dei cittadini europei è stata introdotta dal trattato di Lisbona. Le relative norme e procedure sono stabilite da un regolamento adottato dal Parlamento europeo e dal Consiglio il 16 febbraio 2011, la cui applicazione è iniziata il 1º aprile 2012. Il regolamento prevede che, entro il 1º aprile 2015 e successivamente ogni tre anni, la Commissione presenti una relazione sull'applicazione dello stesso regolamento. (Inform 1)

 

 

 

 

G8 Genova, Corte Strasburgo condanna l'Italia per l'irruzione alla Diaz: fu tortura

 

La Corte europea dei Diritti dell'Uomo ha condannato l'Italia per tortura per l'irruzione delle forze dell'ordine alla scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001.

La Corte europea dei Diritti dell'Uomo ha stabilito all'unanimità che i maltrattamenti subiti dalle persone presenti nella scuola Diaz da parte delle forze dell'ordine "devono essere qualificati come 'tortura'", ai sensi dell'articolo 3 della Convenzione dei Diritti dell'Uomo. La decisione è nata dal ricorso presentato da Arnaldo Cestaro, 62enne all'epoca dei fatti, presente nella scuola al momento dell'irruzione della polizia e vittima di percosse che gli procurarono fratture multiple.

Secondo la Corte di Strasburgo, la mancata identificazione degli autori materiali dei maltrattamenti dipende "in parte dalla difficoltà oggettiva della procura a procedere a identificazioni certe, ma al tempo stesso dalla mancanza di cooperazione da parte della polizia".

Ma, secondo la Corte, il diritto penale italiano è anche "inadeguato e privo di disincentivi in grado di prevenire efficacemente il ripetersi di possibili violenze da parte della polizia".

In particolare per quanto riguarda il caso di Cestaro, "aggredito da parte di alcuni agenti a calci e a colpi di manganello", la Corte sottolinea "l'assenza di ogni nesso di causalità" fra la condotta dell'uomo e l'utilizzo della forza da parte della polizia nel corso dell'irruzione nella scuola. E i maltrattamenti "sono stati inflitti in maniera totalmente gratuita" e sono qualificabili come "tortura".

Inoltre la Corte europea dei Diritti dell'Uomo osserva che gli agenti che hanno aggredito Cestaro non sono mai stati identificati, non sono stati oggetto di un'inchiesta e restano "impuniti". E "si rammarica che la polizia italiana possa aver rifiutato impunemente alle autorità competenti la collaborazione necessaria per l'identificazione degli agenti".

Di fronte alla gravità dei fatti la reazione delle autorità italiane è stata "inadeguata", così come lo è il diritto penale italiano nel sanzionare e prevenire atti di tortura. Infine la Corte di Strasburgo rileva che il carattere del problema è "strutturale" e richiama l'Italia a "stabilire un quadro giuridico adeguato, anche attraverso disposizioni penali efficaci", munendosi di strumenti legali in grado di "punire adeguatamente i responsabili di atti di tortura o di altri maltrattamenti", impedendo loro di beneficiare di misure in contraddizione con la giurisprudenza della Corte stessa.

VINCITORE DEL RICORSO: SOLO CON IL REATO DI TORTURA MI SENTIRÒ DAVVERO RISARCITO - Arnaldo Cestaro, il protagonista del ricorso vinto alla Corte di Strasburgo sui pestaggi al G8 di Genova, si sentirà davvero risarcito solo quando sarà introdotto il reato di tortura. Il ddl che lo introduce è attualmente in discussione alla Camera. "I soldi non risarciscono il male che è stato fatto. E' vero, è un primo passo quello di oggi, ma mi sentirò davvero risarcito solo quando lo Stato introdurrà il reato di tortura", afferma Cestaro all'Adnkronos.

Arnaldo Cestaro, il 21 luglio 2001, era il più anziano dei manifestanti presenti nella scuola Diaz a Genova. Gli ruppero un braccio, una gamba e dieci costole durante i pestaggi. "Oggi ho 75 anni ma non cancellerò mai l'orrore vissuto. Ho visto il massacro in diretta, ho visto l'orrore del nostro Stato. Dopo quindici anni, le scuse migliori sono le risposte reali, non i soldi. Il reato di tortura è una cosa legale".

Appena ha saputo la notizia del ricorso vinto dai suoi legali, Dario Rossi e Nicolò Paoletti, Cestaro ha pensato: "Siamo davanti ad un primo passo". "Subito però - aggiunge - ho pensato all'orrore vissuto e mi è venuta tanta amarezza perché la legge sulla tortura avrebbe già dovuto essere introdotta da tempo. Fummo sottoposti a reali torture. Ne porto ancora le conseguenze e penso che, se il Parlamento non agirà, il male che hanno fatto a me lo faranno ad altri". Arnaldo Cestaro ogni anno torna a Genova sui luoghi del G8. Amici da riabbracciare, ma anche ricordi dolorosi. "E ogni volta penso che quello che abbiamo vissuto non deve più succedere", dice con amarezza.

FAMILIARI VITTIME: CORTE STRASBURGO CI RISARCISCE MORALMENTE - Per Enrica Bartesaghi, presidente del Comitato 'Verità e Giustizia per Genova', l'associazione che riunisce i familiari delle vittime dei pestaggi durante il G8, la sentenza della Corte di Strasburgo rappresenta un "risarcimento morale". La presidente del Comitato si trova in Francia insieme alla figlia Sara, che fu vittima dei pestaggi alla Diaz. "Si tratta di un precedente ottimo - afferma all'Adnkronos la presidente del comitato 'Verità e Giustizia per Genova - Un precedente che ci dà una risarcimento morale per le torture avvenute".

Arnaldo Cestaro non è il solo ad aver fatto ricorso a Strasburgo. "In tanti - sottolinea Enrica Bartesaghi - abbiamo presentato ricorso alla Corte di Strasburgo. Alcune decine di persone che hanno subito i pestaggi sia alla Diaz che a Bolzaneto. La decisione ci risarcisce moralmente perché dice chiaramente che a Genova, durante il G8, sono state fatte torture". La decisione mette anche in evidenza il fatto che il nostro Paese non ha una legislazione sul reato di tortura. "In Parlamento giacciono proposte di legge in tal senso da anni. Evidentemente le priorità del Paese sono altre, ma oggi la Corte di Strasburgo ha aperto un precedente ottimo. Un risarcimento morale visto che con tutte le prescrizioni accordate nessuno dei colpevoli si è fatto un giorno di galera", conclude.

IL PADRE DI CARLO GIULIANI: PASSO ATTESO DA TEMPO - "Quello di oggi è un passo importante, significativo. Un passo che si attendeva da tempo e che spero costringerà questo nostro povero Paese a prendere il provvedimento tanto atteso di introdurre il reato di tortura nell'ordinamento italiano" commenta all'Adnkronos, Giuliano Giuliani, padre di Carlo, il ragazzo ucciso a luglio del 2001 in piazza Alimonda durante gli scontri di piazza. "Spero, anche se è difficile sperare ancora, che questo Paese in ritardo su tutto - aggiunge Giuliano Giuliani - raggiunga ora gli altri Paesi civili e affronti la questione seriamente e introduca il reato di tortura".

AMNESTY: ORA INTRODURRE Il REATO DI TORTURA - Per Riccardo Noury, portavoce della sezione italiana di Amnesty International, quella di oggi è "un'ottima notizia. Un atto dovuto che fa giustizia dopo tutto ciò che è accaduto nella scuola Diaz a Genova nel luglio del 2001". "Auspico, a questo punto, che il governo italiano dia seguito a questa sentenza - dice Noury all'Adnkronos - e colmi la mancanza del reato di tortura nella legislazione italiana. Prima o poi ci dovrà essere un organo di giustizia italiano che pronuncerà quella parola: tortura". "Se l'introduzione del reato di tortura sarà possibile solo attraverso compromessi, allora si accetteranno anche i compromessi", aggiunge Noury, sottolineando: "Spero che questa decisione della Corte europea per i diritti umani dia una spinta e porti presto all'approvazione di una norma chiara, in modo che non ci possano essere interpretazioni ambigue da parte di nessuno. Mi piacerebbe che questa fosse, veramente, la volta buona".

Anche Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, morto il 22 ottobre 2009 durante la custodia cautelare, chiede l'introduzione nell'ordinamento italiano di una legge sul reato di tortura. "Da persona che ha condotto una vera e propria battaglia di oltre cinque anni e che, tuttavia, continua ad avere rispetto e fiducia nelle istituzioni, mi auguro che ora l'Italia compia al più presto questo atto di coraggio. Mi auguro che possa essere un momento di riflessione - dice Ilaria Cucchi - perché noto che l'Italia preferisce prendere condanne piuttosto che rendersi conto del problema che va affrontato e risolto al più presto per non perdere credibilità".

Su Twitter il commento di Daniele Vicari, regista del film 'Diaz - Don't Clean Up This Blood': ''Che tristezza, deve essere una 'entità esterna' come la Corte di Strasburgo a spiegarci che a #Diaz e #Bolzaneto ci fu tortura''. Adnkronos 7

 

 

 

 

 

La solitudine di Matteo Renzi

 

Un sistema senza corpi intermedi, dove i poteri locali appaiono logori, rischia di diventare un problema di fronte a emergenze - di ILVO DIAMANTI

 

Forza Italia si sta "decomponendo". Un giorno dopo l'altro. Era sorta oltre vent'anni fa. Una federazione di gruppi di pressione e di interesse distribuiti sul territorio. Raccolti intorno a Silvio Berlusconi. Alla sua immagine, ai suoi media, alla sua impresa. Un partito personale che oggi, un pezzo dopo l'altro, si sta decomponendo. Perché non c'è nulla in grado di tenere insieme i pezzi. Manca la colla. L'identità e, insieme, le risorse. Un processo analogo, però, si sta riproducendo negli altri partiti sorti nell'epoca berlusconiana.

 

Quasi tutti scomparsi, oppure ridotti a misure residuali. Ad eccezione del Pd. L'unico partito che oggi conti davvero. Tuttavia, anche il Pd non sembra vivere un grande momento. Anzi: non è chiaro cosa sia. Anche se le stime elettorali dei sondaggi continuano ad attribuirgli circa il 36% dei voti. Eppure, è difficile considerarlo un "partito". Perché è scosso da tensioni interne, mentre incombe la minaccia di scissione della sinistra. E perché dovunque, sul territorio, appare lacerato. Da scandali, divisioni, conflitti. Anche nelle Regioni dove è da sempre più forte e radicato. La Toscana, l'Emilia- Romagna. La Liguria. È come se risentisse di un doppio limite. La dipendenza dal (l'anti) berlusconismo, ora svanito. E la rapida, improvvisa, ri-generazione intorno a Renzi. Che l'ha spinto in alto, nei consensi, come mai era avvenuto prima. Fino a sfiorare il 41% alle europee di un anno fa. Ma, al tempo stesso, lo ha trasformato in un partito semi-personale, innestando, sulla base del vecchio Pd, prevalentemente post-comunista, il suo PdR. Il Partito di Renzi.

 

Così oggi il territorio politico, in Italia, appare pressoché desertificato. O meglio "demente, senza strutture di aggregazione e di relazione". Il Berlusconismo, almeno, aveva "strutturato" i rapporti fra partiti e identità politiche, in modo bipolare. Berlusconismo e antiberlusconismo. Mentre oggi è difficile identificare categorie politiche in grado di offrire riconoscimento. In cui riconoscersi. Destra/sinistra, in particolare, al tempo del "renzismo" funzionano poco. La stessa geografia politica, dopo quasi settant'anni, è cambiata. Fino a pochi anni fa era de-finita da regioni e da culture politiche omogenee e radicate. Zone bianche, rosse, verdi, azzurre... Oggi, invece, gli orientamenti politici tendono a nazionalizzarsi. Il PdR: primo dovunque, alle elezioni europee. Seguito, quasi dappertutto, dal M5s. Per auto-dichiarazione: un non-partito. Il principale canale della protesta e del disagio civile. Un soggetto di "contro-democrazia", democrazia della sorveglianza, come la definisce Pierre Rosanvallon. D'altronde, il partito territoriale per definizione, la Ln, ha anch'esso mutato pelle. È divenuto un partito "personale". La Lega di Salvini. La "nuova" Destra Nazionale. Mentre, a sinistra, Landini ha mobilitato una coalizione "sociale". Per ora, esterna ai partiti. Così, resta soltanto lui. Matteo Renzi. Al centro di un sistema politico e partitico che non è un "sistema". Perché non segue logiche, dinamiche e regole precise. Visto che tutto  -  istituzioni, costidite leggi elettorali  -  è in corso d'opera. Matteo Renzi: è un uomo solo. Affiancato da una cerchia stretta di persone amiche e fedeli. Agisce e decide  -  prevalentemente  -  da solo. Contro tutti. D'altronde, in Italia, dopo decenni di in-decisione, la maggioranza dei cittadini dimostra consenso verso un premier e un leader che, finalstrutturato". "decide". Anche se da solo. Anzi: proprio perché "da solo".

 

La solitudine del Capo (per echeggiare la formula di Fabio Bordignon), per questo, può apparire una risorsa, per Renzi. Tuttavia, il discorso cambia quando si allarga lo sguardo "oltre" le relazioni con gli attori politici. Quando l'attenzione si sposta, soprattutto, sul rapporto con la società e con i cittadini. Perché negli ultimi anni si è assistito alla rapida devoluzione di tutti i corpi intermedi, di tutti i principali sistemi e organismi di mediazione fra società e Stato. Fra società e istituzioni.

 

I partiti di massa, ovviamente, non ci sono più da tempo. Sono scomparsi dalla società. Ma, ormai, sono in crisi anche i meccanismi di mobilitazione e di consultazione sociale. Come le Primarie del Pd. Inquinate, in alcuni casi. Ma, ancor più, burocratizzate. "Neutralizzate" dai gruppi dirigenti. Inagibili, ormai, come canali di partecipazione. Al tempo stesso, però, si sono inarituzione, le organizzazioni di rappresentanza. Sindacati e Associazioni imprenditoriali, in particolare. Hanno perduto consenso. Del 2008 al 2015, il grado di fiducia dei cittadini è sceso dal 27% al 18% nei confronti della Cgil, dal 23% al 15% nei confronti della Cisl e della Uil, dal 30% al 23% nei confronti le Associazioni Imprenditoriali. D'altra parte, Renzi stesso ha contribuito a indebolire i sistemi di rappresentanza degli interessi. Cercando di dimostrare che il governo stesso, cioè lui, è in grado di rispondere agli interessi dei lavoratori e degli imprenditori meglio di un sindacato o di un'associazione di categoria. Senza bisogno di contratti... La stessa riforma delle Camere di Commercio, che ne prevede la riduzione da 105 a 60, concorre a ridimensionare la "mediazione" e la regolazione degli interessi organizzati sul territorio. Si tratta di un percorso consapevole, che ha garantito consenso al premier. Perché la "rivoluzione renziana" passa attraverso la sburocratizzazione. Politica ed economica. Ma anche amministrativa. D'altronde, fra i cittadini, la fiducia nei confronti dei governi territoriali è calata sensibilmente. Dal 2010 al 2014, il consenso verso le Regioni è sceso di 14 punti percentuali; verso i Comuni: di 12.

 

Così, Matteo Renzi oggi è solo. Intorno a lui: nessun partito vero, a parte il suo PdR, peraltro molto dis-organizzato. Fra lui, il territorio e la società: poche infra-strutture istituzionali, perlopiù deboli. E pochi residui di rappresentanza, scarsamente legittimati.

 

Probabilmente, è ciò che interessa al premier. Ma non sono certo che rifletta i suoi interessi. Un sistema dis-intermediato, senza più  -  o quasi  -  corpi intermedi, dove i poteri locali appaiono logori: rischia di diventare un serio problema di fronte a possibili, future emergenze. Economiche, sociali, civili. Interne ed esterne.

Allora la solitudine potrebbe rendere tutto molto più difficile.  LR 7

 

 

 

 

Docenti italiani all’estero. Sbagliata l’eliminazione di 57 lettorati nel mondo

 

ROMA “L’eliminazione di 57 lettorati nei programmi di intervento per la promozione della lingua e cultura italiane nel mondo per l’anno scolastico 2015-2016 è il frutto di una decisione errata e grave che non può passare sotto silenzio”. È quanto Sostiene Marco Fedi, deputato del Pd eletto in Australia, in merito a quanto deciso dalla Farnesina sul contingente dei docenti italiani all’estero nel prossimo anno scolastico.

“L’Amministrazione del MAECI, con l’avallo dei responsabili politici del settore, - denuncia Fedi – ha deciso di gestire la riduzione del contingente di personale scolastico inviato all’estero praticamente potando in buona parte uno dei rami essenziali della presenza della cultura italiana nel mondo, i lettorati appunto, che pure si sono dimostrati negli specifici contesti in cui hanno operato uno degli innesti più fecondi nei sistemi universitari di tanti Paesi stranieri. MAECI e Governo fuori strada: privilegiano i costi amministrativi ai lettorati. La riduzione del contingente scolastico all'estero è grave. Aver accelerato i tempi è gravissimo. Non avere tenuto conto di un parere espresso dalla III Commissione Esteri della Camera che chiedeva di distinguere tra lettorati e contingente scolastico, tutti importanti ma impegnati su aspetti profondamente diversi della diffusione e promozione di lingua e cultura, è stato un errore politico e una disattenzione da parte del Governo nei confronti del Parlamento”.

Secondo Fedi, “non è il caso di edulcorare la gravità di una tale decisione con l’affermazione, più volte udita, che la responsabilità della riduzione del contingente è del Parlamento, che ha inserito questa misura in finanziaria e ha dunque legato le mani all’Amministrazione. Non ho esitazione a dire che quella decisione, assunta per altro in termini puramente quantitativi, è stata sommaria e sostanzialmente sbagliata. Tra l’altro, di fatto è diventata un modo per eludere una politica di vera spending review, nella quale doveva essere inquadrata”.

“Detto questo, tuttavia, è pur vero che l’Amministrazione e i titolari politici del MAECI sono tenuti a gestire una tale misura, sia sul piano quantitativo che su quello qualitativo. E in questi anni, di fatto, - ricorda il parlamentare – è avvenuto che non solo i tempi di riduzione del contingente sono stati anticipati di un anno, ma che sono sguarnite numerosi postazioni di alto valore qualitativo, che dovevano essere invece preservate e semmai sviluppate. Tre queste i lettorati, che servono a far vivere quotidianamente l’italianità nei maggiori centri accademici del mondo e aiutano a moltiplicare la ricerca e lo studio della storia e della cultura italiana tra generazioni di giovani che si accingono a diventare classe dirigente nei loro Paesi. Senza trascurare gli effetti indotti sul piano degli scambi e del turismo che da una tale attività può derivare”.

“Ci si è accaniti, invece, a mutilare questo filone di presenza culturale, risparmiando altri filoni di natura amministrativa e interrompendo in molti casi la catena formativa che – sottolinea – partendo dai livelli di base trova il suo naturale coronamento in quello universitario. In questo modo, non si è rispettata un preciso orientamento della Commissione Esteri della camera che aveva indicato l’opportunità di tenere distinta la riduzione del contingente dalla presenza dei lettori nelle università straniere. Si tratta di un errore strategico che va recuperato e prontamente corretto”, ribadisce Fedi. “È questo l’invito che rivolgo ai responsabili politici del Ministero e all’Amministrazione. In ogni caso, non perderò occasione per riproporre in Parlamento la questione, con la speranza che non si debba sempre inseguire decisioni discutibili, ma ci si possa confrontare con il Governo su politiche organiche, magari in occasione di un’ormai improcrastinabile riforma di sistema”. (aise 10) 

 

 

 

I mesi che verranno

 

La recessione, come avevamo già evidenziato, è stata rallentata. Giusto è essere contro gli sprechi, ma in modo equanime. Là dove sono ancora presenti, bisogna tagliare, ma se non ci sono, ogni taglio è traumatico e controproducente. Per il passato, in pratica sino allo scorso anno, i “freni” erano, in parte, garantiti dagli scontri tra i partiti e delle forze sociali. Poi, con l’intervento dei “tecnici” tutto si è adeguato a una realtà che non ha mai tenuto conto delle reali problematiche dell’economia italiana.

 Dai tagli programmati, tanto cari al precedente Esecutivo, si è passati ai tagli generalizzati di Monti. Ora c’è Renzi. Ma la strada è rimasta in salita; anche perché ci si e resi conto che gli “spreconi”sono proprio gli enti pubblici, piccoli o grandi, della Repubblica. Insomma, fare della filosofia sugli sprechi, che indubbiamente ci sono, può anche essere possibile. Tutt’altra cosa è il riuscire a eliminarli.

 Ciò proprio per le differenti realtà economiche delle varie regioni d’Italia che, senza tirare in ballo lo spirito federalista, non consente comparazioni e giuste valutazioni su quello che serve e su quello che si butta. Questo Esecutivo ha fatto quello che, in passato, i politici non avrebbero mai osato. Con la “non “ sfiducia, il nostro Primo Ministro è riuscito a imporre la sua filosofia “soft”. Il ragionamento è semplice: chi ha poco non spende perché non è più in grado di farlo. Chi ha ancora qualcosa evita di spendere per il timore di non poter far fronte all’immediato futuro. Così, la macchina economica resta inceppata proprio per il calo di liquidità con la conseguente brusca presa di posizione di tutte le categorie di lavoratori ed imprenditori. Gli scioperi si sono succeduti e molti altri ci saranno con l’inizio dell’autunno. I tempi sono cambiati. Non esiste più uno Stato capace di pagare gli “interessi” sul suo stesso debito.

 Necessariamente, data l’aria che tira, si andranno a colpire le realtà più importanti. Almeno secondo noi. Cioè lavoro, pensioni, istruzione e sanità . Anche se il peggio sembra passato, qualcuno, però, dovrà assumersi la responsabilità, anche politica, per non vanificare le privazioni che ci lasceremo alle spalle. Se Renzi, nonostante le promesse, non dovesse superare la prova dell’economia, non durerebbe più di tanto.

 Insomma, più che una Pax Politica, il Paese avrebbe bisogno di una Pax Economica. Come a scrivere che oltre ai “tagli” si dovranno trovare nuove opzioni per evitare la possibilità, meno remota di quanto possa apparire, di una ripresa della recessione; deflazione compresa. Il Paese ha bisogno di poche, ma sicure, certezze. I prossimi mesi saranno indicativi per il futuro prossimo d’Italia.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Approvato al Senato il ddl anticorruzione: torna il falso in bilancio

 

Pena massima 5 anni, bocciato emendamento che voleva innalzarla a 6. Stretta per le aziende in Borsa: da 3 a 8 anni. Il testo ora torna alla Camera

 

ROMA - Il Senato ha approvato il ddl anticorruzione con 165 sì, 74 no,13 astenuti. A favore hanno votato Pd, Area popolare, Autonomie-Maie-Psi. Contrari Forza Italia, M5s e Gal. Astensione dalla Lega Nord. Il provvedimento passa ora all'esame della Camera. Soddisfatto il premier Renzi che ha scritto su Twitter:

 

"E' chiaro che sono soddisfatto perché si trattava di un traguardo non scontato", ha commentato a caldo il Guardasigilli Andrea Orlando. "Ma nessun trionfalismo", ha aggiunto, perché la "battaglia contro la corruzione deve andare avanti". Un solo rammarico: che il voto su un "tema così importante non sia stato unanime".

 

Il primo primo grande ostacolo era stato già superato in mattinata, quando l'aula aveva dato l'ok al ritorno del reato di falso in bilancio e alle norme che riguardano le società non quotate.

 

La cronaca della giornata in aula. L'assemblea di palazzo Madama ha infatti approvato a scrutinio segreto l'articolo 8 del disegno di legge anticorruzione con 124 voti favorevoli (contro i 184 sì che andranno invece all'articolo 10 sulle aziende in Borsa), 74  contrari e 43 astensioni. Prevede che "gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, i quali, al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali dirette ai soci o al pubblico, previste dalla legge, consapevolmente espongono fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero ovvero omettono fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene, in modo concretamente idoneo ad indurre altri in errore, sono puniti con la pena della reclusione da uno a cinque anni". Torna ad essere un reato, quindi, truccare i rendiconti anche per quanti non hanno preoccupazioni di listino borsistico.

 

Falso in bilancio e intercettazioni. La stessa pena, sottolinea l'articolo approvato senza modifiche dall'aula rispetto al testo uscito dalla commissione, "si applica anche se le falsità o le omissioni riguardano beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi". In precedenza erano stati bocciati gli emendamenti 8.319 e 8.320 (presentati da Sel e da Felice Casson del Pd) che proponevano di assestare la pena per il falso in bilancio per le società non quotate da due a sei anni, invece che a cinque. Ritirato l'emendamento successivo (a prima firma Giuseppe Lumia del Pd) col medesimo contenuto. La modifica avrebbe reso possibile l'uso delle intercettazioni.

 

LEGGI Anticorruzione, no degli attivisti M5s alla legge

Prima del voto segreto sull'articolo 8, Peppe De Cristofaro di Sel ha annunciato in aula l'astensione spiegando che "il falso in bilancio avrebbe meritato una ben altra impostazione e non un compromesso al ribasso". Voto contrario di Forza Italia, espresso dal senatore Giacomo Caliendo che ha parlato di un "articolo incostituzionale" e di una "norma propaganda" del Governo. Sempre prima del voto, un emendamento allo stesso articolo, presentato da Forza Italia, era stato respinto per un solo voto.

 

SCHEDA Ecco cosa cambia col ddl

Pene per fatti lievi. A seguire, l'aula del Senato ha approvato, sempre a scrutinio segreto, l'articolo 9 del ddl anticorruzione che stabilisce le pene per le società sui 'fatti di lieve entita' in caso di false comunicazioni sociali. Il via libera è arrivato con 146 sì, 95 no e 8 astenuti. Prevista la pena da sei mesi a tre anni se i fatti sono, appunto, di lieve entità "tenuto conto della natura e delle dimensioni della società e delle modalità o degli effetti della condotta".

 

Società quotate: fino a 8 anni. L'aula ha approvato con 182 sì, 85 no e 48 astenuti l'articolo 10 del ddl anti-corruzione sul falso in bilancio per le società quotate. La norma, che riscrive l'articolo 2622 del codice civile, prevede la reclusione da tre a otto anni. L'articolo è stato approvato senza modifiche rispetto al testo uscito dalla commissione giustizia del Senato.

 

Sanzioni più alte. Via libera con 205 sì, 56 no e un astenuto, anche all'articolo 11 del ddl anti-corruzione che completa il pacchetto di norme sul falso in bilancio e riguarda la sanzione per la responsabilità amministrativa che diventa più severe per tutte le società: fino a 600 quote da pagare. Nel dettaglio: per il delitto di false comunicazioni sociali previsto dall'articolo 2621 del codice civile (relativo alle società non quotate) la sanzione pecuniaria da duecento a quattrocento quote; per il delitto di false comunicazioni sociali previsto dall'articolo 2621-bis del codice civile (relativo alla tenuità del fatto per le società non quotate), la sanzione pecuniaria da cento a duecento quote; per il delitto di false comunicazioni sociali previsto dall'articolo 2622 del codice civile (relativo alle società quotate, la sanzione pecuniaria da quattrocento a seicento quote.

 

Maggioranza a rischio. Intanto, sull'emendamento 8.316 a prima firma Caliendo di Forza Italia che chiedeva una modifica sul falso in bilancio - con parere contrario del governo e a voto segreto - la maggioranza ha rischiato di andare sotto. Fatto denunciato su Twitter dal senatore Lorenzo Battista: "Su votazione segreta a emendamento, 115 favorevoli, 116 contrari, 2 astenuti, passa parere maggioranza per un solo voto".

 

Le assenze in Fi e i 'pianisti'. La maggioranza ha tenuto per un pelo anche su altre votazioni. L'emendamento 10.311 a prima firma Caliendo che chiedeva una modifica sul falso in bilancio è stato bocciato solo per cinque voti. Molte assenze nei banchi azzurri. In missione i senatori Amoruso, Scilipoti e Villari; non hanno votato Bonfrisco, Cardiello, Fazzone, Floris, Galimberti, Ghedini, Minzolini e Verdini. Stessa situazione sull'articolo 10: quattro i voti di differenza. Il nuovo reato di falso in bilancio è stato approvato con soli tre voti di scarto. Il Movimento 5 Stelle, tra l'altro, ha denunciato i 'pianisti' ed è scoppiata la polemica dopo che il senatore Ciampolillo ha accusato il collega Aracri di Fi di aver votato anche per Lucio Tarquinio, al momento delle votazioni assente. Il presidente di palazzo Madama ha ritirato la tessera, rispondendo poi ai grillini: "Se volete buttarla in caciara...".

 

La posizione del M5s. "Ci siamo astenuti sull'articolo 8 che riguarda la non possibilità di effettuare intercettazioni per le indagini su società non quotate in Borsa, tra le quali cooperative 'rosse' e 'bianche' e fondazioni politiche che fanno girare milioni di euro". Lo hanno riferito i senatori M5s, Maurizio Buccarella ed Enrico Cappelletti. "Ci siamo astenuti - hanno aggiunto- dopo che sono stati bocciati tutti i nostri emendamenti che prevedevano il massimo di pena a 6 anni e la possibilità di effettuare intercettazioni". I senatori hanno ribadito di avere poi "votato 'no' all'articolo 9 relativo alla 'tenuita' del fatto, perché l'introduzione di questa fattispecie abbinata all'entrata in vigore domani del decreto legge sulla depenalizzazione dei reati può annullare l'introduzione del reato di falso in bilancio pur 'soft' in questo disegno di legge". LR 1

 

 

 

 

Ottimismo e realtà. Lo slancio perduto del premier

 

Matteo Renzi, dopo il varo dell’ottimo Jobs act, sembra aver perso slancio sulle riforme. Non lo si ripeterà mai abbastanza: il prossimo passo per far ripartire una crescita che non sia di pochi decimali di punto, richiede sgravi fiscali consistenti, in particolare sul lavoro. Il peso del nostro debito pubblico impone che questi tagli alle tasse possano realizzarsi soltanto se accompagnati da corrispondenti e congrue riduzioni della spesa.

Su questo tema il presidente del Consiglio sta inciampando in una delle trappole cui purtroppo è spesso soggetto: l’uso di parole che indulgono al populismo, condite con un ottimismo perenne, ma combinate con pochi fatti concreti. Abbiamo ascoltato frasi come «taglierò la spesa senza ridurre i servizi offerti dallo Stato ai cittadini». Parliamoci chiaro: è impossibile. Per non dire del presunto «tesoretto» che, ancora una volta, significherebbe spesa in deficit.

Ridurre la corruzione e i costi della politica è assolutamente necessario. Ma è inutile illudersi, è solo il primo passo. Certamente essenziale, purtroppo però non basta. I servizi e l’assistenza ai poveri e anche al ceto medio vanno garantiti e, in alcuni casi, ove possibile, migliorati. Ma non possiamo continuare ad offrire servizi gratuiti a chi sarebbe in grado di pagarli.

 

Continuiamo ad offrire istruzione universitaria pressoché gratuita anche per nuclei familiari dal reddito molto elevato. O gni studente costa allo Stato circa 7 mila euro l’anno, a fronte di rette universitarie che, anche nella fascia di reddito più elevata, si aggirano, nella media nazionale, intorno ai 2 mila euro. Nelle facoltà scientifiche dell’università di Pavia, le più costose d’Italia, le famiglie con reddito più elevato pagano circa 3.500 euro, la metà del costo.

La sanità è chiaramente un diritto di tutti. Ma siamo sicuri che chi dispone di guadagni consistenti debba usufruirne allo stesso costo di chi invece ha redditi bassi? È chiaro che un approccio di questo tipo - i servizi, in casi specifici, devono essere pagati almeno quanto costano - richiederebbe un ripensamento delle aliquote fiscali. Ma questo produrrebbe solo vantaggi, in quanto innescherebbe un percorso virtuoso: i cittadini avrebbero un forte incentivo ad esigere servizi di qualità.

Non possiamo, inoltre, continuare a sussidiare imprenditori improduttivi. Non possiamo nemmeno più permetterci di continuare a usare l’impiego pubblico (permanente e intoccabile) per assorbire lavoratori in regioni in cui l’occupazione privata stenta a decollare. E che talvolta non decolla proprio a causa della concorrenza di impieghi pubblici a vita, pagati molto più della loro produttività.

Quanto ci costa coltivare l’illusione che lo Stato azionista, in questo o quel settore, possa dimostrare «la lungimiranza della politica nell’individuare le imprese di successo» ingenerando per di più l’aspettativa che ci sarà sempre lo Stato a risolvere fallimenti privati? L’ottimismo sull’economia di Matteo Renzi è certamente utile per contrastare un diffuso disfattismo, e si basa su alcuni fatti concreti: la svalutazione dell’euro, la caduta del prezzo del petrolio, gli stimoli economici della Banca centrale europea, tassi di interesse che non sono mai stati tanto bassi. Ma un conto è l’ottimismo, un conto sono leggerezza, faciloneria e populismo.

Un leader politico deve saper trasmettere l’idea di un futuro che sarà migliore, ma deve saper dire la verità ai cittadini anche quando le notizie non sono buone. Promettere che le tasse verranno ridotte, ma che i servizi si continueranno a non pagare, neppure se si è ricchi, è solo demagogia. Matteo Renzi deve fare un salto di qualità nel modo in cui si rivolge ai cittadini che meritano di essere trattati come cittadini appunto e non come perenni elettori da dover convincere. Alberto Alesina Francesco Giavazzi. CdS 12

 

 

 

 

 

Dalle università parta la risposta alle stragi di cristiani nel mondo

 

Giusta e dovuta è la veglia decisa dal Politecnico torinese, insieme con il minuto di silenzio nell’Università, a ricordo della strage degli studenti in Nigeria. Amaro è il testo del blogger che ha ideato il progetto di «dare un volto alle vittime di Garissia»: «Le società occidentali onorano i loro morti, mentre le comunità africane nere sono lasciate a cercare attenzione nei media occidentali senza fare nulla per capire come fermare questi massacri arbitrari».  

 

Significativamente tuttavia nel testo non si sottolinea il dettaglio importante che la vittime sono innanzitutto cristiane. Forse per discrezione - per non insinuare che questo dettaglio abbia dato una particolare carica emotiva all’emozione degli «occidentali» di fronte all’ultimo massacro in Africa. Ma non sarebbe giusto affermarlo. Ciò non toglie che proprio la feroce disumana discriminazione dei «cristiani» rispetto ai loro compagni di studio e amici, abbia fortemente impressionato l’opinione pubblica d’Occidente mettendola brutalmente di fronte alla loro impotenza.  

 

Adesso l’attenzione e celebrazione mediatica del lutto rischia di diventare un alibi. Soddisfa il narcisismo spirituale da spettatori - quali ormai si diventa in un evento pubblico, sequestrato dalla comunicazione mediatica. In essa si stemperano persino le drammatiche e chiare parole del Pontefice.  

 

Guardiamo la reazione della politica italiana. Le classi politiche, tutte prese a scannarsi internamente e a delegittimarsi reciprocamente, sono prigioniere di una visione sconsolatamente provinciale.  

 

Il premier e il ministro degli Esteri fanno del loro meglio in discorsi pieni di buona volontà che raccomandano non solo gesti simbolici, ma azioni politiche senza escludere in caso estremo il ricorso alla forza. Ma si tratta di discorsi impotenti che lasciano il tempo che trovano, non riuscendo ad aggregare attorno ad iniziative concrete le nazioni che contano. Queste intanto hanno altre priorità: l’accordo nucleare con l’Iran, il congelamento del conflitto russo-ucraino, la messa in mora della questione libica (sino a che non succederà qualcosa che metterà in pericolo le raffinerie di petrolio). In questa ottica l’attacco ai civili a Tunisi delle scorse settimane e il massacro degli studenti a Garissia sono percepite come episodi collaterali rispetto all’avanzata dell’Isis, che mira direttamente ai centri del potere in Medio Oriente. Nessuno ritiene invece che questi episodi siano il cuore dell’iniziativa jihadista.  

 

Se le cose stanno così, noi che ricordiamo le ragazze e i ragazzi uccisi nel campus e le altre ragazze sparite, che cosa facciamo? Dobbiamo limitarci a celebrare il lutto, in attesa che la politica trovi una soluzione?  

 

Non si potrebbero invece tentare o rilanciare iniziative che partono dall’autonomia e dalla forza della «cultura» come tale, senza aspettare la politica? Non si tratta ovviamente di separare ingenuamente la cultura dalla politica, soprattutto nel contesto cui ci riferiamo. Ma dobbiamo privilegiare il mondo degli studenti e delle università dell’area mediterranea, africana e mediorientale creando contatti e incontri più intensi e sistematici: l’annuncio di 25 borse di studio in 9 atenei italiani per gli studenti di Garissa è un primo passo. Non a caso l’attacco del fanatismo assassino tenderà a colpire sempre più i luoghi di studio oltre che di culto - i luoghi cioè dove si pensa e si prega. Lì dobbiamo idealmente essere con loro. Dobbiamo insistentemente chiarire tutti gli equivoci circa la separatezza o la incomunicabilità tra l’Occidente e quello che Occidente non è. Non c’è da una parte l’Occidente e dall’altro ciò che vi si contrappone. Tanto meno è la religione cristiana (di qualunque confessione) che fa la differenza essenziale, diventando motivazione per l’assassinio.  

 

Sono sicuro che da qualche parte si fanno già questi tentativi, che sono molto di più del «dialogo» tra studiosi ed esperti, laici e uomini di fede. Si tratta di allargarne ulteriormente le dimensioni in modo più sistematico, emotivamente e simbolicamente più incisivo. 

 

So che qualche lettore considera tutto questo inadeguato e patetico. Ma davanti all’orrore preferisco essere considerato patetico piuttosto che rassegnarmi ad essere semplicemente impotente.  GIAN ENRICO RUSCONI  LS 11

 

 

 

 

 

Il nuovo Cgie. Dino Nardi: Su 43 seggi, solo 18 all’Europa di cui 3 alla Svizzera. A dispetto della matematica e del buon senso!

 

ZURIGO -  Il fatto - A seguito della recente modifica legislativa che ha portato ad un dimagrimento notevole del futuro Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (Cgie), il numero dei Consiglieri  che verranno eletti all’estero per la prossima legislatura  diminuirà a 43 rispetto agli attuali 65. Questo comporterà, quindi, una nuova ripartizione dei 43 seggi nelle varie Aree geografiche e nei singoli Paesi. Il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI), nella sua proposta aveva suddiviso i 43 seggi applicando rigidamente un concetto matematico  (metodo proporzionale tra iscritti AIRE nei vari Paesi) come, peraltro, previsto dalla nuova normativa sulla quale lo stesso Cgie aveva dato a suo tempo parere favorevole. Mentre il Comitato di Presidenza, nella sua ultima riunione, dopo aver preso visione della suddivisione elaborata dal MAECI, ha invece deciso a maggioranza di recuperare lo spirito della vecchia legge che, nella suddivisione dei seggi, teneva in considerazione, oltre alla consistenza degli iscritti all’AIRE nei singoli Paesi, anche  l’estensione territoriale e la presenza di oriundi. Pertanto queste sono le due proposte di suddivisione dei 43 seggi.

EUROPA (26 seggi fino ad oggi) - 24 seggi proposta MAECI, 18 seggi proposta Cgie: Belgio (4) - 259'407 iscritti AIRE - 3 (MAECI), 3 (Cgie); Francia e Principato di Monaco (5) – 395’140 AIRE – 4 (MAECI), 3 (Cgie); Germania e Irlanda  (5) – 707'185 AIRE – 7 (MAECI), 3 (Cgie); Gran Bretagna e Irlanda (3) – 248'489 AIRE – 2 (MAECI), 2 (Cgie); Lussemburgo  (1) - 25'630 AIRE – 0 (MAECI), 1 (Cgie); Paesi Bassi (1) - 37'109 AIRE – 1 (MAECI), 1 (Cgie); Grecia-Spagna- Israele- Turchia (1) – 165'593 AIRE – 1 (MAECI), 1 (Cgie);  Svezia e Danimarca (1) – 17'052 AIRE – 0 (MAECI), 1 (Cgie); Svizzera-Croazia-San Marino (5) – 609'680 AIRE – 7 (MAECI), 3 (Cgie).

AFRICA  (3 seggi fino ad oggi) – 1 seggio proposta MAECI, 2 seggi proposta Cgie:  Algeria-Etiopia-Marocco-Kenia-Tunisia  (1) – 12'070  AIRE – 0 (MAECI), 1 (Cgie); Sud Africa (2) - 34'134 AIRE – 1 (MAECI), 1 (Cgie).

NORD AMERICA (11 seggi fino ad oggi) – 3 seggi proposta MAECI, 7 seggi proposta Cgie:  Canada (5) – 137'980 AIRE – 1 (MAECI), 3 (Cgie); USA (5) – 240’050 AIRE – 2 (MAECI), 3 (Cgie); Messico-Caraibi-Centro America (1) – 46'261 AIRE – 0 (MAECI), 1 (Cgie).

SUD AMERICA (21 seggi fino ad ora) - 14 seggi proposta MAECI, 14 seggi proposta Cgie: Argentina (8) – 754'371 AIRE – 7 (MAECI), 5 (Cgie); Brasile (4) – 353’211 AIRE – 3 (MAECI), 3 (Cgie); Cile (2) – 54’518 AIRE – 1 (MAECI), 1 (Cgie); Colombia e Equador (1) – 32'680 AIRE – 0 (MAECI), 1 (Cgie); Perù (1) – 31'685 AIRE – 1 (MAECI), 1 (Cgie); Uruguay (2) – 90'921 AIRE – 1 (MAECI), 1 (Cgie); Venezuela (3) – 124'015 AIRE – 1 (MAECI), 2 (Cgie).

OCEANIA (4 seggi fino ad ora) – 1 seggio proposta MAECI, 2 seggi proposta Cgie: Australia (4) – 141'563 AIRE – 1 (MAECI), 2 (Cgie).

Il commento -  Innanzitutto premetto che il sottoscritto non ha alcun interesse personale da difendere poiché non è candidato né per il Comites né per il futuro Cgie: il mio (lungo) impegno di volontariato in questi organismi termina, infatti, con questa legislatura.

Tuttavia non posso esimermi dal fare qualche considerazione rispetto alla proposta, di nuova suddivisione dei 43 seggi (esteri) per il futuro Cgie, elaborata dal Segretario Generale Elio Carozza ed inviata dalla Segreteria del Sottosegretario Giro ai parlamentari eletti nella Circoscrizione Estero. Una proposta sulla quale, peraltro, nella recente riunione del Comitato di Presidenza del Cgie, il sottoscritto unitamente ai consiglieri Conte e Schiavone si sono espressi con voto contrario (mentre i colleghi Losi e Lombardi si sono astenuti). Un voto contrario, quello del sottoscritto, perché riteneva superato lo spirito (evocato dal Segretario Generale e da altri) che in passato aveva voluto premiare quei Paesi con un alto tasso di oriundi. Infatti ero e resto convinto che questi ultimi qualora fossero stati interessati ad una rappresentanza con il loro Paese d’origine, negli anni ’90, avrebbero potuto benissimo recuperare la cittadinanza italiana e comunque, come cooptati, possono essere ampiamente rappresentati negli stessi Comites che poi eleggeranno i membri del Cgie. Quindi un voto contrario non per impedire di dare una rappresentanza anche a Paesi con una popolazione di iscritti all’AIRE importante seppure numericamente inferiore al quoziente (elevato) necessario per far scattare il diritto ad un seggio.

Pertanto non posso, ovviamente, non essere che d’accordo con questa nuova suddivisione dei 43 seggi laddove estende (come nel passato) ad altri Paesi la rappresentanza nel Cgie. Resta, però, a mio avviso, un vulnus da correggere ed è quello che penalizza, in generale, la comunità rappresentata dalla Commissione continentale Europa (il 53% del totale degli iscritti all’AIRE!) vedendosi assegnati solo 18 seggi su 43 e, in particolare, proprio la Svizzera con Croazia e San Marino con 3 seggi (ma anche la stessa Germania). Sebbene i consiglieri eletti nella Confederazione/Croazia/San Marino  rappresentino complessivamente 609'680 iscritti all’AIRE e senza contare i sessantamila frontalieri italiani che lavorano ed in parte vivono durante la settimana in Svizzera e, ancora, senza dimenticare le problematiche che continuamente coinvolgono la comunità italiana in questo Paese (extracomunitario!) a causa delle ricorrenti iniziative antistraniere.

Tra l’altro con solo tre consiglieri questi tre Paesi avrebbero, incomprensibilmente, la stessa identica rappresentanza di Paesi con un numero molto, ma molto inferiore di iscritti all’AIRE come Belgio, Brasile, Canada, Francia/Principato di Monaco ed USA, ed inferiore di ben due seggi rispetto all’Argentina a dispetto della matematica e del buon senso.

Per queste motivazioni ritengo che i Paesi della Commissione continentale Europa debbano avere complessivamente un numero superiore di seggi rispetto ai 18 ipotizzati e, sicuramente, Svizzera/Croazia/San Marino devono avere, nella futura legislatura, un numero di seggi superiore a quello dei Paesi summenzionati e, riterrei, identico alla stessa Argentina dove gli iscritti all’AIRE (per lo più doppi cittadini di terza e quarta generazione), sia pure in numero superiore, non hanno certamente né i problemi degli emigrati che vivono in Svizzera né i diffusi legami ed interessi con l’Italia di quest’ultimi.

Invito, pertanto, il governo ed il parlamento italiani e, soprattutto, quelli eletti nella Circoscrizione Estero ad un seria riflessione su quanto sopra esplicitato prima di accingersi a legiferare in materia. Dino Nardi, Consigliere CGIE

 

 

 

 

I problemi

 

Tutti i nodi, come recita un proverbio, vengono al pettine. Per l’Esecutivo Renzi, i “nodi” si concreteranno entro l’anno in corso. La questione italiana resta seria. I nostri margini di ripresa interna restano ancora modesti. Ce ne siamo accorti tutti e senza eccessivo sforzo. Questa Maggioranza, però, non potrà nascondersi dietro il classico dito. Le difficoltà ci sono; anche all’interno della Patto che tiene in vita la Legislatura. “Averci messo la faccia”resta una satirica battuta.

 Nella Linea Renzi si evidenzia una certa coerenza sui problemi maggiori della Penisola; anche se certi “accostamenti” proprio non li abbiamo intesi. Per la carità, nessuno ha salvato l’Italia ed è assai meglio contenere i meriti di chi non li ha. La politica dello Stivale, almeno per come la conosciamo, è al crepuscolo. Ora non basta più solo il buon senso e un pizzico di fantasia per tirare avanti. Saranno le riforme, quando e se ci saranno, a determinare la vita della Legislatura e della maggioranza parlamentare che la sostiene.

 Ciò premesso, però, non c’è da stare tranquilli proprio perché i “problemi” andranno a concretarsi proprio in seno a quest’atipico Esecutivo.  L’opposizione sarà, in ogni caso, pronta a carpirne gli effetti. Essere Primo Ministro resta una garanzia relativa. Manca la figura di un Coordinatore con la funzione di modulare gli interventi socio/politici di un Governo le cui origini restano inconsuete; anche se meno sofferte di quelle che avevano portato alla luce il precedente. Il Primo Ministro si troverà nella necessità d’affrontare anche nuove formule per tamponare una crisi che ci porteremo dietro ancora per molto tempo; quando un PIL in positivo evidenzierà la ripresa economica, l’Italia potrà considerarsi in convalescenza. In ogni caso, la Legislatura, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, tenterà d’andare avanti.

 Chi spinge per elezioni anticipate, già nel prossimo anno, dovrebbe fare un passo indietro. L’intesa di governo può continuare; anche dopo il varo della nuova Legge Elettorale. Ogni autonomia politica andrebbe a condannare, infatti, chi la dovesse fare sua. Appare, di conseguenza, prematuro ipotizzare un 2016 in profonda crisi d’identità. A ciascuno dei membri di questo Parlamento, ancora alla vecchia maniera, chiediamo che faccia diligentemente la sua parte. Le “novità”, ove dovessero maturare, saranno rimandate all’inverno. Con la protasi che il prossimo anno potrebbe essere socialmente impegnativa e politicamente vincolante. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Tagli alle spese, privatizzazioni, clausola riforme. Ecco il Def

 

Il Tesoro ha pubblicato il documento varato dal Consiglio dei ministri. Previsto un impatto positivo dalle riforme di 0,4 punti di Pil: lo spazio che Renzi chiederà a Bruxelles. Insieme ai capitoli di risparmio, che valgono 10 miliardi, sono le risorse che servono a evitare le clausole di salvaguardia. Con il Qe di Draghi spesa per interessi giù da 75 a 69 miliardi. Stm verso il Fondo Strategico

 

MILANO - E' stato ufficialmente pubblicato il Documento di economia e finanza da parte del Tesoro: il testo approvato nella serata di venerdì dal Consiglio dei Ministri che contiene le linee guida sulla politica economica del governo. Un testo, fanno notare dal Mef, da leggere nell'ottica "della programmazione triennale di un governo che vuole produrne altri". Ecco alcuni degli elementi principali al suo interno.

 

Revisione della Spesa. L’obiettivo del programma di revisione della spesa pubblica e di riduzione delle tax expenditures (detrazioni fiscali) è quello di "recuperare efficienza nell’azione della Pubblica Amministrazione e di riallocare e contenere la spesa pubblica secondo una visione organica". Al di là delle misure già annunciate con il decreto sul bonus Irpef e la scorsa Stabilità, "si aggiunge il piano di tagli di spesa e di riduzioni di agevolazioni fiscali è in corso di approvazione da parte del Governo. Si è ipotizzato che l’ammontare delle somme coinvolte in tale intervento consista in un taglio strutturale di spese pubbliche per un importo pari a circa 0,45 punti percentuali di Pil dal 2016 in poi, mentre per quanto riguarda la riduzione delle agevolazioni fiscali si è ipotizzato un risparmio di 0,15 punti percentuali di Pil", sempre dal prossimo anno: sono i famosi 10 miliardi circa che Gutgeld e Perotti stanno identificando.

 

Nella parte programmatica, si elencano le aree di intervento:

- Per quanto riguarda gli enti locali (comuni, regioni e aziende sanitarie) [...] si provvederà a: a) allineare le regole del patto di stabilità interno a quelle europee; b) utilizzare i sistemi di costi standard e fabbisogni standard (o livelli di servizio) per determinare le risorse disponibili alle singole amministrazioni; c) rendere disponili on line e facilmente consultabili i dati di performance e di costo delle singole amministrazioni.

- Per quanto riguarda le aziende pubbliche partecipate si attueranno (...) interventi legislativi mirati a un’ulteriore razionalizzazione e miglioramento dell’efficienza delle aziende partecipate. Particolare attenzione verrà data ai settori del trasporto pubblico locale e della raccolta rifiuti, che soffrono di gravi e crescenti criticità di servizio e di costo.

- Per quanto riguarda la pubblica amministrazione centrale le priorità saranno: a) una revisione approfondita e analitica dei circa 10.000 capitoli di spesa verificandone l’utilità e l’efficienza; b) la riorganizzazione delle strutture periferiche dello stato centrale, sfruttando il veicolo legislativo della legge delega di riforma della PA, creando un nuovo modello di servizio più efficiente ed efficace. Un elemento importante di questa riorganizzazione sarà la razionalizzazione degli spazi occupati dalla PA (si parla di 'federal building': un solo edificio per la presenza pubblica su un territorio circoscritto)

- Per quanto riguarda gli acquisti della PA si procederà a completare il processo di razionalizzazione delle stazioni appaltanti e delle centrali d’acquisto

- Per quanto riguarda il recupero del tax gap e le tax expenditures le priorità sono: a) il completamento dell’attuazione della delega fiscale con particolare attenzione alla creazione di un sistema di tracciabilità telematica delle transazioni di business: fatture e corrispettivi giornalieri; b) la razionalizzazione delle tax expenditures, demarcando chiaramente le aree di possibile intervento.

- Per quanto riguarda gli incentivi alle imprese, si effettuerà una ricognizione ai fini della loro razionalizzazione.

 

Privatizzazioni. Il governo ricorda di aver già emanato i decreti per vendere il 40% delle Poste e il 49% dell'Enav. Le maggiori novità, in prospettiva, riguardano la cessione di STMicroelectronics (semiconduttori e chip): essendo compartecipata dall'azionista pubblico francese, dovrà essere ceduta a un soggetto pubblico. E il Def mette nero su bianco quanto si vociferava: "Tale soggetto è stato individuato nel Fondo Strategico Italiano (Società del Gruppo Cdp) o sue controllate". Avanti poi anche con le Ferrovie dello Stato: le privatizzazioni annunciate "porteranno 0,4 punti percentuali di Pil nel 2015, 0,5 nel 2016 e 2017 e 0,3 nel 2018".

 

Conto economico, meno spese per interessi. Le previsioni tendenziale pubblicate nelle tabelle della seconda sezione danno alcune idee di massima delle dinamiche di spesa. Ad esempio, si vede il combinato disposto dell'azione del Quantitative easing della Bce e del miglioramento del clima di mercato sull'esborso per interessi: le uscite a servizio del debito sono viste in calo dai 75,1 miliardi del 2014 ai 69,3 miliardi del 2015, per poi risalire leggermente l'anno prossimo a 71,2 e quindi riprendere un cammino discendente. Nel 2019, la quota sul Pil è vista al 3,7%: un punto percentuale in meno dello scorso anno.

 

La clausola delle riforme. Una delle leve che il governo vuole sfruttare in sede europea, per avere maggior flessibilità, è la clausola delle riforme. In pratica, si tratta di chiedere a Bruxelles più tempo per aggiustare i conti, ma perché nel frattempo il Paese è impegnato in riforme che nel medio-lungo termine porteranno benefici economici e quindi bilanci più in equilibrio. Ecco allora che il Def dettaglia quanto ci si aspetta di avere, in termini di impatto sul Pil, dalle riforme strutturali: "Rispetto ad uno scenario 'base' di assenza di riforme risulta pari all’1,8 per cento nel 2020, al 3,0 per cento nel 2025 e al 7,2 per cento nel lungo periodo", dice il Documento. Si entra poi nello specifico, cioè si fa riferimento alle sole riforme che sono ritenute utili al fine di attivare la clausola di flessibilità europea. In soldoni, quanto spazio Bruxelles potrebbe ammettere evitando di stringere ulteriormente i cordoni per abbassare il deficit strutturale: rispetto allo scenario base si parla di 0,4 punti percentuali di Pil nel 2016, che salgono a 1,8 nel 2020 e via via come in precedenza. Quindi, se i conti torneranno anche alla Commissione Ue, ci saranno gli oltre 6 miliardi di spazi da prendere che insieme ai 10 miliardi di spending review sterilizzerebbero le clausole di salvaguardia, evitando gli aumenti di Iva e accise per il prossimo anno. LR 11

 

 

 

 

 

Etichettatura. Provenienza obbligatoria per tutte le carni

 

Bisogna indicarla in etichetta. Finora la regola valeva solo per quelle dei bovini, adesso si estende ai suini, agli ovini e ai volatili. Restano esclusi solo i conigli

LUIGI GRASSIA

 

Da oggi l’etichettatura delle carni europee diventa più chiara e trasparente. Con l’entrata in vigore del regolamento Ue n.1337/2013, che applica una parte della normativa comunitaria in materia di informazioni alimentari ai consumatori, le carni suine, ovi-caprine e dei volatili non potranno più essere vendute senza che ne sia indicato il luogo di provenienza e di macellazione. Una conquista importante che completa e arricchisce di contenuti un percorso lungo e difficile avviato dall’Unione europea 15 anni fa con l’etichettatura delle carni bovine in risposta alla crisi della “mucca pazza”. Infatti l’obbligo di indicare la provenienza esisteva già per le carni bovine, ma solo quelle.  

 

Da oggi restano fuori dall’obbligo dell’indicazione d’origine solo i conigli, per i quali non esiste ancora un riferimento normativo.  

 

«Bisogna partire da questo risultato per continuare a tutelare la sicurezza e la trasparenza alimentare, guardando alle produzioni che restano ancora escluse dalla normativa europea sull’origine dei prodotti agricoli» commenta il presidente nazionale della Cia, Dino Scanavino. «È una scelta obbligata e non più rinviabile». 

 

La Coldiretti parla di «novità storica che giunge dopo gli scandali della carne di maiale tedesca alla diossina venduta in tutta Europa e degli agnelli ungheresi spacciati per italiani».  LS 1

 

 

 

 

 

Tra coop e grande impresa, ecco chi finanzia Italianieuropei

 

Ora D’Alema spinge per rendere noti i nomi. I fondi stanno calando

JACOPO IACOBONI GIANLUCA PAOLUCCI

 

«D’Alema faccia i nomi di tutti i suoi donatori, cosa che non fa quasi nessuno. Così si potrebbe tramutare una cosa sgradevolissima in una grande sfida». L’altra sera, ospite di Lilli Gruber in tv, Fabrizio Barca ha offerto questo spunto interessante. E dunque come nacque, chi finanziò, quanto, e chi finanzia oggi Italianieuropei, la fondazione inaugurata nel ’99 da Massimo D’Alema e Giuliano Amato, e oggi presieduta da D’Alema? 

 

Sulla scia delle polemiche sollevate dall’inchiesta di Ischia, ieri a Italianieuropei c’è stata una riunione importante. Alla fine la fondazione, con la portavoce Daniela Reggiani, annuncia una notizia: «Stiamo discutendo tra noi e stiamo valutando le modalità con cui rendere noti i nomi dei nostri sostenitori, naturalmente nel rispetto della normativa e della loro privacy. Ad esempio, potremmo cominciare con i soci fondatori». Insomma, si discute di «come» render noti i nomi, non «se» renderli noti. D’Alema spinge per diffondere quella lista, che però ancora non c’è; altri sono più prudenti. Per capire quali mondi hanno finanziato quello che è stato ed è un importante strumento politico-culturale non solo dell’ex premier, ma di molta parte del centrosinistra italiano (nel comitato d’indirizzo, per dire nomi diversi, siedono Gianni Cuperlo, Anna Finocchiaro, Ignazio Marino, Franco Marini), bisogna risalire alla nascita. 

 

Nel 1999  

Furono 22 - da quanto risulta alla Stampa - le persone o le società che finanziarono il patrimonio iniziale, che oggi sarebbe pari a 517.456 euro (un miliardo di lire, allora). Il primo socio fu la Lega delle Coop, guidata da Ivano Barberini: la catena di supermercati Coop, con 103 mila euro, e poi 100 mila euro la Cooperativa estense, 50 mila l’Associazione nazionale cooperative e la Lega coop di Modena, 25 mila la Lega coop di Imola. Subito dopo, una serie di grandi imprese del capitalismo italiano - con cifre tra i 25 mila e gli 80 mila euro - tra cui Romed di Carlo De Benedetti, Fiat, Pirelli; la svedese Ericsson; o singoli imprenditori come Guidalberto Guidi, gli Angelucci con Tosinvest, Francesco Micheli, Vittorio Merloni. Tra i finanziatori principali c’era Alfio Marchini (sopra i 25 mila euro), c’era Claudio Cavazza, fondatore della Sigma-Tau. Ma anche il discusso consulente aziendale Leonello Giuseppe Clementi. 

 

L’amministratore e i finanziatori principali  

Chi gestisce i conti è il segretario, uomo di grande fiducia di D’Alema, Andrea Peruzy, che abbiamo contattato senza ottenere informazioni. Peruzy - che siede anche nei cda di una dozzina di importanti imprese - è un manager capace di mediare tra mondi, mettere in contatto l’ex premier con l’universo-Renzi o quello Caltagirone. Uno snodo per nomine delicate, o per la gestione di importanti partite economiche. Siamo in grado di dire che ancora nel 2012 Italianieuropei era finanziata da soggetti istituzionali come Finmeccanica e Poste, con cifre oltre i 25 mila euro annui. Che attualmente grandi inserzionisti sulla rivista sono Piaggio, Fs, British american tobacco, Finmeccanica. Che alcuni finanziatori sono stati assai discussi, soprattutto Viscardo Paganelli (ad della compagnia aerea Rotkopf) e Pio Piccini (ad di Omega): Italianieuropei li ha espunti negli ultimi due anni, dopo che finirono a processo per una storia (anche) di licenze aeree, e per i voli concessi a D’Alema (che fu assolto).  

 

Di certo c’è che negli ultimi anni le fonti di finanziamento si sono ristrette: quando il consiglio d’amministrazione approva i conti del 2011 e il budget del 2012 - un documento ufficiale che è stato possibile reperire, una sorta di «Gronchi rosa» del mondo delle fondazioni - D’Alema e Peruzy scrivono: «La Fondazione ha subito una diminuzione dei contributi per specifiche attività». Proprio quell’anno, alcuni storici finanziatori come Telecom Italia hanno chiuso in tutto o in parte i finanziamenti. Così D’Alema illustra le attività internazionali del 2012, «che saranno svolte in collaborazione con la Feps - Foundation for European Progressive Studies», think-tank di Bruxelles che coinvolge molti nomi illustri della sinistra europea. Presieduto da D’Alema.  

 

La pubblicità  

La fondazione avrebbe oggi un milione e duecentomila euro di fatturato, ha una dozzina di dipendenti, un sito, e s’è data sedi nobili e dall’affitto costoso (Palazzo Borghese, piazza Farnese). Molti dei soldi arrivano come pubblicità alla rivista, che ha sempre avuto una pubblicità assai superiore al valore dei suoi (circa) mille abbonamenti. Lo spiegò Peruzy: pacchetti da 30 mila euro comprati da investitori tipo Mps, Enel, Eni, Unicredit, Rai, Aeroporti di Roma, per citare i principali. Se il bilancio della fondazione non è noto, lo sono i bilanci della Solaris, la srl che edita libri e riviste della fondazione. Il bilancio negli ultimi tre anni ha chiuso sempre in perdita (-115.941 euro nel 2011, -214.671 nel 2012, -154.150 nel 2013), ma Italianieuropei interviene sempre e ripiana. Cala la pubblicità (nel 2009 gli introiti furono 615.520 euro, nel 2013 sono 375.460), calano le vendite (32 mila euro nel 2012, 16 mila nel 2013), calano gli abbonamenti. Consentono però a chi li riceve di restare pur sempre - sia pure nel declino politico - un crocevia tra politica, imprese e affari. LS 3

 

 

 

 

 

Il balcone

 

La politica nazionale è diventata una farsa. Una sorta di rappresentazione scenica all’italiana che ci tiene col fiato sospeso sulla questione della Governabilità. Se non è come quando il gatto gioca col topo, poco ci manca. La differenza, che non deve sfuggire a nessuno, è che ci sono in ballo i destini del Bel Paese. Non solo sotto il profilo politico, ma anche economico. Lo abbiamo capito: in politica le decisioni non sono mai sicure. Dato che il nostro sistema bicamerale è perfetto, l’Assemblea non è nelle condizioni di decidere in nome e per conto del Popolo italiano. L’hanno afferrato tutti, ma si preferisce dare “colore” a una situazione che più grigia proprio non si può.

 A questo punto, se non si vuole sovvertire un sistema ancora da costruire, c’è una sola cosa da fare: schierarsi. Non tanto in una sorta d’impossibile “alleanza”, ma tramite una “cobelligeranza” che potrebbe portare i suoi vantaggi; anche se a tempo. Non è più possibile tergiversare. Pensare una cosa e proporne un’altra. O sulla riva “bianca” o su quella “nera”. Non ci sono altre soluzioni dettate dal buon senso. Per governare, con l’attuale sistema parlamentare, è necessaria una maggioranza. In Parlamento non c’è chi potrebbe garantirla. Poco c’importa chi sarà il “salvato” o il “salvatore”. L’importante è che si predano delle decisioni per andare avanti. Alla meno peggio.

 Se fare politica significa interessarsi ai problemi degli altri, si faccia. Nel concreto e col criterio d’essere nel giusto. Non sappiamo, né prevediamo, se Renzi tirerà avanti sino alla primavera del 2018.

Basta, però, con un altro “Esecutivo”d’emergenza. Gli italiani non lo potrebbero accettare e neppure noi. Entro l’anno, ci saranno delle decisioni da prendere, delle scadenze da rispettare. Ogni “stonatura” sarebbe interpretata come una debolezza del sistema; con conseguenze nefaste e non solo per la nostra anemica economia. Basta guardarci intorno per capire lo sfacelo di questo nostro Paese.

Il tempo della pazienza è finito. La politica, nonostante tanti cattivi esempi, è, e resta, una cosa seria. Da affrontare con capacità, coerenza, “vista lunga” e onestà. Non ci sono altre possibilità o si è “pro” o si è “contro”.  Il balcone si è fatto stretto. Meglio tornare sul palco e fare la propria parte. Chi non se la sente è meglio che non tergiversi. Ora è ancora possibile trovare una via, poi ne dubitiamo. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Senza appoggio popolare la sinistra diventa un inutile club

 

Comincio con una citazione dello storico francese Jacques Julliard ne "Le Monde" di venerdì scorso: "Que serait une gauche sans le peuple? Le socialisme, certes, c'est une moral mais doublée d'une empathie populaire. Or une partie du peuple des gauche fait sécession et exprime un vote de désaffiliation. Il y a surtout 50 pour cent d'abstensions, c'est-à-dire une gigantesque crise du politique, un incontestable malaise dans la représentation. Les professionnels de la politique ont rongé la vie democratique".

 

Non si poteva descrivere meglio quello che sta accadendo in Francia: "Un paysage bouleversé" che anche in Italia presenta esattamente la stessa crisi: i professionisti della politica stanno distruggendo la democrazia, la sinistra sta perdendo l'appoggio popolare e la sinistra senza il suo popolo non esiste più.

Ed ora citerò un grande discorso che De Gasperi tenne in Parlamento il 17 gennaio del 1953, alla vigilia del voto sulla legge elettorale che pochi mesi dopo fu battuta dalle opposizioni di destra e di sinistra. Fu chiamata legge truffa, ma non lo era affatto; dava un premio al partito o alla coalizione che aveva ottenuto il 50,1 per cento dei voti. "Questa legge non trasforma la minoranza in maggioranza. Se così facesse sarebbe un tradimento della democrazia. Si limita a rafforzare la maggioranza affinché sia più solida e possa governare come è suo diritto. Ma se perdesse il 50 meno un voto sarebbe sconfitta da chi invece prendesse due voti di più. Vi sembra che questa sia un'intollerabile sopraffazione?".

 

Così diceva De Gasperi. Mettete insieme questi concetti espressi cinquantuno anni fa e quelli de "Le Monde" di tre giorni fa e vedrete una perfetta identità di ragionamento che descrive in tutta la sua evidenza lo stato della democrazia nel nostro Paese, aggravato in più da altri due fatti salienti: l'abolizione del Senato e una legge elettorale che non solo trasforma in maggioranza una minoranza cui mancano dieci punti percentuali per arrivare al 50 più uno, ma che è anche una legge di "nominati".

 

Le conseguenze di queste decisioni che stanno per essere approvate tra pochi giorni sono di fatto l'abolizione della democrazia parlamentare.

Un Parlamento di "nominati" in un sistema monocamerale è una "dependance" del potere esecutivo che fa e disfà senza più alcun controllo salvo quello della magistratura se dovesse trovare un reato contemplato dal codice penale.

 

Resta naturalmente la Corte costituzionale ma anch'essa può finire con l'essere una Corte nominata dall'esecutivo se desse troppa noia all'autoritarismo d'un governo a sua volta sottomesso alla decisione d'un autocrate e del suo cerchio magico. Gli interessati si sono assai doluti perché avevamo usato il termine di democratura per descrivere l'essenza di quanto rischia di accadere. Ma quale altra parola lo descriverebbe in modo più appropriato?

Aggiungeteci la ciliegina che riguarda la dipendenza della Rai dal governo che sta per essere decisa tra poche settimane e avrete una gustosissima torta che saranno in pochi a gustare.

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Detto questo ci sono questioni economiche e sociali altrettanto urgenti e importanti da affrontare. Comincerò spiegando che cosa è e da dove proviene quel cosiddetto tesoretto di un miliardo e 600 milioni che improvvisamente il presidente del Consiglio ha estratto venerdì scorso dal cilindro tra la sorpresa del Consiglio dei ministri che stava esaminando la legge di stabilità presentata dal ministro dell'Economia.

 

A leggere la maggior parte dei giornali le madri del tesoretto sarebbero il miglioramento del Pil, la ripresa dell'occupazione, il mutamento delle aspettative e gli effetti che questo determina sui consumi e sulla domanda.

 

Ebbene, non è così. Il tesoretto viene dagli effetti della manovra monetaria di Mario Draghi che come primo risultato ha prodotto un ribasso consistente del rendimento dei titoli pubblici e quindi una diminuzione di circa due miliardi di euro negli oneri che il Tesoro sopporta per pagare gli interessi sui titoli in circolazione.

 

Due settimane fa avevo chiuso il mio articolo scrivendo "meno male che Draghi c'è". Non voglio ripetermi, del resto i fatti stanno a provarlo e non solo per quanto riguarda l'Italia ma l'Eurozona nel suo complesso.

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Un altro problemino da chiarire riguarda il Jobs act e il ministro Poletti, che chiacchiera molto e spesso a sproposito. Quale giorno fa, citando fonte Istat e interpretandola a suo modo, informò la pubblica opinione che il primo bimestre di quest'anno, paragonato al corrispondente bimestre dell'anno scorso, registrava una crescita dell'occupazione di oltre 79 mila unità. Poco ma buono, un inizio d'anno comunque confortante.

 

Gli fu obiettato che doveva tener conto dei contratti stipulati sulla base del Jobs act ma non aveva tenuto conto dei licenziamenti che erano stati nel frattempo effettuati.

 

E così si scoprì che, fatte le debite sottrazioni, il saldo tra nuove assunzioni di precari e licenziamenti era di 44 mila occupati in più.

 

Molto poco ma pur sempre una cifretta positiva e comunque un indizio confortante che sarebbe certamente aumentato con rapidità. Ma poi, impietosamente, ieri sono usciti i dati dell'Inps sull'occupazione nel suo complesso. Va infatti chiarito che i contratti sulla base del Jobs act non sono vere e proprie assunzioni ma semplicemente un consolidamento di alcune forme di precariato con contratti a tempo indeterminato per tre anni, salvo la facoltà di licenziamento alla scadenza del triennio.

 

L'Inps invece parla di occupazione e disoccupazione vera e propria, chi lavora sotto qualunque forma contrattuale e chi non lavora affatto.

 

Anche qui il saldo è positivo e sapete qual è la cifra: 13 persone in più.

 

La scrivo in lettere per esser sicuro che la lettura sia corretta: tredici persone in più. Una cifra che percentualmente è espressa con il numero zero perché non è matematicamente percepibile come percentuale.

 

Questo fatto conferma che Jobs act è una buona legge se e quando riprenderanno investimenti e domanda, ma finché questo non accadrà il Jobs act è un oggetto esposto in vetrina. Gli imprenditori lo guardano ma in vetrina rimane.

 

Salvo un punto: ha abolito l'articolo 18 per i lavoratori che saranno assunti con quella legge. Proposta da un partito che si proclama di centrosinistra mi ricorda la citazione poc'anzi riportata di Julliard: la sinistra senza popolo è morta. Renzi sostiene che si tratta di una sinistra nuova, moderna, cambiata e forse è vero. Però a me ricorda alcuni personaggi che provenivano tutti dal socialismo e che instaurarono qualche cosa che somiglia molto alla democratura. Si tratta di Crispi, Mussolini, Craxi. E chiedendo scusa ai tre precedenti (come ho già detto tutti e tre provenienti dal socialismo) mi viene anche da aggiungere Berlusconi che ai tempi del suo sodalizio con Bettino si proclamava socialista anche lui.

 

Io speriamo che me la cavo, è un vecchio detto sempre attuale di fronte a rischi di tal genere.

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In questi ultimi venti giorni sono accaduti fatti orrendi nel mondo: la strage di massa del cosiddetto Califfato che avviene in tutto l'agitatissimo Medio Oriente ma anche in Europa; il fondamentalismo nelle religioni, la strage-suicidio nell'aereo della Lufthansa voluta da un pazzo; il massacro di un altro pazzoide al tribunale di Milano, il tema della tortura e quello della corruzione.

 

Secondo me c'è stata una sola stella in un cielo così denso di nuvole nere: la stella è papa Francesco, il solo in grado di gestire il presente con lo sguardo verso il futuro.

 

Chi vive il presente e non vede il tempo lungo, chi ama il potere per il potere e non guarda al bene dei figli e dei nipoti, rischia di annaspare in una palude di acque morte.

 

È quello il rischio, è quello il pericolo che ci sovrasta e neppure Francesco riuscirà ad evitarlo.

 

Noi abitiamo un Paese di grandi individui e di grande civiltà ma pochi ne hanno goduto. Una aristocrazia di geni che ha educato attraverso i secoli un popolo di persone consapevoli e responsabili, un popolo sovrano ma minoritario in patria. Il resto era plebe fatta di poveri, di deboli, di esclusi, ma anche di corrotti, di tiranni, d'avventurieri, di buffoni e di voltagabbana.

 

Questo avviene in tutto il mondo, la violenza, la cupidigia, l'avidità, l'avarizia di sé sono dovunque è l'animale uomo, bestia pensante che oscilla di continuo tra l'istinto animalesco e la coscienza, il bene suo e il bene degli altri.

 

Stiamo attraversando un fine d'epoca dominata dall'egoismo.

 

Non potrebbe essere altrimenti, quando un'epoca tramonta e la nuova non ha ancora preso forma e creato nuovi valori.

Ho scritto molte volte queste riflessioni e mi scuserete se le ripeto. Non sono certo un oracolo e spero sempre di sbagliarmi, ma i fatti purtroppo mi danno ragione o almeno così mi sembra.

 

Può darsi che la comunicazione di massa che mai prima d'ora aveva raggiunto questa intensità, sottolinei le cattive notizie e trascuri le buone. Comunque suscita nuovi istinti e nuovi pensieri.

 

L'elemento dominante nel mondo di oggi è la società globale. Questo è il tema del quale tutti dovremo tener conto. Facciamolo questo sforzo: è già il presente ma richiede tempo lungo per essere costruito a misura dell'uomo e non della bestia dalla quale proveniamo. EUGENIO SCALFARI  LR 12

 

 

 

 

L’Aquila. Desolazione e speranza

                                                                                                                                               

Via Sallustio di notte, illuminata nella parte centrale, bui i vicoletti laterali, è oggi una immagine eloquente della desolazione del centro storico della città.  I suoi grossi fabbricati, cresciuti negli anni settanta, pulsanti di vita, negozi e abitazioni allora, ora abbandonati e deserti. Sopravvivono i lecci, circondati da erbacce cresciute indisturbate. E’ la via perpendicolare al corso dei portici e dello struscio, qui si vedono parecchi cantieri   all’opera, alcuni palazzi storici finalmente scoperti e pronti per l’uso. Ma chi li userà, e come? In questa zona i cartelli vendesi o affittasi sono segno tangibile della dispersione di persone ed attività, che hanno trovato migliori sistemazione altrove, nella vasta periferia post sisma. Professionisti e commercianti, che prima lavoravano in centro, non tornano, almeno per ora.  Insieme, il corso e via Sallustio, immagini eloquente dello stato della città, oggi. Qualcosa è stato fatto, di più, molto di più resta da fare.

La stampa e le televisioni ancora si interessano allo stato della città. Prevalgono gli articoli che descrivono in toni patetici lo stato di abbandono del centro storico. Ci sono anche iniziative valide, cito ad esempio il convegno su “L’Aquila, post-catastrophic town”, tenuto di recente a Firenze da professori di Storia dell’Arte, e da Salvatore Settis sulla tutela e conservazione dei beni ambientali. Ricordo anche l’inchiesta di Repubblica.it, centrata sulle  conseguenze della improvvisa ed eccessiva espansione del territorio dovuta alla realizzazione delle new towns, che hanno esteso eccessivamente un territorio dove vivono solo 60.000 abitanti.

 Cito come voce fuori dal coro quella di Enrica Strippoli, psicoterapeuta che lavora a L’Aquila, che lei considera una delle città d’Italia dove si si vive meglio, perché ricca di spunti di vitalità e capacità di rinnovamento non comuni. “La situazione in Italia è drammatica: la crisi economica ha bloccato qualsiasi processo di crescita ed è difficile per gli italiani avere speranza nel futuro… Anche qui, all’Aquila, le difficoltà sono molte. Ma quello che abbiamo e che altre città non hanno è il movimento, il fermento, dato dalla ricostruzione in atto… Tutto questo trasferisce un senso di continuità, di speranza nel ‘domani’, prospettive senza le quali l’essere umano si deprimerebbe...Un fermento positivo che genera una creatività che non ha eguali rispetto a prima del terremoto.”

La selva di gru che si vede entrando in città da ovest, è segno tangibile di speranza per il futuro, soprattutto quando esse sono in movimento. Ecco sì, una speranza per la città sono i cantieri in movimento, gli operai che sciamano per il corso nella pausa pranzo, la confusione delle lingue e dei dialetti, originale e nuova per orecchie aquilane, nate e cresciute entro le mura. Inoltre i cantieri all’opera indicano che flussi di danaro scorrono per muoverli. L’augurio di tutti è che non si fermino per beghe locali, truffe, raggiri, infiltrazioni delinquenziali di varia provenienza, difficoltà, rivalità, invidie e competizioni dannose.

Una breve osservazione in relazione alla fiaccolata della memoria di quest’anno. Partecipata e silenziosa, appare sempre più un momento di solidarietà cittadina, che oggi unisce tutti e caratterizza, anche per il futuro, l’identità dell’aquilano nella memoria di una catastrofe che ha segnato in modo profondo la storia della città.   Emanuela Medoro, de.it.press 7

 

 

 

 

 

 

Nuovi flussi migratori. Un Convegno a Bruxelles

 

Bruxelles - Quando si parla di emigrazioni e flussi migratori è sempre una buona pratica cercare di partire dai numeri per evitare luoghi comuni tipo “la fuga dei cervelli” oppure “l’invasione degli extracomunitari”. Questo è stato il lodevole approccio alla questione che ha praticato il Partito democratico di Bruxelles per il convegno sulla nuova emigrazione italiana in Europa, che ha avuto luogo il 21 e il 22 Marzo 2015.

Detto questo, chiunque abbia fatto un po’ di ricerca sa bene che le cose non sono così semplici: va benissimo partire dalle cifre, ma le fonti, per arrivare a queste cifre, spesso pongono dei seri problemi.

Ci si può, infatti, basare sui dati dell’Aire (l’anagrafe degli italiani all’estero), ma tutti sanno che questi dati sono assai lontani dalla realtà. Nello specifico gli interventi da varie città europee hanno ribadito come i dati recuperabili presso vari uffici amministrativi delle città di accoglienza (a Berlino, come a Madrid o a Londra) spesso segnalino l’arrivo di nostri connazionali in misura quasi doppia rispetto ai dati Aire.

Siamo quindi di fronte a una notevole difficoltà per chi vuole ancorare le riflessioni sui flussi migratori ai numeri reali: i dati che provengono dalle grandi città segnalano una vera e propria impennata degli arrivi di italiani all’estero, ma questi dati non possono essere generalizzati in maniera scientifica all’insieme del flusso migratorio che non riguarda solo alcune grandi città. Per conseguenza spesso le statistiche e le interpretazioni generali si basano sui dati Aire, anche se tutti sanno che si tratta di cifre abbondantemente sottostimate.

C’è poi il problema dell’interpretazione, direi ideologica, di questi dati, emersa in maniera lampante in alcuni degli interventi del convegno. Che cosa intendo con interpretazione ideologica?

È presto detto. Si prendono le cifre assolute, si inseriscono nel contesto europeo e si afferma che in Europa solo il 3% dei cittadini vive in un altro paese dell’Unione europea. Si compara questo dato con quello americano, dove il 30% della popolazione vive in uno stato differente da quello di nascita e poi si afferma: il problema vero è una mobilità europea insufficiente, incapace quindi di garantire lo “shock-absorber”, cioè la capacità di assorbire le “contraddizioni del mercato”. D’altronde un paio di anni fa era stato il Presidente del consiglio, Mario Monti, a dire che la crescita dei flussi migratori dall’Italia era un fenomeno positivo e che occorreva favorirlo e non cominciare con la solita retorica sui poveri connazionali costretti a emigrare. Indubbiamente l’azionista di maggioranza di quel governo era proprio il Pd e quindi, da questo punto di vista, la coerenza è innegabile.

È questa un’interpretazione dei flussi migratori che pone l’accento quasi esclusivamente sulle compatibilità con il sistema economico vigente, che privilegia il concetto del diritto alla mobilità (diritto sacrosanto, anche se applicato solo alla mobilità dei giovani europei qualificati, non certo a quella degli extracomunitari che fuggono da guerre, miseria e fame) e sostanzialmente inserisce il discorso dei flussi migratori all’interno dei vari strumenti di gestione e regolazione del mercato. Tralasciamo qui, l’idea di comparare la realtà europea con quella americana, paragone abbastanza bizzarro visto le differenze evidenti che rendono improponibile un confronto, ad esempio, fra la mobilità all’interno di una stessa nazione, dove la lingua è comune, e quella tra nazioni differenti (in cui si parlano diverse lingue, visto che il monolinguismo anglofono non è ancora, per fortuna, una realtà).

Ma all’interno del convegno, specialmente dopo le relazioni introduttive, sono emerse anche delle interpretazioni di quello che sta accadendo profondamente differenti. Gli interventi dei vari segretari dei circoli europei del Pd hanno sottolineato come la crescita dei flussi migratori sia un fenomeno composito.

Non si tratta, solo o in gran parte, di un’emigrazione prettamente giovanile e qualificata (la “fuga dei cervelli”), ma di un fenomeno molto più complesso, con una presenza significativa di persone non qualificate e di interi nuclei familiari, dato che segnala l’origine del flusso: l’espulsione di lavoratori e lavoratrici dal tessuto produttivo come conseguenza della drammatica crisi economica e, aggiungo io, della contrazione dei diritti dei lavoratori che rende più facile i licenziamenti.

Un altro elemento che è emerso in tutti gli interventi è la significativa quota di immigrati italiani composta da nostri connazionali di ‘fresca data’, cioè da immigrati provenienti per lo più da paesi extraeuropei che, dopo gli anni necessari avevano preso la nazionalità italiana e che ora, espulsi dal ciclo produttivo (o forse chissà, stanchi del razzismo imperante nel discorso pubblico fascioleghista) hanno deciso di abbandonare il nostro paese.

Un’ultima osservazione riguarda un intervento di un militante del Pd sardo, sicuramente l’intervento più coinvolgente da un punto di vista emotivo. L’emigrazione può essere una scelta di libertà, oppure un obbligo quando il tuo paese non ti offre più le possibilità di vivere una vita degna di questo nome. Ma in ogni caso l’emigrazione, anche se forzata, offre una possibilità: la perdita del lavoro e con il lavoro, la perdita della dignità a volte apre le porte non all’emigrazione, ma alla drammatica scelta del suicidio. Un fatto da tenere sempre in mente, specie quando dietro le cifre si rischia di perdere di vista l’umanità delle persone coinvolte. Marco Grispigni, Filef Belgio 

 

 

 

 

Il Forum degli Stati Generali dell’associazionismo degli italiani nel mondo si svolgerà a Roma il 3-4 luglio 2015

 

Gli Stati Generali dell’associazionismo degli italiani nel mondo si terranno in Roma nei giorni 3 e 4 luglio 2015.

All’evento, che si svolgerà presso Il Centro Frentani in via dei Frentani, prenderanno parte i rappresentanti delle numerose associazioni aderenti, provenienti dal’estero  e dall’Italia.

Si chiude una fase durata un anno e mezzo nella quale le associazioni si sono confrontate definendo le  comuni ragioni per il loro rinnovamento, in un percorso condiviso e con una nuova prospettiva che rimetta al centro i  diritti delle persone migranti e il loro protagonismo sociale.

 Il patto associativo fra le associazioni partecipanti sarà alla base della costituzione del Forum.

Il Forum costituirà l’ambito nel quale, in modo autonomo, il pluralismo associativo troverà il suo raccordo, la rappresentanza delle sue istanze, lo strumento con cui dar voce alle migliaia di persone che si riconoscono nelle diverse forme di aggregazione  attive in tanti paesi di emigrazione. 

Il Forum sarà il luogo di rappresentanza partecipata di gran

parte delle realtà del mondo associativo, di quello che, rinnovandosi, è stato

ed è parte importante delle vicende degli italiani nel mondo e di quello che,

in forme anche nuove e inedite, emerge dalla nuova emigrazione ed evidenzia una

forte capacità propositiva.

 Tutti insieme, il 3 e 4 luglio, sottolinea il Comitato Organizzatore degli “Stati Generali”, le associazioni si ritroveranno “per costituire  il Forum, per ridisegnare le forme nuove della solidarietà e della promozione umana e sociale attraverso la concreta pratica dei valori della cittadinanza, della partecipazione e della rappresentanza.” De.it.press

 

 

 

 

 

Il futuro incerto

 

In tredici anni, in area Euro, non siamo stai mai così condizionati dai livelli economici. Dopo la fine delle esternazioni renziane, si aprirà un periodo che, almeno in teoria, dovrebbe consentire al Paese di risollevarsi dalla “palude” e promuovere certe riforme. Scrivere di crisi, ora, non avrebbe più senso. Dato che questa realtà è la norma, non ci sembra opportuno rilevarne l’evidenza.  Le piccole e medie imprese sono implose ed i cicli produttivi, di conseguenza, ridotti. L’anno è iniziato con una successiva flessione dei posti di lavoro. Forse, il 2016 si presenterà in modo migliore. In Patria, nonostante il fiorire di tanti Partiti, manca ancora una piattaforma di discussione su quanto ci potrebbe unire, tralasciando quello che, invece, ci potrebbe dividere. Per ora, ma è magra cosa, sembra esserci solo l’intenzione di trovare altre alleanze. La linea “tribolare” di centro/sinistra, sul quale non punteremmo neppure un centesimo, resta l’unica realtà politica. Sarà, però, il polo di “centro” a stabilire chi potrà governare e chi, gioco forza, dovrà accontentarsi dell’opposizione. Poi, ci sarà da verificare se l’impegno politico sarà mantenuto anche ad accordo raggiunto. Prevediamo, di conseguenza, che, anche a livello parlamentare, la discussione non sarà priva di contrasti e polemiche. Dietro questa realtà, c’è un Paese profondamente cambiato che chiede, prima di tutto, un momento di concreta riflessione prima delle decisioni finali che sembrerebbero irrevocabili. Scelte che, bene o male, andranno a coinvolgere anche chi potrebbe non essere d’accordo. Da noi funziona così. Dietro le alleanze ci sono i compromessi che condizionano anche le migliori intenzioni. Chi non ci sta è tagliato fuori. Quando c’è da piazzare un “primo” della lista, gli scomodi sono allontanati e senza troppi complimenti. Quando c’è da rischiare, meglio puntare su un “brocco” che su un cavallo di “razza”. I giochi della politica hanno i loro santuari, certe regole da rispettare e, soprattutto, da far rispettare. Perché in Parlamento ci sono i predestinati, per gli altri ci s’attiva solo se rimane, purtroppo, un “posto” vacante. In tanto pattume, abbiamo rilevato un segno nuovo e una volontà d’autentica indipendenza. Né Destra, né Sinistra, né Centro. L’importante è solo essere coerenti e indotti a lavorare per il Paese. A questo punto ci chiediamo, con gran responsabilità, se sarà tenuto conto di questa realtà che coinvolge tutti, senza escludere anche chi si ostina a remare contro.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

L'ultima carta di Forza Italia nell'arena pugliese

 

Non c’è pace per Forza Italia. A corto di candidati, il partito dell’ex Cavaliere propone ad Adriana Poli Bortone (Fratelli d’Italia) di correre per la presidenza della Regione Puglia contro Francesco Schittulli, sostenuto da Raffaele Fitto. L’ipotesi non convince però Giorgia Meloni: «Va bene solo se non è divisiva». E Poli Bortone prende tempo: "Decideremo con il resto del partito". Fitto, intanto, continua a picchiare duro sul leader azzurro: «Caro Berlusconi, stai scegliendo una linea da “cupio dissolvi”, e lo dico con grande amarezza. È ormai chiaro che FI gioca a perdere, disinteressandosi della Puglia e delle ragioni dei pugliesi, che chiedono un'alternativa al malgoverno della sinistra». Non soddisfatto, il capo dei dissidenti preannuncia anche una battaglia legale per l’usco del simbolo.

Sul fronte sinistro, intanto, continua la cavalcata di Maurizio Landini verso la costruzione di un nuovo partito. Bocciato da Susanna Camusso, il capo della Fiom rilancia presentando un manifesto programmatico che guarda ai prossimi mesi: «Associazioni, movimenti, sindacati, donne e uomini che in questi anni si sono battuti contro le molteplici forme di ingiustizia e discriminazione decidono oggi di promuovere un cammino comune». TOMMASO CIRIACO  LR 12

 

 

 

 

 

Boom di richieste per l’accesso al nuovo 730

 

Sette milioni di italiani pronti per riceverlo precompilato. I dubbi dei commercialisti

 

La «rivoluzione» per la dichiarazione dei redditi arriva in un click, ma bisogna essere muniti di password. A ricordarlo, a una settimana dall’avvio dell’operazione 730 precompilato, è l’Agenzia delle Entrate, che ha registrato nei primi 3 mesi dell’anno un «boom» di richieste di credenziali, da parte di mezzo milione di contribuenti, che porta a 7 milioni gli italiani già in possesso del Pin - delle Entrate ma anche dell’Inps - con cui potranno vedere, accettare o modificare, e infine inviare il proprio 730. Con le stesse credenziali inoltre si possono gestire le pratiche di Equitalia: cartelle, avvisi di pagamento, rate. 

Un terzo degli interessati dal nuovo modello precompilato, dunque, ha le carte in regola per accedere al sistema: per il primo anno di sperimentazione la dichiarazione sarà messa a punto infatti per 20 milioni di italiani - lavoratori dipendenti o pensionati - e si stima che di questi il 30%, circa 6 milioni di dichiarazioni, sarà confermato senza bisogno di integrare le informazioni, ad esempio aggiungendo le detrazioni per le spese mediche. 

 

Come si richiede il Pin  

Per ottenere la password ci sono quattro strade: il Pin si può richiedere direttamente online dal sito dell’Agenzia delle Entrate, per telefono tramite il call center (848.800.444), in un qualsiasi ufficio dell’Amministrazione finanziaria o con la Carta nazionale dei Servizi. Chi ha questa smart card riceve immediatamente il codice Pin e la password per l’accesso a Fisconline.  

 

Si parte il 15 aprile

La dichiarazione sarà disponibile online dal 15 aprile. Potrà essere presentata dal primo maggio al 7 luglio. Effettuato l’accesso, si possono visualizzare: la dichiarazione precompilata, l’elenco dei dati inseriti nella dichiarazione e di quelli che l’Agenzia non ha potuto inserire perché non completi o incongruenti. Il contribuente può chiedere di vedere questi documenti anche al proprio sostituto d’imposta (datore di lavoro o ente pensionistico), se presta assistenza fiscale, a un Caf o a un commercialista. In questi casi, è necessario rilasciare preventivamente un’apposita delega. 

 

L’ira dei commercialisti

I commercialisti, però, continuano a essere sul piede di guerra: il nodo sono le sanzioni che, in caso di errori, ricadranno sui professionisti. «Una norma palesemente incostituzionale», attacca l’Anc.  

In ogni caso, per tutti, resta valida l’opzione cartacea. LS 9

 

 

 

 

Borse di studio per italiani all’estero: domande entro il 13 maggio

 

ROMA - Emanato il bando delle borse di studio offerte dal Governo per l’anno accademico 2015/2016 a cittadini stranieri e cittadini Italiani Residenti all’Estero (IRE).

La scadenza per la presentazione delle candidature è fissata al 13 maggio 2015.

Questo nuovo bando contiene un’importante novità: per favorire percorsi formativi di secondo livello, sono ammesse candidature esclusivamente per Corsi Universitari di II ciclo, Master di I e II livello, Dottorati di Ricerca, Scuole di Specializzazione, Progetti in co-tutela, Corsi AFAM, Corsi avanzati di lingua e cultura italiana, Corsi di aggiornamento/formazione per docenti di lingua italiana.

In ogni caso, sono ammesse le candidature al rinnovo per coloro i quali nell’a.a. 2014/2015 abbiano usufruito della concessione di una borsa di studio per l’iscrizione ad una laurea di I ciclo e a ciclo unico.

Anche quest’anno, il Ministero degli Esteri ha sottoscritto Convenzioni con le Università italiane più rappresentative, così da facilitare l’inserimento di studenti stranieri beneficiari di borse di studio, e di snellirne la procedura amministrativa di erogazione.

Quindi, i borsisti che frequentano queste Università, riceveranno le mensilità direttamente dall’Università con procedura semplificata ed abbreviata.

Gli Atenei in convenzione per l’a.a. 2015-16 sono: Politecnico di Milano; Politecnico di Torino; Università Ca’ Foscari di Venezia; Università Commerciale Luigi Bocconi di Milano; Università degli studi di Torino; Università degli studi di Milano; Università degli studi di Bologna; Università degli studi di Roma Tor Vergata; Università Roma Tre; Università per stranieri di Perugia; Università per stranieri di Siena; Università per stranieri “Dante Alighieri” di Reggio Calabria.

Tra le “Informazioni generali”, la Farnesina scrive che “un’adeguata conoscenza della lingua italiana, e il superamento di un test di livello B2, è un elemento essenziale per candidarsi a una borsa di studio in Italia. Corsi di lingua italiana, e test di conoscenza della lingua italiana, per stranieri sono offerti da molti Istituti Italiani di Cultura all’estero. Si può controllare a questo indirizzo l’elenco degliIstituti Italiani di Cultura”.

Prima di presentare la propria candidatura, lo studente straniero o italiano all’estero deve conoscere tutte le caratteristiche e i dettagli relativi alla specifica Istituzione Universitaria Italiana che intende frequentare.

Il testo del bando, le informazioni preliminari, l’elenco dei progetti speciali e le informazioni specifiche Paese per Paese sono online a questa pagina del sito del Maeci. (aise 1) 

 

 

 

 

Governo impegnato a predisporre una normativa per l’associazionismo italiano nel mondo

 

ROMA - In occasione dell’approvazione del disegno di legge di delega al Governo per la riforma del Terzo settore, dell'impresa sociale e per la disciplina del Servizio civile universale, il Governo ha accolto un ordine del giorno, da me presentato assieme ai colleghi Garavini, Fedi, Farina e La Marca, nel quale si richiede di emanare una specifica normativa sull’associazionismo e, in particolare, sulla rete di associazioni italiane esistente nel mondo.

Non sarebbe, infatti, né giusto né produttivo per gli interessi nazionali, nel momento in cui si considera l’utilità sociale della funzione dei soggetti che agiscono senza scopo di lucro per accrescere la partecipazione, la solidarietà e la coesione sociale, ignorare che nel mondo esistono ed operano diverse migliaia di sodalizi su base volontaria che tutelano le nostre comunità e danno energia e dignità all’Italia in ambito internazionale. Esse, raccolgono le istanze dei nostri emigrati e ne tutelano le esigenze, valorizzano il ruolo delle comunità sia nei confronti dei rappresentanti dello Stato italiano che delle autorità dei Paesi di insediamento, preservano le radici culturali e mantengono e sviluppano i rapporti con i luoghi di origine, affermano il modello di vita italiano e fanno da ponte tra lo stile e i prodotti nazionali e i contesti locali.

La rete associativa esistente all’estero rappresenta, allo stesso tempo, un insostituibile punto di riferimento per i flussi di nuova emigrazione e di mobilità che negli ultimi anni si sono dispiegati a seguito della crisi economica ed occupazionale che l’Italia sta attraversando. A differenza del passato, i nuovi migranti non si giovano di regolamentazioni e strumenti specifici di sostegno e, dunque, solo nell’associazionismo possono trovare un fattore di orientamento e di collaborazione, soprattutto nella difficile fase di insediamento.

Nel nostro ordine del giorno abbiamo ricordato che, su nostra iniziativa, il Parlamento ha già avuto modo di richiamare e valorizzare la funzione della rete associativa italiana all’estero come fondamentale leva per il sostegno alle politiche di internazionalizzazione del Sistema Italia, inserendo uno specifico riferimento al coinvolgimento delle associazioni italiane all’estero nel Programma “Destinazione Italia” e ribadendo un’analoga affermazione nella mozione generale di politica estera approvata dalla Camera solo alcune settimane addietro.

Il disegno di legge di delega al Governo per la riforma del Terzo, approvato oggi dalla Camera, si concentra sugli enti privati che operano senza scopi di lucro a scopi di coesione sociale in ambito nazionale. Questo non esclude che, nell’emanazione dei decreti di attuazione, possa essere considerato il vasto e non meno importante mondo dell’associazionismo italiano all’estero per la sua rilevanza di ordine generale e per i benefici che arreca al nostro Paese.

In ogni caso, con il nostro ordine del giorno, il Governo è impegnato a “predisporre misure legislative volte a ridefinire il quadro di principio e normativo nel quale deve operare l’associazionismo, con specifico riferimento a quello italiano nel mondo”.

Fabio Porta, Deputato Pd della circoscrizione Estero

 

 

 

Per ricordare

 

Ci sono festività che, per il loro significato, contano di più d’altre. Soprattutto se commemorano il trionfo della Libertà e della Democrazia. Ne citiamo una che sarà degnamente onorata nella Penisola.

 Il 25 aprile 1945, alle ore 8, il Comitato di Liberazione Nazionale comunicava, via radio, la Liberazione d’Italia dal giogo nazi/fascista. Dall’anno successivo, il giorno dell’evento fu proclamato Festa Nazionale. Sono trascorsi settant’anni dalla Liberazione e la Penisola è andata avanti nel suo percorso di Paese democratico inserito, a pieno titolo, in un’Europa che, da teatro di guerra, s’è trasformata in Unione di Paesi con finalità comunitarie e di collettivi destini.

Gli artefici della Liberazione sono rimasti in pochi. Gli anni sono passati, inesorabili, e con loro, anche le vite di chi rischiò la propria in nome della Democrazia e di una Pace giusta.

Tuttavia, il 25 aprile è, e rimarrà, una ricorrenza da commemorare tra le date più importanti di questa nostra Repubblica che, pur con i tanti suoi problemi, intende onorare la ricorrenza e ricordare i caduti per la Democrazia e la Libertà.

Anche noi, con queste poche righe, intendiamo commemorare una data che è stata il punto di partenza di tante vicende che ci hanno accompagnato per settant’anni e che sono stati di stimolo innovatore almeno per tre Generazioni.

Il 25 aprile 1945 resta una data miliare della storia d’Italia, ma anche d’Europa. La menzioniamo come il primo giorno d’eventi che hanno determinato un innegabile cambiamento per il Paese. Cambiamento che, dopo settanta anni, ancora continua.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

                  

 

La lingua italiana. Prefissi e suffissi: auto e tele

 

I prefissi e i suffissi sono elementi strutturali che entrano nella formazione delle parole. Essi (generalmente parole monosillabiche o bisillabiche: preposizioni, avverbi, aggettivi, nomi, o pronomi)  considerati come voci autonome, hanno un loro significato il quale modifica e completa il significato della parola che vanno a formare quando si aggiungono ad essa (all’inizio, i prefissi; alla fine, i suffissi). Immaginiamo il modello di una parola. Essa è composta da diversi elementi  ognuno di essi con un suo significato. Di questi elementi alcuni sono delle vere e proprie parole se considerate autonomamente, e perciò il loro significato è evidente; altri, invece, sono particelle funzionali (es: cas-ett-a; parla-va-mo) le quali aggiungono  anch’esse una parte di significato, ma che mai troveremo da sole, per cui non sono parole, anche se secondo alcuni teorici della lingua, all’origine esse sono state delle parole isolate che col tempo si sono agglutinate (si sono saldate tra loro, come fa il glutine nell’impasto del pane). Sono parole che aggiungono quei significati che scaturiscono dalle categorie grammaticali, come il tempo, nel caso del verbo, o le alterazioni nel caso del nome. Allora – credo di averlo già ripetuto altrove, ma ripeterlo non fa male – il modello della parola risulta così fatto: al centro una radice (che porta il significato di base della parola composta), all’inizio e alla fine – se ci sono – si aggiungono i prefissi (all’inizio) e suffissi (alla fine), che modificano ognuno per la parte il significato. Solo per essere completi – non è pedanteria la mia – devo dirvi che esistono anche gli infissi: sillabe o semplici consonanti che si inseriscono all’interno di una parola, spaccandone la radice. Questi, però, li potremo vedere quando ce ne capiterà l’occasione.

Il discorso dei prefissi e dei suffissi invece ogni parlante lo può seguire perché il loro uso è pratica quotidiana. E non solo. Ma anche perché i vocabolari hanno l’ottima abitudine di presentarli, come si fa con le altre parole, autonomamente, spiegandone il significato e il modo di usarli (cioè come si attaccano alla radice e se la loro presenza crea modificazioni fonetiche).

Facciamo un esempio. Auto- è un prefisso che significa “da solo” in quanto è l’adattamento nella lingua italiana di un pronome, o meglio avverbio, greco (antico) che significava “da se stesso”. Auto…lesionismo.          Auto…gol. Auto…mobile

Perciò autonomo (poiché “nomos” – un’altra parola greca – è la legge) è colui che si fa la legge (le regole di comportamento) da solo. Oggi si dice pure “autodeterminante”. Per cui l’autodeterminazione è il principio di libertà.

Possiamo continuare la teoria con la parola autodeterminazione. Essa, oltre al prefisso “auto-“ contiene anche il suffisso “-zione” (che serve a formare dei nomi: generalmente a partire da un verbo). Perciò diremo che “auto-de-termina-zion-e” (rileviamo, per inciso, che la parte finale delle parole variabili si chiama desinenza, che significa parte finale), ha due prefissi e un suffisso (variabile come i nomi che finiscono con la “e/i”) applicati alla radice “-termina-“ del verbo terminare.

Anche i prefissi e i suffissi hanno una loro storia semantica e una loro etimologia.

E continuiamo con un esempio. Auto-mobile è un oggetto mobile, che si muove “da solo”. Tutti sappiamo di che cosa stiamo parlando. Ad un certo momento della storia delle civiltà la tecnologia, aiutata dalla scienza, ha prodotto un veicolo che si muove da solo soppiantando così il trasporto di persone e cose mediante la trazione “animale” (cavallo, asino, buoi, cammello, ecc. ed anche l’uomo stesso). Così per cento anni i trasporti e le comunicazioni sono stati caratterizzati dalla presenza di questo mezzo “se-movente” fino al punto di farci dimenticare l’origine del significato della parola automobile. Un po’ come succede con ascensore, e tante altre parole (da qui a volte la necessità di studiare l’etimologia delle parole).

Proprio la cultura della “macchina che trasporta” ha generato tutta una serie di servizi che l’uso della lingua (che cerca sempre di sintetizzare per una ragione di economia all’interno della lingua stessa) ci fa chiamare: “autoveicolo”, “autosalone”, “autoradio”, “autonoleggio”, “autorimessa”, “autodromo”, “autogrill”, “autoriparazioni”, “autolavaggio”, ecc. dove “auto” non significa più “da se stesso”, bensì “che ha a che fare con i veicoli a motore”, cioè l’automobile.

Lo stesso processo è capitato col prefisso “tele-“. Utilizzato nelle parole televisione, telefono, teleferica, telepatia, ecc. esso ha il significato dell’avverbio “telei” nel  greco antico, cioè “a distanza” (come il tedesco “fern-“). Ma diffusosi poi l’uso della televisione come tecnologia; e createsi tante attività collegate a questo mezzo che ci consente di vedere a distanza persone, spettacoli e avvenimenti, oggi il prefisso

“tele-“ significa  semplicemente “che riguarda la televisione”.  Luigi Casale

(de.it.press)

 

 

 

 

Il 16 maggio a Bologna la manifestazione nazionale di rom e sinti "contro un nuovo olocausto"

 

Il presidente Casadio: "Denunceremo Salvini per incitamento all'odio. Se dovessero accadere episodi di violenza contro di noi sapremo di chi è la colpa"

Sarà Bologna a ospitare, il prossimo 16 maggio, la manifestazione nazionale di rom e sinti. Lo annuncia Davide Casadio, presidente della Federazione rom e sinti, nell'ultima puntata di KlausCondicio. 

 

Il 16 maggio non è una data scelta a caso: in quel giorno nel lager di Birkenau gli internati sinti e rom si ribellarono ai nazisti. "Non escludo assolutamente un nuovo olocausto per rom e sinti, se in Europa dovessero andare al potere persone di estrema destra come Salvini", afferma Casadio, che annuncia di voler denunciare il leader della Lega nord "alla Corte Europea di Strasburgo, per incitamento all'odio razziale e alla violenza, con una richiesta di risarcimento danni per cinque milioni di euro". Secondo Casadio, infatti, "Salvini ha violato palesemente tutte le leggi comunitarie che impediscono a un politico di alimentare odio e aizzare la gente ad agire in modo

 

violento contro una specifica comunità creando un clima da pogrom. Se dovessero accadere episodi di violenza o pogrom contro persone rom sapremo di chi sarà la colpa".

 

"Il virus del razzismo - continua Casadio - sta alimentando discriminazioni fomentate da personaggi come Salvini, che stanno facendo politica come accadde negli anni trenta", quando "i nostri genitori o nonni venivano perseguitati dal nazifascismo, quando venimmo sterminati". LR 9

 

 

 

 

 

Accolto dal Governo ordine del giorno in favore delle associazioni operanti per le comunità italiane all’estero

 

ROMA – Oggi, in occasione dell’esame del disegno di legge recante “Delega al governo per la riforma del terzo settore, dell'impresa sociale e per la disciplina del Servizio civile universale”, il Governo ha accolto l’ordine del giorno presentato da Fucsia FitzGerald Nissoli in favore dell’associazionismo operante in favore delle comunità italiane all’estero.

Come ha fatto notare la deputata di PI eletta all’estero nella ripartizione del Nord e Centro America, “l'associazionismo italiano all'estero ha supplito sovente all'assenza dello Stato, assumendo di volta in volta il ruolo di punto di aggregazione e di partecipazione, di promotore della nostra cultura e della nostra lingua, di società di mutuo soccorso e di ispiratore di opere sociali e di solidarietà di cui restano segni tangibili”.

Di fronte a questo protagonismo sociale, sussidiario, Nissoli ha sottolineato che “è necessario che i criteri per riconoscere le forme associative esistenti tra le comunità italiane nel mondo, oggi di competenza del Ministero degli affari esteri, siano armonizzati con il nuovo impianto normativo nazionale in materia di associazionismo di volontariato e di associazionismo di promozione sociale e che ad esse vengano estese anche tutte le disposizioni di carattere fiscale attualmente vigenti per gli enti operanti all'interno del Terzo settore e l'accesso ai fondi previsti per tali enti”.

In tale ottica, Fucsia FitzGerald Nissoli ha impegnato il Governo a far sì che “nella predisposizione dei prossimi decreti attuativi”, si abbia “cura di salvaguardare il patrimonio associazionistico italiano nel mondo, frutto del lavoro instancabile di generazioni di emigrati e che avrà un ruolo decisivo in «termini di rete» anche in futuro”. (Inform 9)

 

 

 

 

EU. Avramopoulos fordert Änderungen bei Flüchtlingspolitik

 

Der für Migration zuständige EU-Kommissar, Dimitris Avramopoulos, sieht Nachbesserungsbedarf beim Umgang der Europäischen Union mit Flüchtlingen.

 

Nicht nur die griechische Regierung, auch die EU-Einrichtungen seien "besorgt", sagte Avramopoulos am Dienstag nach einem Gespräch mit dem griechischen Regierungschef Alexis Tsipras in Athen. Bei der Dublin-II-Verordnung, wonach dasjenige Land für den Asylantrag zuständig ist, über das der Asylbewerber in die EU eingereist ist, bedürfe es einer Änderung.

Der ehemalige Politiker der rechtskonservativen griechischen Partei Nea Dimokratia fügte hinzu, Griechenland brauche in Übereinstimmung mit den EU-Regeln einen "nationalen Einwanderungsplan".

Tsipras sagte, in der Flüchtlingsfrage bedürfe es einer "doppelten Solidarität": zum einen gegenüber jenen, "die Hunger und Kriege von zu Hause vertreiben", zum anderen gegenüber den Aufnahmeländern an der Außengrenze der EU wie Griechenland.

Athen fordert seit geraumer Zeit mehr Geld von der EU für die Bewältigung der hohen Zahl von Flüchtlingen. Außerdem setzt sich die griechische Regierung für eine Neuregelung der Dublin-II-Regeln ein. Griechenland ist für zehntausende Flüchtlinge das Eingangstor in die EU. AFP/EA 8

 

 

 

 

Abschottungspolitik. Die EU schafft sich ab

 

Die EU ist juristisch gebunden, wirtschaftlich in der Lage und moralisch verpflichtet, Bedürftigen auf ihrem Territorium Schutz zu gewähren. Tut sie das nicht, hat sie den Friedensnobelpreis nicht verdient. Von Lea Wagner

 

Italien will Ägypten und Tunesien künftig stärker in die Seenotrettung von Flüchtlingen im Mittelmeer einbeziehen. Dabei geht es jedoch nur vordergründig darum, weitere Todesfälle zu verhindern. Entscheidend ist, dass die ägyptischen und tunesischen Boote die Geretteten zurück nach Nordafrika bringen sollen. Wie die nordafrikanischen Transitländer dann mit den Flüchtlingen verfahren, ist ihnen überlassen.

Diese Überlegungen sind Teil eines Papiers der italienischen Regierung, das sie am 20.3. anderen Mitgliedstaaten (darunter Deutschland) übermittelt hat. Italien verspricht sich davon einen “wahren Abschreckungseffekt”, wie es wortwörtlich in dem Papier heißt. Sollte die EU die italienischen Vorschläge in die Tat umsetzen, käme das einer weiteren Einschränkung des Asylrechts gleich. Dies wäre der endgültige Beweis dafür, dass die Migrationspolitik der EU gescheitert ist.

Es ist problematisch, die Verantwortung im Umgang mit den Geflüchteten Tunesien und Ägypten zu übertragen. Keines der beiden Länder verfügt über ein Asylsystem nach internationalen Standards, wie wir es in der EU kennen. Ob jemand den ihm zustehenden Schutz gewährt bekommt, obliegt der Willkür der zuständigen Behörde. Immer wieder kommt es zu kollektiven Abschiebungen in Nachbarländer, zum Beispiel nach Algerien und Libyen. Menschenrechtsorganisationen berichten regelmäßig über Übergriffe auf Flüchtende seitens staatlicher Stellen.

Die EU ist in der Pflicht, Bedürftigen auf ihrem Territorium Schutz zu gewähren. Wirtschaftlich ist sie dazu in der Lage. Außerdem darf sie sich ihrer Verantwortung nicht entziehen. Schließlich versteht sie sich als “Wertegemeinschaft”. 2012 hat sie dafür den Friedensnobelpreis verliehen bekommen. Als Grund für seine Entscheidung nannte das Komitee “den erfolgreichen Kampf der EU für Frieden, Versöhnung, Demokratie und Menschenrechte”.

Zudem hat die EU ein starkes Eigeninteresse daran, die Einwanderung zu fördern. Europa altert wie kein anderer Kontinent: Nach Angaben des Berlin-Institut für Bevölkerung und Entwicklung wird in 50 Jahren fast ein Drittel der europäischen Gesellschaft 65 Jahre oder älter sein. Heute liegt der Anteil dieser Altersgruppe noch bei rund 17 Prozent. Ein Teil der Flüchtlinge verfügt über in der EU gesuchte Qualifikationen; alle anderen könnten in den Mangelberufen ausgebildet werden. Umfragen ergeben, dass immer mehr deutsche Unternehmen bereit wären, die Kosten dafür zu tragen.

Dann stellt sich auch noch die Frage, ob die von Italien geplante Abschottungspolitik den gewünschten Effekt haben würde. Die Erfahrung hat gezeigt: Weder Infrarotkameras noch Stacheldraht oder gar Inhaftierung halten Menschen davon ab, zu fliehen. Routen und Transportmittel verändern sich lediglich. Die Kreativität der Schleuser kennt keine Grenzen – schließlich sind mit Menschenhandel mittlerweile größere Umsätze als mit Drogenschmuggel zu erzielen.

Wälzen wir also nicht unsere Verantwortung auf die Länder Nordafrikas ab, die bereits genug eigene Probleme haben. Noch ist es nicht zu spät – die Pläne Italiens können noch gestoppt werden. Dafür sollte Deutschland endlich einmal an der richtigen Stelle von seinem Gewicht in Brüssel Gebrauch machen. Anderenfalls sollten wir bald alle zusammen nach Oslo fahren – um den Friedensnobelpreis zurückzugeben. MiG 1

 

 

 

Demografie Studie. Deutschland braucht Einwanderung auch aus Nicht-EU-Staaten

 

Ohne Einwanderung wird Deutschland schon in 35 Jahren mehr als ein Drittel der arbeitsfähigen Bevölkerung verlieren. Einer aktuellen Studie zufolge kann das nur mit Einwanderung aus Nicht-EU-Staaten ausgeglichen werden – mit bis zu einer halben Million pro Jahr.

 

Deutschland ist in den kommenden Jahrzehnten stärker denn je auf Zuwanderung angewiesen. Ohne Einwanderer würde die Zahl der Menschen im erwerbsfähigen Alter bis 2050 von heute rund 45 Millionen auf unter 29 Millionen sinken. Das wäre ein Rückgang um 36 Prozent. Diese Lücke ist ohne Zuwanderung nicht zu schließen. Selbst wenn genauso viele Frauen berufstätig sind wie Männer und die Rente erst mit 70 Jahren beginnt, steigt die Zahl potenzieller Arbeitskräfte im Land lediglich um 4,4 Millionen. Das zeigt eine Studie der Bertelsmann Stiftung. Sie prognostiziert außerdem, dass die derzeit hohe Zuwanderung aus EU-Ländern schon bald deutlich nachlässt. Das erfordert verstärkte Bemühungen um qualifizierte Arbeitskräfte aus Nicht-EU-Staaten.

In 2013 kamen 429.000 mehr Menschen nach Deutschland als das Land verließen. Das Statistische Bundesamt geht davon aus, dass im vergangenen Jahr im Saldo sogar 470.000 Einwanderer zuzogen. Eine Nettozuwanderung in dieser Höhe würde laut Studie zumindest in den kommenden zehn Jahren ausreichen, um die Zahl der arbeitsfähigen Menschen hierzulande konstant zu halten. Dann allerdings steigt der Bedarf an Einwanderern, weil die Generation der Baby-Boomer ins Rentenalter kommt. Jeder zweite heutige Arbeitnehmer mit qualifizierter Berufsausbildung verlässt bis 2030 das Arbeitsleben.

Zuzug aus EU-Ländern wird wieder zurückgehen

Die Experten des Instituts für Arbeitsmarkt- und Berufsforschung (IAB) und der Hochschule für angewandte Wissenschaften in Coburg, die die Studie im Auftrag der Bertelsmann Stiftung erstellten, sehen eine weitere Herausforderung: Das derzeitige Rekordhoch der Zuwanderung aus EU-Staaten (2013: netto rund 300.000) wird sich nicht fortschreiben. Ein Grund ist der demografische Wandel, der in der gesamten EU die Bevölkerung schrumpfen lässt. Auch wird bei wirtschaftlicher Erholung der Krisenländer der Anreiz zur Auswanderung sinken. Die Studienautoren rechnen bis 2050 im Jahresdurchschnitt nur noch mit bis zu 70.000 Einwanderern aus EU-Staaten. Dies wäre immer noch eine erheblich höhere Einwanderung als in den 35 Jahren bis 2010: Da war der Wanderungssaldo mit der EU zumeist ausgeglichen.

Die Migrationsforscher berechnen in verschiedenen Szenarien, dass Deutschland bis 2050 pro Jahr netto zwischen 276.000 und 491.000 Einwanderer aus Nicht-EU-Staaten benötigt. Diese Gruppe stellte in 2013 unter dem Strich jedoch lediglich 140.000 Einwanderer und damit nur rund ein Drittel der gesamten Nettozuwanderung. Zudem wanderten die meisten der Drittstaatler aus familiären und humanitären Gründen, für ein Studium oder eine Ausbildung nach Deutschland ein. Mit der Blue Card der EU oder über andere Aufenthaltstitel zur Erwerbstätigkeit kamen hingegen noch nicht einmal 25.000 qualifizierte Fachkräfte ins Land.

Einwanderungsgesetz kann helfen

“Deutschland darf sich nicht auf eine weiterhin hohe Einwanderung aus der EU verlassen. Wir müssen jetzt die Weichen stellen, damit Deutschland als Einwanderungsland auch für Drittstaatler attraktiver wird”, sagte Stiftungsvorstand Jörg Dräger. Dazu gehöre ein verständliches Einwanderungssystem, das deutlich mache, dass qualifizierte Zuwanderung von außerhalb der EU nicht nur erlaubt, sondern erwünscht ist, so Dräger. Dieses Willkommenssignal sollte von einem neuen Einwanderungsgesetz ausgehen, das die Einwanderungsregeln transparent und einfach macht und Einwanderern Perspektiven für langfristigen Aufenthalt und zügige Einbürgerung bietet. Die Migrationsforschung zeigt: Staaten sind dann für ausländische Fachkräfte attraktiv, wenn sie gute Chancen auf Teilhabe bieten. Dazu gehören Sprachförderung, Integration in den Arbeitsmarkt, gesellschaftliche Gleichstellung und Schutz vor Diskriminierung.

Die Studienautoren räumen ein, der tatsächliche Bedarf an Erwerbspersonen sei angesichts des Wandels der Arbeitsgesellschaft schwer zu prognostizieren. Die Digitalisierung etwa könne die Bedarfe durchaus zurückschrauben. Trotzdem gehen die Forscher davon aus, dass die Alterung der Gesellschaft den Staatshaushalt und die sozialen Sicherungssysteme vor unlösbare Probleme stellt, sofern die Nettozuwanderung deutlich zurückginge.

Mit einer stärkeren Anwerbung von Einwanderern aus Drittstaaten, so Dräger, würde zugleich Deutschlands Verantwortung für die Stabilität der Arbeitsmärkte in den Herkunftsländern steigen: “Deutschland muss sich international stärker für eine faire Gestaltung von Migration engagieren.” Der Fairness-Gedanke ist auch der hiesigen Bevölkerung wichtig: In einer repräsentativen TNS Emnid-Umfrage für die Bertelsmann Stiftung hatten kürzlich 43 Prozent der Befragten gesagt, Deutschland dürfe qualifizierte Zuwanderer aus Entwicklungsländern nur dann anwerben, wenn diese Länder dadurch nicht in ihrer Entwicklung behindert werden. (bk/bs 30)

 

 

 

Tröglitz überall. Anschläge auf Asylunterkünfte gibt es bundesweit

 

Von sich aus informiert das Bundeskriminalamt die Öffentlichkeit nur spärlich. Also zwingt die Linksfraktion das Innenministerium regelmäßig zu genauer Auskunft. Eine Auswertung dieser Dokumente zeigt Ausmaß und regionale Verteilung der asylfeindlichen Taten.Von Corinna Buschow

 

Der Brandanschlag in Tröglitz, Neonazis vor einem Asylbewerberheim in Berlin-Hellersdorf, “Pegida” vor allem in Dresden: Asylfeindliche Haltungen werden oft in Ostdeutschland verortet. Mit zunehmender Flüchtlingszahl und der Mobilisierung von Rechtsextremen ist das aber längst nicht mehr so. Die Polizei kann inzwischen für fast jedes Bundesland Angriffe auf Unterkünfte von Flüchtlingen nachweisen. Die Statistik spricht eine differenzierte Sprache: Der Osten Deutschlands – besonders Sachsen – ist ein Schwerpunkt asylfeindlicher Gewalt, aber längst nicht mehr einziger Tatort.

Vergleichbare Fälle wie in Tröglitz, wo Unbekannte am vergangenen Wochenende ein Gebäude mit für Flüchtlinge vorgesehenen Wohnungen anzündeten, gab es zuletzt auch im Westen Deutschland. Mitte Dezember wurden im fränkischen Vorra drei Häuser, in die Flüchtlinge einziehen sollten, in Brand gesteckt. Die Ermittler entdeckten danach ein Hakenkreuz an der Hauswand. Die Amadeu Antonie Stiftung dokumentiert zudem eine Brandstiftung am 9. Februar im schleswig-holsteinischen Escheburg. Auch dort wurde ein Haus unbewohnbar, das Asylsuchenden Unterkunft geben sollte.

Deutliche Zunahme von Angriffen auf Asylbewerber

Angriffe auf Asylbewerber und ihre Unterkünfte haben der Statistik des Bundeskriminalamtes vor allem im vergangenen Jahr deutlich zugenommen: 162 rechtsextrem motivierte Anschläge gab es demnach. 2013 waren es 58, im Jahr davor 24. Für das aktuelle Jahr gibt es noch keine polizeilichen zahlen. Die Amadeu Antonio Stiftung registrierte bislang 25 Angriffe auf Asylunterkünfte.

Während das Bundeskriminalamt keine nach Ländern differenzierte Statistik bereithält, zwingt die Linksfraktion im Bundestag das Bundesinnenministerium regelmäßig in parlamentarischen Anfragen zu genauer Auskunft. Einmal pro Quartal erhält die Öffentlichkeit so Auskunft über Ausmaß und regionale Verteilung der asylfeindlichen Taten.

Tröglitz überall

Diese Dokumente weisen für das Jahr 2014 insgesamt 170 Angriffe gegen Asylunterkünfte aus, 150 davon galten als rechts motiviert. Inzwischen sind weitere Fälle beim Bundeskriminalamt nachgemeldet worden, so dass unterm Strich die 162 Fälle stehen.

Von den 170 Angriffen insgesamt fanden 60 in den ostdeutschen, 75 in den westdeutschen Bundesländern statt. 35 wurden in Berlin registriert – dort dürfte der Schwerpunkt der Straftaten allerdings in den ehemaligen Ostbezirken liegen. Gemessen an der deutlich niedrigeren Einwohnerzahl und damit auch geringeren Flüchtlingszahl im Osten passieren Straftaten gegen Asylunterkünfte dort also besonders oft.

Große Unterschiede in den Regionen

Allerdings sieht die Lage je nach Region verschieden aus: Während die Antworten des Bundesinnenministeriums für Sachsen im Jahr 2014 insgesamt 28 Angriffe auf Asylunterkünfte ausweisen, gab es in Brandenburg 16, in Thüringen und Mecklenburg-Vorpommern jeweils sechs. Sachsen-Anhalt – wo Tröglitz liegt – hatte mit vier registrierten Taten im ostdeutschen Vergleich die wenigsten Fälle.

In den westdeutschen Bundesländern gab es die meisten Fälle in den einwohnerstärksten Ländern Nordrhein-Westfalen (24), Bayern (16) und Baden-Württemberg (19). Die reine Größe erklärt aber nicht die Häufigkeit: In Niedersachsen, in der Reihe der einwohnerstarken Länder auf Platz vier, gab es 2014 im Vergleich fünf Angriffe auf Asylunterkünfte. In Schleswig-Holstein und Bremen wurde gar kein Fall registriert, in Hamburg einer.

Über die Ursachen für die Regionen-Schwerpunkte kann man indes nur spekulieren. Das Bundesinnenministerium vermutet einen Zusammenhang zwischen öffentlicher Stimmung und Straftaten. Wenn es mehr Demonstrationen gebe, gebe es auch mehr Straftaten, sagte ein Sprecher. Vor dem Hintergrund der besonders in Dresden erfolgreichen “Pegida” wäre das eine Erklärung für den Schwerpunkt Sachsen. Andere Hotspots rechtsextrem motivierter Gewalt erklärt das aber nicht. (epd/mig 10)

 

 

 

 

Die Rechtsradikalen können nicht gewinnen. Tröglitz als Vorbild für Zivilcourage

 

Wo fremdenfeindliche Parolen erschallen, erheben sich mindestens genauso laute Stimmen, die für Weltoffenheit und Zusammenhalt plädieren. Zu jeder Demo gegen die Aufnahme von Asylbewerbern oder die sogenannte „Islamisierung“ gesellt sich schnell eine „Lieber Bunt statt Braun“- oder „Gegen Nazis“-Demo. Die niedersächsische Stadt Tröglitz wehrt sich und beugt sich nicht dem rechtsradikalen Druck. Andere Orte können sich ein Beispiel daran nehmen.

 

Tröglitz, ein kleiner Ort in Niedersachsen, hat in den letzten Wochen traurige Berühmtheit erlangte, als gespaltene Gemeinde. Die einen wollen Flüchtlingen ein Zuhause bieten, andere wollen dies mit roher Gewalt verhindern. Vor einigen Wochen setzten Rechtsradikale und „Wutbürger“ den Bürgermeister der Stadt, Markus Nierth unter Druck, weil er sich für die Aufnahme von Flüchtlingen einsetzte. Er trat zurück, um sich und seine Familie zu schützen.

 

Vor einigen Tagen wurde das für die Asylanten vorgesehene Flüchtlingsheim vorsätzlich niedergebrannt. Nun bedrohen wütende Rechte auch den für Tröglitz zuständigen Landrat Götz Ulrich nach dem Brandanschlag per E-Mail. Eine der Drohmails fragt den Landrat, ob man weitere Maßnahmen ergreifen müsse, um die Unterbringung der Asylanten zu verhindern. Ob es nun nicht genug sei, nach all dem, was in Tröglitz passiert sei. Eine berechtigte Frage. Reicht es nicht langsam? Hat Tröglitz nicht schon genug erlebt, um zu begreifen, dass Fremdenfeindlichkeit und Ausländerhass auf keinen Fall die Lösung sein kann?

 

Warum Tröglitz wichtig ist

Man könnte meinen, dieser Ort steht als pars pro toto. Was sich hier abspielt, scheint so in immer mehr Kleinstädten in ganz Deutschland, in ganz Europa zu passieren. Menschen, die sich für Bedürftige, und Schwache einsetzen, werden von Menschen, deren Einstellung weniger offen und herzlich ist, unter Druck gesetzt, sogar bedroht. Deren Einfluss wird nach und nach so groß, dass sie die Ängstlichen und Willensschwachen mit in ihrem Strudel aus Hass, Ignoranz und primitiver Angst mitreißen. Die Zahl ihrer Anhänger und somit ihre Präsenz wird immer größer. Je größer diese Präsenz, desto mehr wächst ihr Einfluss wiederum auf Politik und Gesellschaft, auf das tägliche Leben. Die Zahl der Übergriffe auf Flüchtlingsheime und in Deutschland hat sich 2014 im Vergleich zum Jahr davor verdreifacht, fast 80 Demonstrationen gab es gegen die Aufnahme von Flüchtlingen, viele im Namen der NPD. Auch in Tröglitz scheint das Böse in Gestalt von NPD-Anhängern und anderer rechtsradikaler und fremdenfeindlicher Bürger die Oberhand zu gewinnen. Die Hoffnung der Asylgegner ist wohl: wenn wir es hier verhindern können, wird es auch nirgendwo sonst Unterstützung für Ausländer geben.

 

Die Beharrlichkeit der Nächstenliebe

Doch sie täuschen sich. In Tröglitz regt sich trotz allen Versuchen der politisch Rechten die Menschlichkeit. Bereits nach dem Rücktritt des ehemaligen Bürgermeisters wollte Tröglitz weiterhin 40 Asylanten Unterschlupf gewähren und sich nicht von den kleinkarierten Parolen der Flüchtlingsgegner einschüchtern lassen. Das zerstörte Flüchtlingsheim ist zwar ein Rückschlag, doch auch darauf reagiert Tröglitz nüchtern: einige Bewohner stellen ihre Privatwohnungen für die Bedürftigen zur Verfügung. Ebenso zeigt der bedrohte Landrat Ulrich Stärke. Auch für ihn steht trotz der Drohungen weiterhin fest, dass Tröglitz Flüchtlinge aufnehmen wird. Diese kleine Stadt zeigt, dass der Einfluss, den die Rechtsradikalen scheinbar auf Gesellschaft und Politik haben, immer und überall noch überboten werden kann. Das Signal, dass Tröglitz sendet, ist eindeutig: wir erleben Rückschläge, doch unser großes Ziel wird dasselbe bleiben und nicht verhindert werden. Flüchtlinge werden in dieser Gemeinde ein Zuhause finden, und alle werden sich damit abfinden müssen.

 

Nicht zurückweichen

In Zeiten von Krieg und Terror, in denen es mehr Flüchtlinge gibt als je zuvor, braucht es Mut und Menschlichkeit. Die Rechtsradikalen können nicht gewinnen, weder in Tröglitz noch anderswo, weil es überall Menschen gibt, die Zivilcourage zeigen. Wer für seine eigenen Überzeugungen einsteht, wehrt sich damit gegen die Kleinkariertheit von Neonazis und zeigt: Ausländerhass und Wut gegen Flüchtlinge sind Probleme, aber sie können angegangen gelöst werden, in Tröglitz und an vielen anderen Orten.  Judith Wallacher, kath.de-Redaktion 10

 

 

 

Rotes Kreuz: "Flüchtlingshilfe ein Gebot der Menschlichkeit"

 

Auf Dauer wird Kurdistan die 1,5 Millionen Flüchtlinge nicht schultern können. Um diese Region zu stabilisieren und die Menschen zu unterstützen, wird es nebst Solidaritätsbezeugungen vor allem weiterer konkreter Hilfs-Programme bedürfen.

"Die Menschen haben oft fürchterliche Erlebnisse hinter sich, aber sie versuchen ein normales Leben zu führen - soweit das möglich ist." So fasst der Generalsekretär des Österreichischen Roten Kreuzes, Werner Kerschbaum, seine Eindrücke von einer Erkundungsmission in den Nordirak zusammen. Und er zieht eine interessante Schlussfolgerung: So genannte Cash-Programme sind eine wirksame Hilfe, um in Zusammenarbeit mit den internationalen Hilfsorganisationen die Not vor Ort lindern zu können.

Nach dem Fall von Saddam Hussein und dem Krieg im Irak war Erbil die erste irakische Großstadt in die wieder Ruhe und ein scheinbar normaler Alltag einkehrte. Die Hauptstadt der autonomen Provinz Kurdistan beherbergt daher bereits wieder einige diplomatische Vertretungen und wird sogar von internationalen Fluggesellschaften, wie Austrian Airlines, angeflogen. Zuletzt geriet aber auch sie wieder in den Focus der IS-Terrormilizen. Erbil und seine Umgebung sind nämlich der Zufluchtsort für 250.000 Kurden aus Syrien und etwa 1,2 Millionen Binnenflüchtlinge, die vor den IS-Milizen aus dem Westen des Landes geflüchtet sind. Trotz dieser dramatischen Situation, so Kerschbaum, herrscht auf den Straßen vermeintliche Normalität, deutet im Stadtbild auf den ersten Blick kaum etwas auf eine Frontlinie hin, die in nur 50 Kilometern verläuft. Die Bedrohung durch die IS ist aber letztlich nicht zu leugnen – die Terror-Milizen haben den kurdischen Streitkräften "Peshmerga" erhebliche Verluste zugefügt und damit auch in der Bevölkerung wieder für Furcht vor weiteren Angriffen gesorgt. Trotzdem, das Leben geht weiter.

Flüchtlinge leben in Bauruinen und Camps

Auffällig sind für den Beobachter die vielen Rohbauten in Erbil. Allerdings, die Baustellen stehen still, weil das Geld aus Bagdad fehlt. Wenngleich von den meisten im Bau befindlichen Häusern gerade einmal die Außenmauern stehen und es keine Fenster, Türen oder Geländer gibt, so sind sie dennoch bewohnt. Kinder spielen zwischen den Ziegelmauern, Wäsche flattert auf den Dächern – die Gebäude sind Flüchtlingsunterkünfte. Und noch eine überraschende Erkenntnis, obwohl die Provinzregierung auf fehlende Zahlungen aus Bagdad in der Größenordnung von 15 Milliarden Euro wartet, funktioniert die Versorgung der Flüchtlinge. Sie sind teils bei Verwandten, teils in den Rohbauten der Stadt und in 25 Flüchtlingscamps untergebracht, die sich über Kurdistan verteilen. Trotz der dramatischen Lage im Umfeld ist eine tolerante Grundeinstellung unter der Bevölkerung spürbar.

Das Zusammenleben zwischen Flüchtlingen und Einheimischen, zwischen unterschiedlichsten Religionen und Sprachen funktioniert und basiert auf einem gemeinsamen Grundverständnis. Dieses rührt auch daher, dass fast jede kurdische Familie Erfahrung mit Flucht hat. Die Anteilnahme und Hilfsbereitschaft in der Bevölkerung sind ungemein groß, so der Generalsekretär des Roten Kreuzes, dessen Organisation maßgeblich an den Hilfsaktionen vor Ort beteiligt ist. Rund 40 Prozent der Flüchtlinge leben in den Camps. Für die Versorgung ist die Regierung zuständig, massiv unterstützt durch die Rotkreuz- und Rothalbmond-Bewegung. Hunderte Freiwillige des Irakischen Roten Halbmonds organisieren in den kurdischen Gebieten die Verteilung der Hilfsgüter.

Unvorstellbare Lebensbedingungen

Eines der Camps ist das Zeltlager Baharka und liegt 30 Minuten nördlich von Erbil. 580 Zelte bieten Platz für 3.000 Personen. Auf 4 mal 3 Meter wohnen darin vier- bis sechsköpfige Familien. Zum Camp gehört noch eine behelfsmäßig in Containern untergebrachte Volksschule und ein medizinischer Stützpunkt. Lebensmittel, Hygienegüter, Kerosinöfen und zusätzliche Planen, die die Zelte vor kaltem Wind schützen sollen, werden verteilt. Auf 50 Personen kommt eine Dusche, auf 35 eine Toilette. Für die Sicherheit im Camp sorgt eigenes bewaffnetes Personal. "Die Rahmenbedingungen dieser Lebenssituation sind für uns Europäer vollkommen unvorstellbar", schildert Kerschbaum. "Man muss sich nur die reale Situation vergegenwärtigen: Auf 12 zugigen Quadratmetern bei zwei Grad Kälte die Nächte zu verbringen, auf engstem Raum mit Familie und mit Fremden zu leben, Dusche und Toilette mit vielen anderen zu teilen, nur das Allernotwendigste zu haben und nicht zu wissen, ob dieser Zustand sich jemals wieder ändern wird."

Mit 100 Euro ist einem Flüchtling geholfen

Nach seiner Rückkehr von diesem "Lokalaugenschein" gesteht der Rot-Kreuz-Manager: "Das alles aus der Nähe zu erleben, hat für mich Perspektiven verändert. So wie wir leben, davon können Millionen Menschen in einer Distanz von nur vier Flugstunden nicht einmal träumen. Wohlstand und Sicherheit kann man schon genießen. Aber eine solidarische und hilfsbereite Haltung gegenüber Flüchtlingen ist ein Gebot der Menschlichkeit." Seine Schlussfolgerung formuliert er in einem Appell: " Wer mehr als ein paar Gedanken investieren möchte – mit relativ wenig Anstrengung kann man für die Flüchtlinge im Irak Großes bewirken: Mit 100 Euro pro Monat ist ein Flüchtling mit Essen, Unterkunft, Wasser, Kleidung, Hygieneartikeln und Medikamenten versorgt."

Außer Diskussion steht, dass den Hilfsorganisationen eine zentrale Rolle zukommt. Und die Praxis zeigt auch, dass so genannte Cash-Programme eine an sich gute Lösung sind. Denn die Menschen erhalten Bargeld und können sich aus einem definierten Produktangebot selbst versorgen. Diese Art der Unterstützung stärkt die Autonomie und die Menschen fühlen sich weniger als Hilfsempfänger. Auf die Dauer freilich wird Kurdistan die 1,5 Millionen Flüchtlinge nicht schultern können. Um diese Region zu stabilisieren und die Menschen zu unterstützen, wird es nebst Solidaritätsbezeugungen vor allem weiterer konkreter Hilfs-Programme bedürfen. Herbert Vytiska, EurActiv 8

 

 

 

 

Jemen: Tausende von afrikanische Flüchtlingen sitzen fest

 

Der Krieg im Jemen bleibt niemanden erspart: Seit Monaten sind ungefähr 4.200 Eritreer und Äthiopier sowie 5.000 Somalier, die unter der Obhut des UN-Hochkommissariat für Flüchtlingsfragen stehen,  verbannt in der Stadt Sanaa. Sie sind in den Händen von Kriminellen und bewaffneten Männern, die sie dazu anheuern für die unterschiedlichen Milizen in den Kampf zu ziehen. Viele der Flüchtlinge verschwinden einfach. Der aus Eritrea stammende katholische Priester Mussie Zerai und Chef des Hilfswerkes „Habeshia“ ist verzweifelt:

„Eine Gruppe von Eritreern, Äthiopiern und Somaliern ist gefangen in einer Kriegszone der Stadt Sanaa und sie bitten um eine Evakuierung. Sie wollen beschützt werden, denn in diesem Moment sind sie die Opfer von Attacken sowohl von kriminellen Gruppen als auch von Milizen, die sie entführen und zwingen wollen, zu kämpfen. Das ist die Situation, die sie gerade erleben. Sie sind Flüchtlinge und suchen eine Lösung für die Situation aus der Falle.“

Indien beispielsweise hat bereits mehr als 5.600 Menschen aus dem umkämpften Jemen geholt. Sie haben die Botschaften vor Ort geschlossen und die Evakuierungsaktion beendet, wie die indische Außenministerin Sushma Swaraj in der Nacht zum Freitag via Twitter mitteilte. Unter den Geretteten sind nach Ministeriumsangaben 960 Nicht-Inder aus 41 verschiedenen Ländern. Die Flüchtlinge haben keine Staaten, die sich für eine Evakuierung einsetzen könnten. Der Priester bittet nun andere Länder um Hilfe, denn die Flüchtlinge könnten weder in ihre Ursprungsländer zurück noch im Jemen bleiben.

„Ich habe einen Appell an das UN- Hochkommissariat für Flüchtlingsfragen gesendet und sie darum gebeten eine Lösung für die Flüchtlinge zu finden. Man soll sie nun nicht verbannen, sondern evakuieren gemeinsam mit all den anderen. In diesen Tagen evakuiert jede Nation ihre eigenen Bürger aus dem Jemen, aber die Flüchtlinge riskieren total alleine gelassen zu werden. Das ist unser Appell, und wir hoffen, rasch eine positive Antwort zu erhalten, um das Leben dieser Menschen zu retten.“

Die Kirche im Jemen sei zu klein, um intervenieren werden zu können, erklärt der Priester. Aber in den Nachbarstaaten Dschibuti und Äthiopien gebe es katholische Organisationen. Hier werde bereits versucht, die internationalen Institutionen für diese Thematik zu sensibilisieren. Ein Appell gelte auch der katholischen Kirche in Europa und im Allgemeinen der Europäischen Union, jetzt zu handeln um die Menschen dort aus den Händen der Rebellen zu retten.

Jemen liegt im Süden der arabischen Halbinsel. Die Krisenzone grenzt im Norden an Saudi-Arabien, im Süden an den Golf von Aden und im Westen an das Rote Meer. Die Staaten Dschibuti und Eritrea liegen etwa 20 bis 30 km entfernt jenseits der Roten Meeres. Im Jemen kämpfen schiitische Huthi-Rebellen gegen die Truppen des ins Ausland geflohenen Präsidenten Abdal Rabbo Mansur Hadi. Tausende Menschen sind auf der Flucht, Saudi-Arabien und seine sunnitischen Verbündeten fliegen seit mehr als zwei Wochen Luftschläge gegen die Rebellen.

(rv 10.04.)

 

 

 

 

Ein großer Schritt nach vorn

 

Fakultät für Sozialwissenschaft, Ruhr- Universität Bochum und Mitglied im Sachverständigenrat Migration. Kommentar von Prof. Ludger Pries

 

Ob Deutschland aus rechtlicher Sicht ein neues Einwanderungsgesetz braucht, kann bezweifelt werden. Was Deutschland nach seiner Häutung zum modernen Einwanderungsland auf jeden Fall braucht, ist eine intensive öffentliche Diskussion und breite Information.

Alle wissenschaftlichen Untersuchungen zeigen, dass Deutschland auf Jahrzehnte eine Nettoeinwanderung von einigen hunderttausend Menschen pro Jahr braucht. Vor dem Hintergrund des demografischen Wandels wurden in den letzten 15 Jahren die rechtlichen Grundlagen für Einwanderung durch Gesetze und Verordnungen umgebaut. Um nur die wichtigsten zu nennen: Greencard (2000), Zuwanderungsgesetz (2005), Richtlinienumsetzungsgesetz (2007), Migrationssteuerungsgesetz (2009), Bluecard-Regeln (2012), Aufenthaltsgesetz-Novelle (2012), Beschäftigungsverordnung (2013). Im letzten Jahrzehnt hat sich gleichzeitig das Niveau der Nettozuwanderung von knapp 100.000 auf knapp 500.000 fast verfünffacht.

Weder die breite Bevölkerung noch das Ausland haben diesen fundamentalen Wandel bisher hinreichend wahrgenommen. Über Jahrzehnte wurden Themen wie „Ausländer“ und „Zuwanderung“ überwiegend mit Problemen assoziiert. Einige Politiker mobilisierten Wählerstimmen mit dumpfen Parolen wie „Kinder statt Inder“ oder „Wer betrügt, der fliegt“. Erst langsam wird Einwanderung in der öffentlichen Debatte positiv besetzt, Politiker und Medien bemühen sich um differenzierte Darstellungen und Diskussionen.

Vor diesem Hintergrund wird die Notwendigkeit eines Einwanderungsgesetzes damit begründet, dass neben der rechtlichen Zusammenfassung bereits bestehender Regeln eine gezielte Steuerung der Einwanderung als „Kampf um die besten Köpfe“ und eine offensive Werbung im Ausland notwendig seien. Dabei wird von einigen Befürwortern eines neuen Gesetzes das kanadische Punktesystem als Positivbeispiel bemüht. Nüchtern betrachtet werden bisher die eigentlich relevanten Herausforderungen kaum diskutiert.

Erstens hat sich das kanadische Punktesystem längst von der rein personenorientierten Beurteilung (nach Allgemeinbildung, beruflicher Ausbildung und Erfahrung, Alter, Sprachkenntnissen und „Anpassungsfähigkeit“) zu einer stärkeren Berücksichtigung eines bereits vorhandenen Arbeitsvertrages entwickelt, wie dies in Deutschland seit Langem gilt.

Zweitens ist zu berücksichtigen, dass eine Steuerung von Einwanderung auch durch ein neues Einwanderungsgesetz kaum möglich wird. EU-Staatsbürger genießen Freizügigkeit. Auch für den Großteil einwandernder Angehöriger dritter Staaten gelten EU-Regelungen, die in nationales Recht umgesetzt wurden (z.B. für Flüchtlinge, Familienangehörige, BlueCard-Besitzer). Nur etwa ein Viertel der in den letzten Jahren aus Drittstaaten Eingewanderten weist Aufenthaltstitel auf, die durch nationales Recht in gewissem Umfang beeinflusst werden können.

Hieraus ergibt sich drittens, dass die Beeinflussung der Einwanderungsdynamik weniger durch neue formalrechtliche Festlegungen auf der nationalen Ebene erfolgt. Eine für Deutschland zu präzisierende Einwanderungspolitik muss eingebettet sein in die europäische Migrationswirklichkeit. Erst Anfang März kündigte die Europäische Kommission die Entwicklung einer „Umfassenden Europäischen Migrationspolitik“ an. Solange innerhalb der EU Wohlfahrt und Wirtschaftsentwicklung sehr ungleich verteilt sind, werden Ein- und Auswanderungen vorrangig hierdurch bestimmt. Einwanderungspolitik ist deshalb immer Teil europäischer Wohlfahrtspolitik.

Viertens zeigt die Internationale Migrationsforschung, dass sich die Wanderungs- und vor allem Flüchtlingsbewegungen – und zwar unabhängig von nationalen Kontroll- und Steuerungsversuchen – an den globalen Unterschieden in Wohlstand und Sicherheit sowie an historisch gewachsenen sozialen Netzwerkstrukturen orientieren. Schon jetzt ist der Anteil humanitär und familiär begründeter Einwanderung aus Drittstaaten nach Deutschland etwa doppelt so hoch wie der der Einwanderer zu (Aus-)- Bildungs- und Erwerbszwecken. Einwanderungspolitik ist also immer eingebettet in globale Wohlfahrtsentwicklung.

Dies heißt fünftens, dass Ein- und Auswanderung nicht nur national-utilitaristisch diskutiert werden können. Wenn etwa Bulgarien jährlich 600 Ärzte ausbildet und in der gleichen Größenordnung Ärzte das Land verlassen, dann sind Konzepte „zirkulärer Migration mit Zielen nachhaltiger Entwicklung“ nicht nur für afrikanische, sondern auch für arme EU-Länder zu konkretisieren. Migrationspolitik hat ganzheitlich die Interessen der Herkunftsländer, der Ankunftsländer und der migrierenden Menschen zu bedenken – ein Einwanderungsgesetz ohne entsprechende Bezugnahmen wäre wie eine Nussschale auf dem Ozean.

Wenn all diese Aspekte in die Diskussion um ein Einwanderungsgesetz einflössen, wäre viel gewonnen. Im In- und Ausland würde wahrgenommen, dass sich die Menschen in Deutschland verantwortungsvoll und differenziert mit der nachhaltigen Entwicklung ihres Landes, Europas und der Welt beschäftigen. Deutschland hat wie kaum ein anderes Land bisher von der Globalisierung profitiert – es ist Zeit, stärker als bisher soziale Verantwortung, über den nationalen Tellerrand hinaus, zu übernehmen. Ein Einwanderungsgesetz kann einen großen Schritt nach vorn bedeuten, wenn es in diesem Sinne in einen umfassenderen Nationalen Aktionsplan Migration eingebettet ist.

Forum Migration, April 2015

 

 

 

 

 

Österreich/EU: Mehr Einsatz für Syrien-Flüchtlinge nötig

 

Das evangelische Hilfswerk Diakonie fordert deutlich mehr Einsatz der Politik auf Österreich- aber auch EU-Ebene bei der Bewältigung der Flüchtlingskatastrophe in Syrien und den Nachbarländern. Es gebe zwar materielle Hilfe und eine Beteiligung am weltweiten Neuansiedlungs-Programm des UNO-Flüchtlingshilfswerkes UNHCR, „aber in einem zu geringen Ausmaß“, kritisierte Christoph Riedl, Geschäftsführer der Diakonie Flüchtlingshilfe, jüngst bei einer Pressekonferenz in Wien. Österreich hat 2013 und 2014 die Aufnahme von insgesamt 1.500 syrischen Flüchtlingen zugesagt. Das sei, sagte Riedl,  im EU-Vergleich zwar hoch, mache aber nur rund ein Tausendstel der rund 1,2 Millionen syrischen Flüchtlinge aus, die laut UNHCR allein im Libanon registriert sind.

16 Millionen Syrer sind im Moment auf Grund des nun schon seit vier Jahren andauernden Bürgerkriegs auf humanitäre Hilfe angewiesen. Beinahe die Hälfte der Bevölkerung, rund neun Millionen Menschen, sind auf der Flucht - vier Millionen davon in den Nachbarländern. Mit Blick auf das Ausmaß der Katastrophe unternehmen die EU, aber auch Österreich „eindeutig zu wenig“, kritisierte Riedl.

Im Rahmen des Wiederansiedelungs-Programms fanden 2013 rund 71.000 syrische Flüchtlinge in anderen Ländern eine neue Heimat. „64.000 haben alleine die USA, Australien und Kanada aufgenommen. Die EU dagegen innerhalb eines Jahres nur 5.500 Flüchtlinge“, rechnete der Flüchtlingsexperte vor. 2014 wurde die Zahl in Europa zwar auf 30.000 Flüchtlinge erhöht, im Vergleich zu anderen Ländern wie dem Libanon oder der Türkei sei das aber trotzdem nur „ein Tropfen auf den heißen Stein“. Alleine die Türkei habe an einem Wochenende so viele Flüchtlinge aufgenommen, wie ganz Europa in einem Jahr. Anstatt mehr Geld in die Sicherung der Grenzen zu stecken, solle die EU lieber mehr in den Flüchtlingsschutz investieren.

In die Pflicht nahm Riedl auch Österreich. Im EU-Vergleich stehe das Land mit der Zusage, 1.500 syrische Flüchtlinge aufzunehmen, nicht schlecht da, wirklich nach Österreich geschafft hätten es aber erst rund 500 Flüchtlinge.

Im August 2013 hatte Innenministerin Johanna Mikl-Leitner angekündigt, dass Österreich 500 Syrienflüchtlinge aufnehmen wird und ihnen Asyl gewährt. Die letzten Flüchtlinge aus diesem Kontingent kamen allerdings erst Anfang Dezember 2014 nach Österreich. Ein zweites Aufnahmekontingent von 1.000 Flüchtlingen wurde von der Regierung im April 2014 angekündigt. Die Aufnahme von Flüchtlingen im Rahmen dieses Kontingentes ist nun im Laufen.

Die Vorbereitung für die Aufnahme laufe aber nur sehr schleppend an, kritisierte Riedl. Auch die im Regierungsprogramm festgelegte Erhöhung des Auslandskatastrophenhilfe-Fonds von fünf auf 20 Millionen Euro sei die Regierung bisher schuldig geblieben.

45 Flüchtlinge des zweiten Kontingents sollen noch im April nach Österreich kommen. Die Frage nach einer adäquaten Betreuung und Unterkunft sei aber weiterhin ungeklärt. Zu befürchten sei, dass die Flüchtlinge vorerst wieder in Grundversorgungsquartieren untergebracht werden; „und das, obwohl man aus der Aufnahme der ersten 500 syrischen Flüchtlinge gelernt hat, dass diese für Syrien-Flüchtlinge nicht geeignet sind.“ Riedl appellierte deshalb an Außenminister Sebastian Kurz, „umgehend so schnell wie möglich die Mittel für die notwendigen Betreuungs- und Integrationsleistungen bereitzustellen und zwar unabhängig davon, ob die Zusage aus Brüssel nun schon eingetroffen ist oder nicht“.

Besonders dramatisch ist die Lage im Libanon. Auf die rund fünf Millionen Einwohner kommen in dem 10.000 Quadratkilometer großen Land mehr als 1,2 Millionen Flüchtlinge. Der österreichische EU-Parlamentarier Michel Reimon von den Grünen zeichnete nach einem Besuch im Libanon ein düsteres Bild der Situation: Die 1,2 Millionen beim UNHCR registrierten Flüchtlinge im Libanon würden dort nicht als Flüchtlinge, sondern als syrische Einwanderer gezählt. Außerdem gebe es im Libanon weder eine öffentliche Gesundheitsversorgung noch öffentlichen Verkehr, Dienstleistungen oder Schulen. Von Seiten des libanesischen Staats könnten sich die Flüchtlinge also keine Hilfe erwarten. Reimon, der früher als Journalist wirkte, hatte im Sommer 2014 den Nordirak besucht und das Leid der Jesiden dokumentiert, die vor den Terrormilizen des „Islamischen Staates“ flüchteten.

Bis Oktober 2014 hatte der Libanon die Grenze zu Syrien offen gehalten und auch wie in den Jahrzehnten zuvor die Einwanderung von Syrern in den Libanon erlaubt. Reimon berichtete von einem Umschwung: Der Libanon alleine könne nun „nicht mehr handeln ". Dringen nötig seien deshalb Hilfen von Seiten der EU, um Druck vom Libanon zu nehmen. Bisher gebe es aber von der EU weder einen konkreten Aufbau- noch Investitionsplan Seitens, um im Libanon Hilfe zu leisten.

Kritisch äußerte sich Reimon auch zu den Bemühungen Österreichs. Noch immer habe Österreich seine Zusage nicht erfüllt, rund 1.000 syrische Flüchtlinge würden auf die Einreise warten. An den fehlenden Geldern aus Brüssel scheitere es laut dem Politiker aber nicht, denn diese seien längst genehmigt. Er warf dem Außenministerium vor, sich hinter fehlenden Genehmigungen aus der EU zu verstecken, die in Wirklichkeit innerhalb weniger Wochen einholbar wären.

Der österreichische EU-Parlamentarier Josef Weidenholzer von der SPÖ sprach von eine Katastrophe in einem Ausmaß, „die wir uns nicht vorstellen können“. Die Stimmung im Libanon sei am Kippen, so der Politiker, der kürzlich vor Ort war. Die Bevölkerung stelle sich immer mehr gegen die Flüchtlinge, beklage eine angeblich erhöhte Kriminalitätsrate durch die Flüchtlinge und erschwerte Bedingungen bei der Arbeitssuche. Weidenholzer warnte vor einem drohenden Bürgerkrieg im Libanon; „denn momentan ist der Libanon etwa in derselben Lage wie 1975, als auf Grund der großen palästinensischen Flüchtlingsströme ein Bürgerkrieg im Land ausbrach."

Diakonie hilft seit 2012

Seit 2012 unterstützt die Diakonie Hilfsmaßnahmen, seit 2013 auch direkt auf syrischen Boden. Schwerpunkthilfe der Nothilfe der Diakonie Katastrophenhilfe in den Nachbarländern Syrien ist die Versorgung von Flüchtlingsfamilien vor allem außerhalb der Camps, denn laut UNHCR leben 85 Prozent von ihnen in nicht-offiziellen Lagern. Dazu gehören die Bereitstellung von Unterkünften, Kleidung, Decken, Öfen und Kohle, Nahrungsmitteln oder Einkaufsgutscheinen, die Zahlung von Mietzuschüssen sowie die Verteilung von Hygieneartikeln und anderem Alltagsbedarf, gab Dagmar Lassmann, Leiterin der Diakonie Katastrophenhilfe, Einblick in die Maßnahmen.

Ein weiterer Schwerpunkt ist die psychosoziale Unterstützung bei der Bewältigung von Kriegstraumata und die Unterstützung im Bereich der schulischen Aus- und Weiterbildung von Kindern und Erwachsenen. „Mehr als zwei Millionen jener Syrer, die sich in Nachbarländern auf der Flucht befinden, sind Kinder.“ Auch Lassmann kritisierte die noch ausstehende Aufstockung der Mittel von fünf auf 20 Millionen Euro. „Mit zusätzlich zur Verfügung stehenden Mitteln können österreichische NGOs ihre laufenden Hilfsmaßnahmen in der Syrienkrise weiter ausbauen und den Fokus auf längerfristige und nachhaltige Unterstützung der Begünstigen legen.“ Mit diesen 20 Millionen Euro könnte für 600.000 Flüchtlinge Nothilfe geleistet werden.  (kap 07.04.)

 

 

 

 

 'Asiatische Werte' und andere Märchen

 

Das größte Hindernis der Demokratie ist nicht das kulturelle Erbe Asiens, sondern der Widerstand autoritärer Machthaber.

 

Nur wenige Politiker haben nach ihrem Tod so viele überschwängliche Nachrufe aus der Öffentlichkeit erhalten wie Lee Kuan Yew, der Gründer und langjährige Ministerpräsident Singapurs. Ein Mann, der von Henry Kissinger als Heiliger behandelt, vom russischen Präsidenten Wladimir Putin als politisches Vorbild gesehen und von US-Präsident Barack Obama als „wahrer Gigant der Geschichte“ bezeichnet wurde, muss etwas richtig gemacht haben.

Eines ist zweifellos sicher: Lees Einfluss war um ein Vielfaches größer als seine tatsächliche politische Macht, die seit der Teilung zwischen Singapur und Malaysia im Jahr 1965 zu seinem Leidwesen nie über die engen Grenzen des kleinen Stadtstaates in Südostasien hinaus gereicht hat. Seine wichtigste Einflusssphäre lag im postmaoistischen China, wo eine boomende Wirtschaft mit einem autoritären leninistischen Einparteienstaat Hand in Hand geht.

Lee war der Pionier des Kapitalismus der Eisernen Faust. Seine Volksaktionspartei war zwar viel weniger brutal als die Kommunistische Partei Chinas, aber auch sie hat im Prinzip über einen Einparteienstaat regiert. Wie viele autoritäre Staatsführer (z.B. Mussolini) war auch Lee einst ein Sozialist. Allerdings war sein Denken ebenfalls durch seltsame nostalgische Erinnerungen an die britische Kolonialdisziplin und einen etwas eigennützigen Konfuzianismus bestimmt, der Gehorsam gegenüber der Obrigkeit betont, dabei aber das ebenfalls konfuzianische Recht auf Widerspruch ignoriert.

Singapurs brummende Wirtschaft und reibungslose Effizienz scheinen die verbreitete Ansicht zu bestätigen, Autoritarismus funktioniere, zumindest in gewissen Teilen der Welt, besser als Demokratie. Also ist es kein Wunder, dass Lee weltweit von Autokraten, die davon träumen, ihr Machtmonopol mit dem Anhäufen großer Reichtümer zu verbinden, so sehr bewundert wurde.

Und trotzdem ist die Lobhudelei gegenüber Lee außerordentlich. Andere Staatsführer mit ähnlichen Ideen wurden nicht als große Heilige betrachtet und schon gar nicht als Giganten der Geschichte. Der chinesische Militärchef Augusto Pinochet beispielsweise hat seine eigene Version eines Kapitalismus der Eisernen Faust durchgesetzt. Er wurde zwar von Margaret Thatcher und Friedrich von Hayek bewundert, aber heute wird er von fast niemandem mehr verehrt. Warum Lee und nicht Pinochet?

Zunächst einmal kam Lee nicht durch einen Militärputsch an die Macht, und seine Gegner wurden nicht in Fußballstadien massakriert. In Singapur wurden Dissidenten oft eingesperrt und misshandelt, aber niemand wurde zu Tode gefoltert. Lees Regierung, die zum Beweis demokratischer Regentschaft immer noch Wahlen erlaubte, zog es vor, die Opposition durch Einschüchterung und finanzielle Bestrafung zu vernichten: Mutige Männer und Frauen, die sich ihm entgegen stellten, wurden durch teure Gerichtsverfahren ruiniert, denn Lee konnte sich meist auf die Loyalität seiner Richter verlassen.

Aber Lees kometenhafter Ruhm hat auch kulturelle Gründe. Er war sehr gut darin, den alten westlichen Stereotyp des weisen Mannes aus dem Osten zu bedienen. Obwohl „Harry“ Lee, wie er als Student in Cambridge genannt wurde, viel von der westlichen Zivilisation angenommen hat, darunter auch eine merkwürdige Verehrung der Hierarchie der katholischen Kirche, hat er immer stark die asiatische Herkunft seiner politischen Ideen betont.

Lee hat nie behauptet, die liberale Demokratie des Westens sei ein Fehler. Was er gesagt hat, war, zu den „Asiaten“ würde sie nicht passen. Sein Argument war, dass die Asiaten gewohnt seien, das Wohl der Allgemeinheit über ihre Einzelinteressen zu stellen. Sie hätten ein natürliches Gehorsam gegenüber höheren Autoritäten. Diese Eigenschaften seien in der asiatischen Geschichte verwurzelt, sie seien tiefe „asiatische Werte“.

Es gibt gute Gründe dafür, an dieser These zu zweifeln. Zunächst einmal, wer sind diese „Asiaten“? Die meisten Inder würden sicher bestreiten, dass sie kulturell für eine Demokratie nicht geeignet seien – ebenso wie moderne Japaner, Taiwanesen und Südkoreaner. In Singapur ergibt es einen gewissen Sinn, von asiatischen Werten zu sprechen, da es gegenüber den malaiischen und indischen Minderheiten respektlos wäre, ihre Dienstbarkeit mit chinesischen Werten zu rechtfertigen.

Aber auch viele Chinesen würden Lees kultureller Verteidigung des Autoritarismus nicht zustimmen, und dies nicht nur in Taiwan und Hongkong. Sogar die Singapurer selbst beginnen, etwas ungeduldig zu werden.

Ist es denn wenigstens wahr, dass mehr Demokratie Singapur zu einer weniger effizienten, wohlhabenden und friedlichen Gesellschaft gemacht hätte? Viele Singapurer mögen dies glauben. Aber ob sie damit Recht haben, ist keineswegs sicher, da die Frage nie einem Test unterzogen wurde. Südkorea und Taiwan hatten ihren demokratischen Wandel in den 1980ern nach dem Ende ihrer eigenen Versionen des autoritären Kapitalismus, und sie sind heute erfolgreicher als jemals zuvor. Und den Japanern hat die Demokratie sicher auch nicht geschadet.

Lees Prämisse, von der er nie abgerückt ist, war, dass insbesondere in einer multiethnischen Gesellschaft wie Singapur die soziale Harmonie durch eine meritokratische Elite von oben herab aufgezwungen werden müsse. In dieser Hinsicht war er tatsächlich ziemlich chinesisch. Durch seine großen Zugeständnisse an die Elite hat Lee den Raum für Korruption stark eingeschränkt. Dass er dies in Singapur bewerkstelligt hat, ist sein Verdienst, hatte aber auch einen Preis. Singapur mag effizient und relativ frei von Korruption sein, ist aber auch ein sehr steriler Ort ohne viel Raum für intellektuelle oder künstlerische Errungenschaften.

Was zeitweise in einem kleinen Stadtstaat funktioniert, kann kaum als nützliches Modell für größere, komplexere Gesellschaften dienen. Chinas Versuche mit dem Kapitalismus der Eisernen Faust haben zu einem System krasser Korruption und großer Wohlstandsunterschiede geführt. Und Putin muss, um die sozialen und wirtschaftlichen Schwächen seiner Regierung zu vertuschen, in immer aggressiveren Nationalismus flüchten.

Lasst uns also auf jeden Fall die guten Straßen, glitzernden Bürotürme und makellosen Einkaufszentren Singapurs bewundern. Zur Einschätzung von Lees Erbe allerdings sollten wir auch die Worte von Kim Dae-jung berücksichtigen, der, bevor er 1998 demokratisch zum Präsident seines Landes gewählt wurde, als Gegner der südkoreanischen Diktatur eingesperrt und fast getötet worden war. Als Antwort auf Lee schrieb er: „Asien darf keine Zeit dabei verlieren, die Demokratie fest zu etablieren und die Menschenrechte zu stärken. Das größte Hindernis dabei ist nicht das kulturelle Erbe des Kontinents, sondern der Widerstand autoritärer Machthaber und ihrer Verteidiger.“  Ian Buruma  IPG 7

 

 

 

 

EU: Integration der Roma liegt noch in weiter Ferne

 

Am Internationalen Tag der Roma zieht die EU-Kommission Bilanz: Die Roma-Bevölkerung wird in der EU weiterhin in erheblichem Maße diskriminiert und ausgegrenzt, stellten mehrere Kommissare in einer gemeinsamen Erklärung fest. EurActiv Brüssel berichtet.

 

Die Roma haben in der EU nach wie vor einen schweren Stand. Das ist das Fazit einer vom ersten Vize-Präsidenten der Kommission, Frans Timmermans und der Kommissarinnen Marianne Thyssen, V?ra Jourová und Corina Cre?u veröffentlichten gemeinsamen Erklärung. Sie betonten, dass die mit einer Bevölkerung von sechs Millionen Menschen größte ethnische Minderheit immer noch Ausgrenzung, Ungleichheit und Diskriminierung erfahre.

"Es wird keine Veränderung über Nacht geben, aber die EU-Institutionen und die Mitgliedsstaaten verpflichten sich dazu, die Diskriminierung zu bekämpfen und die Integration zu verbessern", schreiben sie. Dabei gehe um den ungleichen Zugang zu Arbeitsplätzen, Bildung, Unterkunft und der Gesundheitsversorgung. “Roma-Kinder können oft nicht von der gleichen Bildungsqualität wie andere Kinder profitierten", so die Kommissare.

Seit 2011 sorgt die EU dafür, dass die Integration der Roma in ganz Europa auf der politischen Agenda steht – mit gemischten Resultaten. Die Kommission unterstützt auch die Mitgliedsstaaten bei ihrer Arbeit zur Umsetzung der Politik für öffentliche Ordnung und Dienstleistungen für die Roma-Eingliederung. Mit dem neuen Finanzrahmen 2014-2020 können EU-Gelder beispielsweise einfacher für die sozio-ökonomische Integration der Roma-Bevölkerung genutzt werden.

Nach Angaben der Agentur der Europäischen Union für Grundrechte (FRA) ist jeder dritte Roma arbeitslos. Jeder Fünfte hat keine Krankenversicherung und neun von zehn Roma leben unter der Armutsgrenze. Ein großer Anteil der Roma-Kinder beendet die Grundschule nicht. Sie werden aufgrund ihrer ethnischen Zugehörigkeit oft in Schulen für geistig Behinderte geschickt.

In Griechenland wurden Schulen geschlossen oder fusioniert. Dadurch erschwert sich der Zugang zu Bildung für Minderheiten noch einmal – auch für die Roma, wie ein vor kurzem veröffentlichter Bericht zeigt.

Die sozialistische Europaabgeordnete Soraya Post, die einzige Abgeordnete mit einem Roma-Hintergrund, organisierte im März eine Debatte zum Antiziganismus in Europa. Parlamentspräsident Martin Schulz sagte dabei, er sei "tief besorgt" darüber, dass die Anti-Roma-Rhetorik zunimmt.

Populisten würden die Roma als Sündenböcke nutzen und gewalttätige Angriffe gegen Roma würden zunehmen, sagte Schulz.

"Wir sehen europäische Bürger beleidigt, bedroht und angegriffen, nur weil sie Roma sind. Das ist ungeheuerlich und wir können das nicht akzeptieren", so Schulz. Über Jahrhunderte seien die Roma Opfer von Antiziganismus gewesen, einer verabscheuungswürdigen Ideologie, die auf rassischer Überlegenheit, Intoleranz und Hass basiert.

Nazi-Deutschland ermordete während des Zweiten Weltkriegs 500.000 Roma. Doch dieser Völkermord ist bis heute nicht vollständig anerkannt.

Lösungen auf lokaler Ebene

Doch es habe in den vergangenen zehn Jahren auch Fortschritte in der EU im Umgang mit den Roma gegeben, bemerkte Schulz. Es gibt einen EU-Rahmen für Nationale Strategien zur Integration der Roma. Aufgrund dieses Rahmens hat jeder Mitgliedsstaat jetzt einen nationalen Roma-Aktionsplan. Innerhalb dieses Rahmens stehen auch Mittel für Bildungsprojekte zur Verfügung.

"Aber das sind nur die allerersten Schritte. Der Weg für eine erfolgreiche Roma-Integration vor Ort ist noch lang", so Schulz.

Auch Justizkommissarin Vyra Jourová betonte bei einer Veranstaltung der Europäischen Plattform für die Einbeziehung der Roma die Wichtigkeit der Anstrengungen vor Ort.

Manchmal würden die örtlichen Behörden und sogar die Regierungsminister Barrieren für die Integration der Roma schaffen und Vorurteile gegenüber den Roma hegen, so Jourová.

Sie sagte: "Wir müssen sicherstellen, dass das auch auf nationaler Ebene geschieht, in allen Mitgliedsstaaten, und auch auf lokaler Ebene. Dort findet die die Diskriminierung und Ausgrenzung statt; und dort müssen Lösungen für die Integration der Roma gefunden werden."

Positionen: 

"Wenn man das Fortdauern der sozialen Ausgrenzung betrachtet, das geschätzte sechs Millionen Roma in Europa betrifft, sollte der Rat nicht nur sicherstellen, dass ein Minimum an ESF-Fonds marginalisierten Gemeinschaften gewidmet wird, sondernd auch, dass Druck auf die politischen Entscheider ausgeübt wird, die Roma aktiv an den politischen Entscheidungen zu beteiligen, die sie betreffen", erklärt der Wohlfahrtsverband Caritas in einer Mitteilung.

"Die Europäische Kommission muss eine Rolle dabei spielen, die Maßnahmen für die Unterstützung und das Monitoring der Mitgliedsstaaten zu verstärken, damit die nationalen Strategien zur Integration der Roma weiterhin spezifische Ziele in vier Schlüsselbereichen anwenden, die klare Indikatoren und Monitoring sowie die Zuteilung von spezifischen Ressourcen und Mitarbeiterverantwortung enthalten."  Aus dem Englischen übersetzt von Alexander Bölle, EA 9

 

 

 

 

Deutsch-Französischer Ministerrat. Frankreich und Deutschland stehen zusammen

 

Kanzlerin Merkel, Präsident Hollande sowie mehrere Kabinettsmitglieder sind in Berlin zum Deutsch-Französischen Ministerrat zusammengetroffen. Beide Länder seien in den letzten drei Monaten enger zusammengerückt, erklärte Merkel. Das habe sich in der Agenda widergespiegelt.

 

Bundeskanzlerin Angela Merkel und Staatspräsident François Hollande wiesen in der gemeinsamen Pressekonferenz auf die "Bewährungsproben" der vergangenen Monate hin: die Ereignisse um "Charlie Hebdo" und den Absturz der Germanwings-Maschine in Südfrankreich.

Merkel erinnerte dabei auch an die entschlossene Demonstration für Meinungsfreiheit, Demokratie und den Kampf gegen jedwede Art von Terrorismus. "Damit konnten wir gemeinsam ein Zeichen dafür setzen,

wie wir mit den Herausforderungen unserer Zeit umgehen", erklärte sie.

Ausdrücklich dankte die Kanzlerin nicht nur der französischen Regierung, sondern vor allen den Menschen in der Region, die nach dem Flugzeugunglück vor Ort Hilfe leisten und den Angehörigen beistehen. Sie würden in "unglaublicher und unnachahmlicher Weise deutsch-französische Freundschaft

leben", sagte Merkel.

Für mehr Wachstum und Beschäftigung

Im Mittelpunkt der Gespräche standen bilaterale Projekte zur Vertiefung der deutsch-französischen Partnerschaft und zum Wohl der Europäischen Union insgesamt.

Beide Partner kamen überein, sich über Reformen und Investitionen auszutauschen, die sie auf nationaler Ebene durchführen. Ziel ist es, die Wettbewerbsfähigkeit ihrer Volkswirtschaften zu stärken. Deutschland und Frankreich möchten auf diese Weise zu den europäischen Bemühungen um

Wachstum, Wettbewerbsfähigkeit, Investitionen und Beschäftigung in Verbindung mit soliden öffentlichen Finanzen beitragen.

Schwerpunkte der Gespräche waren im Einzelnen: Außen- und Verteidigungspolitik

Mit Blick auf die Ukraine-Krise haben beide Seiten in den vergangenen Monaten besonders eng zusammengearbeitet. Sie werden diese intensive Zusammenarbeit fortsetzen, um eine dauerhafte und friedliche Lösung der Krise zu erreichen.

Beide Regierungen werden darauf hinarbeiten, die Gemeinsame Sicherheits- und Verteidigungspolitik (GSVP) der Europäischen Union zu stärken und zu vertiefen. Dem gemeinsamen Engagement in Mali werden weitere Initiativen folgen, um den afrikanischen Partnern in Sicherheitsfragen verstärkt

Hilfestellung zu leisten, insbesondere durch die Initiative "Train and Equip" (Ausbildung und Ausrüstung).

Die bestehende Kooperation im Weltraum wird auf den Bereich der Satellitenbeobachtungsfähigkeiten der neuen Generation ausgeweitet werden. Eine Vereinbarung über den Zugang beider Seiten zu Systemen der jeweils anderen Seite wird bis Juni unterzeichnet werden. Auf Grundlage dieser

Vereinbarung wird der gemeinsame Start eines Satelliten erfolgen, um die Systemleistung insgesamt zu verbessern.

Darüber hinaus haben Frankreich und Deutschland gemeinsam mit Italien ihre Absicht zur Zusammenarbeit bestätigt, um im Zeitraum 2020 bis 2025 eine neue Generation europäischer Drohnen zu entwickeln. Nach Unterzeichnung einer technischen Vereinbarung ist im Jahresverlauf 2015 eine erste Studie zur Konkretisierung des Systems geplant.

Klima

Mit Blick auf die Internationale Klimakonferenz Ende 2015 in Paris wollen beide Länder auf ein ambitioniertes und rechtsverbindliches Abkommen hinarbeiten. Darin sollen sich alle Länder zum Handeln verpflichten, um die Erderwärmung bis Ende des Jahrhunderts auf zwei Grad Celsius zu begrenzen. Vom Petersberger Klimadialog, der am 19. Mai mit Bundeskanzlerin Merkel und Staatspräsident Hollande in Berlin stattfinden wird, und vom G7-Gipfel im Juni in Elmau sollen

dafür starke Impulse ausgehen.

Wirtschaft und Finanzen

Frankreich und Deutschland möchten das Potenzial des Binnenmarktes ausschöpfen und Investitionen in Europa fördern, um den Beitrag der europäischen Politik zu Wachstum und Beschäftigung zu steigern.

Sie erinnern in diesem Zusammenhang an die drei im EU-Jahreswachstumsbericht genannten Pfeiler Investitionen, Strukturreformen und auf Wachstum ausgerichtete Haushaltskonsolidierung. Sie unterstützen insbesondere die Investitionsoffensive des Präsidenten der Europäischen Kommission, Jean-Claude Juncker. Sie haben beschlossen, gemeinsam Kooperationen in den Kernbereichen von Industrie, Energie und Informationstechnologie zu begründen.

Beide Regierungen werden sich dafür einsetzen, bis Ende 2015 ein ehrgeiziges, globales und für beide Seiten vorteilhaftes Abkommen über die Transatlantische Handels- und Investitionspartnerschaft (TTIP) zu schließen. Sie bekräftigen ihr Bekenntnis zur Transparenz der Handelsverhandlungen.

Zur Schaffung einer europäischen Energieunion wollen beide Länder durch konkrete Kooperationsvorhaben in den Bereichen erneuerbare Energien, Elektrizitätsverteilernetze und grenzüberschreitende Zusammenarbeit beitragen. Gemeinsame Aktivitäten im Forschungsbereich, insbesondere bei der Stromspeicherung, sollen dies ergänzen.

Die Kultur- und Kreativwirtschaft entwickelt sich stark und macht bereits jetzt vier Prozent des europäischen BIP au. Merkel und Hollande unterstrichen in diesem Zusammenhang, dass das Urheberrecht gefördert und erhalten werden müsse. Dabei seien technologische Innovationen und Neuerungen bei Wirtschaftsmodellen und Nutzerverhalten zu berücksichtigen. Frankreich und

Deutschland unterstützen den Sender "Arte" in seinem Bestreben, seine Kulturprogramme in Europa mit Hilfe der Mehrsprachigkeit und der Unterstützung der EU stärker zu verbreiten.

Forschung und Hochschulwesen

Beide Regierungen werden ihre Zusammenarbeit in den Bereichen Energie, IT-Sicherheit und Geistes- und Sozialwissenschaften weiter ausbaue-. Sie sprechen sich für den Ausbau der Deutsch Französischen Hochschule (DFH) aus und bekunden ihren Willen, deren Attraktivität zu erhöhen. Das deutsch-französische Forschungszentrum für Geistes- und Sozialwissenschaften Centre Marc Bloch in

Berlin wird eine dauerhafte Rechtsform erhalten, die seinem binationalen Charakter Rechnung trägt.

Beschäftigung und Mobilität von Erwerbstätigen

Im Bereich Beschäftigung sollen bestehende Kooperationen zwischen den beiden öffentlichen Arbeitsvermittlungsstellen intensiviert werden. Für den Herbst ist eine gemeinsame Initiative für qualifizierte Arbeitskräfte geplant.

Anfang Juni wird in Metz in Frankreich die zweite Ministerkonferenz zur deutsch-französischen grenzübergreifenden Zusammenarbeit stattfinden. Hier soll die Integration der Arbeitsmärkte in Grenzgebieten verbessert werden.

Sicherheit und gesellschaftlicher Zusammenhalt

Beide Regierungen haben bereits am 11. Januar in Paris nach dem Anschlag auf die Redaktion der Zeitschrift "Charlie Hebdo" deutlich gemacht, dass sie jede Form von Intoleranz ablehnen und bekräftigten dieses Engagement am Dienstag.

Die Ministerpräsidentin des Saarlands, Annegret Kramp Karrenbauer, und der ehemalige französische Premierminister, Jean Marc Ayrault, werden bilaterale Projekten zur Förderung der Integration in unseren Gesellschaften ausarbeiten. Auf deutscher Seite wird dieser Prozess durch die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung, Aydan Özoguz, begleitet.

Deutschland und Frankreich setzen sich für die baldige Schaffung eines europäischen Systems für Fluggastdatensätze (PNR) ein, das einen zeitgemäßen Datenschutz beinhalten soll. Die Kontrollen an den Außengrenzen sollen verstärkt und modernisiert werden. Im Rahmen der Terrorismusbekämpfung

machen sich beide Länder für die Prüfung einer Änderung des Schengener Grenzkodex stark - dort, wo es nötig ist, um dauerhafte Kontrollen zu erlauben. Sie werden alle Möglichkeiten ausschöpfen, um EU-weit die Ausreise terroristischer Kämpfer zu unterbinden und ihre mögliche Rückreise in die EU

zu überwachen.

Deutschland und Frankreich streben ferner maßgebliche Initiativen an, um die Finanzierung des Terrorismus und die illegale Verbreitung von Feuerwaffen zu bekämpfen und illegale Inhalte, die Terrorismus verherrlichen oder zu Hass und Gewalt aufrufen, aus dem Internet zu entfernen.

Zur Bekämpfung der illegalen Einwanderung in den Schengen-Raum werden sich die Innenminister weiterhin eng abstimmen und neue Initiativen ergreifen. Sie werden ferner Überlegungen anstellen, wie die Grenzagentur "Frontex" gestärkt werden kann.

Erklärungen, Vereinbarungen, Satzungen

Während des Deutsch-Französischen Ministerrats wurden von den jeweiligen Ressortministern Erklärungen abgegeben zu den Themen: Energie "Wirtschafts-Schengen", Digitale Agenda und Investitionsprojekte Urheberrecht

Folgende Vereinbarungen und Satzungen wurden unterzeichnet: Zusatzabkommen zum Doppelbesteuerungsabkommen Äquivalenzabkommen über die gegenseitige Anerkennung von Hochschulabschlüssen Die neue Satzung des Adenauer-de Gaulle – Preises Die neue Satzung des Centre Marc Bloch, Berlin

Die Deutsch-Französischen Ministerräte sind gemeinsame Beratungen der Regierungen beider Länder.

Sie finden entweder im Vollformat mit allen Kabinettsmitgliedern statt oder konzentrieren sich auf bestimmte Themen unter Teilnahme der fachlich zuständigen Ressorts. Im Jahr 2003 haben sie die bis dahin üblichen deutsch-französischen Gipfeltreffen abgelöst. Die Deutsch-Französischen Ministerräte sind Ausdruck der besonderen Intensität der Zusammenarbeit zwischen beiden Ländern und Regierungen, die sich in der Nachkriegszeit entwickelt hat und zu einem der Motoren des europäischen Einigungsprozesses geworden ist. Das tiefe wechselseitige Vertrauen, das dichte Netzwerk zivilgesellschaftlicher Kontakte und die Bereitschaft und Fähigkeit, auch in schwierigen Fragen zu gemeinsamen Positionen zu gelangen, sind herausragende Markenzeichen des "couple franco-allemand", des deutsch-französischen Paars. Pib 1

 

 

 

 

Studie. Einwanderung von Fachkräften aus Nicht-EU-Staaten überschaubar

 

Die EU kann den Fachkräftemangel in Deutschland nicht decken. Daher ist Einwanderung aus den Nicht-EU-Staaten erforderlich. Doch die Zahl der Fachkräfte aus diesen Ländern ist überschaubar. Das geht aus einer aktuellen Studie hervor.

 

Im Jahr 2013 zogen insgesamt 885.000 Personen nach Deutschland. 41 Prozent dieser Personen (363.000) kamen aus Nicht-EU-Staaten. 6,6 Prozent dieser Einwanderer (24.000) erhielten einen Aufenthaltstitel zur Fachkräftezuwanderung und 2,7 Prozent (9.500 Personen) zur sonstigen Erwerbstätigkeit, für die keine qualifizierte Berufsausbildung voraussetzt wird. Insgesamt reisten demzufolge 9,3 Prozent ein, die eine Erwerbstätigkeit aufnehmen konnten.

Weitere 19 Prozent der Einwanderer stellten nach ihrer Einreise einen Asylantrag, etwa 15 Prozent wanderten zum Zweck der Familienzusammenführung ein, 14 Prozent reisten zu Studiums- oder Ausbildungszwecken ein und etwa jeder Zehnte kam aus humanitären Gründen bzw. erhielt eine Duldung. Das geht aus einer aktuellen Auswertung der Bertelsmann-Stiftung hervor.

Wie daraus weiter hervorgeht, waren die am häufigsten an Fachkräfte vergebenen Aufenthaltstitel für eine qualifizierte Beschäftigung (72 Prozent) und die Blaue Karte EU (12 Prozent). Über die 2012 neu geschaffene Zuwanderungsmöglichkeit für Fachkräfte mit Berufsqualifikationen, also Nicht-Akademiker, sind im Jahr 2013 lediglich 324 Personen eingereist. Nach Herkunftsregionen aufgeschlüsselt kamen die meisten dieser Fachkräfte von Nicht-EU-Staaten aus Indien, USA, China oder dem geografischen Europa. Aus Afrika kamen vier Prozent.

Weitere Quellen für Fachkräfte

Die Gesamtzahl der Fachkräfte aus Nicht-EU-Staaten ist laut Studie jedoch größer als die rund 24.000 Personen mit den entsprechenden Aufenthaltstiteln: Zusätzliche Fachkräfte würden gewonnen durch befristet erteilte Aufenthaltstitel zur Arbeitsplatzsuche. Auch Statuswechsel kommen den Experten zufolge häufig vor. So wechselten rund 4.700 Personen von einer Aufenthaltserlaubnis zum Zweck des Studiums oder der Arbeitsplatzsuche nach Abschluss einer deutschen Hochschule in einen Aufenthaltstitel zur Fachkräftezuwanderung. Weitere 749 Personen wechselten von einer Aufenthaltserlaubnis für eine Beschäftigung, die keine qualifizierte Berufsausbildung voraussetzt, in einen Aufenthaltstitel zur Fachkräftezuwanderung.

Fachkräfte finden sich laut Auswertung auch unter den Personen, die im Rahmen des Familiennachzugs nach Deutschland kommen – diese gingen jedoch nicht notwendigerweise einer Beschäftigung nach oder seien nicht ihren Qualifikationen entsprechend berufstätig. Eine Studie des BAMF geht davon aus, dass ca. 55 Prozent der Ehepartner aus dem Ausland einen Studien- oder Berufsabschluss besitzen. Allerdings sind lediglich 15 Prozent dieser Abschlüsse in Deutschland als gleichwertig anerkannt. Nur 30 Prozent der berufstätigen Ehepartner aus dem Ausland mit einer im Herkunftsland erworbenen Berufsausbildung arbeiten in ihrem ursprünglichen Beruf.

Hinzu kommen Fachkräfte, die entweder einen Asylantrag gestellt oder bereits einen Schutzstatus erhalten haben. “Eine belastbare Bezifferung dieser Personengruppen ist jedoch aufgrund der gegenwärtigen Datenlage nicht möglich”, so die Wissenschaftler. “Trotz dieser zusätzlichen Kanäle ist die Zahl der Fachkräfte, die Deutschland durch Zuwanderung aus Nicht-EU-Staaten zur Verfügung stehen, überschaubar”, fassen die Forscher ihre Auswertung zusammen.

EU-Mobilität wird zurückgehen

Jüngste Berechnungen von Experten gehen davon aus, dass die Zuwanderung nach Deutschland im Rahmen der EU-Binnenmobilität mittel- und langfristig zurückgehen wird und Deutschland auf mehr Zuwanderung aus Nicht-EU-Staaten angewiesen sein wird, um den Rückgang des Erwerbspersonenpotenzials zumindest abzuschwächen.

Mit Blick auf die mittelfristige Notwendigkeit, verstärkt Fachkräfte aus Drittstaaten zu gewinnen, bestehe weiter ein Reformbedarf des deutschen Systems der Einwanderungssteuerung. Deutschland braucht den Forschern zufolge eine “attraktive, transparente und flexibel anpassbare Migrationsarchitektur”, insbesondere im Hinblick auf die Schwankungen der EU-Binnenmobilität. Diese müsse qualifizierten Zuwanderern langfristige Bleibeperspektiven einräumen und eine zügige Einbürgerung in Aussicht stellen. “Die Willkommens- und Anerkennungskultur ist zu fördern – nicht nur für neu zuwandernde Fachkräfte, sondern auch für die bereits im Land lebenden Migranten”, lautet die Forderung. Die Migrationsgestaltung müsse ferner Teil einer Gesamtstrategie zur Fachkräftesicherung sein. Dabei sei es wichtig, mehr Transparenz über Einwanderung herzustellen, ihre demokratische Legitimation zu stärken und die Bevölkerung mitzunehmen. (etb/bs 8)

 

 

 

 

Lateinamerikas Löcher im Rechtsstaat. Die politische und bürgerrechtliche Ungleichheit muss aufhören.

 

Im letzten Jahrzehnt waren es überwiegend sozioökonomische Erfolge, die für – sonst eher seltene – positive Schlagzeilen über Lateinamerika in der internationalen Presse sorgten. Im Rückenwind des Commodity Booms konnten die meisten Regierungen der Region mit der weltweit größten sozialen Ungleichheit dank hoher Wachstumsraten und einer gezielten Sozialpolitik die Armut und die Einkommensunterschiede stark reduzieren. Es war die Umkehrung der traumatischen Erfahrung des Wirtschaftswachstums mit zunehmender sozialer Ungleichheit, welche die 1990er Jahre des Washington Consensus geprägt hatte.

Seit dem Millenniumswechsel brachte das Versprechen der sozialen Inklusion zahlreiche – dem eigenen Selbstverständnis nach – linke, progressive, sozialdemokratische oder sozialistische Kandidaten und Kandidatinnen nach und nach an die Macht. Und die Einlösung dieses Versprechens hat ihnen bis heute – vor allem in Südamerika – sukzessive Wahlerfolge beschert. Das „Primat der Politik“ schien nicht nur über die Wirtschaft, sondern auch an den Urnen zu triumphieren. Bei fallenden Rohstoffpreisen stellt sich heute jedoch – neben ökologischen Bedenken gegen ein auf Rohstoffabbau basierendes Entwicklungsmodell – nun die Nachhaltigkeitsfrage: Inwiefern basiert die herbeigeführte soziale Inklusion auf strukturellen Reformen etwa des Steuer- und Bildungssystems, so dass sie sich im Zeitverlauf tragen kann und soziale Mobilität zwischen den Generationen ermöglicht? Eine gewisse, je nach Land mehr oder weniger große Skepsis scheint an dieser Stelle berechtigt.

 

Gewalt und Straflosigkeit

Neben der sozialen Frage sehen sich die Länder Lateinamerikas nach wie vor bzw. zunehmend mit großen rechtsstaatlichen Problemen konfrontiert. Der Regionale Bericht über Menschliche Entwicklung 2013-14 (RHDR), der Bürgersicherheit zum Schwerpunktthema hat, sowie der Weltbericht des Büros für Drogen- und Verbrechensbekämpfung 2013 (UNODC), beides Papiere der UN, verdeutlichen die kritische Lage: Trotz Verringerung der Armut und der sozialen Ungleichheit seien Gewalt und Straflosigkeit in Lateinamerika stark verbreitet. Diese Phänomene führten zu einer Privatisierung der Sicherheit, welche die sozialen Unterschiede wiederum bestärke. Über 100 000 Morde pro Jahr werden auf dem Subkontinent registriert. Das entspricht 23,4 Morden pro 100 000 Menschen.

Ein erschreckendes Niveau erreicht auch die Straflosigkeit: Lediglich in 24 von 100 Fällen kommt es in Lateinamerika zu einem Urteil.

Hinter diesem – im regionalen Vergleich höchsten – Durchschnittswert verbergen sich aber nationale Unterschiede: Während einige Länder wie Chile und Argentinien moderatere Mordraten (3,1 und 5,5) aufweisen, stellen Teile Zentralamerikas (Honduras: 90,4; El Salvador: 41,2) sowie Südamerikas (Venezuela: 53,7; Kolumbien: 30,8) extreme Fälle dar (zum Vergleich, USA: 4,7; Deutschland: 0,8). Ein erschreckendes Niveau erreicht auch die Straflosigkeit: Lediglich in 24 von 100 Fällen kommt es in Lateinamerika zu einem Urteil (Asien: 48 Prozent; Europa: 81 Prozent), was das nicht selten zu vernehmende politische Argument der „harten Hand“ für eine „spürbare Verschärfung“ der Strafen zur Bekämpfung der Kriminalität sofort entkräftet. Zwar ist Lateinamerika eine von zwischenstaatlichen kriegerischen Auseinandersetzungen sowie von Atomwaffen freie Region. Die starke Ausprägung und der strukturelle Charakter der kriminellen Gewalt und Straflosigkeit beeinträchtigen aber den sozialen Frieden.

 

Exklusionszonen und staatliche Verantwortung

Doch es wäre naiv hieraus abzuleiten, die Gefahr für Leib und Leben existiere vorwiegend in gewissen Stadtteilen. Gefährlich ist die Situation bisweilen über einzelne Viertel hinaus in ganzen Gemeinden, die sich unter der Kontrolle bzw. dem entscheidenden Einfluss von Drogenmafias oder paramilitärischen Gruppen befinden; gefährlich sind Justizvollzugsanstalten, in denen unmenschliche Bedingungen herrschen und Menschenrechtsverletzungen keine Einzelfälle sind – um nur einige Beispiele zu nennen. Die Bürgerinnen und Bürger leben an diesen Orten in einer Art rechtsstaatlicher Exklusion. Die Inklusionsaufgabe besteht darin, das Gewaltmonopol des Staates in diesen „rechtsstaatlich porösen Zonen“ wiederherzustellen. Wie schwer diese Aufgabe zu lösen ist, zeigt die Massenentführung und -ermordung der 43 Studierenden vom September 2014 im mexikanischen Iguala auf dramatischste Weise: In vielen Fällen werden Politik und Sicherheitsapparat zu Mittätern, sind in kriminelle Aktivitäten involviert, und die Judikative erliegt den Verlockungen oder dem Druck der politischen und ökonomischen Macht.

 

Die Vereinnahmung des Staates

In den meisten lateinamerikanischen Staaten gelten die Gleichheit vor dem Gesetz und die politische Gleichheit – wenn auch zu einem unterschiedlichen Grad – nur eingeschränkt. Es besteht eine große Kluft zwischen dem rechtstaatlichen und demokratischen Ideal des Schutzes bürgerlicher und politischer Rechte für alle einerseits und seiner tatsächlichen Verwirklichung andererseits. Besonders verwundbar sind dabei soziale Gruppen mit beschränktem Zugang zu Bildung, sozialer Anerkennung, ökonomischen Ressourcen und politischem Einfluss. Korruption und Nepotismus kontaminieren den Staatsapparat; sie unterminieren die Funktionslogik und -fähigkeit der Bürokratie. Klientelismus prägt die Politik; polizeilicher Schutz wird nicht selten zur Handelsware. Dabei handelt es sich weniger um die Fragilität als um die Vereinnahmung des Staates (state capture) durch partikularistische Interessen externer wie interner Akteure bzw. um die strukturelle Verschränkung öffentlicher und privater Sphären.

 

Autonomie und Mehrheitswillen

In der vergangenen Dekade haben viele lateinamerikanische Regierungen durch die Bekämpfung der Armut und der Einkommensunterschiede die soziale Inklusion stark vorangetrieben. Auch wurden – teilweise als Produkt einer Identitätspolitik – neue Rechte der ersten, zweiten und dritten Generation in neue bzw. reformierte Verfassungen sowie modernisierte Gesetzbücher eingeführt. Substantielle Fortschritte bei der faktischen Geltung der bürgerlichen und politischen Rechte blieben hingegen aus. Es fehlt an einer gezielten Politik, die analog zur sozialen Inklusionsstrategie darauf ausgerichtet ist, die bürgerrechtliche und politische Ungleichheit zu reduzieren. Gemeint sind damit nicht nur Defizite beim Pluralismus und der Gewaltenteilung etwa in Ecuador oder Venezuela, sondern auch beim Zugang zur Justiz und dem Schutz vor staatlicher Willkür in Ländern wie Argentinien, Brasilien oder Mexiko.

Es besteht eine große Kluft zwischen dem rechtstaatlichen und demokratischen Ideal des Schutzes bürgerlicher und politischer Rechte für alle einerseits und seiner tatsächlichen Verwirklichung andererseits.

Zweifelsohne gibt es keinen vollkommenen Rechtsstaat und keine intakte Demokratie auf Erden. Vor dem Hintergrund der autoritären Erfahrung mit den Militärdiktaturen und der langen Geschichte struktureller sozialer Ungerechtigkeit in Lateinamerika können auch – bei allen Defiziten – die Existenz gewählter Regierungen und deren sozialpolitische Leistungen des letzten Jahrzehnts nicht hoch genug geschätzt werden. Regelmäßige Wahlen und materielle Erträge können jedoch die gewaltigen Löcher des Rechtsstaates in der Region nicht stopfen; sie dürfen nicht als Rechtfertigung bzw. Kompensation für mangelnde Freiheit und politische Gleichheit fungieren. Diese können nur in dem Maße gestärkt werden, indem weitestgehend verhindert wird, dass ökonomische und soziale Privilegien sich in politische und legale Vorteile übersetzen lassen und umgekehrt. Voraussetzung hierfür ist die möglichst hohe Differenzierung der jeweiligen sozialen Systeme in der Gesellschaft – vor allem die Autonomie des politischen Systems, des Staates und seiner Institutionen bei gleichzeitiger gegenseitiger Kontrolle. Wie geht das? So einfach und so schwierig wie bei jedem demokratischen Wandel: Eine breite Bevölkerungsmehrheit muss die notwendigen Reformen hierfür fordern; eine große, überparteiliche, politische Koalition muss bereit sein, diese durch- und umzusetzen.

Claudia Zilla  IPG 8

 

 

 

Startschuss für Euro-Drohne noch in diesem Jahr

  

Bundesverteidigungsministerin Ursula von der Leyen plant gemeinsam mit ihren Amtskollegen aus Paris und Rom den Bau einer europäischen Drohne. Scharfe Kritik kommt bereits aus dem Bundestag.

 

Noch in diesem Jahr will Verteidigungsministerin Ursula von der Leyen die Entwicklung einer europäischen Drohne auf den Weg bringen. Gemeinsam mit Frankreich und Italien soll das Projekt gestartet werden - frühestens im Jahr 2020 und spätestens 2025 soll die Drohne in Bundeswehreinsätzen nutzbar sein, hieß es in einer Unterrichtung des zuständigen Bundestagsausschusses durch das Verteidigungsministerium vom Montag.

Unklar ist, ob die Drohne bewaffnet sein wird. Doch bereits jetzt heißt es aus dem Ministerium, dass "deren Fähigkeiten über die heutigen Systeme hinausgehen" werde.

Eine technische Vereinbarung für das Drohnen-Projekt wollen Deutschland, Frankreich und Italien bis Ende 2015 unterzeichnen. Der nächste Schritt wird eine Definitionsstudie sein, um zu klären, was die Drohne alles können soll. Dann soll sich auch der Haushaltsausschuss des Bundestags mit dem Projekt beschäftigen.

Kritik kommt bereits jetzt von der Grünen Bundestagsfraktion: "Die Verteidigungsministerin hat in den letzten Monaten geschickt den verharmlosenden Begriff der bewaffnungsfähigen Drohne kreiert", sagt die Grünen-Verteidigungsexpertin Agnieszka Brugger, "dahinter versteckt sich ganz klar die erstmalige Beschaffung von Kampfdrohnen samt der nötigen Raketenmunition für die Bundeswehr."

Damit versuche von der Leyen "wieder einmal, das brisante und unpopuläre Thema einer deutschen Kampfdrohne gegenüber dem Bundestag und der Öffentlichkeit zu verschleiern", so Brugger zu "Spiegel Online".

Deutscher Einstieg in französisches Satelliten-System

Nach jahrelangen Debatten will die Bundesregierung zudem mit einem Beitrag von über 200 Millionen Euro in ein neues französisches System militärischer Aufklärungssatelliten einsteigen.

Die "mögliche finanzielle Beteiligung" am System Composante Spatiale Optique (CSO) betrage "nach derzeitigem Stand circa 210 Millionen Euro", so das Verteidigungsministerium. Ziel sei die "Deckung des weiteren Bedarfs der Bundeswehr an elektrooptischen Satellitenbildern". Der Haushaltsausschuss muss dem Vorhaben noch zustimmen.

Die CSO-Reihe soll auf die von Belgien, Deutschland, Frankreich, Griechenland, Italien und Spanien genutzten Helios-Aufklärungssatelliten folgen. Zwei Flugkörper sind von Frankreich beim Unternehmen Airbus Defence and Space bereits bestellt, der erste soll im kommenden Jahr ins All gebracht werden.

Ein dritter Satellit muss noch in Auftrag gegeben werden und soll rund 300 Millionen Euro kosten. Deutschland will sich mit rund 210 Millionen Euro daran beteiligen - und soll dafür in gewissem Umfang auch auf Daten der beiden ersten CSO-Satelliten zugreifen dürfen.

Die Verhandlungen zwischen Paris und Berlin ziehen sich seit fast zehn Jahre hin. Einer der Knackpunkte ist, dass auch der dritte Satellit ganz überwiegend im südfranzösischen Toulouse produziert werden dürfte - und die deutsche Rüstungsindustrie voraussichtlich kaum etwas davon hat. Mit Widerständen der Rüstungshersteller und auch im Bundestag dürfte daher zu rechnen sein. In der Ausschussunterrichtung hieß es, die Zusammenarbeit solle im laufenden Jahr "vertraglich vereinbart werden".

"Dank des weitreichenden Einsatzes modernster Technologien werden die neuen Satelliten hundert Mal leistungsstärker sein als die aktuelle Generation", wirbt Airbus für die CSO-Flugkörper. Mit deren Hilfe könnten Nutzer "binnen kürzester Zeit extrem hochwertige Aufnahmen abrufen - ganz gleich, wie komplex die geplanten Bilderfassungssequenzen sind". Zudem sei es gelungen, "die Kosten in den letzten zehn Jahren um 30 Prozent zu senken".

Von der Leyen traf sich am Montag mit ihren Amtskollegen aus Frankreich und Polen, Jean-Yves Le Drian und Tomasz Siemoniak in Potsdam. In einem gemeinsamen Brief an EU-Außenbeauftrage Federica Mogherini fordern sie ein "Europa der Verteidigung" mit einer engeren EU-Kooperation in der Rüstungsindustrie und schlagkräftigere Battlegroups.   AFP/dsa 31

 

 

 

 

Merkel: Wir sind bereit für eine Kampfdrohne

 

Die Pläne von Bundesverteidigungsministerin Ursula von der Leyern für den Bau einer europäischen Kampfdrohne erfährt Unterstützung von Bundeskanzlerin Angela Merkel und von der Großen Koalition. Scharfe Kritik kommt hingegen von der Opposition.

Für die geplante Entwicklung waffenfähiger Drohnen sieht Bundeskanzlerin Angela Merkel in Deutschland den Weg bereitet. Es gebe in der Bundesrepublik "eine Akzeptanz dafür, dass wir solche Beobachtungsdrohnen entwickeln, die dann gegebenenfalls nach parlamentarischem Beschluss auch mit Bewaffnung ausgestattet werden können", sagte Merkel am Dienstag in Berlin.

Merkel sagte nach einem Treffen mit Frankreichs Staatschef François Hollande, die Akzeptanz für die Drohnen ergebe sich "auch durch die Diskussion", die Bundesverteidigungsministerin Ursula von der Leyen "mit dem Parlament geführt" habe.

Deutschland plant gemeinsam mit Frankreich und Italien die Entwicklung waffenfähiger Aufklärungsdrohnen vom Typ Male, die bis zu 24 Stunden lang in etwa 3000 Metern Höhe fliegen können. Als zeitliches Ziel wird das Jahr 2025 genannt. Bislang verfügt die Bundeswehr nicht über eigene Drohnen, sondern mietet entsprechende Geräte. Eingesetzt werden sie bisher nur zu Aufklärungszwecken, nicht für Angriffe.

Der verteidigungspolitische Sprecher der CDU/CSU-Bundestagsfraktion, Henning Otte, erklärte, seiner Fraktion gehe es "um den bestmöglichen Schutz unserer Soldaten". Drohnen seien daher eine "unverzichtbare Ergänzung zur militärischen Operationsführung". Die Entwicklung einer europäischen Drohne sei im Koalitionsvertrag vereinbart worden.

Auch die SPD unterstützt die Pläne von der Leyens. "Es ist der richtige Weg, eine solche Entwicklung gemeinsam mit Frankreich, besser noch auch mit Italien und Polen, aufs Gleis zu setzen", sagte der verteidigungspolitische Sprecher der SPD-Bundestagsfraktion, Rainer Arnold, der "Saarbrücker Zeitung". Kein europäisches Land könne ein solches Großprojekt allein stemmen. Europa brauche aber unbemannte Flugzeuge, sagte der SPD-Politiker. "Wir wollen nicht von den USA abhängig werden."

Auch der Bundeswehrverband begrüßt die Pläne der Bundesregierung. Der stellvertretende Verbandsvorsitzende Jürgen Görlich sagte der "Frankfurter Rundschau" vom Mittwoch, bewaffnete Drohnen seien "militärisch zweckmäßig". Die Soldaten würden damit sowohl bei der Aufklärung als auch beim militärischen Eingreifen "besser geschützt".

"Die Linke lehnt Killerdrohnen ab", erklärte hingegen die Verteidigungsexpertin der Partei, Christine Buchholz, am Dienstag. "Deutschland und die EU dürfen sich nicht am völker- und menschenrechtswidrigen internationalen Drohnenkrieg beteiligen."

Görich sagte gegenüber den Bedenken aus der Opposition, ethische Bedenken seien nur dann verständlich, wenn es sich um einen vollautomatisierten Waffeneinsatz handle. "Aber wenn ein Mensch entscheidet, ob und wann die Drohne eingesetzt wird, ist das vertretbar." Die Soldaten, die die Drohne bedienten, wüssten um ihre Verantwortung.

Hollande sagte in Berlin, der Entschluss zur Entwicklung der Drohnen sei eine "sehr wichtige Entscheidung". Er lobte zugleich die geplante Beteiligung Deutschlands am französischen Beobachtungssatellitensystem Composante Spatiale Optique (CSO) und sprach von einer "sehr schönen Zusammenarbeit zwischen Industrie und Politik".  AFP/dsa 1

 

 

 

 

Berufsanerkennung in der EU. Antragsverfahren künftig online

 

Die Bundesregierung vereinfacht und beschleunigt die Feststellung der Berufsqualifikation von Migrantinnen und Migranten. Ab 2016 können Antragsteller ihre Anträge und Unterlagen elektronisch übermitteln. Das neue Verfahren erhöht die Mobilität von Fachkräften in der EU.

 

Jeder, der aus einem Mitgliedsstaat der Europäischen Union oder dem europäischen Wirtschaftsraum nach Deutschland kommt um hier zu arbeiten, kann einen Antrag auf Berufsanerkennung stellen. Ab Januar 2016 wird es möglich, Qualifikationsnachweise auch elektronisch einzureichen. Das hat das

Bundeskabinett beschlossen.

Unterlagen online einreichen

Ziel der Gesetzesänderung ist es, die Berufsqualifikation von Migrantinnen und Migranten schneller festzustellen und die dafür notwendigen Verfahren einfacher zu machen. Deutsche Anerkennungsstellen nehmen sämtliche Antragsunterlagen, wie Prüfungszeugnisse und Befähigungsnachweise, künftig auch online entgegen.

Vor drei Jahren hat die Bundesregierung die Verfahren zur Anerkennung ausländischer Berufsabschlüsse gesetzlich geregelt. Um die Anerkennungsverfahren zu vereinfachen, hat das Kabinett nun Änderungen im Berufsqualifikationsfeststellungsgesetz (BQFG) und in der Gewerbeordnung

beschlossen. Diese Änderungen sind der Auftakt für weitere Änderungen in beruflichen Fachgesetzen des Bundes und im Landesrecht.

Anlass dazu ist die novellierte EU-Berufsanerkennungsrichtlinie von 2013. Diese muss bis 18. Januar 2016 in deutsches Recht umgesetzt werden. Das einfachere und schnellere Anerkennungsverfahren steigert die Mobilität von Fachkräften und Selbständigen in der EU.

Einfachere Anerkennungsverfahren

Die Änderungen im Berufsqualifikationsfeststellungsgesetz und in der Gewerbeordnung decken zunächst die rund 350 Ausbildungsberufe im dualen System ab. Weitere fachgesetzliche Änderungen für die reglementierten Berufe in Bundeszuständigkeit, wie zum Beispiel Ärzte, werden folgen. Auch die

Bundesländer sollen die EU-Berufsanerkennungsrichtlinie bis Januar 2016 umsetzen.

Die zuständigen Anerkennungsstellen sind miteinander vernetzt. Antragsdokumente und Qualifikationen, die über das Europäische Binnenmarkt-Informationssystem "IMI" (Internal Market Information System) eingereicht werden, können sie so einfacher prüfen. Mit der Gesetzesänderung wird zudem eine Frist von sechs Monaten für gegebenenfalls notwendige Eignungsprüfungen eingeführt. Antragsstellern muss es innerhalb dieser Frist ermöglicht werden,

ihre Fähigkeiten durch eine Prüfung nachzuweisen. Denn nur durch Zeugnisse oder Eignungsprüfungen können sie die volle Gleichwertigkeit ihrer im Ausland erworbenen Berufsqualifikation nachweisen und damit deren Anerkennung erreichen.

Außerdem wird eine gesetzliche Grundlage geschaffen, dass die vom Statistischen Bundesamt und den statistischen Ämtern der Länder erhobenen Daten an das Bundesinstitut für Berufsbildung (BIBB) übermittelt werden. Das BIBB ist mit der Evaluation der Anerkennungsverfahren beauftragt.

Hürden für Zuwanderung von Fachkräften senken

In Deutschland können Bund, Länder oder Kammern für die Anerkennung von beruflicher Qualifikation zuständig sein. Für Außenstehende ist es daher nicht einfach, sich an den richtigen Ansprechpartner zu wenden.  Die Länder führen die Anerkennungsverfahren durch für die in ihrer Zuständigkeit reglementierten Berufe. Das sind zum Beispiel Gesundheitsberufe, Lehrer, Erzieher, Ingenieure,

Architekten.  Die Kultusministerkonferenz ist für die Anerkennungsverfahren von

Hochschulabschlüssen zuständig. Das gilt zum Beispiel für Physiker, Journalisten, Ökonomen.  Für Handwerksberufe sind die Handwerkskammern vor Ort zuständig. Für IHK-Berufe ist es zentral die IHK-Fosa (Foreign Skills Approval) in Nürnberg.

Die Gesetzesänderung sieht vor, zusätzlich einen "einheitlichen Ansprechpartner" einzurichten. Er soll als zentrale Vermittlungsstelle zwischen Antragsteller und zuständigen Anerkennungsstellen fungieren. Die Internet-Plattform "Einheitlicher Ansprechpartner 2.0" wird im Januar 2016 an den Start gehen.

Aufgrund des demografischen Wandels werden zunehmend Fachkräfte fehlen. Diese Lücke kann nur durch Zuwanderung geschlossen werden. Pib 1

 

 

 

 

Kolumne ohne Migrationshintergrund

 

Diskriminierende und rassistische Sprachgewohnheiten – eine Selbstbeobachtung

Die eigene Sprache überdenken, weil sie Rassismen transportiert? Ellen Kollender und Janne Grote sind im beruflichen und alltäglichen Umgang mit dieser Frage häufig auf Abwehr gestoßen. Zum Auftakt ihrer neuen MiGAZIN-Kolumne versuchen sie sich an einer Systematik ‘weißer’ Abwehrstrategien und schlussfolgern: Es fehlt an einer Haltung, in der sich die kritische Reflexion von Sprache mit der Frage nach damit verbundenen Diskriminierungsverhältnissen verbindet. Von Kollender, Grote

 

Sprache ist machtvoll. Sie operiert auf einer Bühne der Unterscheidungen und teilt Menschen in Haupt- und Nebendarsteller1 ein. Wir, die Autoren dieser Kolumne, befinden uns ebenfalls auf dieser Bühne. Anders jedoch als viele andere, die hier auf MiGAZIN schreiben, sprechen wir nicht aus einem “wir” mit (offensichtlichem) Migrationshintergrund. Das heißt wir bekommen auf dieser Bühne selten die Herkunftsfrage gestellt bzw. man bedrängt uns nicht mit der Frage, wo wir “eigentlich” herkommen. Auch wurde uns nie allein aufgrund unseres Nachnamens ein Job oder eine Wohnung verwehrt – von strukturellen Diskriminierungs- und Rassismuserfahrungen mal ganz abgesehen.

 

In unserer Arbeit, aber auch im Austausch mit Freunden und Bekannten diskutieren wir oft über folgende Fragen: Welche Vorstellungen von “wir” und “den Anderen” empfinden wir eigentlich als “normal” und “gegeben”? Inwiefern spiegeln sich solche vermeintlichen Normalitäten in unserer Alltagssprache wider? Und wie werden über ein solches normales Sprechen möglicherweise gesellschaftliche Ungleichheits- und Diskriminierungsverhältnisse reproduziert?

Die Auseinandersetzung mit diesen Fragen löst oftmals Irritationen aus. Etwa dann, wenn wir darauf hinweisen, dass es sich bei den z.B. als “Ghanaer” – häufiger noch als “Afrikaner” – bezeichneten und hier lebenden Jugendlichen (auch) um Deutsche handelt. Oder dann, wenn wir zur Diskussion stellen, ob die nationale Etikettierung als “Türke” wirklich ein sinnvolles bzw. “ganz normales” Synonym für die Berufsbezeichnung “Gemüsehändler” ist – wie es in einigen Regionen Deutschlands der Fall ist. Wir sind überzeugt, dass mit diesen und weiteren Zuschreibungen symbolische und faktische Ausschlüsse verbunden sind. Sie reduzieren Menschen auf ihr vermeintlich nicht-deutsches ‚Aussehen’ und damit verbundene natio-ethno-kulturelle Zuschreibungen. Zudem werden in diesen Bezeichnungen (unbewusst) Überbleibsel eines völkisch-rassistischen Verständnisses von Deutsch-Sein mittransportiert, das vor allem durch Weiß-Sein und den Familienstammbaum bestimmt wird. Kurz: Einseitige sprachliche Kategorisierungen wie der Zwang zur nationalen Vereindeutigung machen einen Unterschied. Sie haben Konsequenzen auf Zugehörigkeitsdiskussionen, -praktiken und -gefühle.

Es fällt uns auf, dass besonders Angehörige einer weißen2 Mehrheitsgesellschaft häufig mit Abwehr auf Fragen und Diskussionen dieser Art reagieren. Diese werden wahlweise als anmaßend oder kleinlich, als gängelnd oder auch als Gelegenheit empfunden, eigene rassistische und diskriminierende Positionen zu bestätigen. Im Folgenden wollen wir vier solcher Abwehrstrategien einmal nachgehen:

Abwehrstrategie Nr. 1: Die Diskussion wird kleingeredet.

Ob nun “Farbiger” oder “Schwarzer”, ob “Ausländer” oder “Deutsche mit Migrationsgeschichte” – da gäbe es doch wirklich Wichtigeres als sich mit Begrifflichkeiten oder der (Selbst-)Bezeichnung einzelner Gruppierungen zu beschäftigen. Sicher scheint: Den “großen” Problemen “unserer Gesellschaft” könne man mit einer solchen Debatte nicht begegnen.

Interessant ist hier: Über die Relevanz einer solchen Diskussion über Bezeichnungen wird vor allem von jenen entschieden, die von den zur Debatte stehenden Zuschreibungen und damit verbundenen Diskriminierungen nicht betroffen sind. Es sind diejenigen, die sich selbstverständlich als “Deutsche” fühlen und bezeichnen können – wenn sie denn wollen –, und denen dabei nicht mit Irritation begegnet wird. Es sind zugleich diejenigen, denen über Werbung, Fernsehserien, Schulbücher etc. eine selbstverständliche Zugehörigkeit zur Gesellschaft vermittelt wird.

Das Argument wird zudem meist von jenen angebracht, die selbst wenige oder keine Lösungsansätze für die von ihnen angemahnten “großen und eigentlichen” Probleme benennen können, geschweige denn auf dieser Ebene aktiv sind.

Abwehrstrategie Nr. 2: Die Sprachdiskussion wird emotional aufgeladen.

Dies geschieht meist zunächst auf persönlicher Ebene. Entweder durch Empörung (“Willst du mir jetzt etwa unterstellen, dass ich diskriminiere? Das muss ich mir ja wohl nicht anhören. Ich arbeite schon seit 25 Jahren im sozialen Bereich!”); durch lautstarke Unschuldsbekundungen (“Früher haben wir immer N*küsse gesagt. Das haben wir doch nicht rassistisch gemeint!”); oder Trotz (“Also wenn wir jetzt nicht mal mehr Ausländer sagen dürfen, dann dürfen wir bald gar nichts mehr sagen!”). Letzteres mündet oft im Ruf nach einer Grundsatzdiskussion über die “eigene” und gesellschaftliche Meinungs- und Sprachfreiheit.

Diese Reaktionen zeigen, dass es in der Debatte um mehr geht als um Begriffe. Es geht auch um Identität und Machtansprüche einer Mehrheit gegenüber Minderheiten. Dabei schwingt die Annahme mit, man habe eine Art “Etabliertenvorrecht” in Sachen “deutsche Sprachkultur”: In “seine” Sprache lässt man sich von “Anderen” nicht hineinreden – schon gar nicht, wenn diese Anderen vermeintlich nicht Teil des Eigenen sind (was sie nach dieser Logik jedoch auch nicht werden können). Es scheint in diesem Zusammenhang auch nichts auszumachen, dass mit dem Beharren auf die eigene Sprachfreiheit Anderen diese Freiheit abgesprochen wird. Eigene weiße Befindlichkeiten werden über die Tatsache gestellt, dass viele Menschen die gewaltvollen Auswirkungen bestimmter Begriffe tagtäglich zu spüren bekommen. Den Befindlichkeiten werden meist auch die Anstrengungen verschiedener Gruppierungen untergeordnet, die sich teils seit Jahrzehnten aufgrund eigener rassistischer und diskriminierender Erfahrungen für alternative (Selbst-)Bezeichnungen einsetzen (z. B. die Initiative Schwarzer Menschen in Deutschland).

Abwehrstrategie Nr. 3: Es wird darauf hingewiesen, dass sich “die Betroffenen” doch selbst so nennen würden und die Bezeichnungen deswegen ja nicht so “schlimm” sein könnten.

Tatsächlich kommt es vor, dass beispielsweise einige Schwarze Rapper in ihren Songs das “N*-Wort” verwenden. Oder sich Gruppen und Einzelpersonen als “Kanaken” bezeichnen. Es gibt dafür unterschiedliche Gründe, die wir nicht für diejenigen beantworten können und wollen, die von den Zuschreibungen betroffen sind. Viele haben sich zudem bereits zur Thematik geäußert (z. B. hier, hier und hier). Zusammenfassend nur so viel: Auch in solchen Selbstbezeichnungen können sich herrschende und gesellschaftliche Sprachroutinen widerspiegeln. Es kann damit aber auch die Strategie verbunden werden, in die Offensive zu gehen, sich gegen die abwertende Bezeichnung durch Selbstaneignung dieser zu wehren – mit dem langfristigen Ziel, damit verbundene Sprachrassismen zu dekonstruieren. Bei einer solche Strategie ist allerdings entscheidend, wer sie anwendet bzw. wer hier spricht.

Trotzdem bleibt es unwahrscheinlich, dass die Gemüsehändlerin sich selbst als “Türkin” bezeichnet, wenn sie nach ihrem Beruf gefragt wird.

Abwehrstrategie Nr. 4: Es wird behauptet, dass man bestimmte Bezeichnungen selbstverständlich nicht in den Mund nehmen würde, wären “betroffene Personen” im Raum.

Eigentlich ist man sich hier also der diskriminierenden, nicht so ganz korrekten Konnotation seiner Sprache bewusst. Im Akt, diese “trotzdem” und “unter uns” zu verwenden, werden exklusive weiße Räume geschaffen. Unter den Anwesenden wird dabei ein (Sprach-)Konsens vorausgesetzt, mit diskriminierenden und rassistischen Zuschreibungen d’accord zu gehen, diese zu dulden bzw. zu decken. Ausschlüsse werden hierüber weiter gefestigt, bestehende (Sprach-)Herrschaftsverhältnisse weiter reproduziert. Zudem kann ein solcher Umgang mit der eigenen diskriminierenden und rassistischen Sprachpraxis negativen Einfluss darauf haben, “betroffene Personen” in weiße Kreise – sei es im Freundeskreis, im Verein oder an der Arbeitsstelle – selbstverständlich miteinzubeziehen. Schließlich wären damit (sprachliche) Anstrengungen verbunden…

Neben diesen vier Abwehrstrategien beobachten wir aber auch ein gegenteiliges Phänomen. Es handelt sich hier um Situationen, in denen kritische Begriffsreflexionen auf Seiten einer meist bildungsprivilegierten Gruppe überraschend schnell Konsens in Form von kollektiver Empörung auslösen. Die Forderung nach einem kritischen Kanon der Migrationsbegriffe scheint hier dem Selbst- und Abgrenzungszweck zu dienen. Sie wird zugleich zum Statusmerkmal einer gebildeten Gruppe, die sich zu Herrschenden in der moralischen Arena über Sagbares und Nicht-Sagbares auftut (“Wie du sagst noch ‚Farbiger’? Das heißt doch ‚People of Color‘!”). Manchmal wird diese Sprachsensibilität zusätzlich mit einer gewissen “Wohltätigkeitsattitüde” zur Schau getragen. Den betroffenen Personen wird dann unterschwellig das Gefühl vermittelt, dankbar sein zu können, gerade nicht sprachlich diskriminiert zu werden. Dies schafft weitere subtile Formen des Ausschlusses und verweist zugleich auf mögliche Fallstricke in der Sprachdiskussion…

Eine Auseinandersetzung mit Bezeichnungen und Begriffen wirkt dann nachhaltig, wenn wir uns die Diskriminierungsverhältnisse und -strukturen bewusst machen, die sich in unserer Alltagssprache abgelagert haben. Welche historischen Kontinuitäten an gewaltvoller Ausgrenzung werden über Sprache sichtbar und in die Gegenwart getragen? Und wie werden durch Sprache diskriminierende und rassistische Diskurse aufrechterhalten, die auch darauf Einfluss nehmen, wie Staat und Gesellschaft handeln, wenn es um die vermeintlich “Anderen” geht? Um diese Dynamiken und Wirkmechanismen zu identifizieren, muss sich auch der persönlichen Verstrickung in diese Verhältnisse bewusst gemacht werden. Dazu gehört, den Blick von den vermeintlich Anderen auf das Eigene zu richten – in diesem Fall: die Migrationsgesellschaft ohne Migrationsvordergrund.

Beim Eigenen ansetzen bedeutet dann auch, sich in der Diskussion um sprachliche Rassismen nicht im Kampf um das bessere Argument zu verlieren, sondern die (Diskriminierungs-/Rassismus-)Erfahrungen und -Gefühle Anderer anzuerkennen und als solche in der Debatte stehen und wirken zu lassen…

Auch stellt die Reflexion über einzelne Sprach- und Denkbausteine keinen singulären Akt dar, der einmal vollzogen und dann ad acta gelegt werden kann. Er muss von der Offenheit begleitet werden, sich sprachlich immer wieder neu irritieren zu lassen. Reibungen, die dabei entstehen, helfen, gängige Normalitätsvorstellungen in Frage zu stellen.

Sicher ist die Sprachdiskussion und -reflexion nur einer von vielen Schritten hin zu einem anti-diskriminierenden und anti-rassistischen Zusammenleben. In den kommenden Kolumnen wollen wir auf MiGAZIN weitere Aspekte und Gedanken hierzu teilen – wohlwissend, dass auch diese Gedanken sich in einem Zwischenraum befinden, die sich mit wandelnden gesellschaftlichen Realitäten überholen oder bereits überholt sind. In dem Fall hilft vor allem eins: wenn wir darauf hingewiesen werden.

1. Diese Kolumne kann auch in gendersensibler Sprache auf elalemelalem.de gelesen werden. MiGAZIN verzichtet zu Gunsten der Leserfreundlichkeit auf diese Schreibweise. [?]

2. Weiß und schwarz bezeichnen hier nicht die Hautfarben von Menschen, sondern stehen für politische und gesellschaftliche Konstruktionen. Diese sind historisch gewachsen bzw. von einer Geschichte des Rassismus geprägt und beeinflussen die Position, die Menschen in der Gesellschaft einnehmen. Weiß verweist in dem Sinne auf dominante gesellschaftliche Positionen und damit verbundene Privilegierungen, die meist unausgesprochen bleiben. (vgl. glokal e.V. und brauner mob) [?] MiG 1

 

 

 

 

„Ohne die richtige Ernährung ist ein gesundes Leben nicht möglich“

 

Interview mit Prof. Dr. Detlev Ganten zum Weltgesundheitstag 2015

 

Weltweit sterben laut Weltgesundheitsorganisation (WHO) bis zu zwei

Millionen Menschen pro Jahr an Krankheiten, die durch kontaminierte Nahrung

und Wasser übertragen werden. Zusätzlich erkranken immer mehr Menschen an

chronischen Krankheiten, verursacht durch Industrienahrung, Softdrinks und

ungesunde Lebensführung.

 

Prof. Dr. Detlev Ganten ist Präsident des World Health Summit, dem

weltweit führenden strategischen Forum für Gesundheitsfragen. Außerdem

ist er Facharzt für Pharmakologie und Experte für Bluthochdruck,

Evolutionäre und Molekulare Medizin.

 

1. Herr Professor Ganten, über 200 Krankheiten werden laut WHO-Angaben

durch unsere Nahrung übertragen - durch Bakterien, Parasiten, Viren und

chemische Substanzen. Wie groß ist die Gefahr in Deutschland?

 

In Ländern mit einer nur schwach entwickelten Infrastruktur ist die Gefahr

der Krankheitsübertragung über Wasser und Nahrung ziemlich groß. In

Deutschland ist die Nahrungskette aber so gut organisiert und wird so

sorgfältig geprüft, dass auf diesem Wege kaum noch Krankheiten

übertragen werden. Gleichwohl hat die Vergangenheit gezeigt, dass auch

immer wieder Lücken und Schwächen in dieser Nahrungskette auftauchen -

ein Beispiel dafür waren die Ehec-Fälle mit mehreren Todesfällen.

Trotzdem ist die Gefahr bei uns gering. Wichtig ist allerdings: Ohne die

richtige Ernährung ist ein gesundes Leben nicht möglich. Wir müssen

genügend Flüssigkeit, Kalorien und Vitamine zu uns nehmen.

Selbstverständlich darf unsere Nahrung aber keine giftigen Fremdstoffe,

Bakterien, Parasiten oder Viren beinhalten.

 

2. Schätzungsweise bis zu zwei Millionen Todesfälle werden jährlich

durch kontaminiertes Essen und Trinkwasser verursacht. Doch eine falsche

Ernährung führt auch zu chronischen Krankheiten. Worin sehen Sie die

größere Gefahr?

 

Diese Zahl ist natürlich unerträglich hoch. Doch es ist leider nicht die

größte Gefahr. Unsere tägliche Nahrungsaufnahme ist viel zu oft von

Industrienahrung geprägt, die aus zu viel Fett, Zucker und Salz besteht

und damit zu chronischen Krankheiten führt. Diese werden zunächst gar

nicht als Krankheiten erkannt und führen auch nicht gleich zum Tod. In

breiten Bevölkerungskreisen haben sie aber erhebliche Folgen wie

Übergewicht, Blutzucker, Herzkreislauferkrankungen und muskuloskelettale

Erkrankungen. Der Grund dafür ist einfach zu erklären: Wir reagieren

evolutionär sehr stark auf diese Nahrung, da unsere Körper noch auf

Mangelsituationen eingestellt sind und Vorräte an Fett, Zucker und Salz

anlegen wollen. In unserer modernen Lebenswelt wird diese evolutionäre

Konditionierung nun zur Falle, so dass die Auswirkungen der sogenannten

nicht-übertragbaren Krankheiten im Endeffekt eher noch größer sind, als

die akuten Krankheitsfälle durch Kontamination. Ihnen müssen wir deshalb

noch größere Aufmerksamkeit widmen.

 

3. Sind diese nicht-übertragbaren Krankheiten mittlerweile ein weltweites

Problem?

 

Ja, und sie verbreiten sich in reichen Ländern wie in denen mit niedrigen

und mittleren Einkommen immer mehr. Gerade die Bevölkerung in ärmeren

Ländern lebt häufig in Städten - oft ist es schon über die Hälfte der

Menschen. Sauberes Trinkwasser ist in diesen Ländern häufig nicht in

ausreichender Menge vorhanden, so dass vor allem stark zuckerhaltige

Softdrinks billig angeboten werden und immer größere Verbreitung finden.

Globalisierung und Kommerzialisierung unterstützen diese Entwicklung noch

zusätzlich, so dass wir uns in der modernen, urbanen Gesellschaft immer

weiter von einer natürlichen Ernährungsweise entfernen.

 

4. Was kann jeder Einzelne unternehmen, um sich möglichst gesund zu

ernähren?

 

Bildung ist das Stichwort! Wenn man weiß, woher ein Nahrungsmittel kommt

und wie es angebaut wird, entwickelt man ein Verständnis von natürlicher

Ernährung. Außerdem müssen wir auch wissen, wie wir Nahrungsmittel am

besten aufbewahren und zubereiten. Ein Beispiel: Der Frühling fängt jetzt

wieder an und damit auch die Grillsaison. Wenn man Fleisch oder Gemüse zu

lange über der Kohle lässt, können aber krebserregende Stoffe entstehen,

die wir dann gleich mitessen. So etwas muss man wissen. WHS

Vom 11. - 13. Oktober 2015 findet der siebte World Health Summit im

Auswärtigen Amt in Berlin statt. Er steht unter der Schirmherrschaft von

Bundeskanzlerin Merkel, Frankreichs Staatspräsident Hollande und dem

Präsidenten der Europäischen Kommission Juncker.

Weitere Informationen zu Themen, Sprechern und Tickets:

http://phplist.charite.de/lists/lt.php?id=Z0gADkQIAlFFAlFVDw  T.G. DIP

 

 

 

 

 

Tröglitz. Es brennt, warum?

 

Nach dem fremdenfeindlich motivierten Brandanschlag auf ein Asylbewerberheim in Tröglitz scheint die allgemeine Empörung groß zu sein. Angst sei mitunter das Motiv der Täter. Aber kann man hier überhaupt von Angst sprechen? Von Filiz Tokat

 

Wir haben ein Dach über dem Kopf, die meiste Zeit sind wir satt und müssen nicht um unser Leben fürchten. Wir leben ein gutes Leben, wir haben es einfach.

Es gibt Menschen, denen es nicht so geht. Sie fliehen aus ihrer Heimat, weil sie um ihr Leben fürchten. Sie haben schlimme Dinge erlebt, die sie bis an ihr Lebensende traumatisiert haben. Damit müssen sie ewig leben.

Die meisten haben eine strapaziöse und lebensbedrohliche Odyssee hinter sich. Sie haben so viel zurücklassen müssen: Menschen, die sie lieben, ihr Heim, ihr Hab und Gut, einfach alles.

Sie kommen in ein fremdes Land, müssen wieder von ganz vorne anfangen, weil sie in Frieden leben wollen. Es sind Kinder, Frauen und Männer.

Wie kann man diesen Menschen, die so viel Leid erfahren haben, denn so viel Hass und Ablehnung entgegen bringen? Nur aus Angst um …, um was? Was für eine “angebliche” Angst treibt einen Menschen dazu, ein Flüchtlingsheim anzuzünden, ein neues Zuhause von Menschen zu zerstören, Menschenleben zu gefährden? Von welcher Angst sprechen wir hier? Ist das Angst?

Was sind das nur für Unmenschen?

Und was mit denen, die ständig gegen Flüchtlinge protestieren, helfenden Menschen das Leben schwermachen, die sich für etwas Besseres und Höherwertiges halten? Ebenso Unmenschen. Vor solchen Unmenschen sind diese Menschen geflohen. Solchen wollten sie nicht noch einmal begegnen.

War der Brandanschlag in Tröglitz nun eine Ausnahme? Wird es wieder passieren? Wieder dort oder woanders? Wer gefährdet wessen Frieden?

Lasst die Menschen, die Schutz suchen, in Ruhe! Keiner möchte, dass es irgendwo brennt. Keiner möchte Hass. Hört auf, es reicht! MiG 7

 

 

 

 

Tröglitz: „Wir sind kein brauner Ort, wir sind bunt“

 

Nach dem fremdenfeindlichen Brandanschlag auf ein Asylantenheim in Tröglitz will sich der katholische Ortspfarrer Thomas Friedrich mit seiner Gemeinde für die Asylbewerber einsetzen. Mit nur zwei Prozent Katholiken ist Tröglitz Diaspora-Gebiet. Doch das Nein zu Rechtsextremismus ist in Tröglitz – auch – ökumenisch. Seit die sogenannten Abendspaziergänge gegen das zukünftige Asylbewerberheim aufkamen, setzen katholische und evangelische Kirche mit einem Friedensgebet ein gemeinsames Gegenzeichen. Dem Domradio sagte Thomas Friedrich:

„Im Rahmen dieser Friedensgebete ist die Initiative "Miteinander, Füreinander" gegründet worden. Diese Initiative hat eine sogenannte Tröglitzer Erklärung verfasst, in der zum Ausdruck gebracht wird, dass Tröglitz offen sein möchte für die Asylbewerber und für die Fremden, die kommen. Die habe ich als Gemeindepfarrer auch unterschrieben. Wenn die Asylbewerber kommen, werden wir als Gemeinde sie sicher willkommen heißen und uns nach Kräften einbringen.“

Doch werden sie kommen? Die Behörden in Sachsen-Anhalt sind sich inzwischen nicht mehr sicher, ob sie die Flüchtlinge in Tröglitz überhaupt ausreichend schützen können. In einem Interview sagte der Landrat des Burgenlandkreises Götz Ulrich, er könne die Sicherheit der Flüchtlinge nicht garantieren. Ulrich selbst wird von unbekannten Rechtsextremen bedroht, da er sich für die Flüchtlinge einsetzt. Der Pfarrer von Tröglitz ist dahingegen zuversichtlich und fürchtet vorerst nicht, dass er wegen seines Engagements für Flüchtlinge den Rechtsextremen ein Dorn im Auge sein wird.

„In der Anonymität des Netzes sagen Menschen sicher Dinge, zu denen sie nicht stehen. Ich denke, dass es jetzt ruhiger werden wird. Und wenn die Asylbewerber kommen, werden die Menschen sicher auch sagen: Wir sind kein brauner Ort, wir sind bunt.“

Das Problem in Tröglitz sei gewesen, dass sich zahlreiche Einwohner haben vereinnahmen lassen von der Stimmungsmache gegen die Asylbewerberunterkunft. So versucht der evangelische Pfarrer des Ortes Matthias Keilholz die Situation in Tröglitz zu erklären. Die NPD habe sich des Themas angenommen, erklärte Keilholz am Mittwoch in Berlin dem Sender RBB. Viele hätten dabei gar „nicht gemerkt, wer dieses Thema besetzt hat". Inzwischen gingen in der Stadt immer mehr Menschen auf die Straße, die sich für Flüchtlinge einsetzen wollten. Der Anschlag habe die Menschen wachgerüttelt, so Keilholz.

Ausgerechnet in der Nacht auf Karsamstag brannte das zukünftige Asylbewerberheim – wenige Stunden vor dem Entzünden des Osterfeuers als Zeichen der Auferstehung Christi, als Zeichen des Lebens. So nah an Ostern so viel Hass, das hat nicht nur Pfarrer Thomas Friedrich zu denken gegeben. „Es war so ein Erschrecken da, passend zur Stimmung an Karsamstag. Wie konnte es so weit kommen? Wie konnten diese Abneigungen in diesem Feuer ihren Ausdruck finden? Ich persönlich war ein bisschen gelähmt.“ Er fragte sich einen Tag vor Ostern sogar, was er seiner Gemeinde nun verkünden könne. Seine Predigt habe er zwar nicht verändert, aber beim Osterfeuer ging er auf das vernichtende Feuer der Nacht zuvor ein: „Wir haben jetzt das Licht entzündet, das uns sagen will, dass Christus das Leben will, und das ist ein anderes Feuer als das, das in der vergangenen Nacht Asche gebracht hat. Wir wollen unser Licht dagegen setzen, das ein Licht des Lebens ist.“ (domradio/kna 09.04.)

 

 

 

 

Studie belegt alarmierende Umweltschäden durch konventionelle Landwirtschaft

  

Massentierhaltung ist eine der Ursachen für starke Umweltbelastungen durch die intensive Landwirtschaft, sagt das Umweltbundesamt. [LID/Flickr]

Zerstörung der Artenvielfalt, immense Produktion von Treibhausgasen und Belastung von Gewässern mit Schadstoffen und Arzeimitteln aus der Massentierhaltung: Die Landwirtschaft verursacht in Deutschland enorme Umweltschäden, warnt eine Studie des Umweltbundesamts. Eine Umstellung auf ökologischen Landbau und strengere Richtlinien seien dringend notwendig.

Die Landwirtschaft ist mit über 50 Prozent der mit Abstand größte Flächennutzer Deutschlands. Und sie ist ein bedeutender deutscher Wirtschaftszweig.

Doch der intensive Landbau schädigt die Umwelt noch immer in besorgniserregendem Maß. Dies zeigt nun eine Studie des Umweltbundesamts (UBA). Sowohl der Einsatz von Pflanzenschutz- und Düngemitteln als auch die Intensivtierhaltung tragen demnach immens zu Schäden für Mensch und Natur bei, so das 40-seitige Papier.

"Während in den letzten 30 Jahren die meisten Branchen durch Innovation und technischen Fortschritt große Erfolge bei der Reduzierung der Stoffeinträge in die Umwelt erreichen konnten, zeigen sich bei den landwirtschaftlichen Emissionen nur geringe Verbesserungen", heißt es in der Studie. Bei der Nachhaltigkeit stagniere die Landwirtschaft seit Jahren auf einem hohen Niveau und zeige – wenn überhaupt – nur geringe Verbesserungen.

Landwirtschaft ist zweitgrößter Verursacher von Treibhausgasen

Einer der heiklen Punkte ist der Ausstoß von Treibhausgasen.

Moornutzung und Rodung von Wäldern für die Landwirtchaft, aber auch Düngemittel, Bodenbearbeitung und Tierhaltung verursachen der Untersuchung zufolge einen immensen Ausstoß klimawirksamer Emmissionen. 2012 emittierte die Landwirtschaft in Deutschland rund 70 Millionen Tonnen Kohlendioxid-Äquivalente – rund 7,5 Prozent der gesamten Treibhausgas-Emissionen dieses Jahres. Die Landwirtschaft sei hierbei nach der Industrie, die einen Anteil von rund 84 Prozent hat, der zweitgrößte Verursacher in Deutschland.

Zudem sei durch die intensive Landwirtschaft auch die Biodiversität zunhehmend gefährdet. Denn der Ackerbau belaste die Umwelt mit Stickstoff, Phosphor und Schwermetallen. Pflanzenschutzmittel mit Breitbandwirkung würden nicht nur Schädlinge tilgen, sondern auch andere nützliche Insekten töten. Damit aber verschwinde die Nahrungsgrundlage vieler Vögel und Säugetiere. Das traurige Resultat: Statt den für 2010 angestrebten Stopp beim Artenverlust nebst Trendwende erreicht zu haben, verschwinden immer mehr Arten aus der Agrarlandschaft.

Stickstoff-Emission überschreitet Zielwerte der Bundesregierung bedenklich

Vor allem der Stickstoffüberschuss im Landbau ist den Autoren zufolge noch immer bedenklich hoch, denn 60 Prozent der Stickstoffemissionen kommen aus der Landwirtschaft. Dennoch stagniert seit Jahren der nationale Stickstoffbilanzüberschuss auf einem hohen Niveau. Den Zielwert der Nachhaltigkeitsstrategie der Bundesregierung übersteigt er mit druchschnittlich 97 Kilogramm pro Hektar um knapp 20 Kilogramm pro Hektar. Damit ist die Landwirtschaft in Deutschland mit einem Beitrag von 57 Prozent die größte Quelle für Einträge von Stickstoff in die Umwelt.

Während die EU-Kommission die Stickstoffbelastung weiter verringern will und derzeit die entsprechende Richtlinie überarbeitet, hat Deutschland bislang nicht einmal die bisherige Nitrat-Rahmenrichtlinie eingehalten. Nun aber will die Bundesregierung – auch auf Druck der Kommission – den Stickstoffüberschuss von 97 Kilogramm pro Hektar und schrittweiseauf 50 Kilogramm pro Hektar herunterdrücken. Ein Ziel, dass auch die Präsidentin des Umweltbundesamts, Maria Krautzberger, wiederholt gefordert hatte.

Anfang Januar hatte bereits der Sachverständigenrat für Umweltfragen (SRU) in einem Sondergutachten Alarm geschlagen. Der Eintag von reaktivem Stickstoff in die Umwelt sei in Deutschland viel zu hoch und müsse mindestens halbiert werden. Um dieses Ziel zu erreichen, schlugen die Regierungsberater einige harte Maßnhamen vor. So solle der reduzierte Mehrwertsteuersatz auf Fleisch, Eier und Milchprodukte abgeschafft werden, da er die tatsächlichen Kosten der Massentierhaltung verschleiere. Schweinemäster sollten künftig dazu verpflichtet werden, Abgasreinigung in ihren Stall einzubauen. Und Landwirte sollten bei Überschreitung ihrer Düngerkontingente Strafe zahlen müssen.

Ökolandbau könnte wesentlichen Beitrag zum Umweltschutz leisten

Die aktuelle UBA-Studie formuliert ihre Empfehlungen, um all diesen Problemen entgegenzuwirken, dagegen allgemeiner. Zum einen gelte es, im konventionellen Landbau strengere Richtlinien zu befolgen. So müssten Stickstoff und Phosphor effizienter eingesetzt, Nährstoffüberschüsse begrenzt, die Tierhaltung auf bestimmte Flächen eingegrenzt und Düngemittel vorsichtiger ausgebracht werden, schreiben die Wissenschaftler.

Als zweite Empfehlung nennt die Studie die Umstellung auf ökologischen Landbau. Sie könnte einen "wesentlichen Beitrag zur Reduzierung umweltbelastender Stoffausträge in die Umwelt" leisten.

Anton Hofreiter, Fraktionsvorsitzender von Bündnis 90/Die Grünen übte harsche Kritik an der Politik von Bundesagrarminister Christian Schmidt: "Der Landwirtschaftminister ist ein Ökolandbau-Verhinderungsminister, denn er lässt trotz zunehmender Nachfrage die umweltverträgliche Landwirtschaft im Stich", sagte Hofreiter. "Nitratminister" Schmidt kümmere sich nicht um die Grundwasserqualität und die gesundheitlichen und finanziellen Kosten seiner "verfehlten Politik". Nicole Sagener  EA 10

 

 

 

 

Vornamen 2014. Jeder fünfte Vorname mit ausländischer Herkunft

 

Im Jahr 2014 wurden über 40.000 unterschiedliche Vornamen vergeben. Rund 20 Prozent davon waren ausländischer Herkunft mit Mohammed an der Spitze. Das teilt das Leipziger Namenkundliche Zentrum mit.

 

Bei der Wahl eines Vornamens für ihre Kinder sind Deutschlands Eltern beständig. Wie in den Vorjahren waren auch 2014 Sophie, Marie, Sophia und Maria die beliebtesten Vornamen für neugeborene Mädchen, wie das Leipziger Namenkundliche Zentrum am Donnerstag mitteilte.

Bei den Jungen lagen erneut Maximilian, Alexander und Paul auf den Spitzenplätzen. Die Vornamenstatistik wird in einer Langzeitstudie gemeinsam mit dem Institut für Informatik der Universität Leipzig erstellt.

Wie die Untersuchung ergab, waren 20 Prozent aller eingetragenen Vornamen ausländischer Herkunft. Der häufigste war dabei Mohamed in unterschiedlichen Schreibweisen.

Ausgefallen: Fürchtegott, Macdonald

Zu den ausgefallensten Vornamen 2014 gehörten den Angaben zufolge Xantippe, Fürchtegott, Sunshine, Pepper-Ann, Nemo, Messi, Macdonald, Schnuckelpupine und Prinz-Gold.

Insgesamt nehme die Vielfalt an Vornamen in Deutschland zu, hieß es. Die 100 häufigsten Namen verteilten sich auf nur zwei Prozent aller Neugeborenen. Insgesamt wurden im vergangenen Jahr 21.152 unterschiedliche weibliche Vornamen und 20.362 verschiedene männliche Namen vergeben.

2014 hatte den Angaben zufolge auch die Fußball-Weltmeisterschaft Einfluss auf die Namensentscheidungen der Eltern. So seien die Namen Lukas und Mats häufiger vergeben worden, hieß es. (epd/mig 9)

 

 

 

 

CDU-Generalsekretär Tauber: Flüchtlinge sind bei uns willkommen

 

CDU-Generalsekretär Dr. Peter Tauber hat heute den Burgenlandkreis in Sachsen-Anhalt besucht. Dort ließ er sich von Landrat Götz Ulrich und Innenminister Holger Stahlknecht über die Situation nach dem Brandanschlag auf eine geplante Asylbewerberunterkunft in Tröglitz informieren. Tauber machte bei dem Gespräch deutlich, dass man extremistischen Entwicklungen entschieden entgegentreten müsse. „Das Grundrecht auf Asyl ist ein wichtiger Bestandteil unseres Grundgesetzes. Es ist unsere Pflicht, Menschen in Not zu helfen, die in ihren Heimatländern bedroht, verfolgt oder misshandelt werden. Das müssen wir immer wieder deutlich machen und insgesamt noch stärker für unsere Demokratie werben“, erklärte Tauber.

 

Es zeige sich einmal mehr, wie wichtig das C für unser Zusammenleben sei, denn Nächstenliebe und Mitmenschlichkeit gebe es in einer gottlosen Gesellschaft nicht, sagte der CDU-Generalsekretär. „Darum muss man den Kirchen und vielen Christen und Ehrenamtlichen, die sich in der Flüchtlingshilfe engagieren, danken.“ Trotz steigender Flüchtlingszahlen erlebe er eine unglaublich große Hilfsbereitschaft insbesondere von Bürgerinitiativen. Diese müsse man weiter stärken. Auch die in den Kommunen Verantwortlichen leisteten eine hervorragende Arbeit. Ausdrücklich lobte Tauber den beherzten Einsatz von Landrat Götz Ulrich.

 

Götz Ulrich freute sich über das Interesse des CDU-Generalsekretärs an der Situation im Burgenlandkreis. Er machte deutlich, dass die Rückendeckung aus Berlin vor dem Hintergrund der Herausforderungen, vor denen die Kommunen mit der Integration stehen, sehr wichtig sei. Im Dialog mit Dr. Peter Tauber sprachen sich der Landrat des Burgenlandkreises und der Innenminister von Sachsen-Anhalt für ein moderneres Zuwanderungsgesetz aus. Ulrich betonte: „Die Situation, vor der wir als politisch Verantwortliche stehen, und die damit verbundene gesamtgesellschaftliche Erwartungshaltung erfordern eine Überprüfung der geltenden gesetzlichen Rahmenbedingungen.“

 

„Es ist Aufgabe des Staates Zuwanderung gezielt zu steuern, denjenigen, die ein Schutzbedürfnis haben, zu helfen, und diejenigen, die kein Schutzbedürfnis haben, in ihre Heimat zurück zu führen“, so Innenminister Stahlknecht. Cdu/De.it.press 12

 

 

 

 

Koalition streitet über Mindestlohn-Korrekturen

 

Am Freitag wird der Mindestlohn in Deutschland 100 Tage alt. Zwei Wochen vor einem Treffen der Koalitionsspitzen bahnt sich in dem schwarz-roten Bündnis erneut Streit über Korrekturen beim Mindestlohngesetz an.

Mit Hinweis auf niedrigere Löhne in anderen EU-Staaten forderte Bundesarbeitsministerin Andrea Nahles am Donnerstag eine rasche Klärung, dass immer der Mindestlohn des EU-Landes gelten müsse, in dem Arbeit anfällt. "Dieses Grundprinzip haben wir verwirklicht, und die Franzosen haben jetzt nachgezogen", sagte sie.

Es müsse geklärt werden, dass dieses Prinzip auf der europäischen Ebene Bestand habe. "Würden wir von diesem Grundprinzip abgehen, dann hätten wir ein großes Einfallstor für die Umgehung des Mindestlohns in Deutschland geschaffen. Das kann nicht sein", warnte Nahles.

Für Nahles ist der Mindestlohn ein Erfolg. "Wir stärken das Einkommen der arbeitenden Bevölkerung. Rund 50.000 Menschen müssen nicht mehr ihren Lebensunterhalt mit Hartz IV aufstocken", bilanzierte sie in Berlin. "Wir haben keine Arbeitsplatzverluste. Und die große Mehrheit in Deutschland ist für den Mindestlohn."

Tatsächlich hält eine mit 86 Prozent sehr große Mehrheit der Deutschen die Einführung des gesetzlichen Mindestlohns für richtig. Das ergab eine Umfrage von infratest dimap im Auftrag des DGB im März. Demnach ist auch die Mehrheit der Anhänger aller Parteien für den gesetzlichen Mindestlohn. Sogar vier von fünf Anhängern von CDU und CSU (79 Prozent) unterstützen der Umfrage zufolge den Mindestlohn.

Mindestlöhne gibt es in fast allen europäischen Staaten. In Deutschland ist er mit dem Gesetz zur Stärkung der Tarifautonomie eingeführt worden. Am 10. April gilt er seit 100 Tagen.

Der aktuell geltende flächendeckende Mindestlohn von 8,50 Euro entspricht etwa 52 Prozent des mittleren Stundenlohns in Deutschland. Deutschland liegt damit unter dem Niveau, das in Frankreich, Belgien und Niederlanden gilt.

Bei einem Besuch mehrerer Betriebe lehnte Nahles Forderungen etwa aus der Union nach weitreichenden Änderungen an den Aufzeichnungspflichten für den Mindestlohn etwa in kleinen Betrieben ab. Ein Koalitionsausschuss soll darüber am 23. April beraten.

Die Unionsparteien bestehen auf Korrekturen bei den Dokumentationspflichten. Dabei geht es etwa um kleine Betriebe, Minijobber sowie die von der Union geforderte Absenkung der Einkommensschwelle von 2.958 Euro pro Monat, bis zu der ein Nachweis über die Bezahlung vorgeschrieben ist.

Nahles warf CDU und CSU beim Besuch mehrerer Betriebe in Berlin vor, das Mindestlohngesetz aushöhlen zu wollen. "Wer die Aufzeichnung der Arbeitsstunden, die nachher mit 8,50 Euro vergütet werden sollen, für Minijobber oder andere streichen möchte, […] der eröffnet im Grunde genommen der Umgehung des Mindestlohns Tür und Tor", warnte Nahles. "Deshalb ist eine Änderung des Mindestlohngesetzes an dieser Stelle für mich kein Thema."

Die bayerische Arbeitsministerin Emilia Müller (CSU) fordert, die Dokumentationspflichten für Minijobber ebenso zu streichen wie die Auftraggeberhaftung für Subunternehmer. Die CDU-Abgeordneten Peter Weiß und Jutta Eckenbach vom Arbeitnehmerflügel der Union zeigten sich optimistisch, dass der Koalitionsausschuss etwa die Einkommensgrenze für Dokumentationspflichten absenken werde.

Grünen-Arbeitsmarktexpertin Brigitte Pothmer kritisierte gegenüber der "Neuen Osnabrücker Zeitung" die "unsägliche Kampagne" gegen die per Gesetz vorgeschriebene Arbeitszeiterfassung. Union und Wirtschaftsverbände versuchten, mit ihren Vorstößen unter dem Deckmantel der Entbürokratisierung die Axt an den Mindestlohn zu legen, erklärte die Bundestagsabgeordnete. Dabei sei ein Mindestlohn, der nicht kontrolliert werden könne, nichts wert.

"Keines der von den Mindestlohngegnern vorhergesagten Schreckensszenarien ist eingetreten. Im Gegenteil: Der gesetzliche Mindestlohn wirkt sich positiv auf die Wirtschaft aus. Er ist schon jetzt eine Erfolgsstory", sagte der IG BAU-Bundesvorsitzende Robert Feiger, der Mitglied der sogenannten Mindestlohn-Kommission ist.

Zum 30. Juni 2016 wird die Höhe des derzeit geltenden Mindestlohns erstmals überprüft. Dann werden Gewerkschaften und Arbeitgeber in der sogenannten Mindestlohn-Kommission darüber beraten, wie hoch der Mindestlohn ab dem 1. Januar 2017 sein wird.  dto mit rtr 10

 

 

 

 

Musikmesse Frankfurt 2015: Konzert mit Maestro Mirko Satto

 

Konzert mit Maestro Mirko Satto “Da Vivaldi a Piazzolla: i due volti della fisarmonica”. Eine Veranstaltung des Italienischen Generalkonsulats Frankfurt und des Italienischen Kulturinstituts Köln in Zusammenarbeit mit dem Instituto Cervantes und “Italiani in Deutschland - Freunde des italienischen Kulturinstituts e.V. - Frankfurt ”

Donnerstag, 16. April 2015, 19.15 Uhr (Einlass ab 18.30 Uhr)  Veranstaltungsort: Veranstaltungssaal INSTITUTO CERVANTE, Staufenstr.1, Frankfurt (Straßenbahnhaltestelle U6/7 Alte Oper). Eintritt frei für die Inhaber der CARTA AMICIZIA und CARNET DE LECTOR (4,00 Euro für Nicht-Mitglieder).

Bestätigung per Email an : francoforte.culturale@esteri.it

Das Akkordeon, ein melodisches, schwungvolles Instrument mit vielen verschiedenartigen Ausdrucksmöglichkeiten, umschmeichelt mit seinem Klang jedwede Musikrichtung. Es hat eine Seele, die meistens mitreißend und tiefgründig, aber oft mit der Vorstellung von „leichter“ Musik verbunden wird. Wie Mirko Satto es jedoch spielt und mit einem Programm vorstellt, das von Antonio Vivaldi bis zum „tango nuevo“ von Astor Piazzolla reicht, birgt es große Überraschungen und lädt zu Entdeckungen ein.

Kurze Biografie  - MIRKO SATTO

Akkordeon- und Bandoneonspieler, studierte Akkordeon am Konservatorium  “A. Steffani” in Castelfranco Veneto (TV), wo er mit Höchstnote, Auszeichnung und  ehrenvoller Erwähnung diplomierte. Außerdem gewann er zwei Stipendien als bester Schüler. Er studierte und perfektionierte sich bei den Maestri Scappini, Noth, Zubitsky  und bei Salvatore di Gesualdo, erhielt den “Premio Speciale del Docente“ sowie ein Stipendium. Zusätzlich studierte er Oboe und diplomierte bei Prof. Paolo Brunello. Er gewann die absolut ersten Preise der bedeutendsten nationalen und internationalen Akkordeon-Wettbewerbe. Außerdem nahm er an mehr als 400 bedeutenden Festivals und Konzertreihen teil und spielte in den bedeutendsten Konzertsälen in Europa, Australien, Japan, Afrika und Südamerika (Opera City in Tokio, Shymphony Hall in Osaka, Yokohama Minato Mirai Hall in Japan, Teatro Amazon in Manaus/Brasilien, International Summer Music Festival und Moreland Festival in Melbourne, The Organ of Ballarat Festival, Bendigo Festival, Murray River International Music Festival in Australien).Das Repertoire des eklektischen Akkordeonspielers Mirko Satto reicht von der Musik des Barock bis zur zeitgenössischen, vom französischen Varieté bis zum argentinischen Tango. Er tritt als Solist und mit Kammerorchestern auf und spielt sowohl Akkordeon als auch Bandeon in bedeutenden Orchestern.

Er ist Dozent für Akkordeon am Musikgymnasium „Giorgione“ in Castelfranco Veneto (TV) IIC

 

 

 

IIC-Köln. Vortrag und Podiumsdiskussion

 

Mittwoch, 15. April 2015, 19.00 Uhr, im Institut, Cristina Trivulzio di Belgiojoso (1808-1871) Geschichtsschreibung und Politik im Risorgimento. Eine Biographie

Vortrag von Dr. Caroline Rörig (Bonn)

Cristina Trivulzio di Belgiojoso war eine Protagonistin der italienischen Nationalbewegung. Zeit ihres Lebens setzte sie sich als politische Aktivistin und Publizistin für die italienische Einheit und Unabhängigkeit ein. Sie war eine glühende Patriotin und mutige Verfechterin ihrer – oft umstrittenen – politischen Überzeugungen, eine Exzentrikerin und Grenzgängerin.

Ungeachtet aller Kritik setzte sie sich über festgelegte Rollenmuster und gedankliche Schranken, aber auch über nationale und kulturelle Grenzen hinweg. Ihr wechselvolles Leben und ihr beachtliches publizistisches Werk sind Zeugnisse eines außergewöhnlichen Frauenschicksals in der spannenden Gründungsphase des italienischen Staates.

Karoline Rörig, promovierte Historikerin, ist als Beraterin für Kommunikation und Öffentlichkeitsarbeit tätig. 2007 gründete sie das »Fachbüro für den deutsch-italienischen Dialog«. Eine Veranstaltung der Freunde des Italienischen Kulturinstituts Köln e.V.  Eintritt frei.

 

Köln. Freitag, 17. April 2015, 18.00 Uhr, im Institut, Pdiumsdiskussion

Celebrazioni dei 70 anni della Liberazione. 70 Jahre nach Ende der Befreiung vom Nazifaschismus veranstalten das Italienische Generalkonsulat und das Italienische Kulturinstitut Köln, in Zusammenarbeit mit dem Nationalen Verband der Partisanen Italiens ANPI und dem Liceo Italo Svevo Köln, eine Podiumsdiskussion, an der Dott. Tullio Montagna von der ANPI, Prof. Filippo Focardi, Prof. Rudolf Lill und die Abgeordnete On. Laura Garavini teilnehmen.

Programm: 

- 18:00 Grußwort des Italienischen Generalkonsuls Emilio Lolli, des Direktors des Italienischen Kulturinstituts Lucio Izzo und der Abgeordneten On. Laura Garavini

- 18.30 Beitrag von Dott. Tullio Montagna

- 18.50 Beitrag von Prof. Rudolf Lill

- 19.10 Beitrag von Prof. Filippo Focardi

- 19.30 Fragen des Publikums

- 20.00 Ende der Veranstaltung. Eintritt frei. IIC-Köln

 

 

 

Italienische Gastspiele in Mülheim/Ruhr

 

Das Theater an der Ruhr in Mülheim/Ruhr mit seinem renommierten italienischen Leiter Roberto Ciulli empfängt im April drei hochkäratige italienische Gastspiele, auf die wir Sie gerne hinweisen:

Ort: Theater an der Ruhr, Akazienallee 61, 45478 Mülheim an der Ruhr

 

Samstag, 18. April 2015, 20.00 Uhr

Konzert: Canzoniere Grecanico Salentino

Info: www.theater-an-der-ruhr.de/repertoire/canzoniere-grecanico-salentino/

 

Mittwoch, 29. April 2015, 19.30 Uhr

Le sorelle Macaluso / Die Schwestern Macaluso

Theater von Emma Dante, Compagnia Sud Costa Occidentale, Palermo

Info: www.theater-an-der-ruhr.de/repertoire/le-sorelle-macaluso-die-schwestern-macaluso/

 

Donnerstag, 30. April 2015, 19.30 Uhr

Rumore di Acque / Wassergeräusch

Theater von Marco Martinelli, Teatro delle Albe, Ravenna

Info: www.theater-an-der-ruhr.de/repertoire/rumore-di-acque-wassergeraeusch/

 

Eintritt: jeweils 20,- Euro, erm. 8,- Euro. Vorbestellung: www.theater-an-der-ruhr.de/karten+service/  (dip)